Latest Posts

"Una zavorra per l’Italia", di Ruggero Paladini

Da soli valiamo quanto tutti gli altri paesi della Ue. Purtroppo però non si parla di un risultato positivo, ma di uno molto negativo: nel nostro Paese il flusso connesso alla corruzione si
aggirerebbe sui 60 miliardi. Così afferma il rapporto annuale presentato ieri dalla Commissione al Parlamento ed al Consiglio europei. La cifra in effetti era circolata un paio di anni fa; nella relazione della Corte dei Conti, per l’apertura dell’anno giudiziario, si citava il dato del Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Dipartimento della Funzione Pubblica (SAeT), e si esprimevano delle riserve.
L’argomento è infatti proprio quello del peso, ritenuto eccessivo, che la corruzione italiana verrebbe ad avere sui 120 miliardi stimati a livello europeo: «(s)e l’entità monetizzata della corruzione annuale in Italia è stata correttamente stimata in 60 miliardi….rispetto a quanto rilevato dalla Commissione Ue l’Italia deterrebbe il 50% dell’intero giro economico della corruzione in Europa!». La stima dei 60 miliardi italici è eccessiva, o quella dei 120 europei è troppo bassa? È chiaro che nel caso della corruzione le stime sono ancora più difficili che non in quello dell’evasione. In quest’ultimo caso, infatti, si possono fare dei confronti con i dati di contabilità, per ricavare, sulla base delle aliquote legali, lo scarto tra il gettito teorico, ad esempio, dell’Iva, e quello effettivo. Nel caso della corruzione ciò non è possibile, per cui ci si basa sui dati che riguardano i reati scoperti in materia, le somme in gioco, e si effettuano delle proporzioni del tipo: se i dati monetari della corruzione emersa sono l’x% del volume d’affari complessivo, e i casi scoperti rappresentano l’y% di quella totale, se ne ricava indicativamente una certa cifra globale, sia pur approssimata.
Un gruppo di giovani e arguti redattori del blog Quattrogatti ha ipotizzato che i sessanta miliardi derivino da un rapporto di quasi dieci anni fa della Banca Mondiale che stimava, a livello mondiale, che la corruzione rappresentasse tra il 3% ed il 4% del Pil. Ecco che con il 4% arriviamo per il nostro paese a 60 miliardi. Beh, essere nella media della corruzione mondiale non mi sembra, nel nostro caso, palesemente esagerato. Magari invece del 4% potremmo applicare il 3%, e parlare di 45 miliardi, e quindi del 38% della corruzione europea. Che siano 60 o 45, non è questa la cosa importante. Il fatto è che in tutti i Paesi del sud est dell’Ue il problema della corruzione viene percepito come un problema serio, che ostacola l’attività economica e demoralizza la vita civile. I risultati dell’Eurobarometro, il sondaggio periodico effettuato tra i cittadini europei, parla chiaro. Se svolgere attività economica in un Paese scandinavo non presenta nessun problema dal punto di vista della corruzione, farlo in Grecia, Italia o in Romania è tutto un altro discorso. Il fenomeno della corruzione è chiaramente legato alla Pubblica amministrazione; il pensiero va immediatamente agli appalti, le concessioni, i permessi, e ovviamente alla forte presenza della malavita organizzata. Ma i comportamenti opportunistici non si limitano al mondo della pubblica
amministrazione.
Parlando a proposito del basso livello degli investimenti stranieri in Italia, ecco cosa scriveva Luigi Zingales, che certo non può essere sospettato di antipatie verso il mercato: «La spiegazione deve essere un’altra. Un’ipotesi sempre più credibile è che gli stranieri non investono nel nostro Paese perché non si fidano della sua classe dirigente. Non parlo solo di quella politica, ma anche di quella manageriale. Ogni investimento è costellato di rischi industriali. A questi si aggiungono le difficoltà di comprensione ed adattamento tipici degli investimenti in un Paese straniero. Questi rischi possono essere accettati solo se esiste una fiducia nel sistema e nelle persone con cui si interagisce» (Il Sole 24 Ore, 20 ottobre 2013).
Insieme all’evasione fiscale, all’inefficienza della giustizia, la corruzione è un’altra palla al piede del nostro paese. Nel rapporto della Commissione, pur senza fare nomi, si indicano chiaramente gli interventi legislativi che hanno favorito, dai primi anni duemila, il persistere delle attività illegali e criminose. Ed in effetti da noi non è necessario fare nomi.

da L’Unità

******

“La ricetta Ue e le mancanze del governo”, di Claudia Fusani

Noto il male, conosciuta la cura. Il problema, come sempre, è dare seguito alla promesse e alle analisi. Il Rapporto UE sulla corruzione punta il dito contro «i legami tra politici, criminalità organizzata e imprese» e lo «scarso livello di integrità dei titolari di cariche elettive e di governo». Mette in fila le «16 regioni su 20 sotto inchiesta» per gli sperperi e le truffe degli
eletti; i 201 comuni sciolti per infiltrazioni criminali; i 30parlamentari finiti sotto indagine nella scorsa legislatura. Bruxelles si preoccupa anche di dirci cosa dobbiamo fare: «Rafforzare
la legge anticorruzione» perchè restano «irrisolte questioni come prescrizione, autoriciclaggio, falso in bilancio, e voto di scambio. Ci dice anche, il commissario Malmstrom, di «smettere di adottare leggi ad personam che ostacolato l’efficacia dei processi». Tra le raccomandazioni quella di fare una legge seria sul conflitto d’interesse garantendo «un sistema uniforme, indipendente e sistematico di verifica, con relative sanzioni deterrenti». Da migliorare («rafforzare» scrive Bruxelles) «il quadro giuridico e attuativo sul finanziamento ai partiti soprattutto per donazioni e consolidamento dei conti».
In questa marea di critiche e prescrizioni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi riesce a trovare qualcosa di buono. «Il report dell’Unione europea riconosce
che abbiamo fatto passi avanti significativi e che abbiamo cambiato prospettiva puntando su politiche di prevenzione e di responsabilità nella pubblica amministrazione». Vero, ma solo in parte. Palazzo Chigi infatti non accenna a mettere mano a reati come autoriciclaggio, falso in bilancio e prescrizione. E anche la parte preventiva della legge contro la corruzione, «è rimasta in molti aspetti inattuata » denuncia il magistrato Raffaello Cantone. E gli organi di controllo (il Civit) restano scatole vuote.

da L’Unità

"Sfida sul contratto oltre gli scatti . Ipotesi di carriera. Restano in ballo gli aumenti agli Ata", di Alessandra Ricciardi

I nodi stanno per venire al pettine. Il faccia a faccia di oggi tra il ministro dell’istruzione, Maria Chiara Carrozza, e i segretari di Flc-Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals-Confsal e Gilda dovrà chiarire non solo tempi e modalità del definitivo recupero degli scatti dei docenti (il decreto legge è approdato al senato, la direttiva non è invece ancora all’Aran), ma anche il destino del personale Ata e dei dirigenti.
Se sui capi di istituto, anche loro alle prese con il blocco del salario accessorio, i sindacati hanno già proclamato lo sciopero, per gli ausiliari, tecnici e amministrativi la proclamazione potrebbe essere imminente. E potrebbe essere decisiva proprio al risposta che la Carrozza darà oggi: è attesa una disposizione normativa che possa sottrarre le posizioni economiche I e II dal blocco dei contratti. Anche perché, ed è la tesi dei sindacati contrapposta all’interpretazione finora ostativa data dal ministero della Funzione pubblica, si tratta non di aumenti, ma di emolumenti per prestazioni aggiuntive di circa 9 mila ausiliari, svolte a seguito di una selezione e di un corso di formazione. Dipendenti che si sono visti interrompere i pagamenti, se non avanzare richieste di restituzione a partire dal 2011. E poi c’è la vicenda della possibile riapertura contrattuale per l’intero comparto, che il ministro in questi giorni ha fatto capire vorrebbe però fosse legata anche una revisione della struttura retributiva del personale: basta scatti, o comunque solo scatti, sì ad elementi dinamici che attengono al maggior impegno. Un terreno che però è scivoloso, ancora di più in questa fase in cui a un’assenza cronaca di risorse aggiuntive (e i sindacati non tollererebbero uno scippo di quelle che ad oggi servono a finanziare la retribuzione base) si accompagna una estrema fragilità del governo. Che non potrebbe sostenere che da scioperi di categoria (dirigenti, personale ausiliario) si passi a uno sciopero dell’intero comparto. Ma il pericolo, almeno per il momento, dovrebbe essere scongiurato.

Il ministro ha praticamente pronta la direttiva da inviare all’Aran per l’inizio della trattativa sugli scatti, ai cui esiti il decreto legge lega il recupero integrale del 2012 ai fini delle progressioni. I sindacati hanno chiesto di poter avere maggiore flessibilità nel recuperare i fondi necessari dal Mof (circa 250 dei 370 milioni necessari).

Il decreto legge trasmesso al senato per il primo via libera pone rimedio anche agli effetti del congelamento dei salari per il 2014 (che vige in tutto il pubblico impiego) e che impedirebbe di erogare le somme dello scatto 2013: nella relazione tecnica allegata al dl, si legge che dai dati di preconsuntivo 2013 emerge che si sono spesi per gli stipendi dell’istruzione circa 100 milioni di euro in meno. «Pertanto detti margini possono essere utilizzati per fronteggiare i miglioramenti stipendiali derivanti dalla norma e quantificabili in circa 70 milioni». Intanto, in commissione affari costituzionale di palazzo Madama, è stato presentato giovedì scorso un emendamento al decreto Milleproroghe che recava contenuto analogo a quello del decreto legge. Un emendamento che poi è stato dichiarato non ammissibile dalla commissione e ritirato dal governo. Era il tentativo, raccontano rumors di palazzo, del ministero dell’istruzione di evitare di dover sostenere l’iter di una nuova conversione in legge, con i prevedibili assalti emendativi. Il tentativo non è andato.

da Italia Oggi

"Una via d’uscita alle debolezze del nostro Paese", di Mario Deaglio

Se tutto va bene, Alitalia troverà in Etihad, la linea aerea di Abu Dhabi, un «partner dominante» (qualcuno potrebbe dire un «partner padrone») migliore di Air France. E questo, prima di tutto, per un motivo geografico, o, se si preferisce, geo-economico: le rotte servite da Alitalia sono relativamente ben integrabili con la rete di collegamenti aerei internazionali che Etihad sta tessendo da Abu Dhabi, assai più difficili da conciliare con la rete che Air France ha già tessuto da Parigi.

Di qui si può trarre un’importante, anche se paradossale, conclusione: la linea aerea italiana salverà, almeno in parte, la propria italianità, e quindi potrà continuare ad assicurare all’Italia collegamenti a livello mondiale, unicamente diventando non solo meno italiana ma anche meno europea.

L’insufficienza di soluzioni nazionali e la scelta tra soluzioni europee e soluzioni mondiali, tra sopravvivenza e indipendenza, non è un problema isolato di Alitalia. L’ex compagnia di bandiera è, in un certo senso, emblematica di quanto sta succedendo al mondo delle grandi imprese italiane. Per un complesso di motivi che non è il caso di analizzare qui ma che ormai dobbiamo considerare come dati di fatto, l’industria italiana di dimensioni grandi e medio-grandi, che aveva reagito molto bene all’impatto dell’unificazione economica europea, non riesce a reagire altrettanto bene all’impatto della globalizzazione. Sta subendo, invece di governare i cambiamenti che la globalizzazione sta rapidamente portando nei modi di produrre e di organizzare la produzione.

Il fattore scatenante di questa debolezza varia da caso a caso, da periodo a periodo: talvolta si tratta della rigidità dei meccanismi economico-sindacali, altre volte della debolezza strutturale del sistema finanziario che ha sempre maggiori difficoltà a fornire alle imprese finanziamenti «giusti» dal punto di vista della quantità e qualità. La difficoltà delle imprese italiane di reggere da sole il confronto mondiale può derivare inoltre dalla carenza di molte infrastrutture pubbliche o anche da una possibile diminuzione della «voglia di fare impresa» degli italiani, e persino dalla scarsa sensibilità economica della magistratura che ha messo a rischio, in alcuni momenti, la sopravvivenza di un settore produttivo importante come quello siderurgico. L’importante è che, per operare bene sui mercati internazionali, al sistema produttivo italiano manca qualcosa e che a queste carenze non si può porre rimedio tanto facilmente.

La soluzione Alitalia mostra una via d’uscita non certo ideale, ma per lo meno soddisfacente, alle debolezze strutturali italiane: l’ingresso in un gruppo non italiano, con il mantenimento di un certo grado di indipendenza non solo operativa ma anche strategica, magari con un aumento di capitale sottoscritto dai nuovi soci che si traduca in un insieme di nuovi investimenti. Così Alitalia, pur senza poter più mirare alla posizione centrale di British Airways, Lufthansa e Air France, potrebbe almeno coprire lo scacchiere europeo della rete mondiale di trasporti aerei che ha il suo centro fuori dell’Europa, ossia negli Emirati Arabi Uniti. Per i nuovo soci extra-europei di Alitalia, la convenienza deriverebbe dall’acquisizione dell’esperienza, del capitale umano, delle conoscenze tecniche di Alitalia, tutti elementi importanti di una strategia industriale che richiederebbero lunghi anni per essere acquisiti da Etihad.

Scelte analoghe si impongono, e si stanno verificando, in molti altri settori, specie là dove il contrasto tra buone posizioni di mercato e buone tecnologie da una parte e carenze strutturali italiane dall’altra è più duro e marcato. E sono decine, se non centinaia, le imprese italiane che stanno facendo scelte di questo tipo o che le hanno fatte negli ultimi 18-24 mesi. L’acquisizione di Loro Piana, impresa tessile di grandissimo nome e grandissima qualità produttiva, da parte della multinazionale francese del lusso Lvmh può essere considerata una variante di queste soluzioni.

Un’altra variante, con una ben più forte componente italiana ed europea, è rappresentata dalla fusione Fiat-Chrysler: in questo caso sono italiane sia l’iniziativa sia buona parte dei mercati di sbocco e delle tecnologie ma per il nuovo colosso mondiale dell’auto la sfida è quella della costruzione congiunta di nuove auto globali. In ogni caso, in un futuro sempre più prossimo, se il mercato globale continuerà a svilupparsi nonostante la crisi, saranno molte le imprese che perderanno le caratteristiche tipicamente nazionali. Saranno globali, e basta. Simbolo e pilastro di una nuova economia in cui le componenti nazionali saranno più importanti sul piano culturale che sul piano economico.

In questo contesto, l’azione dei governi, e specificamente del governo italiano, non potrà limitarsi a interventi episodici in situazioni di emergenza e non potrà consistere nella promessa di aiuti che non possono certo derivare dalla finanza pubblica italiana. Si tratta invece di traghettare l’economia italiana in questo nuovo contesto globale, privilegiando l’identità rispetto alla nazionalità. Questo comporta la definizione di strategie nazionali di crescita delle quali le forze politiche parlano molto senza mai scendere a casi concreti. Nel far questo l’Italia può imparare qualcosa proprio da Abu Dhabi e dall’intera regione del Golfo: i Paesi di quest’area si stanno preparando, con importanti progetti alternativi e con investimenti giganteschi, alla prospettive di minori entrate petrolifere nei prossimi 2-3 decenni. L’Italia è tutta assorbita dagli sviluppi, giorno dopo giorno, del suo teatrino della politica che rischia di diventare sempre più truculento e sempre più inconcludente.

da La Stampa

"La disgregazione della democrazia", di Marc Lazar

LE AZIONI recenti del Movimento 5 Stelle fanno impressione: contestazioni plateali e violenze nell’emiciclo del Parlamento, insulti e minacce al capo dello Stato, alla presidente della Camera, ad avversari politici e giornalisti, solo perché critici nei confronti dei pentastellati.
In parallelo, indipendentemente da Beppe Grillo e dai suoi, si moltiplicano le manifestazioni e gli attacchi razzisti contro la ministra Cécile Kyenge. Molti commentatori guardano con preoccupazione a questi fatti, e c’è chi vi scorge un segnale premonitore della rinascita del fascismo. Va detto però che l’Italia non detiene il triste privilegio di questa sindrome inquietante.
Al di là delle Alpi assistiamo a una radicalizzazione delle proteste di piazza. Il 2 febbraio, gli oppositori della legge che autorizza il matrimonio di coppie dello stesso sesso hanno sfilato pacificamente in difesa della famiglia tradizionale; ma già una settimana prima, domenica 26 gennaio, le vie di Parigi avevano assistito a un evento senza precedenti: una manifestazione antigovernativa intitolata “Giorno della collera”, che ha radunato una folla eterogenea di cattolici integralisti, reazionari dichiarati, militanti di estrema destra, amici del comico antisemita Dieudonné, ma anche simpatizzanti dell’ultrasinistra. I manifestanti, non paghi di attaccare il presidente della Repubblica, hanno contestato la sua legittimità, e nella capitale francese, per la prima volta in modo così massiccio dalla fine della seconda guerra mondiale, sono risuonati slogan esplicitamente antisemiti. Di fatto, gli atti e gli insulti razzisti si stanno moltiplicando in ogni direzione: nei confronti di ebrei e musulmani, o contro la ministra della Giustizia Christiane Taubira, francese della Guyana.
Si tratta di eventi diversi che certo non possono essere assimilati tra loro. Lo stesso Movimento 5 Stelle ad esempio presenta una forte ambivalenza ideologica e politica, con un misto di temi della sinistra classica sul piano sociale e di quella postindustriale sulle questioni dell’ambiente e dell’acqua, mentre rivendica una forma diversa di democrazia, benché guidato da un leader quasi onnipotente. E al tempo stesso è combattuto — fenomeno classico per questo tipo di movimenti — tra una funzione di canalizzazione della protesta, legata alla sua stessa accettazione del principio elettorale, e la volontà di rimanere un outsider che infrange le regole, sopprime i tabù e ostenta permanentemente la propria diversità, rifiutando di essere considerato un partito come gli altri. In Francia, i movimenti di piazza sfuggono per il momento a ogni rappresentanza politica. Il partito dell’ex presidente Sarkozy, l’Ump (Union pour un Mouvement Populaire) ha condannato la manifestazione del 26 gennaio, ma è diviso sull’atteggiamento da adottare nei confronti dei difensori intransigenti della famiglia tradizionale. Martine Le Pen, che in vista di conquistare il potere si è impegnata in una strategia di responsabilizzazione, dà prova di grande prudenza a fronte di queste mobilitazioni.
Ma al di là delle differenze, indubbiamente il clima che si è instaurato, in Italia come in Francia, è pesante. Ormai non si tratta più del sempiterno allarme per l’ascesa dei populismi in Europa. Quello che vediamo potrebbe essere l’inizio di una disgregazione generalizzata dei fondamenti stessi delle nostre società democratiche. Questa dinamica si spiega con la congiunzione sempre più esplosiva di diversi fattori: l’insufficiente crescita economica e le sue conseguenze sociali — in particolare l’alto livello di disoccupazione e le crescenti disuguaglianze — alimentano le tensioni, il ripiegamento, la diffidenza generalizzata, la ricerca di capri espiatori: gli immigrati, gli ebrei, ma anche l’Europa, che a molti appare al tempo stesso lontana e intrusiva, poco democratica e oramai incapace di assicurare prosperità e protezione. Le istituzioni — parlamentari in Italia, semi-presidenziali in Francia — girano a vuoto; l’astensionismo e il discredito dei partiti guadagnano terreno, e col disinteresse per la cosa pubblica cresce l’attesa del leader forte — l’uomo della Provvidenza. Le classi dirigenti — politica, economica, sociale, culturale, intellettuale — sono delegittimate, contestate, talvolta odiate.
Davanti a questo quadro cupo, è il caso di parlare di un ritorno agli anni Venti e Trenta del secolo scorso? A mente fredda, dobbiamo ricordare che la Storia non si ripete, anche se balbetta. Nel corso del XX secolo l’idea e la prassi della democrazia hanno fatto passi avanti, ma restano fragili, e dovrebbero essere costantemente ripensate, rinnovate, reinventate. Questa è oggi la posta in gioco decisiva. La soluzione non verrà soltanto dalla “società civile”, ritenuta per sua natura buona e virtuosa, benché percorsa da orientamenti contraddittori; dipenderà anche dai responsabili politici, economici, sociali e culturali. Spetta a loro adottare comportamenti esemplari, promulgare riforme di vasta portata nei rispettivi Paesi e in Europa, elaborare un progetto, ricostruire una narrativa mobilitante. Nella speranza che non sia troppo tardi.

da La Repubblica

"In coda per i musei, il volto più bello del pianeta-giovani", di Alessandro Perissinotto

A Torino migliaia per avere la tessera-sconto. I ragazzi in coda a Palazzo Nuovo a Torino, sede delle facoltà umanistiche

A generalizzare – potremmo dire parafrasando Andreotti – si fa peccato (verso l’intelligenza), ma spesso ci si azzecca. Come non dar ragione a Ernesto Galli della Loggia che ieri, dalle pagine del Corriere, stigmatizzava la volgarità dei giovani? Chiunque abbia a che fare con la fascia d’età 15-25 anni si scontra, prima ancora che con il turpiloquio o la bestemmia, con una diffusa sciatteria della mente, con un appiattimento del pensiero di cui la parolaccia o l’oscenità non sono che conseguenze e neppure tra le più preoccupanti. Ma se accettare l’evidenza del luogo comune è un sano antidoto contro i facili idealismi che per lungo tempo abbiamo coltivato, non meno importante, e anche piacevole, in fondo, è lasciarsi sorprendere dalla realtà. E la sorpresa, specie con i giovani, è sempre in agguato. Ne ho avuto la prova ieri, entrando in Università per la mia settimanale dose di esami (non meno di 70 la settimana prescrive il ministero, il minimo per allontanare da sé l’immagine del docente fannullone).
Ho varcato la soglia di Palazzo Nuovo e mi sono trovato di fronte a una muraglia umana. A chi non è pratico dei luoghi occorre spiegare che Palazzo Nuovo, a Torino, non è affatto nuovo e anche quando lo era (negli Anni 60) sembrava già vecchio e malconcio. La descrizione più efficace mi sembra quella che ne dà Giuseppe Culicchia in Tutti giù per terra: un palazzo dell’Onu coricato su un lato. E allora immaginatevi l’atrio stretto e lunghissimo di questo portento architettonico completamente occupato da ragazzi in coda: un incubo. Puntando verso la mia aula, seguo a ritroso il serpentone umano e, come nei peggiori incubi, quello sembra non finire mai, neppure nel punto in cui, al contrario, l’atrio finisce. Lì l’anaconda si infila in un corridoio laterale, poi, con due spire corrispondenti ad altrettante rampe di scale, sale fino al primo piano, e nuovamente si stende in orizzontale: è mostruoso. E ancor più mostruoso è il fatto che nessuno si agiti, che nessuno strepiti e che nessuno cerchi di passare avanti agli altri.

Preoccupato, interrogo uno dei presenti: mi scusi, ma perché siete in coda? La risposta mi spiazza: sono tutti in fila per ritirare l’abbonamento ai musei cittadini a tariffa speciale. Non sono due o tre, sparute mosche bianche smarrite in una moltitudine di mosconi che ronzano senza scopo, sono migliaia. Migliaia di ragazzi che accettano il disagio di ore di coda per la tessera musei, per poter godere di un anno di arte. Non illudiamoci, anche migliaia non vuol dire maggioranza, non vuol dire che quando definiamo i giovani pigri e superficiali siamo completamente fuori strada, ma migliaia significa comunque una massa critica importante, significa una speranza da opporre al nostro cinismo che procede di pari passo con la canizie. E allora, io dico che bisognerebbe schedarli tutti i ragazzi che erano a Palazzo Nuovo ieri mattina.

Schediamoli, mettiamoli in un database per essere certi di non perderne nemmeno uno, perché sono la materia prima rara e preziosa su cui costruire il nostro futuro. No, non tutti i giovani sono il futuro (se non in senso puramente demografico), ma quelli che ieri stavano in coda per conquistarsi una fetta di cultura sì, e lo sono quelli che ieri avrebbero voluto essere lì e non hanno potuto perché al lavoro (pochi, purtroppo), alla ricerca del lavoro (molti ma non tutti) o impegnati in qualche aula (ma perché tutti nella mia?). Non dobbiamo perderne neppure uno, dobbiamo seguirli, dobbiamo privilegiarli, anche a costo, se necessario, di dimenticare gli altri, quelli di cui parla Galli della Loggia, quelli orgogliosamente avviati verso la strada dell’inciviltà. Fare finta che queste migliaia di persone serie non esistano o, peggio, pensare che siano uguali a tutti gli altri è un errore che non possiamo più permetterci.

da La Stampa

"Care donne M5S, è tempo di disobbedire…", di Sara Ventroni

«Care donne Cinque Stelle, è tempo di disobbedire, di spegnere il Megafono. Siate libere. Anche voi sapete che dalla goliardia non si ricava indotto democratico. Offendere le donne è il ripiego di chi non ha altri argomenti, eccetto il gesto linguistico primordiale.

Eppure, oggi – solleticando le corde basse dei commentatori da social-bar – siamo risospinti indietro, a una democrazia che nelle sue forme regredisce a rantolo. Una politica che rifiuta ogni dialogo, ma non si sottrae alla consuetudine, più-che-consumata, del rifugio trasversale nel divertimento machista, come affermazione di impotenza politica, su scala nazionale. Un trastullo che inganna il tempo, ma non noi. Una pratica ben collaudata, occorre dirlo. Per questo la novità degli insulti mediatici non ci stupisce.
L’offesa sessista alle donne – offesa istituzionale o extraparlamentare – è praticata da chi, in mancanza d’altro, tenta di sottrarre valore alla battaglia politica, pensando di ricavarne facile complicità, ammiccando a non si sa quale senso comune. E avendo in mente chissà quale Paese. Per questo, offendendo le donne, in fondo si offende la dignità e l’intelligenza di tutti. Giocando al ribasso.

Ma oggi, per fortuna, il maschilismo non si porta bene. È retroguardia. Un riflesso condizionato che stona con le promesse di rinascita di una cittadinanza basata sulle relazioni. E dunque, nell’Italia digitale, ammettiamolo, lo spirito battutaro del maschio non solo non fa più ridere nessuno, ma ci intristisce molto.

Siamo oltre la commedia all’italiana. Oltre, perfino, le analogie col fascismo. Perché il Mussolini – capopopolo antiparlamentare e, dal 1925, interlocutore unico della borghesia terrorizzata dal popolo – almeno si assumeva personalmente, al cospetto del Parlamento, la responsabilità del delitto politico della democrazia. Erano altri tempi. E la storia non si ripete. Oggi, però, siamo ancora molto goliardici. E si cerca la complicità anonima. Da lurker. Oggi non si risponde in aula: si lascia il muro bianco, alla mercé della rabbia frustrata, rancorosa, dei luoghi comuni dei cittadini non eletti.

Oggi la sfida politica corrisponde alla massa di scritte sui muri anonimi dei blog, usati come bagni pubblici, dove la massa del network è libera di esprimersi, in forma di insulti, per partecipare a qualcosa di diverso dalla propria solitudine. Poi ci sarà sempre il questurino di turno, il bidello pavido a giustificare l’oltraggio: di notte non controlliamo i commenti. Peggio di Ponzio Pilato.

È vero: non siamo nel fascismo. Siamo, sulla pelle delle donne, a qualcosa di più primordiale. A un’era avanti Cristo. Siamo al fascino discreto della lapidazione. Perché la macchina del fango serve ai giornali, ma non si diverte nessuno. Nella lapidazione, invece, si scagliano pietre virtuali, e ci si diverte un mucchio, soprattutto contro le donne.

Care elette Cinque Stelle, se non volete essere complici, dovete prendere parola. E dirlo a chiare lettere: noi ci dissociamo. E non vi sentirete certamente meglio indicando il maschilismo in casa altrui. Perché altrove, in altri partiti o movimenti, le donne prendono le distanze. E parola. Anche fuori dal coro. A partire dalla legge elettorale: dove siete, voi, nel 50 e 50? Cosa ne pensate della doppia preferenza di genere? Quanto è accaduto nei giorni scorsi, con le offese alle parlamentari del Pd e le provocazioni rivolte alla presidente della Camera Laura Boldrini, è specchio di una strategia di cui non potete essere complici.

Non si può lanciare il sasso e nascondere la mano. Meglio: non si può più lanciare il sasso. Un tempo si diceva che è il pollice opponibile che ci distingue dalle bestie. La nostra specie, in fondo, è fatta per costruire. Per distruggere non c’è bisogno di evoluzione.

"Il declino dei ceti medi", di Ilvo Diamanti

È finita un’era, in Italia. Ha segnato la società e l’economia e, quindi, anche la politica. È l’era dei ceti medi, che ha marcato la crescita del Paese, dopo gli anni Ottanta. Quando lo sviluppo economico ha cambiato geografia e localizzazione produttiva. Dalle grandi fabbriche delle metropoli del Nord si è spostato nelle piccole aziende del Nordest — e dell’Italia centrale. Giuseppe De Rita, con il suo linguaggio immaginifico, negli anni Novanta, aveva definito questa tendenza: “cetomedizzazione”. Un processo antropologico, oltre (e più) che socioeconomico. Si spiega attraverso «l’innalzamento di coloro i quali erano alla base della piramide e lo scivolamento di una parte della vecchia elite». In altri termini, a partire dagli anni Ottanta, si è assistito al declino della borghesia urbana e industriale, peraltro, in Italia, tradizionalmente debole. E al parallelo affermarsi di una piccola borghesia, diffusa nel mondo delle piccole imprese e del lavoro autonomo. Distante e ostile rispetto allo Stato e alla politica. Educata ai valori della competizione individuale e, meglio ancora, dell’individualismo possessivo,
per citare Macpherson. Questa realtà socio-economica si è trovata, a lungo, sprovvista di rappresentanza. Non gliela potevano, certamente, dare i partiti di massa della Prima Repubblica, DC e PCI. Integrati nello Stato e nel sistema pubblico. Nelle reti comunitarie del territorio. Nel sistema assistenziale.
La “cetomedizzazione” ha, invece, trovato risposta dapprima nella Lega Nord. Nata e cresciuta, appunto, lungo la linea pedemontana, dove, fin dagli anni Ottanta, si è affermato lo sviluppo di piccola impresa. Sul solco della Lega e nel vuoto di rappresentanza lasciato dai partiti della Prima Repubblica si è proiettato, Silvio Berlusconi. Che ha offerto ai ceti-medi: volto, linguaggio. Identità. Berlusconi: l’Imprenditore in politica. Che fa politica. Al posto dei politici di professione. Contro di loro. Trasforma la politica in marketing. Il partito in impresa. La propria impresa in partito. Berlusconi: ha dato rappresentanza alla neo-borghesia, con basi e radici nel Lombardo-Veneto. Condividendo la “missione” della Lega. Anche se, alla fine, ha garantito soprattutto se stesso e i propri interessi. Berlusconi: ha trasformato il ceto medio nella “società media”, il “pubblico” con cui comunicare e a cui fornire identità attraverso i media. Mentre gran parte degli italiani confluiva nell’ampio e indistinto bacino dei “ceti medi”. Ancora nel 2006 quasi il 60% della popolazione (indagine Demos-Coop) si auto-collocava tra i ceti medi. Il 28% nelle classi popolari (i ceti medio-bassi). Il 12% nelle classi più elevate. L’Italia media aveva radici profonde impiantate nel Nord e basi solide tra i lavoratori autonomi e i liberi professionisti (questi ultimi, però, posizionati più in alto). Anche il 60% degli operai, allora, si sentiva “ceto medio”.
Poi è arrivata la crisi. Economica e politica. Ha scosso, con violenza, le basi del ceto medio. Ne ha indebolito la condizione e, al tempo stesso, il sentimento, l’auto-considerazione. Ne ha accentuato il senso di vulnerabilità. Lo stesso, d’altronde, è avvenuto altrove. Anche negli USA, come mostrano le indagini di PEW Research Center, la quota di coloro che si identificano
fra i ceti medi dal 53% nel 2008 cala al 44% nel 2014. Poco più di quanti si (auto) posizionano nei ceti più bassi: 40%. Quasi il doppio rispetto al 2008. Anche e forse soprattutto per questo motivo Obama ha promosso il suo piano di incentivi all’occupazione e all’economia. Tra cui l’innalzamento delle retribuzioni minime di alcune categorie di dipendenti federali. Per alimentare i consumi, ma anche per contrastare il senso di deprivazione relativa che spinge verso il basso le aspettative di mobilità sociale. In Italia, però, questo processo è avvenuto in modo molto più rapido e sostanziale. L’ascensore sociale, in pochi anni, si è inceppato. E oggi la maggioranza assoluta degli italiani ritiene di essere discesa ai piani più bassi della gerarchia sociale (Sondaggio Demos- Fond. Unipolis). Coloro che si sentono “ceti medi” sono, infatti, una minoranza, per quanto ampia. Poco più del 40%. Così, l’Italia non è più cetomedizzata. È un Paese dove le distanze sociali appaiono in rapida crescita. Tanto che l’85% della popolazione (sondaggio Demos-Fond. Unipolis) oggi ritiene che “le differenze fra chi ha poco e molto siano aumentate”.
Non è un caso che questa dinamica abbia coinvolto, in modo particolarmente intenso, le basi e il terreno originario della neoborghesia. I lavoratori autonomi: meno del 40% di essi si considera “ceto medio”. Oltre il 50%, invece, si percepisce di classe medio-bassa. La stesse misure si osservano nel Nord. La cui distanza sociale, rispetto al Mezzogiorno, sotto questo profilo, appare molto ridotta. Anzi, il peso di coloro che si auto-posizionano in fondo alla scala sociale, nel Nordest (55%) — “patria” della neo-borghesia autonoma — è superiore rispetto al Sud (53%). Gli operai, infine, sono tornati al loro posto. In fondo alla scala sociale (63%).
È il declino dell’Italia media e cetomedizzata. Segna il brusco risveglio dal “sogno italiano” interpretato dal berlusconismo. Poter diventare tutti padroni (almeno, di se stessi). Ciascuno nel proprio piccolo (o nel proprio grande). Mentre le questioni territoriali sembrano svanire. E si sente parlare sempre meno della Questione Settentrionale, ma anche di quella Meridionale. Così, per la prima volta nella storia della Repubblica, si afferma una forza politica, i cui consensi sono distribuiti in modo omogeneo in tutto il territorio italiano. Alimentati e unificati dalla sfiducia verso lo Stato e verso la politica. E dalla delusione sociale. Non è un caso che, tra le principali forze politiche, il M5s sia quella dove si osserva la maggiore quota di elettori che si identificano con i ceti più bassi (quasi il 60%) e, per contro, la minore quota di chi si sente ceto medio (39%).
Il declino del ceto medio lascia un Paese senza sogni, incapace di sognare. Dove le distanze sociali hanno ripreso a crescere, mentre il territorio affonda nelle nebbie. Soprattutto il Nordest, capitale della neoborghesia autonoma.
Il declino del ceto medio, in Italia, definisce — e impone — una questione “nazionale” che nessuna riforma elettorale potrà risolvere.

La Repubblica 03.02.14