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"L'Europa gela l'Italia: è recessione profonda", di Marco Zatterin

Il giudizio dell’Europa sui conti pubblici italiani rispetta le attese, l’anno venturo il saldo strutturale sarà in sostanziale equilibrio, però si avverte che «il consolidamento del bilancio continua solo sino al 2013». Nelle sue previsioni autunnali, la Commissione Ue ammette di non vedere chiaro a partire dal 2014, anno di crescita debole (soprattutto in relazione agli altri paesi Ue), di finanza pubblica «preoccupante» e di mercato del lavoro prossimo al dramma. E’ quest’ultimo il problema. Su spese e entrare si può ancora trovare un compromesso. Sui 250 mila posti che perderemo nei prossimi due anni e sui senza lavoro che arriveranno all’11,8% c’è poco da parlare. Servono i fatti per ridare la speranza.
Il titolo del documento racconta un’Europa che «naviga in acque tempestose». Lo scenario a breve termine, scrivono i servizi del commissario all’Economia, Olli Rehn, si presenta «fragile». Bruxelles rivede al ribasso la stima di crescita del Pil dell’Eurozona per il 2012 (a -0,4%) e lascia invariata il 2013 (0,1%); nel 2014, balzo auspicato all’1,4. Distonica l’Italia. Peccato. Si prevede che il pil in contrazione del 2,3% quest’anno, del 0,5% nel 2013, per tornare positivo (0,8%) nel 2014, sempre in assenza di nuove politiche. I dati del prossimo biennio sono peggiori di quelli indicati da Palazzo Chigi: Roma crescerà come la Spagna e meno dell’Irlanda.
I tedeschi fanno la locomotiva. Crescita del 2% nel 2014 e disoccupazione al 5,5, oltre il doppio e oltre la metà dei nostri dati. Nonostante ciò, l’andamento della Germania crea inquietudine al presidente della Bce, Mario Draghi, che (scrive l’Ansa) ha detto a Francoforte che «l’economia tedesca inizia a risentire dell’impatto della crisi del debito in Europa». Nei numeri nella Commissione la minaccia non traspare. «La domanda resta elevata nonostante l’ambiente incerto», scrivono i tecnici di Rehn.
La ripresa dipenderà molto dalla Germania, oltre che «dalla capacità di tutti di insistere con le riforme e di continuare nel consolidamento», giura Rehn. Un po’ di crescita si avrà già a fine 2013, il resto dopo. La ripresa del mercato del lavoro sarà lenta. L’Europa brucerà 730 mila posti di lavoro prima che il ciclo torni positivo: 11 persone su 100 saranno a braccia incrociate fra poco più di dodici mesi. Soprattutto tra i giovani. «Si rischia di perdere una generazione», avverte la Commissione.
Il quadro non aiuta l’Italia. «L’incertezza e la liquidità stretta ritardano la ripresa», riassume Bruxelles. C’è moderata soddisfazione per l’aggiustamento strutturale di oltre 2,25 punti effettuato nel 2012, cosa che mette sulla rotta per un disavanzo strutturarle dello 0,4% del pil nel 2013 (il governo ha promesso il pareggio, ma Bruxelles non protesterà). Nel 2014 «la spesa comincerà ad aumentare ad un ritmo più rapido», anche «in funzione della fine della deindicizzazione delle pensioni d’oro». Il disavanzo strutturale 2014 è visto allo 0,8% del pil, sei decimi di punto oltre il riferimento italiano. Si manifesta una divergenza contabile. Rehn ritiene che raggiungeremo una posizione vicina al pareggio strutturale nel 2013 «purché siano attuate pienamente le misure decise l’anno scorso e quest’anno; è importante mantenere l’equilibrio».
Il rallentamento della riduzione del debito «è fonte di preoccupazione, soprattutto alla luce di prospettive di crescita modeste». Bruxelles non computa le privatizzazioni, «gli introiti non sono stati svelati». Si richiede una disposizione ad interventi correttivi che rischiano d’essere necessari. Un’altra stangata, insomma. Nel 2012-13 «le ore di lavoro cadranno», colpa della competitività che manca. Nel 2014 quasi tutti saranno ripresi. Noi saremmo indietro. Nonostante le riforme che Bruxelles ha dimostrato di apprezzare.
La Stampa 08.11.12

“L’Europa gela l’Italia: è recessione profonda”, di Marco Zatterin

Il giudizio dell’Europa sui conti pubblici italiani rispetta le attese, l’anno venturo il saldo strutturale sarà in sostanziale equilibrio, però si avverte che «il consolidamento del bilancio continua solo sino al 2013». Nelle sue previsioni autunnali, la Commissione Ue ammette di non vedere chiaro a partire dal 2014, anno di crescita debole (soprattutto in relazione agli altri paesi Ue), di finanza pubblica «preoccupante» e di mercato del lavoro prossimo al dramma. E’ quest’ultimo il problema. Su spese e entrare si può ancora trovare un compromesso. Sui 250 mila posti che perderemo nei prossimi due anni e sui senza lavoro che arriveranno all’11,8% c’è poco da parlare. Servono i fatti per ridare la speranza.
Il titolo del documento racconta un’Europa che «naviga in acque tempestose». Lo scenario a breve termine, scrivono i servizi del commissario all’Economia, Olli Rehn, si presenta «fragile». Bruxelles rivede al ribasso la stima di crescita del Pil dell’Eurozona per il 2012 (a -0,4%) e lascia invariata il 2013 (0,1%); nel 2014, balzo auspicato all’1,4. Distonica l’Italia. Peccato. Si prevede che il pil in contrazione del 2,3% quest’anno, del 0,5% nel 2013, per tornare positivo (0,8%) nel 2014, sempre in assenza di nuove politiche. I dati del prossimo biennio sono peggiori di quelli indicati da Palazzo Chigi: Roma crescerà come la Spagna e meno dell’Irlanda.
I tedeschi fanno la locomotiva. Crescita del 2% nel 2014 e disoccupazione al 5,5, oltre il doppio e oltre la metà dei nostri dati. Nonostante ciò, l’andamento della Germania crea inquietudine al presidente della Bce, Mario Draghi, che (scrive l’Ansa) ha detto a Francoforte che «l’economia tedesca inizia a risentire dell’impatto della crisi del debito in Europa». Nei numeri nella Commissione la minaccia non traspare. «La domanda resta elevata nonostante l’ambiente incerto», scrivono i tecnici di Rehn.
La ripresa dipenderà molto dalla Germania, oltre che «dalla capacità di tutti di insistere con le riforme e di continuare nel consolidamento», giura Rehn. Un po’ di crescita si avrà già a fine 2013, il resto dopo. La ripresa del mercato del lavoro sarà lenta. L’Europa brucerà 730 mila posti di lavoro prima che il ciclo torni positivo: 11 persone su 100 saranno a braccia incrociate fra poco più di dodici mesi. Soprattutto tra i giovani. «Si rischia di perdere una generazione», avverte la Commissione.
Il quadro non aiuta l’Italia. «L’incertezza e la liquidità stretta ritardano la ripresa», riassume Bruxelles. C’è moderata soddisfazione per l’aggiustamento strutturale di oltre 2,25 punti effettuato nel 2012, cosa che mette sulla rotta per un disavanzo strutturarle dello 0,4% del pil nel 2013 (il governo ha promesso il pareggio, ma Bruxelles non protesterà). Nel 2014 «la spesa comincerà ad aumentare ad un ritmo più rapido», anche «in funzione della fine della deindicizzazione delle pensioni d’oro». Il disavanzo strutturale 2014 è visto allo 0,8% del pil, sei decimi di punto oltre il riferimento italiano. Si manifesta una divergenza contabile. Rehn ritiene che raggiungeremo una posizione vicina al pareggio strutturale nel 2013 «purché siano attuate pienamente le misure decise l’anno scorso e quest’anno; è importante mantenere l’equilibrio».
Il rallentamento della riduzione del debito «è fonte di preoccupazione, soprattutto alla luce di prospettive di crescita modeste». Bruxelles non computa le privatizzazioni, «gli introiti non sono stati svelati». Si richiede una disposizione ad interventi correttivi che rischiano d’essere necessari. Un’altra stangata, insomma. Nel 2012-13 «le ore di lavoro cadranno», colpa della competitività che manca. Nel 2014 quasi tutti saranno ripresi. Noi saremmo indietro. Nonostante le riforme che Bruxelles ha dimostrato di apprezzare.
La Stampa 08.11.12

"L’idea della cittadinanza come nuova frontiera dell’educazione" di Antonio Valentino

Sempre più in tanti ritengono che l’idea guida di una nuova e moderna cittadinanza debba essere messa in primo piano, se, nell’era del web, si vuole recuperare senso, valore e autorevolezza ai sistemi formativi – e quindi alle Scuole, alle Università, alla Ricerca –. Scossi in profondità dalle grandi rivoluzioni scientifiche e tecnologiche della nostra epoca e piegati dalla sfibrante crisi economica e finanziaria di quest’ultima fase.
Ovviamente, nell’era della globalizzazione, l’idea di cittadinanza va declinata in termini molto più ampi rispetto a solo pochi decenni fa.
Oggi si parla addirittura di cittadinanza planetaria. Che è un’idea molto meno remota nell’era del web, della globalizzazione e delle identità plurime. Ed è prospettiva a cui lavorare, cercando ovviamente di trovare risposte praticabili ai non pochi interrogativi che ne scaturiscono.
Li ha precisati da par suo Jerome Bruner nel volume Feltrinelli La Cultura dell’Educazione, alla quale rimando, che richiama soprattutto come una cittadinanza planetaria “non sostituisce quelle tradizionali, ma le accompagna e le integra”.
Già oggi queste nuove forme appaiono molto di più di una vaga esigenza da rinviare al futuro. E questo perché, a fianco dell’ obiettivo di creare cittadini dai linguaggi relativamente omogenei, proprio di uno stato nazionale dall’identità ben definita, “ora si fanno strada nuove forme di cittadinanza in cui la multiculturalità è nei fatti prima ancora che nei progetti, in cui le esperienze in rete aumentano la varietà delle aspettative”.
Comunque, compito certamente complesso; e non solo perché richiede una riflessione su affinità e differenze, ma anche perché è chiamato a misurarsi, come suggerisce sempre Bruner, con domande difficili del tipo: esiste un nucleo di saperi condivisibili dai membri della specie umana? Esiste un nucleo etico? Può essere esplicitato? Come può eventualemnete essere trasmesso? E come?
Non sono interrogatovi che si possono evitare. Se l’obiettivo è educare al futuro del cittadino planetario, allora diventa prioritario il compito di “esplicitare e affrontare la sua condizione evolutiva e planetaria”.
L’immagine che si può trarre da quella lettura dello studioso statutinense– almeno ciò che ne ho tratto io – è quella di cittadinanza come nucleo di cerchi concentrici (ciascun cerchio corrisponde alle identità e alle appartenenze possibili) del quale tre sono soprattutto gli elementi costitutivi e connotanti: la cultura, le competenze e la responsabilità/solidarietà.
L’idea di cittadinanza nella nostra scuola
L’idea di cittadinanza è entrata solo recentemente, come si sa, nella nostra scuola come idea diffusa e definita e come concreta finalità formativa.
Chiaramente è sempre esistita nei programmi di studio in quanto finalizzati a creare una identità culturale e senso di appartenenza, attraverso identiche letture, comuni pratiche didattiche, contenuti disciplinari omogenei.
Oggi, nella nostra scuola, l’idea di cittadinanza è legata soprattutto – nei settori più consapevoli dei tra i nostri docenti più consapevoli – alle competenze chiave che, attraverso la Raccomandazione del 2006 del Consiglio Europeo – relativa alle Competenze Chiave per l’apprendimento permanente e quindi alle questioni di una cittadinanza attiva e responsabile -, sono entrate per la prima volta nei nostri Ordinamenti con il nuovo biennio riformato (2007) – Ministro Fioroni – e nelle Indicazioni nazionali del Primo ciclo subito dopo.
Per un cittadino colto, competente, responsabile
Al centro quindi di una nuova paideia, la formazione di un cittadino colto, competente, responsabile. E un’idea di educazione – lo dico ovviamente in termini molto semplificati – che contribuisca all’auto-formazione (sottolineo la prima parte di questa parola composta e la forte valenza sociale ed educativa del termine) del cittadino e insegni a diventare cittadini.
La cittadinanza, ha quindi senso, valore e credibilità in quanto si alimenta di cultura e di competenze e responsabilità .
La nozione che più intriga, perché ‘ingrediente’ fondamentale, è certamente quella di
cultura da considerare essenzialmente “come cassetta degli attrezzi di tecniche e di procedure per capire e gestire il proprio mondo” come ci ricorda Morin – citando alcuni antropogi – in La testa ben fatta.
Negli ‘attrezzi’ io metterei anche – e ben in evidenza – l’insieme circoscritto di mappe cognitive attraverso cui non solo ‘organizzare le conoscenze’, ma anche ‘interpretare e utilizzare contenuti, competenze e saperi che accompagneranno la persona-cittadino nella sua vita umana e professionale’(Ceruti – Bocchi).
La cultura – vale la pena richiamare e sottolinearne il valore e la forza orientativa della nozione – è sì creazione dell’uomo, ma “la cultura plasma anche la mente che senza cultura non potrebbe esistere: imparare, parlare immaginare si realizzano secondo caratteristiche che sono proprie della cultura di cui si è partecipi”. (Ancora Morin, nel libro citato).
La competenza è qui nel senso di risultato dell’incontro (rapporto) dinamico tra saperi – know how – fare/realizzare, per affrontare problemi di un determinato campo e tentarne soluzioni.
In questi termini è declinata nella Raccomandazione del 2008 della Commissione Europea , relativa al Quadro europeo delle competenze (anche se, in quella definizione, la dinamicità del rapporto conoscenze / abilità / competenze non è ben esplicitato. Almeno così sembra a molti e a me tra gli questi.)
Responsabilità. Si registra oggi – basta guardarsi intorno – una sorta di indebolimento del senso di responsabilità (al massimo si è responsabili solo del proprio compito specializzato) e del senso di solidarietà (al massimo, si percepisce, quando lo si percepisce, solo il legame con la propria città e i propri concittadini).
Ne è spia il deficit democratico crescente che porta a delegare la soluzione dei problemi vitali solo e unicamente agli esperti e ai tecnici.
Mi piace qui associare la nozione di “cittadino responsabile” all’idea di “ persona esigente” e ricordare un passaggio di Marc Augé in Che fine ha fatto il futuro dove si afferma -cito a memoria- che “un popolo, una comunità che perde / offusca un’idea esigente di sé, è destinata ad un rapido declino”.
La formazione del cittadino: metodi e modelli per una pratica didattica coerente
Possono risultare utili, a questo punto, alcune annotazioni su insegnamento e apprendimento, e le loro possibili connessioni conl’idea di cittadinanza.
A premessa, mi piace riproporre una considerazione di Bruner:
“L’intima natura dell’insegnamento e dell’apprendimento scolastico è [oggi] trascurata perché c’è stato un interesse esclusivo per le prestazioni e la valutazione che ha portato a trascurare i mezzi con cui insegnanti e studenti fanno il loro mestiere nella classe reale, come i docenti insegnano e i ragazzi imparano. La stranezza è che questo è stato il periodo, gli ultimi decenni, in cui hanno fatto più progressi gli studi su insegnamento e apprendimento”.
L’accanimento su valutazione e performance – che da diversi anni monopolizza il dibattito sulla cultura professionale del docente e sul funzionamento delle scuole – non aiuta certo a concentrarsi sulle modalità, gli strumenti e gli ambienti dell’apprendimento scolastico e quindi a favorire motivazione e coinvolgimento.
Ovviamente non è in discussione il valore della valutazione nelle sue varie forme e le sue diverse finalità. Si vuole soprattutto mettere in guardia contro un uso ossessivo e fuorviante della stessa.
E’ da rimettere in primo piano – ed è la prima annotazione – la rilevanza di alcune metodologie di lavoro che forse più di altre sono funzionali all’auto-formazione di un cittadino nell’era della globalizzazione.
Per esempio:
il ‘metodo socratico’. O il ‘modello narrativo’. O l’approccio della reciprocità’. Il primo intriga soprattutto per l’importanza attribuita al ragionamento, all’attività intellettuale individuale, all’introspezione come antidoto ad una educazione che punta a costruire soggetti passivi (gli yes men che la cultura del profitto privilegia).
Passivi come cittadini e attivi come consumatori – avrebbe detto Pasolini.
Il metodo socratico, laddove è stato oppotunamente sperimentato, ha costituito una pratica didattica ad alto valore sociale, importante per ogni democrazia, ma soprattutto per le società che devono fare i conti con la presenza di persone diverse per etnia e religione.
Sappiamo che il metodo socratico – poco frequentato nelle nostre aule anche liceali – ha attraversato il pensiero pedagogico di tanti studiosi importanti (Rousseau, Frobel, Pestalozzi, Mann, Dewey, Montessori, Tagore …): il che suona conferma della vitalità di una tradizione che utilizza i valori ad esso sottesi per formare un tipo di cittadino attivo, critico, curioso, capace di resistere a pressioni ingiustificate, responsabile verso la comunità di cui fa parte.
Del modello narrativo vorrei soprattutto mettere in evidenza un aspetto spesso trascurato nella pratica didattica: l’attenzione alla comprensione, e non solo alla spiegazione dei fenomeni e delle vicende che attraversano la storia e la vita dell’uomo; ma anche la laicità dell’approccio che valorizza l’interpretazione e quindi la pluralità dei punti di vista.
Della pedagogia della reciprocità – che pure richiederebbe precisazioni per non risultare svilente – appassiona invece la scelta (non casuale) di puntare sull’apprendimento collaborativo e sul dialogo e di guardare allo studente non come ad un recipiente vuoto, ma a un ‘qualcuno’ capace di ragionare, di fare senso, sia per conto proprio sia attraverso il dialogo e la collaborazione con gli altri.
Formazione del cittadino e unitarietà del sapere
Ma la principale rivoluzione dell’insegnamento penso debba consistere nel ridare dignità culturale ai saperi disciplinari (senso, valore, natura) e soprattutto nel dare unitarietà ai saperi, superando le storiche divisioni tra discipline scientifiche e umanistiche e, in prima battuta, delle discipline all’interno della stessa area.
Le discipline sono senza dubbio giustificate intellettualmente, ma a condizione che mantengano un campo visivo che riconosca e concepisca l’esistenza delle interconnessioni e non occultino la visione complessiva della realtà (Bruner).
Interessante e convincente al riguardo la risposta di Morin, in La testa ben fatta, alla domanda: “A cosa mira l’insegnamento nell’epoca della complessità”:
– “Promuovere una attitudine generale a porre e trattare problemi
– “Collegare i saperi e di dare loro senso ed evitare la sterile accumulazione. Il nostro insegnamento ha privilegiato [finora] la separazione. Contestualizzare e globalizzare i saperi è un imperativo dell’educazione”.
L’utopia dell’educazione
Concludo con alcune suggestioni sull’utopia dell’educazione tratte da pagine diverse di M. Augé, a cui ho solo premesso dei titoletti.
Veramente sono più che suggestioni. Per alcuni versi mi sembrano delle importanti e addirittura utili direzioni di lavoro.
Riformista nel metodo, radicale nel progetto
“Un’utopia dell’educazione, contrariamente a quelle che l’hanno preceduta può definire selettivamente i suoi luoghi e progressivamente le sue tappe. Può essere riformista nel metodo, pur restando radicale come progetto. …”
Le solite barriere
“…sono costituite da conservatorismo istituzionale, argomentazioni economiche, scetticismo. Ciò nonostante, in questo campo [nel campo dell’istruzione, formazione e ricerca], qualsiasi iniziativa locale, puntuale, può essere considerata un passo nella direzione giusta, non come il tradimento di un ideale.”
Un’educazione per tutti
“Se pensiamo che “l’avvenire del pianeta non può prospettarsi come l’avvenire di un’élite più o meno ristretta ….l’utopia da costruire e realizzare, quella che può orientare tanto il tipo di scienza quanto gli osservatori del sociale, gli artisti, i gestori dell’economia, è dunque l’utopia di un’educazione per tutti, indispensabile per la scienza come per la società….”.
La rivoluzione sociale dell’insegnamento
“Quanti si preoccupano professionalmente della ricerca e dell’insegnamento devono tener presente che il progresso scientifico dipende in larga misura dalla rivoluzione sociale dell’insegnamento”.
Una ragionevole scommessa
“Un’utopia del sapere può essere definita solo come un’utopia pratica e riformista…
Una ragionevole scommessa….: il giorno in cui sacrificheremo tutto al sapere, avremo in cambio ricchezza e giustizia”.
Però!
ScuolaOggi 08.11.12

“L’idea della cittadinanza come nuova frontiera dell’educazione” di Antonio Valentino

Sempre più in tanti ritengono che l’idea guida di una nuova e moderna cittadinanza debba essere messa in primo piano, se, nell’era del web, si vuole recuperare senso, valore e autorevolezza ai sistemi formativi – e quindi alle Scuole, alle Università, alla Ricerca –. Scossi in profondità dalle grandi rivoluzioni scientifiche e tecnologiche della nostra epoca e piegati dalla sfibrante crisi economica e finanziaria di quest’ultima fase.
Ovviamente, nell’era della globalizzazione, l’idea di cittadinanza va declinata in termini molto più ampi rispetto a solo pochi decenni fa.
Oggi si parla addirittura di cittadinanza planetaria. Che è un’idea molto meno remota nell’era del web, della globalizzazione e delle identità plurime. Ed è prospettiva a cui lavorare, cercando ovviamente di trovare risposte praticabili ai non pochi interrogativi che ne scaturiscono.
Li ha precisati da par suo Jerome Bruner nel volume Feltrinelli La Cultura dell’Educazione, alla quale rimando, che richiama soprattutto come una cittadinanza planetaria “non sostituisce quelle tradizionali, ma le accompagna e le integra”.
Già oggi queste nuove forme appaiono molto di più di una vaga esigenza da rinviare al futuro. E questo perché, a fianco dell’ obiettivo di creare cittadini dai linguaggi relativamente omogenei, proprio di uno stato nazionale dall’identità ben definita, “ora si fanno strada nuove forme di cittadinanza in cui la multiculturalità è nei fatti prima ancora che nei progetti, in cui le esperienze in rete aumentano la varietà delle aspettative”.
Comunque, compito certamente complesso; e non solo perché richiede una riflessione su affinità e differenze, ma anche perché è chiamato a misurarsi, come suggerisce sempre Bruner, con domande difficili del tipo: esiste un nucleo di saperi condivisibili dai membri della specie umana? Esiste un nucleo etico? Può essere esplicitato? Come può eventualemnete essere trasmesso? E come?
Non sono interrogatovi che si possono evitare. Se l’obiettivo è educare al futuro del cittadino planetario, allora diventa prioritario il compito di “esplicitare e affrontare la sua condizione evolutiva e planetaria”.
L’immagine che si può trarre da quella lettura dello studioso statutinense– almeno ciò che ne ho tratto io – è quella di cittadinanza come nucleo di cerchi concentrici (ciascun cerchio corrisponde alle identità e alle appartenenze possibili) del quale tre sono soprattutto gli elementi costitutivi e connotanti: la cultura, le competenze e la responsabilità/solidarietà.
L’idea di cittadinanza nella nostra scuola
L’idea di cittadinanza è entrata solo recentemente, come si sa, nella nostra scuola come idea diffusa e definita e come concreta finalità formativa.
Chiaramente è sempre esistita nei programmi di studio in quanto finalizzati a creare una identità culturale e senso di appartenenza, attraverso identiche letture, comuni pratiche didattiche, contenuti disciplinari omogenei.
Oggi, nella nostra scuola, l’idea di cittadinanza è legata soprattutto – nei settori più consapevoli dei tra i nostri docenti più consapevoli – alle competenze chiave che, attraverso la Raccomandazione del 2006 del Consiglio Europeo – relativa alle Competenze Chiave per l’apprendimento permanente e quindi alle questioni di una cittadinanza attiva e responsabile -, sono entrate per la prima volta nei nostri Ordinamenti con il nuovo biennio riformato (2007) – Ministro Fioroni – e nelle Indicazioni nazionali del Primo ciclo subito dopo.
Per un cittadino colto, competente, responsabile
Al centro quindi di una nuova paideia, la formazione di un cittadino colto, competente, responsabile. E un’idea di educazione – lo dico ovviamente in termini molto semplificati – che contribuisca all’auto-formazione (sottolineo la prima parte di questa parola composta e la forte valenza sociale ed educativa del termine) del cittadino e insegni a diventare cittadini.
La cittadinanza, ha quindi senso, valore e credibilità in quanto si alimenta di cultura e di competenze e responsabilità .
La nozione che più intriga, perché ‘ingrediente’ fondamentale, è certamente quella di
cultura da considerare essenzialmente “come cassetta degli attrezzi di tecniche e di procedure per capire e gestire il proprio mondo” come ci ricorda Morin – citando alcuni antropogi – in La testa ben fatta.
Negli ‘attrezzi’ io metterei anche – e ben in evidenza – l’insieme circoscritto di mappe cognitive attraverso cui non solo ‘organizzare le conoscenze’, ma anche ‘interpretare e utilizzare contenuti, competenze e saperi che accompagneranno la persona-cittadino nella sua vita umana e professionale’(Ceruti – Bocchi).
La cultura – vale la pena richiamare e sottolinearne il valore e la forza orientativa della nozione – è sì creazione dell’uomo, ma “la cultura plasma anche la mente che senza cultura non potrebbe esistere: imparare, parlare immaginare si realizzano secondo caratteristiche che sono proprie della cultura di cui si è partecipi”. (Ancora Morin, nel libro citato).
La competenza è qui nel senso di risultato dell’incontro (rapporto) dinamico tra saperi – know how – fare/realizzare, per affrontare problemi di un determinato campo e tentarne soluzioni.
In questi termini è declinata nella Raccomandazione del 2008 della Commissione Europea , relativa al Quadro europeo delle competenze (anche se, in quella definizione, la dinamicità del rapporto conoscenze / abilità / competenze non è ben esplicitato. Almeno così sembra a molti e a me tra gli questi.)
Responsabilità. Si registra oggi – basta guardarsi intorno – una sorta di indebolimento del senso di responsabilità (al massimo si è responsabili solo del proprio compito specializzato) e del senso di solidarietà (al massimo, si percepisce, quando lo si percepisce, solo il legame con la propria città e i propri concittadini).
Ne è spia il deficit democratico crescente che porta a delegare la soluzione dei problemi vitali solo e unicamente agli esperti e ai tecnici.
Mi piace qui associare la nozione di “cittadino responsabile” all’idea di “ persona esigente” e ricordare un passaggio di Marc Augé in Che fine ha fatto il futuro dove si afferma -cito a memoria- che “un popolo, una comunità che perde / offusca un’idea esigente di sé, è destinata ad un rapido declino”.
La formazione del cittadino: metodi e modelli per una pratica didattica coerente
Possono risultare utili, a questo punto, alcune annotazioni su insegnamento e apprendimento, e le loro possibili connessioni conl’idea di cittadinanza.
A premessa, mi piace riproporre una considerazione di Bruner:
“L’intima natura dell’insegnamento e dell’apprendimento scolastico è [oggi] trascurata perché c’è stato un interesse esclusivo per le prestazioni e la valutazione che ha portato a trascurare i mezzi con cui insegnanti e studenti fanno il loro mestiere nella classe reale, come i docenti insegnano e i ragazzi imparano. La stranezza è che questo è stato il periodo, gli ultimi decenni, in cui hanno fatto più progressi gli studi su insegnamento e apprendimento”.
L’accanimento su valutazione e performance – che da diversi anni monopolizza il dibattito sulla cultura professionale del docente e sul funzionamento delle scuole – non aiuta certo a concentrarsi sulle modalità, gli strumenti e gli ambienti dell’apprendimento scolastico e quindi a favorire motivazione e coinvolgimento.
Ovviamente non è in discussione il valore della valutazione nelle sue varie forme e le sue diverse finalità. Si vuole soprattutto mettere in guardia contro un uso ossessivo e fuorviante della stessa.
E’ da rimettere in primo piano – ed è la prima annotazione – la rilevanza di alcune metodologie di lavoro che forse più di altre sono funzionali all’auto-formazione di un cittadino nell’era della globalizzazione.
Per esempio:
il ‘metodo socratico’. O il ‘modello narrativo’. O l’approccio della reciprocità’. Il primo intriga soprattutto per l’importanza attribuita al ragionamento, all’attività intellettuale individuale, all’introspezione come antidoto ad una educazione che punta a costruire soggetti passivi (gli yes men che la cultura del profitto privilegia).
Passivi come cittadini e attivi come consumatori – avrebbe detto Pasolini.
Il metodo socratico, laddove è stato oppotunamente sperimentato, ha costituito una pratica didattica ad alto valore sociale, importante per ogni democrazia, ma soprattutto per le società che devono fare i conti con la presenza di persone diverse per etnia e religione.
Sappiamo che il metodo socratico – poco frequentato nelle nostre aule anche liceali – ha attraversato il pensiero pedagogico di tanti studiosi importanti (Rousseau, Frobel, Pestalozzi, Mann, Dewey, Montessori, Tagore …): il che suona conferma della vitalità di una tradizione che utilizza i valori ad esso sottesi per formare un tipo di cittadino attivo, critico, curioso, capace di resistere a pressioni ingiustificate, responsabile verso la comunità di cui fa parte.
Del modello narrativo vorrei soprattutto mettere in evidenza un aspetto spesso trascurato nella pratica didattica: l’attenzione alla comprensione, e non solo alla spiegazione dei fenomeni e delle vicende che attraversano la storia e la vita dell’uomo; ma anche la laicità dell’approccio che valorizza l’interpretazione e quindi la pluralità dei punti di vista.
Della pedagogia della reciprocità – che pure richiederebbe precisazioni per non risultare svilente – appassiona invece la scelta (non casuale) di puntare sull’apprendimento collaborativo e sul dialogo e di guardare allo studente non come ad un recipiente vuoto, ma a un ‘qualcuno’ capace di ragionare, di fare senso, sia per conto proprio sia attraverso il dialogo e la collaborazione con gli altri.
Formazione del cittadino e unitarietà del sapere
Ma la principale rivoluzione dell’insegnamento penso debba consistere nel ridare dignità culturale ai saperi disciplinari (senso, valore, natura) e soprattutto nel dare unitarietà ai saperi, superando le storiche divisioni tra discipline scientifiche e umanistiche e, in prima battuta, delle discipline all’interno della stessa area.
Le discipline sono senza dubbio giustificate intellettualmente, ma a condizione che mantengano un campo visivo che riconosca e concepisca l’esistenza delle interconnessioni e non occultino la visione complessiva della realtà (Bruner).
Interessante e convincente al riguardo la risposta di Morin, in La testa ben fatta, alla domanda: “A cosa mira l’insegnamento nell’epoca della complessità”:
– “Promuovere una attitudine generale a porre e trattare problemi
– “Collegare i saperi e di dare loro senso ed evitare la sterile accumulazione. Il nostro insegnamento ha privilegiato [finora] la separazione. Contestualizzare e globalizzare i saperi è un imperativo dell’educazione”.
L’utopia dell’educazione
Concludo con alcune suggestioni sull’utopia dell’educazione tratte da pagine diverse di M. Augé, a cui ho solo premesso dei titoletti.
Veramente sono più che suggestioni. Per alcuni versi mi sembrano delle importanti e addirittura utili direzioni di lavoro.
Riformista nel metodo, radicale nel progetto
“Un’utopia dell’educazione, contrariamente a quelle che l’hanno preceduta può definire selettivamente i suoi luoghi e progressivamente le sue tappe. Può essere riformista nel metodo, pur restando radicale come progetto. …”
Le solite barriere
“…sono costituite da conservatorismo istituzionale, argomentazioni economiche, scetticismo. Ciò nonostante, in questo campo [nel campo dell’istruzione, formazione e ricerca], qualsiasi iniziativa locale, puntuale, può essere considerata un passo nella direzione giusta, non come il tradimento di un ideale.”
Un’educazione per tutti
“Se pensiamo che “l’avvenire del pianeta non può prospettarsi come l’avvenire di un’élite più o meno ristretta ….l’utopia da costruire e realizzare, quella che può orientare tanto il tipo di scienza quanto gli osservatori del sociale, gli artisti, i gestori dell’economia, è dunque l’utopia di un’educazione per tutti, indispensabile per la scienza come per la società….”.
La rivoluzione sociale dell’insegnamento
“Quanti si preoccupano professionalmente della ricerca e dell’insegnamento devono tener presente che il progresso scientifico dipende in larga misura dalla rivoluzione sociale dell’insegnamento”.
Una ragionevole scommessa
“Un’utopia del sapere può essere definita solo come un’utopia pratica e riformista…
Una ragionevole scommessa….: il giorno in cui sacrificheremo tutto al sapere, avremo in cambio ricchezza e giustizia”.
Però!
ScuolaOggi 08.11.12

"Omofobia, di nuovo bocciato il testo base", di Maria Zegarelli

Bocciata ancora una volta. Pdl, Lega e Udc non vogliono la legge contro l’omofobia. Ricreano lo stesso asse che ha fatto il blitz sulla legge elettorale e bocciano il testo presentato in Commissione Giustizia alla Camera, da Pd e Idv, nel giorno in cui il governo francese dà l’ok ai matrimoni gay e due Stati americani sia accingono a fare altrettanto. Un’altra brutta pagina scritta da una parte della politica italiana in Parlamento. Il testo base per la legge contro l`omofobia e la transfobia, prevedeva l`estensione della legge Mancino. Ad astenersi da fronte del centro-destra soltanto l’ex ministro Mara Carfagna e Ria. «La battaglia del Pd e dell`Idv ovviamente continuerà in aula dove, per la terza volta, chiederemo di approvare una norma di civiltà di cui il nostro paese ha assolutamente bisogno. Ci vediamo in Aula.», commenta a caldo Paola Concia. Dall’Idv è il responsabili Diritti, Franco Grillini a intervenire: «Grazie all’IdV e alla quota legislativa di cui dispone in quanto opposizione, il testo di legge approderà ai lavori dell’Aula. Lì vedremo se, di fronte ai grandi cambiamenti epocali in materia di diritti civili, ai quali stiamo assistendo in tutto il mondo occidentale, la destra italiana avrà il coraggio di presentarsi con il suo volto peggiore e omofobo».
Duro il commento di Aurelio Mancuso di Equality Italia: «Il mondo cambia, le libertà, i diritti civili sono al centro dei governi occidentali, e l’Italia s’incaponisce a rivestire il tremendo ruolo di unico Paese fondatore dell’UE a non avere leggi di tutela delle persone lgbt. Ora la proposta di legge, presentata dal PD e IdV, approderà in Aula, dove è immaginabile un’ennesima sceneggiata offensiva della dignità dei gay e dei/delle trans da parte dei partiti del centro destra e dell’UdC». Protesta l’Arcigay, mentre Nichi Vendola definisce il voto in Commissione «la fotografia precisa di come il centrodestra ha fatto diventare l’Italia, un Paese in degrado a causa di una classe politica ipocrita». Giulia Bongiorno (Fli), presidente della commissione Giustizia, parla di «ennesima occasione gettata al vento» e auspica anche lei l’intervento dell’esecutivo.
«Ancora una volta – ha sottolineato Federico Palomba dell’Idv – la lobby omofoba è intervenuta per bloccare una norma giusta e opportuna». Da Fli Giulia Bongiorno la definisce «l’ennesima occasione gettata al vento sul versante della lotta ai cosiddetti crimini d’odio» e si rivolge direttamente al governo, così «attento alle istanze europee affinchè riconosca l’urgenza di un intervento legislativo in materia». A rivolgersi direttamente al ministro Cancellieri, invece, è Donatella Ferrante dal Pd chiedendo che si valuti, visto che sussistono i requisiti di urgenza, la presentazione di un decreto governativo. Mara Carfagna consegna al suo blog la delusione per la decisione assunta dal suo partito: «L’importante, ora è fare qualcosa, perché la cronaca ci dimostra che non si può più attendere. È questa la ragione per cui oggi, a differenza dei colleghi del Pdl, non ho votato contro il testo, ma ho deciso di astenermi. L’iter della legge, nonostante la bocciatura in commissione, non si ferma».
L’Unità 08.11.12
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“Blitz alla Camera, salta la legge anti-omofobia”, di Elsa Vinci
Pdl, Lega e Udc bocciano il testo in commissione. Il Pd: “Vergogna, il governo faccia un decreto”. Bocciata la legge contro l’omofobia. Se la Francia da ieri riconosce i matrimoni tra omosessuali, in Italia omofobi e transfobici possono continuare a girare indisturbati. Le norme che prevedono pesanti sanzioni penali per chi non rispetta una sessualità diversa finiscono in soffitta: a Montecitorio la commissione Giustizia ha approvato un emendamento della Lega Nord che ha cancellato l’intera legge. Il testo in discussione estendeva i contenuti della legge Mancino del 1993: un anno di carcere per chi istiga non solo all’odio razziale, etnico o religioso ma anche a quello contro le persone omosessuali. «Italietta bigotta », riecheggia la sinistra. «Medioevo dei diritti», accusa Ingazio Marino, senatore dei democratici. «Il centro-destra condanna il paese all’oscurantismo », reagisce Nichi Vendola, leader di Sel. Il Parlamento è diviso ma c’è chi non si arrende.
Paola Concia del Pd, totem della comunità gay, da sempre impegnata nell’approvazione della legge, promette che la battaglia riprenderà in aula, dove però rischia di riformarsi il “fronte del no” organizzato da Pdl, Lega Nord e Udc. Donatella Ferrante, capogruppo del Pd in commissione Giustizia, chiede al ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, di intervenire direttamente con un decreto legge. «Le aggressioni sono all’ordine del giorno — ricorda — e solo il cinismo di Alfano, Casini e Maroni può perseverare in questa ipocrisia imbarazzante». Giulia Bongiorno (Fli), presidente della commissione Giustizia, parla di «ennesima occasione gettata al vento». Anche lei auspica l’intervento dell’esecutivo: «Rivolgo un appello a questo governo, così attento alle istanze europee, affinché riconosca l’urgenza di un intervento legislativo». Sul testo bocciato, prima firma Di Pietro-Palomba, giura di non arrendersi pure l’Idv. «Ancora una volta — afferma Federico Palomba — la lobby omofoba è intervenuta per bloccare una norma giusta e opportuna».
Una sola eccezione nel centro destra: la pdiellina Mara Carfagna, ex ministro per le Pari opportunità, al momento della votazione si è astenuta. «L’iter della norma anti omofobia — dice — deve andare avanti per trovare in aula soluzioni condivise ed equilibrate come quelle già attuate in molti Stati moderni».
Lo stop alla legge ha provocato l’ennesimo strappo nella maggioranza che sostiene il governo Monti, e soprattutto ha allontanato ancora di più Pd e Udc. Ma al di là del dato politico, l’Italia sembra non riuscire a dotarsi di uno strumento giuridico che punisca i reati contro la discriminazione sessuale. La legge è stata affossata proprio nel giorno in cui tre Stati americani hanno approvato le nozze tra persone dello stesso sesso, mentre la Corte Costituzionale spagnola difende la legittimità della legge sul matrimonio omosex, e il governo francese sdogana i matrimoni gay. L’Italia, controcorrente, è l’unico Paese fondatore dell’Unione europea a non avere leggi di tutela per gli omosessuali. È recentissima, tra l’altro, l’ennesima aggressione omofobica di due ragazzi a Firenze che si tenevano per la mano. Il sindaco Matteo Renzi invita «a guardare soprattutto ai diritti». Il Pd ha scritto al ministro dell’Interno: se il Parlamento non è in grado di legiferare vi sono tutte le ragioni di necessità e urgenza per valutare la presentazione di un decreto governativo.
La Repubblica 08.11.12

“Omofobia, di nuovo bocciato il testo base”, di Maria Zegarelli

Bocciata ancora una volta. Pdl, Lega e Udc non vogliono la legge contro l’omofobia. Ricreano lo stesso asse che ha fatto il blitz sulla legge elettorale e bocciano il testo presentato in Commissione Giustizia alla Camera, da Pd e Idv, nel giorno in cui il governo francese dà l’ok ai matrimoni gay e due Stati americani sia accingono a fare altrettanto. Un’altra brutta pagina scritta da una parte della politica italiana in Parlamento. Il testo base per la legge contro l`omofobia e la transfobia, prevedeva l`estensione della legge Mancino. Ad astenersi da fronte del centro-destra soltanto l’ex ministro Mara Carfagna e Ria. «La battaglia del Pd e dell`Idv ovviamente continuerà in aula dove, per la terza volta, chiederemo di approvare una norma di civiltà di cui il nostro paese ha assolutamente bisogno. Ci vediamo in Aula.», commenta a caldo Paola Concia. Dall’Idv è il responsabili Diritti, Franco Grillini a intervenire: «Grazie all’IdV e alla quota legislativa di cui dispone in quanto opposizione, il testo di legge approderà ai lavori dell’Aula. Lì vedremo se, di fronte ai grandi cambiamenti epocali in materia di diritti civili, ai quali stiamo assistendo in tutto il mondo occidentale, la destra italiana avrà il coraggio di presentarsi con il suo volto peggiore e omofobo».
Duro il commento di Aurelio Mancuso di Equality Italia: «Il mondo cambia, le libertà, i diritti civili sono al centro dei governi occidentali, e l’Italia s’incaponisce a rivestire il tremendo ruolo di unico Paese fondatore dell’UE a non avere leggi di tutela delle persone lgbt. Ora la proposta di legge, presentata dal PD e IdV, approderà in Aula, dove è immaginabile un’ennesima sceneggiata offensiva della dignità dei gay e dei/delle trans da parte dei partiti del centro destra e dell’UdC». Protesta l’Arcigay, mentre Nichi Vendola definisce il voto in Commissione «la fotografia precisa di come il centrodestra ha fatto diventare l’Italia, un Paese in degrado a causa di una classe politica ipocrita». Giulia Bongiorno (Fli), presidente della commissione Giustizia, parla di «ennesima occasione gettata al vento» e auspica anche lei l’intervento dell’esecutivo.
«Ancora una volta – ha sottolineato Federico Palomba dell’Idv – la lobby omofoba è intervenuta per bloccare una norma giusta e opportuna». Da Fli Giulia Bongiorno la definisce «l’ennesima occasione gettata al vento sul versante della lotta ai cosiddetti crimini d’odio» e si rivolge direttamente al governo, così «attento alle istanze europee affinchè riconosca l’urgenza di un intervento legislativo in materia». A rivolgersi direttamente al ministro Cancellieri, invece, è Donatella Ferrante dal Pd chiedendo che si valuti, visto che sussistono i requisiti di urgenza, la presentazione di un decreto governativo. Mara Carfagna consegna al suo blog la delusione per la decisione assunta dal suo partito: «L’importante, ora è fare qualcosa, perché la cronaca ci dimostra che non si può più attendere. È questa la ragione per cui oggi, a differenza dei colleghi del Pdl, non ho votato contro il testo, ma ho deciso di astenermi. L’iter della legge, nonostante la bocciatura in commissione, non si ferma».
L’Unità 08.11.12
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“Blitz alla Camera, salta la legge anti-omofobia”, di Elsa Vinci
Pdl, Lega e Udc bocciano il testo in commissione. Il Pd: “Vergogna, il governo faccia un decreto”. Bocciata la legge contro l’omofobia. Se la Francia da ieri riconosce i matrimoni tra omosessuali, in Italia omofobi e transfobici possono continuare a girare indisturbati. Le norme che prevedono pesanti sanzioni penali per chi non rispetta una sessualità diversa finiscono in soffitta: a Montecitorio la commissione Giustizia ha approvato un emendamento della Lega Nord che ha cancellato l’intera legge. Il testo in discussione estendeva i contenuti della legge Mancino del 1993: un anno di carcere per chi istiga non solo all’odio razziale, etnico o religioso ma anche a quello contro le persone omosessuali. «Italietta bigotta », riecheggia la sinistra. «Medioevo dei diritti», accusa Ingazio Marino, senatore dei democratici. «Il centro-destra condanna il paese all’oscurantismo », reagisce Nichi Vendola, leader di Sel. Il Parlamento è diviso ma c’è chi non si arrende.
Paola Concia del Pd, totem della comunità gay, da sempre impegnata nell’approvazione della legge, promette che la battaglia riprenderà in aula, dove però rischia di riformarsi il “fronte del no” organizzato da Pdl, Lega Nord e Udc. Donatella Ferrante, capogruppo del Pd in commissione Giustizia, chiede al ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, di intervenire direttamente con un decreto legge. «Le aggressioni sono all’ordine del giorno — ricorda — e solo il cinismo di Alfano, Casini e Maroni può perseverare in questa ipocrisia imbarazzante». Giulia Bongiorno (Fli), presidente della commissione Giustizia, parla di «ennesima occasione gettata al vento». Anche lei auspica l’intervento dell’esecutivo: «Rivolgo un appello a questo governo, così attento alle istanze europee, affinché riconosca l’urgenza di un intervento legislativo». Sul testo bocciato, prima firma Di Pietro-Palomba, giura di non arrendersi pure l’Idv. «Ancora una volta — afferma Federico Palomba — la lobby omofoba è intervenuta per bloccare una norma giusta e opportuna».
Una sola eccezione nel centro destra: la pdiellina Mara Carfagna, ex ministro per le Pari opportunità, al momento della votazione si è astenuta. «L’iter della norma anti omofobia — dice — deve andare avanti per trovare in aula soluzioni condivise ed equilibrate come quelle già attuate in molti Stati moderni».
Lo stop alla legge ha provocato l’ennesimo strappo nella maggioranza che sostiene il governo Monti, e soprattutto ha allontanato ancora di più Pd e Udc. Ma al di là del dato politico, l’Italia sembra non riuscire a dotarsi di uno strumento giuridico che punisca i reati contro la discriminazione sessuale. La legge è stata affossata proprio nel giorno in cui tre Stati americani hanno approvato le nozze tra persone dello stesso sesso, mentre la Corte Costituzionale spagnola difende la legittimità della legge sul matrimonio omosex, e il governo francese sdogana i matrimoni gay. L’Italia, controcorrente, è l’unico Paese fondatore dell’Unione europea a non avere leggi di tutela per gli omosessuali. È recentissima, tra l’altro, l’ennesima aggressione omofobica di due ragazzi a Firenze che si tenevano per la mano. Il sindaco Matteo Renzi invita «a guardare soprattutto ai diritti». Il Pd ha scritto al ministro dell’Interno: se il Parlamento non è in grado di legiferare vi sono tutte le ragioni di necessità e urgenza per valutare la presentazione di un decreto governativo.
La Repubblica 08.11.12

"La scuola virtuale a 5 Stelle", di Pippo Frisone

Sono tredici i punti del Programma 5 Stelle sulla scuola. Dall’abolizione della legge Gelmini all’abolizione del valore legale del titolo di studio e poi la riproposizione delle famose “I” , di morattiana memoria: Internet e Inglese. Manca solo la “I” di impresa. E ancora, risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica, peccato che la scuola paritaria non statale fa parte del sistema pubblico dell’istruzione.
Abolizione graduale dei libri di testo stampati e quindi gratuità via internet in formato digitale.
E qui è d’accordo col Ministro Profumo.
Insegnamento dell’italiano agli stranieri, gratuito per chi chiede la cittadinanza.
E sull’Università, valutazione dei prof da parte degli studenti, accesso via internet alle lezioni universitarie, insegnamento a distanza via internet, sviluppo strutture di accoglienza degli studenti, investimenti nella ricerca universitaria…
Come si vede si liscia strizza l’occhio un po’ a tutti, a destra e a sinistra, compreso il movimento degli studenti medi e universitari.
Ma la realtà è ben altra.
La scuola statale vive una situazione di impoverimento e di insicurezza che si trascina oramai da oltre un decennio, manomessa e degradata volutamente dalle pseudo riforme dei governi di centro destra ( Moratti-Gelmini) .L’edilizia scolastica è nella maggior parte dei casi obsoleta e inadeguata. Sono 100mila gli infortuni all’anno degli alunni e 15mila quelli dei docenti. Bisogna dire dove prendere i soldi per ammodernare le scuole e metterle in sicurezza.
Mancano le risorse per l’ordinario funzionamento amministrativo-didattico, gli organici dei docenti e degli Ata sono sempre più insufficienti, il contratto è bloccato e gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa. Bisogna dire dove trovare i soldi che mancano, come risolvere la precarietà, come fare integrazione e sostegno coi soggetti più deboli.
Non basta dire aboliamo la riforma Gelmini per tenerci quella della Moratti .Non basta dire inglese per tutti o internet per tutti…Oggi i problemi urgenti della scuola sono altri ma nel programma a 5 Stelle non v’è traccia.
Nella scuola di Grillo dove, riprendendo una sua battuta, il problema non è il grembiulino o i troppi bidelli e nemmeno il crocefisso che sarebbe il primo a scappar via da questa scuola, non bastano nemmeno i 13 punti del programma a 5 Stelle per risollevare le sorti della malconcia scuola statale italiana.
La scuola del programma a 5 Stelle, è come l’isola che non c’è. E’ solo virtuale.
Quel programma per la scuola italiana, oggi, o è una favola o è solo fantasia, per dirla con Bennato.
5 Stelle a destra, “ questo è il cammino e poi dritto fino al mattino , poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è “.
da ScuolaOggi 08.11.12