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"Gli imitatori di Grillo", di Stefano Folli

L’idea di contestare il capo del proprio Stato nel momento in cui si rivolge, al di fuori dei confini nazionali, all’ampia platea del Parlamento europeo non era ancora venuta in mente a nessuno. I movimenti più estremisti, i più convinti negatori dell’Europa, hanno sempre fatto attenzione a non oltrepassare questa soglia limite. Ma ieri la Lega ha infranto il tabù. E lo ha fatto nel giorno in cui Napolitano chiedeva una netta inversione nelle politiche d’austerità.

S arà anche vero, come ha detto lo stesso presidente della Repubblica, che i contestatori erano «marginali». Nell’emiciclo lo erano di sicuro. Tuttavia il risentimento anti-europeo che esprimono non è affatto residuale nei territori dell’Unione. Al contrario. In Francia il partito di Marine Le Pen viaggia al primo posto nei sondaggi d’opinione. Anche altrove i movimenti contrari all’integrazione sono spavaldi, convinti di ottenere un ottimo risultato alle elezioni di maggio. Il discorso di Napolitano, intriso di un europeismo tanto radicato quanto innovativo, consapevole che fra tre mesi la posta in gioco sarà molto alta, rappresenta un tentativo di rinvigorire il fronte di chi crede nell’Unione e rischia oggi di rassegnarsi allo stallo, se non addirittura alla sconfitta.

Ovvio quindi che l’intervento potesse non piacere a quanti preparano la campagna elettorale sulla base di altri presupposti. Per sapere quali non serve nemmeno ascoltare una dichiarazione di Salvini; bastava leggere i cartelli inalberati ieri nell’aula dell’assemblea: «no all’euro», «fuori dall’euro»… Una sintesi perfetta della demagogia anti-Europa, lasciata sgorgare proprio davanti a Napolitano per esprimere disprezzo verso le istituzioni.

Il fatto è che con questa esibizione la Lega, o meglio quel che ne resta oggi, tenta di agganciarsi in qualche modo all’ondata dei “grillini”. Uno sforzo persino elementare nelle modalità, rivelatore di una condizione di difficoltà senza precedenti da parte del Carroccio. Grillo scatena la gazzarra nell’aula del Parlamento di Roma (salvo poi rivelare un minimo di pentimento, segno che il caos è andato oltre il segno preventivato) e i leghisti tentano di fare il bis a Strasburgo. È un’imitazione evidente, nemmeno troppo riuscita. Perché il “grillismo” ha rappresentato, e in parte rappresenta ancora oggi, un movimento di massa con cui bisogna fare i conti. Anch’esso ha cominciato ad annaspare e le ultime mosse, compreso il grottesco “impeachement” contro il capo dello Stato, rivelano l’involuzione massimalista dei Cinque Stelle.

Tuttavia il fenomeno è stato, e forse è ancora, possente.
Il leghismo di Salvini sembra invece regredire verso un manicheismo estremista che può esaltare Borghezio – in prima fila ieri – ma che suscita soprattutto perplessità e fastidio. S’intende, tutto si spiega in chiave elettorale. Sia Grillo a Roma sia i leghisti a Strasburgo pensano solo a rastrellare un po’ di voti in vista di quelle elezioni europee che rappresentano un valido sondaggio da usare in casa propria per soppesare i rapporti di forza al tavolo che conta. Il tavolo che determinerà gli equilibri politici nella prossima legislatura.

La Lega dice di non volere il ritorno di Casini nel centrodestra. È una battaglia persa in ogni caso, ma lo è ancora di più se il malandato Carroccio non riuscirà ad esistere nemmeno nel voto europeo. Nulla sarà facile per gli ex seguaci di Bossi. Non basta imitare Grillo per ereditarne i consensi. Anzi, il fenomeno in corso è l’opposto: sono piuttosto gli elettori leghisti che tendono a identificarsi nei Cinque Stelle, man mano che il messaggio si radicalizza. Aspettiamoci allora altre invenzioni come quella di Strasburgo di qui alle elezioni di maggio. Grillo e la Lega, uniti dall’odio verso l’Europa e dalla speranza di arginare il proprio declino.

da www.ilsole24ore.com

"Una classe non dirigente", di Valerio Castronovo

Al terz’ultimo posto, nell’Europa dei Ventotto, soltanto prima di Bulgaria e Romania: così l’Italia figura, quanto a efficacia delle politiche governative, nella classifica stilata dall’Unione europea. Può darsi che a Bruxelles abbiano calcato la mano, ma non più di tanto.

Da troppo tempo la reciproca delegittimazione dei due principali partiti della Seconda Repubblica, con uno strascico di acri risentimenti e veti incrociati (ma anche di logoranti contese intestine), ha determinato una situazione deprimente di stallo dell’attività legislativa sulle questioni più importanti e una penosa impotenza decisionale, nell’esercizio del proprio mandato, degli esecutivi di diverso colore avvicendatisi di volta in volta sulla scena. Si tratta non solo di una seria anomalia sul piano istituzionale ma di un’ipoteca tanto più grave e deleteria nel mezzo di una persistente emergenza economica e sociale, che avrebbe dovuto imporre, per venirne a capo, un forte impegno politico e quindi scelte coraggiose e appropriate, misure concrete ed efficaci.

Senonché l’Italia si trova a pagare i costi, non da oggi, ma adesso con un impatto sempre più pesante, dovuti alla mancanza di un’autentica classe dirigente. Ossia, di un ceto politico che coniughi a un alto senso dello Stato una salda cultura di governo e una coerente visione di prospettiva.

Non è con questo, beninteso, che si voglia accomunare indistintamente quanti svolgono funzioni pubbliche rappresentative in una sorta di “casta” amorfa e autoreferenziale. Tra loro vi sono singoli esponenti animati da fervore di propositi e da spirito costruttivo. Tuttavia, a giudicare dall’esperienza degli ultimi anni, non si può certo dire che la classe politica, nel suo insieme, abbia dato prova di limpida trasparenza, di attitudini innovative, di sagace e provvida rispondenza alle esigenze cruciali del Paese. Né il fatto che vi siano nella società italiana robuste corporazioni d’interessi arroccate nella conservazione dell’esistente, può costituire in alcun modo un attenuante; al contrario, è un motivo in più a carico del ceto politico, poiché era soprattutto di sua pertinenza il compito di eliminare privilegi inammissibili e ingombranti rendite di posizione. Ciò che evidentemente non ha saputo fare.
D’altra parte, clientelismo e assistenzialismo, alimentati dai rubinetti della spesa pubblica, sono stati per tanto tempo altrettanti strumenti a portata di mano e ampiamente utilizzati nelle politiche di governo per rimandare il momento di fare i conti con la realtà, con i problemi più duri e scabrosi destinati perciò a incancrenirsi, e per gestire intanto, in santa pace, grazie a una crescente dissipazione di risorse, l’organizzazione del consenso. Non avendo posto fine del tutto a questa prassi, e riproducendo da un lato con qualche variante schemi ideologici del passato e ripetendo dall’altro copioni leaderistici esclusivamente personali, l’establishment politico subentrato alla ribalta dopo l’epilogo della Prima Repubblica ha finito così per appiattirsi e atrofizzarsi, col risultato di eleggere a catalizzatore del proprio agire il tatticismo o l’opportunismo, anziché il conseguimento di determinati obiettivi prioritari d’interesse collettivo.

Questo stagnante immobilismo ha reso perciò estremamente impervio, in mancanza di adeguate riforme strutturali, l’itinerario del nostro Paese nell’ambito dell’Unione economica e monetaria.

Sino a poco tempo fa sembrava che il federalismo regionale potesse diventare, attraverso l’opera dei corpi intermedi di rappresentanza, il vivaio per lo sviluppo sia di nuove competenze e sperimentazioni progettuali sia di promettenti rapporti fra le istituzioni pubbliche periferiche e il mondo dell’impresa, del lavoro e delle professioni. Così purtroppo non è avvenuto. Anzi, alla fiscalità e alla congerie normativa e burocratica già esorbitanti dell’amministrazione centrale sono venute sommandosi quelle di nuovo conio degli enti locali. Oltretutto è prevalsa in genere una navigazione di piccolo cabotaggio, inquinata in numerosi casi dalla lebbra tangentizia tant’è che oggi sono ben diciotti i Consigli regionali che hanno dei loro componenti indagati dalla magistratura. Si è così dissolta la prospettiva di un’azione propulsiva dal basso, dal vivo delle comunità territoriali.
Quella rimasta tuttora in campo appare in sostanza una classe politica priva del carisma e dei requisiti di una vera e propria classe dirigente. Non ha promosso un fecondo confronto di idee, né mobilitato nuove energie, ma soprattutto non ha assunto risolutamente la responsabilità e i relativi rischi di decidere e di fare, che sono i fondamenti intrinseci all’esercizio di un’effettiva leadership.

In questo desolante stato di cose, e con un Paese prostrato da una lunga crisi, il pericolo che corrono le nostre istituzioni, se non si manifesterà un mutamento di rotta e un ricambio generazionale, è duplice: da un lato, che la diffusa insofferenza verso un sistema di governo rivelatosi per lo più opaco e inconcludente si trasformi tout court in una rancorosa deriva antipolitica, in una sfiducia pregiudiziale nella democrazia parlamentare, sulla spinta di una prorompente ondata di violenza verbale settaria e di un populismo anarcoide; dall’altro, che cresca di fatto il potere condizionante, sui processi legislativi e su quelli attuativi dell’esecutivo, di un’oligarchia burocratica incardinata nei gangli dell’apparato statale.

da www.ilsole24ore.com

"Dal presidente un appello a superare gli egoismi nazionali", di Rocco Cangelosi

Giorgio Napolitano è stato salutato con una standing ovation, al termine del suo discorso a Strasburgo, con il quale ha cercato di dare un forte messaggio per combattere il sentimento crescente di disaffezione dei cittadini verso la costruzione europea, considerata comunque irreversibile. Il Presidente ha stigmatizzato i populismi distruttivi, che vogliono un’altra Europa (e i leghisti non hanno mancato di organizzare il loro teatrino in aula), sottolineando tuttavia gli errori commessi in questo decennio e la necessità di completare la costruzione dell’euro, nata come moneta senza una politica economica e una governance comune che lo sostenga. Napolitano ha elencato le carenze del progetto europeo nella fase attuale, a partire dalla piaga sempre più dolorosa della disoccupazione giovanile, agli egoismi nazionali e alla miopia mostrata dalla classe politica europea e, finalmente, alla politica dell’austerità fine a se stessa, non più sostenibile, e ha richiamato a una maggiore solidarietà i governi europei. Cercando di mettere in evidenza la necessità di trasmettere ai popoli europei i valori che rappresenta l’Europa e il suo contributo allo sviluppo della civiltà nel mondo, ha in pratica aperto la campagna elettorale per le imminenti elezioni europee, nell’auspicio che il confronto si svolga su livelli più elevati e su perigli egoismi nazionali. Ha ricordato che in questi giorni ricorre il trentesimo anniversario del «Progetto del Trattato» di Spinelli che aprì la strada al passaggio dalla Comunità all’Unione, sottolineando la lungimiranza di quella classe politica che ha visto Kohl e Mitterand recarsi mano per la mano a Verdun a rendere omaggio ai caduti della Prima guerra mondiale, di cui ricorre quest’anno il centesimo anno del suo scoppio. Mancano tuttavia le proposte concrete (e queste non spettano a Napolitano) e senza queste sarà problematico battere i partiti antieuropei che si apprestano a raccogliere ampi consensi in tutti i Paesi. Il Partito per la Libertà di Geert Wilders, il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage, il Movimento di Beppe Grillo potrebbero risultare in testa nei rispettivi Paesi, ma anche il Partito dei Veri finlandesi e Alternative fuer Deutschland potrebbero avere ottimi risultati. Il Presidente ha detto che il compito di ravvivare l’idea di Europa spetta soprattutto al Parlamento europeo ma non è andato oltre, né ha voluto spingersi, per cortesia istituzionale, fino ad auspicare che esso agisca come Assemblea costituente per riformare gli attuali trattati, come sostenuto con forza dal Consiglio italiano del movimento europeo e da altre analoghe organizzazioni europee, affinché l’Europa torni a volare alto. Ma intanto le varie famiglie europee si dedicano al poco edificante mercato dei posti da assegnare. Il Pse ha già indicato alla carica di presidente della Commissione, il presidente uscente del parlamento europeo Martin Schulz, mentre il Ppe oscilla tra Michele Barniere Viviane Reding, e Angela Merkel indica il lussumburghese Jean Cluade Junker come candidato alla carica di presidente del Consiglio in sostituzione di Van Rompuy. Anche Enrico Letta è indicato come un possibile candidato a questa carica, generalmente ricoperta da un primo ministro. Ma molti altri sono i posti in palio, a partire da quello di Alto rappresentante e quello di presidente dell’eurogruppo, senza considerare i posti extra Ue, come ad esempio quello di Segretario generale della Nato al quale aspira anche l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini. Se la campagna elettorale per le prossime europee finirà per avere come unico vero sfondo un pacchetto di nomine che contemperi gli interessi della varie famiglie politiche dei Paesi piccoli e dei Paesi grandi, dei Paesi del sud, del nord o dell’est, difficilmente il messaggio di Napolitano, destinato a scuotere l’attuale classe politica europea «senza vista lunga» riuscirà a incidere nel tessuto politico e sociale degli europei, rischiando di venire classificato dalla pubblicistica propagandista, che va per la maggiore, come un ulteriore discorso appartenente all’europeismo di maniera o all’europeismo deluso.

da L’Unità

"Emilia-Romagna due anni dopo", Lettera di Vasco Errani al direttore de Il Fatto Quotidiano

Caro Direttore,
voglio rispondere a quanto scritto dal suo giornale ieri sul terremoto del maggio 2012 in Emilia-Romagna con alcuni dati di fatto: dopo il sisma, 28 morti e 13 miliardi di danni, abbiamo scelto di governare l`emergenza e la ricostruzione dal territorio, con i sindaci, senza “uomini della provvidenza” al comando. Una via diversa da quella seguita a L`Aquila dal governo Berlusconi: abbiamo detto no alle new town, sì alla ricostruzione delle scuole e dei nostri paesi. Poi si è definito (e finanziato) un piano per il patrimonio pubblico e per i centri storici (che vanno da Carpi a Mirandola, a Finale, a San Felice a Crevalcore a Cento a Sant`Agostino e così via).

Nell`emergenza abbiamo deciso le priorità assieme ai sindaci: le scuole e il lavoro. In 4 mesi abbiamo riaperto le scuole (riparando circa 400 edifici scolastici danneggiati e costruendone 58 provvisori) e consentito così a 18 mila studenti di cominciare regolarmente le lezioni. Da 41 mila lavoratori in cassa integrazione all`indomani del terremoto, si è passati ai circa 3.000 di oggi in una fase di grave crisi economica. È un dato che dà la misura di una ripartenza vera, tant`è che multinazionali che rischiavano di delocalizzare sono invece rimaste e investono, ad esempio in settori come il biomedicale.

Pur in assenza di un percorso legislativo chiaro la ricostruzione è partita fra tanti problemi ed oggi a 18 mesi dal terremoto, sono già stati concessi oltre 500 milioni per lavori fatti (300 per case, 200 per aziende) rimborsando il 100% dei danni. A questi va aggiunto il miliardo liquidato alle imprese dalle assicurazioni.

Erano 45 mila le persone senza alloggio, di cui 19 mila nelle tendopoli (chiuse in quattro mesi), altre ospitate in albergo, altre ancora assistite con il contributo di autonoma sistemazione (Cas). A due mesi dal terremoto è stato impostato il Programma casa integrando il Cas, dando ulteriori alloggi, e da ultimo allestendo i Moduli provvisori (Map) Nei Moduli, che non sono di lamiera, non costano 2 mila euro e sono invece di buona qualità, vivono oggi 656 famiglie (circa 2.500 persone) che non sono abbandonate ma assistite dai servizi sociali dei diversi comuni per affrontare problemi come la gestione della manutenzione, la rateizzazione e le agevolazioni richieste e in parte ottenute sui consumi elettrici.

Si è poi impostato un piano di rientro per tutte le famiglie, che nel caso dei Moduli riguarda 300 nuclei su 656 mentre per gli altri si stanno definendo scelte specifiche a seconda delle esigenze sociali ed economiche. Infine, il contrasto alla mafia. Il sistema istituzionale – Regione, sindaci, associazioni – ha stabilito regole uguali per tutti e ha messo al primo posto lo stop ai pagamenti in nero e a possibili infiltrazioni criminali, con le white list e con il pagamento diretto degli stati di avanzamento lavori.

Poche settimane fa abbiamo rendicontato all`Ue i 567 milioni di euro che l`Europa ci ha concesso per l`emergenza sisma, e che sono già stati interamente spesi e saldati in relazione ai lavori fatti. Un risultato corale di grandissimo rilievo. Ora, che tutto ciò passi per cattiva gestione, io lo vivo come un insulto al buon senso, prima ancora che come una mancanza di rispetto alla verità e a tutti quelli che si sono impegnati nella solidarietà e che si stanno impegnando per ricostruire.

Siamo partiti senza una legge nazionale efficace sulle emergenze e soprattutto sulla ricostruzione. Abbiamo colmato passo dopo passo il vuoto legislativo e ottenuto risorse in un momento di grave difficoltà finanziaria per il Paese. Ci sono mille argomenti per dire che l`Italia fatica ad uscire dalle proprie ricorrenti emergenze. Ma è sbagliato chiudere gli occhi e non vedere che un`altra strada è possibile.

da www.partitodemocratico.it

«Basta austerità a ogni costo». Il discorso di Napolitano a Strasburgo

«Gli interventi di stabilizzazione hanno avuto ricadute recessive, serve una svolta non demagogica». Il presidente della repubblica al parlamento europeo, testo integrale

1. Le prove più dure nella storia dell’Unione europea
Torno in quest’aula a sette anni di distanza dall’omaggio che volli rendere al Parlamento europeo poco dopo la mia elezione a Presidente della Repubblica italiana. E colgo oggi l’opportunità che mi è stata offerta dal vostro Presidente di rinnovare quell’omaggio, fondandolo su riflessioni scaturite dall’esperienza più recente vissuta da noi tutti.
Nei sette anni trascorsi, la costruzione europea ha dovuto fronteggiare le prove più dure della sua storia.
Si è spesso osservato che fin dagli inizi l’Europa comunitaria si sviluppò attraverso crisi via via insorte e poi superate : ma si trattò essenzialmente di crisi politiche nei rapporti tra Stati membri della Comunità. Mai – come a partire dal 2008 – di crisi strutturali, nella capacità di crescita economica e sociale, nel funzionamento delle istituzioni, nelle basi di consenso tra i cittadini. Mai era stata, di conseguenza, messa in questione, e radicalmente in questione, la prosecuzione del cammino intrapreso. Questo è invece il contesto nel quale ci si avvia alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Ritengo che perciò si debba considerare la situazione che si è venuta a creare, anche se in misura e in forme diverse da paese a paese come un momento della verità, da affrontare fino in fondo e in tutte le sue implicazioni.
È del tutto evidente che la principale fonte del disincanto, della sfiducia o del rifiuto verso il disegno europeo e innanzitutto verso l’operato delle istituzioni dell’Unione, risiede nel peggioramento delle condizioni di vita e dello status sociale che ha investito larghi strati della popolazione nella maggior parte dei paesi membri dell’Unione e dell’Eurozona. Il dato emblematico, riassuntivo di tutti gli effetti negativi e traumatici della crisi, è l’aumento della disoccupazione, è l’impennata drammatica della disoccupazione giovanile.
2. Politica di austerità e recessione
Appare dunque naturale che nel dibattito pubblico e nel confronto politico abbia assunto una netta priorità il tema di una svolta capace di condurre a quell’effettivo rilancio della crescita e dell’occupazione da ogni parte considerato indispensabile e auspicato. Si ritiene cioè che non regga più una politica di austerità ad ogni costo. Quest’ultima ha costituito la risposta prevalente alla crisi del debito sovrano nell’area dell’Euro e ha privilegiato drastiche misure per il contenimento del rapporto deficit-PIL, per il riequilibrio, a tappe forzate, della finanza pubblica in ciascun paese dell’area.
E in effetti di fronte alla crisi che aveva messo pesantemente in questione la sostenibilità finanziaria dei paesi dell’Eurozona, non si poteva sfuggire alla necessità di definire e rendere vincolante una disciplina di bilancio rimasta gravemente carente dopo l’introduzione della moneta unica. Voi avete perciò – come Parlamento dell’Unione – giustamente contribuito al varo di importanti pacchetti di misure per stabilire un quadro stringente di sorveglianza e di coordinamento rispetto alle decisioni di bilancio degli Stati membri dell’area Euro.
L’Italia, in particolare, ha compiuto in questi anni rilevanti sforzi e sacrifici, essendo bersaglio di forte pressione sui mercati finanziari per il livello degli interessi sull’ingente debito pubblico accumulato nei decenni precedenti. E nemmeno il netto miglioramento, sotto questo profilo, raggiunto nel corso del 2013, può spingerci a desistere dall’impegno di progressiva sostanziale riduzione del debito, un pesante fardello che non può essere caricato dalla classe dirigente nazionale sulle spalle delle giovani generazioni.
Ma le conseguenze dei severi interventi di stabilizzazione adottati dall’Unione e ancorati ai parametri di Maastricht, hanno avuto ricadute di innegabile gravità in termini di recessione, di caduta del prodotto lordo e della domanda interna specialmente nei paesi chiamati ai maggiori sacrifici. E ciò nonostante scelte coraggiose compiute dalla BCE per contrastare la speculazione sul mercato dei titoli del debito pubblico e per iniettare liquidità nelle molto provate economie dell’Eurozona.
3. Una svolta per la crescita e l’occupazione
La svolta che oggi si auspica da parte di molti non può perciò certamente andare nel senso dell’irresponsabilità demagogica e del ripiegamento su situazioni di deficit e di debiti eccessivi. Essa deve però riflettere la consapevolezza di un circolo vizioso ormai insorto tra politiche restrittive nel campo della finanza pubblica e arretramento delle economie europee, giunte oggi al bivio tra primi segni di ripresa e rischi, se non di deflazione, di sostanziale stagnazione.
Rompere quello che per diversi aspetti è diventato, appunto, un circolo vizioso – suggerendo a un autorevole studioso l’immagine di una “Europa intrappolata” – è ormai essenziale, se si guarda soprattutto alla condizione di un’intera generazione oggi alla deriva. Ad essa anche una ripresa della crescita – se debole e non finalizzata ad obbiettivi specifici per i giovani privi di lavoro – tende ad offrire scarsa e cattiva occupazione.
Occorre infatti, a questo proposito tener conto delle radicali trasformazioni tecnologiche intervenute e ancora in corso e dell’arduo confronto competitivo con grandi aree economiche extraeuropee ; e si deve quindi procedere – dove non lo si è già fatto – a riforme dei sistemi formativi e del mercato del lavoro, investire in conoscenza, ricerca, preparazione della giovane forza lavoro a nuove opportunità e forme di occupazione.
Una crescita sostenuta e qualificata richiede certamente riforme strutturali, ma richiede in pari tempo un rilancio, oltre che di investimenti privati, di ben mirati investimenti pubblici, al servizio di progetti europei e nazionali. A tal fine è necessaria – al di là del riferimento a parametri rigidamente intesi – maggiore attenzione per le effettive condizioni di sostenibilità del debito in ciascun paese e, in relazione a ciò, sufficiente apertura sui modi e sui tempi dell’ulteriore riequilibrio finanziario.
Il Parlamento europeo ha dato utili indicazioni con l’ampia risoluzione approvata il 12 dicembre scorso, ispirata a criteri di rinnovata solidarietà in seno all’Unione e in particolare all’Eurozona.
Dall’Unione Bancaria, avviata già nel giugno 2012 dal Consiglio europeo, a un’adeguata capacità di bilancio dell’Unione fondata su specifiche risorse proprie, da regole forti di coordinamento delle politiche economiche nazionali tali da assicurare una crescente coesione tra le economie degli Stati membri : questi ed altri elementi sono collocati dalla vostra risoluzione nel quadro di un rilancio della strategia di “integrazione differenziata”, con particolare riferimento alla cooperazione rafforzata nel campo delle politiche economiche e sociali. E non manca, nella risoluzione, il richiamo sia alle potenzialità ancora inesplorate dei Trattati vigenti sia alle esigenze, in prospettiva, di modifica dei Trattati stessi.
4. Un cambiamento profondo del modo di essere e di operare dell’Unione Europea
Si va insomma delineando un cambiamento profondo del modo di essere e di operare dell’Unione europea. I cittadini-elettori non sono dinanzi a una scelta fuorviante tra stanca, retorica difesa di un’Europa che ha mostrato gravi carenze e storture nel cammino della sua integrazione, e agitazione distruttiva contro l’Euro e contro l’Unione. Si, puramente distruttiva, anche se in nome di un’immaginaria “altra Europa” da far nascere sulle rovine di quella che abbiamo conosciuto. No, i termini della scelta non sono questi.
Infatti, poste di fronte a una drammatica crisi finanziaria, economica e sociale, le istituzioni europee si sono mosse a fatica, fra troppe esitazioni, divergenze e lentezze, ma si sono certamente mosse nel senso della correzione di comportamenti precedentemente tenuti.
Il Presidente Draghi ha negato, in un Convegno del novembre scorso a Berlino, che si possa parlare di “un decennio perduto”. I paesi dell’area dell’Euro sono stati indotti – egli ha detto – ad “usare il secondo decennio di vita dell’Euro per disfare gli errori del primo”. In queste parole non c’è ombra di retorica, ma chiara consapevolezza autocritica.
L’Euro ha rappresentato una innovazione di valore storico. Ma è rimasta per troppi anni monca, priva di complementi essenziali ; il che può essere spiegato solo con anacronistiche chiusure e arroccamenti nazionali in campi che dopo l’introduzione dell’Euro non potevano rimanere presidiati dalla sovranità nazionale.
La gravità della crisi ha travolto molte resistenze e spinto fortemente nella direzione di una maggiore integrazione. Tuttavia, per quel che riguarda il metodo e il quadro giuridico che sono prevalsi, è indubbio che si sia operato in chiave di decisioni intergovernative e di accordi internazionali, fuori del tracciato comunitario. E bisognerà dunque giungere, come chiede il Parlamento e come prevede lo stesso “fiscal compact” a “collocare la governance di un’autentica Unione Economica e Monetaria all’interno del quadro istituzionale dell’Unione”. Perché passa di qui la questione di un deciso rafforzamento della legittimità democratica del processo decisionale in seno all’Unione : questione che si è aggravata nella percezione generale, politica se non tecnica, dell’opinione pubblica, concorrendo al diffondersi tra i cittadini di fenomeni di distacco e diffidenza verso le istituzioni europee.
5. Garantire legittimità democratica con nuovi sviluppi istituzionali e politici nella vita dell’Unione Europea
Voglio dire che – nella crisi di consenso popolare di cui l’Unione europea e il processo di integrazione stanno soffrendo – c’è tutto il peso del malessere economico e sociale che l’Unione non è stata in grado di evitare ; ma c’è anche il peso di una grave carenza politica, in varie forme, sul piano dell’informazione e del coinvolgimento dei cittadini nella formazione degli indirizzi e delle scelte dell’Unione. E il cambiamento da proporre all’elettorato deve dunque andare al di là delle politiche economiche e sociali. Così come al di là di esse deve andare la sfida con le forze che negano e avversano il disegno dell’integrazione europea, nella sua continuità e nel suo necessario e possibile rinnovamento. Una nuova stagione di crescita economica, sostenibile da tutti i punti di vista, è indispensabile per ricreare fiducia ; ma essa non basta per garantire la legittimità democratica del processo d’integrazione, se non è accompagnata da nuovi sviluppi in senso istituzionale e politico nella vita dell’Unione.
Penso che quanti di noi credono nella causa dell’Europa unita, possano prepararsi al confronto elettorale con serenità e con fiducia, come portatori di cambiamento, tanto più se si restituirà al nostro disegno e alla nostra esperienza il loro volto complessivo, tutta intera la loro ricchezza, dopo averne visto in questi anni prevalere una versione riduttiva, economicistica, con pesanti connotati tecnici. Si è attenuata – e va riproposta con forza – la visione di quel che si è costruito in poco più di mezzo secolo : non solo un’area di mercato comune e di cooperazione economica, ma una comunità di valori, e con essa una comunità di diritto complessa e articolata nel segno della libertà e della democrazia. C’è stato un continuo allargarsi di orizzonti del progetto europeo. E si è delineata la prospettiva di una comune visione e capacità d’azione europea nel campo delle relazioni internazionali e della difesa e sicurezza.
Il lievito di questa costruzione senza precedenti è stato il sentimento di una ricchissima cultura comune : sentimento che abbiamo avvertito giorni fa nell’addio dell’Europa a un grande campione dei valori europei, Claudio Abbado.
6. Nulla può farci tornare indietro
Da tutto ciò traggo la conclusione che la costruzione europea ha ormai delle fondamenta talmente profonde, che si è creata un’interconnessione e compenetrazione così radicata tra le nostre società, tra le nostre istituzioni, tra le forze sociali, i cittadini e i giovani dei nostri paesi, che nulla può farci tornare indietro.
C’è dunque vacua propaganda e scarsa credibilità nel discorso di quanti hanno assunto atteggiamenti liquidatori verso quel che abbiamo edificato nei decenni scorsi, dall’Europa dei 6 all’Europa dei 28. Come si può parlare di “fine del sogno europeo”, sostenendo magari che quella fine si potrebbe scongiurarla abbandonando l’Euro per salvare l’Unione? La fattibilità e le conseguenze traumatiche di quell’abbandono vengono considerate da qualcuno con disarmante semplicismo. Né vedo quale dovrebbe essere il luogo e quali i garanti di un così improbabile scambio.
In effetti, nonostante il moltiplicarsi, in questi anni, delle previsioni catastrofiche sull’imminente crollo dell’Euro, le istituzioni dell’Unione e le più avvedute leadership politiche nazionali hanno compreso che per salvaguardare l’intero progetto europeo era essenziale difendere l’Euro. Ma è stato necessario fare i conti con gli errori compiuti, dovuti, a ben vedere, all’affievolirsi della volontà politica comune che aveva reso possibile quel balzo in avanti e che avrebbe dovuto presiedere a tutti i successivi sviluppi della integrazione europea, in uno con i processi dell’unificazione tedesca e dell’allargamento dell’Unione.
7. Vecchie e nuove motivazioni razionali ed emotive del progetto europeo
Se quello che oggi stiamo vivendo e si manifesterà nell’imminente confronto elettorale, è – come ho detto all’inizio – un momento della verità per la causa dell’unità e del futuro dell’Europa, condizione decisiva del successo è una nuova, più forte e decisa, volontà politica comune, capace di trasmettere alle più vaste platee di cittadini le ragioni storiche e le nuove motivazioni del progetto europeo. Trasmetterle razionalmente ed emotivamente : deve trattarsi cioè di un messaggio appassionato, profondamente sentito, come quello consegnatoci da grandi immagini dei passati decenni. Quella, ad esempio, di François Mitterrand ed Helmut Kohl che rendono omaggio, mano nella mano, ai caduti nella terribile battaglia di Verdun durante la prima guerra mondiale.
Si è scritto che quei “due grandi Europei erano impregnati di sentimento tragico della Storia” : di lì il loro europeismo, fino all’accordo sull’unificazione tedesca e sulla moneta unica. Ma di quel sentimento erano “impregnati” tutti i padri fondatori dell’Europa comunitaria, firmatari della Dichiarazione Schuman del maggio 1950, fautori della prospettiva di una Federazione europea.
Non mi ha però mai contagiato il timore che nel passaggio delle responsabilità politiche e di governo a generazioni successive potessero dissolversi l’ispirazione, la consapevolezza, la volontà politica comune europea, culminata nell’unificazione dell’intero continente su basi di pace e di libertà. Tuttavia, che queste non si siano dissolte e possano ritrovare forza in un contesto diverso e nuovo, è ciò di cui si deve ora dare l’estrema prova.
Naturalmente, le motivazioni del progetto europeo sono divenute altre, ed esse possono ben parlare agli europei di questo secolo, agli europei del mondo d’oggi.
Ieri la molla del porre fine ai nazionalismi economici e politici, generatori di conflitti fatali, era una molla potente per conquistare consensi alla causa dell’unità europea. Ebbene, una molla non meno potente può essere oggi quella dello scongiurare il declino del nostro continente, di quel che esso ha rappresentato nella storia. L’Europa nel suo insieme è diventata più piccola rispetto ad altri continenti in termini di peso demografico, di potenza economica, di ruolo negli equilibri mondiali ; ma se saprà unire sempre di più le sue forze, potrà continuare a dare il suo apporto peculiare allo sviluppo storico e all’avvenire della civiltà mondiale.
La missione nuova ed esaltante dell’Europa unita è quella di far vivere, nel flusso di una globalizzazione che potrebbe sommergerci come nazioni europee, la nostra identità storica, il nostro inconfondibile retaggio culturale, il nostro esempio e modello di integrazione sovranazionale, di comunità di diritto, di economia sociale di mercato.
Perché questa missione sia condivisa dai popoli della nostra Unione e possa essere portata avanti con successo, occorre una più forte coesione politica europea, una più convinta e determinata leadership politica europea. Trent’anni fa, esattamente trent’anni fa in quest’Aula – lasciate che lo ricordi – Altiero Spinelli riuscì a far esprimere al Parlamento europeo questa capacità di leadership con il progetto di Trattato che porta il suo nome. L’occasione non fu allora raccolta : ma la sua ispirazione costituzionale ha continuato a vivere e a contare. Anche perché la sua idea di Europa federale non aveva nulla a che fare con lo spauracchio agitato da varie parti di un super-Stato centralizzato. Molta strada dal 1984 ad oggi è stata dunque fatta. Ma restano da vincere ancora dure battaglie politiche, se non contro possibili ritorni di nazionalismi aggressivi, certamente contro persistenti egoismi e meschinità nazionali, contro ristrettezze di vedute, calcoli di convenienza e conservatorismi anacronistici, quotidianamente riscontrabili nelle classi dirigenti nazionali.
8. La “vista lunga” : una politica europea, uno spazio pubblico europeo
Manca oggi – ha di recente notato Helmut Schmidt – “la vista lunga” in troppi leader europei, per insufficiente consapevolezza del declino che minaccia l’Europa. I padri fondatori e costruttori dell’Europa comunitaria non erano solo “impregnati di sentimento tragico della storia”, erano portatori di un’audace e realistica visione del futuro. E questa può darla oggi, ovvero nei prossimi anni, solo una politica che si faccia finalmente europea. Mentre finora in un continente così interconnesso come il nostro, la politica è rimasta nazionale, con i suoi fatali limiti e con le sue diffuse degenerazioni.
Una politica europea, uno spazio pubblico europeo, dei partiti politici europei, che cos’è l’Unione politica di cui si parla, se non si fa vivere su scala europea il confronto politico democratico, la competizione tra le diverse correnti ideali e forze politiche organizzate ? E’ questo un grande salto in avanti da compiere e rispetto al quale molto hanno da dire il Parlamento e i parlamentari europei, in stretto raccordo con i Parlamenti e i parlamentari nazionali, per raggiungere le masse più larghe di cittadini, coinvolgendoli in una più informata e attiva partecipazione politica alla costruzione di un’Europa più unita, più democratica, più efficace.
In questo Parlamento opera già il nucleo originario e vitale dei partiti politici europei. E’ qui che si raccolgono le maggiori sensibilità e competenze su cui poter fondare un messaggio politico per il governo dell’Europa da condividere con i cittadini, al di là del linguaggio in codice e dei complessi tecnicismi delle istituzioni dell’Unione. E’ nelle vostre mani, signor Presidente, signori deputati, per gran parte nelle vostre mani, il compito di far nascere e crescere la dimensione politica dell’integrazione europea, nella nuova fase di sviluppo che per essa si apre.

da www.europaquotidiano.it

"Quirinale all’attacco in Europa", di Stefano Menichini

Napolitano esce dall’assedio grillino, leghista e berlusconiano e detta la linea della riscossa europeista contro scettici e nemici dell’euro. Strasburgo applaude, sotto accusa ci sono anche governi e leader nazionali.

Un grande discorso di battaglia politica. I parlamentari di Strasburgo alla fine erano colpiti e ammirati, anche perché non sono abituati a momenti del genere: a capi di stato che si presentano nel loro emiciclo non per lanciare generici appelli ma per scarnificare le ragioni della crisi europea, individuare praticamente con nome e cognome i nemici politici dell’integrazione ma soprattutto le responsabilità dei leader degli Stati, dettare una possibile – l’unica possibile – linea di riscossa. Praticamente un programma elettorale per le elezioni continentali di maggio, solo che non è un programma di parte o di partito ma è potenzialmente di tutti. Di tutti, tranne coloro che vorrebbero la fine dell’Europa, o dell’euro che è la stessa cosa, e che infatti ieri si sono palesati con una contestazione che li ha qualificati.
Volendo fare un filo d’ironia, ma neanche tanto, si potrebbe dire che Giorgio Napolitano ha provato a espandere a livello continentale il ruolo che ormai in Italia gli è abituale. Di garanzia, sì, ma non nel senso della neutralità rispetto al bivio che abbiamo davanti. E che nelle elezioni di maggio si chiama ripresa del percorso di piena integrazione politica, o in alternativa vittoria degli euroscettici e ulteriore dissoluzione di ciò che già appare molto fragile.
Nei primi commenti italiani al discorso del capo dello stato si è molto insistito sul suo appello ad abbandonare le politiche di pura e semplice austerità di bilancio, il cui effetto recessivo sull’economia dei paesi e dell’Unione è ormai comprovato, e in nome delle quali l’Italia ha dato già molto se non tutto. L’accento dei commenti è giusto, anche se occorre notare che Napolitano, pur richiamando la necessità di un rilancio dell’intervento pubblico, non ha lasciato alcuno spazio alle velleità (in particolare quelle domestiche, che conosce bene) di ritorno all’epoca della spesa facile.
Il punto veramente forte del discorso di Strasburgo però è stato un altro. Perché non è solo e non tanto di crisi economica che sta deperendo l’Europa. Bensì di assenza di visione, sfrenati egoismi nazionali, prepotenza dell’Unione dei governi su quella del parlamento, crollo delle leadership personali. Per una volta, i nomi di Spinelli, Schuman e Adenauer non sono stati citati in giaculatoria, ma per confronto con i nomi (non citati, ma è come se) degli attuali piccoli capi di governo concentrati sulle proprie agende nazionali, o addirittura elettorali.
Ieri a Strasburgo Napolitano ha tirato fuori quel carisma internazionale che una volta anche Obama gli riconobbe. L’Italia è sfortunatamente uno dei laboratori privilegiati del possibile collasso europeo: tutti coloro che vi lavorano sono schierati, dalla destra berlusconiana alla Lega a Grillo.
A loro, ai nemici dell’Europa, il presidente ha riservato le parole dure di uno che non solo non si fa intimidire dall’assedio che subisce in patria, ma contrattacca con veemenza senza uscire dal ruolo. Mentre ha proposto una linea di contrasto a socialisti, popolari e liberali europei, pur senza potersi rivolgersi apertamente a loro (ma le famiglie politiche sono state citate, eccome).
Uno dei problemi italiani è che alle elezioni di maggio i primi saranno in campo, dopo la scelta di Matteo Renzi di far entrare il Pd nel Pse. E che purtroppo, a quanto pare, ai democratici toccherà di fare la parte anche dei liberali e dei popolari europei, dei quali ormai non c’è traccia nella mappa politica nazionale.

da europaquotidiano.it

"Per imparare non basta la tecnologia", di Paolo di Stefano

Aderite incondizionatamente all’uso di Internet a scuola? Leggete il libro dello psichiatra tedesco Manfred Spitzer, il quale sostiene — com’è facile intuire dal titolo, Demenza digitale (Corbaccio) — che gli strumenti tecnologici, utilizzati in eccesso, finiscono per limitare la capacità di memorizzare, di concentrarsi, di socializzare. Tutte qualità che un individuo, specie se giovane, dovrebbe sviluppare. Siete scettici? Ascoltate Umberto Eco, quando dice che ha curato Encyclomedia, un’enciclopedia informatica, per favorire la memoria storica dei ragazzi, mettendo loro a disposizione cronologie indispensabili ai nativi digitali. Poi però è lo stesso Eco ad avvertire (in una lettera a suo nipote apparsa qualche settimana fa sull’Espresso) che sarebbe utile arginare il deserto mnemonico che avanza tornando alla vecchia tradizione, e cioè mandando a memoria «La Vispa Teresa», «La cavallina storna», «L’infinito». Senza abbandonare il Web, ma senza farne un mondo totalizzante. Nessuno ha ancora dimostrato, del resto, che i libri di carta siano inutili. Il fatto che l’Italia è agli ultimi posti, come segnala l’Ocse, nella digitalizzazione scolastica non è un segnale di cui rallegrarsi. Ben vengano, anzi, le lavagne elettroniche. Il vero guaio però è che la fascinazione dei nuovi strumenti digitali ha contribuito a spostare l’attenzione dai contenuti ai mezzi che li veicolano, attribuendo a questi ultimi una funzione catartica che non hanno. L’equivoco, insomma, è credere che la scuola possa rinnovarsi solo adottando a tappeto iPad e ebook. I genitori sanno bene che i loro figli imparano da soli, ben prima di arrivare a scuola, a maneggiare smartphone e tablet: non accade lo stesso per i libri. A scuola, semmai, i nativi digitali potrebbero apprendere un uso dosato e critico della Rete: ma si può chiedere anche questo ai docenti? Senza dimenticare che la scuola deve insegnare soprattutto altro, e magari, perché no, aprire spazi mentali alternativi a quelli consueti, in genere frequentati compulsivamente. La terza via, tra apocalittici e integrati, è quella dei prudenti. Non esagerare è sempre un ottimo consiglio.

da il Corriere della Sera