Tutti gli articoli relativi a: cultura

"Dal mercato alle diseguaglianze la crisi di un modello globale", di Federico Rampini

La recessione, i guasti della finanza, la ricerca di alternative: ecco perché anche i teorici del sistema economico dominante lo mettono in discussione. Cinque anni dopo il disastro del 2008 non ne siamo ancora usciti. Tramonta l´illusione di essere di fronte a un normale evento ciclico. La concorrenza tra paesi rischia di incoraggiare una competizione verso il peggio, dove tutti si adeguano al livello più basso Il capitalismo ha un deficit mortale: di autostima. La crisi di fiducia in se stesso traspare dai dibattiti che animano due dei più influenti media economico-finanziari. Il Financial Times e The Economist dedicano inchieste, dibattiti e analisi a un interrogativo esistenziale: quella che viviamo è una crisi “terminale” o è ancora curabile all´interno delle regole di un´economia di mercato? Ha più probabilità di sopravvivenza il capitalismo di Stato che governa i Bric, cioè Cina India Brasile Russia? Martin Wolf, l´economista più autorevole del Financial Times, ammette che l´idea di una “estinzione” del capitalismo oggi ha ancora più peso di quanto ne avesse quattro anni fa nell´epicentro della recessione. «Nel …

"Le riforme che la Sinistra deve realizzare", di Felipe Gonzales*

Quarto anno di crisi e la prospettiva ci spinge a pensare al famoso decennio perduto dell’America Latina, negli Anni 80 del secolo scorso. A questi livelli, si tende a dimenticare che l’origine di tutto fu l’implosione di un sistema finanziario sregolato, colmo d’ingegneria finanziaria carica di presunzione, senza alcun rapporto con l’economia produttiva. Tutto ciò causò una recessione mondiale dell’economia reale, particolarmente grave nei Paesi centrali, epicentro di questo assurdo sistema.

"Chi ha detto che il servizio pubblico è per pochi?", di Piero Angela

Ho letto l’intervento di Giorgio Gori pubblicato l’altro ieri dal Corriere con il titolo «Una Rai con il canone, una con gli spot». Una breve considerazione. Ritengo che trasformare Rai 1 e Rai 2 in reti alimentate dalla sola pubblicità e delegare il ruolo di servizio pubblico a Rai 3 (sia pure con una coroncina di reti specialistiche digitali) significherebbe affondare il ruolo che la Rai, intesa come servizio pubblico, dovrebbe svolgere. Essendo l’unica rete pubblica rimasta, a quel punto Rai 3 potrebbe correre il rischio, come di regola avviene in Italia, di dover rappresentare «culturalmente» l’arco costituzionale (con tematiche, trattazioni, autori, dirigenti di varie «aree»?), e magari anche di diventare il terminale di tanti eventi «doverosi» (mostre, manifestazioni, premi letterari), e non potrebbe certo ignorare il teatro, i concerti, la lirica e altro. Ma supponiamo che le cose funzionino bene, che la rete trovi una sua indipendenza, e che i programmi siano di qualità grazie agli autori e registi molto bravi che esistono in Rai. Ci sono due esempi di ottime reti pubbliche: la …

"La scossa della Concordia", di Lorenzo Mondo

Ho viaggiato una volta su una nave della Costa e, a parte gli inconvenienti dovuti all’eccessivo e chiassoso affollamento, non ho avuto di che lamentarmi del personale di bordo, delle varie prestazioni offerte dalla crociera. Non ho assistito alla pratica dell’«inchino», l’abitudine cioè di avvicinarsi alle coste per salutare qualcuno o rendergli omaggio. Forse quel comandante non amava simili esibizioni, forse non erano consentite nei luoghi del Mediterraneo orientale toccati dalla navigazione. Sicché la tragedia della «Concordia» mi trova, a questo riguardo, impreparato e sgomento. Tanto più quando apprendo che la stessa nave aveva già effettuato nel corso degli anni 52 «inchini». Una notizia che rende ben più pesanti, ed estensibili, le accuse rivolte allo sciagurato Schettino. C’è da chiedersi perché, a partire dalla Compagnia, nessuno intervenisse a scongiurare un comportamento così pericoloso e, in varie situazioni, chiaramente dissennato. Lo dimostra a usura l’infortunio del comandante Schettino, così vicino all’isola che, ad onta della sua abilità, si è avveduto solo all’ultimo momento, per «la schiuma sull’acqua», dello schianto imminente contro uno scoglio. E vengono i …

"La neoplebe", di Massimiliano Panarari

Uno spettro si sta aggirando per l’Italia, dal profilo non molto nitido, ma dalle azioni concretissime. Quello di un nuovo soggetto sociale, di non facile definizione e composto di figure e ceti differenti; e, d’altronde, se ci si pensa, non c’è neppure da stupirsene in questi nostri tempi che ci hanno largamente abituati alla frammentarietà. Un soggetto postmoderno, dunque, ma intorno al quale si respira una sensazione, sebbene rivista e corretta, di déjà vu che affonda le radici in tanti episodi che hanno punteggiato la storia dell’Italia premoderna. Proviamo a dargli un nome, beninteso, senza alcun intento snobistico, ma in un’accezione quanto più sociologica possibile. Possiamo chiamarla neoplebe o, fors’anche neoproletariato, il quale, alle braccia della prole, sostituisce, quale strumento di lavoro e simbolo di rivendicazione, il taxi o il forcone. Soggetti sempre liquidi, dunque, ma che nulla hanno a che fare con i cosiddetti lavoratori cognitari, i neoproletari dell’età digitale che operano, sottopagati, nell’economia della conoscenza. In questo caso, invece, dai tassinari romani e napoletani al movimento siciliano dei forconi (che mette assieme agricoltori, …

“Donald Sassoon «È fallito un modello che pareva invincibile»” di Umberto De Giovannangeli

Parla lo storico inglese: in Italia il dibattito è condizionato da un pensiero debole, e quindi subalterno. Tempo fa non sarebbe accaduto, il Pci era più cosmopolita Le cose vanno chiamate per ciò che sono, e analizzate per la loro portata, evitando di restare prigionieri, sia sul piano politico che su quello culturale, di un pensiero così debole da apparire subalterno. Non c’è dubbio che siamo di fronte alla crisi del capitalismo occidentale, sia nella sua versione americana che in quella europea, e mi riferisco in particolare ai Paesi dell’eurozona. E un pensiero critico deve essere all’altezza di questa crisi».

"I boiardi dell'etere", di Giovanni Valentini

È come la storia della volpe e dell´uva. Berlusconi s´era affrettato a profetizzare che un´eventuale asta sulle nuove frequenze tv sarebbe andata deserta. E ora la sua azienda scopre invece che la sospensione del regalo di Stato ai signori dell´etere configurerebbe un´illegalità, invocando perciò a gran voce la “certezza del diritto”. Di fronte all´annuncio del ministro Passera, è del tutto logico e naturale che Mediaset reagisca con questa determinazione e violenza. Non solo perché, insieme alla Rai, il Biscione sarebbe stato il maggior beneficiario del cosiddetto “beauty contest” (concorso di bellezza) che l´ex maggioranza di centrodestra aveva generosamente elargito ai soggetti dominanti del mercato televisivo. Ma anche per il fatto che in questa situazione il partito-azienda dovrebbe votare in Parlamento a favore di un provvedimento contrario agli interessi del suo padre-padrone. A quanto finora è stato comunicato ufficialmente, non si tratta neppure di una revoca o di un´interruzione della procedura, come pure sarebbe stato lecito attendersi dal “governo di impegno nazionale”. Bensì soltanto di una sospensione provvisoria, con un termine già fissato di tre mesi. …