Piangi, Presidente, piangi pure. Il sentiero delle lacrime che bagnano ormai la vita pubblica nelle democrazie porta alla mano che Barack Obama usa per asciugarsi gli occhi e dare l’addio alla propria vita di candidato.
Ha pianto per gratitudine, per orgoglio, per gioia per la caduta di tensione e per la stanchezza mortale davanti ai militanti della “Obama Campaign”, i giovani che a Chicago gli hanno regalato in cambio di pizze fredde e cisterne di caffè micidiale, mesi della propria vita per organizzare la sua vittoria sul terreno, pronti a dare il cuore. A volte, letteralmente, come quell’Alex Okrent che morì di infarto a 29 anni proprio lì dove Obama ha pianto, cinque mesi or sono, senza poter vedere il risultato del proprio sacrificio.
Quando il vecchio-nuovo presidente degli Stati Uniti, successore di sé stesso, aveva cominciato a parlare davanti a supporter anche più esausti di lui, era sembrato che la sua voce baritonale scesa di un’ottava fosse il prodotto della fatica, delle notti bianche, dei discorsi urlati fino alle ultime ore. «Il cerchio del mio lavoro e della vostra fatica si è chiuso» aveva esordito, tradendo il senso di finalità, la vertigine di qualcosa che non tornerà mai più nella sua vita, l’agonia e l’ebbrezza della competizione elettorale.
«Il lavoro che voi avete fatto per me è stato la prova che quello che ho cercato di fare per l’America è importante e sono orgoglioso di voi… sono orgoglioso di voi». E qui la montata delle lacrime è arrivata agli occhi, gli ha chiuso la gola, gli ha reso quel suo viso già sottile e smagrito dalla doppia fatica di governare una nazione enorme e di condurre una campagna elettorale feroce, ancora più piccolo. Era tornato per un istante “Barry”, il liceale che aveva scelto quel nomignolo per nascondere il “Barack” ai compagni di classe.
Non c’era neppure alcun sospetto che quelle fossero lacrime elettorali, perché l’avvocato Barack Hussein Obama non dovrà mai più chiedere voti a nessuno, se non ai deputati e senatori dei due partiti, nemici, amici, falsi amici, che lo attendono alla mezzanotte di fuoco del 31 dicembre prossimo, nell’agguato del “precipizio fiscale” che i tagli alla spesa pubblica imporranno per legge e al quale ha dedicato il primo discorso pubblico, ieri sera.
Non avrebbe voluto cedere al magone e alle lacrime, e lo si è visto quando con un gesto infastidito ha abbandonato di scatto il podio delle lacrime per allontanarsi in fretta, con la solita andatura da compasso e rifugiarsi nel gruppo di portaborse e agenti del Servizio segreto che lo attendevano per passargli il fazzoletto. Come se avesse improvvisamente ricordato che lui non era più il militante da strada che proprio nei ghetti di Chicago si era fatto le prime ossa, che in quella città spietata e non proprio limpidissima aveva subito la prima e unica batosta elettorale appena 12 anni or sono, dove aveva conosciuto Michelle, dove erano nate le sue bambine. E si fosse ricordato di essere il Presidente degli Stati Uniti, il Commander in Chief delle armate, il papa-re di quella religione laica chiamata America.
Non che ci fosse alcunché di imbarazzante o di vergognoso nelle lacrime che gli hanno arrossato e strizzato gli occhi piccoli, scorrendogli sul volto e nel naso come a un bambino con il moccio. Piangere, in pubblico e in privato, non è più anatema, come per i Kennedy, ai quali la matriarca Rose insegnava che «un Kennedy non piange», senza neppur sapere quante occasioni di pianto il destino avrebbe a loro riservato, o, nel loro piccolo, gli Agnelli, ai quali la bonne ripeteva la stessa istruzione. Ormai è quasi un must, un dovere, per mostrare i propri feeling, il sentimenti.
Ha pianto Jim Boehner, il presidente, lo speaker, della Camera ultra-repubblicana eletta nel 2010 e dunque «Macho in Chief», capobranco alfa del Tea Party, ripensando alle proprie origini di umile barista. Pianse Rick Santorum, durante le primarie, ricordando la sua ultima nata afflitta da gravi difetti genetici. Singhiozzava caldissime lacrime Bob Dole, l’avversario di Clinton nel 1996, quando i sondaggi gli dissero che l’elettorato femminile apprezzava l’espressione dei sentimento. Lacrimava in tv, forse più di rabbia che di commozione, Hillary Clinton, dopo la batosta subita da Obama nel 2008 in Iowa. E già proprio Obama aveva pianto rammentando la nonna materna che lo aveva allevato e che morì alla vigilia della elezione 2008.
Lontanissimo è quel 1976 quando Ed Muskie, concorrente alla candidatura democratica nel gelo nevoso del New Hampshire, inghiottì i singulti e gli obiettivi immortalarono gocce che gli colavano sul viso, considerate lacrime dagli avversari o fiocchi di neve disciolti. Nel dubbio sulla natura del liquido, Muskie fu scartato, come troppo femminuccia. «Troverete un buon lavoro, ne sono certo, perché siete formidabili. Lo so, perché sono stato anche io uno di voi», ha salutato i propri volontari Obama, asciugate la lacrime e chiusa la parentesi di ricerca del tempo perduto. E se è improbabile che gli eroi delle pizze gelide e del caffè horribilis possano diventare Presidenti degli Stati Uniti, potranno dire ai propri figli e nipoti di avere visto e raccolto le lacrime di Obama. Le prossime, quelle che dovrà piangere per non precipitare insieme con la nazione giù dal burrone della guerra fiscale fra lui e i “boia chi molla” repubblicani, le piangerà in privato, sulle ampie spalle di Michelle.
La Repubblica 10.11.12
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“Le lacrime del Presidente”, di Vittorio Zucconi
Piangi, Presidente, piangi pure. Il sentiero delle lacrime che bagnano ormai la vita pubblica nelle democrazie porta alla mano che Barack Obama usa per asciugarsi gli occhi e dare l’addio alla propria vita di candidato.
Ha pianto per gratitudine, per orgoglio, per gioia per la caduta di tensione e per la stanchezza mortale davanti ai militanti della “Obama Campaign”, i giovani che a Chicago gli hanno regalato in cambio di pizze fredde e cisterne di caffè micidiale, mesi della propria vita per organizzare la sua vittoria sul terreno, pronti a dare il cuore. A volte, letteralmente, come quell’Alex Okrent che morì di infarto a 29 anni proprio lì dove Obama ha pianto, cinque mesi or sono, senza poter vedere il risultato del proprio sacrificio.
Quando il vecchio-nuovo presidente degli Stati Uniti, successore di sé stesso, aveva cominciato a parlare davanti a supporter anche più esausti di lui, era sembrato che la sua voce baritonale scesa di un’ottava fosse il prodotto della fatica, delle notti bianche, dei discorsi urlati fino alle ultime ore. «Il cerchio del mio lavoro e della vostra fatica si è chiuso» aveva esordito, tradendo il senso di finalità, la vertigine di qualcosa che non tornerà mai più nella sua vita, l’agonia e l’ebbrezza della competizione elettorale.
«Il lavoro che voi avete fatto per me è stato la prova che quello che ho cercato di fare per l’America è importante e sono orgoglioso di voi… sono orgoglioso di voi». E qui la montata delle lacrime è arrivata agli occhi, gli ha chiuso la gola, gli ha reso quel suo viso già sottile e smagrito dalla doppia fatica di governare una nazione enorme e di condurre una campagna elettorale feroce, ancora più piccolo. Era tornato per un istante “Barry”, il liceale che aveva scelto quel nomignolo per nascondere il “Barack” ai compagni di classe.
Non c’era neppure alcun sospetto che quelle fossero lacrime elettorali, perché l’avvocato Barack Hussein Obama non dovrà mai più chiedere voti a nessuno, se non ai deputati e senatori dei due partiti, nemici, amici, falsi amici, che lo attendono alla mezzanotte di fuoco del 31 dicembre prossimo, nell’agguato del “precipizio fiscale” che i tagli alla spesa pubblica imporranno per legge e al quale ha dedicato il primo discorso pubblico, ieri sera.
Non avrebbe voluto cedere al magone e alle lacrime, e lo si è visto quando con un gesto infastidito ha abbandonato di scatto il podio delle lacrime per allontanarsi in fretta, con la solita andatura da compasso e rifugiarsi nel gruppo di portaborse e agenti del Servizio segreto che lo attendevano per passargli il fazzoletto. Come se avesse improvvisamente ricordato che lui non era più il militante da strada che proprio nei ghetti di Chicago si era fatto le prime ossa, che in quella città spietata e non proprio limpidissima aveva subito la prima e unica batosta elettorale appena 12 anni or sono, dove aveva conosciuto Michelle, dove erano nate le sue bambine. E si fosse ricordato di essere il Presidente degli Stati Uniti, il Commander in Chief delle armate, il papa-re di quella religione laica chiamata America.
Non che ci fosse alcunché di imbarazzante o di vergognoso nelle lacrime che gli hanno arrossato e strizzato gli occhi piccoli, scorrendogli sul volto e nel naso come a un bambino con il moccio. Piangere, in pubblico e in privato, non è più anatema, come per i Kennedy, ai quali la matriarca Rose insegnava che «un Kennedy non piange», senza neppur sapere quante occasioni di pianto il destino avrebbe a loro riservato, o, nel loro piccolo, gli Agnelli, ai quali la bonne ripeteva la stessa istruzione. Ormai è quasi un must, un dovere, per mostrare i propri feeling, il sentimenti.
Ha pianto Jim Boehner, il presidente, lo speaker, della Camera ultra-repubblicana eletta nel 2010 e dunque «Macho in Chief», capobranco alfa del Tea Party, ripensando alle proprie origini di umile barista. Pianse Rick Santorum, durante le primarie, ricordando la sua ultima nata afflitta da gravi difetti genetici. Singhiozzava caldissime lacrime Bob Dole, l’avversario di Clinton nel 1996, quando i sondaggi gli dissero che l’elettorato femminile apprezzava l’espressione dei sentimento. Lacrimava in tv, forse più di rabbia che di commozione, Hillary Clinton, dopo la batosta subita da Obama nel 2008 in Iowa. E già proprio Obama aveva pianto rammentando la nonna materna che lo aveva allevato e che morì alla vigilia della elezione 2008.
Lontanissimo è quel 1976 quando Ed Muskie, concorrente alla candidatura democratica nel gelo nevoso del New Hampshire, inghiottì i singulti e gli obiettivi immortalarono gocce che gli colavano sul viso, considerate lacrime dagli avversari o fiocchi di neve disciolti. Nel dubbio sulla natura del liquido, Muskie fu scartato, come troppo femminuccia. «Troverete un buon lavoro, ne sono certo, perché siete formidabili. Lo so, perché sono stato anche io uno di voi», ha salutato i propri volontari Obama, asciugate la lacrime e chiusa la parentesi di ricerca del tempo perduto. E se è improbabile che gli eroi delle pizze gelide e del caffè horribilis possano diventare Presidenti degli Stati Uniti, potranno dire ai propri figli e nipoti di avere visto e raccolto le lacrime di Obama. Le prossime, quelle che dovrà piangere per non precipitare insieme con la nazione giù dal burrone della guerra fiscale fra lui e i “boia chi molla” repubblicani, le piangerà in privato, sulle ampie spalle di Michelle.
La Repubblica 10.11.12
Legge stabilità/Scuola: Ghizzoni (PD), nessun rischio per abrogazione norma 24 ore
“Sull’abrogazione della norma che prevedeva l’aumento dell’orario a 24 ore a parità di salario per gli insegnanti c’è stata una convergenza di tutto l’arco parlamentare e precisi impegni politici, su questo non ci saranno passi indietro. – lo ha dichiarato Manuela Ghizzoni, Presidente della Commissione Cultura, Scienze e Istruzione della Camera dei deputati e relatrice della Legge di Stabilità nella Commissione che presiede, al termine della seduta della Commissione Bilancio –
Ma ci aspettiamo, dopo la convergenza unanime che ha portato a formulare emendamenti condivisi e dopo lo sforzo da parte del ministero di trovare coperture adeguate a rispettare i risparmi richiesti dalla Spending Review, uno sforzo da parte dell’esecutivo al fine di non giungere a compiere tagli lineari all’Istruzione.
In questi anni la scuola ha già dato il suo contributo consistente, è arrivato il momento che tutti contribuiscano a dare un futuro all’istruzione, anche per uscire dalla crisi.”
“L’Europa scelga il rigore ragionevole”, intervista di Francesco Sforza con Pier Luigi Bersani e Martin Schulz
«Se un giorno mi avessero detto che sarei diventato Cavaliere, proprio io…». Sorride Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo, al pensiero di quando il Cav lo apostrofò con il termine kapo creando incidenti diplomatici a catena e un discreto subbuglio internazionale. Ieri Schulz è andato al Quirinale per ricevere da Giorgio Napolitano l’onorificenza della Gran Croce e ha riservato la mattinata a un lungo incontro con Pierluigi Bersani. Tra i due c’è una conoscenza di lunga data, e spesso durante il colloquio che hanno poi aperto ai giornalisti di due testate, La Stampa e la Faz, si sono scambiati pacche sulle spalle e occhiate di amicizia. Matteo Renzi? «Non lo conosco – ci preciserà Schulz al termine dell’incontro –. Forse l’ho incrociato una volta durante un passaggio a Firenze, ma niente di ufficiale».
Obama vince le elezioni in America, Merkel va a Bruxelles a richiamare il Parlamento sulla necessità di armonizzare le politiche fiscali e di bilancio, e la Grecia nel frattempo sperimenta un vero e proprio inferno sociale. L’urgenza di riflettere su un futuro più solidale viene da più direzioni, voi che ne pensate?
Onorevole Bersani, nel 2014 ci saranno le elezioni europee, ed è davvero tanto tempo che l’Italia ha una rappresentanza piuttosto limitata. In un’ipotesi di premiership democratica, ci fa una road map delle energie italiane che intende liberare per l’Europa?
In quel momento – una tappa cruciale per il rinnovamento delle linee politiche che disegneranno l’architettura del Vecchio Continente negli anni a venire – pensa che assisteremo a un maggiore compattamento delle forze progressiste in Europa?
B. «Io mi auguro che dopo la conferma di Obama, che ci ha mostrato un’America preoccupata per le tematiche sociali, ma allo stesso tempo decisa a proseguire nella strada intrapresa, questo tema venga affrontato in chiave mondiale: l’Europa è ancora il continente più forte del mondo, non può essere un problema per il mondo. Abbiamo anche questa responsabilità. Allo stesso tempo, venendo al confronto GermaniaGrecia, non credo che si tratti di due scenari opposti. C’è un treno con dei vagoni più comodi, dei vagoni meno comodi, alcuni vagoni che somigliano a carri bestiame, ma il treno è agganciato e va nella stessa direzione, che è di segno negativo. Chi è sul vagone più comodo se ne accorge dopo, ma prima o poi se ne accorge, perché siamo inestricabilmente agganciati. Che fare? Le proposte ci sono. Il problema sono i tempi, la crisi è molto veloce, le risposte sono ancora lentissime».
S. «Non ci sarà alcun recupero economico in Europa senza un risanamento fiscale e con investimenti massicci. Il Consiglio europeo ha varato 12 miliardi di euro di investimenti ma fino ad ora non è successo niente, e noi al Parlamento diciamo che bisogna agire al più presto. Muoviamo la stessa critica, sia come Parlamento europeo sia come socialdemocratici: il rigore va bene, ma va abbinato con gli investimenti. Secondo: la tassa sulle transazioni finanziarie, è un contributo che deve essere dato dalle banche e dai fondi perché loro hanno in gran parte causato questa crisi. Terzo: la crisi dei tassi di interesse che abbiamo in Europa. In Germania si paga quasi lo 0% in Italia il 6%, è uno squilibrio che va assolutamente eliminato. Gli eurobond sono morti, anche se io sono sempre a favore. Però bisogna parlare della licenza bancaria per rifinanziare gli investimenti. Quindi dico: la stabilità va bene, ma senza investimenti non c’è crescita».
B. «Se toccherà a me non ne farò una questione di posti o posticini, ma di nuovo una questione politica: per esempio sul piano politico mi piacerebbe che si affacciasse un soggetto politico che andasse oltre le antiche famiglie e fosse il luogo dei progressisti, dei socialisti, dei democratici europei. Mi piacerebbe che dentro questo processo l’Italia avesse prima di tutto una buona credibilità. La cosa che a noi preme di più è arrivare alla campagna elettorale delle europee con un solo candidato alla presidenza per tutti i progressisti. Io ce l’ho un nome, ed è Schulz, ma non sono il solo a decidere, vedremo. Politica e progetti al primo posto, non stiamo lì a giocare con le figurine».
S. «La domanda mostra come molti pensano alle elezioni europee come elezioni che riguardano il proprio paese. Uno degli obiettivi del partito socialdemocratico e anche dei partiti liberali è europeizzare le prossime elezioni. Non è tanto importante di che nazionalità uno è, ma in quale direzione politica si va. E qui ci sarà un effetto sorpresa molto interessante: facciamo un esempio, i cristiano democratici nominano un polacco e i socialdemocratici uno spagnolo e allora il partito democratico italiano deve sostenere lo spagnolo e i cristiano democratici francesi magari un polacco. Interessante no? ». B. «Sì, e non solo in Europa. A dicembre Pd e Spd daranno vita a un grandissimo appuntamento: un network dei progressisti qui a Roma, che raccoglierà non solo socialisti e socialdemocratici, ma anche liberali e democratici di tutto il mondo. L’obiettivo è aprire una nuova fase politica nell’arco di due-tre anni. La cultura delle destre ha tolto all’Europa la sua materia prima, cioè la solidarietà, e bisogna recuperarla. L’alternativa è il disastro. E con l’Spd ragioniamo in un modo veramente fraterno, come si diceva una volta…».
La Stampa 09.11.12
Il muro 9 novembre 1989 – Per la caduta del muro di Berlino. Per la caduta di tutti i muri
“Il muro è il più spaventoso strumento di violenza esistente. Non si è mai evoluto, perché è nato già perfetto. E ti accorgi di tutta la sua potenza soltanto quando vedi un muro in funzione. Perché non tutti i muri funzionano; quelli che incontriamo nella vita di tutti i giorni, ad esempio, non sono veri muri. Sono interrotti, oppure hanno delle porte, insomma si possono in qualche modo aggirare o attraversare. È come se fossero degli ordigni disinnescati. Dei muri a salve. Quelli che stanno lí dentro no. Funzionano. E bene. Non c’è niente che ti uccide come un muro. Il muro fa il paio con delle ossessioni interne, cose umane, antiche quanto la paura. Nonostante le apparenze, il muro non è fatto per agire sul tuo corpo; se non lo tocchi tu, lui non ti tocca. È concepito per agire sulla coscienza. Perché il muro non è una cosa che fa male; è un’idea che fa male. Ti distrugge senza nemmeno sfiorarti”.
Sandro Bonvissuto, Dentro (2012)
*****
Molte barriere hanno separato e separano ancora popoli, nazioni, religioni, classi sociali. Adriano costruì il Vallo e l’Impero romano fortificò il limescontro i barbari, così come fece l’Impero cinese con la Grande Muraglia. Le mura delle città proteggevano chi stava dentro da chi stava fuori.
Una linea geografica fortificata, il 38° parallelo nord, divide un paese unico in due Coree. Le porte dei ghetti dividevano durante la notte critiani ed ebrei, il colore della pelle determinava chi poteva sedersi sui mezzi pubblici, pagando lo stesso biglietto. La casta di appartenenza stabilisce chi puoi o non puoi sposare.
Barriere di tutti tipi dividono gli uomini: a Belfast, a Gaza, a Soweto, a Mostar. Le caste di appartenenza, il livello di istruzione, il luogo di nascita, il censo, le montagne, i fiumi, i mari, i deserti, le isole, i campanili.
Ma una sola volta venne eretto un muro che divise in due una stessa città, separando persone dello stesso popolo, della stessa lingua. In una notte separò genitori da figli, fratelli da sorelle, nonni da nipoti. La Cortina di ferro trasformò Berlino in una nuova frontiera per l’Occidente sullo stesso piano della conquista della Luna o far rispettare i diritti civili.
«Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire “Ich bin ein Berliner”». Così nel 1963, John F. Kennedy espresse la convinzione che fucili e ruspe non potevano cambiare la realtà. Potevano ritardare, frenare, segregare, imprigionare o anche uccidere, ma non cambiare i fatti.
www.partitodemocratico.it
Sisma, Ghizzoni “Senza aiuti Ue ricadute su economia europea”
Alcuni Paesi Ue contrari al via libera al Fondo di solidarietà verso le aree terremotate. Il passaggio in Aula, al Parlamento Europeo, sembrava solo una formalità, invece sembrerebbe che alcuni Paesi dell’Unione siano contrari al via libera al Fondo di solidarietà da 670 milioni di euro da destinarsi alle aree colpite dal sisma del 20 e 29 maggio scorsi. “Mi auguro – dice la deputata modenese Pd Manuela Ghizzoni – che la situazione si sblocchi e che si giunga ad una decisione positiva, per il bene di tutta l’Europa”.
“Se le regioni colpite dal sisma dello scorso maggio non verranno messe in condizioni di rimettersi in piedi il danno non sarà solo per le famiglie e la popolazione locale, ma per tutta l’economia italiana ed europea. – lo dichiara la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura della Camera, alla notizia del possibile blocco da parte di Germania, Olanda, Finlandia, Gran Bretagna e Svezia agli aiuti per le regioni terremotate. Dopo il via libera al Fondo di solidarietà Ue da 670 milioni di euro per il terremoto che a maggio ha colpito l’Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto della commissione bilancio del Parlamento Europeo e la posizione unanime a favore del Consiglio Ue affari economici il passaggio all’Aula sembrava solo pura formalità. Il terremoto si è abbattuto su un’area altamente produttiva che, come aveva già sostenuto il commissario europeo alla politica regionale Johannes Hahn, deve essere messa in condizioni di continuare a contribuire all’economia nazionale. Le sei province colpite producono quasi il 2% del Pil, più del 4 per cento delle esportazioni nazionali e rappresentano un pezzo fondamentale del motore produttivo del Paese. Prima potranno riprendere le attività e meglio sarà per il Paese perché la produzione di questi territori garantisce allo Stato quasi 7 miliardi di euro di gettito fiscale e 400 milioni di euro di IVA annui. “Mi auguro – conclude Ghizzoni – che vengano scongiurate le ipotesi di opposizione di alcuni Paesi e che si giunga ad una decisione positiva, per il bene di tutta l’Europa.”
"Il tentativo (fallito) di azzerare questo Pd", di Giorgio Merlo
Non voglio buttarla sul vittimismo, tantomeno sulla dietrologia. Ma è indubbio che nei mesi scorsi c’è stata la volontà, neanche tanto nascosta, si azzerare “questo” Pd. Un’operazione politica nata attraverso i soliti sermoni di alcuni cosiddetti opinion leader e passata attraverso le conduzioni dei noti milionari di alcuni talk show televisivi che preconizzavano, settimanalmente, la fine di “questo” Pd ormai inadatto alle nuove sfide politiche.
E l’occasione propizia per azzerare questo soggetto politico ormai fuori moda erano proprio le primarie del Pd, cioè lo strumento che permetteva ai cittadini del centro sinistra di scegliere il candidato a premier della coalizione. Un disegno comunque pericoloso perché partiva dal presupposto che un partito così organizzato e che metteva insieme culture politiche troppo diverse tra di loro non poteva che implodere a vantaggio di formazioni più moderne e più collaudate per reggere le sfide dei “tempi nuovi”. È persino inutile aggiungere che la “rottamazione”, al di là forse degli intenti di chi la propugnava in modo anche violento, era il grimaldello decisivo capace di far saltare il banco e di dare la svolta politica finale all’operazione disegnata da alcuni grandi organi di informazione.
Poi, paradossalmente e forse misteriosamente, il giocattolo è saltato e il Pd progressivamente è diventato il perno attorno al quale può partire una stagione di governo capace di contrastare l’ondata antisistema, avventuristica e massimalista apertamente sostenuta da fette crescenti della pubblica opinione del nostro paese. Insomma, la tesi strampalata e goliardica di Flores D’Arcais ha cominciato a vacillare, anche se il suo autore, cioè lo stesso Flores, continua a sostenerla con profonda convinzione e coerenza. E cioè, votare Renzi alle primarie del Pd per contribuire a far saltare “questo” Pd e poi votare Grillo alle politiche per far saltare l’intero sistema democratico e rappresentativo del nostro paese. E, sempre durante questa inversione di rotta, forse casualmente il segretario nazionale del Pd Bersani ha cominciato a salire nei sondaggi nella competizione interna al partito per la leadership del centro sinistra – che comunque vanno sempre letti con molta prudenza e cautela – e il Pd è ridiventato forza decisiva per un’alternativa democratica e riformista nel paese.
Ora, al di là di questa ricostruzione che è quasi una fotografia di ciò che realmente è accaduto in queste settimane nel panorama politico del nostro paese, forse è bene chiedersi come è potuta accadere questa inversione, peraltro positiva, di rotta. Per un semplice motivo. A volte, anche nella politica, il reale supera e annienta il virtuale e i disegni preparati a tavolino si scontrano con la crudezza e la concretezza della realtà. Cioè, non sempre i voleri e disegni dei grandi gruppi editoriali e dei vari guru televisivi, tutti comunque strapagati e benpensanti, centrano gli obiettivi che si sono prefissati e anche la volontà di inseguire e cavalcare l’onda montante può giocare brutti scherzi.
Del resto, quanti articoli e quanti editoriali avevano già previsto la fine ingloriosa di “questo” Pd per sostituirlo con uno nuovo di zecca dove i padri fondatori del partito venivano spazzati via come inutile inciampo da una classe dirigente rinnovata e carica di energie positive e modernizzanti. Insomma, una palingenesi totale capace di rinnovare, per l’ennesima volta e forse in modo definitivo, la prospettiva del più grande partito riformista del paese.
Tutto ciò non è avvenuto.
Almeno per il momento. E, d’ora in poi, il Pd, a prescindere dal risultato delle primarie, può guardare con maggior sollievo al suo futuro e alla sua prospettiva politica.
Ma un insegnamento si può trarre da questa vicenda politica e giornalistica, editoriale e di potere.
A volte, quando si fa riferimento al radicamento sociale e territoriale di un partito, alla valenza e alla qualità della sua classe dirigente, alla fecondità e allo spessore del suo retroterra culturale ed ideale, non si evocano parole vuote o banali. Semmai, si delinea il profilo e l’identità di un partito che nessun disegno a tavolino, nessuna rottamazione violenta e nessun condanna preventiva possono mettere in discussione.
E il Pd, proprio da questa vicenda, ha confermato di essere un partito solido, moderno, attuale ma con radici profonde. Radici, come dice spesso con una metafora Bersani, che producono foglie e che non possono essere cancellate, o sradicate, con qualche format televisivo o con una fucilata di editoriali dei soliti noti.
da Europa Quotidiano 09.11.12
