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"Legge elettorale, è scontro tra Bersani e Casini", di Maria Zegarelli

Se le danno (metaforicamente parlando) di santa ragione per tutto il giorno in un botta e risposta che trova tregua soltanto in serata. Il primo ad attaccare è Pier Luigi Bersani al quale non è andato affatto giù il voto dell’Udc insieme a Pdl e Lega sulla legge elettorale. Pier Ferdinando Casini non se le tiene anche se alla fine gli sherpa di Pd e Udc sono ottimisti sull’intesa tra di loro: il vero muro resta il Pdl con il quale i contatti dal Nazareno sono pari a zero, e per ora nessun incontro previsto.
«Casini morirà di tattica dice il segretario Pd -. Bisogna invece tenere la barra dritta, come io cerco di fare, e dire dove si vuole andare. Non ho dubbi che comunque dovremo dialogare. Ci vuole un governo politico sorretto da una maggioranza politica. Abbiamo questo diritto-dovere». Per questo il Pd, spiega, si «metterà di traverso» per fermare la legge a cui punta il Pdl. La soglia al 42,5% per il premio di maggioranza, «messa lì senza dire altro è un modo di indebolire la governabilità» e chi pensa che con questo sistema, che porta alla frammentazione, si possa aprire la strada al Monti bis, «è da ricovero». Bersani sa bene che il tentativo di alcuni è fare in modo che nessuno esca vincitore dalle urne, un tentativo che rientra pienamente nella logica piediellina del «muoia Sansone con tutti i filistei». Antonio di Pietro posta sul suo blog: «Meglio tardi che mai. Alla fine anche Bersani si è accorto del golpe che stanno tentando di fare con una legge elettorale pensata apposta per non far vincere nessuno».
Casini viene raggiunto dalle dichiarazioni di Bersani mentre partecipa ad un’iniziativa del partito in vista della «lista per l’Italia». Dura la replica: «Non siamo stati sudditi di Berlusconi, non lo saremo di Bersani». E sul Monti bis certo che ci sta ad andare al ricovero, ma in buona compagnia, aggiunge, insieme a tanti esponenti Pd, «anche vicini a Bersani», che nel tempo hanno caldeggiato questa ipotesi. Casini affonda anche sulla legge elettorale: se «Bersani e Grillo preferiscono il Porcellum lo spieghino e spieghino anche perché uno che prende il 30% dei voti dovrebbe poi avere il 50% dei seggi». Ragionamento che Bersani respinge con fermezza. Mentre lascia il teatro Eliseo per un’iniziativa organizzata da Left per raggiungere il Capranica, dove lo attendono i socialisti, si sfoga. «Ma come si fa a dire proprio a noi che vogliamo il Porcellum? Il Porcellum l’hanno fatto loro, noi vogliamo che cambi ma non possiamo accettare una legge elettorale che la sera del voto non è in grado di garantire governabilità». E non sarà certo il Monti bis, aggiunge, la soluzione. «Come fanno a immaginare che il prossimo Parlamento possa appoggiare un Monti bis? Ci saranno un centinaio di grillini, se è vero quello che dicono i sondaggi, e sette liste», spiega. Poi, sul palco, sottolinea: «Se qualcuno pensa che io possa fare un governo con Berlusconi e Fini ha sbagliato, se lo scordi».
Dal Pdl Fabrizio Cicchitto getta benzina sul fuoco: «L’attacco di Bersani a Casini è di singolare arroganza: sembra che abbia già la vittoria in tasca e si rivolga alle altre forze politiche con un taglio padronale». Ma i due leader a modo loro cercano di smussare le loro stesse dichiarazioni. Il segretario Pd: «Non sto chiedendo maggioranze a sbafo come dice Casini. Io sto chiedendo un ragionevole premio di governabilità al partito o alla coalizione che arriva prima, chiunque sia, per avere la sera delle elezioni un presidio di governabilità, altrimenti ci sarà lo tsunami e dopo sei mesi si tornerà al voto. Ma sono abbastanza fiducioso che Casini comprenderà».
Il leader Udc: «Noi siamo pronti anche ad una soluzione con il Pd, un premio del 10% al partito di maggioranza relativa. Ma se c’è chi non vuole le preferenze, chi vuole continuare a decidere tutto in 4-5 persone per ottenere con il 30% dei coti il 55% dei seggi, allora con tutto il rispetto per Bersani io dico che non sono d’accordo». Dalla Lega è Calderoli a rilanciare: «Formalizzerò lunedì una proposta di mediazione. Si abbassi al 40% la soglia al di sopra della quale far scattare il premio di maggioranza alla coalizione. Se la soglia non viene raggiunta da nessuno, al primo partito venga assegnato un premio di aggregabilità pari al 25% dei seggi ottenuti con il normale riparto proporzionale». Insomma, il primo partito potrebbe aumentare di un quarto la propria rappresentanza. Secco il no del Pd.
L’Unità 11.11.12
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Legge elettorale, duello Bersani-Casini “Morirai di tattica”. “Non siamo sudditi”, di GIOVANNA CASADIO
«Questa riforma elettorale sarebbe un golpe contro il movimento di Grillo? Casomai contro il Pd». Pier Luigi Bersani si mette di traverso sull’ultima versione anti-Porcellum. Lo dichiara anche: «O c’è un premio di governabilità del 10% netto, che è formalmente del 12,5% al partito o alla coalizione vincente, oppure ci mettiamo di traverso. Perché dietro c’è una logica furba e cioè “muoia Sansone con tutti i filistei” ». Non gli è piaciuto neppure un po’ quel blitz in commissione al Senato che ha riunito il fronte Udc-Pdl-Lega. Non lascerà passare una legge che consegna «l’Italia all’ingovernabilità», che rischia di «farci fare la fine della Grecia». Si sente tradito dal leader dell’Udc, Casini? Risponde: «Casini morirà di tattica. Dove vuole andare? Spero che anche lui alla fine metta la barra dritta». A Casini suona come uno schiaffo, e scoppia la grande lite.
I toni si alzano mano a mano che si va avanti nella giornata. Casini accomuna Bersani e Grillo e replica che se entrambi «vogliono il Porcellum lo dicano, ma bisogna mettere le carte in tavola in Parlamento e spiegare che è giusto che chi ha il 30% prenda il 55% dei seggi». Una soglia, ripete, è necessaria e lo è anche per la Corte costituzionale. «Noi non siamo stati sudditi di Berlusconi — contrattacca il leader dell’Udc — non vogliamo essere sudditi di Bersani, non siamo disposti a piegare la schiena». Intanto, dal teatro Eliseo dove Bersani partecipa alla kermesse di Left dell’Unità, ogni “affondo” del segretario democratico contro Casini è accolto da ovazioni, come quando avverte:
«Chi pensa che con questa riforma elettorale si arrivi al Monti-bis è da ricovero, ci sarebbe la palude. Se poi qualcuno pensa che mi metta a fare un governo con Berlusconi e Fini è fuori di testa…».
Quell’espressione “da ricovero” è altra benzina sul fuoco. Offensiva di Casini: «Se un Montibis è da ricovero allora anch’io sono da ricovero e con me molti del Pd che pensano a un Monti-bis». Ma nel crescendo dei “no” bersaniani — no alla Fornero in un futuro governo, no a larghe intese — resta l’invito a Monti: «Deve continuare a dare una mano al paese». Definisce il Professore «un liberale con qualche venatura da conservatore». Spiegherà poi, il segretario democratico: «In un futuro Parlamento, ci potrebbero essere 80-100 seggi ai grillini, e immaginare che in quel contesto ci siano una figura autorevole e una maggioranza coesa è illusorio… Sudditi gli udc e Casini? Ma quando mai, però devono decidere.
Io non voglio maggioranze a sbafo».
Il gelo tra Pd e Udc sarà messo alla prova dei fatti martedì in commissione al Senato, anche se gli sherpa si incontrano già domani. Calderoli, il leghista autore del Porcellum, annuncia una sua mediazione. Il Pd risponde: «Acqua fresca». Il Pdl approfitta dello scontro Pd-Udc per solidarizzare con Casini e dare addosso a Bersani definito da Cicchitto «arrogante e padronale». La speranza è sempre quella che Casini torni all’ovile della destra. Altolà di Vendola a regole che «truccano la partita: spero salti il tavolo». E Di Pietro incita a «un fronte comune contro il golpe». Per Bersani il problema serio è vincere il populismo sia di Grillo che di Berlusconi. Lancia a sorpresa — alla kermesse organizzata dal Psi di Nencini — la proposta di un referendum sull’Europa, se gli Stati uniti di Europa non decollano.
La Repubblica 11.11.12

“Legge elettorale, è scontro tra Bersani e Casini”, di Maria Zegarelli

Se le danno (metaforicamente parlando) di santa ragione per tutto il giorno in un botta e risposta che trova tregua soltanto in serata. Il primo ad attaccare è Pier Luigi Bersani al quale non è andato affatto giù il voto dell’Udc insieme a Pdl e Lega sulla legge elettorale. Pier Ferdinando Casini non se le tiene anche se alla fine gli sherpa di Pd e Udc sono ottimisti sull’intesa tra di loro: il vero muro resta il Pdl con il quale i contatti dal Nazareno sono pari a zero, e per ora nessun incontro previsto.
«Casini morirà di tattica dice il segretario Pd -. Bisogna invece tenere la barra dritta, come io cerco di fare, e dire dove si vuole andare. Non ho dubbi che comunque dovremo dialogare. Ci vuole un governo politico sorretto da una maggioranza politica. Abbiamo questo diritto-dovere». Per questo il Pd, spiega, si «metterà di traverso» per fermare la legge a cui punta il Pdl. La soglia al 42,5% per il premio di maggioranza, «messa lì senza dire altro è un modo di indebolire la governabilità» e chi pensa che con questo sistema, che porta alla frammentazione, si possa aprire la strada al Monti bis, «è da ricovero». Bersani sa bene che il tentativo di alcuni è fare in modo che nessuno esca vincitore dalle urne, un tentativo che rientra pienamente nella logica piediellina del «muoia Sansone con tutti i filistei». Antonio di Pietro posta sul suo blog: «Meglio tardi che mai. Alla fine anche Bersani si è accorto del golpe che stanno tentando di fare con una legge elettorale pensata apposta per non far vincere nessuno».
Casini viene raggiunto dalle dichiarazioni di Bersani mentre partecipa ad un’iniziativa del partito in vista della «lista per l’Italia». Dura la replica: «Non siamo stati sudditi di Berlusconi, non lo saremo di Bersani». E sul Monti bis certo che ci sta ad andare al ricovero, ma in buona compagnia, aggiunge, insieme a tanti esponenti Pd, «anche vicini a Bersani», che nel tempo hanno caldeggiato questa ipotesi. Casini affonda anche sulla legge elettorale: se «Bersani e Grillo preferiscono il Porcellum lo spieghino e spieghino anche perché uno che prende il 30% dei voti dovrebbe poi avere il 50% dei seggi». Ragionamento che Bersani respinge con fermezza. Mentre lascia il teatro Eliseo per un’iniziativa organizzata da Left per raggiungere il Capranica, dove lo attendono i socialisti, si sfoga. «Ma come si fa a dire proprio a noi che vogliamo il Porcellum? Il Porcellum l’hanno fatto loro, noi vogliamo che cambi ma non possiamo accettare una legge elettorale che la sera del voto non è in grado di garantire governabilità». E non sarà certo il Monti bis, aggiunge, la soluzione. «Come fanno a immaginare che il prossimo Parlamento possa appoggiare un Monti bis? Ci saranno un centinaio di grillini, se è vero quello che dicono i sondaggi, e sette liste», spiega. Poi, sul palco, sottolinea: «Se qualcuno pensa che io possa fare un governo con Berlusconi e Fini ha sbagliato, se lo scordi».
Dal Pdl Fabrizio Cicchitto getta benzina sul fuoco: «L’attacco di Bersani a Casini è di singolare arroganza: sembra che abbia già la vittoria in tasca e si rivolga alle altre forze politiche con un taglio padronale». Ma i due leader a modo loro cercano di smussare le loro stesse dichiarazioni. Il segretario Pd: «Non sto chiedendo maggioranze a sbafo come dice Casini. Io sto chiedendo un ragionevole premio di governabilità al partito o alla coalizione che arriva prima, chiunque sia, per avere la sera delle elezioni un presidio di governabilità, altrimenti ci sarà lo tsunami e dopo sei mesi si tornerà al voto. Ma sono abbastanza fiducioso che Casini comprenderà».
Il leader Udc: «Noi siamo pronti anche ad una soluzione con il Pd, un premio del 10% al partito di maggioranza relativa. Ma se c’è chi non vuole le preferenze, chi vuole continuare a decidere tutto in 4-5 persone per ottenere con il 30% dei coti il 55% dei seggi, allora con tutto il rispetto per Bersani io dico che non sono d’accordo». Dalla Lega è Calderoli a rilanciare: «Formalizzerò lunedì una proposta di mediazione. Si abbassi al 40% la soglia al di sopra della quale far scattare il premio di maggioranza alla coalizione. Se la soglia non viene raggiunta da nessuno, al primo partito venga assegnato un premio di aggregabilità pari al 25% dei seggi ottenuti con il normale riparto proporzionale». Insomma, il primo partito potrebbe aumentare di un quarto la propria rappresentanza. Secco il no del Pd.
L’Unità 11.11.12
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Legge elettorale, duello Bersani-Casini “Morirai di tattica”. “Non siamo sudditi”, di GIOVANNA CASADIO
«Questa riforma elettorale sarebbe un golpe contro il movimento di Grillo? Casomai contro il Pd». Pier Luigi Bersani si mette di traverso sull’ultima versione anti-Porcellum. Lo dichiara anche: «O c’è un premio di governabilità del 10% netto, che è formalmente del 12,5% al partito o alla coalizione vincente, oppure ci mettiamo di traverso. Perché dietro c’è una logica furba e cioè “muoia Sansone con tutti i filistei” ». Non gli è piaciuto neppure un po’ quel blitz in commissione al Senato che ha riunito il fronte Udc-Pdl-Lega. Non lascerà passare una legge che consegna «l’Italia all’ingovernabilità», che rischia di «farci fare la fine della Grecia». Si sente tradito dal leader dell’Udc, Casini? Risponde: «Casini morirà di tattica. Dove vuole andare? Spero che anche lui alla fine metta la barra dritta». A Casini suona come uno schiaffo, e scoppia la grande lite.
I toni si alzano mano a mano che si va avanti nella giornata. Casini accomuna Bersani e Grillo e replica che se entrambi «vogliono il Porcellum lo dicano, ma bisogna mettere le carte in tavola in Parlamento e spiegare che è giusto che chi ha il 30% prenda il 55% dei seggi». Una soglia, ripete, è necessaria e lo è anche per la Corte costituzionale. «Noi non siamo stati sudditi di Berlusconi — contrattacca il leader dell’Udc — non vogliamo essere sudditi di Bersani, non siamo disposti a piegare la schiena». Intanto, dal teatro Eliseo dove Bersani partecipa alla kermesse di Left dell’Unità, ogni “affondo” del segretario democratico contro Casini è accolto da ovazioni, come quando avverte:
«Chi pensa che con questa riforma elettorale si arrivi al Monti-bis è da ricovero, ci sarebbe la palude. Se poi qualcuno pensa che mi metta a fare un governo con Berlusconi e Fini è fuori di testa…».
Quell’espressione “da ricovero” è altra benzina sul fuoco. Offensiva di Casini: «Se un Montibis è da ricovero allora anch’io sono da ricovero e con me molti del Pd che pensano a un Monti-bis». Ma nel crescendo dei “no” bersaniani — no alla Fornero in un futuro governo, no a larghe intese — resta l’invito a Monti: «Deve continuare a dare una mano al paese». Definisce il Professore «un liberale con qualche venatura da conservatore». Spiegherà poi, il segretario democratico: «In un futuro Parlamento, ci potrebbero essere 80-100 seggi ai grillini, e immaginare che in quel contesto ci siano una figura autorevole e una maggioranza coesa è illusorio… Sudditi gli udc e Casini? Ma quando mai, però devono decidere.
Io non voglio maggioranze a sbafo».
Il gelo tra Pd e Udc sarà messo alla prova dei fatti martedì in commissione al Senato, anche se gli sherpa si incontrano già domani. Calderoli, il leghista autore del Porcellum, annuncia una sua mediazione. Il Pd risponde: «Acqua fresca». Il Pdl approfitta dello scontro Pd-Udc per solidarizzare con Casini e dare addosso a Bersani definito da Cicchitto «arrogante e padronale». La speranza è sempre quella che Casini torni all’ovile della destra. Altolà di Vendola a regole che «truccano la partita: spero salti il tavolo». E Di Pietro incita a «un fronte comune contro il golpe». Per Bersani il problema serio è vincere il populismo sia di Grillo che di Berlusconi. Lancia a sorpresa — alla kermesse organizzata dal Psi di Nencini — la proposta di un referendum sull’Europa, se gli Stati uniti di Europa non decollano.
La Repubblica 11.11.12

"Quanto vale la luce in fondo al tunnel", di Eugenio Scalfari

La novità della giornata di ieri è una dichiarazione di Monti del tutto inattesa. Ha raccomandato di non perder tempo a discettare sulla futura “premiership” ma di discutere piuttosto sui contenuti e sulle riforme che si debbono ancora fare fino alle elezioni del prossimo aprile. Ancora una volta questa dichiarazione è in piena concordanza con quella di Mario Draghi nel discorso da lui pronunciato in occasione del compimento di un anno dalla sua nomina alla guida della Bce; anche Draghi ha battuto e ribattuto sul tasto delle riforme che sono a suo parere la sola via per rafforzare l’euro e portare fuori dalla crisi economica sia l’Europa sia l’intero Occidente.
La sortita di Monti è diretta ai partiti e all’intera classe dirigente italiana a cominciare dalle forze sociali. Ma a quali partiti in particolare si dirige il premier?
L’esortazione a non insistere sul tema della futura “premiership” riguarda soprattutto quelle parti politiche che fanno del Monti-bis un elemento primario della loro campagna elettorale: l’Udc di Casini, Montezemolo e tutti coloro che chiamano a raccolta i moderati. Monti non ha alcun interesse a diventare l’icona dei moderati i quali, comunque andranno le elezioni di aprile, non possono certo aspirare alla maggioranza assoluta nel Parlamento e neppure ad essere il primo dei partiti votati.
La seconda raccomandazione che riguarda i contenuti è rivolta a tutte le forze politiche della strana maggioranza che tuttora sostiene il governo ma principalmente al Pd di Bersani che – soprattutto nella sua ala vendoliana – si propone di smantellare la cosiddetta agenda Monti.
Questa intenzione è diventata la caratteristica principale di Vendola, di Fassina e della Camusso e viene sventolata sia nelle primarie del Pd sia nella campagna elettorale ormai in corso.
Ma è pura demagogia.
Lo scrivo e lo ripeto ormai da tempo: l’agenda Monti coincide perlomeno al novanta per cento con gli impegni che l’Italia ha contratto con l’Europa e in alcuni casi (per esempio il pareggio del bilancio) sono entrati a far parte della nostra Costituzione. Smantellarli significherebbe uscire dall’euro e quindi dall’Europa. A sostenerlo c’è soltanto Grillo e, quand’è di cattivo umore, Silvio Berlusconi. Quindi in questo caso purissima demagogia pre-elettorale.
Monti ha dunque ragione, bisogna parlare di contenuti e di riforme ancora da fare o da completare e poi di quello che dovrà essere il programma del nuovo governo che uscirà dalle urne elettorali.
* * *
Monti continua a segnalare una luce in fondo al tunnel e lo prendono per matto. La sua mattana sarebbe infatti contraddetta sia dalle previsioni dell’Istat sul Pil sia da quelle analoghe della Commissione di Bruxelles. Eppure – oltreché da Monti – quella luce in fondo al tunnel la vedono anche Draghi e il Fondo monetario internazionale. Come si spiega questo così netto contrasto di opinioni?
A parte una legittima differenza di punti di vista sull’andamento delle cose, c’è una cifra condivisa da tutti gli interlocutori di questo dibattito: l’andamento del Pil in Italia. Sarà del meno 2.4 o meno 2.3 quest’anno e meno 0.2 o addirittura in pareggio nel 2013. Il segno meno permane in tutti e due gli anni considerati ma tra l’uno e l’altro si registra un miglioramento di tre punti il che significa un aumento di circa 50 miliardi in cifre assolute. Non è molto ma neppure poco. Tre punti di Pil non sono una luce?
A me sembrano considerazioni elementari. Certo l’aumento del Pil non è il solo dato da considerare, bisogna infatti vedere da dove proviene. Un aumento degli investimenti? Un aumento delle esportazioni? Della produttività? Dei consumi? Dell’occupazione?
Non farei molto affidamento sui consumi, potrà semmai essere un effetto non una causa. Lo stesso vale per l’occupazione. Allo stato dei fatti le cause del miglioramento possono provenire dagli investimenti, dalle esportazioni, dalla produttività. Ed anche dai tassi di interesse delle banche e da una ripresa del credito.
Tutti questi elementi sono comunque condizionati da un recupero della fiducia e questo è un fattore che coinvolge l’intera Europa e anche gli Usa. La fiducia può essere paragonata al respiro del corpo d’una persona: se i suoi organi sono in grado di funzionare ma quel corpo non respira, la persona muore. Respirare non è una condizione sufficiente ma necessaria. La fiducia e quindi le aspettative sono la stessa cosa: insufficienti ma necessarie. La fiducia c’entra molto con la politica. Senza una buona politica la fiducia avrà molta difficoltà a manifestarsi.
* * *
Tra le tante cose buone (anche se impopolari per i sacrifici che hanno creato per molti) l’attuale governo ha compiuto numerosi errori. Politici.
Per esempio ha traccheggiato troppo a lungo sul tema degli esodati. Ha clamorosamente sbagliato quando tagliò i fondi per gli ammalati di Sla. Per l’accompagnamento degli invalidi. Alla fine la copertura è stata trovata, ma perché non prima ma solo dopo aver suscitato l’indignazione
dell’opinione pubblica?
Ha sbagliato sul pagamento dei crediti verso la pubblica amministrazione che ancora tarda a venire e sarà solo parziale. Ha sbagliato sulla legge per la corruzione. Ha sbagliato sui tagli alla pubblica istruzione e per ambedue questi punti dovrebbe assolutamente rimediare.
La politica è un’attività molto complessa. Si impara con l’esperienza ma presuppone anche una vocazione caratteriale. È difficile che un governo politico come tutti i governi ma composto solo di tecnici abbia una vocazione politica della necessaria intensità. I ministri con quella vocazione sono pochissimi: Fabrizio Barca, Corrado Passera, Andrea Riccardi. Anche il sottosegretario alla Presidenza Catricalà la vocazione ce l’ha ma di solito la mette al servizio d’una cattiva politica e questo è un guaio non da poco.
Monti quella vocazione ce l’ha ma le necessità di un’economia prossima al disastro come quella che ereditò un anno fa l’hanno inevitabilmente ingabbiata. Adesso può finalmente liberarla ed è tempo che lo faccia.
* * *
Molti elementi per una buona politica dipendono ora dalla legge elettorale. Su questa questione occorre ragionare con molta chiarezza.
L’Udc si è alleata con il Pdl e (perfino) con la Lega per uscire definitivamente dal Porcellum che avrebbe stritolato il Terzo Polo. Per Casini era dunque una questione di sopravvivenza e lo si può capire. Ma lui stesso era consapevole che, dopo questo primo passaggio, ce ne voleva un secondo che recuperasse la governabilità. Infatti è quanto dovrebbe avvenire nella definitiva e ultima riunione tra gli interessati prima del voto in aula.
Il compromesso consiste nel “premiolino” da attribuire alla coalizione che avrà più voti di tutte le altre, probabilmente il centrosinistra. Bersani vorrebbe un “premiolino” del 12 per cento, Casini e Pdl offrono l’8. Il compromesso sarà il 10 forse il Pdl non ci starà, ma Casini ci deve stare se la saggezza lo assisterà.
Col “premiolino” il centrosinistra, da Donadi a Vendola, può arrivare fino al 45 per cento, un consenso notevole che però non raggiunge la maggioranza assoluta per la quale, dopo le elezioni, il Centro si alleerà non come ruota di scorta ma come componente necessaria del futuro governo. Del resto che altro potrebbe fare?
Si deve ancora risolvere il problema della scelta dei parlamentari, il tema non presenta difficoltà politiche ma tecniche. In un modo o nell’altro dovranno risolverlo.
A questo punto si porrà il problema del Monti-bis e dell’agenda Monti. Di quest’ultima abbiamo già detto. Il primo si pone in questo modo: se Bersani è disponibile a cedere il passo a Monti, va benissimo; se non lo è dovrebbe quantomeno offrire a Monti il ministero dell’Economia e degli Affari europei. Penso che lo farà e a quel punto la palla passerebbe all’attuale premier.
È un declassamento? Formalmente forse, ma nella sostanza no. Del resto c’è un precedente illustre: Ciampi, dopo essere stato premier nel 1993, portò il Paese alle elezioni. Dopo qualche anno nacque il governo Prodi e a Ciampi fu offerto il ministero del Tesoro. Accettò e insieme portarono l’Italia nell’Eurozona nel momento stesso in cui nasceva la moneta comune. Fu la più grande delle riforme che sia stata fatta in Italia e in Europa. Alla caduta del governo Prodi, nel 1998, a Palazzo Chigi andò D’Alema che pose come condizione per accettare l’incarico la presenza di Ciampi che per la seconda volta accettò di servire il Paese. Poi, approvata la legge finanziaria, si dimise. Nel 1999 fu eletto al Quirinale quasi all’unanimità. Cito questo precedente perché Monti si è detto disponibile a servire ancora il Paese. Questo sarebbe un bel modo per darne un’altra dimostrazione.
Post scriptum.
Qualche parola sulla signora Polverni e le elezioni alla Regione Lazio. Quello che sta accadendo è semplicemente vergognoso.
La legge regionale del Lazio, unica tra tutte le Regioni, stabilisce che la data delle elezioni sia fissata dal presidente uscente e debba essere indetta entro 90 giorni dalle dimissioni del suddetto presidente. Il tempo scorre ma la Polverini, interpretando a sua modo la norma, si rifiuta di rispettarla e vuole che si voti in aprile insieme alle Politiche. Nel frattempo l’intero Consiglio regionale è dimissionario ma i suoi membri continuano a percepire lo stipendio e la Polverini sforna ogni giorno provvedimenti
a dir poco eccentrici, beneficia a destra e a manca, nomina persone amiche nelle aziende comunali, fonda nuove associazioni ed enti vari. Insomma prosegue lo sperpero che rese possibile il caso Fiorito e gli altri analoghi.
L’Avvocatura dello Stato, richiesta dal governo di un formale parere, lo ha dato ribadendo che le elezioni debbano avvenire entro il termine di 90 giorni dalle dimissioni del presidente ma la Polverini nel suo bunker in via della Pisana continua a dilapidare senza ritegno.
Il Movimento in difesa dei cittadini ha ricorso al Tar del Lazio affinché imponga all’Amazzone l’adempimento della norma. L’Amazzone dal canto suo ha arruolato in sua difesa un avvocato che è al tempo stesso segretario ministeriale di Catricalà che – vedi caso – sostiene l’ “election day” con le elezioni regionali in aprile insieme alle politiche. Il segretario di Catricalà si è dimesso dalla carica ministeriale nel momento in cui accettava di difendere la Polverini.
Ma perché Catricalà (e l’avvocato dell’Amazzone) vogliono le elezioni in aprile anziché subito come la norma prevede? Il motivo è evidente: Berlusconi (e Gianni Letta di cui Catricalà è comprovato sodale) non vogliono che la sicura sconfitta del centrodestra avvenga prima delle Politiche. Si vìola una norma? E chi se ne frega, ben altre ne furono violate.
Il governo dovrebbe esprimersi. Eventuali economie connesse con l’ “election day” in aprile non compensano la violazione di una norma così importante e sono ampiamente compensati in negativo dalla dissipazione di risorse in atto in via della Pisana.
Il ministro dell’Interno continua a dire che la competenza non è sua. Ciò non dovrebbe impedirle di proclamare chiaro e tondo che la norma è stata violata e va recuperata.
Il Tar ha esaminato il ricorso e farà sentenza martedì prossimo. È possibile che si lavi le mani come fece Ponzio Pilato. In quel caso la vergogna si estenderà anche ai giudici amministrativi e perfino – rincresce dirlo – alla signora Severino, sistematicamente prudente tutte le volte rischi di dispiacere a qualcuno ancora potente (vedi leggi sulla corruzione).
Questa non è economia, onorevole Monti, ma politica. Lei non ha dunque nessun vincolo salvo quello della sua coscienza. Confido che l’ascolti e la metta in atto.
La Repubblica 11.11.12

“Quanto vale la luce in fondo al tunnel”, di Eugenio Scalfari

La novità della giornata di ieri è una dichiarazione di Monti del tutto inattesa. Ha raccomandato di non perder tempo a discettare sulla futura “premiership” ma di discutere piuttosto sui contenuti e sulle riforme che si debbono ancora fare fino alle elezioni del prossimo aprile. Ancora una volta questa dichiarazione è in piena concordanza con quella di Mario Draghi nel discorso da lui pronunciato in occasione del compimento di un anno dalla sua nomina alla guida della Bce; anche Draghi ha battuto e ribattuto sul tasto delle riforme che sono a suo parere la sola via per rafforzare l’euro e portare fuori dalla crisi economica sia l’Europa sia l’intero Occidente.
La sortita di Monti è diretta ai partiti e all’intera classe dirigente italiana a cominciare dalle forze sociali. Ma a quali partiti in particolare si dirige il premier?
L’esortazione a non insistere sul tema della futura “premiership” riguarda soprattutto quelle parti politiche che fanno del Monti-bis un elemento primario della loro campagna elettorale: l’Udc di Casini, Montezemolo e tutti coloro che chiamano a raccolta i moderati. Monti non ha alcun interesse a diventare l’icona dei moderati i quali, comunque andranno le elezioni di aprile, non possono certo aspirare alla maggioranza assoluta nel Parlamento e neppure ad essere il primo dei partiti votati.
La seconda raccomandazione che riguarda i contenuti è rivolta a tutte le forze politiche della strana maggioranza che tuttora sostiene il governo ma principalmente al Pd di Bersani che – soprattutto nella sua ala vendoliana – si propone di smantellare la cosiddetta agenda Monti.
Questa intenzione è diventata la caratteristica principale di Vendola, di Fassina e della Camusso e viene sventolata sia nelle primarie del Pd sia nella campagna elettorale ormai in corso.
Ma è pura demagogia.
Lo scrivo e lo ripeto ormai da tempo: l’agenda Monti coincide perlomeno al novanta per cento con gli impegni che l’Italia ha contratto con l’Europa e in alcuni casi (per esempio il pareggio del bilancio) sono entrati a far parte della nostra Costituzione. Smantellarli significherebbe uscire dall’euro e quindi dall’Europa. A sostenerlo c’è soltanto Grillo e, quand’è di cattivo umore, Silvio Berlusconi. Quindi in questo caso purissima demagogia pre-elettorale.
Monti ha dunque ragione, bisogna parlare di contenuti e di riforme ancora da fare o da completare e poi di quello che dovrà essere il programma del nuovo governo che uscirà dalle urne elettorali.
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Monti continua a segnalare una luce in fondo al tunnel e lo prendono per matto. La sua mattana sarebbe infatti contraddetta sia dalle previsioni dell’Istat sul Pil sia da quelle analoghe della Commissione di Bruxelles. Eppure – oltreché da Monti – quella luce in fondo al tunnel la vedono anche Draghi e il Fondo monetario internazionale. Come si spiega questo così netto contrasto di opinioni?
A parte una legittima differenza di punti di vista sull’andamento delle cose, c’è una cifra condivisa da tutti gli interlocutori di questo dibattito: l’andamento del Pil in Italia. Sarà del meno 2.4 o meno 2.3 quest’anno e meno 0.2 o addirittura in pareggio nel 2013. Il segno meno permane in tutti e due gli anni considerati ma tra l’uno e l’altro si registra un miglioramento di tre punti il che significa un aumento di circa 50 miliardi in cifre assolute. Non è molto ma neppure poco. Tre punti di Pil non sono una luce?
A me sembrano considerazioni elementari. Certo l’aumento del Pil non è il solo dato da considerare, bisogna infatti vedere da dove proviene. Un aumento degli investimenti? Un aumento delle esportazioni? Della produttività? Dei consumi? Dell’occupazione?
Non farei molto affidamento sui consumi, potrà semmai essere un effetto non una causa. Lo stesso vale per l’occupazione. Allo stato dei fatti le cause del miglioramento possono provenire dagli investimenti, dalle esportazioni, dalla produttività. Ed anche dai tassi di interesse delle banche e da una ripresa del credito.
Tutti questi elementi sono comunque condizionati da un recupero della fiducia e questo è un fattore che coinvolge l’intera Europa e anche gli Usa. La fiducia può essere paragonata al respiro del corpo d’una persona: se i suoi organi sono in grado di funzionare ma quel corpo non respira, la persona muore. Respirare non è una condizione sufficiente ma necessaria. La fiducia e quindi le aspettative sono la stessa cosa: insufficienti ma necessarie. La fiducia c’entra molto con la politica. Senza una buona politica la fiducia avrà molta difficoltà a manifestarsi.
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Tra le tante cose buone (anche se impopolari per i sacrifici che hanno creato per molti) l’attuale governo ha compiuto numerosi errori. Politici.
Per esempio ha traccheggiato troppo a lungo sul tema degli esodati. Ha clamorosamente sbagliato quando tagliò i fondi per gli ammalati di Sla. Per l’accompagnamento degli invalidi. Alla fine la copertura è stata trovata, ma perché non prima ma solo dopo aver suscitato l’indignazione
dell’opinione pubblica?
Ha sbagliato sul pagamento dei crediti verso la pubblica amministrazione che ancora tarda a venire e sarà solo parziale. Ha sbagliato sulla legge per la corruzione. Ha sbagliato sui tagli alla pubblica istruzione e per ambedue questi punti dovrebbe assolutamente rimediare.
La politica è un’attività molto complessa. Si impara con l’esperienza ma presuppone anche una vocazione caratteriale. È difficile che un governo politico come tutti i governi ma composto solo di tecnici abbia una vocazione politica della necessaria intensità. I ministri con quella vocazione sono pochissimi: Fabrizio Barca, Corrado Passera, Andrea Riccardi. Anche il sottosegretario alla Presidenza Catricalà la vocazione ce l’ha ma di solito la mette al servizio d’una cattiva politica e questo è un guaio non da poco.
Monti quella vocazione ce l’ha ma le necessità di un’economia prossima al disastro come quella che ereditò un anno fa l’hanno inevitabilmente ingabbiata. Adesso può finalmente liberarla ed è tempo che lo faccia.
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Molti elementi per una buona politica dipendono ora dalla legge elettorale. Su questa questione occorre ragionare con molta chiarezza.
L’Udc si è alleata con il Pdl e (perfino) con la Lega per uscire definitivamente dal Porcellum che avrebbe stritolato il Terzo Polo. Per Casini era dunque una questione di sopravvivenza e lo si può capire. Ma lui stesso era consapevole che, dopo questo primo passaggio, ce ne voleva un secondo che recuperasse la governabilità. Infatti è quanto dovrebbe avvenire nella definitiva e ultima riunione tra gli interessati prima del voto in aula.
Il compromesso consiste nel “premiolino” da attribuire alla coalizione che avrà più voti di tutte le altre, probabilmente il centrosinistra. Bersani vorrebbe un “premiolino” del 12 per cento, Casini e Pdl offrono l’8. Il compromesso sarà il 10 forse il Pdl non ci starà, ma Casini ci deve stare se la saggezza lo assisterà.
Col “premiolino” il centrosinistra, da Donadi a Vendola, può arrivare fino al 45 per cento, un consenso notevole che però non raggiunge la maggioranza assoluta per la quale, dopo le elezioni, il Centro si alleerà non come ruota di scorta ma come componente necessaria del futuro governo. Del resto che altro potrebbe fare?
Si deve ancora risolvere il problema della scelta dei parlamentari, il tema non presenta difficoltà politiche ma tecniche. In un modo o nell’altro dovranno risolverlo.
A questo punto si porrà il problema del Monti-bis e dell’agenda Monti. Di quest’ultima abbiamo già detto. Il primo si pone in questo modo: se Bersani è disponibile a cedere il passo a Monti, va benissimo; se non lo è dovrebbe quantomeno offrire a Monti il ministero dell’Economia e degli Affari europei. Penso che lo farà e a quel punto la palla passerebbe all’attuale premier.
È un declassamento? Formalmente forse, ma nella sostanza no. Del resto c’è un precedente illustre: Ciampi, dopo essere stato premier nel 1993, portò il Paese alle elezioni. Dopo qualche anno nacque il governo Prodi e a Ciampi fu offerto il ministero del Tesoro. Accettò e insieme portarono l’Italia nell’Eurozona nel momento stesso in cui nasceva la moneta comune. Fu la più grande delle riforme che sia stata fatta in Italia e in Europa. Alla caduta del governo Prodi, nel 1998, a Palazzo Chigi andò D’Alema che pose come condizione per accettare l’incarico la presenza di Ciampi che per la seconda volta accettò di servire il Paese. Poi, approvata la legge finanziaria, si dimise. Nel 1999 fu eletto al Quirinale quasi all’unanimità. Cito questo precedente perché Monti si è detto disponibile a servire ancora il Paese. Questo sarebbe un bel modo per darne un’altra dimostrazione.
Post scriptum.
Qualche parola sulla signora Polverni e le elezioni alla Regione Lazio. Quello che sta accadendo è semplicemente vergognoso.
La legge regionale del Lazio, unica tra tutte le Regioni, stabilisce che la data delle elezioni sia fissata dal presidente uscente e debba essere indetta entro 90 giorni dalle dimissioni del suddetto presidente. Il tempo scorre ma la Polverini, interpretando a sua modo la norma, si rifiuta di rispettarla e vuole che si voti in aprile insieme alle Politiche. Nel frattempo l’intero Consiglio regionale è dimissionario ma i suoi membri continuano a percepire lo stipendio e la Polverini sforna ogni giorno provvedimenti
a dir poco eccentrici, beneficia a destra e a manca, nomina persone amiche nelle aziende comunali, fonda nuove associazioni ed enti vari. Insomma prosegue lo sperpero che rese possibile il caso Fiorito e gli altri analoghi.
L’Avvocatura dello Stato, richiesta dal governo di un formale parere, lo ha dato ribadendo che le elezioni debbano avvenire entro il termine di 90 giorni dalle dimissioni del presidente ma la Polverini nel suo bunker in via della Pisana continua a dilapidare senza ritegno.
Il Movimento in difesa dei cittadini ha ricorso al Tar del Lazio affinché imponga all’Amazzone l’adempimento della norma. L’Amazzone dal canto suo ha arruolato in sua difesa un avvocato che è al tempo stesso segretario ministeriale di Catricalà che – vedi caso – sostiene l’ “election day” con le elezioni regionali in aprile insieme alle politiche. Il segretario di Catricalà si è dimesso dalla carica ministeriale nel momento in cui accettava di difendere la Polverini.
Ma perché Catricalà (e l’avvocato dell’Amazzone) vogliono le elezioni in aprile anziché subito come la norma prevede? Il motivo è evidente: Berlusconi (e Gianni Letta di cui Catricalà è comprovato sodale) non vogliono che la sicura sconfitta del centrodestra avvenga prima delle Politiche. Si vìola una norma? E chi se ne frega, ben altre ne furono violate.
Il governo dovrebbe esprimersi. Eventuali economie connesse con l’ “election day” in aprile non compensano la violazione di una norma così importante e sono ampiamente compensati in negativo dalla dissipazione di risorse in atto in via della Pisana.
Il ministro dell’Interno continua a dire che la competenza non è sua. Ciò non dovrebbe impedirle di proclamare chiaro e tondo che la norma è stata violata e va recuperata.
Il Tar ha esaminato il ricorso e farà sentenza martedì prossimo. È possibile che si lavi le mani come fece Ponzio Pilato. In quel caso la vergogna si estenderà anche ai giudici amministrativi e perfino – rincresce dirlo – alla signora Severino, sistematicamente prudente tutte le volte rischi di dispiacere a qualcuno ancora potente (vedi leggi sulla corruzione).
Questa non è economia, onorevole Monti, ma politica. Lei non ha dunque nessun vincolo salvo quello della sua coscienza. Confido che l’ascolti e la metta in atto.
La Repubblica 11.11.12

"«Malala Day», un Milione di firme per le Bambine. Contro il divieto dei talebani allo studio", di Anna Meldolesi

Ha solo 15 anni Malala Yousafzai ed è ancora ricoverata, in via di guarigione, in un ospedale di Birmingham in Gran Bretagna. Il 9 ottobre degli uomini sono saliti sul pulmino che doveva riportarla a casa da scuola, nel Nord del Pakistan. Cercavano proprio lei, la ragazza che teneva il diario online. Quella che parlava con i giornalisti, raccontava la sua vita alle prese con la minaccia talebana, difendeva il diritto delle ragazze a studiare. Da quando le hanno sparato alla testa, ferendo anche due compagne, è passato un mese, ma nel mondo sono tanti coloro che non vogliono dimenticare. Decine di migliaia di persone hanno firmato una petizione che chiede di assegnare a lei il prossimo Nobel per la Pace. E l’ex premier britannico Gordon Brown, ora inviato speciale per l’educazione delle Nazioni Unite, oggi è a Islamabad per consegnare oltre un milione di firme al presidente Asif Ali Zardari. Il 10 novembre è il primo «Malala Day» e servirà a rilanciare gli sforzi internazionali per garantire un’istruzione a tutti e a tutte. Perché in Pakistan e nel mondo ci sono molte ragazze come Malala. Magari non hanno lo stesso coraggio, ma anche loro chiedono di poter studiare.
C’è un momento magico in cui un fatto traumatico apre uno spiraglio al cambiamento e le emozioni possono trasformarsi in azioni. Non bisogna lasciarlo scappare. Subito dopo l’attentato, la «Anna Frank pachistana» è stata celebrata dal suo popolo come la speranza della nazione. Ma c’è un’altra Malala che spinge per rubarle il posto nelle dicerie locali: l’amica degli americani, la ragazza che l’Occidente vuole strumentalizzare. Nelle zone tribali al confine con l’Afghanistan a dettar legge sono sempre i talebani. Dal 2003 a oggi hanno distrutto centinaia di scuole, hanno intimato via radio alle ragazze di starsene a casa, hanno costretto le più coraggiose a rischiare la vita per andare a lezione, con i libri nascosti sotto lo scialle. Nei fatti poco o nulla è cambiato, e invece tutto deve cambiare.
Nel mondo ci sono 61 milioni di bambini che non vanno alla scuola primaria, 32 milioni dei quali sono bambine. La forbice tra i sessi si allarga quando si avvicina la pubertà. In molti Paesi, a cominciare dal Pakistan rurale, l’adolescenza è il periodo in cui i maschi scoprono l’indipendenza e le femmine la perdono. Per gli uni il mondo si apre, per le altre si chiude. Si potrebbe dire, anzi, che l’adolescenza neppure esiste per molte ragazze: il giorno prima sei una bambina, il giorno dopo una sposa. Per questo, quando la scuola c’è, deve insegnare l’obbedienza. Se è lontana va abbandonata, perché minaccia la verginità. Se è un lusso, viene riservato ai figli maschi. È così che nel mondo ci sono altri 34 milioni di ragazze che non studiano e in 25.000 ogni giorno si sposano. Fanno 10 milioni di «spose bambine» in un anno, 100 milioni nel prossimo decennio se la tendenza non si dovesse invertire. Secondo l’Onu sarà impossibile garantire l’accesso universale all’istruzione primaria entro il 2015, come recitava il Goal numero 2 del Millennio. Questa sfida va rilanciata e proseguita con una nuova: garantire alle ragazze parità di accesso all’istruzione secondaria. La Banca mondiale ha calcolato che un anno di scuola per mille ragazze in Pakistan costerebbe 30.000 dollari in 15 anni e frutterebbe il triplo, perché farebbe calare il numero delle morti materne e infantili. Lo studio, per dirla con Amartya Sen, è il diritto a godere del piacere del ragionamento e della ricchezza del mondo. Ed è anche il migliore degli investimenti possibili.
Il Corriere della Sera 10.11.12

“«Malala Day», un Milione di firme per le Bambine. Contro il divieto dei talebani allo studio”, di Anna Meldolesi

Ha solo 15 anni Malala Yousafzai ed è ancora ricoverata, in via di guarigione, in un ospedale di Birmingham in Gran Bretagna. Il 9 ottobre degli uomini sono saliti sul pulmino che doveva riportarla a casa da scuola, nel Nord del Pakistan. Cercavano proprio lei, la ragazza che teneva il diario online. Quella che parlava con i giornalisti, raccontava la sua vita alle prese con la minaccia talebana, difendeva il diritto delle ragazze a studiare. Da quando le hanno sparato alla testa, ferendo anche due compagne, è passato un mese, ma nel mondo sono tanti coloro che non vogliono dimenticare. Decine di migliaia di persone hanno firmato una petizione che chiede di assegnare a lei il prossimo Nobel per la Pace. E l’ex premier britannico Gordon Brown, ora inviato speciale per l’educazione delle Nazioni Unite, oggi è a Islamabad per consegnare oltre un milione di firme al presidente Asif Ali Zardari. Il 10 novembre è il primo «Malala Day» e servirà a rilanciare gli sforzi internazionali per garantire un’istruzione a tutti e a tutte. Perché in Pakistan e nel mondo ci sono molte ragazze come Malala. Magari non hanno lo stesso coraggio, ma anche loro chiedono di poter studiare.
C’è un momento magico in cui un fatto traumatico apre uno spiraglio al cambiamento e le emozioni possono trasformarsi in azioni. Non bisogna lasciarlo scappare. Subito dopo l’attentato, la «Anna Frank pachistana» è stata celebrata dal suo popolo come la speranza della nazione. Ma c’è un’altra Malala che spinge per rubarle il posto nelle dicerie locali: l’amica degli americani, la ragazza che l’Occidente vuole strumentalizzare. Nelle zone tribali al confine con l’Afghanistan a dettar legge sono sempre i talebani. Dal 2003 a oggi hanno distrutto centinaia di scuole, hanno intimato via radio alle ragazze di starsene a casa, hanno costretto le più coraggiose a rischiare la vita per andare a lezione, con i libri nascosti sotto lo scialle. Nei fatti poco o nulla è cambiato, e invece tutto deve cambiare.
Nel mondo ci sono 61 milioni di bambini che non vanno alla scuola primaria, 32 milioni dei quali sono bambine. La forbice tra i sessi si allarga quando si avvicina la pubertà. In molti Paesi, a cominciare dal Pakistan rurale, l’adolescenza è il periodo in cui i maschi scoprono l’indipendenza e le femmine la perdono. Per gli uni il mondo si apre, per le altre si chiude. Si potrebbe dire, anzi, che l’adolescenza neppure esiste per molte ragazze: il giorno prima sei una bambina, il giorno dopo una sposa. Per questo, quando la scuola c’è, deve insegnare l’obbedienza. Se è lontana va abbandonata, perché minaccia la verginità. Se è un lusso, viene riservato ai figli maschi. È così che nel mondo ci sono altri 34 milioni di ragazze che non studiano e in 25.000 ogni giorno si sposano. Fanno 10 milioni di «spose bambine» in un anno, 100 milioni nel prossimo decennio se la tendenza non si dovesse invertire. Secondo l’Onu sarà impossibile garantire l’accesso universale all’istruzione primaria entro il 2015, come recitava il Goal numero 2 del Millennio. Questa sfida va rilanciata e proseguita con una nuova: garantire alle ragazze parità di accesso all’istruzione secondaria. La Banca mondiale ha calcolato che un anno di scuola per mille ragazze in Pakistan costerebbe 30.000 dollari in 15 anni e frutterebbe il triplo, perché farebbe calare il numero delle morti materne e infantili. Lo studio, per dirla con Amartya Sen, è il diritto a godere del piacere del ragionamento e della ricchezza del mondo. Ed è anche il migliore degli investimenti possibili.
Il Corriere della Sera 10.11.12

"Terremoto, dopo lo stop Ue accordo per aiuti all’Emilia" di Marco Mongiello

Bruxelles è arrivato il conto da pagare e tra governi e istituzioni comunitarie è scoppiata una rissa in cui non si guarda più in faccia a nessuno. Ieri Olanda, Finlandia, Germania, Svezia e Gran Bretagna hanno rifiutato di approvare le modifiche al bilancio di quest’anno dell’ Unione europea bloccando, tra le altre cose, i 670 milioni di euro di aiuti già assegnati per il terremoto all’Emilia Romagna e i 180 milioni di euro del programma Erasmus per mandare gli studenti all’estero.
La grana è stata rinviata alla riunione dei ministri delle Finanze dei 27 che si terrà martedì, con «l’accordo politico» per salvare i fondi per l’Emilia. Ma la giornata di ieri è stata di fatto il calcio di inizio della più ampia partita sul bilancio europeo per il periodo 2014-2020. Due settimane di negoziati senza esclusioni di colpi che dovrebbero culminare nel vertice dei capi di Stato e di governo del 22-23 novembre. Le dispute sul bilancio, con i relativi negoziati fino a notte fonda, sono un classico dell’Unione europea che va in scena ogni sette anni.
GLI INTRANSIGENTI
Questa volta però quattro anni di crisi economica e di tagli ai bilanci nazionali hanno avvelenato l’aria e reso più intransigenti i contributori netti, cioè quei Paesi che versano a Bruxelles più di quanto ricevono attraverso fondi e programmi comunitari. Ieri i governi dei 27, rappresentati nel Consiglio, dovevano concordare con Commissione ed Europarlamento le modifiche ai bilanci del 2012 e 2013. Per quest’anno la Commissione aveva proposto un correttivo per erogare i fondi all’Emilia Romagna e un altro di quasi 9 miliardi di euro in cui rientrano i soldi per l’Erasmus e i fondi strutturali, di cui l’Italia è il principale beneficiario con pagamenti attesi per 1,887 miliardi di euro. Che tirava una brutta aria si era capito già a inizio giornata quando Andreas Mavroyannis, il vice ministro per gli Affari europei della presidenza di turno cipriota, aveva ammonito: «Un fallimento rischia di avvelenare le trattative sul bilancio pluriennale 2014-2020».
Secondo i cinque Paesi contributori netti i 9 miliardi di euro mancanti devono uscire fuori dal bilancio comunitario già stanziato, tagliando altri capitoli. Il nuovo ministro delle Finanze olandese, il laburista Jeroen Dijsselbloem, era stato chiaro fin da subito: «Non aspettatevi alcuna flessibilità da parte mia. Noi abbiamo preso delle misure drastiche nei Paesi Bassi e non possiamo accettare che il bilancio europeo aumenti. La Commissione europea deve decidere le sue priorità e tagliare laddove è necessario». Nel braccio di ferro quindi sono finiti pure i soldi del fondo di solidarietà per il terremoto. L’ambasciatore italiano presso l’Ue Ferdinando Nelli Feroci, che ha condotto i negoziati aggiornando costantemente il governatore dell’ Emilia Romagna Vasco Errani, il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli e il presidente del Consiglio Mario Monti, ha spiegato che «tutti, e soprattutto la Commissione europea, la presidenza di turno cipriota del Consiglio Ue e il Parlamento europeo hanno sottolineato come i fondi per l’Emilia siano dovuti, e che una decisione in merito è necessaria e deve essere presa». Insomma, ha aggiunto, «non c’è un’opposizione, ma cinque o sei paesi hanno detto che la decisione sulle modalità del finanziamento di questi fondi deve venire assunta contestualmente a quella sull’altra rettifica del bilancio 2012, quella da 9 miliardi».
Le discussioni sul bilancio 2013 poi non sono neanche iniziate. I rappresen- tanti del Parlamento, tra cui l’eurodeputata Pd Francesca Balzani relatrice per il 2012, si sono rifiutati di continuare i negoziati prima di aver chiuso il capitolo sull’anno in corso. «Abbiamo deciso come Parlamento europeo di non trattare il bilancio 2013 se non saranno chiuse le partite del 2012, tra cui ovviamente la partita del fondo di solidarietà che non può essere messa sullo stesso piano delle altre», ha riferito Balzani. Quando a fine giornata il negoziato è stato rimandato a martedì i rappresentanti della Commissione si sono affrettati ad assicurare che sui fondi al terremoto c’è «un accordo politico», che però andrà finalizzato la settimana prossima.
«Abbiamo fatto quanto necessario per rispondere all’obbligo morale che abbiamo nei confronti dell’Italia e di chi ha subito i danni del terremoto», ha dichiarato il commissario Ue al Bilancio Janusz Lewandowski. Ma per il vicepresidente del Parlamento europeo, Gianni Pittella, il blocco dei finanziamenti europei destinati alla ricostruzione dell’ Emilia Romagna «è di inaudita gravità». Secondo l’eurodeputato Pd «gli egoismi e l’avarizia di alcuni Paesi si spingono fino al punto di scardinare due pilastri della Ue: prima con il progetto Erasmus, per il quale abbiamo reagito mettendolo al riparo, e ora mettendo in discussione la solidarietà alle popolazioni colpite dal terremoto». Adesso, ha concluso Pittella, «occorre fermare il virus delle convenienze nazionali e ridare all’Europa un’anima fatta di solidarietà e di coesione. Senza di esse tutto va in frantumi e i danni saranno di tutti».
L’Unità 10.11.12
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“Un pericoloso corto circuito”, di STEFANO LEPRI
L’Europa piacerà sempre meno a quelli che dovrebbero essere i suoi cittadini, se continuerà a funzionare in modo tanto contorto. Forse il no ai fondi per l’Emilia terremotata era soltanto una mossa tattica all’interno di un arcano mercanteggiamento.
Ma diventa sempre più difficile spiegare alla gente che cosa accade; anche perché, altre volte, il diniego di solidarietà da parte di alcuni Paesi c’è davvero.
Tutto il negoziato sul bilancio dell’Unione europea si trascina a sussulti di intricatissimi do ut des tra burocrazie nazionali, capaci di annoiare pressoché chiunque. Dentro ci sono problemi veri, come la posizione della Gran Bretagna, come il rapporto tra l’Unione a 27 (presto 28), e l’area euro avviata a integrarsi di più se vuole sopravvivere; problemi che a nessun governo al momento conviene evidenziare come tali.
Solo una piccola quota del denaro dei cittadini viene spesa dall’Unione, il cui bilancio totale è circa un sesto di quello del solo Stato italiano; e va ricordato (specie al Nord del continente) che il nostro Paese versa assai più di quanto riceva. Comunque sia, non si può più decidere così quali sono le priorità, in negoziati dove perlopiù i diplomatici si destreggiano a cercare compromessi tra differenti misture nazionali di interessi costituiti.
Pezzo a pezzo, negli anni, si è costruita una struttura che spesso per funzionare richiede di dire una cosa per farne un’altra. Ad esempio la Commissione di Bruxelles sa benissimo che ulteriori dosi di austerità non sarebbero tollerabili, ma è costretta a fare la faccia feroce per evitare che i politici di certi Paesi ritornino ai vecchi vizi. Il recente richiamo all’Italia, sugli impegni anche dopo il 2013, è rivolto a chi vincerà le elezioni; quando perfino il governo tecnico ha qualche difficoltà a centrare l’obiettivo 2012 (i dati sui conti del Tesoro in ottobre non sono granché buoni).
Tutto questo andrebbe ripensato alla radice. Certe menzogne demagogiche contro l’Europa – strumento del sopruso di alcuni Paesi, veicolo di spietati progetti oppressivi, o altro a seconda dei gusti – sono possibili grazie all’oscurità del disegno di insieme. E se il Parlamento europeo continuerà ad avere poteri tanto scarsi, come convinceremo nel 2014 gli elettori ad andare alle urne? Che autorità ha un governo (la Commissione di Bruxelles) in cui non solo la scelta dei membri, ma anche parte dell’articolazione dei dicasteri, derivano da faticose alchimie di vertice tra Stati?
Solo con poteri chiaramente attribuiti, trasparenti, legittimati, l’Europa può riconquistare fiducia. Il guaio è che oggi siamo di fronte a un corto circuito pericoloso. La Germania chiede passi avanti verso l’unione politica perché solo una effettiva cessione di sovranità da parte degli Stati può permettere più solidarietà tra le nazioni. La Francia ribatte che solo una crescente solidarietà da subito può invogliare alla cessione di sovranità. I due governi hanno a che fare con elettorati in modo diverso riluttanti.
E’ normale che i cittadini di diversi Paesi abbiano priorità differenti. Quello che non si può più fare è affidare il compito di conciliarle soltanto ai rapporti di vertice tra governi o, peggio, a un equivalente diplomatico del mercato delle vacche. Occorre un’arena pubblica in cui chi desidera rappresentare i cittadini si misuri con la necessità di spiegarsi a nazioni diverse, e presenti programmi capaci di essere intesi in tutte le lingue. Già da adesso, in vista del rinnovo del Parlamento europeo nel 2014, non basta che i partiti di ciascun Paese competano su come meglio rappresentare quel Paese a Strasburgo; servono liste europee in gara per esprimere sulla scala dell’Unione le idee di ogni parte politica.
La Stampa 10.11.12