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Morti 172 detenuti, mai così tanti in un anno

Superato il record di nove anni fa. Ultima vittima un giovane nigeriano che ha perso la vita per un malore nell’istituto di pena di Teramo. Dubbi sul suo decesso: lo scorso 22 settembre il 31enne fu testimone di un pestaggio ai danni di un altro detenuto. Il 2009 sarà ricordato anche come l’anno record di detenuti che hanno perso la vita nelle carceri italiane. Con la morte di Uzoma Emeka, il giovane nigeriano recluso nel carcere di Castrogno (Teramo), al 21 dicembre il conto sale a quota 172 vittime, superando così il triste primato del 2001. A fornire i dati è l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, ricordando come negli ultimi dieci anni sono morte in totale 1.560 persone (tra cui 558 suicidi), per la maggior parte giovani, spesso tossicodipenti con problemi di salute fisica e psichica.

“IL NEGRO HA VISTO TUTTO”. Il decesso di Emeka, però, oltre a far segnare lo spiacevole record, è legato anche a un fatto di cronaca che lascia qualche dubbio, così come avvenne per il caso Cucchi a Roma. La vittima, infatti, è “il negro che ha visto tutto”: così lo definì lo scorso 22 settembre il capo delle guardie carcerarie di Castrogno, Giuseppe Luzi, riproverando i colleghi di avere pestato un altro detenuto proprio davanti agli occhi del nigeriano. “Non si massacrano i detenuti così, in sezione, si massacrano sotto”, aggiunse. L’audio del rimbrotto finì alla redazione del quotidiano La Città che le ha pubblicate, determinando una serie di polemiche compresa la rimozione di Luzi dall’incarico. Emeka era dentro per una condanna a due anni per spaccio di stupefacenti. Stando a quanto scrive La Stampa, venerdì mattina si è sentito male in carcere attorno alle 8.30. All’ospedale, però, ci è arrivato solo dopo l’una del pomeriggio. I giudici hanno disposto l’autopsia sul cadavere e l’esame autoptico verrà anche filmato. Perito di parte sarà il professore Giulio Sacchetti dell’Università di Roma. La Procura ha aperto un’inchiesta e la polizia ha già ascoltato alcuni testimoni.

RADICALI E ASSOCIAZIONI: “FARE CHIAREZZA”. “Non sappiamo, ma in ogni caso è certo che a Teramo si è verificato l’ennesimo caso di abbandono terapeutico”, commenta in una nota Luigi Manconi, presidente dell’associazione ‘A buon diritto’. “Ora – aggiunge – si parla di morte per cause naturali, ma sappiamo che oltre il 50 per cento dei decessi in cella è classificato come dovuto a ‘cause da accertare’. Anche i Radicali, da sempre in prima linea nel difendere i diritti dei detenuti, vogliono vederci chiaro: “Sarebbe utile sapere perché il ministro della Giustizia non risponde alle nostre interrogazioni”, scrive in una nota Rita Bernardini. Un silenzio “molto grave perché, forse, si sarebbe potuta evitare l’ennesima tragedia”. Nella nota si descrivono poi le condizioni dell’istituto di pena di Teramo, “dove sono stipati 400 detenuti in spazi che potrebbero contenerne 230 e gli agenti in servizio sono solo 155 a fronte di una pianta organica che ne prevede 203”.

ARRIVA UNA PROPOSTA DI LEGGE. Proprio i Radicali Italiani, insieme all’associazione Ristretti Orizzonti, lanciano una proposta di legge con il duplice obiettivo “di ridurre il grave sovraffollamento e garantire una maggiore sicurezza alla società” attraverso misure alternative alla detenzione. Il “Patto per il reinserimento e la sicurezza sociale” prevede che i detenuti si impegnino a rispettare tutte le prescrizioni che saranno loro imposte, compresa quella di svolgere gratuitamente una attività risarcitoria, ottenendo “in cambio” di scontare la parte finale della condanna fuori dal carcere sotto la supervisione del servizio sociale. Chi non rispetta le regole, torna in carcere.
www.rassegna.it

“Il realismo necessario”, di Massimo Franco

Dire che Giorgio Napolitano osserva con ottimismo la situazione significherebbe travisarne il pensiero, oltre che le parole. Il suo discorso di ieri alle autorità dello Stato riflette piuttosto la consapevolezza che l’Italia oggi vive una fase tormentata, dominata da molte incognite e quasi in bilico fra stabilità ed elezioni anticipate e fra coesione nazionale e derive violente. L’agguato subito da Silvio Berlusconi a Milano, il 13 dicembre scorso, è stato un «fatto assai grave». Il presidente della Repubblica lo considera come l’epilogo di un imbarbarimento che aveva intravisto e sottolineato più volte. La sua lungimiranza, tuttavia, è una soddisfazione amara.

Per questo Napolitano si sforza di riproporre una lettura che assecondi, se non un clima da riforme condivise, tuttora improbabile, almeno un atteggiamento più ragionevole; e che analizzi rischi e potenzialità, optando per le seconde. Soprattutto, il suo invito è a non aggiungere fattori di divisione artificiosi ad elementi già seri di preoccupazione. Il cuore del suo ragionamento parte dalla presa d’atto che siamo in una legislatura «ancora nella fase iniziale». Il governo farebbe torto a se stesso e alla Costituzione se temesse complotti impossibili quando si ha la fiducia della maggioranza del Parlamento. Non si tratta di esaltare la stabilità in quanto tale: in gioco c’è qualcosa di più.

È «quel fondo di tessuto unitario » che il capo dello Stato teme sia lacerato da una nuova rottura politica e istituzionale. In fondo, il timore espresso nelle scorse settimane di una spirale crescente di veleni ha finito per dare frutti avvelenati anche «con la brutale aggressione al presidente del Consiglio ». Ma quello è solo il punto di arrivo, la «degenerazione verso un clima di violenza» con radici più profonde e lontane. La scommessa di Napolitano è che proprio l’episodio di piazza Duomo diventi l’inizio di un «ripensamento collettivo». Per tutti: per una magistratura della quale critica eccessi di protagonismo e la tentazione di darsi missioni improprie, e per lo stesso governo.

Il capo dello Stato vede incrinato il rapporto fra il Parlamento e Palazzo Chigi. Ritiene che il modo in cui negli anni scorsi le maggioranze hanno imposto le proprie priorità abbia compresso il ruolo delle Camere e peggiorato la qualità delle leggi. La critica non si limita al centrodestra berlusconiano.

Napolitano risale più indietro nel tempo, coinvolgendo in questo giudizio negativo anche altre coalizioni. Ma certamente fra 2008 e 2009 il fenomeno ha assunto contorni nitidi, al punto da evocare l’esistenza di un «sistema parallelo» a quello parlamentare di formazione delle leggi: una distorsione ormai così consolidata che per spezzarla non basta più il galateo istituzionale. Al capitolo delle riforme, tuttavia, il presidente della Repubblica si avvicina con decisione e insieme circospezione: nel senso che l’unico approccio possibile gli sembra quello magari non proprio minimalista ma certamente dettato da un sano realismo. Napolitano torna a suggerire poche proposte, e ben mirate: le uniche che, forse, potrebbero produrre risultati e non ulteriori frustrazioni nell’attuale legislatura. Ed aggiunge il proprio atto di fedeltà al sistema parlamentare, proclamando la sua contrarietà all’idea che esistano riforme costituzionali «di fatto e dunque operanti». Una Costituzione non cambia perché è mutato il sistema politico o è stata modificata la legge elettorale, secondo il capo dello Stato. Si tratta di un ammonimento chiaro: chiunque pensasse di forzare gli equilibri fra i poteri, di cercare scorciatoie magari per tornare alle urne, dovrà fare i conti con passaggi che la Carta prevede come obbligati e inviolabili. Ma se si arrivasse a quel punto, significherebbe che nessuno è stato in grado di governare i conflitti; e che invece del Paese più unito di quanto appaia, raffigurato da Napolitano, ha prevalso una strategia della lacerazione tale da evocare altri strappi: una specie di follia di piazza Duomo come normalità.
Il Corriere della Sera 22.12.09

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Patto scellerato e pessimismo del Colle, di MASSIMO GIANNINI

Come Benedetto Croce, che nel ’48 invocava il suo celebre “Veni, creator spiritus” sull’assemblea convocata per scrivere la tavola delle leggi della Repubblica, così Giorgio Napolitano oggi sembra rievocare il ritorno di un impossibile “spirito costituente”. Ma nelle parole del capo dello Stato c’è in realtà l’eco nostalgica per un tempo che non ritornerà.
È necessario auspicare che dall’aggressione al premier in Piazza Duomo possa nascere un “ripensamento collettivo”. È giusto richiamare ancora una volta le forze politiche al senso di responsabilità e al “massimo di condivisione e di continuità nel tempo” che la gravità della fase economica e sociale richiederebbero. È doveroso appellarsi alle aspettative di quell’Italia sana che lavora e fatica, e all’esigenza di non lacerare quel “tessuto unitario” così solido e vitale.

È scontato, infine, rinnovare l’invito a fermare “la spirale di una crescente drammatizzazione delle tensioni tra le parti politiche e tra le istituzioni”. Ma cosa può germogliare da tanta speranza, nel discorso pubblico italiano? Al di là della retorica sul “dialogo” e della polemica sull'”inciucio”, maggioranza e opposizione parlano linguaggi incompatibili e alludono a scenari inconciliabili. Il presidente della Repubblica, da politico idealista ma realista, è il primo a rendersene conto, se si costringe ad ammettere che per le grandi riforme, economiche e politiche, non si vede “un clima propizio nella nostra vita pubblica”. La ragione è più semplice di quello che la propaganda dominante vorrebbe far credere. Per il centrodestra, nella versione bellica di Berlusconi e a dispetto della sua fresca ispirazione “ghandiana”, la parola “riforme” è una fantomatica esigenza collettiva che serve per vestire di qualche dignità una drammatica urgenza privata.

Questo è l’assioma intorno al quale il presidente del Consiglio dispiega la sua geometrica potenza: una legge ad personam, che salvandolo dai processi pendenti, trasformi lo stato di diritto in “stato di eccezione”. Tutto il resto, dall’elezione diretta del premier al Senato federale, viene dopo. Sono semplici corollari, utili alla sua biografia personale o alla sua geografia coalizionale. Se non c’è lo scudo processuale a breve per il suo capo, a prescindere dal tempo lungo delle modifiche per via costituzionale del Lodo Alfano e dell’immunità parlamentare, il Pdl non può concepire altre riforme di struttura. Per il centrosinistra, nella versione pragmatica di Bersani e a dispetto della controversa esegesi dell’intenzione dalemiana, si tratta di scegliere, molto semplicemente, se accedere o meno al “patto scellerato”: fidarsi del Cavaliere, ingoiando la diciassettesima legge-vergogna per tentare uno sbocco all’eterna transizione italiana.

Per ora il Pd sembra resistere al canto delle sirene berlusconiane. Dice no allo scambio nelle camere oscure, e opportunamente rilancia una sua agenda di riforme politiche, istituzionali e sociali nelle Camere parlamentari. E fa bene: le riforme appartengono al patrimonio genetico e culturale della sinistra italiana. Sono il suo dna storico e politico. Non bisogna aver paura di avere coraggio, come diceva Aldo Moro negli anni di confronto più serrato con Enrico Berlinguer. Napolitano tutte queste cose le sa, anche se non può dirle in chiaro. Ma da questa consapevolezza nasce il suo attuale pessimismo della ragione. Che lo costringe a tamponare per l’ennesima volta le forzature costituzionali di Berlusconi e le storture politiche della sua maggioranza. La farsa di un “governo che non può governare”, e che invece in questi due anni, con la clava di ben 47 decreti legge, “ha esercitato intensamente i suoi poteri e non ha trovato alcun impedimento” finendo con l’umiliare il Parlamento. La leggenda di una giustizia che non funziona solo perché abitata da toghe rosse e pm politicizzati, mentre il giusto processo riformato nell’articolo 111 della Costituzione esigerebbe ben altri interventi a beneficio dei cittadini. Nel rispetto dell'”intangibile principio di autonomia e indipendenza della magistratura”, ma anche di quel “senso del limite” che dovrebbe caratterizzare sempre i magistrati, chiamati a non esorbitare mai dai propri compiti e a non sentirsi mai investiti di “missioni improprie” (come forse è accaduto ad esempio in qualche passaggio del parere rilasciato dal Csm sul processo breve).

Poi il romanzo del “presidenzialismo di fatto” e della sedicente “costituzione materiale” che ormai sopravanzerebbe la Costituzione formale: Napolitano, su questo, è stato netto come mai era stato, ripescando “l’illusione ottica” denunciata a suo tempo da Leopoldo Elia in quelli che scambiano “per mutamento costituzionale ogni modificazione del sistema politico”, e aggiornandola con un esplicito riferimento alla modificazione della legge elettorale. E infine l’opera buffa del”complotto”, tante volte messa in scena dal presidente del Consiglio e mai come stavolta sconfessata senza pietà dal presidente della Repubblica. Non c’è complotto possibile, di fronte a un governo che ha una maggioranza schiacciante. E persino di fronte alla tanto esecrata Costituzione, che per Berlusconi è un “ferrovecchio sovietico”, mentre è il presidio più forte per le regole democratiche e per le istituzioni repubblicane.

Quale può essere il terreno per “riforme condivise”, in questo abisso di sensibilità politica e di cultura costituzionale? Oggi non c’è risposta. O meglio, ce ne sarebbe una sola, da non confondere con il conservatorismo costituzionale. Nel suo discorso alle alte cariche Napolitano vi accenna, quando parla di una “visione costituzionale” che dovrebbe accomunarci tutti e di un “gioco politico democratico” che andrebbe ancorato alla stabilità delle istituzioni. Nel suo “Intorno alla legge” Gustavo Zagrebelski è più esplicito, quando scrive di “volontà di Costituzione o il nulla”. La Costituzione come “pactum societatis”, presupposto per una convivenza civile, pacifica e costruttiva.
Se manca questo presupposto, si precipita nella kantiana “repubblica dei diavoli”. La Costituzione diventa campo di battaglia e di sopraffazione. Non è forse questa la deriva italiana di questi ultimi anni?
La Repubblica 22.12.09

“Nucleare, ecco il decreto sui siti cinque zone in pole per le centrali”, di Luca Iezzi

Ai Comuni che accettano 20 milioni l´anno di compensazione. Quattro reattori da mettere in cantiere entro il 2020 e poi altri 4-6 impianti successivi. L´articolato sarà sottoposto al Parlamento e alla conferenza Stato-Regioni. Coinvolgere gli enti locali e dargli tanti soldi. Il governo punta su queste due armi per convincere i Comuni ad accettare una centrale nucleare. Il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha annunciato che oggi porterà in Consiglio dei ministri lo schema di decreto legislativo coi criteri di localizzazione e le compensazioni per i siti dove nasceranno le centrali nucleari.
Non ci saranno nomi, ma si darà mandato all´Agenzia per la sicurezza nucleare a definire le zone “eleggibili”: da questi elementi sembrerebbero emergere cinque siti candidati (Montalto di castro, Rovigo, Caorso, Trino Vercellese e Termoli). In particolare sono definiti quattro passi che porteranno alla posa della prima pietra attesa per il 2013. Il governo nei prossimi mesi definisca il suo piano nucleare in un “libro bianco” in cui metterà per iscritto i propri obiettivi, già annunciati più volte dal ministro: 4 reattori da mettere in costruzione entro il 2020 e poi altri 4-6 (dipenderà dalla grandezza) per arrivare ad una capacità installata di 13 mila Mw, cioè una dotazione in grado di soddisfare il 25% del fabbisogno nazionale. Per definire queste “macroaree” l´agenzia si rifarà ai criteri internazionali decisi dalla Aiea e dall´Ocse che definiscono i limiti minimi dal punto di vista della sismicità e della stabilità idrogeologica (rischio di alluvioni e frane). Inoltre l´Agenzia farà una Valutazione Ambientale Strategica che tenga anche conto delle necessità “tecniche” di queste installazioni, su tutte la grande disponibilità di acqua. All´interno di queste aree gli operatori individueranno il sito, e lo sottoporranno di nuovo all´Agenzia e a una Conferenza Unificata (Stato, Regioni, Province e Comuni).
A quel punto partirà il normale processo di autorizzazione, con una Valutazione d´impatto ambientale in cui sarà necessario ancora l´accordo degli enti locali coinvolti. Per vincere le resistenze la bozza di decreto prevede compensazioni molto generose: contributo una tantum in fase di costruzione dell´impianto (circa 30 milioni di euro per reattore, ovvero 6 milioni all´anno per 5 anni) divisi tra imprese, residenti casse del Comune ospite e, in proporzioni decrescenti, dei comuni attigui. Il prezzo dell´elettricità sarà fisso a 0,3 euro per MWh (ossia circa 4 milioni all´anno) per un minimo 60 anni; infine la centrale pagherà 13 milioni di euro di Ici all´anno. Insomma, una compensazione da 20 milioni l´anno per ogni Comune coinvolto.
Il governo non ha ancora istituito l´Agenzia, che secondo la legge sarebbe dovuta arrivare prima del decreto sulla localizzazione. Le nomine dei vertici sono ancora bloccate dai veti incrociati e per non far scadere la delega il governo ha deciso di invertire le scadenze. Dopo la prima lettura in Consiglio il decreto andrà alle commissioni parlamentari e alla conferenza Stato -Regioni.
Per le società, su tutte la joint-venture Enel-Edf, significa stringere il cerchio sui possibili siti; il riferimento ai criteri più moderni dell´Aiea e dell´Ocse e l´obbligo di adottare i reattori di terza generazione (Epr, Ap1000, Abwr) esclude alcuni Comuni che già hanno ospitato centrali nucleari nel passato come Latina o Garigliano. Tra i vecchi siti potrebbero rimanere in corsa solo Trino Vercellese e Caorso. Più probabilmente le attenzioni degli operatori si concentreranno su Montalto di Castro, già di proprietà dell´Enel, e sulla fascia costiera del Sud del Veneto in provincia di Rovigo, in entrambi i luoghi sarebbe possibile costruire due reattori. Appena dietro questi siti possibili, c´è Termoli (Molise), anche se inserito nel gruppo di macroaree sfavorite da considerazioni tecnico-economiche.
Infine nel decreto si parlerà anche del deposito delle scorie nucleari, sia nuove che vecchie: in questo caso, sarà ufficializzata la decisione di non cercare più un deposito definitivo (sottoterra), ma uno provvisorio di superficie in grado di stoccarle per diverse decine di anni.
La Repubblica 22.12.09

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Ambientalisti sul piede di guerra e l´Authority multa Enel distribuzione, di Luisa Grion

I Verdi: il governo ha già pronta la lista dei siti nucleari ma attenderà le elezioni amministrative. Dubbi anche da parte del Pd: assurdo che le Regioni non abbiano voce in capitolo nella scelta.
Sarà un Consiglio dei ministri «inutile»: non ha più senso parlare di criteri sulla base dei quali individuare i siti nucleari. L´elenco dei territori è già pronto sul tavolo del governo, ma non lo si vuole rendere noto per paura delle ripercussioni sulle elezioni amministrative del prossimo marzo. Verdi, Legambiente e Pd denunciano mancanza di trasparenza sulla questione. « L´Enel ha già individuato i siti nucleari – dice Angelo Bonelli dei Verdi – i nomi non vengono fatti solo perché si sa che gli italiani non li vogliono e il governo teme il boomerang del voto». Stessa linea per Legambiente: «A differenza di quanto dice Scajola – commenta Alberto Fiorillo portavoce dell´associazione – i cittadini non vogliono le centrali, tant´è che quando Berlusconi andò in Sardegna per promuovere l´elezione del presidente della Regione Cappellacci disse che sull´isola non ci sarebbero stati siti, ora invece si riparla anche di Oristano». Quanto al Pd, Raffaella Mariani, capogruppo alla commissione Ambiente della Camera, parla di «gioco delle parti». «Siamo contrari a questo rimando al dopo elezioni – dice – come siamo contrari alla superficialità e alla militarizzazione espressa fino ad oggi: è assurdo che le Regioni non abbiano potere in questione e che le centrali possano essere avviate anche senza il loro assenso». Filiberto Zaratti, assessore Ambiente del Lazio di Sinistra e libertà precisa che su questi temi «il consenso dei cittadini è necessario e il consenso si misura solo con il voto: si vuol decidere sul nucleare sopra la loro testa e ciò è inammissibile».
Ma nucleare a parte l´Enel è stata ieri chiamata in causa anche in altre due questioni: l´Autorità per l´energia l´ha condannata a pagare una multa di oltre un milione di euro per violazione alle disposizioni sulle connessioni di impianti per la produzione di energia elettrica alle reti di distribuzione. L´Antitrust, invece, ha chiuso un´istruttoria aperta nell´ottobre 2008 accettando, e rendendoli vincolanti, gli impegni assunti dalla società per evitare l´assunzione di una posizione vincolante sulla vendita al dettaglio di energia elettrica a clienti non domestici.
La Repubblica 22.12.09

Tagli ai bilanci delle scuole: situazione drammatica”, di R.P.

La notizia, anticipata da Flc-Cgil già qualche giorno addietro, ma che per ora non trova conferma nei siti istituzionali, è di quelle adatte a far perdere il sonno a dirigenti scolastici, Dsga e presidenti di consigli di circolo: con la nota n. 8767 il Ministero dell’Istruzione sta inviando alle scuole indicazioni per la stesura del Programma Annuale 2010 a dir poco traumatiche.

In poche parole, la circolare dovrebbe chiarire (il condizionale è d’obbligo dato che per il momento non ne è circolata neppure una bozza) che per il 2010 le assegnazioni per il funzionamento ordinario saranno completamente azzerate.

Le istituzioni scolastiche dovrebbero invece ricevere un unico stanziamento onnicomprensivo dal quale i dirigenti potranno attingere per tutte le esigenze.

Secondo le prime anticipazioni il finanziamento per il 2010 dovrebbe essere complessivamente pari a quanto ricevuto nel 2009.

Il problema maggiore riguarda le spese per le supplenze che non dipendono quasi per nulla dalla capacità delle scuole di sapersi organizzare ma sono legate a fattori molto spesso imponderabili.

La circolare chiarisce anche che dirigenti e Dsga dovranno prestare molta attenzione alle spese perché il finanziamento verrà integrato solo nel caso in cui si riesca a dimostrare che la nomina di supplenti sia stata assolutamente necessaria dopo aver fatto ricorso a ogni possibile forma di “flessibilità organizzativa”.

Per garantire i livelli minimi dell’attività didattica i dirigenti scolastici dovranno dunque sperare di riuscire a risparmiare qualcosa sulle spese per le supplenze: l’impresa si preannuncia ardua, se non del tutto impossibile, soprattutto nella scuola primaria e in quella dell’infanzia dove molto spesso, per garantire la continuità del servizio nei plessi più piccoli, è necessario nominare supplenti anche per assenze di un solo giorno.

Per protestare contro questa situazione, i movimenti di base stanno lanciando la proposta di non approvare il Programma Annuale 2010. In realtà una soluzione del genere potrebbe persino peggiorare la situazione: nelle scuole in cui non dovesse essere approvato il Programma Annuale il Ministero nominerebbe un “commissario ad acta” che, in caso di carenza di fondi per il pagamento delle supplenze, potrebbe benissimo attingere a ogni altra somma disponibile (contributi delle famiglie, stanziamenti di Regioni ed Enti Locali) non impegnata al 31 dicembre 2009.

Le scuole commissariate potrebbe insomma vedersi private non solo dei fondi necessari per far funzionare la didattica, ma anche degli eventuali risparmi comunque effettuati fino ad ora.
da Tecnica della Scuola 22.12.09

8 proposte per l’ambiente. La green economy per uscire dalla crisi

Copenhagen. La disfatta, il compromesso, o il punto di partenza. All’indomani del piu’ importante vertice sul clima dai tempi di Kyoto, le questioni irrisolte sono ancora tante. Le aspettative, deluse o meno, ci sono ancora ed e’ tempo che qualcuno cominci a soddisfarle. Toccherebbe al governo, che sembra però troppo impegnato a sonnecchiare o, peggio, a negare la responsabilità dell’uomo nel global warming. Il PD non ci sta e riparte da qui: dalle proposte.
L’analisi di Bersani. Nel corso della conferenza stampa sul dopo-Copenhagen, tenuta insieme a Stella Bianchi, responsabile Ambiente della segreteria nazionale, Laura Puppato, responsabile forum Ambiente, Roberto Della Seta, capogruppo in commissione Ambiente ed Ermete Realacci, il segretario Pier Luigi Bersani a presentare la green economy come “l’unica carta anticiclica che potremo giocare anche in termini di mobilitazione del risparmio privato”. Non serve solo a preservare l’ambiente, “ma e’ una fonte di occupazione certa e immediata”. Il risultato di Copenhagen non soddisfa, Bersani non ha difficolt” ad ammetterlo, ma “da qui si puo’ partire. A Kyoto erano presenti 40 paesi in meno rispetto a Copenhagen. l’accordo fu vincolante, e’ vero, ma i paesi che assunsero l’impegno rappresentavano in tutto il 30% delle emissioni. A Copenhagen, invece, i paesi presenti erano causa dell’80% delle emissioni. Quantomeno un bel passo in avanti per quanto riguarda la consapevolezza”. Un”analisi, quella del segretario democratico, che concede per” ampi spazi anche alle dolenti note, prima fra tutte l’Europa. Nella difficolt” di imporsi del vecchio continente, il leader PD scorge “il palese isolamento dell’Unione europea, che ha mostrato un deficit di peso politico. Il che conferma che la dimensione intergovernativa non ci porta da nessuna parte”. Altro problema e’ che “alcuni paesi europei hanno ancora una visione troppo arretrata. E l’Italia rappresentata da questo governo e’ senza dubbio fra quelli. Sento da parte del governo un po’ di lacrime di coccodrillo. Sull’ambiente ha avuto sempre una posizione molto tiepida con sfumature negazioniste”. Nonostante l’incertezza del vertice appena concluso, il governo non deve dimenticare che l’obiettivo del 20-20-20 e’ ancora in vigore e l’Italia e’ distante anni luce”.
Le proposte del PD. A presentare l’alternativa, del PD in materia di green Economy e’ Stella Bianchi, responsabile Ambiente della segreteria nazionale. “Le nostre proposte sono gia’ in campo da tempo e le abbiamo ribadite anche nel corso dell’ultima finanziaria. ” precisa Bianchi ” Il piano del PD, strutturato in 8 punti, ” capace di creare un milione di posti di lavoro in cinque anni”.
Efficienza Energetica. “Puntiamo a risparmiare energia con la riqualificazione delle abitazioni e degli edifici privati e pubblici, con la sostituzione delle auto e degli elettrodomestici piu’ inquinanti” spiega il membro della segreteria. In particolare l’obiettivo e’ “rendere permanente ed estendere le agevolazioni fiscali al 55% per gli interventi di efficienza energetica voluto dal governo Prodi. Vogliamo consentire ai comuni di spendere risorse nelle loro casse, in modo da migliorare subito l’ambiente e creare occupazione.
Fonti rinnovabili. Lo scopo e’ raddoppiare nei prossimi dieci anni l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili. Costruire un”industria nazionale del settore e promuovere nuove imprese che producano impianti, tecnologie, pannelli solari, nuovi materiali per l’edilizia etc.. come evidenziato dalla Bianchi e dallo stesso Bersani: “Il ritorno al nucleare e’ impensabile e dispendioso. l’unica cosa che si puo’ fare e’ proiettarsi nella ricerca sul nucleare di ultima generazione. e’ inutile concentrarsi su cose difficili se non si riesce neanche a fare quelle facili”.
Trasporto pubblico. “Nel nostro piano ” spiega Stella Bianchi ” e’ previsto l’investimento pubblico per il rinnovo del parco mezzi con acquisto di autobus a metano. Lo scopo e’ avviare un piano di 1000 treni per i pendolari, con 300 milioni di euro all’anno per 5 anni”. Si prevede inoltre l’introduzione dei ticket tran sport, buoni di trasporto che le aziende potranno fornire ai dipendenti per il tragitto casa-lavoro.
Ricerca. Si prevede il sostegno alla ricerca per le auto ecologiche del futuro e il ripristino del credito di imposta per la ricerca come base dell’economia che punta sull’innovazione, sulla conoscenza e sulla qualit” legata all’ambiente. Si vuole inoltre proseguire il lavoro avviato con Industria 2015.
Territorio, turismo agricoltura di qualit”. Si vogliono favorire le imprese e le economie che si basano sul nostro straordinario patrimonio ambientale e storico culturale, promuovendo il made in italy. Prioritario diventa, pertanto, il ripristino dei fondi per la difesa del suolo dimezzati dal governo.
Rifiuti. Si a incentivare il riciclo dei rifiuti e l’industria ad esso collegati. Come spiega il Pd in una nota, un incremento del 15% in dieci anni rispetto ai livelli attuali rappresenterebbe il 18% rispetto dell’obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni di Co2, con una conseguente riduzione dei consumi energetici di 5 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti.
Regole e procedure semplici e certe. Obiettivo del Pd e’ rendere piu’ semplici le procedure delle autorizzazioni degli impianti che utilizzano fonti rinnovabili e garantiscono risparmio energetico.
Infrastrutture. Come precisa stella Bianchi, “allentare il patto di stabilit” permetter” di aprire subito i cantieri per piccole e medie opere di riqualificazione del territorio e delle citt”, per la manutenzione di scuole, ferrovie e strade”.
Ispra, parla uno dei ricercatori. Presente alla conferenza PD, Paolo Versili, ricercatore Ispra, che racconta qualcosa che le Tv e i giornali non dicono, e forse non sanno: “I licenziamenti riguardano anche le unit” operative, motivo per cui si sta mettendo l’ente in condizione di non funzionare. Quello che in pochi sanno e’ che il nostro ente monitora lo smantellamento nucleare, ma in queste condizioni i livelli di sicurezza ne risentono.

Roberto della Seta ha parlato di “esito molto deludente d Copenhagen rispetto alle attese e alle necessit” del pianeta. Molti paesi hanno assegnato ingenti risorse alla green economy in risposta alla crisi. l’Italia manca all’appello, non solo non sono state destinate risorse, ma addirittura ne sono state tagliate. A Copenhagen non abbiamo contato nulla non per l’assenza del premier, ma perch” a livello internazionale siamo poco credibili. Questo governo deve cambiare rotta e noi staremo col fiato sul collo affinch” lo faccia”.

Il deputato Ermete Realacci attacca il governo: “Mi vergogno quando Berlusconi dichiara che 600 mln in tre anni e’ un contributo generoso, dimenticando che Francia, Germania e Gran Bretagna hanno dato il doppio”.
Iv.Gia
www.partitodemocratico.it

“Fiat, è il giorno del piano Italia”, di Fabio Pozzo

Marchionne incontra governo e sindacati. Operai davanti a Palazzo Chigi. Il giorno della verità. Oggi alle 16, a Palazzo Chigi, l’amministratore delegato di Fiat Group, Sergio Marchionne, presenterà al governo e ai sindacati il suo «piano per l’Italia». Un documento atteso, con cui il manager illustrerà le strategie, gli orientamenti, le decisioni in definitiva del Lingotto sul futuro della produzione di auto del gruppo nel Paese. Una visione che s’innesta in quella più ampia, globale, che Torino ha aperto con l’acquisizione di Chrysler e che vedrà Marchionne chiarire sinergie, alleanze straniere, assetti direzionali; tracciare i confini della riorganizzazione produttiva, e di conseguenza disegnare la mappa che verrà degli stabilimenti e della forza lavoro.

All’incontro, presieduto da Gianni Letta, non sarà presente il premier Silvio Berlusconi, in convalescenza ad Arcore; ci saranno i ministri dello Sviluppo Economico Claudio Scajola, del Lavoro Maurizio Sacconi e probabilmente del Tesoro Giulio Tremonti. Quindi i leader sindacali e, a completare il parterre delle parti sociali, i rappresentanti delle regioni interessate. In piazza ci saranno centinaia di operai, provenienti da tutti gli stabilimenti del gruppo. Nella Capitale, prima del vertice, si riunirà anche il consiglio comunale di Termini Imerese, in via straordinaria per «approvare una mozione a sostegno dei lavoratori dello stabilimento», così nella lettera di convocazione.

Proprio quello dell’impianto siciliano è uno dei principali nodi da sciogliere. Marchionne ha già detto che alla scadenza della produzione della Lancia Y, nel 2011, a Termini il Lingotto cesserà di realizzare auto (pur mantenendovi una presenza industriale). L’ad di Fiat Group ha detto chiaro e tondo che i conti, a Termini, non tornano: produrre un’auto qui costa almeno mille euro in più che in qualsiasi altro stabilimento. Conti che non tornano, però, nemmeno al sindaco di Termini, Salvatore Burrafato: «Vorremmo ragionare con Fiat per capire perché costa tanto in più e come si può fare per abbattere questi costi».

Sulla stessa linea i sindacati, che si presentano oggi al tavolo di Palazzo Chigi con l’auspicio di un «piano credibile» e con due richieste: mantenere gli stabilimenti del Sud, compreso Termini e garantire tutti i posti di lavoro. Diversamente, sarà braccio di ferro sugli eco-incentivi. «Se Fiat garantirà il mantenimento dei posti su basi fondate ed equilibrate, noi saremo d’accordo a che lo Stato dia soldi. Diversamente se l’azienda intende attenersi soltanto a criteri di mercato, lo faccia con soldi suoi», riassume il leader della Cisl, Raffaele Bonanni.

E il governo? Scajola auspica un impegno di Fiat per crescere, oltre che nel mondo (è di ieri la notizia che entro l’anno sarà perfezionata l’intesa tra il Lingotto e il governo serbo che farà ripartire il progetto della jv Fiat Automobili Srbija, con investimento di Torino nella Zastava) anche in Italia. Il ministro chiede, pertanto, «un forte aumento della produzione» nel Paese. Produzione che «oggi è pari a un terzo delle auto che immatricoliamo, mentre altre nazioni, come Germania, Francia e Spagna, immatricolano meno automobili di quante ne producono».
La Stampa 22.12.09

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Fiat, il giorno di Marchionne. I lavoratori in piazza, di Laura Matteucci
Si alza finalmente il sipario sul piano industriale della Fiat per gli stabilimenti italiani. A Palazzo Chigi, l’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, oggi illustra le strategie dell’azienda a governo (Berlusconi ovviamente è assente), sindacati e vertici delle regioni interessate. E in piazza manifestano i lavoratori: particolarmente numerose le delegazioni degli stabilimenti Fiat Auto di Termini Imerese, Pomigliano d’Arco, Arese e dellaFma di Pratola Serra.
I NODI DA SCIOGLIERE Proprio il destino dello stabilimento siciliano di Termini, dove dovrebbe cessare la produzione di auto a fine 2011, resta uno dei principali nodi da sciogliere. Ma sul tavolo ci sono anche la salvaguardia occupazionale e produttiva di tutti i siti, le alleanze straniere e il capitolo incentivi. Alla vigilia dell’incontro, il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, è tornato a fare pressing sul Lingotto per un «forte aumento della produzione auto in Italia». Del resto «oggi – ricorda – produciamo un terzo delle auto che immatricoliamo mentre altri Paesi europei come Germania, Francia, Spagna, immatricolano meno auto di quelle che producono. Ci auguriamo un forte impegno da parte di Fiat che cresce nel mondo a crescere anche in Italia». Un ragionamento sostanzialmente in linea con quello dei sindacati che chiedono garanzie per i lavoratori italiani. Per il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, «se Fiat intende attenersi soltanto a criteri di mercato, benissimo, ma lo faccia con soldi suoi», cioè senza incentivi. Quanto alle ipotesi di un ingresso di un’azienda straniera a Termini, «se c’è un piano industriale serio, i posti di lavoro si mantengono e le condizioni sono garantite, non ci sono problemi», dice sempre Bonanni. Preoccupato per il futuro degli stabilimenti italiani anche il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che nei giorni scorsi aveva sottolineato: «Mi preoccupa se quest’azienda diventa sempre più, di testa e di cuore, statunitense». Inoltre se decide di chiudere Termini Imerese «non ci sarà nulla che offre una prospettiva di lavoro a quelle persone. Non possiamo chiudere i grandi insediamenti industriali». Luigi Angeletti, Uil, torna sul nodo della presunta sovraproduzione: «Noi compriamo auto in misura tre volte superiore a quante ne produciamo e siamo l’unico Paese occidentale dove questo avviene. Non c’è eccesso di capacità produttiva», dice. Anche i sindacati torinesi sono in fibrillazione in attesa dell’incontro di Palazzo Chigi. Le aspettative sono rivolte alla questione di Termini, che potrebbe influire indirettamente sul posizionamento dell’azienda in Italia, e sul futuro di Mirafiori. «Ci aspettiamo che Fiat ci dica come tiene aperti tutti gli stabilimenti e come occupa tutti i lavoratori – dice Giorgio Airaudo, segretario della Fiomtorinese – Sarebbe anche utile che il governo non lasciasse solo il sindacato a chiedere impegni per l’innovazione dell’auto, puntando su motori ibridi ed elettrici che a Torino saremmo in grado di produrre e sviluppare». «Con una forte drammatizzazione sociale – aggiunge il segretario Fim Torino, Claudio Chiarle – rischiamo di trovare soluzioni di tipo geopolitico e non industriale». E il Fismic chiede alla Fiat di assegnare la Topolino a Mirafiori
L’Unità 22.12.09

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Governo e sindacati in pressing sulla Fiat. In piazza a Roma gli operai di Termini, di Paolo Griseri
La fisionomia della nuova Fiat italiana comincerà a prendere forma oggi pomeriggio nell´atteso incontro a Palazzo Chigi tra governo, azienda e sindacati. Difficilmente Marchionne scoprirà tutte le carte, preferendo invece riservare alla prossima primavera una fotografia più dettagliata, anche in considerazione delle integrazioni necessarie con la gamma di Chrysler. Le incognite sono dunque molte. L´incontro di oggi parte con un´unica certezza: l´intenzione del Lingotto di cessare «al 2011» la produzione di auto a Termini Imerese.
Sarà dunque lo stabilimento siciliano al centro della riunione di oggi. Anche se il 2011 appare lontano, è chiaro che quanto verrà deciso nelle prossime settimane sarà anche una conseguenza del destino scelto per Termini. Così in giornata arriverà a Roma un treno speciale dalla Sicilia per consentire a circa 400 operai di protestare di fronte alla sede del governo chiedendo a gran voce di spingere Marchionne a ritornare sulle sue decisioni. In mattinata a Roma si terrà la riunione straordinaria del Consiglio comunale della cittadina siciliana con la partecipazione del sindaco, Salvatore Burrafato. Nella capitale arriverà anche il governatore siciliano Raffaele Lombardo.
Preoccupa i sindacati la scelta di abbandonare la produzione automobilistica in Sicilia ma anche la concorrenza che non solo Termini potrebbe subire dalle iniziative estere del Lingotto. Così il Fismic con Roberto Di Maulo paventa che «anche Mirafiori possa essere a rischio» se verrà confermato che la Fiat intende produrre le city car nel nuovo stabilimento che nascerà in Serbia dalle macerie della Zastava. E la Fiom chiede che nello stabilimento torinese venga realizzata anche l´auto elettrica.
Per spingere Marchionne a non abbandonare la Sicilia il leader della Cisl Raffaele Bonanni torna a chiedere che il governo «vincoli la concessione degli incentivi pubblici alle garanzie per l´occupazione». Bonanni non si dice contrario all´arrivo di un concorrente straniero che garantisca la produzione automobilistica in Sicilia: «Purché abbia un piano industriale serio e mantenga i posti di lavoro». Dopo le voci sull´interesse dei cinesi, l´ultima indiscrezione riguarda la possibilità che l´indiana Tata, solida alleata del Lingotto, possa realizzare a Termini la Nano.
«Ci aspettiamo dalla Fiat l´annuncio di un aumento della produzione in Italia, che oggi è solo un terzo del mercato», ha ribadito ieri il ministro Claudio Scajola. È quasi certo che il Lingotto annuncerà un aumento intorno al milione di auto dalle 650 mila di oggi. Per i sindacati quell´incremento non è sufficiente. Il fatto è che Torino intende raggiungere l´obiettivo applicando uno schema che punta su tre stabilimenti di assemblaggio: le utilitarie a Melfi, la gamma medio alta a Cassino e a Mirafiori l´alta gamma e le produzioni a particolare contenuto innovativo. Uno schema che prevede tre punti deboli: oltre a Termini, Pomigliano (dove non si produrrà più l´Alfa ma la Panda) e Arese (da tempo in via di definitiva chiusura). La riunione di oggi promette di essere solo l´inizio di una lunga trattativa.
La Repubblica 22.12.09

Napolitano: “La vitalità del tessuto unitario condizione essenziale per affrontare le sfide e i rischi del nostro tempo”

“Ci incontriamo oggi a breve distanza di tempo dalla brutale aggressione al Presidente del Consiglio, al quale rinnovo i sensi della mia solidarietà personale e istituzionale e fervidi auguri di pronto ristabilimento”. Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha aperto il suo discorso nel tradizionale incontro di fine anno con le Alte Magistrature della Repubblica.

“Vorrei richiamare l’attenzione – ha poi detto il Capo dello Stato – sulla capacità di fronteggiare la crisi che hanno dimostrato le imprese e le famiglie, e sulle prove di consapevolezza che sono venute dal mondo del lavoro: e l’attenzione va data a questi fattori, perché è dalla loro combinazione con l’azione pubblica che sono venuti i risultati e i segni più positivi via via registratisi, e può venire una risposta adeguata alle preoccupazioni che si profilano per la produzione e per l’occupazione nei prossimi mesi”. “Occupazione per i giovani, sviluppo del Mezzogiorno come condizione per il rilancio dello sviluppo nazionale nel suo complesso: sono questi – per il Capo dello Stato – alcuni dei temi obbligati di un confronto e di un’azione che si proiettino oltre la crisi che abbiamo attraversato e con cui continuiamo a fare i conti”.

Il Presidente ha quindi osservato che le problematiche del Paese “richiederebbero il massimo di condivisione e di continuità nel tempo, anche al di là dell’alternarsi delle maggioranze politiche, perché sono in giuoco impegni e interessi nazionali di lungo periodo. Purtroppo, ancora non si vede in tal senso un clima propizio nella nostra vita pubblica, una consapevolezza comune a maggioranza e opposizione in Parlamento: che dovrebbe abbracciare egualmente l’aspetto del funzionamento e della riforma delle istituzioni”.

Il Capo dello Stato ha affrontato questa parte della riflessione partendo dal “rapporto tra governo e Parlamento, come rapporto funzionale e come cardine dell’equilibrio costituzionale: esso presenta non da qualche anno ma da più legislature seri elementi di criticità, e si discute se e come lo si possa ridefinire in sede di riforma della Costituzione. E’ tuttavia un fatto innegabile che nel 2008-2009 il governo ha esercitato intensamente i suoi poteri, non ha trovato alcun impedimento, a nessun livello, a decidere e attuare tutti i provvedimenti che ha giudicato opportuni per reagire alla crisi finanziaria ed economica. E’ stato invece compresso – per le modalità adottate nel corso del tempo da parte di governi rappresentativi di diversi e opposti schieramenti – l’esercizio del ruolo del Parlamento”.

“Tuttavia, non si esce da questa situazione solo con l’invito a comportamenti più corretti da parte del governo o più virtuosi da parte del Parlamento e dell’opposizione. Se ne esce – ha affermato il Presidente – con misure di riforma, che soddisfino esigenze di tempestività delle decisioni senza sacrificare ruolo del Parlamento e qualità della legislazione”.

Sul “funzionamento della giustizia” il Capo dello Stato ha rilevato che “si debbono affrontare i problemi nella loro oggettività: problemi che incidono sulla durata e su tutti gli aspetti del giusto processo, definiti dall’articolo 111 della Costituzione. E occorre da questo punto di vista intervenire su norme, procedure, strutture organizzative, disponibilità di risorse, ma anche su equilibri istituzionali come quelli riassumibili nel rapporto tra politica e giustizia”. E ha aggiunto: “Per stabilire un più corretto rapporto tra politica e giustizia occorrono, insieme con comportamenti più misurati e costruttivi, modifiche sia di leggi ordinarie sia di clausole costituzionali”. Rimangono “naturalmente decisive le valutazioni e le scelte che il Parlamento è chiamato a definire”.

Il Presidente Napolitano ha quindi ripreso quanto affermato già nel giugno 2006 dopo l’esito negativo del referendum sulla riforma della Seconda Parte della Carta Costituzionale: “Ho ritenuto del tutto sostenibili proposte volte a rivedere norme costituzionali ‘che si giudichino non più corrispondenti a esigenze di moderna ed efficace articolazione dei poteri nel sistema delle istituzioni repubblicane’. In più occasioni, mi è sembrato saggio suggerire tuttavia un approccio realistico, concentrato su alcune, essenziali e ben mirate proposte di riforma. E se insisto su ciò, è perché mi preme che su questo terreno si giunga finalmente a dei risultati nell’attuale legislatura, il che è un ulteriore motivo per cercare la massima condivisione in Parlamento”. “Ritengo però che ogni visione costituzionale, secondo i pur diversi modelli dell’Occidente democratico, debba sancire il rispetto dei limiti da parte di ciascun potere nei confronti dell’altro, equilibri tra i poteri, ‘pesi e contrappesi’ come si usa dire, e garanzie costituzionali, in concreto quel controllo di legittimità costituzionale delle leggi affidato in Italia come dovunque a un’istituzione indipendente, al cui giudizio è rimessa, la si condivida oppure no, la valutazione conclusiva. E’ qui un tratto essenziale della moderna democrazia costituzionale, e un presupposto di quella leale cooperazione tra le istituzioni cui ho sempre fatto e continuo a fare appello, rivolgendomi a tutte e a ciascuna senza eccezione”.

“L’Italia non è, come talvolta si scrive, un paese ‘diviso su tutto’: stiamo attenti – ha rilevato il Presidente – a non lacerare quel fondo di tessuto unitario che si mostra vitale e che è condizione essenziale per affrontare le sfide e i rischi del nostro tempo, per affrontare le debolezze e le malattie più gravi della nostra società. Di qui il mio richiamo di alcune settimane fa, perché si fermasse ‘la spirale di una crescente drammatizzazione delle polemiche e delle tensioni tra le parti politiche e tra le istituzioni’. Un richiamo dettato anche dal dovere di prevenire ogni degenerazione verso un clima di violenza. Dovere cui nessuno può sottrarsi specialmente dopo quel che è accaduto a Milano il 13 dicembre”.

Per il Capo dello Stato occorre guardare “con ragionevolezza allo svolgimento di questa legislatura che è ancora nella fase iniziale. Non si paventino complotti che la Costituzione e le sue regole rendono impraticabili contro un governo che goda della fiducia della maggioranza in Parlamento. Ancoriamo il giuoco politico democratico alla stabilità delle istituzioni; facciamo affidamento sulle garanzie che esse offrono. Raccogliamo un sentimento diffuso tra gli italiani rivolgendoci più serenamente ai problemi del paese e del mondo d’oggi, alle soluzioni concrete e alle riforme di cui l’Italia ha bisogno. Prepariamoci a rappresentare – tracciando il bilancio di 150 anni di Unità – l’immagine di una nazione più consapevole di sé, delle sue risorse e della sua missione. E’ questa – ha concluso il Presidente Napolitano – la responsabilità che noi condividiamo operando nelle istituzioni della Repubblica”.
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