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"Per la ricerca sono finiti i soldi. E l'Italia arranca", di Carlo Buttaroni*

Già nel 1945, Vannerer Bush, fondatore della National Science Foundation, aveva previsto che per molti decenni a venire la scienza avrebbe rappresentato la base dello sviluppo economico, e affermava anche che la vera sfida dei Paesi avanzati fosse proprio la continua esplorazione di questa frontiera. E proprio l’Italia, Paese che necessita di grande spinta innovatrice per recuperare, dopo la crisi, un ritardo preesistente a essa in termini di competitività e crescita, rappresenta la Cenerentola d’Europa e in generale dei Paesi sviluppati. L’Italia, infatti, investe in ricerca l’1,3% del Pil, molto meno di Francia e Spagna, Repubblica Ceca, Irlanda, Australia e Cina. La Germania e gli Stati Uniti spendono più del doppio; il Giappone, la Finlandia e la Svezia più del triplo. Se a questo sommiamo la nostra incapacità ad affrontare i cambiamenti indotti dalla crisi economica e la debole crescita, il risultato è che stiamo accumulando un ritardo via via crescente. Un quadro, quindi, in costante peggioramento. È ovvio che non tutti i Paesi sono egualmente capaci di sfruttare la crisi in chiave di forte discontinuità, ma l’alternativa, per Paesi come l’Italia, non può comunque essere quella di rimanere fermi o addirittura sacrificare ulteriormente i già ridotti investimenti nell’ambito della ricerca e sviluppo. Eppure i numeri dimostrano come, nel nostro caso, si stia procedendo proprio in questo senso. Nel 2011, gli investimenti sono crollati a -1,6% rispetto all’anno precedente, a causa dei tagli nel settore pubblico, delle università e delle imprese. La spesa media in ricerca e sviluppo nel triennio 2009-2011 è stata pari a 19,3 miliardi di euro, con oltre metà degli investimenti effettuati delle imprese (52,9% del totale nazionale), e la parte restante sostenuta dall’università (30,3%), dalle istituzioni pubbliche (13,4%) e dal settore non profit (3,4%).
QUADRO DESOLANTE L’elemento più rilevante in questo quadro è che, rispetto alla media europea e agli obiettivi di Lisbona (3% del Pil destinato alla ricerca), la quota di partecipazione agli sforzi è sbilanciata. Se gli indirizzi europei richiedono che i due terzi della spesa in ricerca deve arrivare dagli investimenti del settore privato e solo un terzo dal pubblico, in Italia si nota come il settore privato, invece, contribuisca molto poco. I motivi sono sostanzialmente due. Il primo è rappresentato dalla ragnatela di piccole e medie imprese che caratterizza il tessuto imprenditoriale italiano e che associa al concetto di ricerca quello di alto rischio e di non rientro dell’investimento. Il secondo motivo è che, con la privatizzazione del sistema delle imprese a partecipazione statale, la logica di mercato fondata sul breve termine e sulla liquidità immediata ha ridimensionato drasticamente gli investimenti in ricerca e sviluppo. Un calo che ha portato, a cascata, una drastica diminuzione del personale impegnato, alimentando così la migrazione dei cervelli: oltre il 7% dei dottori di ricerca si è già trasferito all’estero. Non solo s’investe poco, ma soprattutto si investe male. Mancano una strategia di sistema e obiettivi chiari. Forse occorre chiedersi che cosa significhi, oggi, fare ricerca nel nostro Paese. Perché se la ricerca ha, innanzitutto, l’obiettivo di costruire un patrimonio crescente di conoscenze da trasferire al sistema in modo da renderlo competitivo, questo non può avvenire senza armonizzare e rendere efficiente il rapporto tra investimenti ed effetti delle attività stesse di ricerca. Non è automatico, infatti, che la ricerca generi innovazione e che quest’ultima, a sua volta, generi competitività. Tale risultato si ottiene solo con una strategia complessiva, dove l’equazione del successo è data da ricerca, innovazione e competitività che crescono in equilibrio con i bisogni individuali e collettivi del Paese. Èimpensabile prescindere da una logica d’insieme. Il trasferimento delle conoscenze non può essere ricondotto semplicemente a un modello teorico sequenziale, che vede il primo passo nella ricerca di base, cui fanno seguito l’ingegnerizzazione e, infine, le applicazioni. II processo d’innovazione che oggi è richiesto è molto più articolato e richiede un costante dialogo fra il mondo della ricerca e le imprese, in primo luogo facilitando la nascita di programmi concertati con i futuri utilizzatori della ricerca stessa. Perché nel momento in cui la ricerca è fatta insieme a tutti gli attori, nasce già “trasferita”. Vanno, quindi, risolti tutti quei difetti strutturali che ostacolano le opportunità di costruire un sistema di ricerca e sviluppo: frammentazione, dispersione, sproporzione e isolamento. Tutto ciò con una visione politico-strategica che ha come obiettivo i mercati e lo sviluppo del Paese. Un approccio che porterebbe a programmare l’attività per commesse strategiche, con una netta distinzione fra il ruolo di committente (la domanda del mercato) e quello di esecutore (l’offerta del mercato).
FACILITARE L’ACCESSO ALL’INNOVAZIONE Il sistema deve essere ovviamente tarato sulle esigenze delle aziende e dei settori: non ha senso, infatti, prevedere che tutte le piccole imprese debbano impegnarsi direttamente nella ricerca. Se è vero che l’innovazione non è solo tecnologica, ma anche organizzativa, di mercato, di comunicazione, finanziaria e così via, è parimenti vero che le tecnologie favoriscono anche questi settori. La questione è, quindi, legata anche al tema di come rendere disponibili alle imprese i ritrovati, le conoscenze, i processi che esse non conoscono o rispetto ai quali hanno difficoltà di accesso. Se si creano le condizioni per uno sviluppo competitivo reale, ecco che, tramite iniezioni di tecnologia, si valorizzano tutti quei settori produttivi in cui il marchio made in Italy è sinonimo di tradizione, unita a qualità e originalità. Una tradizione importante come quella rappresentata dai distretti industriali di un tempo, oggi va ripresa e trasformata in una dimensione di distretti tecnologici. Ciò significa non solo nuova tecnologia, ma il superamento della distinzione fra “settori tradizionali” e “settori innovativi”. Non è ragionevole immaginare un’Italia che fa soltanto hi-tech, né un’Italia che non lofaccia per niente.L’obiettivo deve essere un Paese che investe con il duplice scopo di presidiare i settori tradizionali e di generare conoscenze che mantengano competitivi i settori più avanzati del nostro sistema produttivo. Fare sistema significa puntare sulla costruzione di una rete tra settori produttivi e competenze scientifiche, in grado di rendere l’Italia competitiva in sede internazionale. Il tema della ricerca è centrale, incrocia il futuro e ha bisogno, per dare i suoi frutti, di tempi più lunghi di una legislatura o della durata di un governo.
*PRESIDENTE TECNÈ
L’Unità 05.11.12

“Per la ricerca sono finiti i soldi. E l’Italia arranca”, di Carlo Buttaroni*

Già nel 1945, Vannerer Bush, fondatore della National Science Foundation, aveva previsto che per molti decenni a venire la scienza avrebbe rappresentato la base dello sviluppo economico, e affermava anche che la vera sfida dei Paesi avanzati fosse proprio la continua esplorazione di questa frontiera. E proprio l’Italia, Paese che necessita di grande spinta innovatrice per recuperare, dopo la crisi, un ritardo preesistente a essa in termini di competitività e crescita, rappresenta la Cenerentola d’Europa e in generale dei Paesi sviluppati. L’Italia, infatti, investe in ricerca l’1,3% del Pil, molto meno di Francia e Spagna, Repubblica Ceca, Irlanda, Australia e Cina. La Germania e gli Stati Uniti spendono più del doppio; il Giappone, la Finlandia e la Svezia più del triplo. Se a questo sommiamo la nostra incapacità ad affrontare i cambiamenti indotti dalla crisi economica e la debole crescita, il risultato è che stiamo accumulando un ritardo via via crescente. Un quadro, quindi, in costante peggioramento. È ovvio che non tutti i Paesi sono egualmente capaci di sfruttare la crisi in chiave di forte discontinuità, ma l’alternativa, per Paesi come l’Italia, non può comunque essere quella di rimanere fermi o addirittura sacrificare ulteriormente i già ridotti investimenti nell’ambito della ricerca e sviluppo. Eppure i numeri dimostrano come, nel nostro caso, si stia procedendo proprio in questo senso. Nel 2011, gli investimenti sono crollati a -1,6% rispetto all’anno precedente, a causa dei tagli nel settore pubblico, delle università e delle imprese. La spesa media in ricerca e sviluppo nel triennio 2009-2011 è stata pari a 19,3 miliardi di euro, con oltre metà degli investimenti effettuati delle imprese (52,9% del totale nazionale), e la parte restante sostenuta dall’università (30,3%), dalle istituzioni pubbliche (13,4%) e dal settore non profit (3,4%).
QUADRO DESOLANTE L’elemento più rilevante in questo quadro è che, rispetto alla media europea e agli obiettivi di Lisbona (3% del Pil destinato alla ricerca), la quota di partecipazione agli sforzi è sbilanciata. Se gli indirizzi europei richiedono che i due terzi della spesa in ricerca deve arrivare dagli investimenti del settore privato e solo un terzo dal pubblico, in Italia si nota come il settore privato, invece, contribuisca molto poco. I motivi sono sostanzialmente due. Il primo è rappresentato dalla ragnatela di piccole e medie imprese che caratterizza il tessuto imprenditoriale italiano e che associa al concetto di ricerca quello di alto rischio e di non rientro dell’investimento. Il secondo motivo è che, con la privatizzazione del sistema delle imprese a partecipazione statale, la logica di mercato fondata sul breve termine e sulla liquidità immediata ha ridimensionato drasticamente gli investimenti in ricerca e sviluppo. Un calo che ha portato, a cascata, una drastica diminuzione del personale impegnato, alimentando così la migrazione dei cervelli: oltre il 7% dei dottori di ricerca si è già trasferito all’estero. Non solo s’investe poco, ma soprattutto si investe male. Mancano una strategia di sistema e obiettivi chiari. Forse occorre chiedersi che cosa significhi, oggi, fare ricerca nel nostro Paese. Perché se la ricerca ha, innanzitutto, l’obiettivo di costruire un patrimonio crescente di conoscenze da trasferire al sistema in modo da renderlo competitivo, questo non può avvenire senza armonizzare e rendere efficiente il rapporto tra investimenti ed effetti delle attività stesse di ricerca. Non è automatico, infatti, che la ricerca generi innovazione e che quest’ultima, a sua volta, generi competitività. Tale risultato si ottiene solo con una strategia complessiva, dove l’equazione del successo è data da ricerca, innovazione e competitività che crescono in equilibrio con i bisogni individuali e collettivi del Paese. Èimpensabile prescindere da una logica d’insieme. Il trasferimento delle conoscenze non può essere ricondotto semplicemente a un modello teorico sequenziale, che vede il primo passo nella ricerca di base, cui fanno seguito l’ingegnerizzazione e, infine, le applicazioni. II processo d’innovazione che oggi è richiesto è molto più articolato e richiede un costante dialogo fra il mondo della ricerca e le imprese, in primo luogo facilitando la nascita di programmi concertati con i futuri utilizzatori della ricerca stessa. Perché nel momento in cui la ricerca è fatta insieme a tutti gli attori, nasce già “trasferita”. Vanno, quindi, risolti tutti quei difetti strutturali che ostacolano le opportunità di costruire un sistema di ricerca e sviluppo: frammentazione, dispersione, sproporzione e isolamento. Tutto ciò con una visione politico-strategica che ha come obiettivo i mercati e lo sviluppo del Paese. Un approccio che porterebbe a programmare l’attività per commesse strategiche, con una netta distinzione fra il ruolo di committente (la domanda del mercato) e quello di esecutore (l’offerta del mercato).
FACILITARE L’ACCESSO ALL’INNOVAZIONE Il sistema deve essere ovviamente tarato sulle esigenze delle aziende e dei settori: non ha senso, infatti, prevedere che tutte le piccole imprese debbano impegnarsi direttamente nella ricerca. Se è vero che l’innovazione non è solo tecnologica, ma anche organizzativa, di mercato, di comunicazione, finanziaria e così via, è parimenti vero che le tecnologie favoriscono anche questi settori. La questione è, quindi, legata anche al tema di come rendere disponibili alle imprese i ritrovati, le conoscenze, i processi che esse non conoscono o rispetto ai quali hanno difficoltà di accesso. Se si creano le condizioni per uno sviluppo competitivo reale, ecco che, tramite iniezioni di tecnologia, si valorizzano tutti quei settori produttivi in cui il marchio made in Italy è sinonimo di tradizione, unita a qualità e originalità. Una tradizione importante come quella rappresentata dai distretti industriali di un tempo, oggi va ripresa e trasformata in una dimensione di distretti tecnologici. Ciò significa non solo nuova tecnologia, ma il superamento della distinzione fra “settori tradizionali” e “settori innovativi”. Non è ragionevole immaginare un’Italia che fa soltanto hi-tech, né un’Italia che non lofaccia per niente.L’obiettivo deve essere un Paese che investe con il duplice scopo di presidiare i settori tradizionali e di generare conoscenze che mantengano competitivi i settori più avanzati del nostro sistema produttivo. Fare sistema significa puntare sulla costruzione di una rete tra settori produttivi e competenze scientifiche, in grado di rendere l’Italia competitiva in sede internazionale. Il tema della ricerca è centrale, incrocia il futuro e ha bisogno, per dare i suoi frutti, di tempi più lunghi di una legislatura o della durata di un governo.
*PRESIDENTE TECNÈ
L’Unità 05.11.12

"Perché l’area Marino sostiene Bersani", di Michele Meta

In questi anni chi si è ritrovato nell’area “cambia l’Italia”, dopo aver sostenuto alle scorse primarie di partito (circa 500.000 elettori) la candidatura di Ignazio Marino, ha svolto un ruolo di proposta culturale e politica in modo libero, schietto e unitario. Ha affermato tante personalità, a partire dai suoi leader, che hanno arricchito la politica della sinistra e del nostro Paese. Crediamo che se il Pd ha fatto dei passi in avanti sui temi riguardanti i diritti civili e delle persone, sul miglioramento dei servizi, sul rinnovamento del Partito, sull’apertura alla società e sull’unità delle forze progressiste, in parte sia anche merito nostro. Non ci siamo mai sentiti una corrente; semmai un pezzo critico e pensante della nostra comunità politica, teso a un lavoro costruttivo. Certo, non ci sono mancati limiti e difetti, ma l’impegno è stato davvero sincero.
Oggi siamo di fronte alla prova delle primarie per la scelta del candidato premier. È un passaggio delicato e decisivo. Ci impegneremo, prima di tutto, per fare in modo che il più alto numero di cittadini vada a votare. Crediamo nelle primarie; che certo non sono la soluzione di tutti i problemi, ma costituiscono uno degli antidoti rispetto alla drammatica lontananza dei cittadini dalla politica, confermata dai risultati siciliani. Nella loro diversità, tutti i candidati, sottolineo tutti, vanno rispettati e ascoltati. Semmai il mio richiamo è che la battaglia, pur inevitabilmente accesa, non disperda e danneggi un dato incontrovertibile: il Pd, nel disfacimento della democrazia italiana, rimane tuttora la sola ancora di salvezza.
L’area Marino ha deciso di sostenere Bersani. Le ragioni sono forti ma semplici:
1) Di fronte alla più grave crisi che l’Italia abbia vissuto dal dopoguerra, il compito del Pd è avanzare una proposta di governo credibile, che chiuda la pur importante parentesi tecnica e che sia capace di indicare una guida politica, autorevole, equilibrata, competente e di riconosciuta esperienza. L’attuale segretario del Pd corrisponde a queste esigenze.
2) È assai dubbio che una ricetta liberista possa far riprendere il Paese. È stata l’idolatria del mercato e della rincorsa alla ricchezza attraverso la finanza, che ci ha cacciato nel baratro. Tagliare va bene. Ma non basta. Occorre creare ricchezza e mobilitare le energie. La condizione per tutto ciò è la coesione sociale e la giustizia. È proprio ciò che è mancato in questi mesi; che Monti non poteva dare. Bersani ne è consapevole. Renzi non mi pare.
3) La devastazione che dobbiamo cominciare a riparare non è solo economica e sociale. È anche (soprattutto?) democratica, morale e culturale. È decisivo, per questo, l’esempio. Sono decisivi i comportamenti, lo stile, la sobrietà, il senso del noi, la percezione dei propri limiti, la laboriosità di un lavoro costante e di lunga lena. Berlusconi ha lasciato immagini di cartapesta, una politica urlata, sprezzante e offensiva, l’idea che uomini soli al comando calcando palchi desertificati dalle loro ambizioni e narcisismi, possano essere capaci di imprese tanto grandi e veloci, quanto bugiarde e impossibili. La replica dei fatti è stata micidiale. Oserei dire che occorre una modificazione antropologica rispetto alla politica berlusconiana. Bersani in questo senso ha qualcosa di diverso e di autentico. Assai più dei suoi competitori.
4) La rottamazione rischia di eliminare i migliori. I simboli di una storia, che hanno guidato le formazioni politiche fondative del Pd: D’Alema, Veltroni, Castagnetti. Rischiando di salvare, invece, tanti bravi compagni ed amici che tuttavia, dopo quasi, o addirittura, più di vent’anni di Parlamento, possono benissimo dare il loro contributo da altre postazioni. Sono per un rinnovamento radicale, ma non per il taglio delle nostre radici. Errori, anche gravi, stanno alle nostre spalle. E tuttavia siamo giunti alle soglie di una possibile nuova prova di governo. Il nuovo nasce con il coraggio di uno stacco rispetto al passato, non con un taglio velleitario e avanguardistico che ci porterebbe a un salto nel buio.
Ecco le ragioni di un nostro sostegno a Bersani. Naturalmente critico su molte cose. Prima di tutto sul Partito. Occorre una riflessione franca e spietata sulla nostra forma politica. Non regge più un campo democratico frammentato in tanti partiti, e poi in correnti, sottocorrenti, cordate elettorali. Si dice: c’è l’antipolitica. Preferisco dire c’è una politica diffusa non rappresentata che inevitabilmente si incarognisce nel rifiuto o nella protesta sterile. Ecco perché è nostro compito riaccendere i canali di una partecipazione individuale, responsabile, libera e pulita dei cittadini alla gestione del potere. Ridando forza alla parola degli iscritti, alle loro decisioni, alla loro voglia di contare attraverso forme di democrazia diretta e trasparente. Mi fermo qui. È un lavoro enorme da fare. Guai, se dovessimo governare il Paese, trascurare ancora una volta il rinnovamento del Partito e la promozione di una nuova classe dirigente.
L’Unità 05.11.12

“Perché l’area Marino sostiene Bersani”, di Michele Meta

In questi anni chi si è ritrovato nell’area “cambia l’Italia”, dopo aver sostenuto alle scorse primarie di partito (circa 500.000 elettori) la candidatura di Ignazio Marino, ha svolto un ruolo di proposta culturale e politica in modo libero, schietto e unitario. Ha affermato tante personalità, a partire dai suoi leader, che hanno arricchito la politica della sinistra e del nostro Paese. Crediamo che se il Pd ha fatto dei passi in avanti sui temi riguardanti i diritti civili e delle persone, sul miglioramento dei servizi, sul rinnovamento del Partito, sull’apertura alla società e sull’unità delle forze progressiste, in parte sia anche merito nostro. Non ci siamo mai sentiti una corrente; semmai un pezzo critico e pensante della nostra comunità politica, teso a un lavoro costruttivo. Certo, non ci sono mancati limiti e difetti, ma l’impegno è stato davvero sincero.
Oggi siamo di fronte alla prova delle primarie per la scelta del candidato premier. È un passaggio delicato e decisivo. Ci impegneremo, prima di tutto, per fare in modo che il più alto numero di cittadini vada a votare. Crediamo nelle primarie; che certo non sono la soluzione di tutti i problemi, ma costituiscono uno degli antidoti rispetto alla drammatica lontananza dei cittadini dalla politica, confermata dai risultati siciliani. Nella loro diversità, tutti i candidati, sottolineo tutti, vanno rispettati e ascoltati. Semmai il mio richiamo è che la battaglia, pur inevitabilmente accesa, non disperda e danneggi un dato incontrovertibile: il Pd, nel disfacimento della democrazia italiana, rimane tuttora la sola ancora di salvezza.
L’area Marino ha deciso di sostenere Bersani. Le ragioni sono forti ma semplici:
1) Di fronte alla più grave crisi che l’Italia abbia vissuto dal dopoguerra, il compito del Pd è avanzare una proposta di governo credibile, che chiuda la pur importante parentesi tecnica e che sia capace di indicare una guida politica, autorevole, equilibrata, competente e di riconosciuta esperienza. L’attuale segretario del Pd corrisponde a queste esigenze.
2) È assai dubbio che una ricetta liberista possa far riprendere il Paese. È stata l’idolatria del mercato e della rincorsa alla ricchezza attraverso la finanza, che ci ha cacciato nel baratro. Tagliare va bene. Ma non basta. Occorre creare ricchezza e mobilitare le energie. La condizione per tutto ciò è la coesione sociale e la giustizia. È proprio ciò che è mancato in questi mesi; che Monti non poteva dare. Bersani ne è consapevole. Renzi non mi pare.
3) La devastazione che dobbiamo cominciare a riparare non è solo economica e sociale. È anche (soprattutto?) democratica, morale e culturale. È decisivo, per questo, l’esempio. Sono decisivi i comportamenti, lo stile, la sobrietà, il senso del noi, la percezione dei propri limiti, la laboriosità di un lavoro costante e di lunga lena. Berlusconi ha lasciato immagini di cartapesta, una politica urlata, sprezzante e offensiva, l’idea che uomini soli al comando calcando palchi desertificati dalle loro ambizioni e narcisismi, possano essere capaci di imprese tanto grandi e veloci, quanto bugiarde e impossibili. La replica dei fatti è stata micidiale. Oserei dire che occorre una modificazione antropologica rispetto alla politica berlusconiana. Bersani in questo senso ha qualcosa di diverso e di autentico. Assai più dei suoi competitori.
4) La rottamazione rischia di eliminare i migliori. I simboli di una storia, che hanno guidato le formazioni politiche fondative del Pd: D’Alema, Veltroni, Castagnetti. Rischiando di salvare, invece, tanti bravi compagni ed amici che tuttavia, dopo quasi, o addirittura, più di vent’anni di Parlamento, possono benissimo dare il loro contributo da altre postazioni. Sono per un rinnovamento radicale, ma non per il taglio delle nostre radici. Errori, anche gravi, stanno alle nostre spalle. E tuttavia siamo giunti alle soglie di una possibile nuova prova di governo. Il nuovo nasce con il coraggio di uno stacco rispetto al passato, non con un taglio velleitario e avanguardistico che ci porterebbe a un salto nel buio.
Ecco le ragioni di un nostro sostegno a Bersani. Naturalmente critico su molte cose. Prima di tutto sul Partito. Occorre una riflessione franca e spietata sulla nostra forma politica. Non regge più un campo democratico frammentato in tanti partiti, e poi in correnti, sottocorrenti, cordate elettorali. Si dice: c’è l’antipolitica. Preferisco dire c’è una politica diffusa non rappresentata che inevitabilmente si incarognisce nel rifiuto o nella protesta sterile. Ecco perché è nostro compito riaccendere i canali di una partecipazione individuale, responsabile, libera e pulita dei cittadini alla gestione del potere. Ridando forza alla parola degli iscritti, alle loro decisioni, alla loro voglia di contare attraverso forme di democrazia diretta e trasparente. Mi fermo qui. È un lavoro enorme da fare. Guai, se dovessimo governare il Paese, trascurare ancora una volta il rinnovamento del Partito e la promozione di una nuova classe dirigente.
L’Unità 05.11.12

"Gli stregoni del Lingotto", di Carlo Sini

Come si dice, il mondo è vario. Di fronte all’estesa condanna della meschina ritorsione e provocazione compiute dall’amministratore della Fiat Sergio Marchionne (per di più illegittima), c’è qualcuno che ha levato la voce in suo favore. In particolare ho ascoltato e letto due argomenti: il primo più ingenuo, il secondo più datato. Il primo dice: c’è stato un referendum; se voi eravate contrari alla proposta di Marchionne, com’è che adesso siete disposti ad accettarla pur di rientrare in fabbrica, magari anche a danno di quelli che erano favorevoli? In questo modo il referendum viene inteso come se fosse una specie di conta tra i buoni e i cattivi: chi è a favore è dentro, chi è contrario è fuori. Sarebbe come dire che se i sindacati, proclamando uno sciopero, ottengono ciò che chiedevano, coloro che non hanno voluto scioperare saranno esclusi dai vantaggi acquisiti: una vera bestialità. Il secondo argomento si dà arie più raffinate. Parte dalla considerazione che i tempi son cambiati ecc. ecc., per finire a difendere, niente meno, che i diritti della proprietà privata: diritti che i giudici, con indebita intrusione, avrebbero violato, cadendo in un delitto di lesa proprietà. Peccato che questo modo di ragionare sia lui molto antiquato e frusto, perché dimentica tutto ciò che, quanto meno, è accaduto con la famosa crisi del ’29 e i provvedimenti del New Deal. Da allora la questione verte, da un lato, sulla sostanza sociale del lavoro, e dall’altro sulla salvaguardia dell’iniziativa privata, una volta che le garanzie sociali siano state ottemperate. Il che significa che la partita della produzione e del lavoro si gioca in quattro, dove nessuno ne detiene il monopolio: l’impresa, i lavoratori con i loro sindacati, lo Stato e infine il potere giudiziario, che ha il dovere di controllare se le norme e le leggi sono state rispettate. Resta il fatto, al di là delle discussioni occasionali e delle iniziative peregrine, della condizione dei lavoratori della Fiat, costretti a un atto di fede nelle promesse di Marchionne: non ci sono alternative, dicono molti di loro; se la Fiat chiude, a Pomigliano non rimane nulla, resta solo il deserto. Sanno benissimo che, in qualunque momento, Marchionne può doversi rimangiare le promesse con l’argomento irrefutabile che i mercati non hanno risposto. Anche gli stregoni di un tempo assicuravano di aver eseguito le danze della pioggia a puntino: peccato che gli Dei, appunto, non abbiano risposto. E così il modernissimo stile industriale rivela una mentalità primitiva, con la sua assolutizzazione e consacrazione del mercato. A Pomigliano resta il deserto, che però non c’era prima, anche se le fabbriche hanno indubbiamente arrecato molta ricchezza; la quale tuttavia potrebbe scomparire da un momento all’altro, rivelando la sua natura profondamente colonizzatrice e predatoria: sfruttare ai propri fini tutte le risorse utilizzabili che il luogo offre, devastando o semplicemente rendendo obsoleto e indesiderabile tutto il resto. Dopo di noi il diluvio. Se è così, è evidente che la protezione sociale dei lavoratori non è più sufficiente: è necessaria anche una protezione efficace dei luoghi, delle iniziative, delle tradizioni, dei bisogni non riassumibili in termini di profitto industriale e di logica di mercato. Questo dovrebbe diventare uno scopo primario della politica e dello stato. In un recente articolo su «la Repubblica» Luciano Gallino ha evocato gli «schemi di garanzia» (job guarantee): non soltanto la salvaguardia del posto di lavoro (che, se una fabbrica è passiva, prima o poi diventerà inattuabile), ma la creazione di nuovi lavori a livello locale, attraverso accordi che coinvolgano gli enti locali e le imprese, le iniziative pubbliche insieme alle private. Tutto un universo lavorativo da immaginare e da creare, o da potenziare dove già sta emergendo. Bisogna convincersi della sua necessità e della sua urgenza. Non è possibile che la politica lasci soli i lavoratori con il loro terrore del futuro, con la sensazione di essere sull’orlo di un baratro che le trattative con la Fiat non riusciranno a colmare, con la loro rabbia impotente che assurdamente li divide e lacera la loro solidarietà: il tratto più nobile, più fruttuoso, più efficiente del lavoro umano.
L’Unità 05.11.12

“Gli stregoni del Lingotto”, di Carlo Sini

Come si dice, il mondo è vario. Di fronte all’estesa condanna della meschina ritorsione e provocazione compiute dall’amministratore della Fiat Sergio Marchionne (per di più illegittima), c’è qualcuno che ha levato la voce in suo favore. In particolare ho ascoltato e letto due argomenti: il primo più ingenuo, il secondo più datato. Il primo dice: c’è stato un referendum; se voi eravate contrari alla proposta di Marchionne, com’è che adesso siete disposti ad accettarla pur di rientrare in fabbrica, magari anche a danno di quelli che erano favorevoli? In questo modo il referendum viene inteso come se fosse una specie di conta tra i buoni e i cattivi: chi è a favore è dentro, chi è contrario è fuori. Sarebbe come dire che se i sindacati, proclamando uno sciopero, ottengono ciò che chiedevano, coloro che non hanno voluto scioperare saranno esclusi dai vantaggi acquisiti: una vera bestialità. Il secondo argomento si dà arie più raffinate. Parte dalla considerazione che i tempi son cambiati ecc. ecc., per finire a difendere, niente meno, che i diritti della proprietà privata: diritti che i giudici, con indebita intrusione, avrebbero violato, cadendo in un delitto di lesa proprietà. Peccato che questo modo di ragionare sia lui molto antiquato e frusto, perché dimentica tutto ciò che, quanto meno, è accaduto con la famosa crisi del ’29 e i provvedimenti del New Deal. Da allora la questione verte, da un lato, sulla sostanza sociale del lavoro, e dall’altro sulla salvaguardia dell’iniziativa privata, una volta che le garanzie sociali siano state ottemperate. Il che significa che la partita della produzione e del lavoro si gioca in quattro, dove nessuno ne detiene il monopolio: l’impresa, i lavoratori con i loro sindacati, lo Stato e infine il potere giudiziario, che ha il dovere di controllare se le norme e le leggi sono state rispettate. Resta il fatto, al di là delle discussioni occasionali e delle iniziative peregrine, della condizione dei lavoratori della Fiat, costretti a un atto di fede nelle promesse di Marchionne: non ci sono alternative, dicono molti di loro; se la Fiat chiude, a Pomigliano non rimane nulla, resta solo il deserto. Sanno benissimo che, in qualunque momento, Marchionne può doversi rimangiare le promesse con l’argomento irrefutabile che i mercati non hanno risposto. Anche gli stregoni di un tempo assicuravano di aver eseguito le danze della pioggia a puntino: peccato che gli Dei, appunto, non abbiano risposto. E così il modernissimo stile industriale rivela una mentalità primitiva, con la sua assolutizzazione e consacrazione del mercato. A Pomigliano resta il deserto, che però non c’era prima, anche se le fabbriche hanno indubbiamente arrecato molta ricchezza; la quale tuttavia potrebbe scomparire da un momento all’altro, rivelando la sua natura profondamente colonizzatrice e predatoria: sfruttare ai propri fini tutte le risorse utilizzabili che il luogo offre, devastando o semplicemente rendendo obsoleto e indesiderabile tutto il resto. Dopo di noi il diluvio. Se è così, è evidente che la protezione sociale dei lavoratori non è più sufficiente: è necessaria anche una protezione efficace dei luoghi, delle iniziative, delle tradizioni, dei bisogni non riassumibili in termini di profitto industriale e di logica di mercato. Questo dovrebbe diventare uno scopo primario della politica e dello stato. In un recente articolo su «la Repubblica» Luciano Gallino ha evocato gli «schemi di garanzia» (job guarantee): non soltanto la salvaguardia del posto di lavoro (che, se una fabbrica è passiva, prima o poi diventerà inattuabile), ma la creazione di nuovi lavori a livello locale, attraverso accordi che coinvolgano gli enti locali e le imprese, le iniziative pubbliche insieme alle private. Tutto un universo lavorativo da immaginare e da creare, o da potenziare dove già sta emergendo. Bisogna convincersi della sua necessità e della sua urgenza. Non è possibile che la politica lasci soli i lavoratori con il loro terrore del futuro, con la sensazione di essere sull’orlo di un baratro che le trattative con la Fiat non riusciranno a colmare, con la loro rabbia impotente che assurdamente li divide e lacera la loro solidarietà: il tratto più nobile, più fruttuoso, più efficiente del lavoro umano.
L’Unità 05.11.12

"Università, percorso pieno di ostacoli per i nuovi tirocini", di Mario Castagna

Era il 25 gennaio e il decreto «Cresci Italia» prometteva importanti novità per i giovani professionisti. All’insegna della liberalizzazione si permetteva ai giovani che avessero voluto intraprendere la carriera all’interno di uno degli ordini regolamentati (avvocati in primis), di iniziare il tirocinio obbligatorio (per 6 mesi sui 18 complessivi) durante l’ultimo anno del percorso di studi, promettendo quindi una decisa accelerazione nel percorso a ostacoli verso la libera professione. Sino a quel momento i mesi di praticantato obbligatorio erano 24 e per due anni gli studi di avvocati avevano a disposizione manodopera qualificata disponibile a lavorare anche gratuitamente in cambio dell’agognato certificato di avvenuto praticantato. Le nuove norme prevedevano quindi una riduzione della durata del tirocinio ma soprattutto che i primi sei mesi potessero essere svolti, in presenza di apposita convenzione quadro tra il Consiglio Nazionale Forense e il MIUR durante gli anni di studio universitari. La norma non è mai stata chiara. Dapprima sembrava che tutti i praticanti fossero coinvolti nella riduzione della pratica forense. Dopo qualche mese il ministero della Giustizia diceva invece che la norma aveva effetto solo per l’avvenire. Dopo proteste e mobilitazioni a dirimere definitivamente la questione fu il ministero dell’Università con una circolare che precisava come la norma fosse immediatamente applicabile, sottolineando che la volontà del legislatore era facilitare l’accesso dei giovani al mondo del lavoro. Risolto il problema del «quando» rimane però il problema del «come». Infatti, come recitava la circolare ministeriale, «per i primi sei mesi, il tirocinio può essere svolto in concomitanza con gli studi, in presenza di un’apposita convenzione quadro stipulata tra i consigli nazionali degli ordini e il ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca». Ma se oggi si apre uno qualsiasi dei siti delle facoltà di Giurisprudenza delle università italiane, alla voce tirocinio e praticantato, si aprirà un laconico avviso che annuncia che i tirocini universitari non possono essere attivati, in attesa della famosa convenzione. Una beffa per i tanti ragazzi che, alle soglie della laurea, si vedono sbarrare una strada facilitata e sono costretti ad intraprendere il tradizionale calvario di praticantato lungo e malpagato. Gaetano Caravella, dell’esecutivo nazionale della Rete Universitaria Nazionale, sta promuovendo in questi giorni una campagna per costringere governo e ordine degli avvocati a firmare la convenzione: «Quello che chiediamo è che il governo intervenga, superando le resistenze degli ordini professionali e promuovendo la stipulazione della convenzione prevista dalla normativa che consentirebbe un più veloce ingresso dei laureati nel mercato del lavoro». Sul banco degli imputati chiaramente ci sono gli ordini professionali: «Le resistenze degli ordini professionali sono fortissime e difficilmente superabili». Una situazione di stallo che riguarda anche un’altra situazione simile. Dopo che la legge 92/2012 ha introdotto l’obbligo di rimborso spese per gli stagisti sono saltati tutti i bandi di stage che la fondazione Crui oganizzava all’interno della pubblica amministrazione (molto richiesti erano quelli organizzati nelle ambasciate italiane all’estero in collaborazione con la Farnesina). Le procedure di presentazione delle domande presso le università sono bloccate da mesi «in attesa di un accordo in conferenza Stato-Regioni che definisca le linee guida sui tirocini».
L’Unità 05.11.12