Professor Francesco Profumo, rettore del Politecnico, che 2010 ci aspetta?
«Sarà ancora un anno difficile, nonostante i segnali di ripresa, ma bisogna scacciare la paura. Si deve continuare a investire, senza l’assillo di un ritorno immediato, guardando più in là, cosa che in Italia riesce spesso difficile»
Ma nel 2009 in provincia di Torino hanno chiuso quasi mille imprese.
«Vero. Il 2010 sarà l’anno della rivincita se sapremo delineare l’uscita dalla crisi e immaginare che mondo troveremo dopo».
E che mondo sarà?
«Tanti lavori scompariranno. Tante piccole aziende, senza innovazioni, non sapranno reggere la concorrenza globale. Ma nasceranno anche nuove opportunità. Sarà fondamentale puntare sulla formazione continua: chi sta per entrare nel mondo del lavoro, chi ha perso il posto e deve ricollocarsi. L’Università può esercitare un ruolo trainante».
Ma gli atenei, già in difficoltà, non dovrebbero concentrare tutte le risorse sui propri studenti?
«In un periodo “normale” il sistema economico-produttivo potrebbe garantire quel minimo di innovazione necessaria. Ma qui siamo dentro uno tsunami. E allora le università devono mettere le proprie competenze e persone al servizio della società».
Un esempio?
«I ricercatori. Il dottorato di ricerca è nato negli anni Ottanta, quando chi entrava aveva un posto garantito. Non è più così: ogni anno nella nostra Scuola di dottorato entrano in 200 ma ne possiamo assorbire poche decine. Il Paese, il Piemonte, non possono permettersi di sprecare questa risorsa».
Come valorizzarla?
«Penso alle imprese, che dovranno guardare a un mercato non più locale: le competenze del fare e dell’esperienza non saranno più sufficienti ma sarà fondamentale una dimensione tecnologica e manageriale più avanzata. Penso anche alle pubbliche amministrazioni che devono rinnovarsi. La Regione, ad esempio, è nata negli anni ’70; oggi le persone che l’hanno “costruita” sono alle soglie della pensione. Serve una nuova classe dirigente. E non solo lì: a Torino le società ex municipalizzate sono la più grande azienda della città. La loro funzione non è più limitata a erogare un servizio (acqua, gas, elettricità). Devono competere sul mercato, lavorare sulle nuove energie, sul risparmio. Le Università devono guidare questi processi».
Come, vista la crisi che le attraversa?
«Devono farlo, anche se l’Italia si sta dimostrando un paese che investe poco sul futuro, bloccato, incapace di una visione strategica. Gli atenei risentono spesso di questo scoglio culturale diffuso nel Paese; alcuni cercano di superarlo, progettare il futuro, anticipare i cambiamenti. Al Politecnico ci proviamo. Il numero di iscritti è cresciuto molto, e così quello dei finanziamenti dei privati: significa che famiglie e imprese non hanno rinunciato a investire in formazione; anzi, nonostante la crisi, l’hanno fatto con ancora più convinzione».
I fondi per l’Università diminuiscono. Ha senso in un periodo di crisi?
«No, ma è la realtà. Dovremo andare a cercare fondi in Europa. Il Politecnico sta incrementando la quota di risorse ricevute dall’Unione europea del 30-40 per cento ogni anno. L’Italia è indietro: ogni anno investiamo nella ricerca europea 15 miliardi di euro ma ne sappiamo recuperare soltanto 10 per i nostri atenei. Il saldo negativo è di 5 miliardi. Se pensiamo che lo Stato finanzia il sistema universitario con 7 miliardi l’anno è facile capire quanto ci danneggino le nostre performance».
Colpa dell’Europa che ci penalizza o colpa nostra?
«Colpa nostra. Non sappiamo fare squadra. Ci comportiamo come se la competizione fosse interna. A volte l’Italia mi sembra uno Stato feudale».
Appunto: il Mi-To dei Politecnici si è arenato?
«No, e io rivendico la bontà di quel progetto, basato su dati concreti: le nostre due università laureano il 45 per cento degli ingegneri d’Italia; Piemonte e Lombardia producono il 30 per cento del Pil nazionale e il 40 per cento delle esportazioni. Perché non lavorare insieme? Che senso ha che io vada in Cina a stringere accordi e un mese dopo (o un mese prima) ci vada pure il rettore di Milano?».
Servirebbe una forte guida politica per accelerare questi processi. C’è?
«La politica spesso subisce i cambiamenti. Gestisce il quotidiano. Nelle spire della crisi è comprensibile, ma pesa la mancanza di una forte capacità di pensare il futuro. Siamo immersi nel presente, e andare a votare tutti gli anni non aiuta».
A proposito, chi vincerà la regionali?
«Sembra una sfida aperta. L’importante è non smarrire il ruolo guida che il Piemonte ha assunto sul fronte dell’innovazione tecnologica e delle energie rinnovabili. In Italia nessuno ha fatto tanto». Tra un anno si vota anche a Torino: di cosa c’è bisogno? «Di un nuovo piano strategico, come quello di 15 anni fa, che ha cambiato volto alla città. Oggi quella spinta si è esaurita, quel progetto è stato realizzato. Ne serve uno nuovo».
La Stampa 24.12.09
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“Serve prudenza, diremo no ai bluff”, intervista a Dario Franceschini di Monica Guerzoni
Franceschini: vorrei capire come si può teorizzare la rottura con Di Pietro. Processo breve, legittimo impedimento e lodo Alfano sono tutte e tre leggi ad personam e non potranno che vederci fermamente contrari. D’ Alema al Copasir? E’ una bicamerale e quindi, come avviene da sempre, ci sarà una proposta del segretario e la valuteremo insieme.
Sì alle riforme, ma «senza pasticci». E soprattutto «senza scambi». Dario Franceschini detta le condizioni della minoranza riguardo al dialogo con il centrodestra. Il capogruppo dei deputati del Pd è disposto a confrontarsi sulla linea di Bersani, se invece dovesse prevalere la visione di D’ Alema, l’ Area democratica di Franceschini, Fioroni e Veltroni si tirerebbe indietro. Quanto a Di Pietro, l’ ex segretario avverte chi teorizza la rottura con l’ Italia dei Valori: divorziare dall’ ex pm sarebbe una sciagura per il Pd. È Natale, presidente Franceschini. Berlusconi perdona Tartaglia, lei invece si rifiuta di aprire al dialogo. «È difficile dimenticare che, dieci giorni fa, da una parte c’ era la proposta di Casini di un fronte repubblicano per l’ emergenza democratica, o Cln che dir si voglia, e dall’ altra parte si tuonava contro i tre ex presidenti della Repubblica “di sinistra” e la Corte costituzionale “organo politico”. Adesso, improvvisamente, siamo in una stagione quasi idilliaca. Per questo inviterei tutti a usare prudenza. Il clima di Natale potrebbe passare in fretta». Sente ancora puzza di inciucio? «Mi pare che la parola, da me usata in risposta all’ uso che ne avevano fatto altri, sia uscita dal dibattito politico. Ma vorrei che fossimo chiari. Sì a un confronto parlamentare alla luce del sole, in cui i bluff prima o poi si scoprono. Io condivido Bersani quando dice “la gente mi invita a stare attento”. Gli italiani vedono che il sistema politico ne parla da trent’ anni e non è mai stata prodotta una riforma bipartisan delle regole». Non sarebbe ora di cominciare? «Una grande forza riformista non si può sottrarre a un tentativo di fare le riforme che servono al Paese e, su questo, non ci sono pareri diversi nel Pd. A patto però che le riforme non siano la chiave per introdurre leggi ad personam. E, purtroppo, i segnali di questi giorni non sono stati positivi. Nei calendari parlamentari di gennaio non ci sono le riforme per il Paese, ma i provvedimenti per Berlusconi». Marini ha aperto al lodo costituzionale, che ne pensa? «Processo breve, legittimo impedimento e lodo Alfano, seppure per via costituzionale, sono tutte e tre leggi ad personam. E non potranno che vederci fermamente contrari». Niente leggi, né «leggine» salva-Silvio? «Esatto. Niente pasticci e niente scambi». E il problema del premier come si risolve? «Per me le riforme sono quelle che servono al Paese, non quelle che servono a Berlusconi. Revisione del bicameralismo, Senato federale, riduzione del numero di parlamentari… La bozza Violante, insomma. Il premier si sottoponga alla legge come gli altri cittadini, nel rispetto del principio dell’ uguaglianza». Qualcuno sospetta uno scambio tra riforme e presidenza del Copasir per D’ Alema. Lei ha un candidato alternativo? «Il Copasir è una bicamerale e quindi, come avviene da sempre, ci sarà una proposta del segretario del partito ai gruppi e la valuteremo insieme». A marzo ci sono le regionali… «Appunto. Non vorrei che il “vogliamoci bene” sia un’ operazione per arrivare al voto parlando di riforme invece che di crisi, fabbriche, lavoratori sui tetti. E per coprire norme che interessano al premier. Se invece è una cosa vera, vediamo le carte e usiamo il buon senso. Non cominciamo dalla giustizia, che è tema spinoso, ma dai settori su cui è più facile trovare un’ intesa. Faccio una proposta precisa. Cominciamo a verificare se c’ è una disponibilità vera a un confronto parlamentare vero, non dalla giustizia ma dalla riforma degli ammortizzatori sociali, dando una indennità di disoccupazione per tutti». Il dalemiano Latorre le ha dato del «conservatore» e l’ ha richiamata all’ ordine. Ha detto al Corriere che il capogruppo deve seguire la linea, uno stop piuttosto netto. «Il capogruppo ha il dovere di contribuire a individuare la linea comune. Poi la sintesi, certo, la fa il segretario, come dice Latorre. Non altri per lui». A proposito di «altri»: per Di Pietro Berlusconi è «il diavolo». «L’ eccesso di aggressività di Di Pietro è molto lontano dal mio sentire, che è quello di una cultura riformista. Ma vorrei anche capire come si può teorizzare il ritorno a una grande coalizione tipo Unione senza cercare l’ intesa con l’ Idv. Un partito che, da solo, fa quanto tutti gli altri messi assieme». La «sua» Area democratica sembra tornata da Cortona divisa in più correnti. Franco Marini si è sfilato… «Area democratica è unita e va avanti, avremo in maggio un secondo appuntamento ed è il modo migliore di arricchire i contenuti del Pd». Anche se la maggioranza guarda a voi con fastidio e sospetto? «Io sento la responsabilità del milione e 37 mila italiani che mi hanno votato alle primarie, un consenso che ho messo a disposizione di una gestione plurale. Un grande partito ha bisogno di un dibattito vero, che non scivoli nella rissa. La sintesi si può fare solo se vengono messe in campo delle idee».
Il Corriere della Sera 24.12.09
2009, dodici buone notizie da Amnesty international
La storica Ong che si batte per i diritti umani pubblica i risultati di un anno di lavoro. Ecco l’elenco dei fatti più significativi. Dall’abolizione della pena di morte in Burundi al rilascio dei civili tamil in Sri Lanka.
Pena di morte Ghana Il 9 gennaio 2009 Il presidente uscente John Kuffour, ha commutato tutte le condanne a morte. Secondo i dati di Amnesty international, il provvedimento ha riguardato 108 prigionieri in attesa di esecuzione, 105 uomini e tre donne. L’ultima esecuzione nel paese aveva avuto luogo nel 1993.
26 febbraio
Giustizia internazionale Kosovo/Serbia Il 26 febbraio 2009 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha emesso cinque condanne nei confronti di altrettante persone giudicate colpevoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nell’allora provincia serba del Kosovo, nel 1999. L’ex vice primo ministro jugoslavo Nikola Sainovic, il generale dell’esercito jugoslavo Nebojsa Pavkovic e l’ufficiale della polizia serba Sreten Lukiv sono stati condannati a 22 anni, mentre Vladimir Lazarevic e Dragoljub Ojdanic, rispettivamente generale e capo di stato maggiore dell’esercito jugoslavo, sono stati condannati a 15 anni
16 marzo
Campagna “Mai più violenza sulle donne” Messico Dopo una campagna condotta per molti mesi da Amnesty international e dalle organizzazioni locali per i diritti umani, il 16 marzo 2009 è entrata in vigore la direttiva Nom-046-SS A2-2005 che prevede, tra l’altro, accesso legale e sicuro all’interruzione di gravidanza per le donne vittime di violenza sessuale. 24 aprile Pena di morte Burundi Il 24 aprile 2009, a seguito dell’introduzione del nuovo Codice penale, il Burundi è diventato il 93mo paese abolizionista per tutti i reati. L’ultima esecuzione nel paese africano aveva avuto luogo nel 1997.
11 maggio
Prigionieri di coscienza Iran Roxana Saberi, la giornalista irano-statunitense condannata in primo grado a otto anni di carcere per «spionaggio in favore di un Paese ostile», è stata liberata l’11 maggio 2009 dopo che una corte d’appello ha commutato l’imputazione in «possesso di materiale riservato», emettendo una condanna a due anni di carcere con pena sospesa. Amnesty International aveva lanciato un appello per la scarcerazione di Saberi all’indomani del primo verdetto, il 18 aprile.
23 giugno
Pena di morte Togo Il 23 giugno 2009 l’Assemblea nazionale ha votato all’unanimità in favore dell’abolizione della pena di morte. Il Togo diventa così il 15mo stato africano abolizionista, il 94mo a livello mondiale. «Questo Paese ha deciso di istituire un sistema giudiziario sano, che riduce il rischio di errori giudiziari e garantisce i diritti delle persone», ha commentato il ministro della Giustizia Kokou Tozoun. «Questo nuovo sistema non è più compatibile con un Codice penale che mantiene la pena di morte e concede all’autorità giudiziaria un potere assoluto, con conseguenze irrevocabili ».
1 luglio
Diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender India Il primo luglio 2009 l’Alta corte di Delhi ha decriminalizzato l’omosessualità. Secondo Amnesty international, che insieme alle organizzazioni locali per i diritti umani aveva svolto una lunga campagna per questo obiettivo, la sentenza è un deciso passo avanti per assicurare che in India sia possibile esprimere il proprio orientamento sessuale e l’identità di genere senza timore di subire discriminazioni. La sentenza dell’Alta corte ha annullato, definendola discriminatoria e «contraria alla moralità costituzionale», una norma britannica risalente al periodo coloniale che proibiva relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso, definite «rapporti carnali contro l’ordine naturale». La legge è stata usata per colpire l’azione degli organismi impegnati nella prevenzione dell’Hiv/Aids.
7 agosto
Impunità Brasile/Uruguay Il 7 agosto 2009 la corte suprema brasiliana ha autorizzato l’estradizione in Argentina del colonnello uruguayano Luis Cordero Piacentini, che deve rispondere della scomparsa di cittadini argentini e uruguayani (tra cui il neonato Adalberto Soba Fernandez, sequestrato a venti giorni dalla nascita e successivamente dato in adozione illegale) nel contesto del “Piano Condor”. La massima corte brasiliana ha accolto la richiesta della magistratura argentina, che sta indagando su una serie di crimini commessi in un centro di detenzione clandestino conosciuto come “Concessionaria Orletti”, un autosalone della capitale Buenos Aires attivo negli anni della dittatura. Il “Piano Condor” fu un’operazione coordinata tra i governi militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Uruguay e Paraguay destinata a eliminare esponenti dell’opposizione politica negli anni ‘70 e ‘80.
29 settembre
Diritti economici, sociali e culturali Nazioni unite All’indomani dell’apertura alla firma del Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, avvenuta il 24 settembre 2009, 28 stati hanno già firmato il testo. Tra questi figura l’Italia, cui la sezione italiana di Amnesty International aveva chiesto di firmare il protocollo.
6 ottobre
Giustizia internazionale Ruanda Il 6 ottobre 2009 Idelphonse Nizeyimana, uno dei maggiori ricercarti per il genocidio del 1994, è stato arrestato a Kampala, capitale dell’Uganda. Nizeyimana era a capo dell’intelligence e delle operazioni militari durante i 100 giorni in cui morirono circa 800.000 mila tutsi e hutu moderati. È accusato anche di aver creato un corpo militare speciale. Deve rispondere al Tribunale penale internazionale per il Ruanda delle imputazioni di genocidio e crimini contro l’umanità. 19 novembre Campagna “Mai più violenza sulle donne” Messico Il 19 novembre 2009 la Corte interamericana dei diritti umani ha riconosciuto colpevole e condannato lo stato messicano per la morte di otto donne a Ciudad Juarez, nel novembre 2001, nel caso conosciuto come “il campo di cotone”. Si tratta della prima sentenza di condanna per il femmicidio in corso dal 1993 nello stato di Chihuahua, nel nord del Paese. 1 dicembre Rilasci Sri Lanka Il primo dicembre 2009 il governo ha disposto il rilascio di migliaia di civili tamil dai centri di detenzione allestiti in primavera, alla fine della guerra civile. Amnesty International aveva lanciato un’azione globale per chiedere la chiusura dei campi e il rilascio di tutti i profughi di guerra internati.
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“La tradizione al tempo del consumismo. Veglia e cibo un rito antico”, di Marino Niola
Notte magica, notte da presepe che sospende il corso del tempo e l´ordine del mondo. Alla vigilia di Natale gli animali parlano e gli uomini ammutoliscono. Lo raccontano le leggende popolari di tutta Europa. E soprattutto lo racconta quel poeticissimo apocrifo che è il Protovangelo di Giacomo: “tutte le cose in un momento furono distratte dal loro corso”. Tutti gli esseri del creato restano immobili, in vigile attesa della nascita del dio e della vittoria annuale del sole sulle tenebre. Proprio questo significa in origine la parola vigilia, vegliare ritualmente su un passaggio decisivo. Astronomico o religioso. Che sia la notte di Natale o quella di Capodanno. In ogni caso veglioni. Momenti in cui la condivisione del cibo diventa simbolo unificante. Per i credenti un modo di realizzare il contatto con il sacro attraverso la via dei sensi. Per i non credenti una celebrazione del legame sociale, una festa degli affetti. Cui non ci si può sottrarre.
Non a caso i due cardini della tradizione natalizia sono la famiglia e la tavola. Entrambe sacralizzate dal mangiare insieme le cose di sempre. Dove la riproposizione del menù della tradizione, oggetto di un´autentica mitologia domestica, trasforma la semplice abbuffata festiva in eccesso rituale. Oggi temuto da molti ma evitato da pochi. Perché in realtà si tratta di un´orgia obbligatoria, di una liturgia della gola. Che rivela lo stretto intreccio tra piena esultanza dell´anima e l´esultanza piena del corpo.
Proprio come avveniva nel mondo antico dove la cerimonia principale della polis consisteva in un banchetto di vigilia chiamato “sacrificio”, fatto di cibi offerti simbolicamente agli dei. La scelta delle pietanze, i tipi di cottura, la successione delle portate obbedivano a un rigoroso palinsesto cerimoniale. Carni, legumi, pesci, dolci, formaggi, frutta secca. I convitati erano tenuti ad assaggiare di tutto un po´ anche a costo di scoppiare. Allontanarsi dalla tradizione sarebbe stato considerato un sacrilegio, una messa in discussione del patto identitario. Tutti, anche i più poveri dovevano essere ammessi alla grande abbuffata.
Queste forme di gastronomia sacralizzata caratterizzano anche le nostre vigilie e hanno fatto nascere nei secoli delle singolari forme di previdenza festiva. Come i Goose Clubs dell´Inghilterra vittoriana e i Christmas Clubs americani del primo Novecento, salvadanai popolari, che con il versamento durante l´anno di qualche spicciolo a settimana garantivano a tutti di potersi concedere la strippata natalizia. Anche nelle nostre città si usava lasciare ogni giorno ai negozianti di alimentari delle piccole somme a mo´ di anticipo. Costituendo così un credito da spendere tutto d´un botto per imbandire un cenone come Dio comanda. Detto in altri termini, per osservare il diritto-dovere di consumare il banchetto rituale in ogni sua sequenza.
E perfino in un tempo secolarizzato come il nostro in cui lo spirito della festa sembra ridursi alla frenesia consumistica, i nostri opulenti menù festivi sono in realtà la versione postmoderna delle orge sacre di un tempo. Niente carne né grassi animali per rispettare i divieti conciliari, ma in compenso cascate di salmone, deliri di frutti di mare, trionfi di ostriche, maree di branzini. È il magro che si rovescia nel suo contrario e realizza in termini moderni quel cortocircuito orgiastico fra astinenza e abbondanza, fra rigore e spreco. Quel consumo del sacro che è l´essenza di ogni vigilia.
La Repubblica 24.12.09
Natale sul tetto o in fabbrica per precari e cassintegrati
Natale in fabbrica, o sul tetto, o all’interno del municipio occupato da giorni: i figli dei precari e dei cassintegrati della Fiat, dell’Ispra, di Agile, del pastificio Russo, non hanno chiesto quest’anno a Babbo Natale un giocattolo, ma il posto di lavoro per i loro genitori. Che anche nella notte tra il 24 e il 25 dicembre hanno continuato a presidiare il posto di lavoro, sperando che il clamore suscitato dalle loro vicende possa portare qualche novità positiva nel 2010.
Ispra: cancelli chiusi, niente cibo. Per i ricercatori precari dell’Ispra (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale istituito nel 2008) l’unica novità è stata la chiusura dei cancelli, con divieto assoluto a chiunque di entrare negli spazi dell’Istituto tranne che per motivi di emergenza. Tanto che questa mattina il senatore del Pd Ignazio Marino, che già ieri aveva annunciato che avrebbe passato il Natale con i duecento precari che il 31 dicembre perderanno il posto di lavoro (come già altri loro 200 colleghi nel giugno di quest’anno), per raggiungere i ricercatori che protestavano ha dovuto scavalcare i cancelli.
“Per ora abbiamo ancora un po’ di provviste – dice Massimiliano Bottaro, uno dei ricercatori precari che da 32 giorni sta occupando il tetto dell’Ispra, per protestare contro lo smantellamento di fatto dell’Istituto – e per i prossimi giorni ci arrangeremo, vorrà dire che andremo in controtendenza, anziché ingrassare a Natale per un eccesso di pranzi e cene, dimagriremo un po’…”.
Battute a parte, la chiusura dei cancelli dell’Ispra è stata vista dai ricercatori in sciopero come l’ennesimo atto di disattenzione e di prepotenza: “Siamo stati sentiti in Commissione Ambiente sia della Camera che del Senato, due giorni fa finalmente dopo 30 giorni d’indifferenza c’è stato il comunicato del ministro Prestigiacomo – ricorda Bottaro – che si è mostrata molto aperta nei nostri confronti, c’invitava a scendere dal tetto e chiedeva però al governo di valorizzare l’ampio valore delle competenze dell’Ispra. Fino a ieri quindi c’era un clima disteso. Poi ieri s’è cominciato a parlare di sgombero, e dopo lo sgombero ci è stata annunciata la chiusura dei cancelli, che di fatto ci isola dal resto del mondo. Si sono uniti alle nostre proteste l’onorevole Madia, il Tg3, che segue la nostra protesta, il sindacato RDB Cub. Per cui alla fine ieri sera i cancelli sono rimasti aperti, ma questa mattina li abbiamo trovati chiusi. In teoria, non possono passare neanche le persone che vengono a portarci generi di prima necessità, possono entrare solo le persone autorizzate dalla struttura commissariale. Oggi aspettiamo ancora visite di esponenti politici che ci hanno dichiarato la loro solidarietà: alle 15 Furio Colombo, alle 17 Roberto Della Seta, attuale presidente di Legambiente. Siamo anche sorvegliati dalle forze dell’ordine, c’è una pattuglia in borghese. Non capiamo il perché di un atteggiamento così chiuso nei nostri confronti. Noi siamo gente che ha sempre lavorato dentro lo Stato. E per il primo gennaio, quando i nostri contratti saranno scaduti e non avremo più titolo per rimanere qui, a questo punto temiano lo sgombero”.
A Pomigliano gli operai in municipio. Anche a Pomigliano d’Arco, in Campania, ci sono 92 lavoratori precari della Fiat che stanno per perdere il posto di lavoro, e che dal 16 dicembre occupano il municipio della città. Con loro, oltre al sindaco, si è schierato anche il vescovo di Nola, Beniamino Depalma, che oggi alle 18 celebrerà la messa di Natale nel municipio insieme agli occupanti e alle loro famiglie. Il problema non è solo di coloro che stanno per perdere il posto di lavoro: anche gli altri 5000 dipendenti sono da tempo in una situazione estremamente incerta, lavorano sì e no una settimana al mese, e per il resto c’è solo la Cassa Integrazione.
Le assicurazioni dell’amministratore delegato della Fiat, fatte il 22 dicembre nel corso dell’incontro con il governo a Palazzo Chigi, non li hanno affatto tranquillizzati: “Il 30 avremo un nuovo incontro in prefettura, con il prefetto, i sindacati e un paio di sindaci che ci sono vicini. Però non vediamo novità immediate, – spiega Domenico Loffredo, Rsu della Fiom – continuiamo a lavorare tre giorni, quattro mesi al mese al massimo, e dalle dichiarazioni che sono state fatte a Palazzo Chigi penso che questa situazione andrà avanti per un bel po’. Certo, nel 2012 dovremo entrare nel ciclo produttivo della Panda e lavorare un pochino di più. Però intanto l’altro modello che abbiamo, la 159, tra due anni sarà finito, ci ritroveremo probabilmente nella stessa situazione, visto che la 147 è ormai praticamente dimessa. Siamo preoccupati, non vorremmo che parlare della Panda fosse solo un modo per tenerci buoni nel frattempo”.
Intanto, gli operai di Pomigliano, nonostante abbiano dormito nel municipio, con le loro proteste, non hanno rinunciato al pranzo della vigilia di Natale: “C’è un presidio permanente, ma abbiamo voluto fare lo stesso una minicena di Natale. Anche oggi saremo lì tutta la giornata, e alle 18 ci sarà la messa con il vescovo”.
Anche gli operai Fiat di Termini Imerese, stabilimento che verrà chiuso entro il 2011, come ha annunciato Marchionne, hanno organizzato scioperi e proteste anche per i giorni di festa.
Eutelia: “Rimaniamo nell”azienda”. Anche i dipendenti dell’Agile (ex Eutelia) di Pregnana Milanese sono rimasti all’interno dell’azienda, occupata da quasi due mesi. Lo hanno deciso ieri, durante l’assemblea organizzata dai sindacati per “valutare le forme di mobilitazione” dopo la decisione del Tribunale civile di Roma di disporre il sequestro dei beni dell’azienda e di nominare tre custodi per gestire l’ordinaria amministrazione. “Siamo soddisfatti di questo passo avanti – ha detto Angelo Pagaria, delegato della Fiom-Cgil – e ci auguriamo di incontrare i custodi subito dopo Natale. In questa fase bisogna agire molto velocemente, ripristinare le attività produttive, saldare i debiti con i fornitori e garantire ai dipendenti, da mesi senza stipendio, il pagamento degli arretrati”.
I lavoratori rimarranno però in presidio “fino a quando non verranno date garanzie alle 200 persone che rischiano il licenziamento nello stabilimento di Pregnana”, che conta circa 400 dipendenti. “Rimaniamo nell’azienda in turni di 10-15 persone, e qualcuno di noi trascorrerà il Natale in presidio. Porteremo spumante e panettone – ha concluso Pagaria – e cercheremo comunque di festeggiare”.
Da Repubblica.it
“Sistema paese: quattro ponti per le riforme”, di Michele Ainis
Una statuetta del duomo di Milano ha schiuso i battenti alle riforme, anche se avremmo preferito uno strumento meno contundente. Però il suo effetto è stato pari a un sedativo per i bollenti spiriti che fin qui impedivano qualunque trattativa. Da un giorno all’altro destra e sinistra parlano all’unisono: la Costituzione si può modificare. In quali norme, con quali presupposti? Si vedrà, non è un problema.
Per il momento la discussione gira attorno al metodo, alla modalità più rapida e sicura; e anzi i più sostengono che una procedura vale l’altra, tanto ciò che conta è l’intenzione. Errore: in queste faccende il successo dipende dal percorso sul quale s’incamminano i viandanti. Ecco allora una mappa, o meglio un vademecum, con il profilo delle diverse soluzioni. A occhio e croce sono quattro, come gli elementi del nostro pianeta.
Assemblea costituente. È l’indicazione più alla moda: la propongono Cossiga, Frattini, Buttiglione, un drappello di ex socialisti fra i quali spiccano Martelli e Formica, nonché vari altri esponenti della prima e della seconda Repubblica. Non che l’idea sia particolarmente originale: nel dicembre 2000 ci aveva fatto un pensierino pure Silvio Berlusconi. Andando più a ritroso, possiamo rievocare il messaggio al parlamento di Cossiga nel 1991; i Cobas (Comitati di base per l’assemblea costituente) fondati da Segni nel 1996; la proposta d’eleggere una Costituente in contemporanea alle europee del 1999, subito appoggiata dal presidente della Camera Violante; le analoghe proposte di Mancino (all’epoca presidente del Senato), Martinazzoli, Veltroni. Domanda: e allora perché, figlia di cotanti padri, la fanciulla non è mai andata in sposa? Risposta: perché le Assemblee costituenti vengono generate dalla storia, non dai colpi d’ingegno. Hanno il potere di riedificare su nuove fondamenta la società politica e civile, e dunque s’affacciano quando il terreno è ingombro di macerie, dopo una guerra, una tirannia, un’indipendenza nazionale pagata con il sangue degli eroi. Ma c’è una guerra nelle nostre strade? No, e sarebbe meglio non evocare i suoi fantasmi.
Bicamerale. Qui i tifosi sono meno numerosi, anche se vi figura un nome illustre come Giulio Tremonti. La ragione di questo scarso appeal dipende a sua volta dalla storia, o meglio dall’esperienza che ne abbiamo maturato durante gli ultimi decenni: tre tentativi, tre fiaschi solenni. Nell’ordine: la Bozzi (chiuse ingloriosamente i propri lavori nel 1985), la De Mita-Iotti (istituita nel 1992), la D’Alema (nel 1997). Vogliamo riprovarci? Vogliamo davvero battezzare un altro parlamentino di senatori e deputati, come se due Camere non fossero abbastanza? Se sarà questa la nostra decisione, dovremo tuttavia confezionarla attraverso una doppia pre-decisione. In primo luogo, sui poteri della Bicamerale (quella presieduta da Aldo Bozzi aveva semplicemente compiti di studio e di progettazione). In secondo luogo, sulla procedura per istituirla. Se infatti desideriamo conferirle poteri straordinari, se dunque intendiamo derogare al normale procedimento di revisione disciplinato nell’articolo 138, saremo costretti in ogni caso a scrivere una legge costituzionale che introduca l’eccezione. In altre parole, dovremo usare l’articolo 138 per liberarci dell’articolo 138. Ma di questi tempi il rischio è d’impiccarci sui cavilli, senza mai montare sul cavallo.
Convenzione. È una via di mezzo fra Costituente e Bicamerale, perché verrebbe eletta fuori dal parlamento (senza l’autoreferenzialità della Bicamerale), tuttavia lasciando al parlamento l’ultima parola. Questo, almeno, nella versione proposta dalla fondazione Donat Cattin nel 2002 (con il plauso di Berlusconi e di Fassino, a quel tempo segretario dei Ds), sulla falsariga della Convenzione europea presieduta da Giscard d’Estaing, che nel 2003 ha steso un progetto di Costituzione per l’Europa. Nel 2007 Amato rilanciò l’idea con alcune varianti marginali; nei giorni scorsi l’ha rilanciata a sua volta Calderoli, concependola però come organismo parlamentare integrato da rappresentanti del territorio. Insomma, grande confusione sotto i cieli. Per orientarci fra le cose e le parole (si chiama Convenzione anche la Cedu, il testo che protegge le libertà fondamentali), è utile rievocare l’archetipo di quest’assemblea legislativa. In origine era la Convention nationale, operò a Parigi fra il 1792 e il 1795, ne fece parte pure Robespierre. Lui però finì ghigliottinato per ordine della stessa Convenzione: non è un buon viatico per gli aspiranti candidati.
Procedura ordinaria. È una soluzione meno eroica, che difficilmente consegnerà ai libri di storia i suoi protagonisti. Sarà per questo che fatica a trovare dei padrini, se si eccettua qualche esponente dell’opposizione, e il solo Cicchitto tra le fila della maggioranza. Tuttavia avanzare attraverso riforme chirurgiche e puntuali, rispettando il metodo scolpito nell’articolo 138 della Costituzione, presenterebbe un arco di vantaggi. In primo luogo, eviteremmo di delegittimare ulteriormente la Carta del 1947, inventando organi e poteri straordinari per la sua manutenzione. In secondo luogo, potremmo spacchettare la riforma per oggetti omogenei, distinguendo per esempio la giustizia dalla forma di governo; ne guadagneremmo in chiarezza, e ci guadagnerebbero pure gli elettori durante il successivo referendum, che a quel punto s’articolerebbe su altrettanti quesiti, anziché su un prendere o lasciare in blocco. In terzo luogo, appesantire l’iter di questa revisione con procedure e passaggi eccezionali significa moltiplicarne i rischi, le trappole sulla sua riuscita. In quarto luogo, e soprattutto: l’impianto della nostra Carta è ancora valido, non serve una rivoluzione. Serve, piuttosto, una ristrutturazione.
“L`inconcludente summit di Copenaghen e la vera lotta ai cambiamenti climatici”, di Guido Viale
Per decenni gli ambientalisti sono stati accusati dai teorici dello “sviluppo” e dagli epigoni dell`industrialismo ad oltranza divoler ritornare alla luce delle candele e alla vita nelle grotte. Adesso è ormai chiaro a tutte le persone e a tutti i governanti informati (purtroppo in Italia più rari, questi ultimi, che in qualsiasi piccolo Stato dell`Africa o dell`Oceania) che a farci tornare all`età della pietra saranno proprio loro, i teorici delle capacità autoregolative dei mercati (detto anche “pensiero unico”) e del business-asusual (in sigla, Bau) promosso e imposto dalle lobbies delle industrie petrolifera, automobilistica, energetica e dai costruttori di “Grandi opere”, se la loro presa sui governi usciti a mani vuote dalla Conferenza di Copenaghen non verrà azzerata.
Le conseguenze dell`inconcludenza di questo “Summit” sono state solo adombrate dal rapporto di Greenpeace di cui riferiva Antonio Cianciullo su questo giornale il 21 dicembre. Ma bastano pochi cenni a quello scenario tutt`altro che improbabile per rendersi conto che una vera politica industriale (ma anche, va da sé, energetica, agricola, alimentare, dei trasporti, delle infrastrutture e, vivaddio, culturale) adeguata ai tempi, cioè in grado di preservarci, almeno in parte, da una catastrofe già in corso, può solo adottare le soluzioni innovative che da anni gli ambientalisti propugnano. Sono soluzioni messe a punto, per lo più con sostegno scarso o nullo dei governi e ancora più scarsi finanziamenti, spesso senza alcuna risonanza mediatica o addirittura circondate dal dileggio dei portavoce delle grandi corporation, da una schiera molto ampia di tecnici, di pionieri nel campo delle tecnologie, di imprese ed amministrazioni che hanno avuto il coraggio di andare controcorrente, ma anche da un numero sterminato di agricoltori, di consumatori attenti alla qualità, di quelle “comunità del cibo” di cui spesso parla Carlo Petrini su questo giornale. Quelle soluzioni si chiamano efficienza energetica (misure largamente praticabili in grado di ridurre di un terzo, o della metà anche più, i consumi energetici a parità di efficacia), fonti energetiche rinnovabili, bioedilizia, mobilità sostenibile (fine della dittatura dell`auto privata), agricoltura biologica e a chilometri zero, rivalutazione delle colture autoctone, difesa della biodiversità e dell`assetto idrogeologico dei territori, educazione permanente. Non c`è altra strada percorribile e tutte le persone minimamente informate lo sanno.
Ma è ovvio che le resistenze verso una svolta del genere nascono dall`attaccamento ad abitudini consolidate che ciascuno di noi ha: sia come consumatori che come lavoratori (per lo meno finché il posto di lavoro legato allevecchie produzioni non viene a mancare); ma che allignano anche di più nelle imprese (protagoniste, nella vulgata ufficiale, di tutti o quasi i processi di innovazione), nelle amministrazioni locali, nelle agenzie educative.
Fino a ripercuotersi, in un processo di progressiva deresponsabilizzazione, nelle scelte di governi che vivono di sondaggi, dipolitica-spettacolo, con l`affanno di scadenze elettorali sempre più serrate.
Di qui la generale inadeguatezza che dai governi si riverbera, con un processo circolare, sui governati; indotti a non allarmarsi “perché il problema non è poi grave come sembra” o addirittura “non esiste”.
Il fatto è che una riconversione ambientale dell`apparato produttivo, dei nostri stili divita e della ripartizione globale delle risorse, quale quello necessario per prevenire la catastrofe incombente, non può essere governata dall`alto, o in modo centralistico: come può essere invece la decisione di costruire una o tante “Grandi opere”, o di incentivare la vendita sottocosto di automobili, o di ripianare i bilanci delle banche sull`orlo del collasso; cioè gli interventi con cui i governi di tutto il mondo hanno affrontato la crisi economica in corso, senza curarsi di quella ambientale e senza approfittare delle opportu- nità per cambiare rotta che entrambe offrivano.
Perché l` efficienza energetica e la bioedilizia richiedono interventi capillari e differenziati su ogni edificio, su ogni impianto, su ogni nuova apparecchiatura; le rinnovabili dipendono da fonti distribuite, differenziate sulla base dei carichi che devono sostenere e dell`accessibilità e disponibilità delle risorse; la mobilità sostenibile richiede soluzioni di trasporto pubblico – sia di massa che flessibile e personalizzato – ritagliati sulle caratteristiche del territorio e sulle esigenze delle loro popolazioni; agricoltura e alimentazione sostenibili richiedono un ridisegno completo dei piani colturali, degli approvvigionamenti e del sistema distributivo; le opere di salvaguardia degli assetti idrogeologici sono differenti in ogni area; l`educazione permanente non può essere promossa senza coinvolgerne nella sua programmazione i beneficiari.
Insomma, la riconversione ambientale che può salvarci dal disastro climatico non può essere governata dal centro – anche se i governi dovranno sostenerla con norme e finanziamenti adeguati – ma può essere solo impostata, programmatae gestita in forme decentrate, area per area, comune per comune; al limite, tetto per tetto, coinvolgendo tutti i soggetti interessati: imprese disposte a cambiare rotta o a promuovere e sostenere la svolta; amministrazioni locali innovative, associazioni professionali e comitati di cittadini. E questo l`unico vero federalismo.
Naturalmente tra i governi centrali e l`iniziativa dei territori ci deve essere interlocuzione e il governo attuale del nostro paese, nonostante il conclamato federalismo, non sembra il più adatto né il più propenso a un approccio del genere. Ma se anche questo o un altro governo (domani, chissà?) decidesse di mettersi su questa strada, senza una robusta iniziativa dal basso e dalle periferie sarebbe del tutto impotente.
L`unica strada percorribile per ottenere una vera svolta, tanto a livello locale e nazionale che planetario, e anche l`unica forma praticabile di riequilibrio nell`utilizzo delle risorse a livello globale, potranno solo scaturire – e in minima parte, lo stanno già facendo – dal rafforzamento dell`iniziativa locale.
Quello che ci insegna la Conferenza di Copenaghen, dunque, è che summit di questo genere non si devono più fare. La ribalta deve essere lasciata libera perché gli scienziati, attraverso un libero confronto anche con chi professa scetticismo – purché tutti dichia- rino le fonti di finanziamento dei loro studi e delle loro pubblicazioni -possano informare il pubblico suipericoli che corriamo; eperché chi sta già operando, in piccolo o alla grande, per il cambiamento possa presentare al mondo le proprie buone pratiche e farne valutare la replicabilità. Invece, perché i governi possano legittimamente riproporsi un accordo occorre che ciascuno abbia dietro le spalle programmi e misure in cui non solo siano fissati gli obiettivi, ma anche le risorse che intende impegnare, le misure adottate o da adottare, gli attori coinvolti o da coinvolgere; e perché questo avvenga occorre innanzitutto che governati e governanti si convincano che la riconversione ambientale non è solo un costo – come inevitabilmente viene percepita quando si fissano solo obiettivi di riduzione, senza la necessaria attrezzatura – ma una grande opportunità:di innovazione, di benessere, di occupazione, di equità e di convivenza più pacifica; e anche di business. Ma soprattutto di salvezza per il pianeta.
Le soluzioni si chiamano efficienza energetica, fonti rinnovabili, bioedilizia, mobilità sostenibile, agricoltura biologica, difesa dell`assetto idrogeologico La riconversione ambientale non può essere governata dal centro: può essere impostata, ma poi va gestita in forme decentrate, area per area, comune per comune.
La Repubblica 23.12.09
