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"Lo zar e gli umiliati", di Adriano Sofri

C’è un’ironia nella storia. La Russia di Putin decide di dare una lezione alla modernità votando una nuova legge che punisca la “propaganda di relazioni sessuali non tradizionali”.Che cosa i ligi applicatori della legge possano considerare “propaganda”, non è difficile immaginare: basta guardare l’immagine di un uomo e una donna che si scambino una tenerezza, e dichiararla propaganda eterosessuale. L’ironia sta nel legame piuttosto stretto che cimento olimpico e amore omosessuale ebbero all’origine, a proposito di tradizioni. A Sochi un impiegato del Kgb rifatto vuole celebrare agli occhi del mondo il proprio personale trionfo e la restaurazione della grande Russia. Per farlo non ha badato a spese, e nonostante l’enormità delle risorse impiegate non è arrivato a rifinire alloggi e spogliatoi, e chissà se è vero che a capo dei letti c’è per la devozione degli atleti un suo ritratto. Lo scià di Persia fece a Persepolis qualcosa del genere, i grandi della terra non disertarono, e non gli portò fortuna, a lui e a loro. Il capolavoro di Putin sta per ora, e il cielo salvi tutti da sciagure peggiori, nell’aver sollevato non uno, ma tre macigni che rischiano di ricadergli sui piedi. Ha voluto trionfare nel Caucaso domato, come il cacciatore che si fa ritrarre con lo stivale sopra la fiera abbattuta: ma il Caucaso non è domato, e sia pure coi mezzi più odiosi e disperati degli attacchi suicidi e delle stragi di innocenti rivendica di tenere nella paura i padroni dei giochi e anche i cittadini e i partecipanti. Ha fatto di una regione violentata il teatro della propria megalomania, chiamandovi a esibirsi una truppa di cosacchi pittoreschi, risuscitando così la memoria dello sterminio perpetrato contro il popolo di circassi che abitava quella terra, i cui superstiti denunciano dalla diaspora l’oltraggio. Ha inaugurato i Giochi e lo spirito di ripudio di ogni discriminazione che per statuto li caratterizza con l’esibizione di una minaccia omofoba. I ragazzi del mondo, quei ragazzi che l’autorità neozarista e neostalinista (le due cose vanno bene assieme) vuole proteggere dall’assalto delle cose contronatura, hanno una inaspettata occasione per interrogarsi su vere e proprie rivelazioni: la relazione fra la Russia e il Caucaso, le guerre di Cecenia, l’esistenza di un popolo dal nome favoloso di Circasso, l’infamia contronatura della denigrazione e della persecuzione del modo che le persone trovano o scelgono per amarsi.
Proprio a Sochi, “il luogo fra terra e mare”, il segretario delle Nazioni Unite alla vigilia dell’apertura dei Giochi invernali proclama che “dobbiamo alzare la nostra voce contro gli attacchi alle lesbiche, ai gay, ai bisessuali o ai transgender”. In una larghissima parte del mondo i ragazzi non sanno, o sanno confusamente, che cosa voglia dire “lesbiche, gay, bisessuali, transgender…”. In una larga parte del mondo quelle naturalissime (o, anche, “culturalissime”) inclinazioni vengono umiliate e offese e perseguitate fino alla morte. Gli stessi atleti che arrivano a Sochi da ogni parte del mondo sono chiamati a interrogarsi e rispondere sull’amore e l’odio, e l’amore della libertà e la libertà dell’amore. Mi viene in mente, per un’esperienza personale, quanto possa essere stridente o viceversa prezioso l’incrocio nell’ottusità trionfalista di Putin di un machismo omofobo con il virilismo guerresco dispiegato contro i popoli renitenti del Caucaso, nei quali d’altra parte un virilismo combattente convive molto spesso con un’analoga omofobia. In una delle lunghissime notti di guerra cecene, vuote di luce e piene di bombe, chiesi al mio ospite eroico come venisse considerata fra loro l’omosessualità: comunicavamo in lingue arrangiate e rudimentali, sicché potè mostrare prima di non capire, poi ripiegò sulla negazione recisa e vergognoprie
sa dell’esistenza di qualcosa di simile fra i ceceni. Il giorno dopo, sempre a testa bassa, ammise che in effetti, durante il servizio militare, aveva sentito dal suo ufficiale russo che cose del genere avvenivano: ma, precisò, solo fra russi. La pace e il rispetto delle diversità, il rifiuto delle discriminazioni — i caucasici sono “i negri” dei russi — hanno molto a che fare. La spavalderia e la rozzezza di Putin gli hanno meritato la diserzione dei capi di stato di buona parte dei paesi democratici dall’apertura dei giochi. Il governo italiano ha deciso diversamente, e Enrico Letta ne ha offerto una — Roma 2024 — o due ragioni. Ammesso che le ragioni ci siano, non sono abbastanza da diventare la ragione: la partecipazione politica italiana è un errore. C’è da osservare un’altra coincidenza, fra l’esortazione di Ban Kimoon a denunciare in tutto il mondo lo scandalo della stigmatizzazione e persecuzione delle inclinazioni sessuali, e la raccomandazione contenuta nel rapporto di Ginevra sui diritti dell’infanzia e la chiesa cattolica, in cui si tratta anche dell’insegnamento morale riguardante l’aborto, la famiglia, l’omosessualità. La risentita difesa dei propri principii e delle convinzioni da parte della Chiesa non dovrebbe impedirle di ostacolare con ogni forza le persecuzioni che un’interpretazione intollerante di principii, giudizi e pregiudizi rovescia sulle persone. Confine sul quale si misura in gran parte il pontificato di Francesco.

La Repubblica 07.02.14

"Città metropolitane, riforma necessaria", Graziano Delrio scrive al Direttore de La Stampa

Gentile Direttore,
Se il nostro Paese manca di competitività una delle ragioni è nell`assetto istituzionale superato contro cui si scontra la capacità di reagire e di investire della società. Questo accade in modo vistoso nelle aree in cui si concentrano le migliore energie: le aree urbane. Proprio là dove il Paese ha le maggiori risorse – fintanto che resistono – cioè imprese, università, creatività, popolazione, nodi infrastrutturali, là l`impotenza si sente in modo più amaro.

Con tutta la buona volontà delle istituzioni locali e del virtuoso tessuto sociale italiano, pur avendone le potenzialità Milano non riesce a competere con Francoforte, né Roma con Parigi, e Marsiglia e Lione sembrano su un altro pianeta rispetto alle nostre Genova e Napoli. Sono trent`anni che sí discute della riforma delle città metropolitane e in queste settimane, con il voto al Senato, c`è la possibilità di farla decollare.

In questi ultimi due anni e ultimi mesi i sindaci di Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze e altri ancora hanno costruito con le imprese, le università, le professioni, il mondo del welfare, e insieme a comuni ed enti della province, proposte strategiche per il loro futuro: reti di trasporto integrate e più efficaci, pianificazioni di area vasta a lungo termine, ripensamento del welfare, investimento nell`innovazione.

Queste progettazioni servirebbero a cicatrizzare le ferite profonde della crisi e, insieme alla disponibilità di Programmi operativi nazionali dei Fondi europei nel 2014-2020, a dare slancio a una ripartenza del Paese? Io penso di sì. Penso che dobbiamo, oggi, fare questa scommessa. Ogni giorno che si aspetta, è un giorno di ritardo. Per giocarla, occorre sciogliere i blocchi nevralgici dovuti all`assetto istituzionale.

Via le Province, mantenendo per ora solo minime organizzazioni di area vasta governate da sindaci: sono 86 le Province a statuto ordinario, il destino di quelle nelle regioni a statuto straordinario non dipende dallo Stato. Se non si approva la legge a maggio, 60 di queste andranno al voto. Forte impulso ai sindaci a lavorare insieme, oltre i confini dei comuni, per le aree vaste, con le Regioni.

Nove città metropolitane più Roma Capitale e con il congelamento di Reggio Calabria finché non si risolve il commissariamento del capoluogo e non va a scadenza naturale la provincia. La Città Metropolitana, fatta da capoluogo e comuni, viene governata a titolo gratuito da sindaci e consiglieri: un ente rafforzato, con poteri ben definiti e risorse, e che spezzi la tradizione italiana dei poteri in competizione per i poteri in cooperazione.

Certamente la riforma che abbiamo proposto si basa moltissimo sulle capacità che le autonomie sanno esprimere. Una volta date le chiavi in mano alle Città metropolitane, tocca a loro mettersi in gioco.

Nessuno può vincere un Nobel per legge. In Europa le aree metropolitane sono tutt`altro che poche: sono diverse decine, diversamente da quello che si dice, e la Francia sta approvando per legge 14 nuove aree metropolitane, nove nasceranno in Portogallo. E` questa la direzione verso cui ci si sta muovendo se si guarda avanti. Dare la possibilità di correre ad aree del Paese specificamente votate, con più di un milione di abitanti, e vincolandole a leggi specifiche, è una scelta che il nostro Parlamento valuta.

Ma tutto in una visione ribaltata, nuova: al centro non c`è il potere di veto, bensì l`efficacia e l`efficienza dei servizi, la semplificazione della vita per le imprese, le famiglie – e i cittadini, l`ambizione di stare in Europa con città di altissimo livello sotto tutti gli aspetti.

Questo è l`obiettivo della legge che per conto del governo sto portando avanti, che la Camera ha approvato e che il Senato sta esaminando e può, se vuole, migliorare.

da La Stampa

"Nessun condono per gli interventi di bonifica ambientale", a cura del gruppo PD in Commissione Ambiente

Contrariamente a quanto circolare in rete in questi giorni, l’art. 4, comma 1 del decreto-legge “Destinazione Italia”, non prevede alcun condono tombale né finanziamenti per l’attuazione di interventi di bonifica da parte dei responsabili della contaminazione.

L’ambito oggettivo di applicazione della norma riguarda siti di interesse nazionale contaminati da eventi risalenti nel tempo nei quali gli interventi di risanamento procedono faticosamente per carenza di risorse pubbliche, per gli elevati oneri che i privati devono sostenere, per l’incertezza degli obblighi ambientali a carico di soggetti estranei alla contaminazione che avrebbero interesse ad insediare nuove iniziative economiche in detti siti, per le difficoltà delle azioni giudiziarie di risarcimento del danno ambientale.

L’obiettivo prioritario che la norma intende conseguire infatti, é di favorire investimenti per nuove iniziative economiche in siti nazionali contaminati da parte di soggetti del tutto estranei ad ogni responsabilità per danno ambientale, e di garantire che l’utilizzo di queste aree avvenga in condizioni di sicurezza ambientale e sanitaria, limitando e prevenendo l’ulteriore consumo di suolo e di aree di pregio ambientale o a destinazione agricola o ricreativa. A conferma di ciò la norma prevede che gli accordi di programma possano essere stipulati da soggetti che non sono colpevoli della contaminazione o di proprietari di siti contaminati che non hanno cagionato la contaminazione del sito e hanno adottato tutte le misure di prevenzione per impedire l’ulteriore diffusione dei contaminanti.

In base alla legge e al “principio chi inquina paga” questi soggetti non hanno obblighi né responsabilità di bonifica e riparazione del danno ambientale; tuttavia, con l’accordo di programma assumono e garantiscono di attuare gli interventi di messa in sicurezza o bonifica che consentono di utilizzare il sito senza rischi per la salute e in condizioni di sicurezza ambientale. In pratica, per questi soggetti l’accordo di programma opera al di fuori del campo di applicazione del principio “chi inquina paga” ed é un elemento di certezza rispetto agli obblighi ambientali da assumere, indispensabile per valutare la fattibilità di piani industriali di investimento. In definitiva non si tratta di imporre obblighi di bonifica a un soggetto incolpevole, ma di favorire l’utilizzo del sito senza rischi sanitari e ambientali; obiettivo che può essere conseguito anche con misure di messa in sicurezza (operativa o permanente) e che spiega anche l’esonero da ulteriori obblighi in capo a detto soggetto.
Anche l’estensione dell’ambito soggettivo di applicazione della norma a soggetti responsabili della contaminazione non limita in alcun modo l’applicazione del principio “chi inquina paga” né trasla sulla collettività responsabilità individuali. In primo luogo, la norma prevede che in tale evenienza, con l’accordo di programma, il soggetto deve assumere oltre gli obblighi di messa in sicurezza/ bonifica anche l’obbligo di adottare le misure di riparazione del danno ambientale (primarie, complementari e compensative) di cui all’allegato 3 della parte sesta del D.Lgs. 152/2006; questo allegato riproduce esattamente il corrispondente allegato alla Direttiva 2004/35/UE che disciplina i criteri di individuazione e la natura delle misure di riparazione delle risorse naturali tutelate (suolo, acque sotterranee e superficiali, habitat e specie protette) che il responsabile del danno ambientale deve adottare. Inoltre, a garanzia dell’esatta esecuzione di tali interventi, l’accordo di programma prevede che il soggetto debba prestare idonee garanzie finanziarie.
E’ bene poi sottolineare che eventuali misure di sostegno economico non sono finalizzate a sostenere i costi della bonifica e riparazione da parte di soggetti responsabili dell’inquinamento, ma solo a favorire l’insediamento di nuove iniziative economiche, anche per poter utilizzare parte della nuova ricchezza prodotta nell’esecuzione dei necessari interventi di riparazione del danno ambientale. Sotto tale profilo, comunque, la norma si fa carico anche di impedire ogni possibile attenuazione della funzione preventiva della direttiva 2004/35 sulla responsabilità per danno ambientale. Infatti, per i soggetti in questione la possibilità di stipulare gli accordi di programma è limitata temporalmente ai fatti illeciti commessi in data anteriore all’entrata in vigore negli Stati membri di detta direttiva (al 30.4.2007). Rispetto poi all’obiezione che una volta stipulato l’accordo di programma il soggetto responsabile non sarebbe tenuto ad eventuali ulteriori misure di riparazione per danni emersi successivamente, si deve rilevare che gli interventi di riparazione non possono essere concordati in base a scelte discrezionali ma solo all’esito dei necessari approfondimenti e indagini di caratterizzazione che investono la responsabilità, anche per danno erariale, delle amministrazioni. Si deve poi ricordare che la norma in esame ribadisce in più parti che la responsabilità per danno ambientale dell’autore dell’inquinamento resta ferma.

Tuttavia, per superare qualsiasi elemento di incertezza al riguardo, abbiamo predisposto alcuni emendamenti tra cui uno che precisa ulteriormente che la revoca dell’onere reale per tutti i fatti antecedenti all’accordo di programma previsto dalle misure volte a favorire la realizzazione delle bonifiche dei siti di interesse nazionale, e’ subordinata al rilascio della certificazione dell’avvenuta bonifica e messa in sicurezza dei siti inquinati ai sensi dell’articolo 248 del codice ambientale. In base a tale articolo 248 “la documentazione relativa al piano della caratterizzazione del sito e al progetto operativo, comprensiva delle misure di riparazione, dei monitoraggi da effettuare, delle limitazioni d’uso e delle prescrizioni eventualmente dettate ai sensi dell’articolo 242, comma 4, è trasmessa alla provincia e all’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente competenti ai fini dell’effettuazione dei controlli sulla conformità degli interventi ai progetti approvati.” In particolare si stabilisce che “il completamento degli interventi di bonifica, di messa in sicurezza permanente e di messa in sicurezza operativa, nonché la conformità degli stessi al progetto approvato sono accertati dalla provincia mediante apposita certificazione sulla base di una relazione tecnica predisposta dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente territorialmente competente. Infine, tale certificazione costituisce titolo per lo svincolo delle garanzie finanziarie.

Gruppo PD in Commissione Ambiente della Camera

"Storia dell'arte dimezzata nelle scuole? Già da un pezzo, la notizia è un'altra", da orizzontescuola.it

Notizia rimbalzata un po’ ovunque, ripesa superficialmente anche da qualche vecchia rivista “tecnica”. In realtà la notizia si riferisce ad un emendamento al Disegno di Legge di conversione del decreto-legge 12 settembre 2013 n. 104, “recante misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca (C. 1574-A)” presentato il 31 ottobre alla Camera dei Deputati dall’ Onorevole Celeste Costantino, per il “ripristino della Storia dell’ arte nella scuola secondaria” che non ha trovato ascolto.

L’emendamento era il frutto di una petizione di ben 15.000 firme che è stata bocciato, respinto dalla Camera dei Deputati.

L’articolo che affrontava l’argomento aveva conseguito migliaia di letture e ben 1,300 condivisioni su FaceBook.

Ieri il rimbalzo su internet, con i gruppi interessati all’argomento che si sono affrettati a pubblicare una smentita, sfuggita ad alcuni.

Semmai la notizia è un’altra, già pubblicata dalla nostra redazione: l’impegno del Ministro, in un breve “Tweet”, a commento di una delle tante richieste di riparazione ai danni della riforma Gelmini. “Sicuramente la storia dell’arte sarà una priorità per il 2014”, ha twittato la Carrozza. Articolo che risale al 31 dicembre scorso.

"Carceri: finalmente si fa sul serio", di Sandro Favi,

“L’obiettivo a cui guarda il PD è quello del superamento del modo di legiferare, per giungere ad una pena civile e diversificata, che promana da un sistema giudiziario giusto ed efficiente”. L’intervento di Sandro Favi, Responsabile nazionale carceri del PD

“Finalmente la politica ha deciso di affrontare la “questione carceri” senza rimanere paralizzata nello scontro tra chi agita strumentalmente l’allarme securitario e chi invoca una generale indulgenza, per le obiettive condizioni disumane e degradanti a cui sono sottoposti i detenuti in Italia, ma fuori da una prospettiva percorribile di civilizzazione e umanizzazione del sistema delle pene”, ha chiarito Sandro Favi, Responsabile nazionale carceri del PD

L’obiettivo a cui guarda il PD è quello del superamento del modo di legiferare, che abbiamo conosciuto nel recente passato, per giungere ad una pena civile e diversificata, che promana da un sistema giudiziario giusto ed efficiente.
I primi interventi stanno dando risposte positive in termini strutturali. La popolazione reclusa è diminuita negli ultimi mesi di 3.500 persone rispetto alla media dei detenuti nello scorso anno e di quasi 7.000 rispetto ai picchi toccati nel 2010/2011, quando ancora l’unica opzione considerata era in un futuribile “piano carceri”, che ha visto avvicendarsi commissari straordinari e ordinanze emergenziali, dimostratisi inadeguati al dramma che si stava generando dopo anni di legislazione sbagliata a fini di bandiera e di parte. Siamo convinti che le norme appena approvate con quest’ultimo decreto legge e le prossime, che sono già nella fase finale della discussione parlamentare (pene detentive non carcerarie e riforma della custodia cautelare), accentueranno il progressivo rientro del sistema penitenziario nell’alveo della legalità democratica e della civiltà giuridica, a partire dalla riduzione dell’uso abnorme della custodia cautelare e al rilancio delle misure alternative alla detenzione.

Questo spirito riformatore, corroborato dai primi concreti risultati, potrà consentire di affrontare con determinazione e fiducia le storture di fondo del sistema sanzionatorio ancora annidate nella legislazione degli scorsi anni come quelle contenute nella legge ex-Cirielli del 2005, nella legge Fini Giovanardi con le sue nelle varianti olimpiche (decreto legge per le olimpiadi invernali del 2006) o nella legge Bossi-Fini.

Il sovraffollamento delle carceri non si iscrive solo nel lungo capitolo del deficit infrastrutturale dell’Italia o della mancata modernizzazione del sistema giustizia; oppure dei ritardi cronici della politica ad interpretare le trasformazioni sociali che impattano nella dimensione del processo e dell’esecuzione penale. Il sovraffollamento penitenziario ci interroga in modo pressante sui rispetto dei valori sanciti dalla Costituzione, sulla tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e sui doveri di solidarietà a cui è chiamata la nostra organizzazione sociale, economica e politica, sulla pari dignità e sulla eguaglianza delle persone davanti alla legge, sul senso di umanità che deve presiedere all’esecuzione delle pene, sull’efficace protezione della salute di ogni individuo, sull’impegno a rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona e sulle effettive opportunità di partecipazione e reintegrazione alla vita sociale, sull’obbligo di motivazione dei provvedimenti restrittivi della liberà personale e sui principi del giusto processo.
Abbiamo cominciato a rispondere.

da www.partitodemocratico.it

"Il declino del ceto medio e la deriva populista", di Piero Ignazi

In otto anni il ceto medio si è ristretto: come scriveva Ilvo Diamanti lunedì, nel 2006 si ritenevano appartenenti a quella fascia sociale il 60% degli italiani, mentre oggi sono al 40%; e coloro i quali si considerano in fondo alla scala sociale sono passati dal 28% al 52%. La contrazione del ceto medio investe la “tenuta” delle istituzioni democratiche. Una robusta classe media non solo consente alla democrazia di affermarsi ma garantisce la sua stabilità nel tempo. La caduta verso il basso di questi ceti destabilizza il sistema perché lo spaesamento per la perdita di una condizione spesso acquisita a fatica e con sacrifici, e i sentimenti di frustrazione e rabbia che ne derivano, spingono verso posizioni politiche estreme. In tutta Europa i partiti populisti hanno catturato il consenso dei cittadini colpiti dalla crisi, di coloro che hanno perso il lavoro o di chi un lavoro degno di questo nome non riesce mai a trovarlo. Il nazionalpopulismo di destra, incarnato oggi in maniera molto efficace dalla leader del Front National francese Marine Le Pen, si presenta come l’alternativa di sistema capace di cambiare il corso delle cose e ridare dignità a tutti coloro che l’hanno perduta per colpa degli immigrati che rubano il lavoro ai nativi, delle banche e del fisco che spolpano gli onesti lavoratori, dei politici corrotti e incapaci che pensano solo ai loro interessi. E infine, come velenosa ciliegina sulla torta dell’odio politico, fa capolino, ormai senza vergogna, il carpo espiatorio per eccellenza, la finanza ebraica. Negli anni passati la Lega aveva interpretato sentimenti irosi e scomposti di un ceto medio in ascesa, desideroso di trovare il proprio posto al sole e di ottenere il riconoscimento sociale che gli spettava. Il declino leghista, e in subordine del Pdl, deriva proprio dall’assottigliarsi di questa fascia sociale, cruciale per il loro successo. Il ceto medio dei piccoli imprenditori, dei commercianti e della vasta platea delle partite Iva, non è più rilevante né numericamente (pensiamo solo al crollo dei commercianti “italiani”) né politicamente sensibile ai vecchi interpreti. La sua contrazione coincide con un mutamento “rivoluzionario” dei referenti politici: dalla destra forzaleghista ai cinquestelle. Beppe Grillo si è alimentato, oltre che di un diffuso clima antipolitico, dei sentimenti di mortificazione e paura che attraversano i ceti medi. Le analisi postelettorali concordano infatti su un punto: i lavoratori autonomi, e soprattutto chi il lavoro non c’è l’ha più o non ce l’ha ancora, si sono diretti verso il Movimento 5 Stelle. Chi sta perdendo sicurezza economica o dubita di trovarla, difficilmente affida le proprie speranze a partiti e leader tradizionali. Men che meno a chi ha tradito le sue aspettative (e questa è una ulteriore ragione per cui Forza Italia, al di là del grande serbatoio di casalinghe e pensionati che continua a monopolizzare, ben difficilmente può recuperare i consensi perduti). Sono alla ricerca di una voce ribelle che lenisca le loro ansie. Non è un caso che gli elettori pentastellati siano di gran lunga i più giovani e rappresentino buona parte dei figli del ceto medio declinante. Se teniamo conto di questi elementi strutturali dell’elettorato non può stupire l’aggressività antisistemica che periodicamente esplode nelle file grilline: il M5S rappresenta la versione italica di quella protesta che altrove si indirizza verso l’estrema destra. Ora, al di là delle intemperanze ed aggressioni verbali di questi giorni su cui già si è detto tutto, il M5S non è assimilabile, per storia e cultura politica, al nazionalpopulismo di destra. Comunque, canalizza un magma scomposto e iracondo che scorre nella società italiana (e francamente non si capisce lo stupore scandalizzato per le porcate scritte sui blog grillini: se ne leggono di cotte e di crude dovunque nella rete, anche se è tuttora difficile eguagliare quelle leghiste d’un tempo). Questo magma può essere lasciato a se stesso, in una spirale di radicalizzazione di cui nessuno sente il bisogno. Oppure, con la saggezza di chi ha maggiore esperienza e responsabilità, si può tentare di incanalarlo nell’ambito istituzionale. Ovvio che i grillini recalcitrino e si rifiutino perché la strategia dell’opposizione a 360 gradi sembra vincente in termini elettorali. Ma bisogna superare il muro del rifiuto perché isolarli e sospingerli in un ghetto, nel quale molti di loro vorrebbero ben volentieri rinchiudersi, non fa bene alla democrazia. Più li si marginalizza, più la conflittualità anti-sistemica prende piede, con il rischio di torcere l’“ideologia” grillina verso un populismo senza freni. E alla fine, possibile e probabile, c’è l’incontro con l’altro leader populista di questi vent’anni. A Berlusconi basta un nanosecondo per aprire le braccia a Grillo in nome dell’opposizione all’Europa e ai poteri forti. E il guru genovese, in odio al Pd, potrebbe esservi tentato.

da la Repubblica 6.2.14

"La difesa delle istituzioni", di Gianluigi Pellegrino

LA PRIMA cosa da tenere ben presente è che la ributtante compravendita di senatori per fare cadere un legittimo governo repubblicano, è stata persino confessata da uno dei diretti protagonisti. Quindi tutto si può dire, fuorché che il processo a Berlusconi non sia assolutamente dovuto per l’accertamento definitivo della verità nel giusto contraddittorio tra le parti.
Già solo per questo la scelta compiuta ieri da Pietro Grasso era doverosa. Come tale non meno apprezzabile, ma sicuramente doverosa. Il Presidente del Senato si è semplicemente comportato come un buon padre di famiglia. Chiunque a capo di un’associazione, di un’azienda, in generale di un corpo sociale avrebbe fatto lo stesso. Se la magistratura che su quel confessato verminaio ha dovuto aprire il processo, ha indicato nel Senato l’istituzione offesa, notificando al Presidente il rinvio a giudizio di Berlusconi per la costituzione entro la prossima udienza come poteva Grasso fare scelta diversa? Non decideva per sé ma per l’istituzione che rappresenta. A quale titolo Grasso poteva rifiutare di tutelarla? Peraltro mentre il rifiuto sarebbe stato definitivo, ora sarà il prosieguo del giudizio a stabilire nel pieno contraddittorio la sussistenza effettiva a carico del Senato di un pregiudizio quanto meno di immagine e di decoro. Che per la verità appare scontato a qualsiasi persona di buon senso. Giusto anche l’aver disatteso il parere tutto politico degli esponenti dei partiti che compongono l’ufficio di presidenza e che per fortuna le norme qualificano come non vincolante. Davvero singolare che i voti decisivi sul punto fossero venuti da una forza che pur nel simbolo si qualifica come “civica”.
L’atto dovuto infatti si salda con l’imperativo morale che lo stesso Grasso ha voluto sottolineare. Al di là persino dei presupposti giuridici e dell’esito che avrà il processo, il Senato svolta dal vergognoso quanto grottesco voto per la “nipote di Mubarack” ad un scatto di pur elementare orgoglio civico e istituzionale, necessario in un paese sempre fragile e poroso su questo fronte. E qui salutiamo finalmente un respiro, appunto, di senso civico, un messaggio educativo forte e chiaro che da tempo si attendeva.
Certo adesso l’ineludibile resa dei conti del cavaliere non solo con la giustizia ma con le istituzioni e il loro decoro che ha in questi anni ripetutamente calpestato, rendono plastico anche quanto alta e rischiosa sia la scommessa intrapresa da Matteo Renzi, che pur in una stretta obbligata, con Berlusconi ha aperto il tavolo delle riforme. Al di là ora della facile ironia che attribuirà al cavaliere un motivo in più proprio per abolire il Senato, è evidente come si viaggi su un sentiero strettissimo tanto coraggioso quanto in costante pericolo di frana. Una ragione in più per dire quanto diventi essenziale non solo percorrerlo, ma anche avere come unica bussola di merito l’inequivoco interesse del paese.

da la Repubblica 6.2.14

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“Il Senato contro Berlusconi”, di Claudia Fusani

La scelta di Grasso: parte civile nel processo sulla compravendita dei senatori. «È un dovere morale»
«Atto istituzionale non politico». E poi Pd, M5S, Sel sono maggioranza. L’ufficio di presidenza aveva espresso parere negativo. Il Cav furioso minaccia di far saltare le riforme

«È un dovere morale»: così il presidente Piero Grasso motiva la decisione di far costituire il Senato come parte civile contro Silvio Berlusconi nell’ambito del processo sulla compravendita dei senatori. L’ufficio di presidenza aveva espresso parere negativo con i voti dei rappresentanti di Fi, Ncd e centristi. Furibonda reazione di Forza Italia col solito repertorio su giudici e sinistra.
Ha deciso in scienza e coscienza. Anche se contro la maggioranza dei pareri dei senatori. Con coraggio e consapevole che la sua potrebbe essere una scelta che fa saltare il banco della politica e il delicato equilibrio raggiunto sulle riforme. Ma la ragion di stato non può soffocare la dignità delle istituzioni e del mandato degli elettori. Il comunicato dello staff del presidente del Senato Pietro Grasso arriva alle 19 e 30: il Senato sarà parte civile nel processo sulla compravendita dei senatori che comincia martedì (11) a Napoli. Lo aveva chiesto il gip mesi fa quando ha notificato a palazzo Madama la citazione come parte offesa nel dibattimento che vede imputati il faccendiere ex giornalista Valter Lavitola e Silvio Berlusconi. Un terzo imputato, reo confesso, l’ex senatore Sergio De Gregorio ha già patteggiato la pena di 20 mesi. L’accusa per tutti è corruzione: nel biennio 2007-2008 il Cavaliere pianificò l’operazione Libertà e dette mandato a De Gregorio, eletto nell’Idv di Antonio Di Pietro (anche loro parte offesa e parte civile) di passare in Forza Italia e di convincere altri senatori indecisi. De Gregorio fu pagato tre milioni di euro. Altre offerte economiche (il senatore Caforio, Idv) furono respinte. Ma in un modo o nell’altro il governo Prodi cadde a fine gennaio 2008.
«Dopo aver ascoltato i diversi orientamenti espressi dai componenti del Consiglio di presidenza – si legge nel comunicato diffuso da palazzo Madama – il presidente Grasso ha dato incarico all’avvocatura dello Stato di rappresentare il Senato della Repubblica quale parte civile nel processo sulla cosiddetta compravendita di senatori». Il presidente, continua il comunicato, «ha ritenuto che l’identificazione, prima da parte del pm dell’accusa poi del giudice delle indagini preliminari, del Senato della Repubblica quale persona offesa di fatti asseritamente avvenuti all’interno del Senato, e comunque relativi alla dignità dell’Istituzione, ponga un ineludibile dovere morale di partecipazione all’accertamento della verità, in base alle regole processuali e seguendo il naturale andamento del dibattimento ».
Una decisione che è dunque un atto «istituzionale e non politico». Che muove dalla necessità «ineludibile», si spiega a palazzo Madama, di «seguire l’iter processuale del dibattimento per capire quanto sia coinvolto ed eventualmente quanto sia stata danneggiata l’istituzione dal mercimonio di incarichi pubblici di cui parla l’inchiesta». Nessun pregiudizio. Una serie di prove, invece, che hanno già superato l’esame di un giudice e sono già state fondamento di una sentenza.
Il tempo di battere la notizia e scoppia il delirio nelle file del centro destra che accusa Grasso di aver deciso contro il volere della maggioranza dei senatori. «Una decisione gravissima» grida Gasparri. «Ci ha calpestati» rincara Capezzone. Berlusconi affila la rabbia. E medita vendette. Il suo pensiero sul caso era stato veicolato nei giorni scorsi: «Se questa cosa va avanti, se ancora una volta il Pd mi vuole umiliare dando credito all’accusa falsa che io avrei dato soldi a De Gregorio per reclutare senatori della parte avversa e far cadere il governo Prodi; beh, se tutto questo accade io faccio saltare accordi, patti, riforme, tutti a votare e chissenefrega». Merita solo ricordare, per dirne una, come l’11 febbraio sia non solo il giorno dell’avvio del processo ma anche quello in cui l’aula della Camera comincerà le votazioni sulla legge elettorale. Un tavolo che adesso può saltare da un momento all’altro. «Se solo la Boldrini (presidente della Camera, ndr) non avesse ritardato la discussione di una settimana adesso non saremmo nel mezzo di questo intreccio».
Il Tribunale di Napoli aveva notificato prima di Natale la citazione a palazzo Madama come parte offesa nel processo. Di Pietro e l’Idv lo hanno già fatto nell’udienza preliminare. Il Senato aveva rinviato: quella sì sarebbe stata una scelta politica. Il tempo scade nella prima udienza. Ieri Grasso ha riunito l’Ufficio di presidenza confidando in un mandato chiarificatore da parte delle forze politiche, 18 senatori, sulla carta 11 favorevoli (5 Pd, 2 Scelta civica, 1 Sel, 3 M5S), 7 contrari (Fi, Ncd, Gal, Lega). Magli schieramenti sono saltati e ben 10 senatori hanno spiegato di essere contrari alla richiesta. A quelli previsti si sono infatti aggiunti Linda Lanzillotta, montiana osservatrice attenta delle mosse di Renzi e già decisiva ai tempi della richiesta di voto segreto per la decadenza di Berlusconi da senatore; il senatore-questore Antonio De Poli, Udc e fedelissimo di Casini che proprio tre giorni fa è tornato da Silvio – che lo aveva mollato nel 2008 – mettendo da parte idee, umiliazioni e tanti paroloni. Quella di De Poli è stata, si può dire, la prima prova d’amore tra Silvio e Pierferdy.
Solo otto sono stati quelli favorevoli: Sel, M5S e il Pd compatto convinto della «gravità della accuse» e del «danno di funzionalità» (Di Giorgi), subito dall’istituzione. Grasso non ha messo la decisione in votazione, ha chiesto «un orientamento ». Nulla di vincolante, quindi. Solo un gesto di cortesia. E comunque, se fosse stato un voto, si ragiona negli uffici della presidenza, «Pd, Sel e M5S rappresentano la maggioranza dell’assemblea ».

da L’Unità