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«Le feste di Natale ai tempi della crisi», di Maurizio Minnucci

Fiat, ma non solo. Se la vertenza del Lingotto è quella che fa più scalpore, a quarant’anni dall’autunno caldo (qui lo speciale) è in corso una nuova stagione di lotte per il lavoro, complice da una parte la grande crisi mondiale, dall’altra qualche azienda che ne ha voluto approfittare. La vicenda simbolo dell’estate, quella della Innse di Milano, ha fatto da apripista: nei mesi successivi la protesta si è allargata da Nord a Sud, trovando un punto d’incontro nella manifestazione della Cgil lo scorso 14 novembre a Piazza del Popolo. Ricapitolando, mentre c’è chi già intravede la fine della recessione, le statistiche ufficiali descrivono un Natale che verrà ricordato per la scarsezza dei regali: lo conferma l’Istat che, evidenziando come siano oltre 500mila i posti persi soltanto nel terzo trimestre del 2009, lascia pochi dubbi sulla pesantezza della crisi e sui suoi effetti.

ADDIO TERMINI IMERESE. Volti scuri, poca voglia di parlare, tanta rabbia. Gli operai della Fiat e delle aziende dell’indotto sono tornati a Termini Imerese, dopo la manifestazione in piazza Montecitorio a Roma, con l’umore nero. Non sono rassegnati ma molto preoccupati, dopo che l’ad Sergio Marchionne a Palazzo Chigi ha ufficializzato che la Fiat non produrrà più auto nell’isola a partire dal 2012. E anche se il ministro per lo Sviluppo, Claudio Scajola, assicura l’impegno del governo, tra le tute blu cresce il timore di ritrovarsi disoccupati. “In questo momento serve unità, bisogna fare blocco sociale in difesa della fabbrica”, dice il segretario della Fiom di Termini Imerese, Roberto Mastrosimone, proponendo l’occupazione immediata dello stabilimento e lo sciopero a oltranza per fermare subito la produzione.

L’ENIGMA EX EUTELIA. Dopo cinque ore di camera di consiglio, il 23 dicembre il giudice del tribunale fallimentare di Roma ha deciso di mettere sotto sequestro gli stabilimenti dell’Agile-ex Eutelia, altra vertenza simbolo della stagione. Il giudice ha anche nominato tre custodi cautelari che dovranno garantire sulle commesse e sull’occupazione. L’udienza per decidere l’amministrazione controllata del gruppo si terrà invece il prossimo 17 febbraio. I posti a rischio sono circa duemila per una vicenda che presenta molti lati oscuri nella gestione del personale.

ALCOA E MERLONI. “Sotto l’albero vorremmo trovare un accordo che non significhi assistenza, ma che guardi davvero al futuro. Insieme, chiediamo all’Inps di erogarci l’assegno di dicembre prima di Natale in modo da fare almeno la spesa e i regali”. E’ questo quello che chiedono i 3.200 operai della Merloni di Fabriano in cassa integrazione addirittura dall’ottobre del 2008 (le voci in uno speciale di RadioArticolo1). Dalla Basilicata alla Sardegna il clima non cambia. Dice Bruno Usai, operaio Alcoa: “La multinazionale ha avuto in regalo un’azienda dalle partecipazioni statali e poi ha attenuto sconti sull’energia e altre regalie. Oggi, cambiate le condizioni di favore, decide di andarsene lasciandoci solo povertà. Cercheremo di impedire in ogni modo il blocco della produzione”.

VIDEOCON E ISPRA. S’inaugura a Ferentino (Frosinone) il nuovo casello autostradale dalla A1 Roma-Napoli e arriva la nuova protesta degli operai Videocon di Anagni, ormai licenziati dalla multinazionale indiana ex Videocolor: i 1.400 lavoratori sono scesi di nuovo in piazza dopo che già lo scorso ottobre avevano bloccato l’autostrada per oltre cinque ore. Natale di incertezza anche per i ricercatori dell’Ispra di Roma. “Se non arriveranno risposte positive dal ministero dell’Ambiente per il rinnovo dei contratti e i trecento già cancellati – spiega uno di loro, Simone Canese – trascorreremo sul tetto anche i giorni di Natale. In gioco non ci sono solo i posti di lavoro, ma il futuro del monitoraggio ambientale del paese”.

DUE (PARZIALI) BUONE NOTIZIE. Una arriva per la Yamaha di Lesmo (Monza). Nella notte del 22 dicembre è arrivata l’intesa e i quattro operai che hanno passato sei notti sul tetto della fabbrica hanno interrotto la protesta. L’azienda si è impegnata “inderogabilmente” con i sindacati a chiedere la cassa integrazione per tutti i 66 dipendenti a rischio licenziamento. I dettagli saranno stabiliti in un incontro che si terrà martedì 29 dicembre al ministero del Lavoro. Per il leader della Cgil Guglielmo Epifani “è una buona notizia che dimostra come il sindacato qualche risultato lo ottiene”. L’altra nota positiva riguarda l’insediamento Thyssen di Visano (Brescia). Dopo l’annuncio dei 55 licenziamenti, infatti, la mobilitazione dell’intero gruppo ha portato a un accordo che prevede ammortizzatori sociali per due anni. “Ma – dice Mauro Romanelli, operaio – il nostro sarà un Natale solo relativamente tranquillo: siamo preoccupati per i colleghi della altre aziende della provincia che non se la passano bene”.

«Ecco cosa attende la scuola nel 2010», di Claudio Tucci

Dal 1° settembre 2010 partirà il primo anno dei nuovi licei. In primavera, dovrebbe, invece, essere pronta l’anagrafe edilizia completa di tutte le scuole (la si aspetta da almeno 10 anni), mentre i presidi, in queste ore, stanno ricevendo le istruzioni su come spendere (i pochi) soldi in arrivo per il nuovo anno: le ditte esterne di pulizia andranno pagate il 25% in meno, per supplenze e funzionamento bisognerà arrangiarsi con gli stessi fondi utilizzati nel 2009 e il miliardo di euro di arretrati, che gli istituti scolastici, ancora, vantano nei confronti dello Stato, andrà considerato “fuori bilancio”. E, cioè: che, al momento, non verrà restituito.

Si preannuncia un 2010 a “tinte fosche” per la scuola, che dovrà, pure, fare i conti con la seconda rata di tagli confermati dall’attuale Finanziaria: solo per il prossimo anno, Viale Trastevere dovrà contenere i propri costi di 1,6 miliardi di euro. Complessivamente, fino al 2012, l’istruzione è costretta a una cura dimagrante di 7,3 miliardi. Che significa, soprattutto: 131.900 posti di lavoro in meno. Proprio quando, invece, aumentano il numero di studenti per classi: già quest’anno, rispetto al precedente, ci sono stati 37.441 alunni in più e 3.826 classi in meno, per effetto della riorganizzazione dei plessi. E con il rapporto alunni/classi che è aumentato di 0,32 punti percentuali, passando da 20,78 dell’anno scolastico 2008-2009 all’attuale 21,10.

Una parte dei risparmi arriverà dalla riforma delle superiori, che, ottenuto il disco verde da Palazzo Spada, aspetta, ora, il via libera definitivo delle commissioni parlamentari (che dovrebbero pronunciarsi entro gennaio) e del Consiglio dei ministri. Altre spese sono state ridotte con l’accorpamento dei plessi e con le nuove regole sul tempo pieno alle elementari. C’è, poi, la clausola di salvaguardia, che per contenere i costi del personale (che rappresentano il 97% del bilancio totale di viale Trastevere), sta azzerando la programmazione didattica e amministrativa, mettendo, di fatto, in ginocchio le scuole, costrette a chiedere aiuto ai genitori, anche, per acquistare toner, stampanti, pagelle, carta igienica. Nel 2010, non è stata, ancora, emanata la direttiva annuale sull’azione amministrativa, ma è facile prevedere come molte caselle di programmi resteranno a mani vuote.

Bisognerà, invece, attendere, ancora, qualche altro anno, per vedere entrare in vigore il nuovo federalismo fiscale (si stanno scrivendo i decreti attuativi), mentre nel 2010 ci sarà un’accelerazione nella digitalizzazione degli istituti. Arriveranno, infatti, ha assicurato il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, altre 10mila lavagne multimediali. Per gli “e-books”, è pronto un investimento di 2 milioni di euro e, grazie, anche, a un incentivo governativo ad hoc (150 euro), entro fine legislatura tutti i ragazzi delle medie potranno adottare un mini pc portatile, da utilizzare per la didattica quotidiana in classe e a casa.

A ciò si aggiunga, anche, la stretta sulle visite fiscali (che scatterà a gennaio con l’innalzamento a 7 ore delle fascia di reperibilità) e la lotta all’assenteismo: in un anno, secondo la Funzione pubblica, le assenze dei professori si sono ridotte del 30%, con un risparmio per l’Erario di oltre 200 milioni, che vengono dalla minor spesa sostenuta per pagare le supplenze.

Ma il 2010 dovrà essere (soprattutto) l’anno dei primi premi in busta paga a professori e bidelli bravi. Anche in considerazione dei dati pubblicati nell’ultimo conto annuale della Ragioneria generale dello Stato, che confermano stipendi cenerentola per il comparto scuola. Il prossimo anno, infatti, entrerà a regime il re-investimento del 30% dei risparmi ottenuti da viale Trastevere. Il ministero dell’Economia sta, ancora, facendo i conti per calcolare l’ammontare esatto di queste risorse. Una cosa, però, sembra essere certa. Bisognerà davvero iniziare a premiare questi lavoratori. Dopo tanti “bastoni”, il 2010 deve iniziare a dare qualche “carota” a un sistema, sempre più sull’orlo della crisi.
da www.ilsole24ore.com

“L’incontro fra l’uomo e l’occasione”, di Barbara Spinelli

Non sono pochi coloro che si domandano, quando perdono la fiducia di poter cambiare il mondo: come si rinasce? E ancora: possibile che non esistano politici forti come Churchill o Luigi Einaudi, capaci di spiegare i mali che incombono senza occultarli, d’indicare la rotta senza temere l’impopolarità? Sono due domande diverse, perché la prima riguarda la responsabilità dell’individuo mentre la seconda concerne la selezione del leader. Ma tutte e due hanno in comune l’angoscia del presente e il desiderio di migliorare la pòlis: di renderla meno tenebrosa, opaca. Di uscire da qualcosa che somiglia a una prigione, dietro le cui inferriate l’occhio stanco s’abitua a vedere poco spazio, poche novità, poco futuro.

Non è la prima volta che l’uomo ha avuto quest’impressione di cadere, oggi così intensa: questo senso di grandi occasioni per sempre perdute. Eppure la storia insegna che proprio in quei momenti la mente si sveglia, ricomincia: che proprio allora ridiventiamo uomini che agiscono, che prendono iniziative. Alla vigilia della prima guerra mondiale alcuni spiriti vigili intravidero il collasso, dietro la chimera del dolce commercio mondiale e della belle époque. Altri spiriti profetici ritennero che il mondo andava reinventato, dopo l’atomica gettata su Hiroshima. Ogni collasso si presenta come morte delle cose e al tempo stesso come possibile rinascita, come nuovo inizio e iniziazione. Pensare la pòlis era questo, già per Agostino: «Perché ci fosse un cominciamento fu creato l’uomo. Per introdurre nel mondo la facoltà del dare inizio: la libertà».

Oggi, di fronte a mutamenti climatici che insidiano il pianeta, siamo a un bivio simile: ancora una volta, è da noi che dipende la facoltà di dare inizio, escogitando un nuovo rapporto dell’uomo con la natura, con l’economia, con la crescita. Possiamo annientare la terra oppure provare a custodirla. Possiamo cercare di informarci sui pericoli o accettare spiegazioni che vengono dall’alto. Possiamo cominciare a vedere il pianeta come una persona: con inviolabili diritti alla vita. In uno dei suoi più sublimi romanzi, Joseph Conrad narra l’incontro – fondativo – dell’uomo con l’Occasione. Nella prima giovinezza Lord Jim perde l’Occasione, consegna al naufragio la nave affidatagli: per accidia, ignoranza volontaria, impreparazione. Tutta la sua vita diventa a questo punto anelito d’incrociare di nuovo l’Occasione, senza mancarla.

In fondo le nazioni riunite la scorsa settimana a Copenhagen hanno vissuto un’esperienza analoga. Hanno mancato l’occasione, in modo clamoroso perché le sciagure non erano loro ignote. La sfida era limpida, e tuttavia il fallimento è stato totale: nessun impegno vincolante, nessuna parola chiara detta ai popoli. Perfino l’accordo del ’97 a Kyoto fu più serio di questo. Come quando Lord Jim diserta la nave, hanno vinto tutte le forze dell’animo che impediscono di rinascere, di ripartire: la forza di inerzia e l’accidia, la vista corta, la non responsabilità e l’accontentarsi triste. Lasciare il pianeta così com’è è molto più che accumulare debiti per le generazioni future. È condannare a morte i nipoti e la terra che lasceremo in eredità.

Vale la pena ricominciare? Fernando Pessoa ha ragione: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola». Tutto, anche il Mare di Tenebre che ci aspetta oltre il fatidico Capo Bojador: perché a quel mare «Dio diede il pericolo e l’abisso, ma è in lui che fece rispecchiare il cielo». Si tratta solo di sapere come, di intuire nella figura della Catastrofe la presenza dell’Occasione, del libero initium di Sant’Agostino. Vorrei ricordare qui un preciso momento storico, in cui l’Occasione si presentò – appunto – sotto forma di morte dell’umanità. Accadde quando l’America di Truman sganciò l’atomica su Hiroshima, il 6 agosto 1945. Ho guardato il New York Times di allora, per capire l’epifanico incontro dell’uomo con la sua Occasione. Ci fu orrore, e al contempo subitaneo risveglio delle menti.

Il giorno dopo il disastro, il 7 agosto, il New York Times scrive che per governare una scoperta scientifica così atrocemente ambigua, gravida «di immensi benefici e di impensabili annientamenti», occorreva «creare subito, senza rinvii, un mutamento mentale e le necessarie istituzioni nazionali e mondiali». Il 12 settembre ’45 Hanson Baldwin, esperto militare del quotidiano, sostiene che il mondo è a una svolta: «Nella mente di molti stranieri e di tanti americani, l’atomica non è solo uno straordinario successo scientifico. Segna la fine della leadership morale americana».

Anche allora l’occasione fu persa: a poco servì l’allarme dei profeti, e quel che venne non fu il governo mondiale dei pericoli ma la mortale gara atomica Usa-Urss. È a questo punto che Robert Oppenheimer, che pure aveva fabbricato la bomba, tenta di resuscitare l’Occasione. Quel che propone alla potenza americana dei primi Anni 50 è una politica del candore, della trasparenza. Candore nei negoziati internazionali, nella comunicazione col popolo, nei colloqui fra scienziati. L’atomica aveva non solo squilibrato i poteri nel mondo, ma minacciava ogni leadership morale e la natura stessa della democrazia. Compito essenziale del leader era dire la verità, con candore: i pericoli e disastri bisognava che la gente li vedesse nitidi davanti a sé, che non venissero nascosti alla vista e alla coscienza del mondo. L’umanità doveva rendersi conto che camminava sull’orlo di baratri, guardandoci dentro. Non piacque a nessuno, la proposta di Oppenheimer. In America, i falchi lo denunciarono per filosovietismo alla commissione McCarthy. La bomba doveva restare indiscussa, avvolta da tenebre.

Ma l’ingiunzione etica e politica di Oppenheimer serve anche oggi. La paura del futuro che traspare nei commenti del ’45 sul New York Times; l’immediata richiesta di azione, che la paura secerne quand’è feconda; la consapevolezza che i veri attacchi alla democrazia vengono dalla manipolazione dell’informazione, e da giornali conformisti che occultano la verità. Questo abbiamo appreso, da fallimenti e cadute. Lord Jim insegna che solo chi ha perduto grandi occasioni sa risvegliarne di nuove, riconoscerne l’aspetto, trasformarle in meta di un’intera esistenza.
La Stampa 24.12.09

“Il parlamentismo negato alla manovra finanziaria”, di Guido Rivosecchi

Anche quest’anno l’andamento della manovra finanziaria dimostra la netta divaricazione tra le procedure formali – nelle quali il Governo non risulta sempre adeguatamente garantito rispetto ai corollari della forma di governo parlamentare “razionalizzata” – e le prassi di dubbia legittimità costituzionale, attraverso le quali si determina il surrettizio spostamento del baricentro dell’indirizzo finanziario in favore dell’Esecutivo.
Sia nel dibattito politico-istituzionale che in sede scientifica, si ripete da tempo che uno dei limiti della forma di governo parlamentare adottata dalla Costituzione repubblicana risiederebbe nella debolezza dell’Esecutivo, privo – specie se comparato con altri sistemi di governo contemporanei – dei più elementari strumenti organizzativi e normativi per svolgere il proprio indirizzo politico-finanziario attraverso le Camere.

Anche a prescindere – in questa sede – da qualsiasi più approfondita considerazione sulle virtù della forma di governo parlamentare “razionalizzata”, sulla quale – a tacer d’altro – l’attuale situazione italiana dovrebbe indurre a ben più meditate riflessioni, la tesi sopra richiamata coglie soltanto uno dei nodi problematici che emerge dalla Costituzione e dai regolamenti parlamentari. Se, invece, si va al di là del dato formale, ci si accorge che la situazione è ben diversa: proprio sul fondamentale terreno dei poteri finanziari e fiscali si assiste – nelle legislature del maggioritario – ad un consistente spostamento del baricentro della forma di governo in favore dell’Esecutivo e, in particolare, del Ministero dell’economia e delle finanze.

L’ultima manovra di bilancio non costituisce che la manifestazione più evidente di questa tendenza, proprio in questi giorni scivolata sulla ventisettesima questione di fiducia posta in diciannove mesi di vita del quarto Governo Berlusconi.

Nonostante le perplessità della Presidenza della Camera, il Governo ha infatti perpetuato l’ennesimo uso combinato del maxi-emendamento di integrale riscrittura della legge finanziaria (A.S. 1790-B) con la posizione della fiducia, che conduce – ben al di là di quanto previsto nelle forme di governo presidenziali (si pensi soltanto alle difficoltà del Presidente americano Obama a far approvare dal Congresso la riforma sanitaria) – alla riaffermazione assoluta dell’indirizzo finanziario dell’Esecutivo.

La decisione di bilancio dimostra più di ogni altra procedura parlamentare come la presunta e troppo spesso lamentata debolezza dell’assetto dei poteri del Governo in Parlamento risulti da tempo ampiamente compensata da prassi che tendono ad introdurre meccanismi in qualche modo assimilabili ad ulteriori forme di razionalizzazione tipiche dei sistemi presidenziali o semipresidenziali (si pensi soltanto all’istituto del c.d. voto bloccato francese, che consente al Governo di garantirsi l’approvazione parlamentare sui propri testi di legge).

Altra questione è invece valutare quanto sia costituzionalmente ammissibile il trapianto spurio di istituti che nascono in forme di governo completamente diverse, le quali, tra l’altro, prevedono ulteriori meccanismi di garanzia di cui la nostra Costituzione è priva (ad esempio – tanto per rimanere al contesto francese – il ricorso delle minoranze parlamentari davanti alla Corte costituzionale). Per non parlare, poi, di quanto le prassi sopra richiamate risultino di dubbia legittimità costituzionale, a partire dell’elusione della disposizione costituzionale che prevede la votazione articolo per articolo su ogni progetto di legge (art. 72 Cost.), completamente travolta dal maxi-emendamento di centinaia di commi, volto a sostituire l’intero progetto di legge finanziaria (o buona parte di esso) con una congerie di disposizioni assai eterogenee che il Parlamento, sotto la spinta del vincolo di maggioranza, è indotto ad approvare in blocco. D’altra parte, lo stesso Presidente della Camera in questi giorni ha più volte lamentato l’uso improprio e strumentale dell’istituto, finalizzato a ricompattare la maggioranza nella decisione di bilancio, pur in presenza – per lo meno in apparenza – di una base parlamentare assai coesa.

2. Dietro queste tendenze, si esprime comunque l’idea che la manovra finanziaria debba essere considerata esclusivo appannaggio dell’Esecutivo per effetto di due concomitanti fattori. Anzitutto, per compensare le carenze ravvisate nella Costituzione formale e nei regolamenti parlamentari rispetto ad ulteriori meccanismi di razionalizzazione e di stabilizzazione dell’indirizzo finanziario del Governo. In secondo luogo, per valorizzare il principio di responsabilità dell’Esecutivo in sede europea per l’andamento dei conti pubblici, sotto la spinta dei parametri di Maastricht e del patto di stabilità.

La manovra di bilancio in questi giorni all’approvazione del Parlamento – presumibilmente l’ultima disciplinata dalla legge di contabilità oggi vigente (n. 468 del 1978, come successivamente modificata), che sarà fortemente riformata dalla “Legge di contabilità e finanza pubblica”, appena approvata dal Parlamento, anche se non ancora promulgata (A.S. 1397-B) – riflette appieno questa duplice prospettiva.

Dal punto di vista procedurale, si conferma la discutibile tendenza ad una sostanziale esautorazione delle Camere, messa in atto nelle precedenti legislature. Già da circa dieci anni, si assiste infatti ad una corposa anticipazione dei contenuti della manovra attraverso uno o più decreti-legge, generalmente presentati in primavera-estate, su cui viene posta dal Governo la questione di fiducia al fine di garantirne la tempestiva approvazione. Negli ultimi due anni, le leggi nn. 133 del 2008, 102 del 2009 e 141 del 2009 (di conversione di decreti-legge), costituiscono esempi significativi della tendenza ad eludere il controllo parlamentare sulle politiche sostanziali – che costituiscono parte integrante della manovra – scorporandone buona parte dei contenuti che vengono “blindati” attraverso l’uso combinato della decretazione d’urgenza e della questione di fiducia, con l’aggravante che si tratta – anche in questo caso – di disposizioni che, dietro titoli ad effetto mediatico (“sviluppo economico”; “provvedimenti anticrisi”), esprimono tanto corposi quanto disomogenei interventi sulle finanze pubbliche, sull’economia nazionale, sull’organizzazione fiscale e sui procedimenti amministrativi nei settori più disparati delle pubbliche ammministrazioni.

Se a tutto ciò si aggiunge che la legge n. 246 del 2002 (c.d. “blocca-spese”) attribuisce, tra l’altro, al Ministro dell’economia la facoltà di sospendere l’efficacia delle leggi sottoposte all’obbligo della copertura nei limiti della spesa da esse stesse quantificata, si avrà l’ulteriore misura dello spostamento in favore del Governo del baricentro dell’indirizzo finanziario.

E’ questo l’imprescindibile contesto in cui si collocano le tanto sbandierate “novità” sulla manovra “asciutta” e sulla legge finanziaria di stabilità (che anticiperebbe alcuni aspetti della riforma della legge di contabilità), le quali – anche a prescindere dalla tutt’altro che trascurabile considerazione che ci troviamo comunque, anche quest’anno, di fronte ad un provvedimento con un articolo, titolato “Disposizioni diverse”, di oltre 250 commi – non risultano tanto frutto di un processo di semplificazione dei contenuti della manovra, quanto piuttosto della tendenza ad anticiparne ad altre (ed improprie) sedi i contenuti. Alla disponibilità della legge finanziaria rimangono comunque consistenti interventi, soprattutto sul lato della spesa, ma soltanto nei limiti dell’indirizzo finanziario predeterminato dal Governo, che lascia ben poco margine al Parlamento, specie per effetto della sopra richiamata micidiale combinazione tra maxi-emendamento e questione di fiducia.

Anche dal punto di vista sostanziale, tuttavia, rimangono spazi limitati di intervento in Parlamento. Il Governo, ormai da oltre quindici anni, ha infatti costantemente utilizzato i vincoli europei come “sponda” per indurre il Parlamento all’approvazione di politiche restrittive, affermando consistenti limiti contenutistici alla decisione di bilancio attraverso un’interpretazione evolutiva dell’art. 81 Cost. – specie alla luce dei parametri e del patto di stabilità – che ha però poco a che fare con il significato delle disposizioni costituzionali, indirizzate a stabilire le regole fondamentali sui processi decisionali di carattere finanziario tra Governo e Parlamento.

L’auspicio è che la stretta in atto sulle assemblee elettive – effetto della concomitante azione dei vincoli europei e del rafforzamento dell’Esecutivo nel processo di bilancio – non determini la surrettizia revisione della Costituzione vigente, che vede la centralità della forma di governo parlamentare e postula un conseguente margine di co-determinazione delle Camere nell’indirizzo finanziario.
www.nelmerito.com

“Il numero perfetto dei politici locali”, di Gilberto Muraro

La Finanziaria 2010 taglia del 20 per cento i consiglieri comunali ed elimina i consigli di quartiere. Una larga rappresentanza locale è espressione e strumento di partecipazione alla vita comunitaria, soprattutto se è a basso costo. Altrettanto evidenti sono però gli svantaggi e le degenerazioni. E allora può essere giustificato anche lo sfoltimento forzato. Ma una soluzione uniforme e imposta dal centro è contraria allo spirito federalista. Tanto più che la legge sul federalismo fiscale già prevede un costo standard della rappresentanza politica. Basterebbe evidenziarlo.

Prima era un taglio obbligatorio di oltre il 30 per cento dei consiglieri e assessori comunali e provinciali; poi, il taglio è diventato una raccomandazione, a fronte di una riduzione dei trasferimenti centrali agli enti locali; ora è tornato obbligatorio nella misura del 20 per cento dei consiglieri comunali, con il vincolo aggiuntivo di un rapporto tra assessori e consiglieri non superiore a un quarto nei comuni e a un quinto nelle province; e inoltre via i consigli di quartiere. Nelle riscritture della Finanziaria si è andati avanti e indietro, e non è escluso che la discussione in aula, per quanto condizionata da un testo blindato, porti ulteriori cambiamenti. Per ora, comunque, il taglio c’è: attenuato rispetto ai propositi originari, ma pur sempre pesante. A regime, infatti, dovrebbero saltare circa 35mila poltrone locali, oltre a 10mila “sedie” nei quartieri.

PREGI E LIMITI DELLA RAPPRESENTANZA LOCALE

Ma è bene o male che la rappresentanza locale si riduca? Non è facile rispondere. A favore di una larga rappresentanza, si può dire che è espressione e strumento di partecipazione alla vita comunitaria. È in sede locale che cresce la democrazia come concreta gestione della res publica. Rispetto all’arena nazionale, la dimensione locale offre meno spazio ai contrasti ideologici e più spazio al confronto sulle cose, all’analisi dei costi e benefici dei progetti, agli impegni precisi e alle verifiche inoppugnabili. In sede locale è più facile coniugare lavoro proprio e impegno politico; si evita così che la partecipazione diventi sempre professionismo, un ingrediente inevitabile e forse anche positivo della politica, ma nella giusta dose e senza che respinga gli apporti temporanei degli esponenti della società civile. Si sa poi che è necessario sviluppare le iniziative collettive di origine volontaria, in nome della sussidiarietà orizzontale, il che richiede che alla comunità si dedichino molte persone e che vi sia osmosi tra azioni pubbliche in senso stretto e azioni volontarie; e una larga rappresentanza politica può facilitare la crescita del volontariato e il suo rapporto con il governo locale. Infine, il costo degli assessori e soprattutto dei consiglieri è in molti casi esiguo, perché l’incarico viene svolto come impegno etico che chiede ben poco oltre al rimborso spese.
C’è ovviamente il rovescio della medaglia nella larga rappresentanza: decisioni che ritardano e si complicano per accontentare un maggior numero di persone; contrasti che si alimentano per difficoltà di stabilire i confini tra assessorati e per necessità di differenziarsi tra consiglieri; tentazione diffusa di dilatare i confini del settore pubblico per giustificare l’alto numero dei rappresentanti. E poi il costo che lievita: come compensi e rimborsi spese, se si sta nella fisiologia del potere (con persone che anche sui bassi ruoli politici ci campano, altro che volontariato); e come illeciti guadagni nelle procedure di autorizzazione, se si entra nella patologia. Con l’aggravante che spesso i costi diretti e indiretti sono più alti nelle aree del paese che meno se lo potrebbero permettere.

LE REGOLE DEL FEDERALISMO

Se fosse concesso di scegliere solo tra regole rigide, il timore della casta prevarrebbe sul fascino della partecipazione appassionata a basso costo. Meglio quindi un dimagrimento forzato e generalizzato. Ma la soluzione uniforme e imposta dal centro è contraria allo spirito federalista, ed è il caso di ricordarlo pure alla Lega. Inoltre, non è necessaria. Importante è che le decisioni autonome non impongano oneri agli altri, sotto forma di costi che l’ente locale non ce la fa a sostenere e addossa pertanto ai trasferimenti perequativi. La scelta giusta sta quindi nel determinare a livello centrale uno standard per il costo della rappresentanza politica, commisurato a popolazione e territorio, e tenere quello come riferimento nel conto del dare e dell’avere tra aree a fini di perequazione: l’ente che risparmia, si tiene il guadagno; quello che spende di più, perché vuole molti rappresentanti o li compensa meglio, è libero di farlo, però con le risorse proprie. Ma a ben vedere, questo c’è già nella legge sul federalismo. Sarebbe forse opportuno evidenziarlo, enucleando dal fabbisogno standard per l’insieme delle funzioni fondamentali la specifica voce relativa alla rappresentanza politica, in modo da avvisare in modo molto chiaro sia gli elettori che i loro rappresentanti .
www.lavoce.info

«Dannati ricercatori», di Caterina Perniconi

Da un mese i precari dell’Ispra protestano sui tetti: la paura dello sgombero, il gelo. E un Natale con nulla da festeggiare

“Scendete o sgomberiamo”. La chiamata era arrivata all’Ispra nel pomeriggio di lunedì, un consiglio suonato come un avvertimento. Un mese esatto dopo essere saliti sul tetto, e qualche ora dopo un incontro inconcludente con i vertici del ministero dell’Ambiente, ai ricercatori dell’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale è stato “suggerito” di andare a trascorrere il Natale a casa, dalle loro famiglie, e magari di portare un regalo col loro ultimo stipendio. Perché dal 31 dicembre, 230 di loro non avranno più un contratto, e altrettanti sono stati interrotti a giugno.

“Appena ricevuta la chiamata ci siamo riuniti per capire a chi potevamo rivolgerci per farci ascoltare e scongiurare uno sgombero – spiega Massimiliano Bottaro, uno dei coordinatori della protesta – ma era una serata difficile, a Roma stava piovendo e dovevamo anche occuparci di come ripararci. Alla fine mi sono attaccato al telefono e ho cercato di rintracciare tutti i politici che ci avevano dato ascolto fino ad allora”. Tra loro c’è Furio Colombo, parlamentare del Partito democratico, che nella serata di lunedì si è speso per difendere il diritto di manifestare degli scienziati. Ha chiamato tutti i deputati che ha trovato svegli a quell’ora, compreso il presidente del partito, Rosy Bindi, che era a casa, a cena con amici. Tra di loro c’era Giovanni Bachelet, deputato del Pd e responsabile Scuola del partito.

“Era una cena importante, la aspettavamo da un anno, stavamo ricordando il papà di Rosy. Ma appena è arrivata la telefonata si è mostrata preoccupata e non ha avuto dubbi. Doveva andarci qualcuno. Ha chiamato un taxi e in cinque minuti mi ci ha messo su – racconta Bachelet – io ho telefonato subito a Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura alla Camera, e anche lei, che ha seguito la vicenda, mi ha consigliato di partire immediatamente. Ho preso i numeri dei ricercatori e, dopo un lungo viaggio notturno sotto la pioggia, sono arrivato a via Casalotti”.

Una delle sedi dell’Ispra, quella che fa capo alla protezione dell’ambiente marino dove i ricercatori sono saliti sul tetto trenta giorni fa, è nella periferia nord di Roma, lontana dai luoghi del potere e anche dai loro pensieri. Ma non da quelli di chi deve farli scendere, su ordine di qualcuno che non vuole avere problemi a Natale, quando mangerà il panettone con la famiglia o a Capodanno, mentre stappa lo champagne.

A Roma è uno degli inverni più freddi degli ultimi anni. “Durante la notte pioveva, faceva freddo, ma loro erano lì, a presidiare l’Istituto e il loro futuro. Sono rimasto sul tetto a garanzia che almeno in quella notte non succedessero cose turche – spiega Bachelet – e per loro è stato un grande incoraggiamento. Hanno bisogno di sostegno, di capire che c’è qualcuno che li ascolta e che non sono abbandonati a loro stessi. Tranne che dal governo”. Ma il problema che Bachelet evidenzia dopo aver parlato con i ricercatori è quello che caratterizza il lavoro dei giovani in Italia: l’abuso sconsiderato del precariato.

“Per far fronte al blocco delle assunzioni, negli ultimi anni sono stati assunti moltissimi ragazzi con contratti a termine di ogni tipo e oggi ci si ritrova con una montagna di precari che devono essere stabilizzati senza aver fatto nessun tipo di selezione. Servirebbero concorsi efficaci in questo paese, non sfruttamento del lavoro senza controllo”. Causa della nuova disperata tattica di negoziato adottata dai lavoratori. Infatti il non detto implicito nel significato della protesta di un ricercatore che sale su un tetto è il passo successivo, cioè quello di buttarsi dal tetto. E se si arriva a minacciare un gesto estremo è perché non c’è più nulla da contrattare.

Una volta i sindacati discutevano con l’azienda di retribuzioni, orari o cassa integrazione. Oggi c’è un lavoro precario, senza ferie, malattia e straordinari. Si può solo essere rinnovati o andare a casa, privati degli ammortizzatori sociali. Quindi i sindacati, già di per sé in difficoltà a farsi ascoltare da questa maggioranza, diventano solo un mezzo ma non hanno più margine di trattativa: o bianco o nero, o un contratto o a casa. E quindi il lavoratore si fa giustizia da solo, salendo sul tetto.

“Questa lotta a oltranza è un’arma a doppio taglio – spiega Bachelet – perché i ragazzi temono che la protesta si disperda dopo uno sgombero. In realtà il rischio vero che corrono è quello che il ministero non li faccia sgomberare mai e che li ignori”. Infatti l’incontro di lunedì con il vicecapo di gabinetto del ministro Prestigiacomo ha confermato l’atteggiamento di totale chiusura già dimostrato dalla struttura commissariale che ormai da un anno e mezzo governa l’ente, guidato dal prefetto Vincenzo Grimaldi. Niente rinnovi dei contratti, tanto meno stabilizzazioni, ma solo la proposta di un nuovo incontro per il 20 gennaio, quando ormai la grande maggioranza dei precari avrà visto il proprio contratto scadere.

“L’Ispra – spiega Bachelet – non è soltanto un prezioso ente di ricerca, ma è anche un’agenzia che fornisce importanti servizi allo Stato. E’ dovere del governo cambiare atteggiamento, perché non è possibile che a professionisti del settore ambientale, oggi strategico per qualsiasi economia, le istituzioni rispondano con indifferenza o con velate minacce di un intervento d’autorità. Io sono contento del mio partito, che sa mobilitarsi a qualsiasi ora del giorno e della notte”. Ieri, la neocandidata a presidente della regione, Renata Polverini, ha dato la sua disponibilità a salire sul tetto e occuparsi dell’Ispra. “Questi problemi si risolvono solo se siamo sotto elezioni – dice Bachelet – speriamo che i ricercatori tengano duro fino a marzo”.
da Il Fatto Quotidiano del 23 dicembre 2009

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ISPRA La protesta a rischio sgombero
«Prestigiacomo: il danno di governare», di Furio Colombo
C’è qualcosa di offensivo nel comportamento di un ministro dell’Ambiente, in un paese non secondario come l’Italia, che è sempre lontano dal suo lavoro, che si occupa esclusivamente di propaganda politica. C’è qualcosa di disonesto nel fregiarsi di quell’incarico solo per andare in televisione ad esaltare i successi inesistenti del suo ministero e del governo di cui fa parte. L’offesa – o meglio ancora lo scandalo – non sta in ciò che non fa. Questo è un tratto che condivide con molti altri componenti del gruppo chiassoso detto “Consiglio dei ministri” di Berlusconi. Offesa e scandalo sono per l’azione distruttiva condotta, non si sa con quale visione e in obbedienza a quali ordini, contro le strutture scientifiche di cui il ministero italiano dell’Ambiente dispone. Erano, fino a poco tempo fa, fra le migliori del mondo. Sto parlando del ministro Stefania Prestigiacomo, che ha fatto persino dichiarazioni sul futuro dell’ecosistema, nel suo andare e venire dal Summit di Copenaghen. E intanto ha lasciato sul tetto dell’Ispra, senza un incontro, senza una parola, i migliori ricercatori italiani che cercano di difendere il loro lavoro. Molti hanno fatto esperienza scientifica nel mondo. Molti sono ai più alti livelli universitari, in centri di ricerca italiani e internazionali. Quei ricercatori sono un patrimonio, quanto a competenza scientifica (dagli oceani ai ghiacciai, dal cielo alla terra) di ciò che chiamiamo Ambiente, e che, in realtà è la vita di tutti. Ma l’intero talento scientifico di cui dispone l’Italia ha perso il contratto, o sta per perderlo alla fine di quest’anno. Difficile crederlo, ma nonostante le qualifiche altissime, sono tutti, da sempre, precari, molti da più di 10 anni, accumulando un vero patrimonio di esperienza e conoscenza. Adesso la decisione di qualcuno (Tremonti? Brunetta?) è “precari basta”. E’ sempre un’ingiustizia. In questo caso è un delitto. L’Ispra è “Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca dell’Ambiente”. Squadre di scienziati sono da 30 notti di questo loro ultimo inverno professionale sul tetto del loro istituto a difendere il loro prezioso lavoro. Ogni sera si sparge la voce che arriverà la polizia per costringerli ad andarsene. Il ministro non è arrivato e non arriverà. Lei va a “Porta a Porta” dove nessuno avrà il cattivo gusto di chiederle notizie dello scandalo Ispra. Per lei bisognerà rivedere il giudizio. Questo ministro dell’Ambiente è inutile se si tratta di competenza nel governare. Ma è attivo ed efficace quando il compito è distruggere. Dopo di lei, al ministero dell’Ambiente, non ci saranno che le rovine delle migliori carriere scientifiche italiane.
da Il Fatto Quotidiano del 23 dicembre 2009

Pd Emilia-Romagna: “Il Governo ‘cancella’ la montagna”.

Con la Finanziaria il Governo taglia fondi e accessi ai finanziamenti per i servizi, per le imprese e l’agricoltura.
Un esempio: Sestola, Porretta Terme e Castelnovo ne’ Monti non sono più considerati comuni montani.

La scure del PdL e della Lega Nord si abbatte sulla montagna. La Finanziaria 2010 cancella 94 comuni montani dell’Emilia Romagna, riducendo il numero da 125 a 31. La riduzione dei costi della politica e della spesa pubblica non c’entra nulla: in Emilia-Romagna la Regione ha già dimezzato il numero delle Comunità Montane, con l’azzeramento dei costi degli amministratori. “Non ci sono più alibi – afferma il segretario regionale del PD Stefano Bonaccini – la volontà del centrodestra e della Lega Nord è quella di colpire la montagna, di risparmiare risorse a danno della parte del Paese che, con il 54% del territorio, è la più debole ed elettoralmente meno significativa”.
Non si spiega diversamente anche il trattamento riservato agli stessi Comuni montani che, dopo le decurtazioni degli anni scorsi, si trovano a subire altri tagli, senza il riconoscimento di alcuna forma di perequazione, pur sancita dalla Costituzione. “Come Partito Democratico – aggiunge Bonaccini – abbiamo lanciato una campagna di mobilitazione nei comuni della montagna. Durante le feste, con i nostri parlamentari, sindaci, consiglieri regionali incontreremo cittadini, imprenditori e agricoltori che subiranno le pesanti ripercussioni della Finanziaria voluta da PdL e Lega Nord”.

Molte direttive prevedono infatti norme di salvaguardia per i ‘Comuni Montani’ (ad esempio il dimensionamento scolastico, il mantenimento degli uffici postali, l’accesso a benefici per aziende agricole e ai fondi Comunitari …). Con il PdL e la Lega i Comuni “ex montani”potrebbero rischiare di perdere tutti questi benefici, pur essendo evidentemente Comuni dell’Appennino. Il Governo Prodi aveva previsto più risorse per il Fondo nazionale della montagna (destinate agli investimenti), portando la disponibilità – nella Finanziario 2008 – a 50 milioni di euro per gli anni 2008, 2009 e 2010.

Il Governo Berlusconi deve ancora versare il 60% del Fondo 2004, l’intero importo del Fondo 2005, i 50 milioni di euro del Fondo 2008, l’intero importo del Fondo 2009 (decurtato da 50 a 39 milioni) e ha azzerato il fondo 2010. Le risorse del Fondo nazionale della montagna sono utilizzate dai Comuni per investimenti in opere pubbliche e infrastrutture. Come se non bastasse, il Governo tiene bloccati i fondi FAS (Fondi Aree Sottoutilizzate dell’Unione Europea) che servirebbero a finanziare investimenti e opere pubbliche utili al sistema produttivo locale.

Diversamente dal Governo, la Regione Emilia-Romagna ha sempre finanziato ogni anno, il proprio Fondo regionale della Montagna.

Paradossalmente comuni che hanno più della metà del loro territorio oltre i 600 metri non saranno più considerati ‘montagna’, tra questi: Sestola (Modena), Cerignale (Piacenza), Albareto (Parma), Castelnovo ne’ Monti (Reggio Emilia), Porretta Terme (Bologna), Bagno di Romagna (Forlì Cesena).Come se un improvviso sconvolgimento tettonico avesse livellato l’Appennino. Gli effetti della Finanziaria comporteranno per questi comuni una riduzione di risorse per le amministrazioni, per le imprese e le attività turistiche della montagna. C’è un forte rischio di tagli ai servizi pubblici per i residenti; scomparsa delle agevolazioni e si ridurranno le opportunità di accesso ai fondi europei, in particolare per l’agricoltura.

Il Partito Democratico propone invece un nuovo sistema di governo del territorio e il sostegno alle gestioni associate di servizi e funzioni nei Comuni montani. “Vogliamo difendere – conclude il segretario regionale – i servizi e della capacità di investimento dei piccoli Comuni, attraverso il Fondo della montagna e adeguate forme di perequazione; serve una nuova strategia di utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili e valorizzi le risorse della montagna; è fondamentale sostenere l’agricoltura di montagna e valorizzare le produzioni tipiche. Il Partito Democratico dell’Emilia Romagna sostiene la montagna e il valore che essa ha per la nostra Regione”.