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“Il contrasto tra numeri e salute”, di Vladimiro Zagrebelsky

Alla fine pare che i fondi per mantenere il livello di assistenza ai malati gravi non autosufficienti, come principalmente quelli colpiti dalla Sla, siano stati trovati. C’erano dunque. Ma il disegno di legge di stabilità, presentato dal ministro dell’Economia e delle Finanze a nome del governo, li tagliava, destinandoli altrove. Se il lavoro che si svolge in Parlamento per riscrivere la manovra finanziaria di fine anno risolverà il problema, si potrebbe esser soddisfatti, un errore e un torto saranno stati riparati e si potrebbe dire che tutto è bene quel che finisce bene. Non è però così semplice e la vicenda, anche se avrà conclusione positiva, merita qualche riflessione. Anche perché potrebbe essere vista come l’esempio di un problema più generale.
Il diritto alla salute – intesa questa come il più elevato livello dello stato di salute raggiungibile dalla persona – è l’unico diritto che la Costituzione qualifica come fondamentale. E non per enfasi e sovrabbondanza redazionale, ma per meditata e discussa ragione nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente. L’Italia è poi tenuta a garantire questo diritto per trattati internazionali come il Patto delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali, la Carta sociale europea e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Certo la disponibilità delle risorse economiche incide sulle prestazioni dello Stato anche in materia di diritto alla salute e di diritti fondamentali in generale. Ma un’attenta identificazione delle priorità è indispensabile e deve essere motivata e aperta alla discussione. Nulla di questo è avvenuto, fino a quando hanno fatto irruzione i malati e le loro famiglie, forti della loro estrema debolezza e dell’irresistibile impressione delle immagini del dolore esposto davanti alla sede del governo.
Possibile che, almeno per prudenza se non per rispetto di quei malati, il governo non abbia evitato di dover affrontare l’insostenibile impatto dell’indignazione e della reazione sorte nell’opinione pubblica e quindi in Parlamento? Una risposta può essere forse trovata nel fatto che il disegno di legge di stabilità viene presentato dal solo ministro dell’Economia e delle Finanze, senza l’abituale «concerto» degli altri ministri interessati. Ma sarebbe una risposta formalistica e insufficiente. In realtà è illuminante il fatto che, quando la proposta governativa ha incontrato le prime critiche, la reazione è stata del tipo: «Fate quel che volete, purché il saldo rimanga invariato». Il saldo, quindi, unico scopo da ottenere. Perché il saldo è «tecnico» e il resto è «politica»! Certo le scelte tra i vari interessi e valori da proteggere o promuovere o invece penalizzare o limitare appartiene alla sfera della politica, che trova il suo luogo naturale nel Parlamento e i suoi attori nei partiti politici e nelle organizzazioni della società. Ma è difficilmente comprensibile l’estraneità ostentata e a tratti persino compiaciuta dei responsabili economici del governo, che palesemente godono di un’assoluta preminenza. Così soltanto si spiega che, solo al montare della protesta, i ministri della Salute e delle Politiche Sociali abbiano potuto intervenire e operare efficacemente.
I malati gravi non autosufficienti, portatori di patologie degenerative, oltre a richiedere le cure e gli strumenti necessari per sopravvivere, hanno necessità di disporre delle apparecchiature, che consentono loro di alleviare il peso della vita: si tratta di apparecchi costosi e in continua evoluzione tecnologica, che consentono di spostarsi, comunicare, compiere gesti elementari. L’assistenza continua è indispensabile, così come una complessa organizzazione di mezzi e persone. Quando il malato si trova nel suo domicilio, non si può imporre ai famigliari un impegno totale, continuo, insostenibile. Tra l’altro, se l’assistenza domiciliare efficace non è assicurata, necessariamente aumentano i ricoveri e i relativi costi per il Servizio Sanitario Nazionale. La questione dunque rientra a pieno titolo nel campo della politica sanitaria e del diritto alla salute. Essa merita di essere discussa e poi decisa riconoscendone la complessità e delicatezza. Malamente è affrontata con la brutalità dell’Economia. Meglio la consapevolezza e la responsabilità della Salute.
La Stampa 06.11.12

"Le ragioni dell´incertezza", di Vittorio Zucconi

La crepa dell´incertezza attraversa come una faglia sismica la giornata della democrazia elettorale americana, aprendo l´ipotesi di ogni terremoto possibile. Era dal duello fra Truman e Dewey nel 1948, di Nixon contro Kennedy del 1960 e dall´indimenticabile tragicommedia di Bush e Gore decisa da 530 voti nel 2000, che l´America non si presentava al proprio massimo rito civico con tanti dubbi.
Oltre il confine dei sondaggi, che restano tutti ben all´interno dei margini di errore, dunque possono essere rovesciati dal voto, c´è una nazione che non si riconosce né in Romney né in Obama. C´è un elettorato che sceglierà il repubblicano per puro odio del democratico, e un altro che appoggia svogliatamente il presidente pur di non cedere il timone. Oggi saranno costretti a scegliere senza vero trasporto qualcuno che non vorrebbero.
Le crepe dell´incertezza attraversano geografia e demografia, dividono Stati e città, Atlantico e Pacifico, maschi e femmine, giovani e anziani, ricchi e meno ricchi, bianchi e non bianchi e sembrano, anziché saldarsi, aprirsi.
Non c´è un “partito di Romney”, entusiastico e mobilitato come ci fu due volte per Reagan, negli anni ´80, e una volta per George W. Bush, nella sua seconda elezione. C´è soltanto il “non Obama”. Ma non c´è più neppure il partito di Obama, quell´onda formidabile di entusiasmo che portò alle urne, il 4 novembre del 2008, 130 milioni di cittadini, la cifra assoluta più alta nella storia della democrazia Usa, con un´affluenza di oltre il 61 per cento, seconda soltanto al 63% del duello fra Kennedy e Nixon, oltre mezzo secolo fa. Il movimento spontaneo di giovani elettori, di donne single, di ispanici, ovviamente di afroamericani, si è arenato nella palude di una presidenza che non ha scaldato i cuori. Dunque Obama deve promettere di “andare avanti” – “forward” come dice il suo slogan – lungo una strada che non ha sedotto e non affascina. Romney deve far brillare arcobaleni di prosperità e di riduzioni fiscali, che non ha spiegato come potrebbero conciliarsi.
E sono, nelle ore del voto, più le domande che le risposte offerte dalle interviste. Il vantaggio del quale il primo capo dello stato nero nella storia Usa gode fra i suoi “fratelli e sorelle”, fra gli immigrati latinos, fra le giovani donne, fra i ventenni, sarà superiore all´handicap che lui porta nel voto dei maschi bianchi adulti, delle madri di famiglia, dei pensionati “over 65” in Florida, soprattutto quel blocco di voto ebraico che ha ormai sostituito l´obsoleto “voto cubano”? Il Nord e il West, le fortezze indispensabili per Obama, produrranno un margine sufficiente per compensare l´implacabile ostilità che tutto il Sud, l´antica Dixieland dei ribelli e della bandiera con la croce di Sant´Andrea, coltiva per lui?
Sulle proprie roccaforti, la campagna del presidente si è rinchiusa, in una Linea Maginot in Ohio, Michigan, Pennsylvania a rischio di cedimento del fronte interno.
Davanti alla Maginot obamaniana, gli strateghi di Romney hanno utilizzato una guerra di movimento, spostando su tutti i punti del fronte il proprio candidato elastico, informe e malleabile. Radicali di destra come di sinistra, dagli Occupy Wall Street al Tea Party ribelle contro l´establishment, convergono. Il loro punto d´incontro è nel disprezzo per Obama, il traditore.
Il diverso. Il troppo “di sinistra” o troppo poco.
Romney e Obama non sono riusciti mai a chiarire quali siano i propri progetti, ad articolare le proprie pur tanto diverse “idee d´America”, creando un´area grigia nella quale l´elettorato brancola ancora incerto, dunque esposto ai venti dell´ultima ora. Il vantaggio di Romney è di poter contare su un nucleo di irriducibili alle soglie della demenza, come quel Donald Trump disposto a offrire 5 milioni contro Obama, gente che vuole cacciare quella famiglia di “usurpatori” dalla Casa del padrone. Ma nell´insistenza torva si sono aperte crepe di incertezza e di ripensamento fra i repubblicani più moderati e razionali.
Le donne, sempre la maggioranza, vacillano divise fra le più giovani, sensibili alla libertà di scelta, alla procreazione cosciente, e le meno giovani, più in ansia per il lavoro proprio, del coniuge, dei figli. I pensionati non sanno se credere alla terra promessa della privatizzazione indicata da Romney e dal suo vice Ryan, o restare aggrappati a quel poco di welfare che lo stato fornisce e ai vantaggi della riforma sanitaria. I neri si sentono amareggiati, dopo tanti sogni. I giovani sotto i 24 anni, già mobilitati per Obama, faticano, per naturale impeto anagrafico, ad accontentarsi del poco, o non abbastanza, fatto.
L´incertezza produce l´effetto toss up, il lancio in aria della moneta senza sapere da quale parte cadrà. Testa o croce? Obama o Romney? Cinquanta probabilità contro cinquanta, nella terra americana che brontola sotto i piedi della politica.
La Repubblica 05.11.12
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Soldi, welfare, sogni braccio di ferro sul futuro dell´America”, di Alexander Stille
Mio suocero, da buon repubblicano, è per me un ottimo termometro per misurare l´umore dell´elettorato conservatore. «Sono preoccupato anch´io dal problema della crescente disuguaglianza: so bene che frena le opportunità» mi ha detto l´altro giorno. «Ma sono ancora più preoccupato dalle spese governative fuori controllo. Se andiamo avanti così, finiremo come la Grecia». Durante la sua ultima visita è stato immerso nella lettura del libro “La Via della Schiavitù,” dell´economista austriaco Frederich Hayek: un libro del 1946 ma bestseller a sorpresa in questi giorni nel mondo conservatore. La tesi del libro è che lo stato sociale moderno nato dopo la Seconda guerra mondiale ci porterà verso un nuovo totalitarismo. Mentre è francamente difficile vedere la sagoma di Stalin o Hitler nei sistemi pensionistici o sanitari della Francia o della Germania, i conservatori americani di oggi vedono la realizzazione della visione di Hayek nelle difficoltà dell´Europa. Solo l´altro giorno Romney ha detto che se vince Obama gli Usa finiranno come la Grecia, la Spagna e l´Italia.
Oltre una corsa tra due candidati e due partiti, queste elezioni rappresentano la gara tra due visioni dell´economia e del rapporto tra stato e mercato. I due partiti guardano statistiche diverse, privilegiano indici diversi ma tutte e due guardano una situazione di stagnazione di redditi e diminuite opportunità per la classe media, offrendo soluzioni radicalmente diverse.
Quello che gli elettori di Barack Obama vedono è una disuguaglianza economica crescente che rischia di vanificare il sogno americano. Nel periodo tra il 2002 ed oggi, per esempio, quasi 70% della crescita economica è andata all´uno per cento più ricco della popolazione. Negli anni ‘60, per fare un paragone, circa 65% della crescita è andata al 90% della popolazione più povero. I ricchi non soffrivano. Ma i ceti medi e bassi guadagnavano.
Dagli anni ‘70, invece lo stipendio medio americano è sceso, soprattutto per gli uomini senza una laurea. Le famiglie americane hanno mantenuto il loro tenore di vita solo grazie all´entrata delle donne nella forza di lavoro. Però oggi, negli anni 2000, anche famiglie con due stipendi hanno meno soldi. Per un rapporto della Pew Charitable Trust, il reddito annuo della famiglia media è sceso di 3.500 dollari dal 2000 al 2009. «È il primo decennio dopo la Seconda guerra mondiale dove la classe media ha meno reddito alla fine del decennio rispetto all´inizio», dice Paul Taylor, autore dello studio.
Mitt Romney ha fatto leva su questo quadro, sostenendo che una famiglia media ha perso 4.300 dollari durante l´amministrazione Obama. Ha omesso che il trend vale anche per l´amministrazione Bush e addirittura che la crisi dei redditi risale agli anni ´70 e ´80. Per i repubblicani, il problema non è il divario tra ricchi e poveri ma la stagnazione economica e la crescita diminuita degli ultimi anni, non solo negli Usa ma anche in Europa. Il problema numero uno, a loro avviso, è la crescita dello stato sociale che pesa sempre di più sull´economia e impedisce la crescita. Secondo Romney e i repubblicani, uno stato sociale generoso è insostenibile nel futuro, anche a causa dell´invecchiamento della popolazione. Ed è indesiderabile perché un governo troppo generoso crea dipendenza, toglie iniziativa, e crea un deficit che strangolerà l´economia. Il noto commento di Romney sul 47% degli americani che non fanno altro che aspettare aiuti del governo è stato imprudente ma rispecchia un´opinione diffusa tra elettori repubblicani.
La sostenibilità dello stato sociale e il deficit sono problemi reali nel lungo termine, secondo i democratici: ma ritengono che la formula repubblicana sulle tasse sarà un disastro per la nostra economia. In un libro recente, il politologo Larry Bartels, “Unequal Democracy”, ha dimostrato che l´economia americana è cresciuta di più sotto presidenze democratiche che sotto quelle repubblicane. Non solo in termini assoluti ma anche in termini relativi: quindi la crescita è stata più equamente distribuita. Dal 1980, gli Stati Uniti hanno vissuto, con brevi eccezioni, nel paradigma economico di Ronald Reagan. La formula economica è stata tasse più basse (soprattutto per i ceti più alti) e vedremo più produttività, che sarà eventualmente diffusa in tutti i ceti sociali. E Romney propone più o meno la stessa cosa: abbassare il livello di tassazione per i più ricchi dal 35 al 25% e eliminare le tasse di successione. Ma un rapporto recente del Congressional Budget Office (CBO, ufficio bi-partisan del congresso) ha concluso che non c´è nessun rapporto scientifico tra tagli alle tasse e crescita economica. Il CBO ha dovuto ritirare il rapporto dopo una protesta dei repubblicani nel Congresso.
Ma secondo Joseph Stiglitz è proprio la re-distribuzione del reddito verso i ceti più alti a rallentare la crescita. I più ricchi prendono sempre più risorse, anche grazie all´accesso al sistema politico, e creano un ciclo vizioso in cui le loro ricchezze si moltiplicano. Infatti, è la disuguaglianza è sempre stata giustificata citando la forte mobilità economica e sociale negli Usa. Ma i dati degli ultimi decenni contraddicono questa tradizione. Gli Usa hanno una mobilità economica inferiore rispetto a molti paesi europei e un livello di disuguaglianza maggiore. Quindi, i democratici propongono più investimenti in educazione, ricerca e più re-distribuzione dei redditi con alcuni aggiustamenti per rendere lo stato sociale sostenibile. Mentre i repubblicani vorrebbero disfare molta dell´impalcatura dello stato sociale, perché lo vedono come l´ostacolo principale alla crescita.
La Repubblica 06.11.12

“Le ragioni dell´incertezza”, di Vittorio Zucconi

La crepa dell´incertezza attraversa come una faglia sismica la giornata della democrazia elettorale americana, aprendo l´ipotesi di ogni terremoto possibile. Era dal duello fra Truman e Dewey nel 1948, di Nixon contro Kennedy del 1960 e dall´indimenticabile tragicommedia di Bush e Gore decisa da 530 voti nel 2000, che l´America non si presentava al proprio massimo rito civico con tanti dubbi.
Oltre il confine dei sondaggi, che restano tutti ben all´interno dei margini di errore, dunque possono essere rovesciati dal voto, c´è una nazione che non si riconosce né in Romney né in Obama. C´è un elettorato che sceglierà il repubblicano per puro odio del democratico, e un altro che appoggia svogliatamente il presidente pur di non cedere il timone. Oggi saranno costretti a scegliere senza vero trasporto qualcuno che non vorrebbero.
Le crepe dell´incertezza attraversano geografia e demografia, dividono Stati e città, Atlantico e Pacifico, maschi e femmine, giovani e anziani, ricchi e meno ricchi, bianchi e non bianchi e sembrano, anziché saldarsi, aprirsi.
Non c´è un “partito di Romney”, entusiastico e mobilitato come ci fu due volte per Reagan, negli anni ´80, e una volta per George W. Bush, nella sua seconda elezione. C´è soltanto il “non Obama”. Ma non c´è più neppure il partito di Obama, quell´onda formidabile di entusiasmo che portò alle urne, il 4 novembre del 2008, 130 milioni di cittadini, la cifra assoluta più alta nella storia della democrazia Usa, con un´affluenza di oltre il 61 per cento, seconda soltanto al 63% del duello fra Kennedy e Nixon, oltre mezzo secolo fa. Il movimento spontaneo di giovani elettori, di donne single, di ispanici, ovviamente di afroamericani, si è arenato nella palude di una presidenza che non ha scaldato i cuori. Dunque Obama deve promettere di “andare avanti” – “forward” come dice il suo slogan – lungo una strada che non ha sedotto e non affascina. Romney deve far brillare arcobaleni di prosperità e di riduzioni fiscali, che non ha spiegato come potrebbero conciliarsi.
E sono, nelle ore del voto, più le domande che le risposte offerte dalle interviste. Il vantaggio del quale il primo capo dello stato nero nella storia Usa gode fra i suoi “fratelli e sorelle”, fra gli immigrati latinos, fra le giovani donne, fra i ventenni, sarà superiore all´handicap che lui porta nel voto dei maschi bianchi adulti, delle madri di famiglia, dei pensionati “over 65” in Florida, soprattutto quel blocco di voto ebraico che ha ormai sostituito l´obsoleto “voto cubano”? Il Nord e il West, le fortezze indispensabili per Obama, produrranno un margine sufficiente per compensare l´implacabile ostilità che tutto il Sud, l´antica Dixieland dei ribelli e della bandiera con la croce di Sant´Andrea, coltiva per lui?
Sulle proprie roccaforti, la campagna del presidente si è rinchiusa, in una Linea Maginot in Ohio, Michigan, Pennsylvania a rischio di cedimento del fronte interno.
Davanti alla Maginot obamaniana, gli strateghi di Romney hanno utilizzato una guerra di movimento, spostando su tutti i punti del fronte il proprio candidato elastico, informe e malleabile. Radicali di destra come di sinistra, dagli Occupy Wall Street al Tea Party ribelle contro l´establishment, convergono. Il loro punto d´incontro è nel disprezzo per Obama, il traditore.
Il diverso. Il troppo “di sinistra” o troppo poco.
Romney e Obama non sono riusciti mai a chiarire quali siano i propri progetti, ad articolare le proprie pur tanto diverse “idee d´America”, creando un´area grigia nella quale l´elettorato brancola ancora incerto, dunque esposto ai venti dell´ultima ora. Il vantaggio di Romney è di poter contare su un nucleo di irriducibili alle soglie della demenza, come quel Donald Trump disposto a offrire 5 milioni contro Obama, gente che vuole cacciare quella famiglia di “usurpatori” dalla Casa del padrone. Ma nell´insistenza torva si sono aperte crepe di incertezza e di ripensamento fra i repubblicani più moderati e razionali.
Le donne, sempre la maggioranza, vacillano divise fra le più giovani, sensibili alla libertà di scelta, alla procreazione cosciente, e le meno giovani, più in ansia per il lavoro proprio, del coniuge, dei figli. I pensionati non sanno se credere alla terra promessa della privatizzazione indicata da Romney e dal suo vice Ryan, o restare aggrappati a quel poco di welfare che lo stato fornisce e ai vantaggi della riforma sanitaria. I neri si sentono amareggiati, dopo tanti sogni. I giovani sotto i 24 anni, già mobilitati per Obama, faticano, per naturale impeto anagrafico, ad accontentarsi del poco, o non abbastanza, fatto.
L´incertezza produce l´effetto toss up, il lancio in aria della moneta senza sapere da quale parte cadrà. Testa o croce? Obama o Romney? Cinquanta probabilità contro cinquanta, nella terra americana che brontola sotto i piedi della politica.
La Repubblica 05.11.12
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Soldi, welfare, sogni braccio di ferro sul futuro dell´America”, di Alexander Stille
Mio suocero, da buon repubblicano, è per me un ottimo termometro per misurare l´umore dell´elettorato conservatore. «Sono preoccupato anch´io dal problema della crescente disuguaglianza: so bene che frena le opportunità» mi ha detto l´altro giorno. «Ma sono ancora più preoccupato dalle spese governative fuori controllo. Se andiamo avanti così, finiremo come la Grecia». Durante la sua ultima visita è stato immerso nella lettura del libro “La Via della Schiavitù,” dell´economista austriaco Frederich Hayek: un libro del 1946 ma bestseller a sorpresa in questi giorni nel mondo conservatore. La tesi del libro è che lo stato sociale moderno nato dopo la Seconda guerra mondiale ci porterà verso un nuovo totalitarismo. Mentre è francamente difficile vedere la sagoma di Stalin o Hitler nei sistemi pensionistici o sanitari della Francia o della Germania, i conservatori americani di oggi vedono la realizzazione della visione di Hayek nelle difficoltà dell´Europa. Solo l´altro giorno Romney ha detto che se vince Obama gli Usa finiranno come la Grecia, la Spagna e l´Italia.
Oltre una corsa tra due candidati e due partiti, queste elezioni rappresentano la gara tra due visioni dell´economia e del rapporto tra stato e mercato. I due partiti guardano statistiche diverse, privilegiano indici diversi ma tutte e due guardano una situazione di stagnazione di redditi e diminuite opportunità per la classe media, offrendo soluzioni radicalmente diverse.
Quello che gli elettori di Barack Obama vedono è una disuguaglianza economica crescente che rischia di vanificare il sogno americano. Nel periodo tra il 2002 ed oggi, per esempio, quasi 70% della crescita economica è andata all´uno per cento più ricco della popolazione. Negli anni ‘60, per fare un paragone, circa 65% della crescita è andata al 90% della popolazione più povero. I ricchi non soffrivano. Ma i ceti medi e bassi guadagnavano.
Dagli anni ‘70, invece lo stipendio medio americano è sceso, soprattutto per gli uomini senza una laurea. Le famiglie americane hanno mantenuto il loro tenore di vita solo grazie all´entrata delle donne nella forza di lavoro. Però oggi, negli anni 2000, anche famiglie con due stipendi hanno meno soldi. Per un rapporto della Pew Charitable Trust, il reddito annuo della famiglia media è sceso di 3.500 dollari dal 2000 al 2009. «È il primo decennio dopo la Seconda guerra mondiale dove la classe media ha meno reddito alla fine del decennio rispetto all´inizio», dice Paul Taylor, autore dello studio.
Mitt Romney ha fatto leva su questo quadro, sostenendo che una famiglia media ha perso 4.300 dollari durante l´amministrazione Obama. Ha omesso che il trend vale anche per l´amministrazione Bush e addirittura che la crisi dei redditi risale agli anni ´70 e ´80. Per i repubblicani, il problema non è il divario tra ricchi e poveri ma la stagnazione economica e la crescita diminuita degli ultimi anni, non solo negli Usa ma anche in Europa. Il problema numero uno, a loro avviso, è la crescita dello stato sociale che pesa sempre di più sull´economia e impedisce la crescita. Secondo Romney e i repubblicani, uno stato sociale generoso è insostenibile nel futuro, anche a causa dell´invecchiamento della popolazione. Ed è indesiderabile perché un governo troppo generoso crea dipendenza, toglie iniziativa, e crea un deficit che strangolerà l´economia. Il noto commento di Romney sul 47% degli americani che non fanno altro che aspettare aiuti del governo è stato imprudente ma rispecchia un´opinione diffusa tra elettori repubblicani.
La sostenibilità dello stato sociale e il deficit sono problemi reali nel lungo termine, secondo i democratici: ma ritengono che la formula repubblicana sulle tasse sarà un disastro per la nostra economia. In un libro recente, il politologo Larry Bartels, “Unequal Democracy”, ha dimostrato che l´economia americana è cresciuta di più sotto presidenze democratiche che sotto quelle repubblicane. Non solo in termini assoluti ma anche in termini relativi: quindi la crescita è stata più equamente distribuita. Dal 1980, gli Stati Uniti hanno vissuto, con brevi eccezioni, nel paradigma economico di Ronald Reagan. La formula economica è stata tasse più basse (soprattutto per i ceti più alti) e vedremo più produttività, che sarà eventualmente diffusa in tutti i ceti sociali. E Romney propone più o meno la stessa cosa: abbassare il livello di tassazione per i più ricchi dal 35 al 25% e eliminare le tasse di successione. Ma un rapporto recente del Congressional Budget Office (CBO, ufficio bi-partisan del congresso) ha concluso che non c´è nessun rapporto scientifico tra tagli alle tasse e crescita economica. Il CBO ha dovuto ritirare il rapporto dopo una protesta dei repubblicani nel Congresso.
Ma secondo Joseph Stiglitz è proprio la re-distribuzione del reddito verso i ceti più alti a rallentare la crescita. I più ricchi prendono sempre più risorse, anche grazie all´accesso al sistema politico, e creano un ciclo vizioso in cui le loro ricchezze si moltiplicano. Infatti, è la disuguaglianza è sempre stata giustificata citando la forte mobilità economica e sociale negli Usa. Ma i dati degli ultimi decenni contraddicono questa tradizione. Gli Usa hanno una mobilità economica inferiore rispetto a molti paesi europei e un livello di disuguaglianza maggiore. Quindi, i democratici propongono più investimenti in educazione, ricerca e più re-distribuzione dei redditi con alcuni aggiustamenti per rendere lo stato sociale sostenibile. Mentre i repubblicani vorrebbero disfare molta dell´impalcatura dello stato sociale, perché lo vedono come l´ostacolo principale alla crescita.
La Repubblica 06.11.12

"Primarie e programma: università, tasse, giovani", di Marco Meloni

Superate le schermaglie polemiche legate a rottamazioni e regole, sembra finalmente giunto il tempo perché le primarie siano un confronto sul programma di governo del centrosinistra. Finora Pier Luigi Bersani ha dato al rilancio di istruzione, università e ricerca un’importanza centrale. Lo ha fatto simbolicamente, avviando la sua campagna per le primarie a Ginevra coi ricercatori del CERN, e lo ha fatto concretamente, imponendo al governo la marcia indietro su ulteriori tagli alla scuola o interventi improvvisati sugli enti di ricerca, dopo che il Pd ha contrastato, la scorsa estate, l’aumento delle tasse universitarie, dopo aver avanzato all’esecutivo guidato da Mario Monti prima, all’atto della sua costituzione, le proprie proposte per l’agenda di governo, e successivamente un pacchetto di misure per sostenere il diritto allo studio. Tutti, perlomeno a parole, sembrano condividere la centralità di istruzione, ricerca e innovazione per riattivare la mobilità sociale e ridare speranza per i giovani. Nei giorni scorsi anche Matteo Renzi, intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Firenze, ha dichiarato che “sarà un grande giorno quando il sistema paese capirà che non si può continuare a investire nell’Università le briciole che oggi si investono, con una media che è largamente al di sotto dell’Europa a 15”.
Veniamo, dunque, al merito delle questioni. Quando afferma la necessità di portare gli investimenti a livelli europei, di agevolare la contribuzione dei privati, di preoccuparci non solo dei talenti che perdiamo ma anche di quelli che non attraiamo, il sindaco di Firenze dice cose condivisibili. Ma il suo programma sull’università sembra molto distante dalle esigenze degli studenti e dell’università italiana su un punto decisivo: il legame tra diritto e merito nella “partecipazione” agli studi, e la concezione dell’istruzione universitaria come servizio pubblico universalistico, accessibile a tutti gli studenti “capaci e meritevoli, ancorché privi di mezzi”. Renzi propone, infatti, che sia possibile per gli atenei aumentare le tasse a carico degli studenti (senza limite, si deve supporre) “in funzione di progetti di eccellenza didattica, trovando al tempo stesso compensazioni per le famiglie con redditi medi o bassi”. Del termine “eccellenza”, come ci insegnano le vicende della Regione Lombardia e del governatore Formigoni, si può spesso abusare, quindi cerchiamo di collocare queste affermazioni in un contesto internazionale. In Europa, si confrontano due modelli: quello continentale e quello anglosassone, recentemente modificato dal governo Cameron. Nel primo abbiamo tasse bassissime (è il caso della Francia, del Belgio, della Svizzera) o addirittura inesistenti (nei paesi nordici Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, così come in quasi tutti i Länder della Germania), con un forte intervento nel diritto allo studio: ricevono borse di studio, infatti, il 25,6% degli studenti francesi (1,6 miliardi), il 30% di quelli tedeschi (2 miliardi) e il 18% spagnoli (943 milioni) [elaborazione Osservatorio regionale per l’Università e per il Diritto allo studio della Regione Piemonte, sulla base di dati ufficiali].
Nel Regno Unito è stata recentemente introdotta la possibilità di innalzare le tasse universitarie a 9.000 sterline, colta al balzo da tutti gli atenei, non solo i migliori. Una svolta molto criticata dagli studenti, i cui effetti negativi sono ormai evidenti: ha allontanato gli studenti meno abbienti, come dimostra il rapporto HEPI non funziona neppure sotto l’aspetto finanziario, perché si basa su ipotesi troppo ottimiste, soprattutto dato l’attuale clima economico. Recentemente persino il vice-premier Clegg si è sentito in dovere di scusarsi per aver adottato questo intervento. Nei sistemi anglosassoni a una tassazione così elevata fanno fronte prestiti bancari concessi studenti: il che potrebbe sembrare un buon compromesso, ma negli USA questo sistema ha generato un debito monstre a carico degli studenti, che nel 2012 ha superato i mille miliardi di dollari, cui i provvedimenti di Obama stanno cercando di porre rimedio. Inoltre, in Gran Bretagna, i prestiti sono solo per gli studi undergraduate. Chi vuol andare oltre (sostanzialmente per una specialistica nostrana) deve pagare tutto e subito di tasca propria.
L’Italia tende a coniugare il peggio di entrambi i sistemi (vedi il grafico qui accanto): le tasse più elevate nell’ambito del sistema “continentale” e il peggior sistema di diritto allo studio. In Italia, infatti, solo il 7% degli studenti ha una borsa di studio (258 milioni di euro di fondi pubblici), e siamo al terzo posto per la tassazione in Europa (1289 dollari all’anno, nel 2009), dopo Gran Bretagna e Paesi Bassi (rispettivamente a 4700 $, prima che venisse adottata la “riforma Cameron”, e 1860 $), paesi nei quali però il costo per studente è, rispettivamente, pari a 16.338 e 17.854 dollari, contro i nostri 9.562.
Perché il modello anglosassone trova favori anche da noi? Il ragionamento parte da due presupposti: le tasse universitarie sarebbero troppo basse rispetto al costo di ciascuno studente e l’università, pagata con la fiscalità generale (da tutti) è frequentata dai ceti medio-alti. Dunque, i poveri pagherebbero l’università ai ricchi. Ciò è falso quanto alla prima questione (le tasse in Italia sono già alte, come abbiamo visto) e sbagliato per la seconda. Infatti, a parte il fatto che i “ricchi”, al netto dell’evasione fiscale, sono anche coloro che pagano più tasse, la vera sfida riformista è aprire l’università a fasce più ampie, chiedendo certo di più (maggiore progressività) ai pochi che se la possono permettere, ma non aumentando la tassazione media. Che, al contrario, deve essere diminuita per riportarla nella media UE. Invece, così si avvalora l’idea che il “servizio università” non sia universale e si accetta l’idea di un suo sottofinanziamento perpetuo. Così la qualità diffusa del sistema universitario evapora, e i veri benestanti (chi se lo può permettere) andranno nelle private o all’estero. Con tanti saluti a giustizia, mobilità e circolazione dei cervelli.
Al di là dell’assenza di dettagli tecnici, il programma di Renzi sembra partire dal modello formulato lo scorso anno da Andrea Ichino e Andrea Terlizzese: un sistema che si richiama esplicitamente al Rapporto Browne, lo studio preliminare all’intervento del governo Cameron, e che, pur dotato di una sua razionalità, crediamo non possa corrispondere né alle priorità dell’università italiana né, tantomeno a una politica di centrosinistra, come abbiamo affermato quando alcuni parlamentari del PD ne hanno prospettato l’adozione. Al contrario, è possibile – lo abbiamo proposto – che i prestiti d’onore intervengano nelle aree non coperte dal diritto allo studio (studenti sopra la soglia di reddito minima ma che comunque necessitano di un supporto, e sostegno alla formazione post-universitaria). Ciò che invece non è concepibile che il sistema universitario sia finanziato in proporzioni sempre più ridotte dalle risorse pubbliche, e che continui ad aumentare – come è avvenuto negli ultimi anni – la proporzione legata alla contribuzione studentesca. Il punto non è teorico, ma tiene conto della situazione di fatto: siamo il paese UE che investe meno, in rapporto alla spesa pubblica complessiva, in istruzione, i penultimi al mondo prima del Giappone (tabella qui accanto) , e investiamo nell’istruzione universitaria poco più della metà della media europea.
Come si evince dal rapporto Giarda (altra tabella qui accanto), nel silenzio generale e senza nessuna decisione politica democratica l’Italia negli ultimi 20 anni ha ridotto enormemente i propri investimenti in istruzione. Oppure a qualcuno risulta che lo abbiano deciso (in modo esplicito e trasparente) gli elettori, il Parlamento, le forze politiche o sociali? No, ma è accaduto.
La domanda è chiara, a questo punto: pensiamo che questa tendenza sia un processo ineludibile e intendiamo continuare a disinvestire nell’istruzione e nell’università? Pensiamo che ridurre e disciplinare la spesa pubblica comporti come conseguenza “lineare” l’ulteriore riduzione degli investimenti pubblici in questo settore? La risposta della destra, di Tremonti-Gelmini-Berlusconi, la conosciamo già. Con l’esperienza del governo Monti, in una condizione di finanza pubblica drammatica, nonostante alcuni tentativi orientati dalle alte burocrazie del ministero dell’Economia (che non sono cambiate) e qualche indecisione di troppo del ministro dell’Istruzione, si è rallentato questo processo. Ma è necessaria una vera svolta. Quindi diciamolo chiaramente, e assumiamo questo impegno: le risorse pubbliche non possono essere ulteriormente rimpiazzate dalla contribuzione studentesca, perché i cittadini le tasse le pagano (e devono farlo tutti) già una volta, e non vi è ragione perché lo Stato dismetta questa essenziale politica pubblica. E un piano di riduzione e controllo della spesa pubblica, coi risparmi strutturali derivanti dai processi di revisione della spesa e dalla riforma della previdenza, è necessario anche per avere maggiore elasticità nella determinazione di poche, e chiare, direttrici nella quale aumentare gli investimenti pubblici, incentivando, al contempo, quelli privati. Le ragioni che giustificano una scelta strategica di questo genere stanno scolpite in tutte le analisi che leggiamo e ascoltiamo quotidianamente dalle fonti più autorevoli, sia scientifiche che istituzionali. Dobbiamo essere coerenti, e passare dalle parole ai fatti. E sfatiamo qualche mito: persino negli Stati Uniti, dove il contributo dei privati all’università è molto elevato, alla base vi è un investimento pubblico più elevato (rispetto al PIL) di quello italiano. L’eccellenza si può costruire solo se alla base c’è un ampio e diffuso sistema universitario di qualità.
Queste sono le ragioni per le quali il Partito Democratico guidato da Bersani sostiene un modello radicalmente diverso rispetto alla riproposizione (parziale, dalla parte dei suoi difetti e senza i suoi pregi) di quello anglosassone. Anche qui, partiamo da alcuni dati di fondo: siamo uno dei paesi europei con la più bassa percentuale di laureati (circa il 21% tra i 25/34enni, media UE 32,5%), e i nostri giovani si iscrivono sempre meno all’università (-10% nell’ultimo anno). Oltretutto – l’assenza del diritto allo studio ha le sue inevitabili conseguenze – solo il 9% di figli di genitori non diplomati completa l’università (media OCSE 20%, i principali paesi europei sono tra il 30 e il 40%. Allora, il nostro primo obiettivo è culturale. Il paese, a partire dalle sue classi dirigenti (non solo politiche), deve comprendere che l’imperativo è fermare la “fuga dall’università” che blocca la mobilità sociale e facilita le rendite di posizione e la trasmissione ereditaria delle professioni, con un’allocazione delle risorse umane del tutto impropria, che rappresenta una delle principali cause della perdita di speranza nel futuro di alcune generazioni di giovani. Negli ultimi anni si è assistito a campagne di disinformazione grottesche, i cui autori portano con sé responsabilità grandissime, non attenuate dall’evidente ignoranza che le ha determinate: così, dallo scranno ministeriale a quello di opinionisti di diversa estrazione negli anni passati si è sostenuto che il problema italiano è “evitare che i diplomati si riversino nell’università” e nel piano “Italia 2020” è stato scritto che “l’iscrizione di massa dei nostri diplomati alla università non risponde alle reali esigenze del mondo del lavoro e neppure alle prospettive di crescita degli stessi studenti”. Iscrizione di massa, si noti, in un paese che, oltre che per numero di laureati, è assai indietro per percentuale di giovani iscritti all’università (vedi tabella qui accanto, nella prima colonna dati Italia, nella seconda media OCSE, nella terza la posizione dell’Italia. OCSE 2012).
Si è brandito il superamento di una “inattitudine all’umiltà” da parte dei giovani, senza affrontare i nodi della formazione tecnica e professionale, si è confusa la necessità di differenziare i percorsi formativi, potenziando l’istruzione tecnica, con la opportunità di ridurre il livello di istruzione. Si è affermato, anche qui in atti ufficiali (e fondamentali) di governo, come gli impegni assunti dal nostro paese nel Programma Nazionale di Riforma per conseguire gli obiettivi di Europa 2020, che “ci accontentiamo” di raggiungere nel 2020 obiettivi – su percentuale di laureati e tasso di abbandono della scuola dell’obbligo – inferiori alla media europea del 2010. In fondo, il miglior riassunto della cultura politica che la destra ha portato nella gestione delle politiche dell’istruzione lo ha fatto, con la sua innegabile chiarezza, Berlusconi: quando – nel 2006, durante il faccia a faccia con Romano Prodi – affermò che rendeva impensabile “rendere uguale il figlio dell’operaio con il figlio del professionista”, e ancora quando affermò la sua comprensione dei processi di innovazione necessari per mantenere competitivo il nostro settore manifatturiero affermando che “per fare delle scarpe non occorre mica la laurea”. Ecco, il nostro compito sarà di invertire questa logica, e di compiere una grande azione pedagogica, promozionale, di comprensione, da parte degli italiani, della necessità ineludibile di colmare il gap che ci separa, in termini di livello di istruzione e di qualità del nostro sistema formativo, con le nazioni con le quali ci confrontiamo. Se i nostri laureati entrano meno agevolmente nel mercato del lavoro di quelli degli altri paesi e se guadagnano in proporzione meno, la soluzione non è evitare la laurea. L’unica soluzione possibile è anticipare e potenziare l’orientamento, collegare istruzione e lavoro, accompagnare il cambiamento della nostra struttura produttiva, incrementare la formazione continua dei lavoratori adulti.
Fare ricerca, trasmettere la cultura, formare le persone, contribuire allo sviluppo economico e sociale del territorio: queste, in fondo, sono le funzioni essenziali dell’università. Non è questa la sede per entrare ulteriormente in dettaglio, ma è chiaro che la prima condizione per mantenere una diffusa alta qualità dei nostri atenei è una classe docente giovane e competente. Condizione dalla quale ci allontaniamo sempre più a causa di blocchi al reclutamento che perdurano ormai da troppi anni (mentre abbiamo meno docenti in ruolo del necessario), e procedure lente, complicate, incerte per l’accesso alla carriera universitaria. Serviranno regole più semplici e politiche capaci di consentire ai migliori talenti di assecondare la loro vocazione e di svolgere, in Italia, la professione di ricercatore e di docente superando sì dure selezioni, ma non corse a ostacoli dove non sempre prevale il migliore. Così come dobbiamo darci regole chiare per la ripartizione delle risorse basate sulla coesione del sistema e la valorizzazione degli atenei migliori, promuovere la valutazione, migliorandone gli aspetti applicativi, e premiare i docenti più bravi. Occorre agire non solo sulle strutture ma soprattutto sulle persone, studenti e ricercatori, e smetterla una volta per tutte di trattare l’università come una palla al piede. Il diritto allo studio è la vera scommessa per la coesione del Paese. La diversità culturale dell’Italia merita un Erasmus interno, un diritto allo studio mobile che incentivi trasferimenti tra atenei non sulla direttiva sempre più obbligata dal Sud al Nord, ma come esperienze di vita e di ricerca.
La sfida democratica e progressista è conciliare giustizia sociale (dare a tutti l’opportunità di studiare e realizzarsi), merito (premiare i capaci e meritevoli, come dice la Costituzione) e interesse generale del Paese (l’incrocio tra i talenti e le opportunità). Stare in Europa è fare questa politica. Il nostro nemico non è il mondo dell’università, ma il blocco della società, il basso livello di istruzione, l’ereditarietà professionale e le rendite di posizione abnormi. Il PD in questi anni ha lavorato su questi temi, e lo ha fatto in modo unitario. I discorsi che animano la nostra politica, infatti, non sono solo quelli di Barack Obama, su cui è facile ritrovarsi. Sono anche i discorsi dei giovani ricercatori che vivono nella frustrazione e hanno paura di disperdere le loro energie nel nostro Paese.
A me piacerebbe che riuscissimo, su questa materia, ad avere un approccio comune. Sostengo Bersani per molte ragioni, non ultima quella che ha ben presenti queste priorità e ha in mente come portarle nell’azione di governo. Però sarebbe un bene per il Paese se Renzi cambiasse idea, e modificasse questo specifico punto del suo programma. Dato che né io né lui, nati negli anni ’70, siamo più tanto giovani, sarebbe un bel segnale verso i veri giovani italiani

“Primarie e programma: università, tasse, giovani”, di Marco Meloni

Superate le schermaglie polemiche legate a rottamazioni e regole, sembra finalmente giunto il tempo perché le primarie siano un confronto sul programma di governo del centrosinistra. Finora Pier Luigi Bersani ha dato al rilancio di istruzione, università e ricerca un’importanza centrale. Lo ha fatto simbolicamente, avviando la sua campagna per le primarie a Ginevra coi ricercatori del CERN, e lo ha fatto concretamente, imponendo al governo la marcia indietro su ulteriori tagli alla scuola o interventi improvvisati sugli enti di ricerca, dopo che il Pd ha contrastato, la scorsa estate, l’aumento delle tasse universitarie, dopo aver avanzato all’esecutivo guidato da Mario Monti prima, all’atto della sua costituzione, le proprie proposte per l’agenda di governo, e successivamente un pacchetto di misure per sostenere il diritto allo studio. Tutti, perlomeno a parole, sembrano condividere la centralità di istruzione, ricerca e innovazione per riattivare la mobilità sociale e ridare speranza per i giovani. Nei giorni scorsi anche Matteo Renzi, intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Firenze, ha dichiarato che “sarà un grande giorno quando il sistema paese capirà che non si può continuare a investire nell’Università le briciole che oggi si investono, con una media che è largamente al di sotto dell’Europa a 15”.
Veniamo, dunque, al merito delle questioni. Quando afferma la necessità di portare gli investimenti a livelli europei, di agevolare la contribuzione dei privati, di preoccuparci non solo dei talenti che perdiamo ma anche di quelli che non attraiamo, il sindaco di Firenze dice cose condivisibili. Ma il suo programma sull’università sembra molto distante dalle esigenze degli studenti e dell’università italiana su un punto decisivo: il legame tra diritto e merito nella “partecipazione” agli studi, e la concezione dell’istruzione universitaria come servizio pubblico universalistico, accessibile a tutti gli studenti “capaci e meritevoli, ancorché privi di mezzi”. Renzi propone, infatti, che sia possibile per gli atenei aumentare le tasse a carico degli studenti (senza limite, si deve supporre) “in funzione di progetti di eccellenza didattica, trovando al tempo stesso compensazioni per le famiglie con redditi medi o bassi”. Del termine “eccellenza”, come ci insegnano le vicende della Regione Lombardia e del governatore Formigoni, si può spesso abusare, quindi cerchiamo di collocare queste affermazioni in un contesto internazionale. In Europa, si confrontano due modelli: quello continentale e quello anglosassone, recentemente modificato dal governo Cameron. Nel primo abbiamo tasse bassissime (è il caso della Francia, del Belgio, della Svizzera) o addirittura inesistenti (nei paesi nordici Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, così come in quasi tutti i Länder della Germania), con un forte intervento nel diritto allo studio: ricevono borse di studio, infatti, il 25,6% degli studenti francesi (1,6 miliardi), il 30% di quelli tedeschi (2 miliardi) e il 18% spagnoli (943 milioni) [elaborazione Osservatorio regionale per l’Università e per il Diritto allo studio della Regione Piemonte, sulla base di dati ufficiali].
Nel Regno Unito è stata recentemente introdotta la possibilità di innalzare le tasse universitarie a 9.000 sterline, colta al balzo da tutti gli atenei, non solo i migliori. Una svolta molto criticata dagli studenti, i cui effetti negativi sono ormai evidenti: ha allontanato gli studenti meno abbienti, come dimostra il rapporto HEPI non funziona neppure sotto l’aspetto finanziario, perché si basa su ipotesi troppo ottimiste, soprattutto dato l’attuale clima economico. Recentemente persino il vice-premier Clegg si è sentito in dovere di scusarsi per aver adottato questo intervento. Nei sistemi anglosassoni a una tassazione così elevata fanno fronte prestiti bancari concessi studenti: il che potrebbe sembrare un buon compromesso, ma negli USA questo sistema ha generato un debito monstre a carico degli studenti, che nel 2012 ha superato i mille miliardi di dollari, cui i provvedimenti di Obama stanno cercando di porre rimedio. Inoltre, in Gran Bretagna, i prestiti sono solo per gli studi undergraduate. Chi vuol andare oltre (sostanzialmente per una specialistica nostrana) deve pagare tutto e subito di tasca propria.
L’Italia tende a coniugare il peggio di entrambi i sistemi (vedi il grafico qui accanto): le tasse più elevate nell’ambito del sistema “continentale” e il peggior sistema di diritto allo studio. In Italia, infatti, solo il 7% degli studenti ha una borsa di studio (258 milioni di euro di fondi pubblici), e siamo al terzo posto per la tassazione in Europa (1289 dollari all’anno, nel 2009), dopo Gran Bretagna e Paesi Bassi (rispettivamente a 4700 $, prima che venisse adottata la “riforma Cameron”, e 1860 $), paesi nei quali però il costo per studente è, rispettivamente, pari a 16.338 e 17.854 dollari, contro i nostri 9.562.
Perché il modello anglosassone trova favori anche da noi? Il ragionamento parte da due presupposti: le tasse universitarie sarebbero troppo basse rispetto al costo di ciascuno studente e l’università, pagata con la fiscalità generale (da tutti) è frequentata dai ceti medio-alti. Dunque, i poveri pagherebbero l’università ai ricchi. Ciò è falso quanto alla prima questione (le tasse in Italia sono già alte, come abbiamo visto) e sbagliato per la seconda. Infatti, a parte il fatto che i “ricchi”, al netto dell’evasione fiscale, sono anche coloro che pagano più tasse, la vera sfida riformista è aprire l’università a fasce più ampie, chiedendo certo di più (maggiore progressività) ai pochi che se la possono permettere, ma non aumentando la tassazione media. Che, al contrario, deve essere diminuita per riportarla nella media UE. Invece, così si avvalora l’idea che il “servizio università” non sia universale e si accetta l’idea di un suo sottofinanziamento perpetuo. Così la qualità diffusa del sistema universitario evapora, e i veri benestanti (chi se lo può permettere) andranno nelle private o all’estero. Con tanti saluti a giustizia, mobilità e circolazione dei cervelli.
Al di là dell’assenza di dettagli tecnici, il programma di Renzi sembra partire dal modello formulato lo scorso anno da Andrea Ichino e Andrea Terlizzese: un sistema che si richiama esplicitamente al Rapporto Browne, lo studio preliminare all’intervento del governo Cameron, e che, pur dotato di una sua razionalità, crediamo non possa corrispondere né alle priorità dell’università italiana né, tantomeno a una politica di centrosinistra, come abbiamo affermato quando alcuni parlamentari del PD ne hanno prospettato l’adozione. Al contrario, è possibile – lo abbiamo proposto – che i prestiti d’onore intervengano nelle aree non coperte dal diritto allo studio (studenti sopra la soglia di reddito minima ma che comunque necessitano di un supporto, e sostegno alla formazione post-universitaria). Ciò che invece non è concepibile che il sistema universitario sia finanziato in proporzioni sempre più ridotte dalle risorse pubbliche, e che continui ad aumentare – come è avvenuto negli ultimi anni – la proporzione legata alla contribuzione studentesca. Il punto non è teorico, ma tiene conto della situazione di fatto: siamo il paese UE che investe meno, in rapporto alla spesa pubblica complessiva, in istruzione, i penultimi al mondo prima del Giappone (tabella qui accanto) , e investiamo nell’istruzione universitaria poco più della metà della media europea.
Come si evince dal rapporto Giarda (altra tabella qui accanto), nel silenzio generale e senza nessuna decisione politica democratica l’Italia negli ultimi 20 anni ha ridotto enormemente i propri investimenti in istruzione. Oppure a qualcuno risulta che lo abbiano deciso (in modo esplicito e trasparente) gli elettori, il Parlamento, le forze politiche o sociali? No, ma è accaduto.
La domanda è chiara, a questo punto: pensiamo che questa tendenza sia un processo ineludibile e intendiamo continuare a disinvestire nell’istruzione e nell’università? Pensiamo che ridurre e disciplinare la spesa pubblica comporti come conseguenza “lineare” l’ulteriore riduzione degli investimenti pubblici in questo settore? La risposta della destra, di Tremonti-Gelmini-Berlusconi, la conosciamo già. Con l’esperienza del governo Monti, in una condizione di finanza pubblica drammatica, nonostante alcuni tentativi orientati dalle alte burocrazie del ministero dell’Economia (che non sono cambiate) e qualche indecisione di troppo del ministro dell’Istruzione, si è rallentato questo processo. Ma è necessaria una vera svolta. Quindi diciamolo chiaramente, e assumiamo questo impegno: le risorse pubbliche non possono essere ulteriormente rimpiazzate dalla contribuzione studentesca, perché i cittadini le tasse le pagano (e devono farlo tutti) già una volta, e non vi è ragione perché lo Stato dismetta questa essenziale politica pubblica. E un piano di riduzione e controllo della spesa pubblica, coi risparmi strutturali derivanti dai processi di revisione della spesa e dalla riforma della previdenza, è necessario anche per avere maggiore elasticità nella determinazione di poche, e chiare, direttrici nella quale aumentare gli investimenti pubblici, incentivando, al contempo, quelli privati. Le ragioni che giustificano una scelta strategica di questo genere stanno scolpite in tutte le analisi che leggiamo e ascoltiamo quotidianamente dalle fonti più autorevoli, sia scientifiche che istituzionali. Dobbiamo essere coerenti, e passare dalle parole ai fatti. E sfatiamo qualche mito: persino negli Stati Uniti, dove il contributo dei privati all’università è molto elevato, alla base vi è un investimento pubblico più elevato (rispetto al PIL) di quello italiano. L’eccellenza si può costruire solo se alla base c’è un ampio e diffuso sistema universitario di qualità.
Queste sono le ragioni per le quali il Partito Democratico guidato da Bersani sostiene un modello radicalmente diverso rispetto alla riproposizione (parziale, dalla parte dei suoi difetti e senza i suoi pregi) di quello anglosassone. Anche qui, partiamo da alcuni dati di fondo: siamo uno dei paesi europei con la più bassa percentuale di laureati (circa il 21% tra i 25/34enni, media UE 32,5%), e i nostri giovani si iscrivono sempre meno all’università (-10% nell’ultimo anno). Oltretutto – l’assenza del diritto allo studio ha le sue inevitabili conseguenze – solo il 9% di figli di genitori non diplomati completa l’università (media OCSE 20%, i principali paesi europei sono tra il 30 e il 40%. Allora, il nostro primo obiettivo è culturale. Il paese, a partire dalle sue classi dirigenti (non solo politiche), deve comprendere che l’imperativo è fermare la “fuga dall’università” che blocca la mobilità sociale e facilita le rendite di posizione e la trasmissione ereditaria delle professioni, con un’allocazione delle risorse umane del tutto impropria, che rappresenta una delle principali cause della perdita di speranza nel futuro di alcune generazioni di giovani. Negli ultimi anni si è assistito a campagne di disinformazione grottesche, i cui autori portano con sé responsabilità grandissime, non attenuate dall’evidente ignoranza che le ha determinate: così, dallo scranno ministeriale a quello di opinionisti di diversa estrazione negli anni passati si è sostenuto che il problema italiano è “evitare che i diplomati si riversino nell’università” e nel piano “Italia 2020” è stato scritto che “l’iscrizione di massa dei nostri diplomati alla università non risponde alle reali esigenze del mondo del lavoro e neppure alle prospettive di crescita degli stessi studenti”. Iscrizione di massa, si noti, in un paese che, oltre che per numero di laureati, è assai indietro per percentuale di giovani iscritti all’università (vedi tabella qui accanto, nella prima colonna dati Italia, nella seconda media OCSE, nella terza la posizione dell’Italia. OCSE 2012).
Si è brandito il superamento di una “inattitudine all’umiltà” da parte dei giovani, senza affrontare i nodi della formazione tecnica e professionale, si è confusa la necessità di differenziare i percorsi formativi, potenziando l’istruzione tecnica, con la opportunità di ridurre il livello di istruzione. Si è affermato, anche qui in atti ufficiali (e fondamentali) di governo, come gli impegni assunti dal nostro paese nel Programma Nazionale di Riforma per conseguire gli obiettivi di Europa 2020, che “ci accontentiamo” di raggiungere nel 2020 obiettivi – su percentuale di laureati e tasso di abbandono della scuola dell’obbligo – inferiori alla media europea del 2010. In fondo, il miglior riassunto della cultura politica che la destra ha portato nella gestione delle politiche dell’istruzione lo ha fatto, con la sua innegabile chiarezza, Berlusconi: quando – nel 2006, durante il faccia a faccia con Romano Prodi – affermò che rendeva impensabile “rendere uguale il figlio dell’operaio con il figlio del professionista”, e ancora quando affermò la sua comprensione dei processi di innovazione necessari per mantenere competitivo il nostro settore manifatturiero affermando che “per fare delle scarpe non occorre mica la laurea”. Ecco, il nostro compito sarà di invertire questa logica, e di compiere una grande azione pedagogica, promozionale, di comprensione, da parte degli italiani, della necessità ineludibile di colmare il gap che ci separa, in termini di livello di istruzione e di qualità del nostro sistema formativo, con le nazioni con le quali ci confrontiamo. Se i nostri laureati entrano meno agevolmente nel mercato del lavoro di quelli degli altri paesi e se guadagnano in proporzione meno, la soluzione non è evitare la laurea. L’unica soluzione possibile è anticipare e potenziare l’orientamento, collegare istruzione e lavoro, accompagnare il cambiamento della nostra struttura produttiva, incrementare la formazione continua dei lavoratori adulti.
Fare ricerca, trasmettere la cultura, formare le persone, contribuire allo sviluppo economico e sociale del territorio: queste, in fondo, sono le funzioni essenziali dell’università. Non è questa la sede per entrare ulteriormente in dettaglio, ma è chiaro che la prima condizione per mantenere una diffusa alta qualità dei nostri atenei è una classe docente giovane e competente. Condizione dalla quale ci allontaniamo sempre più a causa di blocchi al reclutamento che perdurano ormai da troppi anni (mentre abbiamo meno docenti in ruolo del necessario), e procedure lente, complicate, incerte per l’accesso alla carriera universitaria. Serviranno regole più semplici e politiche capaci di consentire ai migliori talenti di assecondare la loro vocazione e di svolgere, in Italia, la professione di ricercatore e di docente superando sì dure selezioni, ma non corse a ostacoli dove non sempre prevale il migliore. Così come dobbiamo darci regole chiare per la ripartizione delle risorse basate sulla coesione del sistema e la valorizzazione degli atenei migliori, promuovere la valutazione, migliorandone gli aspetti applicativi, e premiare i docenti più bravi. Occorre agire non solo sulle strutture ma soprattutto sulle persone, studenti e ricercatori, e smetterla una volta per tutte di trattare l’università come una palla al piede. Il diritto allo studio è la vera scommessa per la coesione del Paese. La diversità culturale dell’Italia merita un Erasmus interno, un diritto allo studio mobile che incentivi trasferimenti tra atenei non sulla direttiva sempre più obbligata dal Sud al Nord, ma come esperienze di vita e di ricerca.
La sfida democratica e progressista è conciliare giustizia sociale (dare a tutti l’opportunità di studiare e realizzarsi), merito (premiare i capaci e meritevoli, come dice la Costituzione) e interesse generale del Paese (l’incrocio tra i talenti e le opportunità). Stare in Europa è fare questa politica. Il nostro nemico non è il mondo dell’università, ma il blocco della società, il basso livello di istruzione, l’ereditarietà professionale e le rendite di posizione abnormi. Il PD in questi anni ha lavorato su questi temi, e lo ha fatto in modo unitario. I discorsi che animano la nostra politica, infatti, non sono solo quelli di Barack Obama, su cui è facile ritrovarsi. Sono anche i discorsi dei giovani ricercatori che vivono nella frustrazione e hanno paura di disperdere le loro energie nel nostro Paese.
A me piacerebbe che riuscissimo, su questa materia, ad avere un approccio comune. Sostengo Bersani per molte ragioni, non ultima quella che ha ben presenti queste priorità e ha in mente come portarle nell’azione di governo. Però sarebbe un bene per il Paese se Renzi cambiasse idea, e modificasse questo specifico punto del suo programma. Dato che né io né lui, nati negli anni ’70, siamo più tanto giovani, sarebbe un bel segnale verso i veri giovani italiani

"Disoccupazione, allarme dell'Istat E il Pil andrà in rosso anche nel 2013", da corriere.it

Disoccupazione record, retribuzioni quasi ferme, contrazione dei consumi e Pil in calo. È un quadro a tinte fosche dell’economia italiana quello tratteggiato dall’Istat in un rapporto sulle prospettive dell’economia 2012-2013. L’istituto di statistica prevede un «rilevante incremento» del tasso di disoccupazione per quest’anno, al 10,6%. Il prossimo anno poi il tasso continuerebbe a salire raggiungendo l’11,4% «a causa del contrarsi dell’occupazione», unito all’aumento dell’incidenza della disoccupazione di lunga durata.
REDDITO E CONSUMI – Nel biennio 2012-2013 le famiglie italiane continueranno «a sperimentare significative riduzioni del reddito – si legge nel rapporto -, con conseguenze negative sul tasso di risparmio». I consumi subiranno dunque per tutto l’anno in corso una forte battuta d’arresto, mentre nel 2013 il calo si attenuerà. Quest’anno, previde l’istituto, la spesa privata per consumi registrerà una contrazione del 3,2% e sarà ancora in leggero calo nel 2013 (-0,7%), «a seguito delle persistenti difficoltà sul mercato del lavoro e della debolezza dei redditi nominali». Secondo l’Istat inoltre, «la crescente situazione di disagio finanziario dichiarata dalle famiglie porterebbe, in un primo tempo, ad un proseguimento nell’utilizzo del risparmio, cui potrebbe seguire una evoluzione in negativo dei modelli di consumo». Gli investimenti fissi lordi diminuiranno del 7,2% nel 2012, per effetto di una forte riduzione da parte delle imprese e delle amministrazioni pubbliche. Nel 2013, le prospettive di una ripresa del ciclo produttivo e il graduale miglioramento delle condizioni di accesso al credito porteranno ad un rallentamento della caduta (-0,9%).
PIL – Quanto al Pil, nel 2012 l’Istat prevede una riduzione del 2,3%, mentre per il 2013, nonostante l’attenuazione degli impulsi sfavorevoli ed un moderato recupero dell’attività economica nel secondo semestre, la variazione media annua resterebbe leggermente negativa (-0,5%). Per l’istituto infine un intervento sull’Iva limitato all’aliquota ordinaria e misure di riduzione del cuneo fiscale nella Legge di Stabilità avrebbero «un effetto di stimolo (ancorché contenuto) dell’occupazione e di riduzione dell’inflazione». Gli interventi andrebbero sostituiti a quelli sulle aliquote e detrazioni Irpef. Istat avverte, tuttavia, che «gli effetti sulla crescita del Pil nel 2013 sarebbero poco significativi».
da Corriere online

“Disoccupazione, allarme dell’Istat E il Pil andrà in rosso anche nel 2013”, da corriere.it

Disoccupazione record, retribuzioni quasi ferme, contrazione dei consumi e Pil in calo. È un quadro a tinte fosche dell’economia italiana quello tratteggiato dall’Istat in un rapporto sulle prospettive dell’economia 2012-2013. L’istituto di statistica prevede un «rilevante incremento» del tasso di disoccupazione per quest’anno, al 10,6%. Il prossimo anno poi il tasso continuerebbe a salire raggiungendo l’11,4% «a causa del contrarsi dell’occupazione», unito all’aumento dell’incidenza della disoccupazione di lunga durata.
REDDITO E CONSUMI – Nel biennio 2012-2013 le famiglie italiane continueranno «a sperimentare significative riduzioni del reddito – si legge nel rapporto -, con conseguenze negative sul tasso di risparmio». I consumi subiranno dunque per tutto l’anno in corso una forte battuta d’arresto, mentre nel 2013 il calo si attenuerà. Quest’anno, previde l’istituto, la spesa privata per consumi registrerà una contrazione del 3,2% e sarà ancora in leggero calo nel 2013 (-0,7%), «a seguito delle persistenti difficoltà sul mercato del lavoro e della debolezza dei redditi nominali». Secondo l’Istat inoltre, «la crescente situazione di disagio finanziario dichiarata dalle famiglie porterebbe, in un primo tempo, ad un proseguimento nell’utilizzo del risparmio, cui potrebbe seguire una evoluzione in negativo dei modelli di consumo». Gli investimenti fissi lordi diminuiranno del 7,2% nel 2012, per effetto di una forte riduzione da parte delle imprese e delle amministrazioni pubbliche. Nel 2013, le prospettive di una ripresa del ciclo produttivo e il graduale miglioramento delle condizioni di accesso al credito porteranno ad un rallentamento della caduta (-0,9%).
PIL – Quanto al Pil, nel 2012 l’Istat prevede una riduzione del 2,3%, mentre per il 2013, nonostante l’attenuazione degli impulsi sfavorevoli ed un moderato recupero dell’attività economica nel secondo semestre, la variazione media annua resterebbe leggermente negativa (-0,5%). Per l’istituto infine un intervento sull’Iva limitato all’aliquota ordinaria e misure di riduzione del cuneo fiscale nella Legge di Stabilità avrebbero «un effetto di stimolo (ancorché contenuto) dell’occupazione e di riduzione dell’inflazione». Gli interventi andrebbero sostituiti a quelli sulle aliquote e detrazioni Irpef. Istat avverte, tuttavia, che «gli effetti sulla crescita del Pil nel 2013 sarebbero poco significativi».
da Corriere online