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“Università, percorso pieno di ostacoli per i nuovi tirocini”, di Mario Castagna

Era il 25 gennaio e il decreto «Cresci Italia» prometteva importanti novità per i giovani professionisti. All’insegna della liberalizzazione si permetteva ai giovani che avessero voluto intraprendere la carriera all’interno di uno degli ordini regolamentati (avvocati in primis), di iniziare il tirocinio obbligatorio (per 6 mesi sui 18 complessivi) durante l’ultimo anno del percorso di studi, promettendo quindi una decisa accelerazione nel percorso a ostacoli verso la libera professione. Sino a quel momento i mesi di praticantato obbligatorio erano 24 e per due anni gli studi di avvocati avevano a disposizione manodopera qualificata disponibile a lavorare anche gratuitamente in cambio dell’agognato certificato di avvenuto praticantato. Le nuove norme prevedevano quindi una riduzione della durata del tirocinio ma soprattutto che i primi sei mesi potessero essere svolti, in presenza di apposita convenzione quadro tra il Consiglio Nazionale Forense e il MIUR durante gli anni di studio universitari. La norma non è mai stata chiara. Dapprima sembrava che tutti i praticanti fossero coinvolti nella riduzione della pratica forense. Dopo qualche mese il ministero della Giustizia diceva invece che la norma aveva effetto solo per l’avvenire. Dopo proteste e mobilitazioni a dirimere definitivamente la questione fu il ministero dell’Università con una circolare che precisava come la norma fosse immediatamente applicabile, sottolineando che la volontà del legislatore era facilitare l’accesso dei giovani al mondo del lavoro. Risolto il problema del «quando» rimane però il problema del «come». Infatti, come recitava la circolare ministeriale, «per i primi sei mesi, il tirocinio può essere svolto in concomitanza con gli studi, in presenza di un’apposita convenzione quadro stipulata tra i consigli nazionali degli ordini e il ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca». Ma se oggi si apre uno qualsiasi dei siti delle facoltà di Giurisprudenza delle università italiane, alla voce tirocinio e praticantato, si aprirà un laconico avviso che annuncia che i tirocini universitari non possono essere attivati, in attesa della famosa convenzione. Una beffa per i tanti ragazzi che, alle soglie della laurea, si vedono sbarrare una strada facilitata e sono costretti ad intraprendere il tradizionale calvario di praticantato lungo e malpagato. Gaetano Caravella, dell’esecutivo nazionale della Rete Universitaria Nazionale, sta promuovendo in questi giorni una campagna per costringere governo e ordine degli avvocati a firmare la convenzione: «Quello che chiediamo è che il governo intervenga, superando le resistenze degli ordini professionali e promuovendo la stipulazione della convenzione prevista dalla normativa che consentirebbe un più veloce ingresso dei laureati nel mercato del lavoro». Sul banco degli imputati chiaramente ci sono gli ordini professionali: «Le resistenze degli ordini professionali sono fortissime e difficilmente superabili». Una situazione di stallo che riguarda anche un’altra situazione simile. Dopo che la legge 92/2012 ha introdotto l’obbligo di rimborso spese per gli stagisti sono saltati tutti i bandi di stage che la fondazione Crui oganizzava all’interno della pubblica amministrazione (molto richiesti erano quelli organizzati nelle ambasciate italiane all’estero in collaborazione con la Farnesina). Le procedure di presentazione delle domande presso le università sono bloccate da mesi «in attesa di un accordo in conferenza Stato-Regioni che definisca le linee guida sui tirocini».
L’Unità 05.11.12

"Tenetevi il dolore pochi soldi per curarlo", di Mario Pirani

Sconcerto e delusione piovono per e-mail. Pezzi di Welfare sanitario, costruiti ad uno ad uno con fatica, vengono demoliti. I medici, ormai esasperati, scrivono ai giornali. Raccolgo brandelli delle loro voci. “Le scrivo dopo tanto tempo – mi dice il bravo Claudio Blengini, medico di famiglia a Dogliani (Cn) –. Come lei ricorda abbiamo fatto insieme a tante persone di buona volontà battaglie memorabili perché questo paese finalmente si dotasse di una legislazione civile per quanto riguarda il dolore e le cure palliative… Le scrivo ora perché ho la sensazione che la spending review e i conseguenti tagli alla Sanità stiano nei fatti vanificando il progetto che stavamo tentando di costruire in difesa dei malati sofferenti… Ho avuto modo di sentire in una recente trasmissione il livello degli stipendi dei grandi manager. In compenso seguitiamo a tagliare in Sanità dove sicuramente ci sono degli sprechi e usi inadeguati e impropri di risorse ma ci sono anche tante esperienze positive che sono cresciute o stanno crescendo e rischiano invece di naufragare… I tagli saranno lineari e colpiranno allo stesso modo esperienze efficaci e rami secchi. Si moltiplicheranno le riduzioni dei servizi per quadrare i conti. Aumenteranno ancora le liste di attesa dei centri per il dolore come se un paziente in precaria e dolente condizione potesse attendere un mese o due per essere trattato. Lei si ricorderà che noi medici di famiglia di questa zona del Piemonte avevamo cercato di organizzare un ospedale di comunità per i nostri assistiti ma vi abbiamo dovuto rinunciare perché l’amministrazione pretendeva una supervisione. Abbandonammo così un lavoro portato avanti per anni con passione, tutto diventò lungo degenza e ora, visti i tagli, anche questa sarà eliminata e sostituita da una semplice residenza assistenziale. È un gioco al ribasso… I più deboli saranno i primi a pagare. Altre vie ci sarebbero. Per l’intasamento dei pronti soccorsi basterebbe soltanto mettere un ticket su chi si presenta con richieste inutili e inadeguate. Ma dire questo rischia di essere impopolare, peccato che sia la sacrosanta verità”.
Passiamo dal Piemonte al Lazio. Il trionfo delle chiacchiere. Il nuovo grande ospedale Sant’Andrea nel 2003 venne eletto azienda di riferimento regionale per la terapia del dolore. Fu inaugurata la sala operatoria e le altre strutture necessarie. Purtroppo l’amministrazione si dimenticò che occorrevano nell’organico anche gli infermieri. Ora il Centro funziona a fatica due ore la settimana appoggiandosi a qualche infermiere volontario. D’altra parte gli infermieri rappresentano solo il potere che governa gli ospedali. Le unità operative sono assegnate agli infermieri, il numero dei capisala sono aumentati oltre il necessario, le direzioni sanitarie sono affollate d’infermieri promossi dai reparti di degenza agli uffici ad occuparsi di formazione e così via, quando la priorità dovrebbe essere quella assistenziale. La direzione come in tutti gli ospedali cerca di evitare scontri con il cosiddetto “comparto”.“Percontroseinostri infermieri rifiutassero lo straordinario o venisse loro impedito, il Centro di terapia antalgica dovrebbe venire chiuso del tutto”, conclude uno dei medici del Sant’Andrea.
In qualche altro ospedale le cose vanno meglio. Così un Centro di eccellenza che riesce ad applicare la legge 38 nel garantire l’accesso alle cure palliative è quello diretto dal prof. Antonio Gatti a Tor Vergata. In questo Centro i medici hanno l’obbligo di registrare il dolore, con dettagliate procedure, nella cartella clinica di ogni paziente che viene controllata ogni 4 ore giorno e notte. Fra tutti i vantaggi di una legge qui finalmente applicata vi è che questa consente di fare del dolore cronico, una vera e propria malattia, che quindi non può essere ignorata o sottovalutata come oggi spesso avviene. Un’attenzione particolare viene posta inoltre nel dolore post operatorio che viene preso in carico non appena terminata l’operazione dalla procedura antidolorifica. Fino a quando non occorrerà più la cura ospedaliera e il malato potrà essere gestito a domicilio.
La Repubblica 05.11.12

“Tenetevi il dolore pochi soldi per curarlo”, di Mario Pirani

Sconcerto e delusione piovono per e-mail. Pezzi di Welfare sanitario, costruiti ad uno ad uno con fatica, vengono demoliti. I medici, ormai esasperati, scrivono ai giornali. Raccolgo brandelli delle loro voci. “Le scrivo dopo tanto tempo – mi dice il bravo Claudio Blengini, medico di famiglia a Dogliani (Cn) –. Come lei ricorda abbiamo fatto insieme a tante persone di buona volontà battaglie memorabili perché questo paese finalmente si dotasse di una legislazione civile per quanto riguarda il dolore e le cure palliative… Le scrivo ora perché ho la sensazione che la spending review e i conseguenti tagli alla Sanità stiano nei fatti vanificando il progetto che stavamo tentando di costruire in difesa dei malati sofferenti… Ho avuto modo di sentire in una recente trasmissione il livello degli stipendi dei grandi manager. In compenso seguitiamo a tagliare in Sanità dove sicuramente ci sono degli sprechi e usi inadeguati e impropri di risorse ma ci sono anche tante esperienze positive che sono cresciute o stanno crescendo e rischiano invece di naufragare… I tagli saranno lineari e colpiranno allo stesso modo esperienze efficaci e rami secchi. Si moltiplicheranno le riduzioni dei servizi per quadrare i conti. Aumenteranno ancora le liste di attesa dei centri per il dolore come se un paziente in precaria e dolente condizione potesse attendere un mese o due per essere trattato. Lei si ricorderà che noi medici di famiglia di questa zona del Piemonte avevamo cercato di organizzare un ospedale di comunità per i nostri assistiti ma vi abbiamo dovuto rinunciare perché l’amministrazione pretendeva una supervisione. Abbandonammo così un lavoro portato avanti per anni con passione, tutto diventò lungo degenza e ora, visti i tagli, anche questa sarà eliminata e sostituita da una semplice residenza assistenziale. È un gioco al ribasso… I più deboli saranno i primi a pagare. Altre vie ci sarebbero. Per l’intasamento dei pronti soccorsi basterebbe soltanto mettere un ticket su chi si presenta con richieste inutili e inadeguate. Ma dire questo rischia di essere impopolare, peccato che sia la sacrosanta verità”.
Passiamo dal Piemonte al Lazio. Il trionfo delle chiacchiere. Il nuovo grande ospedale Sant’Andrea nel 2003 venne eletto azienda di riferimento regionale per la terapia del dolore. Fu inaugurata la sala operatoria e le altre strutture necessarie. Purtroppo l’amministrazione si dimenticò che occorrevano nell’organico anche gli infermieri. Ora il Centro funziona a fatica due ore la settimana appoggiandosi a qualche infermiere volontario. D’altra parte gli infermieri rappresentano solo il potere che governa gli ospedali. Le unità operative sono assegnate agli infermieri, il numero dei capisala sono aumentati oltre il necessario, le direzioni sanitarie sono affollate d’infermieri promossi dai reparti di degenza agli uffici ad occuparsi di formazione e così via, quando la priorità dovrebbe essere quella assistenziale. La direzione come in tutti gli ospedali cerca di evitare scontri con il cosiddetto “comparto”.“Percontroseinostri infermieri rifiutassero lo straordinario o venisse loro impedito, il Centro di terapia antalgica dovrebbe venire chiuso del tutto”, conclude uno dei medici del Sant’Andrea.
In qualche altro ospedale le cose vanno meglio. Così un Centro di eccellenza che riesce ad applicare la legge 38 nel garantire l’accesso alle cure palliative è quello diretto dal prof. Antonio Gatti a Tor Vergata. In questo Centro i medici hanno l’obbligo di registrare il dolore, con dettagliate procedure, nella cartella clinica di ogni paziente che viene controllata ogni 4 ore giorno e notte. Fra tutti i vantaggi di una legge qui finalmente applicata vi è che questa consente di fare del dolore cronico, una vera e propria malattia, che quindi non può essere ignorata o sottovalutata come oggi spesso avviene. Un’attenzione particolare viene posta inoltre nel dolore post operatorio che viene preso in carico non appena terminata l’operazione dalla procedura antidolorifica. Fino a quando non occorrerà più la cura ospedaliera e il malato potrà essere gestito a domicilio.
La Repubblica 05.11.12

"Liste pulite, ecco la legge incandidabili i condannati fuori da Parlamento e Regioni", di Liana Milella

“Liste pulite” subito. Anche per il voto nel Lazio, in Lombardia e in Molise a fine gennaio. È pronto — mancano solo gli ultimi ritocchi — il decreto legislativo con le nuove regole sulla non candidabilità a qualsiasi carica elettiva e di governo, pena l’immediata decadenza, di chi ha addosso una condanna definitiva per una pena minima di due anni. Cancellieri, Patroni Griffi e Severino sono stati di parola. Oggi i tre ministri — Interno, Giustizia, Funzione pubblica — si vedranno per chiudere il testo che, in settimana, passerà al vaglio di palazzo Chigi. Poi le commissioni parlamentari avranno 60 giorni per un parere consultivo che il governo è libero di accogliere o ignorare (come, in parte, è avvenuto per il taglio dei tribunalini). A quel punto il decreto sarà operativo. Se le elezioni regionali si terranno, come appare probabile, il 27 gennaio, c’è tutto il tempo per la piena operatività della legge. Che, merita ricordarlo, prevede anche la decadenza degli eventuali condannati eletti. Quindi i partiti, anche se il decreto non dovesse fare in tempo a diventare definitivo, non avrebbero alcun interesse a mettere in lista i condannati stessi per il Parlamento italiano ed europeo, Regioni, Comuni, Province, aziende e consorzi locali. Cartellino rosso anche per incarichi di governo.
Ieri è stata Anna Maria Cancellieri ad annunciare che il testo è «in gran parte pronto» e a garantire che sarà in vigore per le prossime elezioni. «È sicuro» ha detto il ministro dell’Interno riferendosi alle politiche. Ma, fatti rapidamente i calcoli, è evidente che nella corsa per le regionali i partiti dovranno tenere conto della nuova tagliola che sbarra la via ai condannati.
Dicevamo che i tre ministri sono stati di parola. L’impegno a fare il decreto «in una settimana» era già del 2 ottobre, tant’è che ne dette conto Repubblica, riferendo un colloquio al Senato tra Severino e Patroni Griffi sull’urgenza di far entrare subito in vigore la nuova regola. Cancellieri ha confermato la promessa presentando il rapporto sulla corruzione del collega Patroni Griffi. Lo stesso ha fatto Severino due giorni dopo il voto definitivo alla Camera sul ddl anti-corruzione di mercoledì. Qualche nodo tuttavia è aperto, e non di poco conto. Si cercano le formule giuste per fissare la durata dell’incandidabilità e l’effettiva lista dei reati compresi. Il primo problema verrà risolto graduando il tempo in rapporto alla gravità del reato commesso e della condanna subita. Di conseguenza
sarà più lungo, addirittura potrebbe essere definitivo come avviene per l’interdizione dai pubblici uffici, il periodo di stop per una condanna per mafia e terrorismo piuttosto che per un reato di minore gravità. Ma la regola, anche nel caso di una condanna a due anni, il minimo previsto, sarà di prevedere l’obbligo di far saltare comunque una legislatura.
Per la lista dei reati qualche problema c’è. La delega dice che devono essere compresi tutti quelli gravi e «di grave allarme sociale». La corruzione non è citata, ma si dà per compresa vista l’entità delle sue pene (fino a 15 anni per quella giudiziaria). Il problema è legato per l’ennesima volta a Berlusconi. Il quale, nel processo Ruby, è sotto processo per prostituzione minorile. Questo reato non rientra tra quelli che la delega prevede come obbligatori per la non candidabilità in caso di condanna definitiva. La delega parla di reati gravi, cita espressamente «i delitti previsti dall’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale». Non cita il comma 3-quinquies in cui rientra il 600-bis, cioè la prostituzione minorile. Un caso? Anche in quella riga del ddl si celava una copertura per l’ex premier qualora dovesse cadergli addosso una condanna superiore ai due anni che ne metterebbe in discussione la candidabilità? È uno dei problemi che sarà dibattuto oggi, ma sul quale l’orientamento è quello di far prevalere l’entità della pena.
La Repubblica 05.11.12
******
“Non aspettiamo che la sentenza sia definitiva”, di Carlo Federico Grosso
Secondo indiscrezioni, il governo starebbe lavorando alla stesura del decreto delegato sulla non candidabilità dei condannati definitivi; l’intenzione sarebbe, addirittura, di approvare il nuovo testo legislativo in tempo utile già per le elezioni regionali di Lazio e Lombardia.
Se la notizia fosse confermata e, soprattutto, se l’iniziativa avesse successo, si tratterebbe di una dimostrazione ulteriore di efficienza di questo esecutivo.
Sempre secondo le indiscrezioni ricevute, la non candidabilità conseguente alle condanne penali avrebbe natura temporanea. Essa riguarderebbe, in particolare, i soggetti condannati in via definitiva ad una pena di almeno due anni di reclusione, ed avrebbe una durata doppia rispetto alla condanna ricevuta: quattro anni di sospensione per una condanna a due anni di reclusione, sei anni di sospensione per una condanna a tre anni, e via dicendo.
Ireati/ostacolo ad una candidatura sarebbero stati individuati, sostanzialmente, nell’ambito di tre tipologie: quelli previsti dall’art. 51 comma 3 bis c. p.p, quelli previsti dall’art. 51 comma 3 quater c. p.p., quelli previsti dal libro II, titolo II capo I c. p. Si tratta, fondamentalmente, delle seguenti categorie di illeciti penali: a) di reati gravissimi di tipo associativo, come le associazioni a delinquere finalizzate a commettere reati attinenti alla schiavitù delle persone, alla contraffazione di marchi o brevetti, al traffico di stupefacenti e al contrabbando, o le associazioni di tipo mafioso, nonché di reati altrettanto gravi come il sequestro di persona a scopo di estorsione e la riduzione o il mantenimento in schiavitù o in servitù e la tratta di persone; b) di reati di terrorismo; c) di tutti i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione.
Che dire di fronte a queste indiscrezioni? Un giudizio esauriente sul decreto potrà essere espresso, ovviamente, soltanto quando ci si troverà di fronte ad un testo scritto in tutti i suoi dettagli. Già ora è tuttavia possibile formulare alcune valutazioni, talune sicuramente positive, altre ispirate ad una maggiore cautela.
Nulla da eccepire, innanzitutto, in merito all’indicazione, fra i reati la cui condanna è di ostacolo a una candidatura politica o amministrativa, dei reati associativi più gravi, degli ulteriori reati indicati nell’art. 51 comma 3 bis c. p.p. e dei reati di terrorismo. Perché, tuttavia, tali reati, e non altri reati «comuni» altrettanto, o addirittura più gravi? Qual è il criterio in forza del quale un condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione non può presentarsi alle elezioni e può invece, ad esempio, presentarsi l’autore di una violenza o di un altro reato contro la persona?
Il profilo più qualificante del decreto riguardaperaltro, sicuramente, l’inclusione, fraireati ostacolo ad una candidatura, di tutti i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione. Tutti, anche quelli meno gravi, come l’omissione di atti di ufficio o l’abuso di ufficio, e non soltanto il peculato, la concussione e la corruzione. Si tratta, mi sembra, di un doveroso, importante, completamento della legge anticorruzione recentemente approvata in via definitiva dal Parlamento (e che prevedeva appunto, nel suo testo, la delega al governo per la definizione delle cause d’incandidabilità).
Anche qui, tuttavia, una domanda è d’obbligo. Perché circoscrivere a condanne superiori a anni due di reclusione l’ostacolo a candidarsi? Dato che i minimi edittali previsti nei confronti dei delitti contro la pubblica amministrazione non sono sempre elevati, e consentiranno frequenti condanne penali di minore entità, perché non abbassare quantomeno a un anno il livello delle condanne penali in grado di impedire di presentarsi alle elezioni? Dato che si tratta di reati commessi con abuso delle funzioni pubbliche esercitate, l’abuso mi sembrerebbe elemento di per sé in grado di impedire la sospensione temporanea del diritto di candidarsi.
Su un ulteriore profilo si potrebbe, infine, discutere: perché attendere, per applicare la sanzione d’incandidabilità, la sentenza definitiva, e non anticiparla invece al momento in cui viene pronunciata la sentenza di condanna di primo grado o quantomeno quella di secondo grado? Perché, mi si potrebbe rispondere, la Costituzione prevede che l’imputato deve essere presunto innocente fino alla condanna passata in giudicato, e, pertanto, fino a quel momento non lo si può ragionevolmente colpire con la limitazione di un suo diritto fondamentale. Accettiamo, nella prospettiva di questo giustificato garantismo, che le nostre assemblee elettive continuino ad essere, talvolta, zeppe di indagati e condannati di prima e di seconda istanza. Non potrebbero essere tuttavia, a questo punto, le stesse forze politiche ad autoregolamentarsi?
Al di là dei possibili rilievi, il testo che il governo si appresterebbe ad approvare costituisce comunque, rispetto alla situazione attuale, un grande passo avanti. Benissimo, pertanto, se esso verrà, come si prospetta, tempestivamente approvato. Che dire, tuttavia, se il governo cercasse di utilizzare gli ultimi scampoli di legislatura che l’attendono per fare approvare, magari con un decreto legge, quelle due/tre/ quattro ulteriori innovazioni che renderebbero la legislazione anticorruzione davvero incisiva a tutto campo nei confronti della corruttela dilagante?
Ci attendiamo dunque con ansia, dal ministro Severino, quantomeno i seguenti ulteriori provvedimenti, tutti, sibadi, diagevoleerapida confezione: l’abrogazione della Cirielli (per restituire tempi ragionevoli alla prescrizione), la reintroduzione del falso in bilancio, l’introduzione del delitto di autoriciclaggio, la riforma del voto di scambio.

“Liste pulite, ecco la legge incandidabili i condannati fuori da Parlamento e Regioni”, di Liana Milella

“Liste pulite” subito. Anche per il voto nel Lazio, in Lombardia e in Molise a fine gennaio. È pronto — mancano solo gli ultimi ritocchi — il decreto legislativo con le nuove regole sulla non candidabilità a qualsiasi carica elettiva e di governo, pena l’immediata decadenza, di chi ha addosso una condanna definitiva per una pena minima di due anni. Cancellieri, Patroni Griffi e Severino sono stati di parola. Oggi i tre ministri — Interno, Giustizia, Funzione pubblica — si vedranno per chiudere il testo che, in settimana, passerà al vaglio di palazzo Chigi. Poi le commissioni parlamentari avranno 60 giorni per un parere consultivo che il governo è libero di accogliere o ignorare (come, in parte, è avvenuto per il taglio dei tribunalini). A quel punto il decreto sarà operativo. Se le elezioni regionali si terranno, come appare probabile, il 27 gennaio, c’è tutto il tempo per la piena operatività della legge. Che, merita ricordarlo, prevede anche la decadenza degli eventuali condannati eletti. Quindi i partiti, anche se il decreto non dovesse fare in tempo a diventare definitivo, non avrebbero alcun interesse a mettere in lista i condannati stessi per il Parlamento italiano ed europeo, Regioni, Comuni, Province, aziende e consorzi locali. Cartellino rosso anche per incarichi di governo.
Ieri è stata Anna Maria Cancellieri ad annunciare che il testo è «in gran parte pronto» e a garantire che sarà in vigore per le prossime elezioni. «È sicuro» ha detto il ministro dell’Interno riferendosi alle politiche. Ma, fatti rapidamente i calcoli, è evidente che nella corsa per le regionali i partiti dovranno tenere conto della nuova tagliola che sbarra la via ai condannati.
Dicevamo che i tre ministri sono stati di parola. L’impegno a fare il decreto «in una settimana» era già del 2 ottobre, tant’è che ne dette conto Repubblica, riferendo un colloquio al Senato tra Severino e Patroni Griffi sull’urgenza di far entrare subito in vigore la nuova regola. Cancellieri ha confermato la promessa presentando il rapporto sulla corruzione del collega Patroni Griffi. Lo stesso ha fatto Severino due giorni dopo il voto definitivo alla Camera sul ddl anti-corruzione di mercoledì. Qualche nodo tuttavia è aperto, e non di poco conto. Si cercano le formule giuste per fissare la durata dell’incandidabilità e l’effettiva lista dei reati compresi. Il primo problema verrà risolto graduando il tempo in rapporto alla gravità del reato commesso e della condanna subita. Di conseguenza
sarà più lungo, addirittura potrebbe essere definitivo come avviene per l’interdizione dai pubblici uffici, il periodo di stop per una condanna per mafia e terrorismo piuttosto che per un reato di minore gravità. Ma la regola, anche nel caso di una condanna a due anni, il minimo previsto, sarà di prevedere l’obbligo di far saltare comunque una legislatura.
Per la lista dei reati qualche problema c’è. La delega dice che devono essere compresi tutti quelli gravi e «di grave allarme sociale». La corruzione non è citata, ma si dà per compresa vista l’entità delle sue pene (fino a 15 anni per quella giudiziaria). Il problema è legato per l’ennesima volta a Berlusconi. Il quale, nel processo Ruby, è sotto processo per prostituzione minorile. Questo reato non rientra tra quelli che la delega prevede come obbligatori per la non candidabilità in caso di condanna definitiva. La delega parla di reati gravi, cita espressamente «i delitti previsti dall’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale». Non cita il comma 3-quinquies in cui rientra il 600-bis, cioè la prostituzione minorile. Un caso? Anche in quella riga del ddl si celava una copertura per l’ex premier qualora dovesse cadergli addosso una condanna superiore ai due anni che ne metterebbe in discussione la candidabilità? È uno dei problemi che sarà dibattuto oggi, ma sul quale l’orientamento è quello di far prevalere l’entità della pena.
La Repubblica 05.11.12
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“Non aspettiamo che la sentenza sia definitiva”, di Carlo Federico Grosso
Secondo indiscrezioni, il governo starebbe lavorando alla stesura del decreto delegato sulla non candidabilità dei condannati definitivi; l’intenzione sarebbe, addirittura, di approvare il nuovo testo legislativo in tempo utile già per le elezioni regionali di Lazio e Lombardia.
Se la notizia fosse confermata e, soprattutto, se l’iniziativa avesse successo, si tratterebbe di una dimostrazione ulteriore di efficienza di questo esecutivo.
Sempre secondo le indiscrezioni ricevute, la non candidabilità conseguente alle condanne penali avrebbe natura temporanea. Essa riguarderebbe, in particolare, i soggetti condannati in via definitiva ad una pena di almeno due anni di reclusione, ed avrebbe una durata doppia rispetto alla condanna ricevuta: quattro anni di sospensione per una condanna a due anni di reclusione, sei anni di sospensione per una condanna a tre anni, e via dicendo.
Ireati/ostacolo ad una candidatura sarebbero stati individuati, sostanzialmente, nell’ambito di tre tipologie: quelli previsti dall’art. 51 comma 3 bis c. p.p, quelli previsti dall’art. 51 comma 3 quater c. p.p., quelli previsti dal libro II, titolo II capo I c. p. Si tratta, fondamentalmente, delle seguenti categorie di illeciti penali: a) di reati gravissimi di tipo associativo, come le associazioni a delinquere finalizzate a commettere reati attinenti alla schiavitù delle persone, alla contraffazione di marchi o brevetti, al traffico di stupefacenti e al contrabbando, o le associazioni di tipo mafioso, nonché di reati altrettanto gravi come il sequestro di persona a scopo di estorsione e la riduzione o il mantenimento in schiavitù o in servitù e la tratta di persone; b) di reati di terrorismo; c) di tutti i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione.
Che dire di fronte a queste indiscrezioni? Un giudizio esauriente sul decreto potrà essere espresso, ovviamente, soltanto quando ci si troverà di fronte ad un testo scritto in tutti i suoi dettagli. Già ora è tuttavia possibile formulare alcune valutazioni, talune sicuramente positive, altre ispirate ad una maggiore cautela.
Nulla da eccepire, innanzitutto, in merito all’indicazione, fra i reati la cui condanna è di ostacolo a una candidatura politica o amministrativa, dei reati associativi più gravi, degli ulteriori reati indicati nell’art. 51 comma 3 bis c. p.p. e dei reati di terrorismo. Perché, tuttavia, tali reati, e non altri reati «comuni» altrettanto, o addirittura più gravi? Qual è il criterio in forza del quale un condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione non può presentarsi alle elezioni e può invece, ad esempio, presentarsi l’autore di una violenza o di un altro reato contro la persona?
Il profilo più qualificante del decreto riguardaperaltro, sicuramente, l’inclusione, fraireati ostacolo ad una candidatura, di tutti i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione. Tutti, anche quelli meno gravi, come l’omissione di atti di ufficio o l’abuso di ufficio, e non soltanto il peculato, la concussione e la corruzione. Si tratta, mi sembra, di un doveroso, importante, completamento della legge anticorruzione recentemente approvata in via definitiva dal Parlamento (e che prevedeva appunto, nel suo testo, la delega al governo per la definizione delle cause d’incandidabilità).
Anche qui, tuttavia, una domanda è d’obbligo. Perché circoscrivere a condanne superiori a anni due di reclusione l’ostacolo a candidarsi? Dato che i minimi edittali previsti nei confronti dei delitti contro la pubblica amministrazione non sono sempre elevati, e consentiranno frequenti condanne penali di minore entità, perché non abbassare quantomeno a un anno il livello delle condanne penali in grado di impedire di presentarsi alle elezioni? Dato che si tratta di reati commessi con abuso delle funzioni pubbliche esercitate, l’abuso mi sembrerebbe elemento di per sé in grado di impedire la sospensione temporanea del diritto di candidarsi.
Su un ulteriore profilo si potrebbe, infine, discutere: perché attendere, per applicare la sanzione d’incandidabilità, la sentenza definitiva, e non anticiparla invece al momento in cui viene pronunciata la sentenza di condanna di primo grado o quantomeno quella di secondo grado? Perché, mi si potrebbe rispondere, la Costituzione prevede che l’imputato deve essere presunto innocente fino alla condanna passata in giudicato, e, pertanto, fino a quel momento non lo si può ragionevolmente colpire con la limitazione di un suo diritto fondamentale. Accettiamo, nella prospettiva di questo giustificato garantismo, che le nostre assemblee elettive continuino ad essere, talvolta, zeppe di indagati e condannati di prima e di seconda istanza. Non potrebbero essere tuttavia, a questo punto, le stesse forze politiche ad autoregolamentarsi?
Al di là dei possibili rilievi, il testo che il governo si appresterebbe ad approvare costituisce comunque, rispetto alla situazione attuale, un grande passo avanti. Benissimo, pertanto, se esso verrà, come si prospetta, tempestivamente approvato. Che dire, tuttavia, se il governo cercasse di utilizzare gli ultimi scampoli di legislatura che l’attendono per fare approvare, magari con un decreto legge, quelle due/tre/ quattro ulteriori innovazioni che renderebbero la legislazione anticorruzione davvero incisiva a tutto campo nei confronti della corruttela dilagante?
Ci attendiamo dunque con ansia, dal ministro Severino, quantomeno i seguenti ulteriori provvedimenti, tutti, sibadi, diagevoleerapida confezione: l’abrogazione della Cirielli (per restituire tempi ragionevoli alla prescrizione), la reintroduzione del falso in bilancio, l’introduzione del delitto di autoriciclaggio, la riforma del voto di scambio.

"La logica dello sfascio", di Claudio Sardo

Pensavamo che era quasi impossibile fare peggio del porcellum. Ma Berlusconi e il Pdl stanno pensando di approvare un emendamento-trappola che ha il solo scopo di impedire al Pd di governare (o comunque di aumentare di molto il coefficiente di difficoltà), senza correggere alcuna delle mostruosità della legge elettorale. È un affronto, tanto più provenendo dalle stesse menti che hanno partorito nel 2006 questo sistema che non ha uguali in Occidente. È una porcata che va respinta non in nome di un’aspirazione di parte, ma dell’interesse del Paese di ricostruire una relazione efficace tra Parlamento, maggioranza e governo.
Se passasse questo piano scellerato i cittadini sarebbero comunque nell’impossibilità di scegliere i parlamentari, perché nulla cambierebbe sulle liste bloccate. Se passasse il piano non ci sarebbe alcuna limitazione alla frammentazione politica e al trasformismo parlamentare, perché lo sbarramento al 4% resterebbe aggirabile all’interno delle coalizioni. Se passasse il piano una sola cosa cambierebbe: il premio attualmente previsto per la coalizione prima classificata (che la fa crescere fino al 55% dei seggi della Camera) scatterebbe solo qualora venga superata la soglia del 40% o del 42% o del 45%. In caso contrario il Porcellum bis funzionerebbe come un sistema proporzionale puro.
Quali siano gli obiettivi del Pdl non ci vuol molto a comprenderli. L’area di centrosinistra impegnata nelle primarie è stimata nei sondaggi al di sotto del 35%. E le primarie costituiscono indubbiamente un vincolo politico: allargare le alleanze pre-elettorali a questo punto avrebbe un costo elevato, sia per il Pd che per eventuali interlocutori. La previsione di un risultato a due cifre del partito di Grillo completa poi lo scenario berlusconiano: senza premio, con un sistema proporzionale puro (dove persino la soglia di sbarramento può essere vanificata), l’esito di una coalizione destra-centro-sinistra potrebbe essere inevitabile. L’Italia verrebbe condannata all’emergenza, ad un governo forzato di grande coalizione. Molto probabilmente la sfiducia dei cittadini crescerebbe, insieme al distacco dalla cosa pubblica, ma Berlusconi, pur ridimensionato, pensa così di conservare almeno una piccola quota di potere tra le macerie. L’imbroglio del Pdl poggia su un giudizio espresso a suo tempo dalla Corte costituzionale: il premio di maggioranza senza limiti è di assai dubbia legittimità. Si tratta di una valutazione ineccepibile. Che per la politica seria avrebbe dovuto essere già da tempo motivo per una revisione profonda dei meccanismi elettorali. A cominciare proprio dalle liste bloccate, che stanno diventando un fattore di delegittimazione del Parlamento e dei poteri costituzionali. È un delitto far finta di non capire che anche questa è una vera emergenza. Sarebbe meglio evitare la strada delle preferenze. Anche perché i collegi uninominali avevano già riscosso un certo gradimento da parte dei cittadini: in ogni caso, è impensabile tornare alle elezioni con liste lunghe e bloccate, cioè con parlamentari «nominati». Chi non vuole cambiare, sta giocando al tanto peggio, tanto meglio. Del resto, Berlusconi non teme certo l’avanzata di Grillo: il suo obiettivo vero è impedire che dopo il suo fallimento emerga un’alternativa politica, è dimostrare che ha fallito la politica, non il suo governo. Tuttavia, la ricostruzione di un rapporto diretto tra cittadino ed eletto è condizione necessaria ma non sufficiente. La riforma del Porcellum è un’occasione per ridisegnare alcuni tratti del sistema, la cui torsione è stata causa non secondaria del disastro di oggi. La riforma del Porcellum è un’occasione che non si può perdere. In realtà, basta seguire uno qualunque dei modelli presenti in Europa per fare meglio, e rimettere in carreggiata la nostra democrazia. Ieri Roberto D’Alimonte, su il Sole 24 ore, ha avanzato una nuova proposta: si stabilisca pure che il premio di maggioranza per le coalizioni dichiarate prima delle elezioni scatti solo al di sopra della soglia del 40% ma, nel caso il premio non scatti, si attribuisca almeno al primo partito un premio di governabilità non inferiore al 10%. Non basterà a quel partito per costituire una maggioranza autosufficiente (il che è comprensibile, visti i consensi di partenza), ma si aiuterà almeno quel partito e il suo leader a comporre una coalizione coerente in Parlamento.
La proposta di D’Alimonte ha il pregio di raccogliere l’obiezione della Consulta, ma al tempo stesso di dare un’impronta europea al sistema. In tutti i Paesi d’Europa infatti i governi si formano attorno al leader del partito che ha preso più voti. E in tutti i Paesi d’Europa – si voti con il proporzionale o con il maggioritario, con i collegi o con le liste – sono i partiti i soggetti principali della competizione. Sostituirli con coalizioni coatte vuol dire aumentare il trasformismo, e non la trasparenza. Del resto, solo partiti dotati di una certa consistenza (guai a derogare sulla clausola di sbarramento) possono dar vita a maggioranze stabili.
L’Unità 05.11.12

“La logica dello sfascio”, di Claudio Sardo

Pensavamo che era quasi impossibile fare peggio del porcellum. Ma Berlusconi e il Pdl stanno pensando di approvare un emendamento-trappola che ha il solo scopo di impedire al Pd di governare (o comunque di aumentare di molto il coefficiente di difficoltà), senza correggere alcuna delle mostruosità della legge elettorale. È un affronto, tanto più provenendo dalle stesse menti che hanno partorito nel 2006 questo sistema che non ha uguali in Occidente. È una porcata che va respinta non in nome di un’aspirazione di parte, ma dell’interesse del Paese di ricostruire una relazione efficace tra Parlamento, maggioranza e governo.
Se passasse questo piano scellerato i cittadini sarebbero comunque nell’impossibilità di scegliere i parlamentari, perché nulla cambierebbe sulle liste bloccate. Se passasse il piano non ci sarebbe alcuna limitazione alla frammentazione politica e al trasformismo parlamentare, perché lo sbarramento al 4% resterebbe aggirabile all’interno delle coalizioni. Se passasse il piano una sola cosa cambierebbe: il premio attualmente previsto per la coalizione prima classificata (che la fa crescere fino al 55% dei seggi della Camera) scatterebbe solo qualora venga superata la soglia del 40% o del 42% o del 45%. In caso contrario il Porcellum bis funzionerebbe come un sistema proporzionale puro.
Quali siano gli obiettivi del Pdl non ci vuol molto a comprenderli. L’area di centrosinistra impegnata nelle primarie è stimata nei sondaggi al di sotto del 35%. E le primarie costituiscono indubbiamente un vincolo politico: allargare le alleanze pre-elettorali a questo punto avrebbe un costo elevato, sia per il Pd che per eventuali interlocutori. La previsione di un risultato a due cifre del partito di Grillo completa poi lo scenario berlusconiano: senza premio, con un sistema proporzionale puro (dove persino la soglia di sbarramento può essere vanificata), l’esito di una coalizione destra-centro-sinistra potrebbe essere inevitabile. L’Italia verrebbe condannata all’emergenza, ad un governo forzato di grande coalizione. Molto probabilmente la sfiducia dei cittadini crescerebbe, insieme al distacco dalla cosa pubblica, ma Berlusconi, pur ridimensionato, pensa così di conservare almeno una piccola quota di potere tra le macerie. L’imbroglio del Pdl poggia su un giudizio espresso a suo tempo dalla Corte costituzionale: il premio di maggioranza senza limiti è di assai dubbia legittimità. Si tratta di una valutazione ineccepibile. Che per la politica seria avrebbe dovuto essere già da tempo motivo per una revisione profonda dei meccanismi elettorali. A cominciare proprio dalle liste bloccate, che stanno diventando un fattore di delegittimazione del Parlamento e dei poteri costituzionali. È un delitto far finta di non capire che anche questa è una vera emergenza. Sarebbe meglio evitare la strada delle preferenze. Anche perché i collegi uninominali avevano già riscosso un certo gradimento da parte dei cittadini: in ogni caso, è impensabile tornare alle elezioni con liste lunghe e bloccate, cioè con parlamentari «nominati». Chi non vuole cambiare, sta giocando al tanto peggio, tanto meglio. Del resto, Berlusconi non teme certo l’avanzata di Grillo: il suo obiettivo vero è impedire che dopo il suo fallimento emerga un’alternativa politica, è dimostrare che ha fallito la politica, non il suo governo. Tuttavia, la ricostruzione di un rapporto diretto tra cittadino ed eletto è condizione necessaria ma non sufficiente. La riforma del Porcellum è un’occasione per ridisegnare alcuni tratti del sistema, la cui torsione è stata causa non secondaria del disastro di oggi. La riforma del Porcellum è un’occasione che non si può perdere. In realtà, basta seguire uno qualunque dei modelli presenti in Europa per fare meglio, e rimettere in carreggiata la nostra democrazia. Ieri Roberto D’Alimonte, su il Sole 24 ore, ha avanzato una nuova proposta: si stabilisca pure che il premio di maggioranza per le coalizioni dichiarate prima delle elezioni scatti solo al di sopra della soglia del 40% ma, nel caso il premio non scatti, si attribuisca almeno al primo partito un premio di governabilità non inferiore al 10%. Non basterà a quel partito per costituire una maggioranza autosufficiente (il che è comprensibile, visti i consensi di partenza), ma si aiuterà almeno quel partito e il suo leader a comporre una coalizione coerente in Parlamento.
La proposta di D’Alimonte ha il pregio di raccogliere l’obiezione della Consulta, ma al tempo stesso di dare un’impronta europea al sistema. In tutti i Paesi d’Europa infatti i governi si formano attorno al leader del partito che ha preso più voti. E in tutti i Paesi d’Europa – si voti con il proporzionale o con il maggioritario, con i collegi o con le liste – sono i partiti i soggetti principali della competizione. Sostituirli con coalizioni coatte vuol dire aumentare il trasformismo, e non la trasparenza. Del resto, solo partiti dotati di una certa consistenza (guai a derogare sulla clausola di sbarramento) possono dar vita a maggioranze stabili.
L’Unità 05.11.12