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"L’eterno rito della Prima Repubblica", di  Aldo Cazzullo

La parola è oscura, ma il significato è certo: quando si comincia a parlare di «verifica», vuol dire che un governo è messo male, se non malissimo. 
Sommo «verificatore» fu considerato Andreotti, che si esibì nel rito per l’ultima volta nel 1991, alla vigilia del crollo finale. La liturgia in effetti rimanda alla Prima Repubblica, quando l’usanza si concludeva con un riequilibrio di sottosegretariati e con la pronuncia dell’immortale formula coniata da Rumor: «Molto è stato fatto, molto resta da fare». Ma anche la cosiddetta Seconda ebbe le sue verifiche, che di solito coincidevano con i momenti peggiori. Tanto che di volta in volta si cercarono sinonimi, tipo «nuovo inizio», «fase 2» o anche «cabina di regia», inventata da Fini e Follini per far fuori Tremonti nel 2004. 
In realtà, l’esigenza della verifica indica che non solo la coesione tra i partiti, ma soprattutto il legame tra l’opinione pubblica e l’esecutivo è ridotto al minimo. La maggioranza vacilla, le poltrone traballano, i ministri barcollano, e si cerca di tenere tutto insieme «aprendo un tavolo», «cercando convergenze», «ritrovando unità programmatica». Formule esoteriche per indicare che nel rapporto con gli elettori qualcosa non va. A maggior ragione la regola vale per un governo privo di un diretto mandato popolare, come quello presieduto sia pure dignitosamente da Enrico Letta. Nato per giunta in circostanze politiche del tutto diverse, nei giorni in cui c’erano ancora la segreteria Bersani e il Pdl. Ora i bersaniani sono all’opposizione interna, il Pdl si è scisso, Berlusconi è uscito dalla maggioranza ma è rientrato nel gioco grazie all’accordo con Renzi. Forse, più che conciliaboli nelle segrete stanze, occorrerebbe fare chiarezza in pubblico, a cominciare dalle aule parlamentari. Anche perché finora le «verifiche» non hanno portato fortuna. 
Il Natale 1999 fu funestato da quella che i giornali definirono «la verifica del panettone»: per giorni si scrutarono i segni celesti, ci si interrogò su un’improvvisa visita di Cossiga ad Hammamet da Craxi (cui restava da vivere meno di un mese), Pisanu allora capogruppo alla Camera di Forza Italia parlò ermeticamente di «calendario politico iugulatorio»; alla fine il governo D’Alema imbarcò qualche nuovo ministro, e andò allegramente incontro alla catastrofe delle regionali di primavera. Nel 2003, dopo la sconfitta alle provinciali di Roma, An chiese la fatale verifica. Oltre a Tremonti, finirono sotto accusa il ministro delle Infrastrutture Lunardi, che si difese vantando «il gran lavoro fatto per la Salerno-Reggio Calabria», e il ministro della Salute Sirchia, che fece filtrare un argomento definitivo: «Cosa vuole Storace? Abbiamo fatto regolarmente avere alla Regione Lazio tutte le dentiere richieste!». Nella verifica della notte dell’11 luglio 2004, si rividero al tavolo di Palazzo Chigi l’ex presidente delle Ferrovie Necci, il repubblicano Del Pennino, il socialdemocratico Vizzini; in tutto i convitati erano 37, più del doppio dei cardinali dell’interminabile conclave di Viterbo (che erano 18, di cui tre però morirono durante i lavori, iniziati nel 1268 e conclusi nel 1271 con l’elezione di Gregorio X); esasperato, a notte fonda Berlusconi — che alla sola parola «verifica» si innervosiva — minacciò di far togliere le sedie. Non invitato, il vescovo Velasio De Paolis, segretario del supremo tribunale della Segnatura Apostolica, ammonì in un’intervista: «Verifica sì, crisi no». Letta oggi sottoscriverebbe. 
Il secondo governo Prodi, quello nato dalla vittoria striminzita del 2006, fu tutto una verifica. Già a giugno, dopo poche settimane, si rese necessario un primo ritiro in un resort di lusso a San Martino al Campo, che rimase nelle cronache per il sontuoso menu: molto esecrato in rete il «riso delicato con piccione e tartufo». Incurante dell’avvertimento, nel gennaio 2007 Prodi portò i ministri a verificare la salute dell’esecutivo alla reggia borbonica di Caserta. In una visita notturna, i ministri credettero di riconoscere negli affreschi i sosia di Mastella e di Di Pietro. D’Alema non apprezzò: «Sembra di essere in gita scolastica». 
L’ultima verifica della Prima Repubblica si tenne il 9 marzo 1991. Il presidente del Consiglio Andreotti pose agli alleati di governo tre questioni: la disoccupazione giovanile; i poteri delle Regioni; il bicameralismo perfetto. «Non possiamo continuare con due Camere che fanno le stesse cose, in questo modo si perde troppo tempo» fu il suo ragionamento. Il segretario del Psi Craxi ricordò di aver posto per primo la questione, ai tempi del suo ingresso a Palazzo Chigi. Era il 1983. Oggi i punti della verifica chiesta dalla maggioranza al governo Letta sono esattamente gli stessi.

da Il Corriere della Sera

"La sinistra conservatrice e la pazza idea ventilata a Renzi", di Jacopo Iacoboni

Dopo una settimana tutta assurda, mentre accennano a placarsi le follie – ma non l’ansia dei media di stigmatizzare, un’ansia che fa il pendant e il gioco di quelle follie – conviene fermarsi un istante a chiedersi a che punto sia la battaglia politica di Matteo Renzi.

A neanche due mesi dall’insediamento, e di fatto in un solo mese di lavoro, il nuovo segretario del Pd sta probabilmente per incassare (salvo sorprese sempre possibili) una legge elettorale che si voleva da anni, e un pacchetto di riforme che altri leader del centrosinistra hanno cercato (ma le cercavano davvero?) invano per quasi due decenni. Sulla legge si può discutere: brutta l’assenza delle preferenze, ed è un problema che peserà; discutibili, assai, anche le liste corte, evidente soluzione di compromesso; ma non è un Porcellum per un ragione di fatto: il Porcellum assicurava ingovernabilità certa, questa legge un governo dovrebbe riuscire a darlo. Le soglie sono state decorosamente riallineate per evitare uno squilibrio eccessivo nella rappresentanza. L’obiezione di aver dialogato con Berlusconi appare del tutto sballata (specie se proviene da chi con Berlusconi ha fatto un governo). Nel frattempo non è in partenza affatto negativo – anche se, come tutto, discutibile – il pacchetto che rinuncia al bicameralismo perfetto, e inizia a tagliare gli apparati pubblici in eccesso. Vedremo se andrà in porto, si sa che c’è sempre Berlusconi baro di mezzo, e un Pd persistentemente infido.

Nella stessa fase il M5S ha riacquistato centralità mediatica, ma come, e a quale prezzo? Conducendo da una parte battaglie anche molto condivise da una fetta assai ampia di opinione pubblica (contro il decreto Imu-Bankitalia, malamente accorpato – il mio giudizio resta negativo anche sui contenuti – oppure contro l’uso da parte della presidenza della Camera della tagliola che discrimina le opposizioni), ma attraverso una strategia della provocazione (e della character assassination , o dall’infamare il nemico, sistematica) che li ha portati a rivolgere biechi attacchi sessisti (contro Boldrini e diverse deputate del Pd), a blaterare in aula “boia chi molla”, a scrivere tweet deliranti e sgrammaticati. I media si sono affrettati a denunciare, ma con zelo non limpido, per giorni abbiamo avuto titoli con “vergogna”, “bagarre”, “violenza” e “caos dei grillini”, con i problemi reali che sfumavano sullo sfondo. E’ forse il momento adesso di porsi alcune domande, alla fine di tutto questo: a che punto è il consenso reale nel paese, i cinque stelle pagano o no? Renzi decolla o compatta solo l’elettorato di centrosinistra? Berlusconi cosa fa, oltre ad aver riacquistato il comico (ma attenzione: importante, se non decisivo) due per cento del povero figliol prodigo Pier (FerdinandoCasini)?

I sondaggi le hanno toppate tutte, nel 2013. Non s’erano neanche accorti del treno cinque stelle, per dire. E’ bene ripeterlo e ricordarlo sempre, quando li vedete scriverearticolesse o parlare nei talk show. Ma tutti danno in questo momento blocchi consolidati, e statici. Secondo Ipr – che ha condotto una ricerca nelle cinque circoscrizioni italiane per le elezioni europee – il primo partito sarebbe il Pd, col 27,6, il secondo il M5S, col 25,4 (a dispetto dei suoi errori e della repubblica della stigmatizzazione che gli è simmetrica), terza Forza Italia col 24,3. Al di là dei numeri, tre forze abbastanza vicine. Le coalizioni vedrebbero – al netto delle differenti rilevazioni – centrodestra e centrosinistra quasi alla pari; anzi, forse quella guidata da Berlusconi potrebbe essere lievemente in vantaggio, se davvero mettesse insieme tutta l’armata Brancaleone. Al momento e, ripetiamolo, in un esercizio senza elezioni politiche, senza candidati, dunque per definizione ultra-virtuale.

E qui veniamo a Renzi. In questo quadro il governo appare definitivamente logorato e inane. Il viaggio del premier Enrico Letta nei paesi arabi, oltre a prestarsi a divertenti gag (tipo lamentare che il paese va “verso la barbaria”, non la barbarie, oppure farsi fotografare con un emiro che lo riceve in ciabatte), non ha ottenuto granché, 500 milioni da un fondo sovrano kuweitiano, e un paio di impegni del Kuweit a costruire un ospedale a Olbia e un museo sul Canal Grande (per loro, poco più di una mancia). Così da molti ambienti trapela in queste ore una pazza idea: chiedere a Renzi di sostituire direttamente Letta senza passare dal voto. Si tratta, diciamolo, dell’ultima trovata partorit dentro un mondo-bolla, distante ormai anni luce dalla realtà, e è presumibile che il segretario del pd sia sincero quando ripete, a ogni occasione, “non succederà, non esiste”. Ma l’invito non gli viene solo da Angelino Alfano, suo nemico giurato, sempre lesto nell’avanzare proposte inaccoglibili, e nel manovrare con una spregiudicatezza sprezzante anche del ridicolo; trova una qualche amplificazione anche nell’enfatizzazione che viene concessa a questo scenario sul giornale simbolo del centrosinistra, Repubblica, che riflette però – è l’elemento decisivo – quello che cominciano a ipotizzare anche ambienti istituzionali.

E’ una proposta pericolosa, a mio avviso, anche se naturalmente ha un suo retroterra. Renzi, formidabile nell’accelerazione politica, a motori spenti e senza elezioni non può davvero misurare il suo potenziale di attrazione verso altri elettorati (“mi rivolgo agli elettori, del M5S e del centrodestra, non ai loro capi”); il risultato che molti sperano di ottenere, chiamandolo alla premiership così, sarebbe di fermarne la spinta. Congelarlo a Palazzo Chigi con una sostituzione “di Palazzo” in corsa assicurerebbe magari non uno, ma due anni a questa legislatura, e alla gestione del potere da parte del sindaco di Firenze, ma probabilmente (anche se non con certezza assoluta) renderebbe molto molto più difficile a Renzi la realizzazione ciò che serve all’Italia: una rupture vera, che per essere anche solo sinceramente tentata ha bisogno di nuovi eserciti e truppe non compromese (quali quelle dell’attuale parlamento, e del grosso delle posizioni di comando degli attuali media). Tra l’altro, anche in quel caso la rupture sarebbe davvero difficile da realizzare: ma è in questo “sogno” la sfida vera del renzismo.

In questa che possiamo chiamare “falsa posizione” (grande consenso popolare, grande forza attrattiva, ma per ora soltanto potenziale, senza elezioni, e anzi, con l’ingombro di elezioni europee nelle quali sarà zavorrato dal governo inconcludente), non è inverosimile che attorno a Renzi circoli ancora l’idea (non così dissennata) di votare appena varata la legge elettorale. Ma anche – soprattutto – che nei suoi dintorni risuoni il canto delle sirene (anche da parte di una sinistra mediatica di ultimi giapponesi) che lo vorrebbe imbalsamare a Palazzo Chigi con questa maggioranza. Un disegno che lui non accelererebbe; ma potrebbe essergli prospettato, e da voci a cui sarebbe anche difficile dire di no. Qui si ritiene – voglio dirlo chiaro – che non gli verrebbe fatto un favore, anzi. Il potere tentatore, la seduzione eterna della scorciatoia. Ma in una sinfonia che – Renzi probabilmente lo sa – suona così: non abbiamo potuto fermare il pugile mandandolo al tappeto, lo blocchiamo legandolo all’angolo all’infinito.

da www.lastampa.it

da www.lastampa,it

"Quando il “plebeismo” entra in Parlamento. Le istituzioni contaminate", di Nadia Urbinati

Tutto si svolge come in un combattimento al Colosseo. Prevale il linguaggio volgare di chi “non fa prigionieri”. Le manifestazioni dei Forconi non sono troppo diverse da quanto avviene nell’emiciclo di Montecitorio

Nella democrazia post-partitica il pubblico è una come un occhio senza corpo, informe e gestito da chi sa meglio attivare le emozioni, fare audience. L’arte del parlare in pubblico cambia di conseguenza, non solo nella sfera delle opinioni ma anche nelle istituzioni, intrappolandole nella logica teatrale. Lo stile che ha successo non è il dialogo tra cittadini sulle questioni di loro interesse, ma la dichiarazione ad effetto, l’espressione immediata e diretta del sentire soggettivo in reazione agli eventi esposti al pubblico occhio, non per informarlo ma per tenerlo dalla propria parte. Il pubblico come arte del nascondimento per mezzo delle immagini: un paradosso del nostro tempo di “democrazia in diretta”. È il giudizio estetico che governa la scena invece di quello politico: la centralità dei simboli sui programmi, della figura del leader sul collettivo del partito, delle qualità estetiche su quelle pratiche (la sessualità invece della prudenza, l’aspetto fisico invece della competenza). Il giudizio come questione di gusto intercetta e codifica luoghi comuni e pregiudizi diffusi, che entrato prepotenti nel linguaggio pubblico colonizzandolo e deturpandolo.
I programmi televisivi sono le aule scolastiche nelle quali si è formata questa politica plebea. Anche quando dovrebbero avere lo scopo di discutere dei problemi d’attualità, sono condotti come corride, più interessati a registrare largoascolto che a costruire opinione ragionata – anche perché hanno col tempo abituato gli spettatori a desiderare quel che gli propinano: lo scontro e la demolizione dell’avversario. Del resto, il giudizio veloce sulla persona fa più audience della discussione sulle idee (“Fassina, chi?” si è dimostrato uno schema di giudizio di grande efficacia). Uomini politici e dello spettacolo (spesso identificati concretamente come nel caso di Grillo) coltivano il loro pubblico grazie all’uso studiato di un linguaggio volgare che non fa prigionieri. E così, l’avversario politico diventa un bersaglio di dileggio, mentre l’amico di partito o di blog un alleato gregario. La sfera pubblica come il Colosseo, dentro e fuori delle istituzioni. Le manifestazioni dei forconi non sono diverse nello stile dalle baruffe che animano l’emiciclo del Parlamento.
La politica plebea ha bisogno dell’audience per alimentarsi. Cerca negli spettatori il consenso complice e lo trova: perché l’offesa urlata sa di cadere in un terreno fertile, in un pubblico che la condivide e la ripete. Le offese alle donne e a Laura Boldrini gridate dai parlamentari del M5S sono rappresentative di luoghi comuni diffusi: non sono eccezioni e non sono casi isolati. Del resto se quei parlamentari hanno cercato la platea televisiva era perché sapevano di trovare approvazione. L’occhio televisivo ha fatto da mezzo scatenante, come a confermare quanta osmosi ci sia tra dentro e fuori le istituzioni, quanto unitario sia il clima e lo stile della sfera pubblica.
La politica plebea è una versione deturpata della sfera pubblica democratica, facile da attecchire quando i partiti fanno secessione dallo spazio sociale rinchiudendosi nelle istituzioni. Perché a metterli in comunicazione può a quel punto essere solo una serie eclatante di eventi: i parlamentari devono fare notizia per essere visibili al loro pubblico. È questa distanza che contribuisce a rendere il discorso politico un’arte privata che deve toccare le corde del gusto, essere di godimento come l’urlo, la risata, la baruffa. Il paradosso è che l’audience plebea è un pubblico passivo di uno spettacolo che non mette in scena, un occhio reattivo che non controlla nulla. Tutto avviene dietro le quinte; in diretta restano le parole violente e le offese.

Repubblica 6.2.14

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“Perché si prende di mira il corpo femminile. Se la donna è una ossessione”, di Massimo Recalcati

Quando irrompe l’insulto ogni forma di dialogo diviene impossibile perché la condizione del dialogo – sulla quale si sostiene ogni democrazia – è il riconoscimento di eguale dignità dell’interlocutore. L’insulto è l’irruzione di uno stop, di una violenza che rende la parola stessa una sorta di oggetto contundente. Nei recenti episodi che hanno coinvolto il leader del M5S e i sui adepti esso si è però colorato di un riferimento forte alla sessualità che sarebbe opportuno non sottovalutare. Perché? L’insulto sessista scavalca il dibattito politico pretendendo di toccare direttamente l’essere dell’avversario. L’odio più puro non è infatti per le idee, ma per l’essere: negro, comunista, ebreo, gay, donna? Il politico regredisce qui alla dimensione ciecamente pulsionale del pre-politico. Il nemico non è qualcuno che ha idee diverse dalle mie, ma è un impuro, un essere profondamente corrotto, indegno, privo di etica, per definizione reietto. Una donna è per il leader del M5S questo? Perché altrimenti suggerire la fantasia di cosa si potrebbe fare alla Boldrini avendocela in auto? A chi verrebbe mai in mente di proporre un quesito del genere? Gli psicoanalisti sanno bene che le fantasie non sono mai innocenti perché traducono moti pulsionali inconsci. Che razza di rappresentazione inconscia il leader del M5S ha del femminile? Lo scatenamento delle fantasie sessuali sul web ha fornito unritratto inquietante della pancia del movimento che egli rappresenta. Di questo ritratto vorrei mettere in luce due aspetti particolari.
Il primo è la prossimità perturbante con quella cultura berlusconiana che ha fatto della degradazione del corpo femminile una sua tristissima insegna illuminando così la matrice inconscia di quel movimento che si propone come alternativa al berlusconismo. “Sei una puttana!” “Sai fare solo pompini!” non sono affatto insulti post-ideologici, da bar sport, ma riflettono una ideologia totalitaria in piena regola che riduce la donna a roba, oggetto, strumento di godimento, pezzo di carne da dare in pasto agli appetiti di maschi in calore.
Il secondo è un arcaismo di fondo: quello del padre totemico che gioca coi figli al gioco della rivoluzione senza rendersi conto di quale potenziale ad alto rischio maneggia. Ha allora ragione la Presidente Boldrini a ricordarci che in chi esercita questa violenza verbale si cela uno stupratore potenziale. Con l’aggravante che l’appartenenza ad un collettivo, ad un gruppo in assunto di base rigido direbbe Bion, guidato cioè da un forte ideale di purezza autorizza a ingiuriare le donne rendendo il pericolo dello stupro ancora più reale: i commenti osceni, lo scatenamento di fantasie sadico-aggressive, la regressione dell’umano all’animale disinibito è, come mostra bene Freud ne La psicologia delle masse, un effetto del fare e del sentirsi “massa”. Non c’è limite al Male per coloro che pretende di fare le veci assolute del Bene.
Gramsci sosteneva che il valore etico di una Civiltà dovesse avere come sua misura di fondo la condizione e il rispetto per le donne. Potremmo tradurre questo concetto affermando che la democrazia ha sempre un’essenza femminile. Essa si fonda sulla cura delle relazioni, sulla legge della parola, sull’unione delle differenze, sulla dimensione fatalmente precaria che sempre comporta la vita insieme. L’ingiuria e il disprezzo verso le donne e le istituzioni democratiche non sono l’opposizione legittima all’ingiustizia, ma sono solo l’altra faccia dell’uso perverso e corrotto delle donne e delle istituzioni democratiche che ha fatto nel nostro paese scempio della politica.

Repubblica 6.2.14

"Austerity, dov’è finita la sinistra europea?", di Massimo D’Antoni

Quello del presidente Napolitano al Parlamento Europeo è stato un grido in cui è impossibile non riconoscersi. Almeno per chi ancora crede al significato storico del progetto europeo, e quindi vede concreto il rischio della sua dissoluzione, sotto i colpi pesanti della crisi economica e del crescere di forze che su tale disgregazione scommettono. Erano soltanto due anni fa quando una parte importante dei politici, dei commentatori più influenti e degli addetti ai lavori insisteva sui nostri «compiti a casa».
Sostenendo che rassicurando i mercati finanziari con tagli alla spesa e privatizzazioni l’economia sarebbe ripartita e i rischi per l’euro sarebbero svaniti.
In questo inizio di 2014 prevale la consapevolezza che la strada dell’austerità – o, nelle parole del Presidente, «dell’austerità ad ogni costo» – non è la soluzione, ma può anzi innescare un vero e proprio circolo vizioso «tra politiche restrittive nel campo della finanza pubblica e arretramento delle economie europee». Sulle pagine di questo giornale in molti lo abbiamo detto e ripetuto fin dall’aggravarsi della crisi nel 2011. Non tanto la capacità di persuasione dei nostri argomenti, quanto il protrarsi e l’acuirsi della crisi sociale ed economica, ha consolidato la convinzione, ormai trasversale alle forze politiche, che su questa strada non si possa continuare a lungo.
Occorre tuttavia evitare l’illusione che tale consapevolezza sia ugualmente diffusa in tutto il continente; peccheremmo di ottimismo se pensassimo che le affermazioni del presidente Napolitano, applaudite dalla platea dei parlamentari europei, possono trovare facilmente riscontro nell’azione politica della cancellerie europee.
Purtroppo, mai come in questo momento il sentimento degli europei è diviso in base alla geografia. Se i populismi crescono un po’ ovunque, essi assumono per lo più la forma di un ripiegamento nazionalistico. Nei Paesi dell’area tedesca, in cui la crisi si è manifestata in modo molto meno acuto che da noi, il ritardo nella ripresa è attribuito non già alla mancanza di una risposta politica adeguata a livello di eurozona, ma alla scarsa determinazione con cui i Paesi della periferia stanno attuando le politiche di riforma strutturale. La crisi del 2008 non è interpretata per quello che è, cioè l’esito di squilibri dovuti in larga parte ad un difetto nell’architettura dell’euro ma, contro ogni evidenza, come una conseguenza della dissipatezza dei Paesi più colpiti. Né mancano, tra i sostenitori della linea di austerità, coloro che ritengono che quegli squilibri si stiano riassorbendo in modo autonomo, e che quindi le politiche adottate stiano infine funzionando.
Il presidente Napolitano invoca un rilancio e una svolta nel segno della solidarietà. Ma gli stessi dirigenti della Spd e degli altri partiti socialisti dei Paesi dell’area tedesca, anche quelli più accorti, se messi alle strette vi spiegheranno che chiedere ai loro elettori di farsi carico della crisi di italiani e spagnoli comporterebbe un prezzo politico elevato. Forte è la sensazione che non solo manchino le basi di quella solidarietà che sola può sostenere il progetto di completamento dell’Unione, ma che sia debole anche la consapevolezza della profonda interdipendenza tra i Paesi europei, del fatto che ormai si sopravvive o si cade insieme.
È per queste ragioni che è particolarmente importante il passaggio che ci attende. È per questo, in particolare, che è necessario incoraggiare il rafforzamento dei legami tra partiti appartenenti alla famiglia socialista e democratica. Lo è nonostante le evidenti difficoltà: nonostante il fatto che la ricerca di un consenso ampio tra le diverse sensibilità dei partiti socialisti nazionali stia determinando, nella piattaforma del candidato Martin Schulz, posizioni obiettivamente poco incisive sul versante economico; nonostante la sconcertante scelta del presidente Hollande, di puntare all’interno sulle politiche di offerta, tradizionale cavallo di battaglia dei conservatori, e all’esterno sul rafforzamento dell’asse privilegiato tra Parigi e Berlino, rinunciando a farsi alfiere di un cambio di rotta nelle politiche europee. In questo contesto diventa cruciale infatti il ruolo della sinistra italiana nel farsi interprete presso i partner del disagio di una parte così importante dell’Europa e nel sollecitare un cambiamento.
Il Pd non può permettersi di mancare a questo appuntamento, ed è importante che in vista del semestre europeo il governo abbia il pieno sostegno del principale partito della maggioranza. Il presidente Napolitano ha dato un segnale chiaro e incisivo. Sta al presidente Letta per un verso e al segretario Renzi per l’altro essere all’altezza delle attese.

da L’Unità

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“Grecia da record: di miseria”, di carla Reschia

Il 65% degli anziani soffre la fame. Tornano malattie scomparse come la tubercolosi e la malaria, i suicidi aumentano del 40%. La corruzione “percepita” è al 99% e oltre la metà dei giovani non ha lavoro

E’ una Grecia da record quella che si appresta a ricevere dall’Unione Europea un terzo pacchetto di aiuti del valore di 10-20 miliardi di euro per coprire le esigenze finanziarie fino al 2015. Record sconfortanti. Come quello della corruzione percepita, il più alto in assoluto (ma l’Italia è seconda) con il 99% dei greci convinto che la corruzione politica e i guadagni illeciti siano fenomeni molto diffusi contro una media europea del 76%. E se in tutta l’Ue, il 73% degli interpellati ha ammesso che corrompere e utilizzare le proprie conoscenze sono i modi più semplici per ottenere un servizio, in Grecia la percentuale raggiunge il 93%.
Ma ci sono altri dati anche più terribili perché legati alla pura sopravvivenza quotidiana. Il record, secondo un sondaggio, degli anziani che sofforno la fame, il 65%. Un dato quasi incredibile per un paese europeo, con il 62% che non ha i mezzi per nutrirsi in maniera adeguata e il 32% che ha dovuto ridurre la quantità di cibo, accontentandosi di porzioni più piccole e scadenti, secondo i responsabili del programma di aiuti alimentari gestito dalla ong greca “Linea di vita”. Una situazione che va, ovviamente, a incidere non solo sullo stile di vita ma anche sulla salute fisica e psichica: il 17% dei partecipanti al programma di assistenza ha infatti ammesso di soffrire sempre più spesso di depressione e di attacchi di panico.
E non sono solo anziani: secondo le associazioni di volontariato ogni giorno circa 14 mila persone, non immigrati, ma per lo più greci che hanno perso il lavoro, ricorrono alle mense per i poveri per rimediare un pasto, tanto che nelle città maggiori, ad Atene e a Salonicco, le associazioni che prestano assistenza medica forniscono anche generi di prima necessità perché il problema, spesso, è la malnutrizione.

E in tema di sanità, i dati sono disastrosi. Dal 2009 il budget per la sanità è stato ridotto del 40% e sono stati licenziati 26 mila dipendenti, di cui 9.100 sono medici. Questo, tuttavia, non è bastato a far quadre i conti: ogni mese il deficit della sanità greca cresce di 100 milioni di euro e negli ospedali statali manca tutto: strumenti di lavoro, farmaci e cibo. Caso limite ma emblematico quello dell’ospedale “Metaxàs” del Pireo, dove a Patologia ci sono 54 posti letto sempre pieni e solo due infermieri per turno. Per contro, anche grazie all’introduzione di costosi ticket per i ricoveri, un ricovero di tre giorni può costare fino a mille euro. Il risultato, secondo un’indagine di Médecins du Monde, è che il 27,7% della popolazione non ha più acceso ai servizi sanitari, sia come conseguenza dei tagli al settore sia per la mancanza di disponibilità finanziaria. E quindi, bambini senza vaccinazioni (che costano tra i 140 e i 180 euro), vecchi senza medicinali, donne incinte che non possono ricevere l’assistenza rotuniaria di esami e visite perché non sono in grado di pagarla. E record di morti premature: sempre secondo Médecins du Monde dall’inizio della crisi il numero delle morti infantili è cresciuto nel paese del 21%. Gli adulti non stanno meglio, cresce il numero delle malattie che vengono diagnosticate, e curate, in tempo: c’è chi rimanda controlli ed esami, chi rinuncia persino alla chemioterapia perché è troppo cara. Tanto che ormai, i dati arrivano ancora da Médecins du Monde, molti medici greci che si erano recati nei Paesi dell’Africa per aiutare le popolazioni più sfortunate stanno tornando perché il loro aiuto serve in patria. Dove aumentano le malattie “della povertà”: tubercolosi, malaria, epatite e infezioni da Hiv ed è in forte ascesa (più 40%) anche il numero dei suicidi.
C’è in fine il dato sconfortante della mancanza di lavoro che, secondo la Confederazione greca del Commercio, colpisce duramente i giovani nella fascia di età dai 15 ai 24 anni con un tasso del 57.2% contro quella globale del 24.6%. Colpa, anche, del collasso del settore privato che, prima della crisi impiegava 2 milioni e 800mila persone, oggi ridotte a nemmeno la metà. Per stipendi che in due casi su dieci non arivano a 500 euro al mese e part time fittizi che possono arrivare anche a 36 ore la settimana.
da www.lastampa.it

"Italia. Quanto vale la bellezza", di Francesco Erbani e Luisa Grion

La ricchezza prodotta dalla filiera culturale, con gli incassi di monumenti e musei e le entrate dell’indotto, supera i 214 miliardi. Più che una realtà, un potenziale perché manca una politica di sviluppo. Ma che sarebbe successo se Standard & Poor’s avesse tenuto conto del patrimonio materiale e non?

Siamo poveri, ma “belli”. Talmente belli e ricchi di cultura che nel valutare la solidità finanziaria dell’Italia varrebbe la pena di tenerne conto: non di sola industria, infatti, vive un Paese, ma anche della ricchezza che può produrre la sua arte, la sua storia, il paesaggio. Fonti di reddito che le agenzie di rating si guardano bene dal considerare, e sulle quali invece la Corte dei conti non intende più tacere. Tanto che ha aperto un’istruttoria nei confronti di Standard & Poor’s e dell’«incauto» declassamento che l’agenzia ci ha propinato nel 2011. Un crollo che ci ha fatto versare lacrime e sangue in termini di spread, pressione fiscale, fiato sul collo da parte di mezza Europa. Cosa sarebbe successo invece se l’agenzia avesse tenuto conto del valore, materiale e non, del nostro patrimonio artistico e culturale? Voci non confermate dalla Corte dei conti stimano in 234 miliardi il danno subito.
Ma si può ridurre la cultura, nelle sue molteplici fonti, ad un numero da inserire in bilancio? Ci ha provato uno studio realizzato dalla Fondazione Symbola e dall’Unioncamere (“Io sono cultura. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”) che mettendo assieme gli incassi di mostre, musei, monumenti con le entrate garantite dall’indotto — dall’artigianato agli alberghi, alla filiera culturale portata alla sua massima espansione — stima in 214,2 miliardi di euro la ricchezza prodotta dall’ampio settore. Il 15,3 per cento del Pil, un vero e proprio tesoro accumulato nel “campo dei miracoli” del sistema cultura. Dove un euro speso per visitare un museo ne genera altri due in termini di ricchezza per il territorio.
A sentire Federculture, l’associazione delle aziende pubbliche e private che operano nel settore, più che di una realtà si tratta però di un potenziale. «Siamo il Paese con la più alta densità e qualità di siti culturali e la Corte dei conti fa bene a chiedere che di questo patrimonio si tenga conto valutando il rating — precisa il presidente Roberto Grossi — ma essere belli non basta. Al di là dei tagli negli investimenti alla cultura, manca una politica di sviluppo e la capacità gestionale nel fornire offerta. Ancora non ci rendiamo conto che senza la tecnologia non si vada nessuna parte: dei 3.800 musei presenti sul territorio solo il 3 per cento ha una applicazione per lo smartphone, solo il 6 è dotato di audioguide o dispositivi digitali. La convivenza fra pubblico e privato non è scandalosa: è necessaria».
Essere belli, appunto, non basta. E di fatto negli indici di attrattività del Paese (Country brand index) se siamo stabili al primo posto per la voce cultura, tenendo conto della qualità della vita offerta, della sicurezza, delle infrastrutture scivoliamo, nell’indice globale, alla quindicesimo gradino.
Un dato rilevante, nell’iniziativa della Corte dei conti, lo scorge Paolo Leon, fra i padri fondatori delle discipline economiche che indagano le vicende culturali, direttore della rivistaEconomia della cultura (il Mulino): «È la prima volta che un organo pubblico di quel rango considera il patrimonio storico-artistico e di paesaggio come parte del capitale collettivo della nazione. In fondo lo Stato ha protetto, come ha potuto, i nostri beni, ma non ha mai riconosciuto il loro valore». Valore: ma qual è il valore di un palazzo cinquecentesco o di una torre medievale? È possibile attribuirgliene uno? Annalisa Cicerchia, anche lei economista della cultura, la prende alla lontana: «Il valore non è fra le proprietà intrinseche di un bene. È legato alla capacità di soddisfare bisogni. Qual è il valore del paesaggio toscano, paesaggio simbolo del nostro paese? Da quando i primi inglesi hanno scoperto i casali abbandonati e li hanno comprati, sono arrivati tanti altri inglesi e i valori immobiliari sono cresciuti. È cresciuto con loro il valore del paesaggio? Indirettamente sì. Anche se è possibile quantificare solo l’incremento medio del costo a metro quadrato di un immobile». Leon è affezionato all’idea che un bene culturale, conservato, tutelato e fruibile, assicuri effetti positivi a una comunità nel suo complesso e non solo alle sue tasche. In linea teorica valutazioni monetarie si possono compiere. «Quantificare il valore del Colosseo è facilissimo, lo hanno già fatto. Più difficile è quantificare Dante Alighieri». Ma ha senso la quantificazione, se nessuno può comprarlo l’Anfiteatro Flavio? «Il problema è proprio questo», prosegue Leon. «È che alle agenzie di rating non interessa tanto il contributo della cultura al valore del patrimonio collettivo quanto il valore di mercato della fruibilità del bene». Leon di valutazioni monetarie ne ha compiute nella sua carriera. È capitato con le mura di Ferrara disegnate da Biagio Rossetti fra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento: «Abbiamo calcolato quanto spazio quelle mura hanno sottratto a una potenziale espansione della città proprio in quel luogo: il mancato guadagno in termini, diciamo, di speculazione edilizia è il valore di quelle mura». Ma si tratta di un valore ipotetico che, indicizzato nei secoli, serve ai cittadini di Ferrara, insieme alla sua bellezza intrinseca, per capire che importanza ha la cinta muraria e quanto conviene tutelarla al meglio. Non essendoci compratori possibili, quel valore serve ad aumentare la consapevolezza civica. E se quel bene, per assurdo, fosse rimuovibile, esportabile? «Tutto ciò che è esportabile ha valore», replica Leon, «ma ricordo il dibattito di alcuni anni fa quando qualcuno disse: perché non vendiamo i tanti cocci che abbiamo nei depositi, che nessuno vede, che farebbero felici i musei americani e che ci farebbero incassare tanti soldi? Si scoprì che avremmo guadagnato pochissimo e qualcuno si rese conto che se si fosse aperta una breccia con i pezzi dei depositi, poi si sarebbe passati a vendere ben altro».
Il Colosseo non è vendibile, come non è vendibile l’area archeologica pompeiana. Non avendo mercato, non hanno un valore monetario. Ma spunta un altro problema. «In Italia abbiamo elenchi di musei e di aree archeologiche, ma non abbiamo un elenco del patrimonio immobiliare storico-artistico», insiste Cicerchia. «Lo rilevava anni fa l’economista Giacomo Vaciago, ci avevano provato a stilarne uno Franco Modigliani e Fiorella Kostoris, ma da allora nulla è cambiato: l’ultimo censimento risale alla Carta del rischio del 1996».
Senza un elenco non si può fare una stima complessiva. E non si può fissare un prezzo, sostengono all’unisono gli economisti che si occupano di cultura. Più percorribili sono altre strade di ricerca. Una la indica Leon: «Non è possibile escludere la cultura, o l’ambiente, dagli indicatori di benessere di una comunità». Cicerchia invita a seguire le linee fissate da economisti come Jean-Paul Fitoussi che spingeva ad andare “oltre il Pil”, una direzione intrapresa anche dall’Ocse, che ha sollecitato a includere il paesaggio e la partecipazione ad attività culturali fra i fattori che segnalano il benessere. Leon: «Ne parlavamo molti anni fa con Renato Nicolini, allora assessore romano alla Cultura: non sarebbe meglio, dicevamo, se si smettesse di scaraventare ragazzini demotivati in giro per le città d’arte e invece si inserisse la visita a un museo come parte integrante del curriculum, intrecciandola con lo studio della storia, della geografia e della scienza e non abbandonandola al genere gita scolastica? Ne guadagneremmo tanto, in termini economici come paese, perché formeremmo cittadini migliori e più profondi. Ecco qual è il valore dei beni culturali».

Repubblica 6.2.14

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“I nostri beni immateriali non sono merce in vendita”, di Salvatore Settis

Ci siamo allenati fin troppo, in questi anni devastati e feroci, a monetizzare ogni valore, ad attaccare il cartellino del prezzo al collo di tutte le statue, alla croce di tutte le chiese, a ripetere come una giaculatoria la stupida formula dei “giacimenti di petrolio”, degradando il nostro patrimonio a serbatoio da svuotarsi per far cassa, senza nulla lasciare alle generazioni future. Ma il patrimonio culturale non è petrolio, è l’aria che respiriamo, il sangue nelle vene, la carne di cui siamo fatti. È per la comunità dei cittadini (quella che l’art.9 della Costituzione chiama Nazione) ciò che la memoria e l’anima sono per ognuno di noi. Non c’è prezzo che tenga, i 234 miliardi chiesti a Standard & Poor’s non bastano per un verso di Dante (o di Omero, o di Shakespeare).
Alle effimere improvvisazioni dei prezzatori nostrani contrapponiamo la riflessione ben più seria di chi ha mostrato di saper riflettere sui valori del patrimonio culturale. Basta varcare le Alpi, e appena giunti in Francia ci coglie un moto d’invidia. Il rapporto “L’économie de l’immateriel” considera i valori immateriali (non prezzabili) come il fondamento della crescita di domani: «C’è una ricchezza inesauribile, fonte di sviluppo e di prosperità: il talento e la passione delle donne e degli uomini», si legge nella prima pagina. Talento e passione innescati, alimentati, sorretti dalla memoria culturale. Il rapporto, firmato da Maurice Lévi e Jean-Pierre Jouyet, è stato commissionato dal ministero dell’Economia, e giunge alla conclusione che i valori immateriali «nascondono un enorme potenziale di crescita, che può stimolare l’economia della Francia generando centinaia di migliaia di posti di lavoro, e conservandone altrettanti che sarebbero altrimenti in pericolo». Un ministro dell’Economia italiano che si ponga questo problema non si è mai visto. Ma possiamo almeno sperare che i nostri ministri dell’Economia, dei Beni culturali, dell’Istruzione, dell’Ambiente, si mettano intorno a un tavolo col presidente del Consiglio, e magari qualche esperto della Corte dei conti, a studiare collegialmente il rapporto dei cugini d’Oltralpe? Imparerebbero, per esempio, che la confusione tutta italiana fra il “mecenatismo”, la “sponsorizzazione” e l’invasione di imprese for profit nei musei svanisce tra Ventimiglia e Mentone. E che, eliminata questa confusione, l’eterno dibattito su pubblico e privato avrebbe l’unica possibile svolta virtuosa, adottando il principio della commissione Lévi-Jouyet: «Condurre azioni di interesse generale con il concorso di finanziamenti privati», ma distinguendo fra il privato che intende donare (come la Fondazione Packard a Ercolano) e l’impresa che guadagna sulla biglietteria (secondo la sezione Lazio della Corte dei conti, nell’area archeologica di Roma il 69,8% degli incassi finisce al Gruppo Mondadori, alla Soprintendenza resta il 30,2%; a Palazzo Venezia, Civita prende il 70,75%, la Soprintendenza il 20,25%).
È possibile normare l’immateriale anche in Italia, senza i vaneggiamenti sui “giacimenti culturali” che ci appestano da decenni? È possibile distinguere chi entra in un museo con lo spirito del donatore da chi vi entra solo per far profitti? Sarebbe più facile rispondere “sì”, se il Parlamento si decidesse a dare al governo la delega per l’aggiornamento del Codice dei beni culturali (è in programma da giugno, senza nulla di fatto). Se si leggesse con attenzione, prima del rapporto francese, la Costituzione italiana.

da Repubblica 6.2.14

"La legge elettorale garantisca una vera democrazia paritaria", di Roberta Agostini

Nelle scorse settimane la discussione sulla riforma elettorale è entrate nel vivo: i tempi rapidi a cui stiamo sottoponendo la nostra discussione sono forse necessari, ma altrettanto essenziale è approvare un testo che rispetti il dettato di una sentenza storica della Corte Costituzionale e che risponda ad alcuni rilievi politici di fondo. La posta in gioco è la possibilità di ricostruire un rapporto di fiducia tra eletti ed elettori, invertendo una tendenza progressiva in atto verso il populismo e l’antipolitica ed assicurando un giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità. La nostra battaglia per la democrazia paritaria sta qui: non si tratta di una rivendicazione di tutele corporative a difesa dei più deboli, ma un’idea inclusiva e più forte della cittadinanza, in cui uomini e donne condividono insieme lo spazio pubblico ed il governo delle istituzioni, per una politica capace di assumere il punto di vista delle donne italiane cambiando l’economia, il lavoro, la società.
Sotto questi aspetti la proposta di riforma elettorale è deludente e chiediamo che sia cambiata nella discussione parlamentare.
Il fatto che le liste debbano essere formate in modo tale che nessun genere debba essere rappresentato in misura superiore al 50 per cento rischia di essere una pura affermazione di principio, dal momento che uno dei due sessi potrebbe, in teoria, essere collocato sistematicamente in fondo alle liste e l’effetto sarebbe un parlamento con una scarsissima presenza femminile, inferiore a quella attuale. Sarebbe un danno per la capacità rappresentativa delle istituzioni.
Sia che prevalga la scelta dei collegi, sia che prevalgano le preferenze, sia che si scelgano le liste bloccate, possono essere sempre individuate regole per la parità, come ci indicano le oltre 50 associazioni che hanno sottoscritto l’accordo per la democrazia paritaria. Il testo che verrà discusso in Assemblea prevede di fatto liste corte e bloccate ed i nostri emendamenti sottoscritti da un fronte vastissimo di parlamentari, appartenenti a quasi tutti i gruppi (Pd, Ncd, Sel, Ppi, Sc, Fi, Misto-psi, tranne Movimento 5 stelle e Fratelli d’italia), sono concentrati sostanzialmente su due richieste: alternanza nelle liste e norme antidiscriminatorie nella scelta dei capilista.
Per quanto ci riguarda, la nostra posizione è rafforzata anche da un ordine del giorno votato in direzione nazionale del Pd che chiede l’inserimento di norme antidiscriminatorie nella legge elettorale. Ora lavoreremo affinché su questi emendamenti si possa discutere e poi votare in modo palese: vorremmo che chi è contrario lo dichiarasse a viso aperto, per poterci confrontare con ragioni ed argomenti in modo pubblico. Abbiamo visto in questi giorni convulsi e caotici di aggressione alle nostre istituzioni, quanto sia forte il nesso tra arretratezza della concezione democratica ed insulti sessisti, rivolti alle parlamentari e alla Presidente della Camera in quanto donne. Abbiamo visto con quanta facilità emerga una concezione della presenza femminile nelle istituzioni come in fondo non legittimata, abusiva: «Siete li solo perché avete fatto servizi sessuali». È la negazione in radice del fatto che una donna possa compiere un percorso politico basato sul merito e sulla competenza, riguarda e svalorizza tutte, cancella la possibilità di ciascuna di poter svolgere con capacità ed onore il proprio incarico. La nostra battaglia per la democrazia paritaria è una scelta chiara a favore della rappresentanza di tutti, cittadini e cittadine. Il Parlamento, come sempre, sarà chiamato a trovare un punto di equilibrio tra diverse idee e diversi interessi. L’arretratezza del paese è legata anche, come ci dicono molti indicatori, all’esclusione delle donne dallo spazio pubblico, dall’economia, al lavoro, alle istituzioni. Rimuovere le cause di una tale marginalizzazione significa rispondere ad una domanda di qualità della democrazia e di sviluppo civile, sociale ed economico del paese, nel segno dell’articolo 3 della nostra costituzione e dell’articolo 51, laddove afferma che compito della Repubblica è promuovere con appositi provvedimenti le pari opportunità. Non possiamo davvero mancare l’occasione della nuova legge elettorale e mi auguro che questo Parlamento, quello con la più alta percentuale di elette nella storia della Repubblica, saprà davvero fare la differenza.

da l’Unità 6.2.14

L’Italia contro le agenzie di rating “Non valutato il patrimonio artistico”, da www.lastampa.it

Il Financial Times: la Corte dei conti citerà le maggiori agenzie di rating, S&P, Moody’s e Fitch per il downgrade del 2011 e chiederà danni per 234 miliardi. Ma il procuratore smentisce: l’inchiesta c’è, ma nessuna citazione in giudizio

La Corte dei conti avrebbe le tre maggiori agenzie di rating internazionali, S&P, Moody’s e Fitch per il downgrade dell’Italia del 2011 e chiede danni per 234 miliardi di euro. È quanto riportava, ieri sera l’edizione online del Financial Times, ripresa da alcuni giornali italiani.

Secondo quanto scrive il quotidiano britannico nell’atto di citazione che Standard & Poor ha detto di aver ricevuto i magistrati contabili avrebbero sottolineato l’errore fatto dalle agenzie nel non tenere conto dell’«alto valore del patrimonio storico, culturale e artistico del nostro paese che universalmente riconosciuto rappresenta la base della sua forza economica».

Il procuratore regionale della Corte dei Conti del Lazio Raffaele De Dominicis smentisce però la notizia diffusa dal «Financial Times» secondo cui «ci sarebbe stata emissione di citazione in giudizio contro le agenzie di rating S&P, Moody’s e Fitch». De Dominicis conferma invece «l’esistenza dell’inchiesta giudiziaria contabile contro le predette agenzie per il declassamento dell’Italia. Indagine che non è ancora approdata a una decisione conclusiva».

da ww.lastampa.it