«Con il marchio da stagista », di Bruno Ugolini
Mentre ci si incatena o ci si mette in mutande o si sale su gru e tetti, c’è chi non può certo ricorrere a simili intemperanze. Sono i lavoratori flessibili, isolati, in piena solitudine. Tra questi una condizione particolare è quella dello stagista. Mi è capitato di leggere nel sito da Marco Patruno, una particolare testimonianza. Racconta Stefania: «Tempo fa ho notato in una famosa catena di profumerie che alcune commesse portavano una spilla dove vicino al loro nome compariva la scritta STAGISTA. Quelle ragazze stavano lavorando, perché bollarle e declassarle?». Stefania ha avuto una prima esperienza con un regolare contratto e mille euro al mese. Poi si è trovata «sballottata nel limbo degli stage». E ha capito che «quello che doveva essere un orientamento al lavoro si è trasformato in un fenomeno di malcostume imperante ormai in tutte le categorie produttive, anche in alcune dove la natura stessa dello stage, quello di esperienza formativa, viene completamente meno». Così è possibile trovare, sostiene, annunci del tipo: «Cercasi stagista animatore, cercasi stagista banco pescheria, cercasi stagista …
