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“La scuola virtuale a 5 Stelle”, di Pippo Frisone

Sono tredici i punti del Programma 5 Stelle sulla scuola. Dall’abolizione della legge Gelmini all’abolizione del valore legale del titolo di studio e poi la riproposizione delle famose “I” , di morattiana memoria: Internet e Inglese. Manca solo la “I” di impresa. E ancora, risorse finanziarie dello Stato erogate solo alla scuola pubblica, peccato che la scuola paritaria non statale fa parte del sistema pubblico dell’istruzione.
Abolizione graduale dei libri di testo stampati e quindi gratuità via internet in formato digitale.
E qui è d’accordo col Ministro Profumo.
Insegnamento dell’italiano agli stranieri, gratuito per chi chiede la cittadinanza.
E sull’Università, valutazione dei prof da parte degli studenti, accesso via internet alle lezioni universitarie, insegnamento a distanza via internet, sviluppo strutture di accoglienza degli studenti, investimenti nella ricerca universitaria…
Come si vede si liscia strizza l’occhio un po’ a tutti, a destra e a sinistra, compreso il movimento degli studenti medi e universitari.
Ma la realtà è ben altra.
La scuola statale vive una situazione di impoverimento e di insicurezza che si trascina oramai da oltre un decennio, manomessa e degradata volutamente dalle pseudo riforme dei governi di centro destra ( Moratti-Gelmini) .L’edilizia scolastica è nella maggior parte dei casi obsoleta e inadeguata. Sono 100mila gli infortuni all’anno degli alunni e 15mila quelli dei docenti. Bisogna dire dove prendere i soldi per ammodernare le scuole e metterle in sicurezza.
Mancano le risorse per l’ordinario funzionamento amministrativo-didattico, gli organici dei docenti e degli Ata sono sempre più insufficienti, il contratto è bloccato e gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa. Bisogna dire dove trovare i soldi che mancano, come risolvere la precarietà, come fare integrazione e sostegno coi soggetti più deboli.
Non basta dire aboliamo la riforma Gelmini per tenerci quella della Moratti .Non basta dire inglese per tutti o internet per tutti…Oggi i problemi urgenti della scuola sono altri ma nel programma a 5 Stelle non v’è traccia.
Nella scuola di Grillo dove, riprendendo una sua battuta, il problema non è il grembiulino o i troppi bidelli e nemmeno il crocefisso che sarebbe il primo a scappar via da questa scuola, non bastano nemmeno i 13 punti del programma a 5 Stelle per risollevare le sorti della malconcia scuola statale italiana.
La scuola del programma a 5 Stelle, è come l’isola che non c’è. E’ solo virtuale.
Quel programma per la scuola italiana, oggi, o è una favola o è solo fantasia, per dirla con Bennato.
5 Stelle a destra, “ questo è il cammino e poi dritto fino al mattino , poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è “.
da ScuolaOggi 08.11.12

"Crolla il reddito delle famiglie: una perdita di 90 miliardi in 7 anni", da ilsole24ore.it

Il reddito disponibile delle famiglie italiane ha subito, e subirà almeno fino al 2014, un vero e proprio crollo da quando é esplosa la crisi economica. La contrazione che ha perso avvio nel 2008 si protrarrà, infatti, fino al 2014 per una perdita totale di quai 90 miliardi di euro, il 10% in meno rispetto al 2007. È il dato che emerge da una ricerca condotta dal Centro Europa Ricerche (Cer) in convenzione con l’Ires Cgil centrata sull’emergenza redditi e «le ipotesi sciagurate, esplicitate dal ministro Fornero, per indebolire la copertura dei contratti nazionali«, come denuncia il segretario confederale, Danilo Barbi.
Contrazione massima quest’anno
Nell’analisi dell’andamento del reddito disponibile delle famiglie italiane lungo sette anni (2008-2014), lo studio mette l’accento inoltre sul fatto che la contrazione che si registrerà quest’anno sarà la massima di sempre, pari al -4,3 per cento. Un dato che va ben oltre il precedente “picco”, registrato nel 2009, quando la diminuzione é stata del -2,5%. Una contrazione “monstre”, si legge nello studio, «nella quale si stanno volatilizzando tutti i guadagni realizzati a partire dal 1996«, così come per dimensioni e durata, questa flessione del reddito disponibile «non ha paragoni nelle serie storiche del dopoguerra».
La violenta emergenza dei redditi incide du crescita e occupazione
Il risultato, spiega quindi Barbi, «é che sempre più ci allontaniamo da una situazione di semplice recessione, per entrare in condizioni di vera e propria depressione economica». Per il dirigente sindacale, infatti, i dati dello studio Cer e Ires Cgil «descrivono la violenta emergenza dei redditi che incide radicalmente sulla crescita e sull’occupazione. Il tutto infatti si registra in un Paese come il nostro in cui l’80% del Pil é fatto dalla domanda interna». Di fronte a questi numeri, quindi, «le dichiarazioni del ministro Fornero sono sciagurate quanto incredibili, vista la drammatica situazione dei salari», osserva Barbi in merito alle parole del ministro circa la rinuncia all’indicizzazione degli aumenti salariali all’inflazione in via automatica. Ma quanto «la deflazione dei redditi sia uno degli elementi di questa depressione», lo dimostra anche un altro passaggio della ricerca.
Dal 2007 al 2014 la fase più sfavorevole
Analizzando infatti l’andamento dei livelli nominali e reali del reddito disponibile in tre fasi (dal 1964 al 1992, dal 1992 al 2007 e dal 2007 al 2014) la terza e ultima fase viene definita «la più sfavorevole». Riporta infatti lo studio Cer e Ires che «per la prima volta dal 1992, il rallentamento interessa anche i redditi nominali». La perdita di reddito, cioé, «non é imputabile all’inflazione, ma al venir meno dei fattori di dinamica intrinseca che, nel tempo e in condizioni normali, dovrebbero sostenere la capacità di spesa delle famiglie», come ad esempio l’aumento delle retribuzioni e dell’occupazione, la stabilizzazione della pressione fiscale e dei flussi di trasferimento pubblico e altro ancora.
Adottare una strategia di sostegno ai salari e alle pensioni
Una proiezione «poco ottimistica» poi ci dice che se si potesse tornare alle dinamiche del periodo 1992-2007, «bisognerebbe comunque aspettare fino al 2036 per recuperare il potere d’acquisto pre-crisi». Ecco perché «la cruda realtà di questi dati ci dice quanto siano incredibili le parole della ministra Fornero», denuncia il segretario confederale della Cgil nel suggerire invece un intervento si sostegno per salari e pensioni. «Per il bene del paese e per contrastare una recessione sempre più depressione, occorre adottare al più presto una strategia di sostegno fiscale per i salari e le pensioni: visto che sulla cosiddetta trattativa sulla produttività non siamo di fronte ad un accordo, andrebbero indirizzati gli 1,2 miliardi di euro per il 2012 per un intervento – conclude Barbi – che possa alleggerire il peso del fisco sui salari e sulle pensioni».

“Crolla il reddito delle famiglie: una perdita di 90 miliardi in 7 anni”, da ilsole24ore.it

Il reddito disponibile delle famiglie italiane ha subito, e subirà almeno fino al 2014, un vero e proprio crollo da quando é esplosa la crisi economica. La contrazione che ha perso avvio nel 2008 si protrarrà, infatti, fino al 2014 per una perdita totale di quai 90 miliardi di euro, il 10% in meno rispetto al 2007. È il dato che emerge da una ricerca condotta dal Centro Europa Ricerche (Cer) in convenzione con l’Ires Cgil centrata sull’emergenza redditi e «le ipotesi sciagurate, esplicitate dal ministro Fornero, per indebolire la copertura dei contratti nazionali«, come denuncia il segretario confederale, Danilo Barbi.
Contrazione massima quest’anno
Nell’analisi dell’andamento del reddito disponibile delle famiglie italiane lungo sette anni (2008-2014), lo studio mette l’accento inoltre sul fatto che la contrazione che si registrerà quest’anno sarà la massima di sempre, pari al -4,3 per cento. Un dato che va ben oltre il precedente “picco”, registrato nel 2009, quando la diminuzione é stata del -2,5%. Una contrazione “monstre”, si legge nello studio, «nella quale si stanno volatilizzando tutti i guadagni realizzati a partire dal 1996«, così come per dimensioni e durata, questa flessione del reddito disponibile «non ha paragoni nelle serie storiche del dopoguerra».
La violenta emergenza dei redditi incide du crescita e occupazione
Il risultato, spiega quindi Barbi, «é che sempre più ci allontaniamo da una situazione di semplice recessione, per entrare in condizioni di vera e propria depressione economica». Per il dirigente sindacale, infatti, i dati dello studio Cer e Ires Cgil «descrivono la violenta emergenza dei redditi che incide radicalmente sulla crescita e sull’occupazione. Il tutto infatti si registra in un Paese come il nostro in cui l’80% del Pil é fatto dalla domanda interna». Di fronte a questi numeri, quindi, «le dichiarazioni del ministro Fornero sono sciagurate quanto incredibili, vista la drammatica situazione dei salari», osserva Barbi in merito alle parole del ministro circa la rinuncia all’indicizzazione degli aumenti salariali all’inflazione in via automatica. Ma quanto «la deflazione dei redditi sia uno degli elementi di questa depressione», lo dimostra anche un altro passaggio della ricerca.
Dal 2007 al 2014 la fase più sfavorevole
Analizzando infatti l’andamento dei livelli nominali e reali del reddito disponibile in tre fasi (dal 1964 al 1992, dal 1992 al 2007 e dal 2007 al 2014) la terza e ultima fase viene definita «la più sfavorevole». Riporta infatti lo studio Cer e Ires che «per la prima volta dal 1992, il rallentamento interessa anche i redditi nominali». La perdita di reddito, cioé, «non é imputabile all’inflazione, ma al venir meno dei fattori di dinamica intrinseca che, nel tempo e in condizioni normali, dovrebbero sostenere la capacità di spesa delle famiglie», come ad esempio l’aumento delle retribuzioni e dell’occupazione, la stabilizzazione della pressione fiscale e dei flussi di trasferimento pubblico e altro ancora.
Adottare una strategia di sostegno ai salari e alle pensioni
Una proiezione «poco ottimistica» poi ci dice che se si potesse tornare alle dinamiche del periodo 1992-2007, «bisognerebbe comunque aspettare fino al 2036 per recuperare il potere d’acquisto pre-crisi». Ecco perché «la cruda realtà di questi dati ci dice quanto siano incredibili le parole della ministra Fornero», denuncia il segretario confederale della Cgil nel suggerire invece un intervento si sostegno per salari e pensioni. «Per il bene del paese e per contrastare una recessione sempre più depressione, occorre adottare al più presto una strategia di sostegno fiscale per i salari e le pensioni: visto che sulla cosiddetta trattativa sulla produttività non siamo di fronte ad un accordo, andrebbero indirizzati gli 1,2 miliardi di euro per il 2012 per un intervento – conclude Barbi – che possa alleggerire il peso del fisco sui salari e sulle pensioni».

"Vincere nel cuore della crisi", di Walter Veltroni

“Non siamo un paese diviso come la politica ci fa credere. Non siamo il paese diviso tra le bandierine rosse e blu…”: nel bel discorso con cui Barack Obama ha salutato la sua rielezione credo che il cuore sia proprio qui. Mentre agli occhi degli osservatori (specie di quelli europei) la lunga notte dello spoglio dei voti, dei grandi elettori spartiti tra democratici e repubblicani, della lunga incertezza durata molte ore appare, quasi plasticamente, come un momento di grande divisione a quelli del presidente appena rieletto il dato di fondo è quello dell’unità del Paese, del bene comune.
È stata una grande vittoria per Obama, una vittoria niente affatto scontata e forse persino sorprendente. Nel cuore della grande crisi che Obama ha avuto in eredità dall’era Bush, il presidente ha raggiunto il traguardo della rielezione, cosa che non era riuscita sinora a nessuno dei suoi colleghi. Non a Sarkozy e neppure a Zapatero (taccio del caso italiano in cui il governo è stato travolto dalla recessione): i quattro anni alla Casa Bianca sono stati difficili e pieni di insidie ma evidentemente anche dentro un grande rallentamento e un umore depresso Barack Obama è riuscito a dare risposte efficaci, rimettendo in movimento quello che la crisi rischiava di paralizzare. Non è un caso – se ne è parlato molto guardando ai risultati dei diversi Stati – che la fascia delle città industriali abbia premiato il presidente e che l’Ohio, lo Stato decisivo perché è sempre in sintonia col voto di tutti gli americani, abbia segnato alla fine la sua vittoria. Lì Obama aveva compiuto le scelte più difficili e costose, quelle di non abbandonare la tradizione manifatturiera. Lì si avvertiva con più esattezza la differenza con lo sfidante Mitt Romney.
Ora, come dice il presidente, «viene il meglio». Ora arrivano le sfide più difficili e più esaltanti sul doppio terreno dell’economia e dei diritti di cittadinanza che sono
stati i due piani sui quali Obama ha vinto e sui quali secondo molti osservatori si costruisce in questa tornata elettorale una sorta di coalizione sociale ed etnica. È straordinario il voto raccolto tra i giovani come quello avuto (aldilà, ovviamente, che tra gli afroamericani) tra la comunità latina, che diventa sempre più numerosa e influente, sempre più integrata e dinamica.
In questo senso si può dire che ha vinto un’idea dell’America aperta, mobile, inclusiva. Dovrà far affidamento a tutto questo ora Obama per affrontare le prove più difficili, quelle di stabilizzare il debito e insieme di ridurre la disoccupazione. Quattro anni fa la vittoria di Barack Obama sembrava uscire da una straordinaria forza emotiva. Il voto di oggi è probabilmente meno di cuore e più di cervello: una scelta meditata e non facile, ma per questo ancora più solida. Obama vince non solo per il numero dei grandi elettori ma anche (rovesciando i pronostici) nel voto popolare, conserva una maggioranza in Senato, e anche alla Camera il vantaggio repubblicano non straripa anzi, si riduce un po’. Credo che questo dia al presidente più ottimismo. E il voto (per tornare un momento alla questione del «Paese diviso») va visto anche come la prova straordinaria di una qualità del sistema politico americano.
Mi ci ha fatto riflettere anche una frase di Michael Moore, il regista contestatore di «Fahrenheit 9/11» che, dopo tante incertezze, ha scelto di sostenere Obama tempestando di messaggi gli amici perché andassero a votare. Lì, un sistema fortemente bipolarizzato consente di mettere in evidenza con chiarezza e anche con radicalità le diverse offerte politiche, ma dopo il voto permette anche quella ricomposizione e quel senso di unità. Chissà, da noi probabilmente Michael Moore avrebbe costruito un suo partito: un sistema politico non altrettanto efficace (per usare un eufemismo) sembra farci camminare tra il doppio rischio di una contrapposizione amico-nemico o di una specie di melassa in cui le differenze si occultano lasciando spazio alla rabbia, al populismo, alla delusione del sono tutti uguali.
Obama, in un quadro difficile, è riuscito a fare quello che i grandi presidenti democratici sanno fare meglio nelle sfide elettorali: motivare la propria gente e convincere quell’elettorato fluttuante che sceglie di volta in volta il contendente più credibile. Era successo con Roosevelt come con Clinton. È quell’incrocio di visione lunga, e di pragmatismo, di empatia col Paese e di voglia di cambiamento che sono i caratteri migliori della cultura democratica.
L’Unità 08.11.12

“Vincere nel cuore della crisi”, di Walter Veltroni

“Non siamo un paese diviso come la politica ci fa credere. Non siamo il paese diviso tra le bandierine rosse e blu…”: nel bel discorso con cui Barack Obama ha salutato la sua rielezione credo che il cuore sia proprio qui. Mentre agli occhi degli osservatori (specie di quelli europei) la lunga notte dello spoglio dei voti, dei grandi elettori spartiti tra democratici e repubblicani, della lunga incertezza durata molte ore appare, quasi plasticamente, come un momento di grande divisione a quelli del presidente appena rieletto il dato di fondo è quello dell’unità del Paese, del bene comune.
È stata una grande vittoria per Obama, una vittoria niente affatto scontata e forse persino sorprendente. Nel cuore della grande crisi che Obama ha avuto in eredità dall’era Bush, il presidente ha raggiunto il traguardo della rielezione, cosa che non era riuscita sinora a nessuno dei suoi colleghi. Non a Sarkozy e neppure a Zapatero (taccio del caso italiano in cui il governo è stato travolto dalla recessione): i quattro anni alla Casa Bianca sono stati difficili e pieni di insidie ma evidentemente anche dentro un grande rallentamento e un umore depresso Barack Obama è riuscito a dare risposte efficaci, rimettendo in movimento quello che la crisi rischiava di paralizzare. Non è un caso – se ne è parlato molto guardando ai risultati dei diversi Stati – che la fascia delle città industriali abbia premiato il presidente e che l’Ohio, lo Stato decisivo perché è sempre in sintonia col voto di tutti gli americani, abbia segnato alla fine la sua vittoria. Lì Obama aveva compiuto le scelte più difficili e costose, quelle di non abbandonare la tradizione manifatturiera. Lì si avvertiva con più esattezza la differenza con lo sfidante Mitt Romney.
Ora, come dice il presidente, «viene il meglio». Ora arrivano le sfide più difficili e più esaltanti sul doppio terreno dell’economia e dei diritti di cittadinanza che sono
stati i due piani sui quali Obama ha vinto e sui quali secondo molti osservatori si costruisce in questa tornata elettorale una sorta di coalizione sociale ed etnica. È straordinario il voto raccolto tra i giovani come quello avuto (aldilà, ovviamente, che tra gli afroamericani) tra la comunità latina, che diventa sempre più numerosa e influente, sempre più integrata e dinamica.
In questo senso si può dire che ha vinto un’idea dell’America aperta, mobile, inclusiva. Dovrà far affidamento a tutto questo ora Obama per affrontare le prove più difficili, quelle di stabilizzare il debito e insieme di ridurre la disoccupazione. Quattro anni fa la vittoria di Barack Obama sembrava uscire da una straordinaria forza emotiva. Il voto di oggi è probabilmente meno di cuore e più di cervello: una scelta meditata e non facile, ma per questo ancora più solida. Obama vince non solo per il numero dei grandi elettori ma anche (rovesciando i pronostici) nel voto popolare, conserva una maggioranza in Senato, e anche alla Camera il vantaggio repubblicano non straripa anzi, si riduce un po’. Credo che questo dia al presidente più ottimismo. E il voto (per tornare un momento alla questione del «Paese diviso») va visto anche come la prova straordinaria di una qualità del sistema politico americano.
Mi ci ha fatto riflettere anche una frase di Michael Moore, il regista contestatore di «Fahrenheit 9/11» che, dopo tante incertezze, ha scelto di sostenere Obama tempestando di messaggi gli amici perché andassero a votare. Lì, un sistema fortemente bipolarizzato consente di mettere in evidenza con chiarezza e anche con radicalità le diverse offerte politiche, ma dopo il voto permette anche quella ricomposizione e quel senso di unità. Chissà, da noi probabilmente Michael Moore avrebbe costruito un suo partito: un sistema politico non altrettanto efficace (per usare un eufemismo) sembra farci camminare tra il doppio rischio di una contrapposizione amico-nemico o di una specie di melassa in cui le differenze si occultano lasciando spazio alla rabbia, al populismo, alla delusione del sono tutti uguali.
Obama, in un quadro difficile, è riuscito a fare quello che i grandi presidenti democratici sanno fare meglio nelle sfide elettorali: motivare la propria gente e convincere quell’elettorato fluttuante che sceglie di volta in volta il contendente più credibile. Era successo con Roosevelt come con Clinton. È quell’incrocio di visione lunga, e di pragmatismo, di empatia col Paese e di voglia di cambiamento che sono i caratteri migliori della cultura democratica.
L’Unità 08.11.12

"La coalizione che ridisegna gli Stati Uniti", di Mario Calabresi

La vittoria di Barack Obama di ieri notte non è sorella di quella di quattro anni fa. Nel 2008 la Casa Bianca fu conquistata grazie a un messaggio potente di cambiamento e novità. A incantare la maggioranza degli americani furono l’immagine e la retorica di un giovane senatore nero, che rompeva gli schemi della politica tradizionale e le barriere razziali.
Oggi quell’incanto e quella speranza sono svaniti, sostituiti però dalle speranze individuali di milioni di persone che in quel Presidente, che nel frattempo ha compiuto i cinquanta, vedono ancora la possibilità di una loro realizzazione.
Per me il volto della vittoria di ieri sera è quello di Jacky Cruz, che ho intervistato all’inizio di settembre a Tampa. Jacky, 21 anni, è una perfetta ragazza americana, parla inglese senza accenti stranieri, è stata la prima della classe dalle elementari alle superiori, fa volontariato, ha sempre lavorato per contribuire a pagarsi gli studi ma ora non può frequentare l’università. La sua colpa è di essere entrata illegalmente negli Stati Uniti quando aveva tre anni, insieme ai genitori venuti a raccogliere mirtilli nei campi della Florida, e di non esserne mai più uscita. E’ una clandestina e da quando è maggiorenne ha scoperto anche di essere invisibile, come due milioni di ragazzi con la sua stessa storia, che scommettono su Obama per non essere più fantasmi.
La vittoria di ieri notte è sorella di Jacky.
Ed è figlia della sapiente costruzione di una coalizione elettorale capace di saldare una serie di minoranze che da sole risulterebbero ininfluenti e perdenti.
Per riuscirci e per vincere le elezioni bisogna conoscere il proprio Paese, sapere esattamente chi sono, cosa pensano e cosa vorrebbero per il loro presente e il loro futuro i cittadini. La capacità della squadra di Obama è stata di farlo con precisione millimetrica: preso atto che la maggioranza degli elettori maschi bianchi si stava spostando verso destra, verso il candidato repubblicano, era tempo di creare un nuovo blocco di interesse ripetendo l’operazione che Franklin Delano Roosevelt fece esattamente ottant’anni fa, quando mise insieme gli agricoltori bianchi del Sud e i nuovi lavoratori italiani e irlandesi garantendo ai democratici due decenni di predominio.
Oggi, che come nel 1932 viviamo sprofondati nella recessione, era possibile osare un cambio di paradigma, perché la crisi economica ha cambiato il sentimento profondo dell’America.
Così è nata una nuova coalizione che si può permettere di vincere anche contro il pensiero economico dominante da decenni, anche se è portatrice di un’idea di Stato pesante e presente, un concetto considerato a lungo una pericolosa bestemmia per chi volesse entrare alla Casa Bianca. Una coalizione che ha permesso di vincere nonostante il sessanta per cento degli elettori bianchi abbia scelto Mitt Romney e che ha sancito che l’America bianca, anglosassone, dello Stato leggero e del conservatorismo sociale non è più in grado di dettare legge da sola: è andata in minoranza.
Le paure di Samuel Huntington, l’uomo dello «Scontro di civiltà», ieri notte si sono avverate. Tre anni prima di morire, nel 2005, il professore di Harvard aveva teorizzato la fine di quell’America «wasp», con il mito dell’individualismo e del libero mercato, che per due secoli era stata capace di integrare ogni ondata migratoria nella sua ideologia fondativa.
Ora è accaduto, anche se in termini diversi da quelli catastrofici profetizzati da Huntington. Obama ha saldato una minoranza bianca progressista, intellettuale, interessata soprattutto ai diritti civili (dai matrimoni gay, all’aborto, alle tematiche di genere) con il blocco delle minoranze dell’America multietnica. I democratici hanno conquistato il voto del 93 per cento degli afroamericani, del settanta per cento degli ispanici e del 73 degli asiatici. I latinos hanno fatto la differenza in Florida e Virginia e hanno rotto il blocco conservatore del Sud-Ovest regalando al Presidente Colorado e New Mexico.
Eppure gli ispanici sarebbero gli alleati ideali dei repubblicani: sono cattolici, vivono per la famiglia, non amano l’idea dei matrimoni gay e sono conservatori. Potrebbero sposare un conservatorismo dei valori ma non possono permettersi un Paese in cui vinca l’idea di un welfare minimo (le loro famiglie allargate hanno bisogno di scuola e sanità pubblica) e non possono condividere una politica di espulsioni verso i lavoratori immigrati che non hanno regolare permesso di soggiorno (i clandestini sono 12 milioni).
Questi gruppi sociali così diversi condividono un’idea, passatemi il paragone, più europea della società, con una presenza dello Stato che si sente. Gli operai bianchi dell’Ohio e del Michigan, a differenza dei loro colleghi di tutta America, hanno scelto di votare democratico perché si sono sentiti più garantiti dall’uomo del salvataggio pubblico dell’industria dell’auto, piuttosto che dal repubblicano che sosteneva – in nome dell’economia di mercato – che sarebbe stato meglio lasciar fallire Detroit.
Nello studio dettagliato degli spostamenti demografici, geografici e sociali della popolazione, la squadra di Obama ha anche capito che, non solo per una frangia radicale, ma per la maggioranza delle donne americane è cruciale la libertà di scegliere di fronte ai temi che riguardano la loro vita riproduttiva, tanto da non sopportare più di sentirsi dettare le regole da un gruppo di maschi bianchi. E così la campagna mirata di Obama sui diritti delle donne gli ha garantito il voto del 55 per cento delle elettrici americane.
Questa coalizione vincente, destinata a crescere con il boom demografico ispanico, mette in grave crisi il partito repubblicano e gli imporrà di ripensarsi profondamente, ma consegna al Presidente in carica un Paese profondamente diviso e polarizzato. Da questa mattina, anzi già da ieri notte con il discorso della vittoria, Obama dovrà dimostrare di saper anche ricucire l’America.
La Stampa 08.11.12
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“La metà di tutto”, di MASSIMO GRAMELLINI
Nessun politico italiano, durante il discorso della vittoria, si rivolgerebbe alla compagna della sua vita per confessare di non averla mai amata tanto e, addirittura, che tutta Italia è innamorata di lei. Nel Paese del punto G, ancora intriso di un maschilismo da operetta, l’uomo potente ritiene disdicevole esternare i propri sentimenti intimi. Di amore e dolore, queste due vibrazioni della stessa corda, non parla in pubblico, considerandola un’ammissione di debolezza. E l’unica donna di cui ritiene lecito discorrere è quella che gli fornisce il pretesto per una barzelletta volgare o l’argomento di un’allusione greve.
Barack Obama è un furbacchione formidabile, altrimenti non sarebbe dov’è e soprattutto non avrebbe postato sui social network, come primo dispaccio vittorioso, la foto di un abbraccio che in poche ore è già diventato l’icona di un’epoca. Ma anche al netto di qualche spruzzo di sana ruffianeria, la sua dichiarazione d’amore davanti al mondo ci ricorda che è la coppia, non l’individuo, la cellula-base dell’umanità. Gli americani non hanno eletto un Obama. Ne hanno eletti due. Perché dalla fusione fra la donna dei princìpi e l’uomo dei compromessi emerga ogni giorno un terzo Obama: il Presidente.
La Stampa 08.11.12

“La coalizione che ridisegna gli Stati Uniti”, di Mario Calabresi

La vittoria di Barack Obama di ieri notte non è sorella di quella di quattro anni fa. Nel 2008 la Casa Bianca fu conquistata grazie a un messaggio potente di cambiamento e novità. A incantare la maggioranza degli americani furono l’immagine e la retorica di un giovane senatore nero, che rompeva gli schemi della politica tradizionale e le barriere razziali.
Oggi quell’incanto e quella speranza sono svaniti, sostituiti però dalle speranze individuali di milioni di persone che in quel Presidente, che nel frattempo ha compiuto i cinquanta, vedono ancora la possibilità di una loro realizzazione.
Per me il volto della vittoria di ieri sera è quello di Jacky Cruz, che ho intervistato all’inizio di settembre a Tampa. Jacky, 21 anni, è una perfetta ragazza americana, parla inglese senza accenti stranieri, è stata la prima della classe dalle elementari alle superiori, fa volontariato, ha sempre lavorato per contribuire a pagarsi gli studi ma ora non può frequentare l’università. La sua colpa è di essere entrata illegalmente negli Stati Uniti quando aveva tre anni, insieme ai genitori venuti a raccogliere mirtilli nei campi della Florida, e di non esserne mai più uscita. E’ una clandestina e da quando è maggiorenne ha scoperto anche di essere invisibile, come due milioni di ragazzi con la sua stessa storia, che scommettono su Obama per non essere più fantasmi.
La vittoria di ieri notte è sorella di Jacky.
Ed è figlia della sapiente costruzione di una coalizione elettorale capace di saldare una serie di minoranze che da sole risulterebbero ininfluenti e perdenti.
Per riuscirci e per vincere le elezioni bisogna conoscere il proprio Paese, sapere esattamente chi sono, cosa pensano e cosa vorrebbero per il loro presente e il loro futuro i cittadini. La capacità della squadra di Obama è stata di farlo con precisione millimetrica: preso atto che la maggioranza degli elettori maschi bianchi si stava spostando verso destra, verso il candidato repubblicano, era tempo di creare un nuovo blocco di interesse ripetendo l’operazione che Franklin Delano Roosevelt fece esattamente ottant’anni fa, quando mise insieme gli agricoltori bianchi del Sud e i nuovi lavoratori italiani e irlandesi garantendo ai democratici due decenni di predominio.
Oggi, che come nel 1932 viviamo sprofondati nella recessione, era possibile osare un cambio di paradigma, perché la crisi economica ha cambiato il sentimento profondo dell’America.
Così è nata una nuova coalizione che si può permettere di vincere anche contro il pensiero economico dominante da decenni, anche se è portatrice di un’idea di Stato pesante e presente, un concetto considerato a lungo una pericolosa bestemmia per chi volesse entrare alla Casa Bianca. Una coalizione che ha permesso di vincere nonostante il sessanta per cento degli elettori bianchi abbia scelto Mitt Romney e che ha sancito che l’America bianca, anglosassone, dello Stato leggero e del conservatorismo sociale non è più in grado di dettare legge da sola: è andata in minoranza.
Le paure di Samuel Huntington, l’uomo dello «Scontro di civiltà», ieri notte si sono avverate. Tre anni prima di morire, nel 2005, il professore di Harvard aveva teorizzato la fine di quell’America «wasp», con il mito dell’individualismo e del libero mercato, che per due secoli era stata capace di integrare ogni ondata migratoria nella sua ideologia fondativa.
Ora è accaduto, anche se in termini diversi da quelli catastrofici profetizzati da Huntington. Obama ha saldato una minoranza bianca progressista, intellettuale, interessata soprattutto ai diritti civili (dai matrimoni gay, all’aborto, alle tematiche di genere) con il blocco delle minoranze dell’America multietnica. I democratici hanno conquistato il voto del 93 per cento degli afroamericani, del settanta per cento degli ispanici e del 73 degli asiatici. I latinos hanno fatto la differenza in Florida e Virginia e hanno rotto il blocco conservatore del Sud-Ovest regalando al Presidente Colorado e New Mexico.
Eppure gli ispanici sarebbero gli alleati ideali dei repubblicani: sono cattolici, vivono per la famiglia, non amano l’idea dei matrimoni gay e sono conservatori. Potrebbero sposare un conservatorismo dei valori ma non possono permettersi un Paese in cui vinca l’idea di un welfare minimo (le loro famiglie allargate hanno bisogno di scuola e sanità pubblica) e non possono condividere una politica di espulsioni verso i lavoratori immigrati che non hanno regolare permesso di soggiorno (i clandestini sono 12 milioni).
Questi gruppi sociali così diversi condividono un’idea, passatemi il paragone, più europea della società, con una presenza dello Stato che si sente. Gli operai bianchi dell’Ohio e del Michigan, a differenza dei loro colleghi di tutta America, hanno scelto di votare democratico perché si sono sentiti più garantiti dall’uomo del salvataggio pubblico dell’industria dell’auto, piuttosto che dal repubblicano che sosteneva – in nome dell’economia di mercato – che sarebbe stato meglio lasciar fallire Detroit.
Nello studio dettagliato degli spostamenti demografici, geografici e sociali della popolazione, la squadra di Obama ha anche capito che, non solo per una frangia radicale, ma per la maggioranza delle donne americane è cruciale la libertà di scegliere di fronte ai temi che riguardano la loro vita riproduttiva, tanto da non sopportare più di sentirsi dettare le regole da un gruppo di maschi bianchi. E così la campagna mirata di Obama sui diritti delle donne gli ha garantito il voto del 55 per cento delle elettrici americane.
Questa coalizione vincente, destinata a crescere con il boom demografico ispanico, mette in grave crisi il partito repubblicano e gli imporrà di ripensarsi profondamente, ma consegna al Presidente in carica un Paese profondamente diviso e polarizzato. Da questa mattina, anzi già da ieri notte con il discorso della vittoria, Obama dovrà dimostrare di saper anche ricucire l’America.
La Stampa 08.11.12
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“La metà di tutto”, di MASSIMO GRAMELLINI
Nessun politico italiano, durante il discorso della vittoria, si rivolgerebbe alla compagna della sua vita per confessare di non averla mai amata tanto e, addirittura, che tutta Italia è innamorata di lei. Nel Paese del punto G, ancora intriso di un maschilismo da operetta, l’uomo potente ritiene disdicevole esternare i propri sentimenti intimi. Di amore e dolore, queste due vibrazioni della stessa corda, non parla in pubblico, considerandola un’ammissione di debolezza. E l’unica donna di cui ritiene lecito discorrere è quella che gli fornisce il pretesto per una barzelletta volgare o l’argomento di un’allusione greve.
Barack Obama è un furbacchione formidabile, altrimenti non sarebbe dov’è e soprattutto non avrebbe postato sui social network, come primo dispaccio vittorioso, la foto di un abbraccio che in poche ore è già diventato l’icona di un’epoca. Ma anche al netto di qualche spruzzo di sana ruffianeria, la sua dichiarazione d’amore davanti al mondo ci ricorda che è la coppia, non l’individuo, la cellula-base dell’umanità. Gli americani non hanno eletto un Obama. Ne hanno eletti due. Perché dalla fusione fra la donna dei princìpi e l’uomo dei compromessi emerga ogni giorno un terzo Obama: il Presidente.
La Stampa 08.11.12