Lo chiedono al ministro Bondi Vincenzo Vita e Giuseppe Giulietti per Articolo21 in relazione alle notizie pubblicate oggi da numerosi quotidiani veneti. “Stando alle cronache – affermano Vita e Giulietti – il governo con un colpo di mano e saltando il parlamento si appresterebbe a inserire nel provvedimento sugli enti lirici una riga killer per azzerare il consiglio della Biennale. Questo nonostante i risultati raggiunti e il ricostruito clima unitario che ha registrato un consenso ampio e trasversale come dimostrano peraltro non solo la rassegna stampa di questi mesi ma anche le odierne dichiarazioni del sindaco di Venezia e del portavoce del presidente Galan, Franco Miracco. Ci auguriamo che il ministro Bondi voglia smentire voci e illazioni. In ogni caso chiederemo che la questione sia sottoposta ad una discussione nella sede delle competenti commissioni parlamentari.
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“Ponte sullo Stretto, il grande spot. L’avvio ai lavori. Ma è bluff”, di Jolanda Bufalini
Un’unica grande via trans/europea che da Berlino arriva a Palermo, scavando il Brennero e gettando l’avveniristico ponte con tremilatrecento metri di luce sullo Stretto. Sogno ingegneristico ed economico per unire la Sicilia al continente ma, come dice uno spot sul gioco responsabile, «bisogna sognare senza illudersi». Altrimenti il risveglio potrebbe essere brusco e la scommessa foriera di cattive sorprese: «Attenti a non unire due cosche anziché due coste», mette in guardia la rete «No ponte». A scendere dal mondo dei sogni con i piedi per terra dovrebbero aiutarci gli studi preliminari (1986 e 2003) che proiettavano le loro ipotesi al 2012.
«Ma ormai ci siamo» osserva Gaetano Giunta, che è stato presidente della commissione sul Ponte del consiglio comunale di Messina. «Oggi quelle previsioni le possiamo confrontare con ciò che è successo». Le previsioni sulle magnifiche sorti e progressive dell’economia siciliana stimavano 8 milioni di passeggeri sullo Stretto nel 2000, 9 milioni 700mila nel 2012 (un aumento del 20 per cento su base annua nel caso di una crescita economica bassa) oppure 12 milioni 300mila in caso di crescita economica alta (un aumento 52%).
Queste stime si sono rivelate sbagliate per più motivi. Purtroppo la crescita economica non è stata quella prospettata: gli estensori dello Studio di impatto ambientale ipotizzavano che il Pil sarebbe cresciuto del 4,4% nell’ipotesi migliore e dell’1,7%, nell’ipotesi peggiore. «E ci marciavano – sostiene Gaetano Giunta – perché il traffico passeggeri non cresce di pari passo con il Pil». Come sono andate effettivamente le cose? Nel periodo 2001-2007 l’economia siciliana è cresciuta dello 0.9 % e quella calabrese dell’1%, l’anno migliore è stato il 2001 (2,8%), dal 2002 in poi lo sviluppo è stato sempre inferiore a quello del Centro nord.
Merci via mare Ma, in tutti questi anni, che le cose andassero bene o male, il traffico marittimo delle merci sullo Stretto è sempre diminuito mentre è cresciuto l’export via mare da Palermo, Trapani, Catania, Messina e, ovviamente, da Gioia Tauro. È per mare che le merci arrivano da e per il Nord e, si presume, tanto più si svilupperanno negli anni in cui il gigantesco cantiere metterà sottosopra Scilla e Cariddi. Chi è che fa la spola nei traghetti dello Stretto? Oltre ai pendolari fra Messina e Reggio (poco trans/europei) ci sono i “padroncini”. I possessori di un furgone o camioncino che portano la merce da paese a paese: un traffico residuale che difficilmente giustifica la Grande Opera in Project Financing. Chi mette i soldi dovrebbe poter rientrare attraverso i pedaggi, ma se il traffico non giustifica l’opera, allora molto difficilmente si troveranno forze imprenditorialmente sane disposte a rischiare i 3.300 milioni di euro richiesti.
Tutto questo alimenta due tipi di preoccupazione. La prima: il Ponte potrebbe rivelarsi una grande occasione di riciclaggio per le mafie delle due sponde sinergicamente interessate al controllo del territorio, alla copertura del traffico di droga , alla gestione dei posti di lavoro. E ci sono attività come il movimento terre, gli espropri, il ciclo del cemento e i servizi ai cantieri che sono particolarmente a rischio perché settori tradizionalmente infiltrati da organizzazioni. La seconda: i costi sono ora ripartiti al 40% per lo Stato e al 60% per i privati. Ma se il Ponte fallisse chi si assumerebbe il passivo? Alla fine l’intero costo potrebbe finire a carico del debito pubblico e dei contribuenti.
L’Unità 21.12.09
“Un protagonista della migliore storia di Carpi”
Il cordoglio dell’on. Manuela Ghizzoni per la morte di Oliviero Saetti. Membro del Cln eletto nel primo Consiglio comunale dopo la guerra. “È scomparso uno dei protagonisti della migliore storia della città di Carpi”. E’ il commento dell’on. Manuela Ghizzoni alla notizia della morte di Oliviero Saetti, già membro del Comitato di Liberazione Nazionale, eletto nel ’46 nel primo Consiglio comunale dopo la Liberazione.
“Ricordo ancora con commozione – ha aggiunto la parlamentare del Pd – la sua testimonianza appassionata durante il 50° anniversario del 1° Consiglio comunale eletto democraticamente. La celebrazione si svolse in modo solenne in Teatro comunale e Saetti ricordò la battaglia per la democrazia e la ricostruzione della nostra città. Con Olivero Saetti scompare l’ultimo sopravvissuto del primo Consiglio comunale di Carpi del dopoguerra – ha concluso l’on. Ghizzoni – rimarrà sempre viva in noi la sua memoria e la memoria del contributo che diede, insieme a tanti giovani di quella straordinaria generazione, alla libertà del nostro Paese e della nostra città”.
“Direttiva sulla parità senza budget”, di Anna Zavaritt
Allargamento della nozione di discriminazione, aumento delle pene pecuniarie e onere della prova a carico del presunto trasgressore. Queste alcune delle importanti novità introdotte della direttiva europea 54 del 2006 – riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego – che sono state recepite, ma senza budget, anche in Italia (con il decreto legislativo del 3 dicembre, in via di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale). Dopo la “tirata d’orecchie” da Bruxelles, quindi – tecnicamente un richiamo formale per mancato recepimento, visto che il termine era il 15 agosto 2008,il Governo ha evitato in zona cesarini una messa in mora, con sanzioni (il termine ultimo era fissato per il 28 dicembre). Nella complessa fase di “traduzione” all’interno del nostro ordinamento – la bozza è dovuta passare al vaglio della Conferenza Stato regioni, poi alle Camere e infine al Consiglio dei ministri – il testo originale ha subito modifiche non sempre condivise dalle parti in causa. Prima di tutto, sebbene la direttiva preveda azioni positive, cioè iniziative specifiche per la promozione della parità sul lavoro, il Governo ha giudicato che «non comporta oneri» e non stanzierà quindi fondi dedicati alla sua implementazione. Per esempio, nell’articolo 1 (divieto di discriminazione e parità di trattamento) del decreto di recepimento (che modifica l’articolo 10, comma 1, del precedente dlgs dell’11 aprile del 2006, Codice delle pari opportunità tra uomo e donna) alla lettera i-ter il Governo si impegna a «provvede, anche attraverso la promozione di-azioni positive, alla rimozione degli ostacoli che limitino l’uguaglianza tra uomo e donna nella progressione professionale e di carriera, allo sviluppo di misure per il reinserimento della donna lavoratrice dopo la maternità, alla più ampia diffusione del part-time e degli altri strumenti di flessibilità a livello aziendale che consentano una migliore conciliazione tra vita lavorativa e impegni familiari». Tutte azioni che richiedono tempo e risorse. Altro punto fondamentale è la designazione di uno o più organismi indipendenti «per la promozione, l’analisi, il controllo e il sostegno della parità di trattamento (…) senza discriminazioni basate sul sesso».La bozza di recepimento italiane individua tali organismi nella consigliera nazionale di parità e nella rete dei consiglieri locali. Pur non negando l’utilità di queste figure, «bisogna sottolineare – spiega Emma Bonino – che non possono essere definiti indipendenti né terzi rispetto all’esecutivo (caratteristica tipica dei componenti delle Authority) i consiglieri che sono nominati (articolo 12 della bozza di recepimento) dal ministro del Lavoro di concerto con il ministro delle Pari opportunità. E che ad essi debbono riferire». Inoltre la procedura di nomina dei consiglieri «rimane sottolinea la vice-presidente del Senato del tutto opaca, limitandosi all’espletamento di una valutazione comparativa, laddove invece sarebbero opportune una piena trasparenza e l’introduzione di requisiti innovativi, simili a quelli recentemente deliberati da questo stesso governo in altre norme». La proposta della Bonino – formulata insieme a Fiorella Kostoris e Valeria Manieri – è quindi quella di creare un’Autorità indipendente, «con un budget non ampio ma adeguato al compito di combattere le secolari, perduranti e talora crescenti discriminazioni esistenti».
Il Sole 24 Ore, 21 dicembre 2009
“Disoccupati, la beffa-una tantum va solo a 1.500 lavoratori a progetto”, di Roberto Mania
ROMA – Co.co.pro. senza sussidio. In oltre centomila hanno perso il lavoro per la crisi, più di 10 mila hanno chiesto l´indennità “una tantum” prevista dalla legge, ma meno di 1.500 l´hanno ottenuta. Sono i numeri di un “flop”, al termine di un anno nel corso del quale il governo ha ripetuto che chiunque avesse perso il lavoro sarebbe stato aiutato. Ma, appunto, non è andata proprio così. Tanto da spingere il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ad annunciare ieri che dopo le regionali il governo procederà, con un disegno di legge delega, ad una riforma degli ammortizzatori basata su due pilastri: una indennità di disoccupazione su base generalizzata e una Cig integrativa “privata”, gestita direttamente dalle parti sociali.
Nel frattempo, la montagna di cassa integrazione (ordinaria, straordinaria e “in deroga”), costruita per fronteggiare la recessione, ha ammortizzato la crisi del lavoro standard a tempo indeterminato, ma ha continuato – di fatto – a lasciare senza tutele il mondo del lavoro precario. Quello che nel nostro paese coincide largamente con i giovani, il cui tasso di disoccupazione è arrivato al 27 per cento. Così – bilancio alla mano – quel mondo è stato soltanto sfiorato dalle misure adottate dall´esecutivo. Non è un caso che lo stesso governatore della Banca d´Italia, Mario Draghi, abbia ricordato nei giorni scorsi – dopo averlo già fatto nelle sue Considerazioni di fine maggio – che un milione e 600 mila lavoratori sono privi dell´ombrello degli ammortizzatori sociali, disegnati sul modello del lavoro “tipico”, non su quello flessibile. E non è un caso che il governo, con la Finanziaria, abbia provato ad allargare un po´ l´area dei tutelati per quanto “una tantum”.
I numeri del bilancio 2009 sull´indennità per i co.co.pro. sono dell´Inps che solo nei giorni scorsi, dopo ripetute sollecitazioni, li ha forniti ai sindacati.
I dati, dunque, di un anno, che ha decimato il lavoro precario, il fronte più esposto alla tempesta provocata dal crollo della domanda mondiale. Agli sportelli dell´Inps sono arrivate 10.144 domande dai collaboratori a progetto; ben 8.272 sono state respinte; 230, al 14 dicembre, erano ancora da definire; e ne sono state accolte 1.457. In media a ciascuno di questi lavoratori sono andati 1.690 euro (pari al 20 per cento del reddito percepito nel 2008) che divisi per i dodici mesi dell´anno corrispondono a circa 140 euro al mese. Nemmeno le già mezze vuote casse dello Stato si sono accorte dell´esborso per i precari: nella Finanziaria dello scorso anno si stanziarono circa 200 milioni, alla fine ne sono stati spesi esattamente 2.463.764,02, pari all´1,23 per cento.
In Lombardia – regione che guida la classifica – sono stati indennizzati 254 collaboratori contro 1.695 richieste. Al secondo posto il Lazio con 180 domande liquidate contro 1.388 arrivate.
Ma perché è andata così? La risposta di Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, ma largamente condivisa anche dagli economisti del lavoro, è questa: «Perché i requisiti di accesso stabiliti dal governo sono troppo alti e quindi finiscono per escludere la maggior parte dei collaboratori. Ma, si badi: quella di escludere è stata una scelta. Si sono illusi migliaia di lavoratori, si è fatta propaganda e poi si sono usate le risorse stanziate per altre finalità».
Il governo ha riservato l´indennità solo ai co.co.pro., lasciando fuori tutte le cosiddette false “partite Iva”, dietro le quali si nasconde vero e proprio lavoro subordinato, e i collaboratori della pubblica amministrazione, area dove si concentra una fetta rilevante del precariato. Poi ha fissato alcuni paletti: la mono-committenza, cioè la collaborazione con un solo soggetto, l´iscrizione per non meno di tre mesi alla Gestione separata dell´Inps, un numero di mensilità alle spalle non inferiore a tre e non superiore a 10 nel corso del 2009, un reddito infine, conseguito nell´anno precedente superiore a 5.000 euro e pari o inferiore a 13 mila. Il risultato si è visto. Né i correttivi dell´ultima ora possono far pensare che cambi lo scenario. Resta sostanzialmente tutto uguale a parte l´indennità che passa dal 20 al 30 per cento del reddito che, a sua volta, alza il limite superiore a 20 mila euro. «Ma così – sostiene Fammoni – anche nel 2010 poche persone prenderanno un´indennità, comunque bassa, e decine di migliaia resteranno senza niente». L´economia sta riprendendo ma per i co.co.pro. il 2010 non si presenta comunque come l´anno della risalita, nemmeno con più di 140 euro al mese di indennità.
La Repubblica, 21 dicembre 2009
“Il mondo decide, l’Italia lo ignora”, di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante
Siamo un paese “extra-territoriale”. Mentre nel mondo per quindici giorni la conferenza sul clima di Copenaghen ha occupato stabilmente le aperture di giornali e telegiornali, ha invaso le dichiarazioni dei politici, ha mobilitato l’attenzione dei principali decisori economici, da noi l’informazione, la politica, le grandi imprese hanno fatto finta di niente, come se il problema le sfiorasse appena, e quando hanno detto o scritto su Copenhagen spesso hanno mostrato una desolante incapacità di entrare nel merito delle questioni su cui si stanno giocando l’andamento e l’esito del vertice.
La misura di questa nostra “alterità” è quantitativa e qualitativa. Per esempio, com’è possibile che l’ormai celeberrimo omicidio di Garlasco, un caso giudiziario come ce ne sono centinaia ogni anno, diventi il tema obbligato di tutti i talk-show e gli approfondimenti tv e la prima notizia sui più autorevoli quotidiani, mentre Tg1 e Tg2 dedicano al summit sul clima due minuti a fine telegiornale? In alcuni casi, la distratta sottovalutazione dell’evento danese ha prodotto effetti paradossali.
Così, la Repubblica ieri ha affibbiato all’ottimo resoconto da Copenhagen di Antonio Cianciullo un titolo («Copenhagen verso il flop») che dice l’esatto contrario di ciò che scrive lo stesso Cianciullo. E così, sempre ieri, l’amministratore delegato di Enel Fulvio Conti – non un passante ma il capo di una delle più importanti industrie energetiche europee – ha dichiarato testualmente che la conferenza è avviata al fallimento, perché non ha coinvolto le imprese. Ora, a parte la previsione che sembra piuttosto un auspicio (Enel guida da tempo insieme a Confindustria il fronte degli avversari di ogni accordo vincolante sul clima), bastava che Conti avesse spedito qui qualche suo lobbysta per sapere che di imprese al Bella Center che ospita la conferenza ce ne sono molte, solo che nessuna è italiana.
In questa gara a chi è più lontano dallo “spirito dei tempi” – difficile dubitare che l’intreccio tra problema climatico e prospettive economiche che domina la discussione a Copenhagen sia oggi una parte rilevante dello spirito dei tempi – informazione e politica si sostengono e si alimentano a vicenda, come in un gioco di specchi dove non si capisce dov’è l’origine dell’immagine e dove la replica.
Comunque e per fortuna, la conferenza sul clima va avanti. La chiusura inizialmente prevista per ieri sera, è slittata, e ancora non si è persa la speranza che si giunga a un accordo politico vincolante.
Obama e Sarkozy, Lula e Zapatero, Brown e Merkel, Wen Jiabao e Ban Ki Moon hanno passato le ultime ore seduti fianco a fianco a scrivere i termini del documento, che dovrebbe impegnare i paesi ricchi (Stati Uniti compresi) a ridurre di almeno il 20-25 per cento le loro emissioni entro il 2020 e a finanziare con cento miliardi di dollari l’anno (sempre di qui al 2020) l’ecosviluppo del Sud del mondo. Ma dovrebbe anche indurre la Cina e gli altri “giganti” emergenti a quasi dimezzare l’intensità di carbonio delle rispettive economie e tutti ad accettare qualche forma di monitoraggio delle azioni svolte e dei risultati raggiunti.
Il tutto per riportare le concentrazioni in atmosfera dei gas a effetto serra a livelli tali da scongiurare quelle conseguenze sociali ed economiche incontrollabili, che deriverebbero da un ulteriore, sensibile aumento della temperatura media terrestre.
Obama ieri ha detto: «Dobbiamo decidere qui ed ora, e la scelta è tra passato e futuro». Lula ha ammonito che la lotta ai cambiamenti climatici è la sfida decisiva per lo sviluppo e per sconfiggere la povertà. I cinesi hanno rivendicato d’essere già ora tra i paesi leader nelle energie rinnovabili. Merkel e Sarkozy spingono perché l’Europa porti dal 20 al 30 per cento il suo obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti al 2020. Berlusconi, questa volta davvero senza colpe, mancava all’appello, ma la destra italiana era rappresentata dai suoi senatori firmatari della mozione in cui si afferma, letteralmente, che i cambiamenti climatici sono un’invenzione degli ambientalisti.
Saluti dal mondo.
Europa, 20 dicembre 2009
Il Viminale sacrifica la legalità al “territorio”, di Claudia Fusani
Primo comandamento: non disturbare il territorio. Anzi, assecondarlo, cioè inviare prefetti graditi agli equilibri politici del luogo. Possibilmente, poi, premiando non i funzionari già in servizio a Roma-Viminale ma pescandoli in giro, nei vari uffici territoriali del governo anche se questo vuol dire scavalcare le graduatorie. Anche questo è federalismo. Anzi, una sua forma assai sottile e più evoluta. Era già successo con il prefetto di Roma Carlo Mosca, rimosso a novembre 2008 perché si rifiutava di far prendere le impronte digitali ai rom così come voleva il sindaco Alemanno. Succede, e si ripete, di nuovo adesso con i casi di Venezia e Fondi dove sono stati rimossi-promossi due prefetti – Michele Lepri Gallerano e Bruno Frattasi – entrati in rotta di collisione con le autorità politiche e amministrative del luogo.
Vanno sempre letti in controluce gli sterminati elenchi della Presidenza del Consiglio con cui vengono comunicati i movimenti e le promozioni dei prefetti in giro per l’Italia. «Rispetto al 1994, la prima volta di Maroni al Viminale come titolare dell’Interno – viene fatto notare in ambiente prefettizio – c’è stato un netto miglioramento nei rapporti tra il ministro e i prefetti. Allora, infatti, il piano più o meno esplicito era quello svuotare la figura del responsabile territoriale del governo ed era stata imboccata una strada che avrebbe portato, nel giro di breve, all’abolizione della nostra figura. Ora invece il prefetto è tornato ad essere centrale nell’organizzazione del territorio, e questo è sicuramente positivo». Ad alcune condizioni, però: che sia compatibile e omogeneo con le esigenze del territorio. Ecco che a Venezia non era più sopportabile un prefetto – Michele Lepri Gallerano – arrivato lì quattro mesi fa, prossimo alla pensione, che la notte tra il 25 e il 26 novembre ha avuto l’ardire di trasferire in un villaggio con vere casette costruite dal comune la comunità sinti di Venezia parcheggiata da sempre in modo indegno in una baraccopoli. Il presidente della Provincia, la leghista Francesca Zaccariotto ha chiesto da quel giorno, ogni giorno, la testa del prefetto. Anche Maroni, tenuto rigorosamente all’oscuro di tutto, gliel’aveva giurata a quel suo rappresentante. Rimosso, quindi, in nome della pax politica del posto.
Promosso al Viminale, invece, Bruno Frattasi, ex prefetto di Latina, che dall’inizio del 2008 ha condotto quasi in solitario una battaglia durissima contro i clan di camorra e ’ndrangheta che piano piano si sono impossessati del territorio di Fondi e del basso Lazio. Frattasi ha “perso” quella battaglia perché il comune di cui ha chiesto lo scioglimento per mafiosità non è stato sciolto – nonostante due richieste dello stesso ministro Maroni – perché il sindaco Parisella (pdl), uomo del senatore Fazzone, alla fine ha preferito il minore dei mali: dimissioni, con la possibilità di ricandidarsi a marzo. La normalizzazione è già in atto a Fondi. Nel silenzio generale. A marzo si vota. Frattasi avrebbe potuto garantire elezioni più serene. E trasparenti. Colpisce, anche, la nomina del nuovo prefetto di Frosinone, Paolino Maddaloni. Nel 2006 è stato a un passo dal diventare sindaco di Caserta in quota Pdl. Tra i suoi principali supporter c’era l’onorevole sottosegretario Nicola Cosentino. Adesso lascia la Commissione per il diritto d’asilo e va a gestire un territorio ad alto rischio di infiltrazioni mafiose.
L’Unità 21.12.09
