È difficile trovare una ragione per l’accanimento che il ministero dell’Istruzione sta dimostrando nei confronti della cultura italiana. In apparenza si tratta di intervenire sull’organizzazione del lavoro, come nel tentativo di aumentare da 18 a 24 ore l’orario di cattedra degli insegnanti, senza porsi il problema del contesto dell’attività. Oppure di promuovere nelle università corsi in lingua inglese, non si capisce destinati a chi, ma che hanno come unico effetto quello di affermare un’immagine subalterna degli studi superiori. La mancanza di un disegno che non sia la semplice amplificazione di un generico senso comune si ritrova anche nelle disposizioni recentemente emanate sulla sostituzione dei testi cartacei con supporti elettronici. In altre parole, gli allievi non dovranno più studiare utilizzando libri stampati, ma useranno tavolette digitali. Ovviamente, questo passaggio dal cartaceo al digitale è presentato come una svolta epocale. Nessuno si è preoccupato però di immaginare quali potranno esserne le conseguenze, sia quelle che si possono solo immaginare (perché non ci sono elementi, in positivo o in negativo, a favore o contro l’uso dei supporti digitali), sia quelle che è fin troppo facile anticipare, perché fanno riferimento a dati di comune possesso. Tra le conseguenze che si possono immaginare c’è un cambiamento del rapporto tra gli allievi e i libri. Cambia (è solo qualche esempio) la percezione fisica del testo, le operazioni che si compiono nel processo di apprendimento, il riferimento mnemonico a questo o a quel passo. Chi ci assicura che usando libri digitali sia possibile ottenere risultati quanto meno non peggiori di quelli che si ricavano dai testi cartacei? Non sarebbe stato opportuno, prima di intervenire per via normativa su un aspetto così delicato del funzionamento della didattica, passare attraverso una limitata, ma rigorosa fase sperimentale per stabilire i punti di forza e quelli di debolezza dei libri tradizionali e di quelli modernizzati tramite le tecnologie digitali? Ma la questione dei libri non si esaurisce solo con considerazioni di funzionalità didattica. In un Paese come l’Italia, in cui la lettura costituisce, malgrado il grande aumento della popolazione scolarizzata, un’attività alla quale si dedica solo una parte minoritaria della popolazione e in cui le opportunità di lettura pubblica sono scarse per i limiti della rete bibliotecaria, i libri di scuola rappresentano spesso, proprio dal punto di vista fisico, l’unico contatto con quello che resta, malgrado tutto, il riferimento culturale più evidente. In un contesto regressivo della capacità di comprendere il testo scritto, com’è quello che in misura crescente caratterizza i paesi industrializzati, la scomparsa dei libri dagli oggetti percepiti entro le mura domestiche rischia di accelerare la perdita della capacità di utilizzare i repertori simbolici che sono stati alla base della grande trasformazione culturale e sociale negli ultimi secoli. Occorre anche chiedersi quali testi saranno disponibili per le tavolette digitali. Certo, se si tratterà solo di riprodurre i libri già esistenti su carta, l’operazione sarebbe di assai modesto rilievo. Gli unici a compiacersi del cambiamento sarebbero i produttori di tavolette. Non potremmo non attenderci, invece, un peggioramento delle condizioni, già non brillanti, dell’industria editoriale che potrebbe perdere una percentuale consistente del suo fatturato. C’è anche da chiedersi, una volta riprodotti testi esistenti, chi potrebbe impegnarsi nel predisporne di nuovi, oltretutto senza disporre di riferimenti certi circa il modo in cui potranno essere utilizzati nell’educazione scolastica. Vale la pena di aggiungere che i libri su carta possono essere letti in un tempo lungo. L’accesso alla Bibbia di Gutenberg presenta difficoltà di ordine culturale, perché è scritta in latino, ma non tecnico, perché i caratteri continuano a essere perfettamente leggibili. Nel caso delle edizioni digitali si deve prevedere una doppia caduta: quella che investe la tecnologia, che richiede la sostituzione sempre più rapida dei prodotti ora proposti, e quella dei sistemi di codifica, che anche se in tempi un po’ più lunghi rende inutilizzabili codifiche effettuate su supporti non attuali (quanti usano ancora i dischetti magnetici? E per quanto tempo continueremo a usare i supporti ottici?). Occorrerebbe, per cominciare, incoraggiare la ricerca e fondarla, invece che sul senso comune, su solide basi sperimentali. Intanto, si deve evitare di rendere le scuole sempre più povere, visto che, per acquisire mezzi che potranno essere usati per un tempo breve, sono costrette a rinunciare a quelle dotazioni che potrebbero essere alla base di attività creative e progettuali, tali da impegnare il pensiero e l’azione di bambini e ragazzi.
L’Unità 06.11.12
Latest Posts
“Non rottamate i libri di testo”, di Benedetto Vertecchi
È difficile trovare una ragione per l’accanimento che il ministero dell’Istruzione sta dimostrando nei confronti della cultura italiana. In apparenza si tratta di intervenire sull’organizzazione del lavoro, come nel tentativo di aumentare da 18 a 24 ore l’orario di cattedra degli insegnanti, senza porsi il problema del contesto dell’attività. Oppure di promuovere nelle università corsi in lingua inglese, non si capisce destinati a chi, ma che hanno come unico effetto quello di affermare un’immagine subalterna degli studi superiori. La mancanza di un disegno che non sia la semplice amplificazione di un generico senso comune si ritrova anche nelle disposizioni recentemente emanate sulla sostituzione dei testi cartacei con supporti elettronici. In altre parole, gli allievi non dovranno più studiare utilizzando libri stampati, ma useranno tavolette digitali. Ovviamente, questo passaggio dal cartaceo al digitale è presentato come una svolta epocale. Nessuno si è preoccupato però di immaginare quali potranno esserne le conseguenze, sia quelle che si possono solo immaginare (perché non ci sono elementi, in positivo o in negativo, a favore o contro l’uso dei supporti digitali), sia quelle che è fin troppo facile anticipare, perché fanno riferimento a dati di comune possesso. Tra le conseguenze che si possono immaginare c’è un cambiamento del rapporto tra gli allievi e i libri. Cambia (è solo qualche esempio) la percezione fisica del testo, le operazioni che si compiono nel processo di apprendimento, il riferimento mnemonico a questo o a quel passo. Chi ci assicura che usando libri digitali sia possibile ottenere risultati quanto meno non peggiori di quelli che si ricavano dai testi cartacei? Non sarebbe stato opportuno, prima di intervenire per via normativa su un aspetto così delicato del funzionamento della didattica, passare attraverso una limitata, ma rigorosa fase sperimentale per stabilire i punti di forza e quelli di debolezza dei libri tradizionali e di quelli modernizzati tramite le tecnologie digitali? Ma la questione dei libri non si esaurisce solo con considerazioni di funzionalità didattica. In un Paese come l’Italia, in cui la lettura costituisce, malgrado il grande aumento della popolazione scolarizzata, un’attività alla quale si dedica solo una parte minoritaria della popolazione e in cui le opportunità di lettura pubblica sono scarse per i limiti della rete bibliotecaria, i libri di scuola rappresentano spesso, proprio dal punto di vista fisico, l’unico contatto con quello che resta, malgrado tutto, il riferimento culturale più evidente. In un contesto regressivo della capacità di comprendere il testo scritto, com’è quello che in misura crescente caratterizza i paesi industrializzati, la scomparsa dei libri dagli oggetti percepiti entro le mura domestiche rischia di accelerare la perdita della capacità di utilizzare i repertori simbolici che sono stati alla base della grande trasformazione culturale e sociale negli ultimi secoli. Occorre anche chiedersi quali testi saranno disponibili per le tavolette digitali. Certo, se si tratterà solo di riprodurre i libri già esistenti su carta, l’operazione sarebbe di assai modesto rilievo. Gli unici a compiacersi del cambiamento sarebbero i produttori di tavolette. Non potremmo non attenderci, invece, un peggioramento delle condizioni, già non brillanti, dell’industria editoriale che potrebbe perdere una percentuale consistente del suo fatturato. C’è anche da chiedersi, una volta riprodotti testi esistenti, chi potrebbe impegnarsi nel predisporne di nuovi, oltretutto senza disporre di riferimenti certi circa il modo in cui potranno essere utilizzati nell’educazione scolastica. Vale la pena di aggiungere che i libri su carta possono essere letti in un tempo lungo. L’accesso alla Bibbia di Gutenberg presenta difficoltà di ordine culturale, perché è scritta in latino, ma non tecnico, perché i caratteri continuano a essere perfettamente leggibili. Nel caso delle edizioni digitali si deve prevedere una doppia caduta: quella che investe la tecnologia, che richiede la sostituzione sempre più rapida dei prodotti ora proposti, e quella dei sistemi di codifica, che anche se in tempi un po’ più lunghi rende inutilizzabili codifiche effettuate su supporti non attuali (quanti usano ancora i dischetti magnetici? E per quanto tempo continueremo a usare i supporti ottici?). Occorrerebbe, per cominciare, incoraggiare la ricerca e fondarla, invece che sul senso comune, su solide basi sperimentali. Intanto, si deve evitare di rendere le scuole sempre più povere, visto che, per acquisire mezzi che potranno essere usati per un tempo breve, sono costrette a rinunciare a quelle dotazioni che potrebbero essere alla base di attività creative e progettuali, tali da impegnare il pensiero e l’azione di bambini e ragazzi.
L’Unità 06.11.12
"Tesoreria unica, al via il trasferimento", di Antimo DI Geronimo
I soldi delle scuole dei convitti e degli educandati femminili non saranno più depositati presso le banche con le quali le scuole hanno stipulato le convezioni di cassa. Da mercoledì scorso, 31 ottobre, il dipartimento della ragioneria generale dello stato ha disposto, infatti, l’apertura di contabilità speciali intestati alle istituzioni scolastiche, ai convitti e agli educandati femminili.
E dal 12 novembre prossimo gli istituti cassieri delle scuole dovranno effettuare il versamento delle disponibilità liquide presso la Banca d’Italia. Dunque, dal 12 novembre saranno di fatto applicati compiutamente i meccanismi del sistema di tesoreria unica. Insomma, il ministero dell’economia ha deciso di fare sul serio, senza proroghe e tentennamenti.
E lo ha fatto mettendo nero su bianco, con la circolare 32 di mercoledì scorso della Ragioneria generale, le disposizioni di attuazione delle nuove regole fissate dal decreto legge 95/2012. Che oltre a dettare la nuova disciplina sul trattamento degli esuberi, mette mano anche ai meccansimi di contabilità delle scuole. Il provvedimento reca, infatti, le disposizioni di dettaglio per dare concreta attuazione alle novità introdotte dai commi 33 e 34 dell’articolo 7 del decreto legge 95/2012. L’assoggettamento al sistema di tesoreria unica comporterà l’obbligo per le istituzioni scolastiche di depositare le proprie disponibilità liquide su contabilità speciali aperte presso la tesoreria stratale. E cioè presso la Banca d’Italia. E quindi il soldi delle scuole non saranno più materialmente disponibili presso gli istituti cassieri dove le scuole hanno stipulato la convenzione di cassa. Ma il cassiere continuerà a svolgere il servizio di cassa per conto delle istituzioni scolastiche. E manterrà anche i rapporti con la banca d’Italia, presso la quale risulterà materialmente depositata la liquidità. In buona sostanza, dunque, i soldi saranno versati e rimarranno materialmente depositati presso la banca d’Italia, ma le operazioni relative ai pagamenti e alle riscossioni, per conto delle scuole, continueranno ad essere effettuate dagli istituti cassieri. L’assoggettamento al servizio di tesoreria unica non comporterà limitazioni nell’accesso alle disponibilità delle scuole. Ma le relative somme saranno versate su sottoconti fruttiferi e infruttiferi delle contabilità speciali. I finanziamenti statali, regionali e degli enti locali saranno versati sui sottoconti infruttiferi. Così come pure i finanziamenti comunitari e i mutui e i prestiti con garanzia statale. Se invece la garanzia statale non c’è, le somme dovranno essere versate nei sottoconti fruttiferi. Idem i contributi provenienti da privati e i proventi delle gestioni economiche. Al regime di tesoreria unica saranno assoggettate tutte le istituzioni scolastiche, i convitti e gli educandati, salvo le scuole e le istituzioni educative della Valle d’Aosta e delle province autonome di Trento e Bolzano. Il regime di tesoreria unica non si applicherà nemmeno ai conservatori e alle accademie .
La nuova disciplina comporterà anche lo smobilizzo di eventuali prodotti finanziari acquistati dalle scuole per investire eventuali disponibilità eccedenti. Ma l’obbligo non si applicherà alle risorse investite in titoli di stato oppure in libretti di risparmio postale e buoni fruttiferi.
Quanto alle operazioni di pagamento, fermo restando che le disponibilità rimarranno versate presso la Banca d’Italia, le scuole continueranno ad inviare i titoli di pagamento agli istituti cassieri. E questi ultimi provvederanno materialmente ad effettuare le operazioni, utilizzando le procedure previste dall’articolo 3 del decreto ministeriale 4 agosto 2009.
Pertanto, i cassieri eseguiranno i pagamenti utilizzando le entrate eventualmente riscosse e, successivamente, impegnando le somme giacenti nelle contabilità speciali. L’addebito a carico delle contabilità speciali avverrà in primo luogo sulle disponibilità depositate sui sottoconti fruttiferi e, per la parte eccedente, su quelle dei sottoconti infruttiferi.
da ItaliaOggi 06.11.12
“Tesoreria unica, al via il trasferimento”, di Antimo DI Geronimo
I soldi delle scuole dei convitti e degli educandati femminili non saranno più depositati presso le banche con le quali le scuole hanno stipulato le convezioni di cassa. Da mercoledì scorso, 31 ottobre, il dipartimento della ragioneria generale dello stato ha disposto, infatti, l’apertura di contabilità speciali intestati alle istituzioni scolastiche, ai convitti e agli educandati femminili.
E dal 12 novembre prossimo gli istituti cassieri delle scuole dovranno effettuare il versamento delle disponibilità liquide presso la Banca d’Italia. Dunque, dal 12 novembre saranno di fatto applicati compiutamente i meccanismi del sistema di tesoreria unica. Insomma, il ministero dell’economia ha deciso di fare sul serio, senza proroghe e tentennamenti.
E lo ha fatto mettendo nero su bianco, con la circolare 32 di mercoledì scorso della Ragioneria generale, le disposizioni di attuazione delle nuove regole fissate dal decreto legge 95/2012. Che oltre a dettare la nuova disciplina sul trattamento degli esuberi, mette mano anche ai meccansimi di contabilità delle scuole. Il provvedimento reca, infatti, le disposizioni di dettaglio per dare concreta attuazione alle novità introdotte dai commi 33 e 34 dell’articolo 7 del decreto legge 95/2012. L’assoggettamento al sistema di tesoreria unica comporterà l’obbligo per le istituzioni scolastiche di depositare le proprie disponibilità liquide su contabilità speciali aperte presso la tesoreria stratale. E cioè presso la Banca d’Italia. E quindi il soldi delle scuole non saranno più materialmente disponibili presso gli istituti cassieri dove le scuole hanno stipulato la convenzione di cassa. Ma il cassiere continuerà a svolgere il servizio di cassa per conto delle istituzioni scolastiche. E manterrà anche i rapporti con la banca d’Italia, presso la quale risulterà materialmente depositata la liquidità. In buona sostanza, dunque, i soldi saranno versati e rimarranno materialmente depositati presso la banca d’Italia, ma le operazioni relative ai pagamenti e alle riscossioni, per conto delle scuole, continueranno ad essere effettuate dagli istituti cassieri. L’assoggettamento al servizio di tesoreria unica non comporterà limitazioni nell’accesso alle disponibilità delle scuole. Ma le relative somme saranno versate su sottoconti fruttiferi e infruttiferi delle contabilità speciali. I finanziamenti statali, regionali e degli enti locali saranno versati sui sottoconti infruttiferi. Così come pure i finanziamenti comunitari e i mutui e i prestiti con garanzia statale. Se invece la garanzia statale non c’è, le somme dovranno essere versate nei sottoconti fruttiferi. Idem i contributi provenienti da privati e i proventi delle gestioni economiche. Al regime di tesoreria unica saranno assoggettate tutte le istituzioni scolastiche, i convitti e gli educandati, salvo le scuole e le istituzioni educative della Valle d’Aosta e delle province autonome di Trento e Bolzano. Il regime di tesoreria unica non si applicherà nemmeno ai conservatori e alle accademie .
La nuova disciplina comporterà anche lo smobilizzo di eventuali prodotti finanziari acquistati dalle scuole per investire eventuali disponibilità eccedenti. Ma l’obbligo non si applicherà alle risorse investite in titoli di stato oppure in libretti di risparmio postale e buoni fruttiferi.
Quanto alle operazioni di pagamento, fermo restando che le disponibilità rimarranno versate presso la Banca d’Italia, le scuole continueranno ad inviare i titoli di pagamento agli istituti cassieri. E questi ultimi provvederanno materialmente ad effettuare le operazioni, utilizzando le procedure previste dall’articolo 3 del decreto ministeriale 4 agosto 2009.
Pertanto, i cassieri eseguiranno i pagamenti utilizzando le entrate eventualmente riscosse e, successivamente, impegnando le somme giacenti nelle contabilità speciali. L’addebito a carico delle contabilità speciali avverrà in primo luogo sulle disponibilità depositate sui sottoconti fruttiferi e, per la parte eccedente, su quelle dei sottoconti infruttiferi.
da ItaliaOggi 06.11.12
"Centinaia di futuri medici. Diplomati negli atenei di Timisoara", di Paolo G. Brera
A centinaia, ogni anno, lasciano l´Italia per venire fin qui. In Romania, tra Arad e Timisoara. È il nuovo Eldorado degli aspiranti camici bianchi, quelli che vogliono evitare le difficoltà (e le spese) dei nostri test d´ingresso. Imparano la lingua, studiano, superano esami, fanno tirocinio e vivono il loro sogno. Ma al ritorno il riconoscimento della laurea resta un´incognita. Timisoara. Ma guarda dove sono finiti, i nostri futuri dentisti, per imparare il mestiere: in Transilvania, vicini di casa dell’uomo dai canini più famosi del mondo, il conte Dracula. Più di 600 studenti italiani alla privata Vasile Goldis di Arad, una cinquantina alla statale di Timisoara; un altro migliaio sparpagliati nel resto della Romania, tra Iasi e Bucarest, tra Cluj e Costanza. Metà studiano per diventare odontoiatri, l´altra metà sarà medico. Ma stanno arrivando anche dozzine di infermieri e veterinari.
C´era una volta la fuga dei cervelli italiani, oggi anticipiamo i tempi: esportiamo direttamente il semilavorato. Secondo gli ultimi dati disponibili (rapporto Migrantes 2011) 42mila ragazzi hanno varcato i confini e studiano all´estero. Migliaia di candidati medici sono rimbalzati contro «quei test assurdi» per due, tre, quattro anni consecutivi prima di decidersi a coltivare i sogni in un terreno meno ostile. Virtù dell´Europa unita: ti laurei dove riesci, eserciti dove vuoi. Molti hanno scelto la Spagna, ma costa una fortuna tra tasse e carovita. Così a ogni iscrizione sciamano a centinaia in Romania, ogni anno più numerosi: in una mano la valigia dell´emigrante, nell´altra quella di mamma o papà che paga e conforta. Quando partono per la Transilvania sembrano Claudio Bisio e Angela Finocchiaro in Benvenuti al Sud. Benvenuti in Romania, invece: «Mia figlia – racconta la psichiatra Nicla Picciariello – era la migliore della classe, al liceo, ma ha provato quattro volte il test a Medicina e non è passata: lo sanno tutti che i posti erano già assegnati. Sconfortante, me lo lasci dire. Così si è iscritta alla statale di Timisoara. Per noi è stata una ferita: non dovremmo avere pregiudizi».
«Ma è un Paese arretrato, tanti criminali… Siamo partite insieme, le ho detto di togliersi i brillanti, via le borse di Chanel, solo vestiti dimessi. Quando sono arrivata qui mi sono vergognata. È un sogno, altro che inferno! Le auto si fermano due metri prima delle strisce, le facoltà hanno ottimi laboratori e mi sento molto più sicura a girare sola e ingioiellata qui che in Italia». Vale il reciproco: «Un giorno – racconta Alessandro Nicolò, II anno di odontoiatria ad Arad – ho detto a una professoressa che arrivavo da Reggio Calabria ed è sbiancata: “Oddio ma lì sparano per strada, è pericoloso, c´è la ´ndrangheta!” Le ho risposto: accidenti, guardi che da noi dicono lo stesso della Romania».
A Timisoara e Arad, l´eldorado degli aspiranti camici italiani, quasi tutti vengono dal Mezzogiorno. «Certo, spero di tornare al più presto nel mio Paese – racconta Marzia Russo, ventenne di Foggia, II anno di Medicina in inglese ad Arad – ma sarò per sempre grata alla Romania: in Italia mi sarei dovuta laureare in una disciplina che non mi interessa. Qui ho già iniziato il tirocinio, entro in sala operatoria, cambio medicazioni e assistito a operazioni delicate. In Italia? Farei solo teoria». In realtà, le nostre università non permettono facilmente il reintegro, una volta aggirato il test. «Ma quest´anno 29 ragazzi sono riusciti a tornare all´Università di Bari», sorride Nino Del Pozzo di Tutor University, che offre assistenza logistica alla Vasile Goldis di Arad.
Ogni anno quasi 90mila italiani affrontano il test delle facoltà mediche, e l´80 per cento vengono dal Centro-Sud. Ne passa uno su otto. «In Italia per iscriverti ai test – spiega Maria Vincenza M., uno dei 170 ammessi quest´anno ad Arad su 300 candidati italiani – spendi da 50 a 100 euro ogni tentativo. Poi ci sono i corsi: io ho speso 4mila euro ma il listino aveva soluzioni da 9, 10 e anche 12mila euro tra teoria, esercizi, simulazioni e glossario. In più ho speso 500 euro di libri». «Fate la somma, moltiplicate per 90mila studenti e capirete perché in Italia questa follia dei test non la cancelleranno mai», dice un papà, Raffaele, in cerca di casa per la figlia.
«In questi dieci anni – dice Giuseppe Lavra, vicepresidente dell´Ordine dei medici di Roma – ci troveremo con 40mila medici in meno. Il guaio è che non mancano ancora, così non facciamo nulla per risolvere il problema». Un paradosso che costa milioni: in Romania ogni studente spende in media 4mila euro di tasse ogni anno, che «diventano 10 o 12mila con affitto, mantenimento e trasferimenti». Per duemila italiani fanno una ventina di milioni di euro ogni anno che le famiglie avrebbero speso volentieri in Italia, invece che in Romania. E anche l´esodo in conto studi diventa business. «Per venire qui a Arad – dice Del Pozzo – da noi spendono 3mila euro per l´iscrizione e l´assistenza ai test di lingua, e fino a 10mila con il tutor. Ogni tanto ci arrivano telefonate strane, gente che pensa che studiare qui sia una finzione. Beh, ragazzi, non avete capito niente: 15 giorni di vacanze a Pasqua, una ventina a Natale e poi luglio e agosto, il resto dell´anno non ti muovi. C´è obbligo di frequenza e vi conoscono uno a uno, non ci si passano i badge come in Italia».
«Una volta superato il test iniziale di romeno, che per fortuna è semplice da imparare – dice Antonino Nicolò, 25 anni, futuro dentista figlio d´arte e rappresentante di tutti gli studenti – si studia mattina e pomeriggio, teoria e pratica in laboratorio, test ogni sei mesi e se non passi ripeti l´anno come al liceo. I professori sono eccellenti, abbiamo strumenti e tecnologie per laboratorio e ricerca e il mestiere lo impari davvero: al quarto anno ho iniziato a fare devitalizzazioni, una pratica difficile perché tocchi il nervo. Abbiamo tre studi a Reggio, ma se avessi studiato in Italia sarei arrivato da mio padre come gli altri, senza saper fare nulla». Antonino parla il romeno meglio dei romeni. Lo conoscono tutti: «Se ti si rompe un tubo in casa, se cerchi un avvocato o un marito basta chiamare lui… Antoninoooo», scherza Anamaria Nyeki al compleanno di Sebastian Popescu, un amico comune. Gli hanno già offerto, dice, di restare come assistente, a fine corso. «Mi sento a casa, ma lo stipendio è bassissimo. Vedremo».
Ad Arad – 180mila abitanti e un´architettura asburgica deliziosa, ma diroccata – le famiglie appena arrivate dall´Italia le incontri a colazione nella hall del migliore albergo. Quasi sempre almeno uno dei genitori è medico, a volte primario: «Insegno radiologia alla Sapienza – dice Francesco Briganti – e sono qui per mia figlia. La mia presenza dimostra che il test è una cosa seria, e che in Italia molte cose non funzionano».
Da qualche anno, in Romania le lauree false sono nel mirino. Alla Grigore T. Popa di Iasi hanno stracciato 62 titoli conquistati da italiani senza imparare una parola di romeno. E nel 2010 il rettore della Spiru Haret di Bucarest è stato sospeso: «Nel 2009 avevano rilasciato 50mila diplomi – ha raccontato in tv l´ex ministro dell´Istruzione Ecaterina Andronescu – e lo stesso l´anno precedente». Lauree facili, facilissime. Per discernere il loglio dal grano, Andronescu ha proposto di far ripetere gli esami in università irreprensibili, «pubbliche o private». E tra queste «la Vasile Goldis di Arad», la più amata dai ragazzi italiani. Il guaio è il riconoscimento incerto della laurea. Nella Ue sarebbe automatico, ma gli scandali inducono prudenza. «Monitoriamo da tempo – spiega il ministero della Salute italiano – un preoccupante fenomeno di titoli rilasciati a seguito di corsi ad hoc, formalmente validi ma nella sostanza privi di valore. Le richieste di riconoscimento sono in netta espansione. In Romania, solo in una decina di casi è stata accertata la regolarità del corso».
Loro, gli studenti, sono disposti a scommetterci sei anni di vita. Affittano camera a 200 euro, montano Sky in italiano «anche se non si potrebbe» e vivono il loro sogno tra caffè “ristretto” e covrigi caldi, le cialde ammazza-fame. Vita universitaria, amori e amicizie senza frontiere. Se metti piede fuori dalla cittadella, ad Arad, sprofondi nella povertà e nel latifondo. Ma il centro è dei grandi edifici pubblici e del teatro austro-ungarico, con bar e ristoranti affollati da ragazzi romeni e italiani, da studenti israeliani e tunisini. «Mai una violenza, un furto o un´aggressione», assicura Antonino al ristorante. Un gigante romeno si avvicina per salutarlo. È il capo della polizia anticrimine. «Chiede di spiegare ai nuovi arrivati di non fare sciocchezze: non è come in Italia, un solo spinello e ti arrestano per spaccio internazionale. Lo stesso per l´alcol: se guidi, tolleranza zero».
La Repubblica 06.11.12
“Centinaia di futuri medici. Diplomati negli atenei di Timisoara”, di Paolo G. Brera
A centinaia, ogni anno, lasciano l´Italia per venire fin qui. In Romania, tra Arad e Timisoara. È il nuovo Eldorado degli aspiranti camici bianchi, quelli che vogliono evitare le difficoltà (e le spese) dei nostri test d´ingresso. Imparano la lingua, studiano, superano esami, fanno tirocinio e vivono il loro sogno. Ma al ritorno il riconoscimento della laurea resta un´incognita. Timisoara. Ma guarda dove sono finiti, i nostri futuri dentisti, per imparare il mestiere: in Transilvania, vicini di casa dell’uomo dai canini più famosi del mondo, il conte Dracula. Più di 600 studenti italiani alla privata Vasile Goldis di Arad, una cinquantina alla statale di Timisoara; un altro migliaio sparpagliati nel resto della Romania, tra Iasi e Bucarest, tra Cluj e Costanza. Metà studiano per diventare odontoiatri, l´altra metà sarà medico. Ma stanno arrivando anche dozzine di infermieri e veterinari.
C´era una volta la fuga dei cervelli italiani, oggi anticipiamo i tempi: esportiamo direttamente il semilavorato. Secondo gli ultimi dati disponibili (rapporto Migrantes 2011) 42mila ragazzi hanno varcato i confini e studiano all´estero. Migliaia di candidati medici sono rimbalzati contro «quei test assurdi» per due, tre, quattro anni consecutivi prima di decidersi a coltivare i sogni in un terreno meno ostile. Virtù dell´Europa unita: ti laurei dove riesci, eserciti dove vuoi. Molti hanno scelto la Spagna, ma costa una fortuna tra tasse e carovita. Così a ogni iscrizione sciamano a centinaia in Romania, ogni anno più numerosi: in una mano la valigia dell´emigrante, nell´altra quella di mamma o papà che paga e conforta. Quando partono per la Transilvania sembrano Claudio Bisio e Angela Finocchiaro in Benvenuti al Sud. Benvenuti in Romania, invece: «Mia figlia – racconta la psichiatra Nicla Picciariello – era la migliore della classe, al liceo, ma ha provato quattro volte il test a Medicina e non è passata: lo sanno tutti che i posti erano già assegnati. Sconfortante, me lo lasci dire. Così si è iscritta alla statale di Timisoara. Per noi è stata una ferita: non dovremmo avere pregiudizi».
«Ma è un Paese arretrato, tanti criminali… Siamo partite insieme, le ho detto di togliersi i brillanti, via le borse di Chanel, solo vestiti dimessi. Quando sono arrivata qui mi sono vergognata. È un sogno, altro che inferno! Le auto si fermano due metri prima delle strisce, le facoltà hanno ottimi laboratori e mi sento molto più sicura a girare sola e ingioiellata qui che in Italia». Vale il reciproco: «Un giorno – racconta Alessandro Nicolò, II anno di odontoiatria ad Arad – ho detto a una professoressa che arrivavo da Reggio Calabria ed è sbiancata: “Oddio ma lì sparano per strada, è pericoloso, c´è la ´ndrangheta!” Le ho risposto: accidenti, guardi che da noi dicono lo stesso della Romania».
A Timisoara e Arad, l´eldorado degli aspiranti camici italiani, quasi tutti vengono dal Mezzogiorno. «Certo, spero di tornare al più presto nel mio Paese – racconta Marzia Russo, ventenne di Foggia, II anno di Medicina in inglese ad Arad – ma sarò per sempre grata alla Romania: in Italia mi sarei dovuta laureare in una disciplina che non mi interessa. Qui ho già iniziato il tirocinio, entro in sala operatoria, cambio medicazioni e assistito a operazioni delicate. In Italia? Farei solo teoria». In realtà, le nostre università non permettono facilmente il reintegro, una volta aggirato il test. «Ma quest´anno 29 ragazzi sono riusciti a tornare all´Università di Bari», sorride Nino Del Pozzo di Tutor University, che offre assistenza logistica alla Vasile Goldis di Arad.
Ogni anno quasi 90mila italiani affrontano il test delle facoltà mediche, e l´80 per cento vengono dal Centro-Sud. Ne passa uno su otto. «In Italia per iscriverti ai test – spiega Maria Vincenza M., uno dei 170 ammessi quest´anno ad Arad su 300 candidati italiani – spendi da 50 a 100 euro ogni tentativo. Poi ci sono i corsi: io ho speso 4mila euro ma il listino aveva soluzioni da 9, 10 e anche 12mila euro tra teoria, esercizi, simulazioni e glossario. In più ho speso 500 euro di libri». «Fate la somma, moltiplicate per 90mila studenti e capirete perché in Italia questa follia dei test non la cancelleranno mai», dice un papà, Raffaele, in cerca di casa per la figlia.
«In questi dieci anni – dice Giuseppe Lavra, vicepresidente dell´Ordine dei medici di Roma – ci troveremo con 40mila medici in meno. Il guaio è che non mancano ancora, così non facciamo nulla per risolvere il problema». Un paradosso che costa milioni: in Romania ogni studente spende in media 4mila euro di tasse ogni anno, che «diventano 10 o 12mila con affitto, mantenimento e trasferimenti». Per duemila italiani fanno una ventina di milioni di euro ogni anno che le famiglie avrebbero speso volentieri in Italia, invece che in Romania. E anche l´esodo in conto studi diventa business. «Per venire qui a Arad – dice Del Pozzo – da noi spendono 3mila euro per l´iscrizione e l´assistenza ai test di lingua, e fino a 10mila con il tutor. Ogni tanto ci arrivano telefonate strane, gente che pensa che studiare qui sia una finzione. Beh, ragazzi, non avete capito niente: 15 giorni di vacanze a Pasqua, una ventina a Natale e poi luglio e agosto, il resto dell´anno non ti muovi. C´è obbligo di frequenza e vi conoscono uno a uno, non ci si passano i badge come in Italia».
«Una volta superato il test iniziale di romeno, che per fortuna è semplice da imparare – dice Antonino Nicolò, 25 anni, futuro dentista figlio d´arte e rappresentante di tutti gli studenti – si studia mattina e pomeriggio, teoria e pratica in laboratorio, test ogni sei mesi e se non passi ripeti l´anno come al liceo. I professori sono eccellenti, abbiamo strumenti e tecnologie per laboratorio e ricerca e il mestiere lo impari davvero: al quarto anno ho iniziato a fare devitalizzazioni, una pratica difficile perché tocchi il nervo. Abbiamo tre studi a Reggio, ma se avessi studiato in Italia sarei arrivato da mio padre come gli altri, senza saper fare nulla». Antonino parla il romeno meglio dei romeni. Lo conoscono tutti: «Se ti si rompe un tubo in casa, se cerchi un avvocato o un marito basta chiamare lui… Antoninoooo», scherza Anamaria Nyeki al compleanno di Sebastian Popescu, un amico comune. Gli hanno già offerto, dice, di restare come assistente, a fine corso. «Mi sento a casa, ma lo stipendio è bassissimo. Vedremo».
Ad Arad – 180mila abitanti e un´architettura asburgica deliziosa, ma diroccata – le famiglie appena arrivate dall´Italia le incontri a colazione nella hall del migliore albergo. Quasi sempre almeno uno dei genitori è medico, a volte primario: «Insegno radiologia alla Sapienza – dice Francesco Briganti – e sono qui per mia figlia. La mia presenza dimostra che il test è una cosa seria, e che in Italia molte cose non funzionano».
Da qualche anno, in Romania le lauree false sono nel mirino. Alla Grigore T. Popa di Iasi hanno stracciato 62 titoli conquistati da italiani senza imparare una parola di romeno. E nel 2010 il rettore della Spiru Haret di Bucarest è stato sospeso: «Nel 2009 avevano rilasciato 50mila diplomi – ha raccontato in tv l´ex ministro dell´Istruzione Ecaterina Andronescu – e lo stesso l´anno precedente». Lauree facili, facilissime. Per discernere il loglio dal grano, Andronescu ha proposto di far ripetere gli esami in università irreprensibili, «pubbliche o private». E tra queste «la Vasile Goldis di Arad», la più amata dai ragazzi italiani. Il guaio è il riconoscimento incerto della laurea. Nella Ue sarebbe automatico, ma gli scandali inducono prudenza. «Monitoriamo da tempo – spiega il ministero della Salute italiano – un preoccupante fenomeno di titoli rilasciati a seguito di corsi ad hoc, formalmente validi ma nella sostanza privi di valore. Le richieste di riconoscimento sono in netta espansione. In Romania, solo in una decina di casi è stata accertata la regolarità del corso».
Loro, gli studenti, sono disposti a scommetterci sei anni di vita. Affittano camera a 200 euro, montano Sky in italiano «anche se non si potrebbe» e vivono il loro sogno tra caffè “ristretto” e covrigi caldi, le cialde ammazza-fame. Vita universitaria, amori e amicizie senza frontiere. Se metti piede fuori dalla cittadella, ad Arad, sprofondi nella povertà e nel latifondo. Ma il centro è dei grandi edifici pubblici e del teatro austro-ungarico, con bar e ristoranti affollati da ragazzi romeni e italiani, da studenti israeliani e tunisini. «Mai una violenza, un furto o un´aggressione», assicura Antonino al ristorante. Un gigante romeno si avvicina per salutarlo. È il capo della polizia anticrimine. «Chiede di spiegare ai nuovi arrivati di non fare sciocchezze: non è come in Italia, un solo spinello e ti arrestano per spaccio internazionale. Lo stesso per l´alcol: se guidi, tolleranza zero».
La Repubblica 06.11.12
"Violenza sulle donne? No, noi no", di Francesca Sironi
Basta con le botte, gli stupri, gli omicidi tra le mura domestiche. A dirlo in una nuova campagna questa volta sono i maschi. Attori, registi e musicisti, ma in generale uomini. Che scelgono di distinguersi. Marco, Gianni, Gabriele. Uomini normali. Filmaker, agricoltori, taxisti. Che dicono no alla violenza sulle donne. Non dovrebbe sembrare strano, eppure è una bella emozione guardare i loro video sul canale YouTube di noino.org , la campagna contro la violenza maschile promossa dall’associazione Orlando con il contributo di Fondazione del Monte. Uomini, finalmente, che scelgono di distinguersi. Che hanno capito come solo distanziandosi, pubblicamente, dal brodo culturale che permette alla violenza di genere di continuare indisturbata, si può davvero cambiare la situazione. Cambiare il fatto che in Italia ogni sette minuti ci sia un uomo che stupra o tenta di stuprare una donna. Che ogni tre giorni una donna venga uccisa da uomo, che un quinto dei mariti o fidanzati del nostro Paese faccia sempre o ripetutamente violenza psicologica sulla propria partner.
Perché la violenza non è solo l’atto fisico, non è solo il femminicidio, di cui sentiamo ultimamente parlare in abbondanza. La violenza sulle donne, come racconta bene la campagna, è fatta di tante cose: di minacce, umiliazioni, costrizioni, di paura, di isolamento, di offese.
«Chi picchia una donna non è un mostro, di solito è suo marito, il suo compagno o il fidanzato. Un uomo come noi. Ma noi non siamo come lui» afferma Marco , filmaker , la spilletta rossa di Noino attaccata alla maglietta, un segno di riconoscimento. Sono persone come lui quelle che servono a dire basta alla violenza sulle donne. Ce ne vorrebbero sei milioni e 743mila, quante il numero di donne italiane che fra i sedici e i 70 anni hanno subito violenza fisica o sessuale da un uomo, dati Istat del 2006. Forse non arriveranno a incontrarne tanti, le ragazze di ComuniCattive che stanno portando avanti la campagna, ma i loro video sono già un buon inizio. Perché ognuno di noi, non importa a quale genere appartenga, non può non essere sollevato nel sentire che c’è un taxista di nome di nomeSilvano che guarda in camera e dice: «No ai panni sporchi che si lavano in famiglia. Perché quando un uomo minaccia sua moglie non sono fatti loro, è violenza».
Oppure ad ascoltare Guglielmo, dell’azienda “Le mucche di Guglielmo”, mentre sostiene, davanti al suo banchetto, che: «Oggi gli uomini, tutti noi, dovremmo porci delle domande su perché questo accade e lottare tutti assieme perché non accada più».
Sono loro i testimonial di questa campagna. Sono Gabriele Bertuzzi, il produttore di fiori di Bologna o Luigi, col cappello da cowboy, che dice: «Io sarei nessuno senza mia moglie. Rispettate le donne, rispettate il loro lavoro», oppureDario, l’istruttore di Boxe, che ricorda che «In palestra, con l’avversario che hai di fronte è forza. In casa è solo violenza» .
Sono loro gli uomini che vorremmo sentir parlare più spesso. Poi ci sono i volti famosi, quelli del cinema, come per gli attori Ivano Marescotti e Giampaolo Morelli o il regista Giovanni Veronesi. Ci sono calciatori come Alessandro Diamanti, lo scrittore Stefano Benni, il cantante Vinicio Capossella, il professore Andrea Segrè. Servono tutti, per arrivare a quei sei milioni di uomini che dicano «Io non ci sto», che raccontino, una volta per tutte, che gli uomini, i maschi, non sono tutti uguali. Che ci si può e ci si deve distinguere, perché la violenza sulle donne è un problema che riguarda tutti quanti. Chiunque può aderire, inviando la propria foto, mettendoci la faccia. E dicendo: «Io no».
L’Espresso 05.11.12
