Bruxelles è arrivato il conto da pagare e tra governi e istituzioni comunitarie è scoppiata una rissa in cui non si guarda più in faccia a nessuno. Ieri Olanda, Finlandia, Germania, Svezia e Gran Bretagna hanno rifiutato di approvare le modifiche al bilancio di quest’anno dell’ Unione europea bloccando, tra le altre cose, i 670 milioni di euro di aiuti già assegnati per il terremoto all’Emilia Romagna e i 180 milioni di euro del programma Erasmus per mandare gli studenti all’estero.
La grana è stata rinviata alla riunione dei ministri delle Finanze dei 27 che si terrà martedì, con «l’accordo politico» per salvare i fondi per l’Emilia. Ma la giornata di ieri è stata di fatto il calcio di inizio della più ampia partita sul bilancio europeo per il periodo 2014-2020. Due settimane di negoziati senza esclusioni di colpi che dovrebbero culminare nel vertice dei capi di Stato e di governo del 22-23 novembre. Le dispute sul bilancio, con i relativi negoziati fino a notte fonda, sono un classico dell’Unione europea che va in scena ogni sette anni.
GLI INTRANSIGENTI
Questa volta però quattro anni di crisi economica e di tagli ai bilanci nazionali hanno avvelenato l’aria e reso più intransigenti i contributori netti, cioè quei Paesi che versano a Bruxelles più di quanto ricevono attraverso fondi e programmi comunitari. Ieri i governi dei 27, rappresentati nel Consiglio, dovevano concordare con Commissione ed Europarlamento le modifiche ai bilanci del 2012 e 2013. Per quest’anno la Commissione aveva proposto un correttivo per erogare i fondi all’Emilia Romagna e un altro di quasi 9 miliardi di euro in cui rientrano i soldi per l’Erasmus e i fondi strutturali, di cui l’Italia è il principale beneficiario con pagamenti attesi per 1,887 miliardi di euro. Che tirava una brutta aria si era capito già a inizio giornata quando Andreas Mavroyannis, il vice ministro per gli Affari europei della presidenza di turno cipriota, aveva ammonito: «Un fallimento rischia di avvelenare le trattative sul bilancio pluriennale 2014-2020».
Secondo i cinque Paesi contributori netti i 9 miliardi di euro mancanti devono uscire fuori dal bilancio comunitario già stanziato, tagliando altri capitoli. Il nuovo ministro delle Finanze olandese, il laburista Jeroen Dijsselbloem, era stato chiaro fin da subito: «Non aspettatevi alcuna flessibilità da parte mia. Noi abbiamo preso delle misure drastiche nei Paesi Bassi e non possiamo accettare che il bilancio europeo aumenti. La Commissione europea deve decidere le sue priorità e tagliare laddove è necessario». Nel braccio di ferro quindi sono finiti pure i soldi del fondo di solidarietà per il terremoto. L’ambasciatore italiano presso l’Ue Ferdinando Nelli Feroci, che ha condotto i negoziati aggiornando costantemente il governatore dell’ Emilia Romagna Vasco Errani, il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli e il presidente del Consiglio Mario Monti, ha spiegato che «tutti, e soprattutto la Commissione europea, la presidenza di turno cipriota del Consiglio Ue e il Parlamento europeo hanno sottolineato come i fondi per l’Emilia siano dovuti, e che una decisione in merito è necessaria e deve essere presa». Insomma, ha aggiunto, «non c’è un’opposizione, ma cinque o sei paesi hanno detto che la decisione sulle modalità del finanziamento di questi fondi deve venire assunta contestualmente a quella sull’altra rettifica del bilancio 2012, quella da 9 miliardi».
Le discussioni sul bilancio 2013 poi non sono neanche iniziate. I rappresen- tanti del Parlamento, tra cui l’eurodeputata Pd Francesca Balzani relatrice per il 2012, si sono rifiutati di continuare i negoziati prima di aver chiuso il capitolo sull’anno in corso. «Abbiamo deciso come Parlamento europeo di non trattare il bilancio 2013 se non saranno chiuse le partite del 2012, tra cui ovviamente la partita del fondo di solidarietà che non può essere messa sullo stesso piano delle altre», ha riferito Balzani. Quando a fine giornata il negoziato è stato rimandato a martedì i rappresentanti della Commissione si sono affrettati ad assicurare che sui fondi al terremoto c’è «un accordo politico», che però andrà finalizzato la settimana prossima.
«Abbiamo fatto quanto necessario per rispondere all’obbligo morale che abbiamo nei confronti dell’Italia e di chi ha subito i danni del terremoto», ha dichiarato il commissario Ue al Bilancio Janusz Lewandowski. Ma per il vicepresidente del Parlamento europeo, Gianni Pittella, il blocco dei finanziamenti europei destinati alla ricostruzione dell’ Emilia Romagna «è di inaudita gravità». Secondo l’eurodeputato Pd «gli egoismi e l’avarizia di alcuni Paesi si spingono fino al punto di scardinare due pilastri della Ue: prima con il progetto Erasmus, per il quale abbiamo reagito mettendolo al riparo, e ora mettendo in discussione la solidarietà alle popolazioni colpite dal terremoto». Adesso, ha concluso Pittella, «occorre fermare il virus delle convenienze nazionali e ridare all’Europa un’anima fatta di solidarietà e di coesione. Senza di esse tutto va in frantumi e i danni saranno di tutti».
L’Unità 10.11.12
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“Un pericoloso corto circuito”, di STEFANO LEPRI
L’Europa piacerà sempre meno a quelli che dovrebbero essere i suoi cittadini, se continuerà a funzionare in modo tanto contorto. Forse il no ai fondi per l’Emilia terremotata era soltanto una mossa tattica all’interno di un arcano mercanteggiamento.
Ma diventa sempre più difficile spiegare alla gente che cosa accade; anche perché, altre volte, il diniego di solidarietà da parte di alcuni Paesi c’è davvero.
Tutto il negoziato sul bilancio dell’Unione europea si trascina a sussulti di intricatissimi do ut des tra burocrazie nazionali, capaci di annoiare pressoché chiunque. Dentro ci sono problemi veri, come la posizione della Gran Bretagna, come il rapporto tra l’Unione a 27 (presto 28), e l’area euro avviata a integrarsi di più se vuole sopravvivere; problemi che a nessun governo al momento conviene evidenziare come tali.
Solo una piccola quota del denaro dei cittadini viene spesa dall’Unione, il cui bilancio totale è circa un sesto di quello del solo Stato italiano; e va ricordato (specie al Nord del continente) che il nostro Paese versa assai più di quanto riceva. Comunque sia, non si può più decidere così quali sono le priorità, in negoziati dove perlopiù i diplomatici si destreggiano a cercare compromessi tra differenti misture nazionali di interessi costituiti.
Pezzo a pezzo, negli anni, si è costruita una struttura che spesso per funzionare richiede di dire una cosa per farne un’altra. Ad esempio la Commissione di Bruxelles sa benissimo che ulteriori dosi di austerità non sarebbero tollerabili, ma è costretta a fare la faccia feroce per evitare che i politici di certi Paesi ritornino ai vecchi vizi. Il recente richiamo all’Italia, sugli impegni anche dopo il 2013, è rivolto a chi vincerà le elezioni; quando perfino il governo tecnico ha qualche difficoltà a centrare l’obiettivo 2012 (i dati sui conti del Tesoro in ottobre non sono granché buoni).
Tutto questo andrebbe ripensato alla radice. Certe menzogne demagogiche contro l’Europa – strumento del sopruso di alcuni Paesi, veicolo di spietati progetti oppressivi, o altro a seconda dei gusti – sono possibili grazie all’oscurità del disegno di insieme. E se il Parlamento europeo continuerà ad avere poteri tanto scarsi, come convinceremo nel 2014 gli elettori ad andare alle urne? Che autorità ha un governo (la Commissione di Bruxelles) in cui non solo la scelta dei membri, ma anche parte dell’articolazione dei dicasteri, derivano da faticose alchimie di vertice tra Stati?
Solo con poteri chiaramente attribuiti, trasparenti, legittimati, l’Europa può riconquistare fiducia. Il guaio è che oggi siamo di fronte a un corto circuito pericoloso. La Germania chiede passi avanti verso l’unione politica perché solo una effettiva cessione di sovranità da parte degli Stati può permettere più solidarietà tra le nazioni. La Francia ribatte che solo una crescente solidarietà da subito può invogliare alla cessione di sovranità. I due governi hanno a che fare con elettorati in modo diverso riluttanti.
E’ normale che i cittadini di diversi Paesi abbiano priorità differenti. Quello che non si può più fare è affidare il compito di conciliarle soltanto ai rapporti di vertice tra governi o, peggio, a un equivalente diplomatico del mercato delle vacche. Occorre un’arena pubblica in cui chi desidera rappresentare i cittadini si misuri con la necessità di spiegarsi a nazioni diverse, e presenti programmi capaci di essere intesi in tutte le lingue. Già da adesso, in vista del rinnovo del Parlamento europeo nel 2014, non basta che i partiti di ciascun Paese competano su come meglio rappresentare quel Paese a Strasburgo; servono liste europee in gara per esprimere sulla scala dell’Unione le idee di ogni parte politica.
La Stampa 10.11.12
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"Braccio di ferro sui tagli alla scuola. In arrivo detrazioni per le famiglie", da lastampa.it
Il piano proposto da Profumo per attuare la spending review non basta a raggiungere i 157 milioni richiesti. Torna a complicarsi la soluzione del nodo scuola, nell’ambito della legge di stabilità: il ministero infatti non ha trovato i tagli da effettuare per compensare l’aumento dell’orario di lavoro dei professori, e questa misura è tornata ad aleggiare, seppur subito smentita dallo stesso ministero. In alternativa il poco allettante taglio lineare a tutte le voci del Dicastero. Se questa partita è tutta interna al governo, la maggioranza sembra aver trovato una soluzione sulla riscrittura della parte fiscale della legge: i relatori dovrebbero presentare un emendamento che aumenta le detrazioni fiscali per figli e coniuge a carico sin dal 2013. Inoltre si avvicina la soluzione per la questione degli esodati.
La spending revew, varata a giugno prevedeva dei tagli ai Fondi dell’Istruzioni per 157 milioni euro nel 2013, 172 nel 2014 e 236,7 nel 2015. Servono le misure per attuare le riduzioni, che il ministero aveva identificato nell’aumento dell’orario dei docenti. La misura è stata stralciata dalla legge di stabilità per estraneità di materia e giace ora alla Camera. Oggi il sottosegretario alla scuola, Marco Rossi Doria, si è presentato in commissione Bilancio della Camera con una serie di sforbiciate a varie voci del Dicastero ma per cifre più assai basse: 74,6 milioni nel primo anno, e 50,6 per i due successivi. «Mancano almeno 120 milioni per il 2013 – ha osservato il sottosegretario all’economia Polillo – 120 nel 2014 e 180 nel 180 nel 2015». Rossi Doria ha proposto che le residue somme vengano prese in altri ministeri. Cosa però vietata dalla spending review, che prevede invece come clausola di salvaguardia i tagli lineari a tutte le voci. Oppure si dovrebbe di nuovo finire sull’aumento dell’orario dei professori. La presidente della commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, ha negato la possibilità di questa ipotesi perché non sarebbe votata da nessun partito. E in serata anche il Ministero ha escluso di tornare su essa. Ma la commissione Bilancio e i relatori alla legge di stabilità, Renato Brunetta e Paolo Baretta, hanno invitato il governo a risolvere la questione al suo interno senza scaricarla sul Parlamento.
Brunetta e Baretta, assieme al relatore alla legge di Bilancio, Amedeo Ciccanti, hanno incontrato in mattinata il ministro Vittorio Grilli. Questi ha chiarito che non ci sono risorse aggiuntive da mettere sul piatto delle riduzioni fiscali che, quindi, saranno di 1 miliardo nel 2013, 3 nel 2014 e 2,5 nel 2015. L’ipotesi è quella di destinare il miliardo per l’anno prossimo a una riduzione delle detrazioni per i figli e il coniuge a carico per i redditi da lavoro dipendente. Accantonata invece l’ipotesi dell’aumento degli assegni familiari, preferita dall’Udc, perché la platea sarebbe stata più ampia e in tasca di ciascuno sarebbero entrati pochi euro.
Dopo una lunga riunione con il ministro Elsa Fornero i relatori hanno detto che una soluzione sugli esodati «è più vicina». Un emendamento, assieme a quelli sul Fisco, sul FOndo sociale (compresi i malati di Sla) dovrebbe essere presentati dai relatori e dal governo tra sabato e domenica pomeriggio, quando la commissione Bilancio tornerà a riunirsi. Curiosa la nuova tassa introdotta dalla commissione Bilancio con un emendamento alla legge: 500 euro per le gru «acchiappa peluche» che si vedono nei Luna Park e nelle Fiere.
La stampa 10.11.12
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“Aumento da 18 a 24 ore, altro che tutto a posto: non ci sono coperture finanziarie alternative!”, di Alessandro Giuliani
Doccia fredda dalla commissione Bilancio di Montecitorio: l’emendamento di abrogazione della norma voluta dal Governo creerebbe un “buco” di 80 milioni di euro per il 2013, 120 milioni per il 2014 e 180 per il 2015. Dal relatore, Pier Paolo Baretta (Pd), parole crude e dure: è una situazione di impasse e solo perchè si tratta della scuola concederemo un’ulteriore istruttoria. Il presidente della commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, minimizza: non ci saranno passi indietro. Ma il tempo stringe. Dopo le autorevoli rassicurazioni sulla sua abrogazione, nella serata del 9 novembre il Governo scopre le carte e ammette che la norma contenuta nel ddl Stabilità sull’aumento dell’orario d’insegnamento settimanale da 18 a 24 ore è tutt’altro che superata. Anzi, con il passare dei giorni le possibilità che possa decadere sarebbero addirittura limitate.
Il nodo che blocca la questione è sempre lo stesso: non ci sono, in pratica, le coperture finanziarie adeguate. Perché manca l’alternativa economica per coprire i circa 200 milioni di euro. Anzi, il sottosegretario all’Economia, Gianfranco Polillo, ha detto che l’emendamento presentato nei giorni scorsi per evitare gli aumenti di orario dei docenti della scuola media e superiore creerebbe un “buco” decisamente superiore: pari ad 80 milioni di euro per il 2013, 120 milioni per il 2014 e 180 milioni per il 2015.
Insomma, se nei prossimi giorni la situazione non si dovesse sbloccare, dalla commissione Bilancio della Camera non potrà che arrivare una fumata nera. “È una situazione di impasse – ha sottolineato il relatore Pier Paolo Baretta (Pd) – e solo perchè si tratta della scuola la commissione ritiene opportuna un’ulteriore istruttoria”. Come se non bastasse, dai parlamentari esperti di conti è anche arrivato un diktat: i soldi dovranno essere reperiti sempre in seno a capitoli di spesa del Miur. Come, del resto, era stato previsto dalla spending review.
Che la situazione sia seria si è capito anche dal richiamo arrivato dal presidente della commissione, Giancarlo Giorgetti, secondo cui “se le cose non cambiano vanno riproposti i tagli lineari”.
I centinaia di migliaia di docenti coinvolti non possono che aggrapparsi alle parole di Manuela Ghizzoni, presidente della commissione Cultura e relatrice della legge di stabilità nella Commissione che presiede: al termine della seduta della Commissione Bilancio, la Ghizzoni ha detto che “sull`abrogazione della norma che prevedeva l`aumento dell`orario a 24 ore a parità di salario per gli insegnanti c`è stata una convergenza di tutto l`arco parlamentare e precisi impegni politici. E su questo non ci saranno passi indietro”.
La parlamentare ha poi aggiunto: “ci aspettiamo, dopo la convergenza unanime che ha portato a formulare emendamenti condivisi e dopo lo sforzo da parte del ministero di trovare coperture adeguate a rispettare i risparmi richiesti dalla Spending Review, uno sforzo da parte dell`esecutivo, al fine di non giungere a compiere tagli lineari all`Istruzione. In questi anni la scuola ha già dato il suo contributo consistente, è arrivato il momento che tutti contribuiscano a dare un futuro all`istruzione, anche per uscire dalla crisi”.
Anche secondo Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Partito Democratico, “l’aumento dell’orario degli insegnanti è fuori discussione. Vanno trovate le coperture finanziarie per 182,9 milioni di euro fuori dal bilancio del Miur. Grilli e Polillo spieghino al Paese se è più importante per la crescita l’istruzione o il mantenimento dei privilegi della casta dei Generali”. A sentirli, però, non sembrano avere dubbi: da veri economisti, per loro la priorità rimane quella di mantenere i conti a posto. Per il ministro Profumo ed il suo staff sembrava, invece, che fosse più importante avviare un confronto con le parti coinvolte. Per spuntarla, tuttavia, non bastano più i proclami. Ma servono progetti di spesa alternativi. E anche in fretta.
La Tecnica della Scuola 10.11.12
“Braccio di ferro sui tagli alla scuola. In arrivo detrazioni per le famiglie”, da lastampa.it
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La spending revew, varata a giugno prevedeva dei tagli ai Fondi dell’Istruzioni per 157 milioni euro nel 2013, 172 nel 2014 e 236,7 nel 2015. Servono le misure per attuare le riduzioni, che il ministero aveva identificato nell’aumento dell’orario dei docenti. La misura è stata stralciata dalla legge di stabilità per estraneità di materia e giace ora alla Camera. Oggi il sottosegretario alla scuola, Marco Rossi Doria, si è presentato in commissione Bilancio della Camera con una serie di sforbiciate a varie voci del Dicastero ma per cifre più assai basse: 74,6 milioni nel primo anno, e 50,6 per i due successivi. «Mancano almeno 120 milioni per il 2013 – ha osservato il sottosegretario all’economia Polillo – 120 nel 2014 e 180 nel 180 nel 2015». Rossi Doria ha proposto che le residue somme vengano prese in altri ministeri. Cosa però vietata dalla spending review, che prevede invece come clausola di salvaguardia i tagli lineari a tutte le voci. Oppure si dovrebbe di nuovo finire sull’aumento dell’orario dei professori. La presidente della commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, ha negato la possibilità di questa ipotesi perché non sarebbe votata da nessun partito. E in serata anche il Ministero ha escluso di tornare su essa. Ma la commissione Bilancio e i relatori alla legge di stabilità, Renato Brunetta e Paolo Baretta, hanno invitato il governo a risolvere la questione al suo interno senza scaricarla sul Parlamento.
Brunetta e Baretta, assieme al relatore alla legge di Bilancio, Amedeo Ciccanti, hanno incontrato in mattinata il ministro Vittorio Grilli. Questi ha chiarito che non ci sono risorse aggiuntive da mettere sul piatto delle riduzioni fiscali che, quindi, saranno di 1 miliardo nel 2013, 3 nel 2014 e 2,5 nel 2015. L’ipotesi è quella di destinare il miliardo per l’anno prossimo a una riduzione delle detrazioni per i figli e il coniuge a carico per i redditi da lavoro dipendente. Accantonata invece l’ipotesi dell’aumento degli assegni familiari, preferita dall’Udc, perché la platea sarebbe stata più ampia e in tasca di ciascuno sarebbero entrati pochi euro.
Dopo una lunga riunione con il ministro Elsa Fornero i relatori hanno detto che una soluzione sugli esodati «è più vicina». Un emendamento, assieme a quelli sul Fisco, sul FOndo sociale (compresi i malati di Sla) dovrebbe essere presentati dai relatori e dal governo tra sabato e domenica pomeriggio, quando la commissione Bilancio tornerà a riunirsi. Curiosa la nuova tassa introdotta dalla commissione Bilancio con un emendamento alla legge: 500 euro per le gru «acchiappa peluche» che si vedono nei Luna Park e nelle Fiere.
La stampa 10.11.12
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“Aumento da 18 a 24 ore, altro che tutto a posto: non ci sono coperture finanziarie alternative!”, di Alessandro Giuliani
Doccia fredda dalla commissione Bilancio di Montecitorio: l’emendamento di abrogazione della norma voluta dal Governo creerebbe un “buco” di 80 milioni di euro per il 2013, 120 milioni per il 2014 e 180 per il 2015. Dal relatore, Pier Paolo Baretta (Pd), parole crude e dure: è una situazione di impasse e solo perchè si tratta della scuola concederemo un’ulteriore istruttoria. Il presidente della commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni, minimizza: non ci saranno passi indietro. Ma il tempo stringe. Dopo le autorevoli rassicurazioni sulla sua abrogazione, nella serata del 9 novembre il Governo scopre le carte e ammette che la norma contenuta nel ddl Stabilità sull’aumento dell’orario d’insegnamento settimanale da 18 a 24 ore è tutt’altro che superata. Anzi, con il passare dei giorni le possibilità che possa decadere sarebbero addirittura limitate.
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Insomma, se nei prossimi giorni la situazione non si dovesse sbloccare, dalla commissione Bilancio della Camera non potrà che arrivare una fumata nera. “È una situazione di impasse – ha sottolineato il relatore Pier Paolo Baretta (Pd) – e solo perchè si tratta della scuola la commissione ritiene opportuna un’ulteriore istruttoria”. Come se non bastasse, dai parlamentari esperti di conti è anche arrivato un diktat: i soldi dovranno essere reperiti sempre in seno a capitoli di spesa del Miur. Come, del resto, era stato previsto dalla spending review.
Che la situazione sia seria si è capito anche dal richiamo arrivato dal presidente della commissione, Giancarlo Giorgetti, secondo cui “se le cose non cambiano vanno riproposti i tagli lineari”.
I centinaia di migliaia di docenti coinvolti non possono che aggrapparsi alle parole di Manuela Ghizzoni, presidente della commissione Cultura e relatrice della legge di stabilità nella Commissione che presiede: al termine della seduta della Commissione Bilancio, la Ghizzoni ha detto che “sull`abrogazione della norma che prevedeva l`aumento dell`orario a 24 ore a parità di salario per gli insegnanti c`è stata una convergenza di tutto l`arco parlamentare e precisi impegni politici. E su questo non ci saranno passi indietro”.
La parlamentare ha poi aggiunto: “ci aspettiamo, dopo la convergenza unanime che ha portato a formulare emendamenti condivisi e dopo lo sforzo da parte del ministero di trovare coperture adeguate a rispettare i risparmi richiesti dalla Spending Review, uno sforzo da parte dell`esecutivo, al fine di non giungere a compiere tagli lineari all`Istruzione. In questi anni la scuola ha già dato il suo contributo consistente, è arrivato il momento che tutti contribuiscano a dare un futuro all`istruzione, anche per uscire dalla crisi”.
Anche secondo Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Partito Democratico, “l’aumento dell’orario degli insegnanti è fuori discussione. Vanno trovate le coperture finanziarie per 182,9 milioni di euro fuori dal bilancio del Miur. Grilli e Polillo spieghino al Paese se è più importante per la crescita l’istruzione o il mantenimento dei privilegi della casta dei Generali”. A sentirli, però, non sembrano avere dubbi: da veri economisti, per loro la priorità rimane quella di mantenere i conti a posto. Per il ministro Profumo ed il suo staff sembrava, invece, che fosse più importante avviare un confronto con le parti coinvolte. Per spuntarla, tuttavia, non bastano più i proclami. Ma servono progetti di spesa alternativi. E anche in fretta.
La Tecnica della Scuola 10.11.12
"Quei trenta giorni che sconvolsero il governo Berlusconi", di Concita De Gregorio
Un anno fa Silvio Berlusconi saliva al Colle per rassegnare le sue dimissioni. Era un sabato, il 12 novembre 2011. Le piazze di Roma erano invase da una moltitudine, un’orchestra di musicisti si era data convegno in piazza del Quirinale per suonare l’Hallelujah di Haendel. Le ministre e le sottosegretarie si erano vestite a lutto, Formigoni faceva le corna alla folla, il ministro Sacconi esibiva il dito medio, Bossi come di consueto diceva vaffanculo. Finiva così non solo una stagione di governo ma un’epoca. La lunga stagione del berlusconismo che nell’arco di quasi un ventennio ha trasformato l’Italia in quella che è diventata.
A cronistoria dell’ultimo mese — la lunga vigilia della fine — è molto di più di un epilogo di un’esperienza di governo. Dal diario delle vicende di quei giorni — dalle notizie di politica, economia, cultura, sport, costume — emerge il racconto di un Paese che danza in bilico sul baratro. Le intercettazioni di Lavitola, le gesta di Verdini, il linguaggio dei protagonisti, da Bossi alle olgettine, le vicende in Europa e nel mondo, Merkel e Sarkozy, l’ascesa di Draghi, il ruolo di Napolitano, i lutti e le nascite, i film più popolari, i libri più venduti, i successi e gli insuccessi sportivi, persino i crolli di Pompei e le alluvioni, la cabala e gli scongiuri, lo sguardo del mondo su di noi e il nostro su noi stessi. Ecco com’è andata.
LMARTEDÌ 11 OTTOBRE 2011, SAN FIRMINO VESCOVO.
Governo battuto in aula sul bilancio. Fra i molti assenti Tremonti, Scajola e Scilipoti che lamenta: «Potevano anche avvisarmi, farmi una telefonata». Bossi: «Si va avanti ma non so quanto dura». Berlusconi: «Dobbiamo votare la fiducia e dimostrare che è stato solo un incidente». Folla in piazza del Quirinale, al passaggio di Napolitano: «Ci salvi Lei». La maggioranza ripropone la legge sulla prescrizione breve. Pininfarina chiude le attività industriali dopo 80 anni: 127 licenziamenti. L’Italia di calcio si qualifica agli europei. Due gol di Cassano, che annuncia: «Smetto presto». Arriva a Roma lo spettacolo di Checco Zalone, “Resto umile word tour”, tutto esaurito.
MERCOLEDÌ 12, SAN SERAFINO DA MONTEGRANARO.
Lettera del Quirinale dopo la bocciatura sul Bilancio: «Tocca al premier risolvere la crisi». Mario Draghi: «L’Italia deve salvarsi da sola». Il premier: «Dobbiamo arrivare a Natale ma sono pronto al voto». New York Times: “L’era di Berlusconi volge al termine”. Domanda e risposta al quiz “Les news de la semaine”, Canal Plus: «Qual è il nome del nuovo partito di Berlusconi? Forza Gnocca». Manifestazione di indignati sotto Bankitalia. Tagliati dalla commissione europea 287 milioni all’agricoltura italiana. I focolarini: «È un paese di macerie». Fabio Luisi è nominato direttore stabile all’orchestra del Mat di Ny: «Nel mio paese per la musica è un disastro».
GIOVEDÌ 13, SANT’EDOARDO RE.
Berlusconi chiede la fiducia, «se non c’è si va al voto». Aula semideserta. Alla sua sinistra Bossi sbadiglia in diretta tv 12 volte. In cortile Denis Verdini tratta con Santo Versace, fratello dello stilista. Andrea Riccardi a Todi: «La politica è povera, è una triste epoque». Esce in libreria “Beni comuni. Un manifesto”, di Ugo Mattei.
VENERDÌ 14, SAN FORTUNATO.
Il governo ottiene 316 voti, uno più della metà dei deputati. Berlusconi: «L’agguato è fallito». Bossi: «Quando si vota lo decido io». I Responsabili che hanno garantito il sostegno sono premiati con nomine di governo. Sardelli: «Io ho rifiutato, anche se non navigo nell’oro». Financial Times: “Time to go. Politica in stallo”. Wall street journal: “Italia esasperata”. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini sotto accusa per peculato.
SABATO 15, SANTA TERESA D’AVILA.
Blindati a San Giovanni, Roma. 90 feriti e 12 arresti al corteo degli indignati. Obama riconosce che «la protesta di Wall Street dà voce a una frustrazione generale». Barbara Contini, senatrice Fli: «Se Berlusconi si fosse dimesso molto probabilmente a Roma non ci sarebbe stato il caos». Scajola: «Il partito muore se non allarga al centro». Promosso Misiti, ex Idv passato con il Pdl. Berlusconi: «Arriverò al 2013. Nel ‘29 l’Aventino fu una tragedia». L’Aventino è del ‘24. Al cinema record di incassi per “Ex. Amici come prima”.
DOMENICA 16, SANTA EDVIGE.
Escono le intercettazioni dell’inchiesta sui finanziamenti all’Avanti!. Berlusconi a Valter Lavitola, direttore del giornale: «Facciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica, portiamo in piazza milioni di persone. Non c’è alternativa. Facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera. La situazione in Italia è la seguente: la gente non conta un cazzo, il Parlamento non conta un cazzo». Andrea Oliviero, presidente Acli: «Il premier abbia il coraggio di dimettersi ». Hollande vince le primarie. L’Aga Khan è condannato a pagare 60 milioni di euro alla ex moglie.
LUNEDÌ 17, SAN RODOLFO.
Forum dei cattolici a Todi: Serve un nuovo governo, questo è inadeguato. Il cardinale Bagnasco: «I cattolici si facciano sentire in politica». I pm di Milano: sono false 926 firme della lista Formigoni. Lavitola parla con Cicchitto: «Ho appena sentito Berlusconi, è estremamente appannato. Ho urgenza di riferirti una cosa del capo». Cicchitto: «Delle cose del capo me ne sbatto il cazzo». Lavitola: “No, no invece ti devo parlare perché è completamente fuori di brocca». Stefano Bollani suona al Teatro Valle occupato, un chilometro di coda.
MARTEDÌ 18, SAN LUCA EVANGELISTA.
Indagato per corruzione Marco Milanese, ex consigliere di Tremonti. Relazione Bankitalia: dal Credito cooperativo fiorentino 63 milioni di euro al clan Verdini, familiari e amici. Bossi a Flavio Tosi, sindaco di Verona: «Sei uno stronzo». Avvenire: “Serve un governo nuovo e più forte”. Lavitola a Scarpa: «So che è il momento tuo, ho parlato con Lui. Toccati le palle». Fabrizio Filippi, manifestante arrestato a San Giovanni, detto ‘er Pelliccia’: «Odio lo Stato, qui mi sento straniero». Muore il poeta Andrea Zanzotto.
MERCOLEDÌ 19, SANT’ISACCO MARTIRE.
Trichet passa le consegne a Draghi. Battaglia su Bankitalia: Berlusconi vuole Bini Smaghi. Il giudice ordina: siano chiusi i ministeri del Nord. Niente tagli agli stipendi dei ministri, con la motivazione: non sono dipendenti pubblici. Lavitola: «Bertone ha chiamato Letta per me, mi vuole sottosegretario. B. mi ha detto: se fanno altri dossier sotto elezioni ci sputtanano». Berlusconi: «Dobbiamo cambiare nome al partito: l’acronimo Pdl non emoziona, non commuove
». Nasce Dalia, figlia di Sarkozy e Carla Bruni. Esce “L’eclissi della borghesia” di Giuseppe De Rita.
GIOVEDÌ 20, SANT’AURORA.
Ucciso Gheddafi. Berlusconi: «Sic transit gloria mundi». Un anno prima il bacio dell’anello, «gli riconosco grande saggezza». Visco governatore di Bankitalia. Vertice Ue senza intese, Piazza affari -3,8. Economist: “Gradimento Berlusconi sceso dal 35 al 24 per cento”. Lavitola: «Guarda che sul lodo Alfano quello che decide tutto è Ghedini». Cartolano, Pdl, a Lavitola: «Il presidente chiede se questi 139 milioni all’anno li vuoi o no». Nubifragio a Roma, strade come fiumi, Colosseo allagato: un morto. Il parto in diretta tv di una concorrente del Grande Fratello blocca un ospedale.
VENERDÌ 21, SANT’ORSOLA.
Berlusconi star al congresso dei Responsabili. Scilipoti arriva in limousine bianca: «Dobbiamo raggiungere la scossa ormonale del consenso», in sala l’attore del commissario Rex. Crolla (-23 per cento) la domanda di mutui e prestiti. Lavitola: «Digli che Lo richiamo sul fisso».
SABATO 22, SAN DONATO VESCOVO.
Marcegaglia, presidente di Confindustria: «Decreto sviluppo deludente, così la Ue ci commissaria». Berlusconi: «Ho parlato con la Merkel, l’ho convinta». Mauro Masi, direttore generale della Rai, a Lavitola: «Ho cambiato i Gr e i Tg come non ha mai fatto nessuno». Lavitola a Masi: «Maurus, Maurino, Mauro bello». Crolla un muro di epoca romana a Pompei. Muore il giurista Antonio Cassese. È di Fabio Volo il libro più venduto.
DOMENICA 23, SAN GIOVANNI DA CAPESTRANO.
Ultimatum Ue all’Italia: entro tre giorni un piano su crescita e debito. Merkel e Sarkozy ridono del premier italiano in conferenza stampa. Berlusconi: «Trattato come uno scolaretto ». Sondaggio sul consenso al governo: ha perso 10 punti in un anno. Lavitola: «Presidente, se non mi fa sottosegretario mi ferisce». Muore Simoncelli in Malesia.
LUNEDÌ 24, SAN LUIGI.
Tende da Londra a Wall street. Pensioni, Lega contraria alla riforma. Maroni: «I pensionati hanno già dato». Berlusconi: «Potrei fare un passo indietro, ma non accetto lezioni dall’Europa ». Circolano i nomi di Letta e Schifani per un nuovo governo. La Padania: “Scontro finale”. Inserita nel decreto sviluppo una norma anti-Veronica: discrezionale la quota legittima di eredità ai figli. Lavitola: «È poco lucido». Masi a Lavitola: «Certe cose non si possono fare, sono reati. Lui si incazza ma io devo vivere». Marchionne: «Resteremo in Italia». Parte il Grande Fratello numero 12: in gara una mamma amante del burlesque.
MARTEDÌ 25, SAN CRISPINO.
Sarkozy: Europa mai stata così vicina all’esplosione. Mini accordo sulle pensioni: lettera per la Ue inviata al Colle. Berlusconi a Bossi: «Evitami la figuraccia, a marzo si vota». Napolitano giudica «sgradevoli» i risolini di Merkel e Sarkozy e chiede al governo di definire le misure annunciate. Giuliano
Ferrara: «Sarko fa il bullo come Luis de Funès». Maroni: «Il problema è Silvio che non se ne va». Financial Times: “Berlusconi rischia la crisi di sovranità”. Truffa da 11 milioni allo Stato, Verdini indagato. Lavitola: «Al prossimo appuntamento con il generale della Guardia di Finanza Speranza ci voglio essere anche io». Califano: «Fu Craxi a farmi uscire dal carcere». Esce il Meridiano di Carlo Maria Martini: “Le ragioni del credere”.
MERCOLEDÌ 26, SANT’EVARISTO PAPA.
Merkel: «Italia rispetti le promesse, tenga fede ai tempi». Berlusconi scrive lettera alla Ue, Barroso e Von Rompuy chiedono che sia riscritta. Sarkozy non dà la mano al premier italiano. Lavitola: «Amo’, ti prego, aiutami». Dal conto MPS 1.29 del premier prelevati due milioni e 700 mila euro per le Olgettine: tra loro la vincitrice di “Un due tre, stalla” e Barbara Matera, in seguito eletta eurodeputata. Christian de Sica gira “Vacanze a Cortina”: «L’Italia reale è peggio di quella dei cinepanettoni».
GIOVEDÌ 27 SAN FIORENZO VESCOVO.
Dieci deputati Pdl scrivono a Berlusconi: «Faccia un passo indietro». Segue smentita. Roberto Antonione: «Silvio non ce la fa più, è stanco. Così si va al suicidio di massa. Lasci da statista, come Prodi». Sindacati pronti allo sciopero su licenziamenti e statali. Al pubblico impiego 23 tagli in un anno. Economist: “L’Italia può contare solo su Draghi”. Times: “Berlusconi deve dimettersi”. Wall street journal: “Ha perso la fiducia degli investitori e dei leader”. Lavitola: «Dal presidente non ci puoi andare se no poi le donne a casa ti menano: è tutto sesso droga e rock and roll». I francesi comprano la Edison. Assalto a Roma ad un negozio di elettronica: migliaia in fila nella notte per IPhone e tv. Muore Hillman. Franano sotto la pioggia le Cinque terre.
VENERDÌ 28, SAN GIUDA.
Berlusconi sull’euro: «È una moneta strana, non ha mai convinto nessuno». Prodi: «La smetta di dire stupidaggini». Ponzellini indagato. Giuliano Ferrara vuole in Rai il posto di Santoro. Matteo Renzi apre a Firenze la Leopolda. Matteo Garrone inizia a girare il film “Reality”.
SABATO 29, SANTA MICHELA.
Fmi e Ue studiano piano anti contagio. Merkel: Roma si muova o sarà punita. Scontro sui licenziamenti: un miliardo di ore di Cig nel 2011. Renzi su Marchionne: «Un grande motivatore rivoluzionario». Il pm di Napoli acquisiscono intercettazioni Lavitola. Lavitola: «Sto provando a far intervenire Berlusconi». Alemanno, sindaco di Roma: Non parlo più coi giornalisti. All’Olimpico Milan batte Roma, due gol di testa di Ibrahimovich.
DOMENICA 30, SAN GERMANO VESCOVO.
Il ministro Sacconi: c’è un rischio terrorismo. Il giudice Ingroia: sono un pm partigiano. Lavitola a Paniz: «Difenderemo Berlusconi col legittimo impedimento». Paniz a Lavitola: «Sulla questione Mondadori comunque se lo inculano». Montezemolo: serve un governo di salute pubblica. Malore di Cassano: in ospedale.
LUNEDÌ 31, SAN QUINTINO.
Borse a picco, -3,8, spread a 410, tassi +6 per cento. Disoccupazione giovanile al 29,3. Unipol: condannati Antonio Fazio, Consorte, Caltagirone: tre anni e sei mesi. Crollano ascolti Tg1. Lavitola al telefono con il generale Poletti dei Servizi: «Paolo, grazie dei documenti che mi hai dato, sono perfetti. Berlusconi mi ha fatto un discorso: ti ricordi quel vecchio obiettivo?» Poletti: «Sì, è di quello che ti voglio parlare». Record di reati violenti a Roma: +8 per cento rapine e scippi. Cassano colpito da ischemia.
MARTEDÌ 1 NOVEMBRE, OGNISSANTI.
Panico in borsa, -6,8. Credit Suisse: L’Italia ha 100 giorni per evitare il default. Napolitano: «Serve una prospettiva di larga condivisione». Avvia consultazioni informali con parti sociali, Bankitalia, partiti. Antonione lascia il Pdl e passa al gruppo misto, è il quinto in venti giorni. Case gratis ai figli dei prefetti: Viminale sotto accusa. Nuova alluvione in Liguria. Cassano verso l’intervento al cuore. Il ministro delle Finanze greco Venizelos ricoverato per malore.
Letta accentua il suo ruolo di consigliere nei giorni decisivi della fine di Silvio Berlusconi, che alla fine si dimette.
E Formigoni fa le corna (sotto)
MERCOLEDÌ 2, I MORTI.
Consiglio dei ministri notturno: niente decreto anticrisi, solo un maxiemendamento al decreto. Forbes: Draghi più potente del premier italiano. Lettera di sei deputati a Berlusconi: «Agisca da uomo di stato, serve un nuovo governo». Giuliano Ferrara: «Fucilate il soldato B: La resurrezione dura 24 ore, poi il plotone». Napolitano consulta i partiti. Murdoch va coi figli dallo psicologo per discutere la successione. Esce al cinema “I soliti idioti”.
GIOVEDÌ 3, SAN GIUSTO.
G20 a Cannes. Obama ignora Berlusconi durante il pranzo ufficiale. Sarkozy: «Il nostro riferimento è Napolitano ». Berlusconi a Verdini: «Resistiamo fino a dicembre ». Carlo Vizzini, ex ministro, lascia il Pdl. Draghi taglia i tassi dello 0.25. Spread a 429. Benzina a prezzo record, 1,7 euro, al Sud costa più del vino. Cassano si opera.
VENERDÌ 4, SAN CARLO BORROMEO.
Acqua e fango devastano Genova: 6 morti, 2 bambine. Lagarde: «L’Italia ha un problema di credibilità». Letta, Alfano e Verdini: «La maggioranza non c’è più». Scajola verso il processo per la casa al Colosseo. Berlusconi: «La crisi non esiste, i ristoranti e gli aerei sono pieni». Altri quattro parlamentari Pdl pronti a lasciare. Napolitano: «Grave crisi di fiducia nell’Italia». Esce 1Q84 di Murakami, romanzo su un mondo parallelo. Cassano operato.
SABATO 5, SAN ZACCARIA PROFETA.
L’attesa per il voto in Grecia sul bilancio ha provocato ieri nuove tensioni, dopo che nelle scorse settimane si era registrato un deciso raffreddamento del differenziale con i titoli di Stato tedeschi
Fuga dal Pdl: escono in venti, pronti a formare un gruppo. Governo a quota 306 deputati, non ha la maggioranza. Napolitano: «Serve coesione nazionale». Berlusconi: «Non mi dimetto». Marina Berlusconi: «È un Paese alla rovescia, contro di lui solo irresponsabili». Alfano e Verdini propongono Letta premier. Prodi: Siamo al ‘43, solo Monti può salvarci. Financial Times a Berlusconi: “In the name of God ad Italy, go!”.
DOMENICA 6, SAN LEONARDO ABATE.
Anche la soubrette Gabriella Carlucci lascia il Pdl. Maroni: «Inutile accanirsi, è finita». Alfano e Letta a Berlusconi: «Vai al Quirinale, dimettiti». Berlusconi: «Si va avanti o al voto ». The Independent on Sunday sotto una foto di B.: “Vi fidereste di quest’uomo per salvarci tutti dalla catastrofe finanziaria?”. Po in piena, sacchi di sabbia a Borgo Dora. I giocatori del Real Madrid scendono in campo con la maglia di Cassano.
LUNEDÌ 7, SANTA CARINA.
Voci di dimissioni: volano le borse, cala lo spread. Berlusconi smentisce: «Non mi piego ai riti della Prima repubblica, voglio vedere in faccia chi mi tradirà». Benzinai in sciopero tre giorni. Alluvione devasta l’Elba. La Lega: la pioggia caccia i rom. Il premier convoca i figli ad Arcore: il titolo Mediaset a -47% dall’inizio dell’anno. Esce al cinema Twilight, saga di vampiri.
MARTEDÌ 8, SAN GOFFREDO.
Il Rendiconto passa alla Camera con 308 voti. Berlusconi scrive su un foglio: «Otto traditori». Chiama Napolitano: «Ho preso atto della gravità della situazione, mi dimetto». Spread a quota 500. Esce una nota ufficiale del Quirinale: «Una volta approvata la Legge di Stabilità il presidente del consiglio rimetterà il suo mandato». Qualche giorno prima, ad un Consiglio Supremo di Difesa, Napolitano aveva pregato Berlusconi di non inveire contro i magistrati davanti ai generali. Barbara Mannucci, 29 anni, deputata: «Starò con lui fino alla fine, come Claretta Petacci». A Roma 18 gradi, sole, vento da Sud Est.
MERCOLEDÌ 9, SANT’ORESTE.
Napolitano nomina Monti senatore a vita. Spread a 575, azioni Mediaset -12%. Meno prestiti a famiglie e imprese. Servono 500 milioni per Unicredit. Bossi vuole Tremonti premier. Matteoli organizza gli ex An: in 30 a favore del voto. Renzo Bossi detto il Trota: «Volevano destituire mio padre». Escono i verbali dei consulenti Finmeccanica: politici pagati con tangenti chiamate “zucchine”. Berlusconi: «Non sarò responsabile del default». Napolitano: «La stretta sui Btp è pericolosa per l’occupazione, dobbiamo guadagnare fiducia per uscirne«. Le Monde: “Silvio sei finito”. WSJ: “Alla fine è stata l’economia a farlo cadere”. Time: “Era ora”. Black out e fiumi di fango a Messina. Sciopero di metro e bus a Roma: si scatena l’ira dei passeggeri.
GIOVEDÌ 10, SAN LEONE MAGNO.
Monti al Quirinale: «C’è un lavoro enorme da fare. Bisogna abolire i privilegi». Obama chiama Napolitano. Bini Smaghi si dimette dalla Bce. Borsa +0,97, spread 510. La commissione Ue a Roma: «Impossibile il pareggio entro il 2013». Produzione industriale: -4.8%. L’11% dei disoccupati ha smesso di cercare lavoro. Nella legge-mancia 150 milioni per cani randagi oratori e polisportive. Maroni: «Voto subito o facciamo saltare le giunte». Berlusconi: «Voglio Letta nel nuovo governo. Dini in campo, e appoggio esterno». The Economist: “That’s all, folks!”. A Roma sparatoria in via Cavour.
VENERDÌ
11/11/11.
Giorno da cabalisti: dopo 900 anni palindromo a cifre uguali. Applausi bipartisan per Monti in Senato, abbraccio con Emma Bonino. Scajola: pronti a votare Monti. Borse + 3,68, spread 456. Bossi vuole Schifani premier. Il Pdl dice Alfano o Dini. Napolitano ai leader europei: «Presto un governo efficace». Frattini: «È bastato che crollasse tutto e sono tornati i fascisti». Le Monde: “A 86 anni Napolitano garante della transizione”. Esce in libreria “La mafia fa schifo”, lettere e pensieri dei bambini. Simone, terza media: «Girano molti soldi e secondo me c’entrano i politici. Sembrano persone normali invece
no».
SABATO 12, SAN CRISTIANO.
Berlusconi sale al Quirinale per dimettersi. Piazze in festa. Letta rinuncia a fare il vicepremier. Matteoli fa gli scatoloni al ministero. Fini fa gli auguri al direttore del Secolo Marcello De Angelis che ha avuto due gemelli. Sacconi mostra il dito indice per strada. Formigoni le corna. Le ministre e le sottosegretarie sono vestite di nero, a lutto. In Aula Berlusconi fa spostare Mara Carfagna: faccia posto a Frattini. Parla Antonione, gli urlano: Giuda. Annamaria Calabria e Francesca Pascale aprono uno striscione: “C’è un solo presidente”. Bossi mormora vaffanculo. In piazza del Quirinale arrivano musicisti coi loro strumenti, autoconvocati, e suonano l’Hallelujah di Haendel. Cori di ladro, buffone. Brindisi per strada. L’auto di Berlusconi esce dal retro. A Roma temperatura di 16 gradi, venti moderati da Nord Est.
La Repubblica 10.11.12
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“Il Cavaliere paga ancora le Olgettine: 2.500 euro al mese”, di PIERO COLAPRICO
Al processo Ruby sfilano le ragazze del bunga-bunga «Berlusconi ci paga uno stipendio». Emerge, come se fosse una questione pacifica, una sorta di libro mastro dei pagamenti che l’ex premier effettua a beneficio delle ex ragazze del bunga bunga. Sfilano ieri cinque testimoni, nell’aula del processo per prostituzione a Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, e tutte e cinque raccontano di prendere 2.500 euro mensili. E anche sui soldi incassati in un passato non lontano, arrivano varie spiegazioni.
A Ioana Visan 10mila euro vengono regalati da Silvio Berlusconi per l’onomastico del 2010. Arisleida Espinoza prima non ricorda, poi risponde con un infelice «Può darsi» all’incalzante pubblico ministero Antonio Sangermano, che senza ottenere risposta sensata chiedeva: «Ma questi 6.500 euro di cui parla con il suo fidanzato lei li prende ad Arcore, ma da chi? Le sono piovuti dal cielo?».
È vero, l’aveva ammesso anche Silvio Berlusconi. Non appena saputo che la procura di Milano aveva messo le mani sui suoi movimenti bancari, s’era premurato di spiegare che sentiva «il dovere» d’aiutare economicamente le ragazze del bunga bunga, «una quarantina », diceva. Ma l’aveva fatto fuori dall’aula giudiziaria. Nei corridoi o in dichiarazioni alla stampa (di famiglia). La questione è entrata adesso nei verbali d’udienza. E c’è entrata – questo il corollario – tra reticenze e sgarberie. Con il giudice Anna Maria Gatto che ad Aris ricorda che «la reticenza equivale a menzogna», e che richiama all’ordine Maristhell Polanco, seduta scomposta, come una bulla ripetente stufa di ascoltare professori.
In questo processo non si parla di concussione e Berlusconi qui non è imputato. Sono alla sbarra i tre presunti favoreggiatori della prostituzione non solo di Ruby Rubacuori, ma delle tante ragazze che andavano ad Arcore, consapevoli delle buste di denaro in cambio della soddisfazione sessuale del «protagonista», come amava farsi definire lo stesso ex premier.
È questa la ragione che consente ai pubblici ministeri di proporre domande più precise sul reale tenore delle «cene eleganti». Ed ecco che le contraddizioni, le incertezze, i «non ricordo» più che emergere, a volte in aula deflagrano. «Mai fatto sesso a pagamento con Berlusconi, non sono una prostituta», dice Elisa Toti, laureata. Ma c’è agli atti una intercettazione con la madre, che chiede: «Senti eeee, quanto v’ha dato?». Risposta: «Cinque, più quegli altri mille quindi sei (…) quei soldi che ho preso mi (…) serviranno per rimettermi a posto dopo questa settimana». Da tempo su www.repubblica.it c’è un campionario di queste intercettazioni importanti per comprendere anche come un allora primo ministro, gestisse la sua sicurezza, la sua riservatezza. E come rappresentasse la sua alta carica pubblica.
Se in aula Aris Espinoza negava di aver visto soldi, in una sua intercettazione, contestata ieri dall’accusa, si lamentava: «Andiamo giù per niente… Una volta che andiamo là, ce li dà». In aula Espinoza ieri assicurava: «Pagamento in cambio di presenza? Mai». Ma ai magistrati la sua amica Natascia ha già testimoniato l’esatto contrario: «Aris mi ha detto che aveva avuto rapporti sessuali a pagamento con Berlusconi» e che l’ex premier faceva sesso a pagamento «con più ragazze». Quindi?
L’accusa punta il dito su questi compensi. Mostra come questo continuo
smentire il sesso e i porno-balletti possa derivare – e ieri è diventato chiarissimo – da persone che sono state pagate allora, e continuano ad essere pagate oggi. Se non parla apertamente di versioni «catechizzate » dalla fede in Berlusconi, l’accusa porta continuamente le parole pronunciate in aula a scontrarsi con intercettazioni, rapporti di polizia, altre testimonianze. E la difesa, quando parlano Marysthell Polanco, Eleonora De Vivo e le altre? Fa quasi finta di niente.
«Sì, effettivamente ho visto buste di contanti, a volte da 2mila e a volte da 5mila euro alle ospiti», finisce per ammettere Ioana Visan, romena con studi universitari, ottimo italiano, maniere educate. Conferma anche gli spogliarelli di Nicole Minetti. Ma i soldi «non erano – dice – un corrispettivo per atti sessuali». E Nicole «non restava nuda, erano balletti in stile Pigalle », quartiere francese del can can. Quanto a Ruby, la ricorda, eccome. Ricorda che «era incinta» (sarà stato vero?) e ricorda che Nicole Minetti la definiva: «Puttana ».
Minetti ieri non c’era. C’erano Lele Mora e, per la prima volta, l’ottantunenne Emilio Fede. Entrambi legati da anni di rapporti e confidenze, e anche da un bonifico milionario che, a scandalo non ancora esploso, Berlusconi aveva effettuato per quella che in un’intercettazione tra i due era stata definita «la riservatezza dei programmi». L’ex direttore del Tg4, dicendo di «non aver preso nulla», ha scherzato su Berlusconi che avrebbe dovuto «aggiungere anche me» nella lista degli stipendi: «Ne consideri quarantadue, potevi fare quarantatré… ». Anche Mora davanti ai magistrati non parla mai e solo nei corridoi ripete il suo mantra: «Il bunga bunga? Ma era una barzelletta».
La Repubblica 10.11.12
“Quei trenta giorni che sconvolsero il governo Berlusconi”, di Concita De Gregorio
Un anno fa Silvio Berlusconi saliva al Colle per rassegnare le sue dimissioni. Era un sabato, il 12 novembre 2011. Le piazze di Roma erano invase da una moltitudine, un’orchestra di musicisti si era data convegno in piazza del Quirinale per suonare l’Hallelujah di Haendel. Le ministre e le sottosegretarie si erano vestite a lutto, Formigoni faceva le corna alla folla, il ministro Sacconi esibiva il dito medio, Bossi come di consueto diceva vaffanculo. Finiva così non solo una stagione di governo ma un’epoca. La lunga stagione del berlusconismo che nell’arco di quasi un ventennio ha trasformato l’Italia in quella che è diventata.
A cronistoria dell’ultimo mese — la lunga vigilia della fine — è molto di più di un epilogo di un’esperienza di governo. Dal diario delle vicende di quei giorni — dalle notizie di politica, economia, cultura, sport, costume — emerge il racconto di un Paese che danza in bilico sul baratro. Le intercettazioni di Lavitola, le gesta di Verdini, il linguaggio dei protagonisti, da Bossi alle olgettine, le vicende in Europa e nel mondo, Merkel e Sarkozy, l’ascesa di Draghi, il ruolo di Napolitano, i lutti e le nascite, i film più popolari, i libri più venduti, i successi e gli insuccessi sportivi, persino i crolli di Pompei e le alluvioni, la cabala e gli scongiuri, lo sguardo del mondo su di noi e il nostro su noi stessi. Ecco com’è andata.
LMARTEDÌ 11 OTTOBRE 2011, SAN FIRMINO VESCOVO.
Governo battuto in aula sul bilancio. Fra i molti assenti Tremonti, Scajola e Scilipoti che lamenta: «Potevano anche avvisarmi, farmi una telefonata». Bossi: «Si va avanti ma non so quanto dura». Berlusconi: «Dobbiamo votare la fiducia e dimostrare che è stato solo un incidente». Folla in piazza del Quirinale, al passaggio di Napolitano: «Ci salvi Lei». La maggioranza ripropone la legge sulla prescrizione breve. Pininfarina chiude le attività industriali dopo 80 anni: 127 licenziamenti. L’Italia di calcio si qualifica agli europei. Due gol di Cassano, che annuncia: «Smetto presto». Arriva a Roma lo spettacolo di Checco Zalone, “Resto umile word tour”, tutto esaurito.
MERCOLEDÌ 12, SAN SERAFINO DA MONTEGRANARO.
Lettera del Quirinale dopo la bocciatura sul Bilancio: «Tocca al premier risolvere la crisi». Mario Draghi: «L’Italia deve salvarsi da sola». Il premier: «Dobbiamo arrivare a Natale ma sono pronto al voto». New York Times: “L’era di Berlusconi volge al termine”. Domanda e risposta al quiz “Les news de la semaine”, Canal Plus: «Qual è il nome del nuovo partito di Berlusconi? Forza Gnocca». Manifestazione di indignati sotto Bankitalia. Tagliati dalla commissione europea 287 milioni all’agricoltura italiana. I focolarini: «È un paese di macerie». Fabio Luisi è nominato direttore stabile all’orchestra del Mat di Ny: «Nel mio paese per la musica è un disastro».
GIOVEDÌ 13, SANT’EDOARDO RE.
Berlusconi chiede la fiducia, «se non c’è si va al voto». Aula semideserta. Alla sua sinistra Bossi sbadiglia in diretta tv 12 volte. In cortile Denis Verdini tratta con Santo Versace, fratello dello stilista. Andrea Riccardi a Todi: «La politica è povera, è una triste epoque». Esce in libreria “Beni comuni. Un manifesto”, di Ugo Mattei.
VENERDÌ 14, SAN FORTUNATO.
Il governo ottiene 316 voti, uno più della metà dei deputati. Berlusconi: «L’agguato è fallito». Bossi: «Quando si vota lo decido io». I Responsabili che hanno garantito il sostegno sono premiati con nomine di governo. Sardelli: «Io ho rifiutato, anche se non navigo nell’oro». Financial Times: “Time to go. Politica in stallo”. Wall street journal: “Italia esasperata”. Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini sotto accusa per peculato.
SABATO 15, SANTA TERESA D’AVILA.
Blindati a San Giovanni, Roma. 90 feriti e 12 arresti al corteo degli indignati. Obama riconosce che «la protesta di Wall Street dà voce a una frustrazione generale». Barbara Contini, senatrice Fli: «Se Berlusconi si fosse dimesso molto probabilmente a Roma non ci sarebbe stato il caos». Scajola: «Il partito muore se non allarga al centro». Promosso Misiti, ex Idv passato con il Pdl. Berlusconi: «Arriverò al 2013. Nel ‘29 l’Aventino fu una tragedia». L’Aventino è del ‘24. Al cinema record di incassi per “Ex. Amici come prima”.
DOMENICA 16, SANTA EDVIGE.
Escono le intercettazioni dell’inchiesta sui finanziamenti all’Avanti!. Berlusconi a Valter Lavitola, direttore del giornale: «Facciamo fuori il palazzo di giustizia di Milano, assediamo Repubblica, portiamo in piazza milioni di persone. Non c’è alternativa. Facciamo la rivoluzione, ma la rivoluzione vera. La situazione in Italia è la seguente: la gente non conta un cazzo, il Parlamento non conta un cazzo». Andrea Oliviero, presidente Acli: «Il premier abbia il coraggio di dimettersi ». Hollande vince le primarie. L’Aga Khan è condannato a pagare 60 milioni di euro alla ex moglie.
LUNEDÌ 17, SAN RODOLFO.
Forum dei cattolici a Todi: Serve un nuovo governo, questo è inadeguato. Il cardinale Bagnasco: «I cattolici si facciano sentire in politica». I pm di Milano: sono false 926 firme della lista Formigoni. Lavitola parla con Cicchitto: «Ho appena sentito Berlusconi, è estremamente appannato. Ho urgenza di riferirti una cosa del capo». Cicchitto: «Delle cose del capo me ne sbatto il cazzo». Lavitola: “No, no invece ti devo parlare perché è completamente fuori di brocca». Stefano Bollani suona al Teatro Valle occupato, un chilometro di coda.
MARTEDÌ 18, SAN LUCA EVANGELISTA.
Indagato per corruzione Marco Milanese, ex consigliere di Tremonti. Relazione Bankitalia: dal Credito cooperativo fiorentino 63 milioni di euro al clan Verdini, familiari e amici. Bossi a Flavio Tosi, sindaco di Verona: «Sei uno stronzo». Avvenire: “Serve un governo nuovo e più forte”. Lavitola a Scarpa: «So che è il momento tuo, ho parlato con Lui. Toccati le palle». Fabrizio Filippi, manifestante arrestato a San Giovanni, detto ‘er Pelliccia’: «Odio lo Stato, qui mi sento straniero». Muore il poeta Andrea Zanzotto.
MERCOLEDÌ 19, SANT’ISACCO MARTIRE.
Trichet passa le consegne a Draghi. Battaglia su Bankitalia: Berlusconi vuole Bini Smaghi. Il giudice ordina: siano chiusi i ministeri del Nord. Niente tagli agli stipendi dei ministri, con la motivazione: non sono dipendenti pubblici. Lavitola: «Bertone ha chiamato Letta per me, mi vuole sottosegretario. B. mi ha detto: se fanno altri dossier sotto elezioni ci sputtanano». Berlusconi: «Dobbiamo cambiare nome al partito: l’acronimo Pdl non emoziona, non commuove
». Nasce Dalia, figlia di Sarkozy e Carla Bruni. Esce “L’eclissi della borghesia” di Giuseppe De Rita.
GIOVEDÌ 20, SANT’AURORA.
Ucciso Gheddafi. Berlusconi: «Sic transit gloria mundi». Un anno prima il bacio dell’anello, «gli riconosco grande saggezza». Visco governatore di Bankitalia. Vertice Ue senza intese, Piazza affari -3,8. Economist: “Gradimento Berlusconi sceso dal 35 al 24 per cento”. Lavitola: «Guarda che sul lodo Alfano quello che decide tutto è Ghedini». Cartolano, Pdl, a Lavitola: «Il presidente chiede se questi 139 milioni all’anno li vuoi o no». Nubifragio a Roma, strade come fiumi, Colosseo allagato: un morto. Il parto in diretta tv di una concorrente del Grande Fratello blocca un ospedale.
VENERDÌ 21, SANT’ORSOLA.
Berlusconi star al congresso dei Responsabili. Scilipoti arriva in limousine bianca: «Dobbiamo raggiungere la scossa ormonale del consenso», in sala l’attore del commissario Rex. Crolla (-23 per cento) la domanda di mutui e prestiti. Lavitola: «Digli che Lo richiamo sul fisso».
SABATO 22, SAN DONATO VESCOVO.
Marcegaglia, presidente di Confindustria: «Decreto sviluppo deludente, così la Ue ci commissaria». Berlusconi: «Ho parlato con la Merkel, l’ho convinta». Mauro Masi, direttore generale della Rai, a Lavitola: «Ho cambiato i Gr e i Tg come non ha mai fatto nessuno». Lavitola a Masi: «Maurus, Maurino, Mauro bello». Crolla un muro di epoca romana a Pompei. Muore il giurista Antonio Cassese. È di Fabio Volo il libro più venduto.
DOMENICA 23, SAN GIOVANNI DA CAPESTRANO.
Ultimatum Ue all’Italia: entro tre giorni un piano su crescita e debito. Merkel e Sarkozy ridono del premier italiano in conferenza stampa. Berlusconi: «Trattato come uno scolaretto ». Sondaggio sul consenso al governo: ha perso 10 punti in un anno. Lavitola: «Presidente, se non mi fa sottosegretario mi ferisce». Muore Simoncelli in Malesia.
LUNEDÌ 24, SAN LUIGI.
Tende da Londra a Wall street. Pensioni, Lega contraria alla riforma. Maroni: «I pensionati hanno già dato». Berlusconi: «Potrei fare un passo indietro, ma non accetto lezioni dall’Europa ». Circolano i nomi di Letta e Schifani per un nuovo governo. La Padania: “Scontro finale”. Inserita nel decreto sviluppo una norma anti-Veronica: discrezionale la quota legittima di eredità ai figli. Lavitola: «È poco lucido». Masi a Lavitola: «Certe cose non si possono fare, sono reati. Lui si incazza ma io devo vivere». Marchionne: «Resteremo in Italia». Parte il Grande Fratello numero 12: in gara una mamma amante del burlesque.
MARTEDÌ 25, SAN CRISPINO.
Sarkozy: Europa mai stata così vicina all’esplosione. Mini accordo sulle pensioni: lettera per la Ue inviata al Colle. Berlusconi a Bossi: «Evitami la figuraccia, a marzo si vota». Napolitano giudica «sgradevoli» i risolini di Merkel e Sarkozy e chiede al governo di definire le misure annunciate. Giuliano
Ferrara: «Sarko fa il bullo come Luis de Funès». Maroni: «Il problema è Silvio che non se ne va». Financial Times: “Berlusconi rischia la crisi di sovranità”. Truffa da 11 milioni allo Stato, Verdini indagato. Lavitola: «Al prossimo appuntamento con il generale della Guardia di Finanza Speranza ci voglio essere anche io». Califano: «Fu Craxi a farmi uscire dal carcere». Esce il Meridiano di Carlo Maria Martini: “Le ragioni del credere”.
MERCOLEDÌ 26, SANT’EVARISTO PAPA.
Merkel: «Italia rispetti le promesse, tenga fede ai tempi». Berlusconi scrive lettera alla Ue, Barroso e Von Rompuy chiedono che sia riscritta. Sarkozy non dà la mano al premier italiano. Lavitola: «Amo’, ti prego, aiutami». Dal conto MPS 1.29 del premier prelevati due milioni e 700 mila euro per le Olgettine: tra loro la vincitrice di “Un due tre, stalla” e Barbara Matera, in seguito eletta eurodeputata. Christian de Sica gira “Vacanze a Cortina”: «L’Italia reale è peggio di quella dei cinepanettoni».
GIOVEDÌ 27 SAN FIORENZO VESCOVO.
Dieci deputati Pdl scrivono a Berlusconi: «Faccia un passo indietro». Segue smentita. Roberto Antonione: «Silvio non ce la fa più, è stanco. Così si va al suicidio di massa. Lasci da statista, come Prodi». Sindacati pronti allo sciopero su licenziamenti e statali. Al pubblico impiego 23 tagli in un anno. Economist: “L’Italia può contare solo su Draghi”. Times: “Berlusconi deve dimettersi”. Wall street journal: “Ha perso la fiducia degli investitori e dei leader”. Lavitola: «Dal presidente non ci puoi andare se no poi le donne a casa ti menano: è tutto sesso droga e rock and roll». I francesi comprano la Edison. Assalto a Roma ad un negozio di elettronica: migliaia in fila nella notte per IPhone e tv. Muore Hillman. Franano sotto la pioggia le Cinque terre.
VENERDÌ 28, SAN GIUDA.
Berlusconi sull’euro: «È una moneta strana, non ha mai convinto nessuno». Prodi: «La smetta di dire stupidaggini». Ponzellini indagato. Giuliano Ferrara vuole in Rai il posto di Santoro. Matteo Renzi apre a Firenze la Leopolda. Matteo Garrone inizia a girare il film “Reality”.
SABATO 29, SANTA MICHELA.
Fmi e Ue studiano piano anti contagio. Merkel: Roma si muova o sarà punita. Scontro sui licenziamenti: un miliardo di ore di Cig nel 2011. Renzi su Marchionne: «Un grande motivatore rivoluzionario». Il pm di Napoli acquisiscono intercettazioni Lavitola. Lavitola: «Sto provando a far intervenire Berlusconi». Alemanno, sindaco di Roma: Non parlo più coi giornalisti. All’Olimpico Milan batte Roma, due gol di testa di Ibrahimovich.
DOMENICA 30, SAN GERMANO VESCOVO.
Il ministro Sacconi: c’è un rischio terrorismo. Il giudice Ingroia: sono un pm partigiano. Lavitola a Paniz: «Difenderemo Berlusconi col legittimo impedimento». Paniz a Lavitola: «Sulla questione Mondadori comunque se lo inculano». Montezemolo: serve un governo di salute pubblica. Malore di Cassano: in ospedale.
LUNEDÌ 31, SAN QUINTINO.
Borse a picco, -3,8, spread a 410, tassi +6 per cento. Disoccupazione giovanile al 29,3. Unipol: condannati Antonio Fazio, Consorte, Caltagirone: tre anni e sei mesi. Crollano ascolti Tg1. Lavitola al telefono con il generale Poletti dei Servizi: «Paolo, grazie dei documenti che mi hai dato, sono perfetti. Berlusconi mi ha fatto un discorso: ti ricordi quel vecchio obiettivo?» Poletti: «Sì, è di quello che ti voglio parlare». Record di reati violenti a Roma: +8 per cento rapine e scippi. Cassano colpito da ischemia.
MARTEDÌ 1 NOVEMBRE, OGNISSANTI.
Panico in borsa, -6,8. Credit Suisse: L’Italia ha 100 giorni per evitare il default. Napolitano: «Serve una prospettiva di larga condivisione». Avvia consultazioni informali con parti sociali, Bankitalia, partiti. Antonione lascia il Pdl e passa al gruppo misto, è il quinto in venti giorni. Case gratis ai figli dei prefetti: Viminale sotto accusa. Nuova alluvione in Liguria. Cassano verso l’intervento al cuore. Il ministro delle Finanze greco Venizelos ricoverato per malore.
Letta accentua il suo ruolo di consigliere nei giorni decisivi della fine di Silvio Berlusconi, che alla fine si dimette.
E Formigoni fa le corna (sotto)
MERCOLEDÌ 2, I MORTI.
Consiglio dei ministri notturno: niente decreto anticrisi, solo un maxiemendamento al decreto. Forbes: Draghi più potente del premier italiano. Lettera di sei deputati a Berlusconi: «Agisca da uomo di stato, serve un nuovo governo». Giuliano Ferrara: «Fucilate il soldato B: La resurrezione dura 24 ore, poi il plotone». Napolitano consulta i partiti. Murdoch va coi figli dallo psicologo per discutere la successione. Esce al cinema “I soliti idioti”.
GIOVEDÌ 3, SAN GIUSTO.
G20 a Cannes. Obama ignora Berlusconi durante il pranzo ufficiale. Sarkozy: «Il nostro riferimento è Napolitano ». Berlusconi a Verdini: «Resistiamo fino a dicembre ». Carlo Vizzini, ex ministro, lascia il Pdl. Draghi taglia i tassi dello 0.25. Spread a 429. Benzina a prezzo record, 1,7 euro, al Sud costa più del vino. Cassano si opera.
VENERDÌ 4, SAN CARLO BORROMEO.
Acqua e fango devastano Genova: 6 morti, 2 bambine. Lagarde: «L’Italia ha un problema di credibilità». Letta, Alfano e Verdini: «La maggioranza non c’è più». Scajola verso il processo per la casa al Colosseo. Berlusconi: «La crisi non esiste, i ristoranti e gli aerei sono pieni». Altri quattro parlamentari Pdl pronti a lasciare. Napolitano: «Grave crisi di fiducia nell’Italia». Esce 1Q84 di Murakami, romanzo su un mondo parallelo. Cassano operato.
SABATO 5, SAN ZACCARIA PROFETA.
L’attesa per il voto in Grecia sul bilancio ha provocato ieri nuove tensioni, dopo che nelle scorse settimane si era registrato un deciso raffreddamento del differenziale con i titoli di Stato tedeschi
Fuga dal Pdl: escono in venti, pronti a formare un gruppo. Governo a quota 306 deputati, non ha la maggioranza. Napolitano: «Serve coesione nazionale». Berlusconi: «Non mi dimetto». Marina Berlusconi: «È un Paese alla rovescia, contro di lui solo irresponsabili». Alfano e Verdini propongono Letta premier. Prodi: Siamo al ‘43, solo Monti può salvarci. Financial Times a Berlusconi: “In the name of God ad Italy, go!”.
DOMENICA 6, SAN LEONARDO ABATE.
Anche la soubrette Gabriella Carlucci lascia il Pdl. Maroni: «Inutile accanirsi, è finita». Alfano e Letta a Berlusconi: «Vai al Quirinale, dimettiti». Berlusconi: «Si va avanti o al voto ». The Independent on Sunday sotto una foto di B.: “Vi fidereste di quest’uomo per salvarci tutti dalla catastrofe finanziaria?”. Po in piena, sacchi di sabbia a Borgo Dora. I giocatori del Real Madrid scendono in campo con la maglia di Cassano.
LUNEDÌ 7, SANTA CARINA.
Voci di dimissioni: volano le borse, cala lo spread. Berlusconi smentisce: «Non mi piego ai riti della Prima repubblica, voglio vedere in faccia chi mi tradirà». Benzinai in sciopero tre giorni. Alluvione devasta l’Elba. La Lega: la pioggia caccia i rom. Il premier convoca i figli ad Arcore: il titolo Mediaset a -47% dall’inizio dell’anno. Esce al cinema Twilight, saga di vampiri.
MARTEDÌ 8, SAN GOFFREDO.
Il Rendiconto passa alla Camera con 308 voti. Berlusconi scrive su un foglio: «Otto traditori». Chiama Napolitano: «Ho preso atto della gravità della situazione, mi dimetto». Spread a quota 500. Esce una nota ufficiale del Quirinale: «Una volta approvata la Legge di Stabilità il presidente del consiglio rimetterà il suo mandato». Qualche giorno prima, ad un Consiglio Supremo di Difesa, Napolitano aveva pregato Berlusconi di non inveire contro i magistrati davanti ai generali. Barbara Mannucci, 29 anni, deputata: «Starò con lui fino alla fine, come Claretta Petacci». A Roma 18 gradi, sole, vento da Sud Est.
MERCOLEDÌ 9, SANT’ORESTE.
Napolitano nomina Monti senatore a vita. Spread a 575, azioni Mediaset -12%. Meno prestiti a famiglie e imprese. Servono 500 milioni per Unicredit. Bossi vuole Tremonti premier. Matteoli organizza gli ex An: in 30 a favore del voto. Renzo Bossi detto il Trota: «Volevano destituire mio padre». Escono i verbali dei consulenti Finmeccanica: politici pagati con tangenti chiamate “zucchine”. Berlusconi: «Non sarò responsabile del default». Napolitano: «La stretta sui Btp è pericolosa per l’occupazione, dobbiamo guadagnare fiducia per uscirne«. Le Monde: “Silvio sei finito”. WSJ: “Alla fine è stata l’economia a farlo cadere”. Time: “Era ora”. Black out e fiumi di fango a Messina. Sciopero di metro e bus a Roma: si scatena l’ira dei passeggeri.
GIOVEDÌ 10, SAN LEONE MAGNO.
Monti al Quirinale: «C’è un lavoro enorme da fare. Bisogna abolire i privilegi». Obama chiama Napolitano. Bini Smaghi si dimette dalla Bce. Borsa +0,97, spread 510. La commissione Ue a Roma: «Impossibile il pareggio entro il 2013». Produzione industriale: -4.8%. L’11% dei disoccupati ha smesso di cercare lavoro. Nella legge-mancia 150 milioni per cani randagi oratori e polisportive. Maroni: «Voto subito o facciamo saltare le giunte». Berlusconi: «Voglio Letta nel nuovo governo. Dini in campo, e appoggio esterno». The Economist: “That’s all, folks!”. A Roma sparatoria in via Cavour.
VENERDÌ
11/11/11.
Giorno da cabalisti: dopo 900 anni palindromo a cifre uguali. Applausi bipartisan per Monti in Senato, abbraccio con Emma Bonino. Scajola: pronti a votare Monti. Borse + 3,68, spread 456. Bossi vuole Schifani premier. Il Pdl dice Alfano o Dini. Napolitano ai leader europei: «Presto un governo efficace». Frattini: «È bastato che crollasse tutto e sono tornati i fascisti». Le Monde: “A 86 anni Napolitano garante della transizione”. Esce in libreria “La mafia fa schifo”, lettere e pensieri dei bambini. Simone, terza media: «Girano molti soldi e secondo me c’entrano i politici. Sembrano persone normali invece
no».
SABATO 12, SAN CRISTIANO.
Berlusconi sale al Quirinale per dimettersi. Piazze in festa. Letta rinuncia a fare il vicepremier. Matteoli fa gli scatoloni al ministero. Fini fa gli auguri al direttore del Secolo Marcello De Angelis che ha avuto due gemelli. Sacconi mostra il dito indice per strada. Formigoni le corna. Le ministre e le sottosegretarie sono vestite di nero, a lutto. In Aula Berlusconi fa spostare Mara Carfagna: faccia posto a Frattini. Parla Antonione, gli urlano: Giuda. Annamaria Calabria e Francesca Pascale aprono uno striscione: “C’è un solo presidente”. Bossi mormora vaffanculo. In piazza del Quirinale arrivano musicisti coi loro strumenti, autoconvocati, e suonano l’Hallelujah di Haendel. Cori di ladro, buffone. Brindisi per strada. L’auto di Berlusconi esce dal retro. A Roma temperatura di 16 gradi, venti moderati da Nord Est.
La Repubblica 10.11.12
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“Il Cavaliere paga ancora le Olgettine: 2.500 euro al mese”, di PIERO COLAPRICO
Al processo Ruby sfilano le ragazze del bunga-bunga «Berlusconi ci paga uno stipendio». Emerge, come se fosse una questione pacifica, una sorta di libro mastro dei pagamenti che l’ex premier effettua a beneficio delle ex ragazze del bunga bunga. Sfilano ieri cinque testimoni, nell’aula del processo per prostituzione a Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, e tutte e cinque raccontano di prendere 2.500 euro mensili. E anche sui soldi incassati in un passato non lontano, arrivano varie spiegazioni.
A Ioana Visan 10mila euro vengono regalati da Silvio Berlusconi per l’onomastico del 2010. Arisleida Espinoza prima non ricorda, poi risponde con un infelice «Può darsi» all’incalzante pubblico ministero Antonio Sangermano, che senza ottenere risposta sensata chiedeva: «Ma questi 6.500 euro di cui parla con il suo fidanzato lei li prende ad Arcore, ma da chi? Le sono piovuti dal cielo?».
È vero, l’aveva ammesso anche Silvio Berlusconi. Non appena saputo che la procura di Milano aveva messo le mani sui suoi movimenti bancari, s’era premurato di spiegare che sentiva «il dovere» d’aiutare economicamente le ragazze del bunga bunga, «una quarantina », diceva. Ma l’aveva fatto fuori dall’aula giudiziaria. Nei corridoi o in dichiarazioni alla stampa (di famiglia). La questione è entrata adesso nei verbali d’udienza. E c’è entrata – questo il corollario – tra reticenze e sgarberie. Con il giudice Anna Maria Gatto che ad Aris ricorda che «la reticenza equivale a menzogna», e che richiama all’ordine Maristhell Polanco, seduta scomposta, come una bulla ripetente stufa di ascoltare professori.
In questo processo non si parla di concussione e Berlusconi qui non è imputato. Sono alla sbarra i tre presunti favoreggiatori della prostituzione non solo di Ruby Rubacuori, ma delle tante ragazze che andavano ad Arcore, consapevoli delle buste di denaro in cambio della soddisfazione sessuale del «protagonista», come amava farsi definire lo stesso ex premier.
È questa la ragione che consente ai pubblici ministeri di proporre domande più precise sul reale tenore delle «cene eleganti». Ed ecco che le contraddizioni, le incertezze, i «non ricordo» più che emergere, a volte in aula deflagrano. «Mai fatto sesso a pagamento con Berlusconi, non sono una prostituta», dice Elisa Toti, laureata. Ma c’è agli atti una intercettazione con la madre, che chiede: «Senti eeee, quanto v’ha dato?». Risposta: «Cinque, più quegli altri mille quindi sei (…) quei soldi che ho preso mi (…) serviranno per rimettermi a posto dopo questa settimana». Da tempo su www.repubblica.it c’è un campionario di queste intercettazioni importanti per comprendere anche come un allora primo ministro, gestisse la sua sicurezza, la sua riservatezza. E come rappresentasse la sua alta carica pubblica.
Se in aula Aris Espinoza negava di aver visto soldi, in una sua intercettazione, contestata ieri dall’accusa, si lamentava: «Andiamo giù per niente… Una volta che andiamo là, ce li dà». In aula Espinoza ieri assicurava: «Pagamento in cambio di presenza? Mai». Ma ai magistrati la sua amica Natascia ha già testimoniato l’esatto contrario: «Aris mi ha detto che aveva avuto rapporti sessuali a pagamento con Berlusconi» e che l’ex premier faceva sesso a pagamento «con più ragazze». Quindi?
L’accusa punta il dito su questi compensi. Mostra come questo continuo
smentire il sesso e i porno-balletti possa derivare – e ieri è diventato chiarissimo – da persone che sono state pagate allora, e continuano ad essere pagate oggi. Se non parla apertamente di versioni «catechizzate » dalla fede in Berlusconi, l’accusa porta continuamente le parole pronunciate in aula a scontrarsi con intercettazioni, rapporti di polizia, altre testimonianze. E la difesa, quando parlano Marysthell Polanco, Eleonora De Vivo e le altre? Fa quasi finta di niente.
«Sì, effettivamente ho visto buste di contanti, a volte da 2mila e a volte da 5mila euro alle ospiti», finisce per ammettere Ioana Visan, romena con studi universitari, ottimo italiano, maniere educate. Conferma anche gli spogliarelli di Nicole Minetti. Ma i soldi «non erano – dice – un corrispettivo per atti sessuali». E Nicole «non restava nuda, erano balletti in stile Pigalle », quartiere francese del can can. Quanto a Ruby, la ricorda, eccome. Ricorda che «era incinta» (sarà stato vero?) e ricorda che Nicole Minetti la definiva: «Puttana ».
Minetti ieri non c’era. C’erano Lele Mora e, per la prima volta, l’ottantunenne Emilio Fede. Entrambi legati da anni di rapporti e confidenze, e anche da un bonifico milionario che, a scandalo non ancora esploso, Berlusconi aveva effettuato per quella che in un’intercettazione tra i due era stata definita «la riservatezza dei programmi». L’ex direttore del Tg4, dicendo di «non aver preso nulla», ha scherzato su Berlusconi che avrebbe dovuto «aggiungere anche me» nella lista degli stipendi: «Ne consideri quarantadue, potevi fare quarantatré… ». Anche Mora davanti ai magistrati non parla mai e solo nei corridoi ripete il suo mantra: «Il bunga bunga? Ma era una barzelletta».
La Repubblica 10.11.12
"Produttività, accordicchi no", di Luigi Mariucci
Sul tema della produttività si sta svolgendo una strana trattativa. A quanto risulta sono oggetto di negoziato tra associazioni di impresa e confederazioni sindacali questioni di grande rilevanza. E cioè: un ulteriore depotenziamento del contratto nazionale, di cui verrebbe messa in discussione la funzione di recupero salariale sull’inflazione, uno spostamento del baricentro contrattuale verso il livello aziendale (quando è noto che la contrattazione si svolge solo in una minoranza di unità produttive), nonché la deroga a un insieme di garanzie disposte dallo Statuto dei lavoratori a partire da quelle in tema di professionalità (cosiddetto de-mansionamento). Che vi sia la necessità di un nuovo patto sociale tra le forze produttive è indubbio: si tratta di uno strumento essenziale, da collegare a coerenti politiche di intervento pubblico, per contrastare la fase recessiva che stiamo attraversando, il basso utilizzo della capacità produttiva potenziale a seguito della caduta della domanda, interna e estera (basti pensare al settore auto) o i differenziali in termini competitivi di costi strutturali, a partire dalla energia e dal rispetto dei vincoli ambientali (si veda il caso delle acciaierie, a partire dall’Ilva di Taranto). Ciò che appare sorprendente tuttavia è la pretesa di separare i contenuti di un eventuale accordo sulla produttività, nei termini sopra detti, dalle più generali e impellenti questioni critiche del sistema contrattuale. A parte le note vicende accadute alla Fiat, dove l’impresa pretende di licenziare 19 lavoratori essendo stata condannata per comportamento discriminatorio ad assumere altrettanti lavoratori iscritti alla Fiom, non può sfuggire quanto sta avvenendo nel complessivo settore metalmeccanico. Qui la Federmeccanica sta escludendo la Fiom dalla trattativa sul rinnovo del contratto nazionale in ragione del fatto che la Fiom non ha sottoscritto l’ultimo rinnovo contrattuale del 2009, peraltro molto povero di contenuti innovativi rispetto all’intera disciplina normativa del contratto nazionale. Che cosa intende fare in effetti Federmeccanica: estendere all’intero settore metalmeccanico il modello Fiat? E, in questo caso, quali accordi sulla produttività si potrebbero poi stipulare nelle aziende del settore? È evidente che nessun passo avanti si può fare, sulla produttività e su altro, se non si mette ordine al sistema delle relazioni sindacali a partire da tre questioni cruciali: l’accertamento della rappresentatività dei sindacati, i procedimenti di validazione della efficacia dei contratti collettivi, il diritto di ogni sindacato rappresentativo di partecipare alle trattative e di costituire proprie rappresentanze nei luoghi di lavoro a prescindere dall’avere o meno sottoscritto precedenti contratti. Dello scioglimento di questi nodi deve farsi carico l’auspicabile «patto sociale» in discussione, ad esempio traducendo in accordo interconfederale le regole già previste, in materia, dall’accordo tra Cgil, Cisl e Uil del 28 giugno 2011. Di questo dovrebbe occuparsi anche il governo, invece che usare strumentalmente la leva della detassazione degli incrementi salariali a livello aziendale come strumento di volta in volta rinnovabile e non come stabile disciplina. In conclusione ciò che serve al Paese è un nuovo e vero patto sociale, del tenore e della forza del protocollo del luglio 1993, e non un accordicchio sulla produttività, per giunta, malauguratamente, separato, come già accaduto con il tanto celebrato «accordo quadro sul nuovo sistema contrattuale» voluto dal governo Berlusconi con grande clamore nel gennaio 2009 e finito, come è noto, nel nulla, vale a dire sprofondato nella dura recessione in corso.
L’Unità 10.11.12
“Produttività, accordicchi no”, di Luigi Mariucci
Sul tema della produttività si sta svolgendo una strana trattativa. A quanto risulta sono oggetto di negoziato tra associazioni di impresa e confederazioni sindacali questioni di grande rilevanza. E cioè: un ulteriore depotenziamento del contratto nazionale, di cui verrebbe messa in discussione la funzione di recupero salariale sull’inflazione, uno spostamento del baricentro contrattuale verso il livello aziendale (quando è noto che la contrattazione si svolge solo in una minoranza di unità produttive), nonché la deroga a un insieme di garanzie disposte dallo Statuto dei lavoratori a partire da quelle in tema di professionalità (cosiddetto de-mansionamento). Che vi sia la necessità di un nuovo patto sociale tra le forze produttive è indubbio: si tratta di uno strumento essenziale, da collegare a coerenti politiche di intervento pubblico, per contrastare la fase recessiva che stiamo attraversando, il basso utilizzo della capacità produttiva potenziale a seguito della caduta della domanda, interna e estera (basti pensare al settore auto) o i differenziali in termini competitivi di costi strutturali, a partire dalla energia e dal rispetto dei vincoli ambientali (si veda il caso delle acciaierie, a partire dall’Ilva di Taranto). Ciò che appare sorprendente tuttavia è la pretesa di separare i contenuti di un eventuale accordo sulla produttività, nei termini sopra detti, dalle più generali e impellenti questioni critiche del sistema contrattuale. A parte le note vicende accadute alla Fiat, dove l’impresa pretende di licenziare 19 lavoratori essendo stata condannata per comportamento discriminatorio ad assumere altrettanti lavoratori iscritti alla Fiom, non può sfuggire quanto sta avvenendo nel complessivo settore metalmeccanico. Qui la Federmeccanica sta escludendo la Fiom dalla trattativa sul rinnovo del contratto nazionale in ragione del fatto che la Fiom non ha sottoscritto l’ultimo rinnovo contrattuale del 2009, peraltro molto povero di contenuti innovativi rispetto all’intera disciplina normativa del contratto nazionale. Che cosa intende fare in effetti Federmeccanica: estendere all’intero settore metalmeccanico il modello Fiat? E, in questo caso, quali accordi sulla produttività si potrebbero poi stipulare nelle aziende del settore? È evidente che nessun passo avanti si può fare, sulla produttività e su altro, se non si mette ordine al sistema delle relazioni sindacali a partire da tre questioni cruciali: l’accertamento della rappresentatività dei sindacati, i procedimenti di validazione della efficacia dei contratti collettivi, il diritto di ogni sindacato rappresentativo di partecipare alle trattative e di costituire proprie rappresentanze nei luoghi di lavoro a prescindere dall’avere o meno sottoscritto precedenti contratti. Dello scioglimento di questi nodi deve farsi carico l’auspicabile «patto sociale» in discussione, ad esempio traducendo in accordo interconfederale le regole già previste, in materia, dall’accordo tra Cgil, Cisl e Uil del 28 giugno 2011. Di questo dovrebbe occuparsi anche il governo, invece che usare strumentalmente la leva della detassazione degli incrementi salariali a livello aziendale come strumento di volta in volta rinnovabile e non come stabile disciplina. In conclusione ciò che serve al Paese è un nuovo e vero patto sociale, del tenore e della forza del protocollo del luglio 1993, e non un accordicchio sulla produttività, per giunta, malauguratamente, separato, come già accaduto con il tanto celebrato «accordo quadro sul nuovo sistema contrattuale» voluto dal governo Berlusconi con grande clamore nel gennaio 2009 e finito, come è noto, nel nulla, vale a dire sprofondato nella dura recessione in corso.
L’Unità 10.11.12
