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"I simboli del masochismo nazionale", di Cesare Martinetti

La sgangherata contestazione di tre leghisti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che parlava ieri al Parlamento di Strasburgo in nome dell’Italia andrebbe liquidata in poche righe se non fosse che pone una questione che ci riguarda tutti. E cioè: perché mai siamo l’unico Paese che con ostinata coerenza fa di tutto per farsi male davanti al resto del mondo?

Avete mai visto il presidente francese contestato da un politico francese in un’occasione internazionale? O la/il cancelliere tedesco? La regina d’Inghilterra? Il Presidente degli Stati Uniti? La bandiera di ciascuno di questi paesi viene issata con cura ogni mattina sulla facciata di scuole ed edifici pubblici in patria e all’estero, mentre il nostro povero tricolore appare spesso qua e là sfilacciato e scolorito, simbolo di un paese che non crede in se stesso.

Non è in discussione il diritto di ogni forza politica di discutere e criticare atti e posizioni del Presidente della Repubblica, come accade regolarmente in ciascuno di questi altri paesi. Ma non è questo il punto. In quell’aula di Strasburgo dove un presidente del Consiglio italiano fece la memorabile gaffe di proporre al leader dei socialdemocratici tedeschi la parte di «kapò» in una fiction da programmare in una delle sue televisioni, ieri tre deputati leghisti che non val nemmeno la pena di nominare hanno interrotto Napolitano per protestare contro l’euro. I commessi dell’aula, muniti di guanti bianchi come operatori sanitari costretti a maneggiare materiale tossico, li hanno disarmati dei loro poveri cartelli. Uno faceva il segno di vittoria con la mano. Aveva già contestato Carlo Azeglio Ciampi nel 2005 in quella stessa aula. E allora come ieri la maggior parte degli europarlamentari ha isolato con fastidio i contestatori e ascoltato con attenzione Napolitano. Che cosa pensava di avere mai vinto il patetico contestatore?

Tutto ciò appartiene alla categoria di un provincialismo meschino e miserabile tanto più in un momento in cui l’Europa avrebbe bisogno di discussioni serie, idee alternative al pensiero unico e monocorde dell’austerity pur inevitabile, come ha detto lo stesso presidente Napolitano. Lo chiede il galateo di una politica né buona né cattiva ma semplicemente pragmatica e civile. La sgrammaticature della Lega che pure hanno svolto una loro funzione nel passato, ora appaiono un dito medio perennemente alzato come le immagini dell’ultimo Bossi, villanamente messo in soffitta dalla nuova leadership del movimento.

E poi – a parte qualche voto in più nei bar della bergamasca – che cosa pensano di ottenere con la loro sceneggiata i tre sciagurati eurodeputati leghisti che dicono di rappresentare la parte più ricca e produttiva del paese? Il più importante quotidiano della Baviera, la Süddeutsche Zeitung, ha giudicato ieri severamente le ultime performance al parlamento italiano: «scene che vanno al di là di qualunque civile dialettica parlamentare». E definito i deputati «adolescenti impazziti». Si riferiva ai grillini, ma non solo. Eppure è questa l’Europa a cui dovrebbero guardare i sedicenti rappresentanti della Baviera italiana. L’interesse nazionale, quel concetto che nel resto d’Europa consiglia ai politici di mettere da parte gli egoismi di partito e consente di costruire vere «grandi» coalizioni, continua ad essere drammaticamente sconosciuto in Italia.

Persino Marine Le Pen, spiegava ieri Marc Lazar in un’analisi dei populismi europei, è cauta nel cavalcare l’ondata di irrazionalità reazionaria che attraversa la Francia. Da noi, invece, l’ambizioso contestatore di Napolitano si annoda al collo un fazzoletto dello stesso colore delle mutande acquistate con i soldi della Regione Piemonte dall’(ex) governatore Cota e si sogna vincitore, senza capire che è invece diventato il grottesco simbolo del masochismo nazionale.

da www.lastampa.it

"Quel tesoro sequestrato alla mafia che nessuno riesce a utilizzare", di Francesco Viviano e Alessandro Ziniti

C’è un tesoro dimenticato nelle mani di Equitalia. Due miliardi e passa di euro. Soldi sporchi di sangue e di affari, soldi sottratti alle mafie e al ma-laffare, ma anche soldi “negati” a chi, per mancanza di fondi, non riesce a garantire giustizia e sicurezza.
«MI RISULTA che nel Fondo unitario per la giustizia ci sia un miliardo di euro in contanti ed un altro miliardo in titoli ed assicurazioni », dice il prefetto Giuseppe Caruso, direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati. «Come mai non vengono assegnati al ministero dell’Interno che ha difficoltà persino a pagare la benzina per le volanti o per chi cerca i latitanti? Avevo proposto che i fondi fossero utilizzati per la fiscalità di vantaggio per le aziende confiscate che ogni giorno rischiano di chiudere ma non ho mai avuto risposte». Equitalia non sa esattamente quanto ha in cassa (i dati sono fermi al 2012), sa solo che in quattro anni, dal 2008 (quando è stato istituito il Fug) al 2012, tra soldi contanti e titoli riscossi confiscati, sono stati riversati alla Ragioneria generale dello Stato 209 milioni e 300 mila euro. Poco più del 10 per cento.
L’affondo di Caruso è solo l’ultima scossa di un terremoto che sta scuotendo il “mondo” dei patrimoni
sottratti alle mafie, un tesoro che vale quanto una Finanziaria, difficile da quantificare
esattamente ma di sicuro oltre 30 miliardi di euro: più di 11.000 immobili e 1.700 aziende dislocati per l’80 per cento tra Sicilia, Calabria, Puglia e Campania anche se da qualche tempo anche in Lombardia e Lazio i colpi al cuore dell’economia criminale si sono moltiplicati.
Un patrimonio che continua, per l’85 per cento, a rimanere inutilizzato, imbrigliato dai mille lacci della burocrazia e da lacune legislative ma che nasconderebbe anche ben altro.
«I beni confiscati dovrebbero essere riutilizzati a fini sociali ed essere restituiti alla collettività e invece, in troppi casi, e per troppi anni, sono stati considerati “beni privati” da alcuni amministratori giudiziari che li hanno considerati come fortune sulle quali garantirsi un vitalizio», accusa Caruso. Parcelle d’oro, amministratori giudiziari che sono anche presidenti dei consigli di amministrazione delle aziende confiscate, patrimoni gestiti per decenni dalle stesse persone senza che il bene o le società vengano assegnati o liquidati. La durissima denuncia lanciata dal prefetto Caruso su Repubblica è finita in Parlamento e sul tavolo del governo e il direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati è stato convocato per oggi dalla presidente della commissione antimafia Rosy Bindi e dal viceministro Filippo Bubbico per fornire chiarimenti sulle motivazioni che, negli ultimi mesi, lo hanno indotto a sostituire alcuni dei più noti amministratori giudiziari nominati dalle sezioni “Misure di prevenzione” dei tribunali per gestire gli enormi patrimoni sottratti ai boss di Cosa nostra e ai loro prestanome. Cambio alla guida dell’impero immobiliare miliardario già dei costruttori Piazza e Sansone (uomini di fiducia dei Graviano e di Riina), al patrimonio dell’ingegnere Michele Aiello (braccio economico di Provenzano), alla testa dei supermercati del “re della grande distribuzione” Giuseppe Grigoli, fiduciario del superlatitante Matteo Messina Denaro.
E ora questa storia dell’immensa fortuna in contanti dimenticata nei conti di Equitalia. Sì, perché la legge numero 143 del 2008 ha subappaltato ad Equitalia con la neonata “Equitalia giustizia” la gestione di questo fondo nel quale confluiscono tutti i contanti, i titoli, i rapporti bancari, le polizze sequestrate o confiscate dall’autorità giudiziaria. Ed è ad Equitalia giustizia che è demandata la gestione finanziaria delle risorse sequestrate (che ha finora fruttato solo lo 0,10 per cento del capitale) e soprattutto il versamento allo Stato delle risorse confiscate, in parte al ministero della Giustizia e in parte a quello dell’Interno. Cosa che, stando alla denuncia del direttore dell’Agenzia, sarebbe rimasto lettera morta.
Nella sua audizione, Caruso è pronto a fornire all’Antimafia tutti i chiarimenti sulle revoche degli incarichi che in Sicilia stanno creando tanto malcontento tra gli amministratori giudiziari e
tra alcuni dei giudici che, in virtù di un rapporto fiduciario, hanno assegnato loro la gestione di ingenti patrimoni. Malumori raccolti ed amplificati anche da un anonimo recapitato alcuni giorni fa a diversi indirizzi, dal Quirinale alla Procura di Palermo, nel quale si sottolineerebbe come alcuni dei professionisti da poco nominati da Caruso sarebbero vicini ad alcuni uomini politici, dunque nomine dettate non da una sorta di “spending review” dei costi delle amministrazioni giudiziarie ma da condizionamenti politici da parte del prefetto. Che respinge le accuse al mittente e risponde con un esempio per tutti. «Uno di questi noti amministratori giudiziari, Gaetano Cappellano Seminara, che ha gestito la più grande fetta dei patrimoni confiscati in Sicilia, ha presentato una parcella da sette milioni di euro e contemporaneamente prendeva 150.000 euro all’anno come presidente del consiglio di amministrazione della stessa azienda. Controllore e controllato allo stesso tempo e con duplice compenso. Basta?». Replica l’amministratore giudiziario Cappellano: «Il prefetto Caruso ha delegittimato l’operato di amministratori giudiziari e dei giudici del tribunale di Palermo che hanno vigilato durante questi 20 anni sul nostro operato approvandone i rendiconti e liquidandoci i compensi».

da la Repubblica

"Lo zen e il web", di Massimo Gramellini

Breve manuale di sopravvivenza agli insulti in Rete, «Lo zen e l’arte della manutenzione del web».

1. Rilanciare. (O pan-per-focacciare). Rispedendo senza indugio nell’etere l’insulto, come se fosse una medaglia. Consigliato soltanto per tempeste di improperi a bassa intensità. Se la marea monta, rischiate di perdere tutta la giornata alla tastiera.
2. Urlare. “Aaaaaaaaaaaah!” per esempio, stritolando una pallina antistress e avendo cura che la rabbia si sgonfi prima della pallina.
3. Immaginare. Di essere in auto e che lo schermo del computer sia il finestrino tirato su, mentre un energumeno in mezzo al traffico vi urla addosso parole incomprensibili.
4. Ragionare. Il lancio dell’insulto sul web è uno sport virtuale, che al bar o per strada nessuno avrebbe il coraggio di replicarvi sul muso.
5. Relativizzare. Per quanto numerosi e incattiviti dalla vita, gli insultadores sono sempre una infinitesima minoranza rispetto alle dimensioni dell’universo, che continua tranquillamente a espandersi e a fregarsene di voi.
6. Lavorare.
7. Respirare. Profondamente. Poi guardate qui le immagini della bambina di quindici mesi che scopre la pioggia e ritrovare la meraviglia, infischiandosene di tutto il resto.

da La Stampa

"La scomparsa dei fatti. Dalla videocrazia di Berlusconi alla sondocrazia di Grillo", di Marco Pigliacampo

A rivedere ciò che è successo nei giorni scorsi con un minimo di distacco e un po’ di emozioni in meno, ci si accorge quanto sia rivelatore di un rapporto maligno tra politica-media-pubblico che nel nostro Paese ha raggiunto livelli critici. La gazzarra avvenuta in Parlamento, l’occupazione dei banchi del Governo da parte dei grilini, gli schiaffi e gli insulti tra deputati, le vergognose offese che hanno coinvolto la Presidente della Camera e il Capo dello Stato, tutto ciò ha impedito al grande pubblico di avere informazioni chiare sul motivo (pretesto?) per la polemica, cioè sulla conversione in legge del decreto in materia di Imu e Banca d’Italia.

Si tratta del decreto che ha permesso agli italiani di non pagare l’Imu e che ha coperto le minori tasse sul patrimonio immobiliare con, tra l’altro, maggiori tasse pagate dalle banche azioniste di Banca d’Italia. Le polemiche hanno impedito di capire le scelte del Governo, tantomeno i tecnicismi del provvedimento, che bisognerebbe spiegare insieme alla disciplina europea di vigilanza prudenziale delle banche. Temi complessi, che non possono essere ridotti ai giudizi sommari tipo “Like/Unlike”. A parte la stampa economica e alcuni tentativi, come quello di Bini, i giornali e ancora meno la televisione non sono riusciti a spiegare alcunché, nemmeno a dare la notizia (le norme del decreto), sommersi dai beceri episodi parlamentari e dalla “necessità” di riportare le “libere” interpretazioni dei politici di turno.

Tutto ciò ha confermato un grave problema del nostro Paese: il giornalismo ha grandi difficoltà, oggi più di ieri, a trovare il modo di raccontare i fatti concreti della politica, che sono innanzitutto le leggi, che bisogna saper leggere e collocare nelle prassi dei settori su cui impattano. Non è solo un problema di competenze tecniche, né tantomeno deontologico, ma riguarda il senso profondo del rapporto con la politica e con l’opinione pubblica. Oggi dare “solo” le notizie, nella cronaca politica, significa porsi fuori da questo rapporto.

La questione centrale è il modo con cui oggi, dopo il ventennio “videocratico” di Berlusconi, fanno politica i partiti italiani. I fatti (ciò che hanno legiferato o contrastato) non sono mai oggetto stabile della loro comunicazione politica (decido questo perché; voglio che non sia deciso questo perché), bensì sono oggetti instabili, opinabili, sempre pronti ad essere manipolati e utilizzati strumentalmente. Questa abitudine dei partiti relega il giornalismo politico ad un ruolo ancillare, anziché al ruolo fondamentale che dovrebbe avere di garante dei fatti. Le finalità di questa prassi maligna sono quelle di consolidare il rapporto con il “proprio pubblico” di elettori (rafforzandone le convinzioni e i pregiudizi) e di cercare ogni volta di raggiungere un pubblico ulteriore (instaurando un nuovo rapporto di identificazione).

Buona parte della politica italiana non parla alla ragione, ma all’emotività: non richiede un processo di comprensione, ma solo di identificazione. È per questo motivo che la consumazione dei fatti è immediata, come uno spettacolo di intrattenimento, e l’approfondimento è considerato inutile o almeno accessorio. Anzi, più la notizia è complessa, meglio si presta alla manipolazione delle opinioni politiche. Siamo passati dalla “videocrazia” berlusconiana, in cui il broadcasting media per eccellenza, la Tv, aveva il ruolo di rappresentare un eroe popolare estraneo alla politica di mestiere, alla “sondocrazia” grillina, in cui le cose da fare non coincidono con quelle migliori per il Paese ma con quelle desiderate dalla maggioranza dei cittadini. Ecco quindi la corsa dei politici a manipolare ogni fatto per mostrare coincidenza tra la propria opinione e quella più diffusa nel Paese.

Una prassi così deleteria è agevolata dall’idea oggi diffusa di democrazia come espressione della maggioranza e delle sue scelte, quando il principio cardine della democrazia dovrebbe essere la tutela dei diritti delle minoranze. Ma il principale punto di rottura resta il rapporto con i fatti, con la conoscenza, con il sapere. Lo ha scritto efficacemente Freccero nel suo ultimo libro: “Ogni forma di sapere è un insieme di regole che disciplinano e mettono in forma il potere. Ma un sapere vuoto produce un potere insensato. Un potere che trova solo in sé stesso la propria giustificazione ci riporta a una concezione rozza e primitiva del potere”.

Se il potere divorzia dalla verità per basarsi solo sull’opinione, adesca le persone con l’inganno e impedisce loro di crescere e assumersi le proprie responsabilità.

da http://www.huffingtonpost.it

"C’era una volta anche l’Authority", di Gian Antonio Stella

E due. Dopo papa Francesco, durissimo coi «devoti della dea tangente», anche l’Europa dice che da noi girano troppe mazzette: 60 miliardi di euro. Non c’è Paese che possa sopravvivere con un carico simile sulla groppa e una reputazione in pezzi come la nostra. L’Authority che ha cambiato tre nomi ma non ha né poteri né presidente. Chiesta dall’Europa nel ‘99, si chiamava Civit, ora Anac. Risultati? Nessuno

Il 97% dei cittadini (21 punti più della media europea) è convinto che la bustarella dilaghi. E Bruxelles ci chiede: che fine ha fatto l’Authority contro la corruzione?
Il primo rapporto della Commissione anticorruzione, diffuso ieri dal commissario agli affari interni Cecilia Malmström, dice che certo, «in Europa non ci sono aree non affette da corruzione. Prendiamo atto dei progressi fatti e delle buone pratiche, ma i risultati raggiunti sono insufficienti e questo vale per tutti gli Stati membri». Mai accontentarsi. Ma certo le condizioni dell’Italia, rispetto agli altri, è pesante. Basti dire che su quei 120 miliardi di euro di corruzione stimati dalla Ue, la metà sarebbe nostra. Di più: l’88% degli italiani (anche qui oltre una ventina di punti sopra la media continentale) pensa che la corruzione e le raccomandazioni siano il modo più semplice per accedere ai servizi pubblici.
A dirla tutta, qua e là le statistiche europee non ci strapazzano neppure troppo, ad esempio quando dicono che «il 2% degli italiani ha ricevuto richieste di tangenti nell’ultimo anno». Su questo, il rapporto di «Libera», la rete di associazioni di Don Luigi Ciotti, è più pessimista: i cittadini che si sono visti chiedere una bustarella sarebbero sei volte di più: il 12%. Sia come sia, la Commissione Europea ci bacchetta. Su certe assoluzioni dovute ai tempi biblici. Sulle leggi ad personam . Sui cavilli di certe norme che rischiano «di dare adito ad ambiguità nella pratica e limitare ulteriormente la discrezionalità dell’azione penale». Sul coinvolgimento di troppi politici. Fino alla brusca ramanzina sulla inefficacia dell’authority delegata a combattere le mazzette. Ramanzina sacrosanta.
Per anni, dopo il lontano accordo di Strasburgo del 1999, l’Europa ci ha chiesto di dare vita a un organismo per la guerra alla corruzione. Ma mai cammino è stato tanto travagliato. Istituito nel 2003 e reso operativo nel 2004, l’«Alto commissario per la prevenzione e il contrasto alla corruzione» dotato di una bellissima sede e pochissimi poteri, un vero e proprio specchietto per le allodole, restò (inutilmente) in vita quattro anni.
Risultati? Boh… Evaporato nel 2008, fu sostituito dal Saet, il Servizio per l’anticorruzione e la trasparenza che venne subito criticato dagli osservatori: stare alla struttura del Dipartimento funzione pubblica non garantiva l’indipendenza necessaria. Risultati? Boh…
Un altro anno di «ti-tic e ti-tac» e nasceva la Civit, dal nome interminabile (Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche) e dalle competenze vaghe. Risultati? Boh…
Fatto sta che nel 2012, con il governo Monti, arrivava la sospirata Autorità anticorruzione con l’obiettivo di «spostare l’asse della lotta alla corruzione dalla repressione alla prevenzione». Applausi corali: evviva, finalmente. Risultati? Boh…
Finché, mesi e mesi dopo, il «Sole 24 ore», l’organo di Confindustria, raccontando il passaggio gestito da Gianpiero D’Alia dalla Civit all’A.n.ac. (Autorità nazionale anticorruzione: ultima sigla del tormentone) sbuffava giustamente per tutti gli «anni di operazioni di montaggio e smontaggio di strutture analoghe».
La stessa Authority, un mese fa, nel suo «Rapporto sul primo anno di attuazione della legge 190 del 2012», sentiva il bisogno di sgravarsi di responsabilità: «Il livello politico non ha mostrato particolare impegno nell’attuazione della legge. Nonostante i reiterati solleciti dell’Autorità, non tutti i ministeri, gli enti pubblici nazionali, le Regioni, gli enti locali hanno nominato il responsabile della prevenzione della corruzione, che pure svolge un ruolo cruciale per l’attuazione della normativa». Traduzione: non vogliono che lavoriamo sul serio.
Peggio, accusano i magistrati in trincea sul fronte della corruzione, «non hanno nominato neppure il presidente dell’Authority limitandosi a una prorogatio dei vertici della vecchia Secit nominati da Brunetta, fra i quali c’è anche quell’Antonio Martone coinvolto, a torto o a ragione, nel caso della P3. A dimostrazione che un conto sono le chiacchiere e un altro i fatti». Di più: le cose vanno talmente per le lunghe da fare emergere sospetti maliziosi e cioè che «giorno dopo giorno vengano svuotati i poteri dell’organismo sui conflitti di interesse, i piani anticorruzione, le incompatibilità fra amministratori e società miste o in house, magari con la scusa di risparmiare prebende».
E non si tratta solo di un problema morale. Ma anche economico. Nel 2012, l’anno al quale si riferiscono i dati della Commissione Europea, gli investimenti diretti esteri in Italia sono crollati del 70%: da 34 a 10 miliardi di dollari in un anno. Al punto di rappresentare per noi un misero 0,6% del Pil contro l’1,4% della Francia (quasi il triplo) o il 2,8% (quasi il quintuplo) del Regno Unito. «Ci sono 1.400 miliardi di dollari che ogni anno volano sul mondo per investimenti diretti esteri in cerca di un luogo su cui atterrare», sospirò mesi fa Giuseppe Recchi, direttore del Comitato investitori esteri di Confindustria: perché così pochi in Italia? Risposta: vuoi vedere che c’entrano anche la corruzione, la burocrazia che alla corruzione è legata, la macchinosità dei processi su eventuali imbrogli?
In ogni caso, spiega Pier Camillo Davigo, molto più che sull’Authority bisognerebbe puntare sul rigido rispetto delle regole: «In tutti i Paesi seri chi ruba va in galera. Qui invece sono andati a smontare certi reati per introdurne altri di difficile definizione col risultato che l’obiettivo non pare più colpire i corrotti ma individuare in quale casella di reato inserirli.
Vogliono fare sul serio? Introducano le operazioni sotto copertura come negli Stati Uniti. Coi test d’integrità. Me l’ha spiegato un amico americano: ogni tanto mandiamo in giro degli agenti in incognito a offrire mazzette. Chi le prende lo sbattiamo dentro. E diamo una ripulita». Figuratevi la popolarità che una cosa simile avrebbe tra la classe politica italiana…

da il Corriere 4.2.14

"Più tasse e meno reddito. La crisi colpisce le famiglie", di Laura Matteucci

Confcommercio: in sei anni svaniti 18mila euro di ricchezza a testa. Ma il governo contesta i dati sul fisco L’Istat: disponibilità in calo in tutto il Paese

MILANO Sale a 4,6 miliardi, dagli iniziali 1,6, l’aumento delle entrate da tassazione nel periodo 2014-2016 previste dalla legge di Stabilità. Solo per quest’anno si è arrivati a più di 2,1 miliardi rispetto ad una previsione di 973 milioni, e per l’anno prossimo si passa a 639 milioni da quella che inizialmente doveva essere una riduzione del carico per 496 milioni.
Confcommercio punta il dito contro le nuove tasse che, questo il ragionamento, andranno ad aggravare la situazione delle famiglie già impoverite dalla crisi (negli ultimi sei anni il reddito pro capite si è ridotto del 13%, tornando ai livelli del 2002, e si è persa ricchezza netta per 18mila euro a testa), e quindi dei consumi, che solo nel 2012 sono calati del 4,2%. Ma proprio sul peso del fisco interviene in serata Palazzo Chigi con una nota dal sapore di una secca precisazione. Famiglie e imprese dice in sostanza il comunicato del governo non pagheranno nuove tasse che invece scenderanno dal 44,3% al 43,7% nel 2016. Il documento di Confcommercio evidenzia «un aumento delle tasse di 2,1 miliardi nel 2014, senza però spiegare chi sarà a pagare di più – si legge – Il dato non è nuovo ed è indicato, nero su bianco, nel documento relativo alla legge di Stabilità». «A pagare non saranno le imprese e le famiglie, come più volte ribadito dal governo», che prosegue elencando le voci e le cifre relative alle nuove entrate. «Al contrario afferma la nota le famiglie beneficeranno della riduzione del prelievo per 2,6 miliardi.

I NUOVI CONTRATTI
Ma sul reddito delle famiglie arriva anche un altro studio, questa volta dell’Istat, sempre dello stesso tenore. Nel 2012 il reddito disponibile diminuisce, rispetto all’anno precedente, in tutte le regioni. Da ricordare che i redditi da lavoro dipendente sono la componente più rilevante nella formazione del reddito disponibile (con un’incidenza superiore al 50%). «Nel confronto con la media nazionale (-1,9%), il Mezzogiorno segna la flessione più contenuta (-1,6%), seguito dal Nord-est (-1,8%), Nord-ovest e Centro (-2%). Le regioni con le riduzioni più marcate sono Valle d’Aosta e Liguria (-2,8% in entrambe)», si legge in una nota Istat. Il reddito monetario disponibile per abitante «è pari a circa 20.300 euro sia nel Nord-est sia nel Nord-ovest, a 18.700 euro al Centro e a 13.200 nel Mezzogiorno. La graduatoria del reddito disponibile per abitante (17.600 euro il valore medio nazionale) vede al primo posto Bolzano, vicina ai 22.400 euro, e all’ultimo la Campania, con poco meno di 12.300 euro».
È la Liguria la regione che ha risentito maggiormente degli effetti della crisi: tra il 2009 e il 2012 le famiglie hanno subìto una diminuzione dell’1,9% del reddito disponibile. L’Umbria e la provincia di Bolzano sono state le meno toccate, con anzi aumenti del 3,6% e del 2,7%. Nel 2012 a livello nazionale il reddito disponibile era aumentato dell’1% rispetto al 2009, anno di inizio della crisi economica, ed era stato il Nord a segnare l’aumento maggiore (+1,6% nel Nord-ovest e +1,7% nel Nord-est).
Tutti dati che per i sindacati non devono destare alcuna sorpresa. «La riduzione dei consumi indica la profondità della crisi dice la leader Cgil Susanna Camusso È la conferma di quello che andiamo dicendo da tempo, e cioè che se si bloccano i contratti, si riducono i salari, se non c’è lavoro, le persone non hanno alcun investimento da fare». Il ministro del Lavoro Enrico Giovannini preferisce sottolineare le (poche) buone notizie: «I dati del quarto trimestre che l’Istat pubblicherà presto dice indicano una ripresa del Pil, cioè la possibilità che dopo l’interruzione della caduta del terzo trimestre 2013, ci sarà finalmente un segno più: si parla di uno 0,2,-0,3% e le previsioni indicano che nel 2014 la crescita continuerà».

da l’Unità 4.2.14

"Se cresce la diseguaglianza", di Nadia Urbinati

Una democrazia dei due terzi: è questa la rappresentazione della società che proviene dai dati resi noti da Bankitalia. Si tratta di una conferma dello stato della diseguaglianza socio-economica, che non solo non tende a correggersi, ma si riafferma come caratteristica endogena, un male cronico. L’economia non riesce a stare al passo con la promessa della democrazia. Il problema è che, ora, anche la politica sembra voler seguire le orme dell’economia e cessare di preoccuparsi di quella promessa; anch’essa è sempre meno inclusiva e sempre più preoccupata a rappresentare i molti, non tutti o quanti più è possibile. Avere voce forte è un prerequisito per contare ed essere contati, e le procedure sono sempre più disposte a riflettere questo fatto invece di correggerlo.
È ragionevole tentare un parallelo tra lo squilibrio economico e la fisionomia della democrazia? La domanda è retorica, poiché l’opinione pubblica ha la percezione di questo parallelo, anche se lo stato della ricerca che valga a confermarlo è ancora in fieri. Ci sono tuttavia buoni indizi per tentare una triangolazione tra la crescita della diseguaglianza e della povertà, il restringimento della partecipazione elettorale, e l’inclusività delle regole del gioco. Il massiccio parlare di democrazia, l’ideologia che la vuole come la migliore forma di governo, e la sua solitudine planetaria si accompagnano paradossalmente a una crescita di indifferenza verso la politica e di sfiducia nelle sue attuali procedure di decisione. Rivedere le regole è a un tempo un riflesso e un esito di questa società più diseguale e divisa.
I dati di Bankitalia confermano del resto un trend ventennale che parla di un progressivo peggioramento del reddito familiare medio e di un allargamento della forbice tra chi può (poco o molto) e chi non può (poveri relativi, impoveriti e a rischio di povertà). Il trend è questo: crescita della concentrazione dei redditi e della povertà. I poveri o coloro che non riescono a far fronte ai bisogni minimi sono circa il 14 percento (con punte del 25 percento nel Mezzogiorno); i bilanci delle famiglie sono distribuiti in maniera corrispondente: il 10 percento delle famiglie più ricche possiede quasi la metà della ricchezza netta totale mentre è raddoppiata in quattro anni la fascia di coloro che sono caduti in povertà. Dati che confermano il dubbio: la ricchezza è concentrata nel 64 percento della popolazione; ovvero, per semplificare al rialzo, poco più di due terzi dentro, gli altri fuori.
Benché la correlazione tra diseguaglianza economica e stato della democrazia sia costruita su ipotesi (ma scienziati sociali stanno dovunque lavorando per comprovarla con dati certi), viene spontaneo il dubbio che l’andamento della forbice sociale abbia ricadute più o meno dirette sulla politica. Non è un caso del resto che la partecipazione elettorale abbia subito un declino progressivo negli ultimi due decenni, quasi a seguire la traiettoria dell’eguaglianza economica: alle recenti consultazioni politiche hanno votato circa il 75 percento alla Camera e 70 percento al Senato, cifre che rispecchiano quelle relative al numero delle persone nelle mani delle quali sta la ricchezza. Difficile stabilire una corrispondenza diretta; sufficiente avere squadernata davanti agli occhi la similitudine tra questi due dati.
Dati empirici di alcuni decenni provano che il sistema politico è “usato” o praticato più da chi si posiziona meglio nella società. Ciò non significa, ovviamente, che la democrazia sia “posseduta” da chi la pratica, dagli inclusi o dai meglio rappresentati. Starsene a casa, restare indifferenti alla politica o non avere la propria voce rappresentata non comporta perdere nulla in termini di diritti e uguaglianza legale. Tuttavia si dovrebbe essere allarmati per il deprezzamento della democrazia da parte di una fetta sempre più larga di cittadini, tra l’altro confermato da dati recenti, che parlano di delusi del funzionamento delle istituzioni e di desiderio di governi forti, con pochi esperti e poche sigle partitiche. Forbice tra le classi, forbice tra gli elettori, forbice tra cittadini e politici: una società divisa, con pesi sociali sempre meno proporzionati, e una tendenza alla registrazione ineguale della voce dei cittadini. Una fisionomia sfigurata che mostra il paradosso del trionfo della forma democratica di governo proprio mentre si assiste a un effettivo restringimento del valore inclusivo delle sue istituzioni.

da La Repubblcia