L’Italia soffre di molte anomalie rispetto alle democrazie europee. Una riguarda il tema delle relazioni sindacali. In nessun Paese accade che non si sappia quale sia l’efficacia giuridica di un contratto collettivo non sottoscritto da tutti i sindacati rappresentativi. Che sia, inoltre, incerta la natura e la composizione delle rappresentanze sindacali aziendali, che appaia possibile espellere dalla rappresentanza in azienda il sindacato che dissente dal contenuto di un accordo e, pur essendo rappresentativo, non lo sigla. Quanto accaduto, appunto, alla Fiat in questi anni è il sintomo più vistoso di una anomia che è una delle principali cause all’origine del disordine e della inefficienza del sistema delle relazioni sindacali. Ha fatto bene quindi Susanna Camusso, in un intervento sul Corriere della sera di ieri, a porre il problema di una regolazione della rappresentanza. La questione si trascina da tempi ormai immemorabili, da quando risultò impraticabile l’attuazione dell’art. 39 della Costituzione. Per un lungo periodo il problema fu oscurato dalla indubbia rappresentatività delle maggiori confederazioni e dal loro rapporto unitario. Ma la crisi, prima, dell’unità sindacale e poi la crescente disarticolazione del sistema hanno reso non più tollerabile questo vuoto normativo. In questo quadro anche le regole pattizie, come quelle stabilite dall’accordo Cgil, Cisl, Uil del 28 giugno 2011 mostrano scarsa tenuta. Perciò sarebbe necessario un primo, parziale, intervento di legge che si potrebbe adottare già in questi mesi che ci separano dalle elezioni, rinviando la complessiva soluzione del problema alla prossima legislatura, quando il tema della rappresentanza e della democrazia sindacale dovrà essere affrontato assieme a quello della democrazia economica, ponendo in virtuosa connessione l’attuazione dei principi di cui agli articoli 39 e 46 della Costituzione. Questo primo e «leggero» intervento di legge dovrebbe riguardare tre specifiche questioni, che attengono agli aspetti più critici delle relazioni contrattuali: l’efficacia giuridica dei contratti collettivi aziendali, da subordinare alla approvazione maggioritaria di rappresentanze elette da tutti i lavoratori, le procedure del ricorso a referendum in caso di dissenso espresso da un sindacato rappresentativo o da una significativa percentuale dei lavoratori interessati e il diritto a costituire rappresentanze aziendali in capo alle organizzazioni che superano un soglia di rappresentatività nella media tra iscritti e voti riportati in libere elezioni. Le soluzioni indicate nell’accordo del 28 giugno 2011 potrebbero quindi essere recepite in legge in termini persino testuali. Né potrebbero negarsi al caso di specie i requisiti della «urgente necessità» che autorizzano il ricorso allo strumento del decreto legge. In questo modo non si interverrebbe direttamente sull’aspra situazione conflittuale determinatasi alla Fiat, che esige piuttosto misure del tipo moral suasion di cui certo il governo e le più alte autorità della Repubblica non difettano, ma si introdurrebbe una prima regolazione della rappresentanza sindacale che corrisponde indubbiamente agli interessi generali del Paese.
L’Unità 05.11.12
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“Rappresentanza. Le cose da fare”, di Luigi Mariucci
L’Italia soffre di molte anomalie rispetto alle democrazie europee. Una riguarda il tema delle relazioni sindacali. In nessun Paese accade che non si sappia quale sia l’efficacia giuridica di un contratto collettivo non sottoscritto da tutti i sindacati rappresentativi. Che sia, inoltre, incerta la natura e la composizione delle rappresentanze sindacali aziendali, che appaia possibile espellere dalla rappresentanza in azienda il sindacato che dissente dal contenuto di un accordo e, pur essendo rappresentativo, non lo sigla. Quanto accaduto, appunto, alla Fiat in questi anni è il sintomo più vistoso di una anomia che è una delle principali cause all’origine del disordine e della inefficienza del sistema delle relazioni sindacali. Ha fatto bene quindi Susanna Camusso, in un intervento sul Corriere della sera di ieri, a porre il problema di una regolazione della rappresentanza. La questione si trascina da tempi ormai immemorabili, da quando risultò impraticabile l’attuazione dell’art. 39 della Costituzione. Per un lungo periodo il problema fu oscurato dalla indubbia rappresentatività delle maggiori confederazioni e dal loro rapporto unitario. Ma la crisi, prima, dell’unità sindacale e poi la crescente disarticolazione del sistema hanno reso non più tollerabile questo vuoto normativo. In questo quadro anche le regole pattizie, come quelle stabilite dall’accordo Cgil, Cisl, Uil del 28 giugno 2011 mostrano scarsa tenuta. Perciò sarebbe necessario un primo, parziale, intervento di legge che si potrebbe adottare già in questi mesi che ci separano dalle elezioni, rinviando la complessiva soluzione del problema alla prossima legislatura, quando il tema della rappresentanza e della democrazia sindacale dovrà essere affrontato assieme a quello della democrazia economica, ponendo in virtuosa connessione l’attuazione dei principi di cui agli articoli 39 e 46 della Costituzione. Questo primo e «leggero» intervento di legge dovrebbe riguardare tre specifiche questioni, che attengono agli aspetti più critici delle relazioni contrattuali: l’efficacia giuridica dei contratti collettivi aziendali, da subordinare alla approvazione maggioritaria di rappresentanze elette da tutti i lavoratori, le procedure del ricorso a referendum in caso di dissenso espresso da un sindacato rappresentativo o da una significativa percentuale dei lavoratori interessati e il diritto a costituire rappresentanze aziendali in capo alle organizzazioni che superano un soglia di rappresentatività nella media tra iscritti e voti riportati in libere elezioni. Le soluzioni indicate nell’accordo del 28 giugno 2011 potrebbero quindi essere recepite in legge in termini persino testuali. Né potrebbero negarsi al caso di specie i requisiti della «urgente necessità» che autorizzano il ricorso allo strumento del decreto legge. In questo modo non si interverrebbe direttamente sull’aspra situazione conflittuale determinatasi alla Fiat, che esige piuttosto misure del tipo moral suasion di cui certo il governo e le più alte autorità della Repubblica non difettano, ma si introdurrebbe una prima regolazione della rappresentanza sindacale che corrisponde indubbiamente agli interessi generali del Paese.
L’Unità 05.11.12
"Casa Bianca adesso Obama spera nell’Ohio", di Vittorio Zucconi
C’è un terzo uomo senza volto che potrebbe vincere queste presidenziali americane, un “convitato di pietra” che siede al tavolo della incertezza fra Romney e Obama. Il suo nome è Nessuno. Il suo partito è il Partito X. È IL partito del possibile pareggio fra i due contendenti nel solo numero che conti per essere eletti Presidente degli Stati Uniti, i 270 su 538 “grandi elettori” nei quali si tradurranno secondo la Costituzione i cento dieci milioni di voti che saranno espressi domani.
Per raro che sia nella storia della repubblica nordamericana e per remota che sia la possibilità statistica, il “Fattore X” non è mai stato così forte dall’anno 2000, quando George W. Bush, dopo un mese di strazianti e a volte ridicole «riconte» fra «schede vergini » e «schede incinte» secondo le perforazioni e le protuberanze lasciate dalle matite, riuscì ad afferrare la Casa Bianca con un solo elettore sopra il margine minimo, 271. E il lasciapassare dei giudici della Corte Suprema, sempre per un solo voto, 5 a 4.
Nessuno dei sondaggi garantisce a Obama, né a Romney, un vantaggio che sia oltre quella percentuale di errore che tutte le ricerche demografiche serie comportano e che andrebbe sempre annunciato. Anche dove Obama è avanti di 3 o 4 punti percentuali, il dubbio sulla affluenza e il ricordo “dell’Effetto Bradley” rende tutto aleatorio. Tom Bradley era il sindaco afroamericano di Los Angeles che nel 1982 concorse alle elezione per il Governatorato della California sicuro dei sondaggi che lo davano stabilmente al 3% sopra l’avversario. Perse, perché una quota di elettori che avevano promesso di votare per lui, temendo di apparire razzisti, nel segreto della cabina votarono l’avversario bianco.
Nel 2008, “l’Effetto Bradley” fu travolto dall’onda di marea che portò Obama alla Casa Bianca con grande vantaggio. Ma se in questo 2012 il riflusso dell’entusiasmo fra i democratici, i giovani, le donne, i latinos per lui fosse forte come le indagini sospettano, tutti quei minuscoli punti percentuali di maggioranza che oggi danno il presidente come favorito sarebbero risucchiati e cancellati. E potrebbero lasciare lui e Romney a dividersi esattamente il bottino dei 538 grandi elettori, malauguratamente costruiti, dagli emendamenti della Costituzione, in numero pari, dunque esattamente divisibile. 538 quanti sono i 435 collegi elettorali per la Camera dei Rappresentanti, più i 100 collegi senatoriali (due per ogni Stato membro dell’Unione) più tre assegnati al Distretto di Columbia, la capitale Washington, che non ha una propria rappresentanza parlamentare.
Le permutazioni aritmetiche fra voti popolari e delegati di singoli stati sono straordinariamente complesse, ma non affatto escluse. Nate Silver, il più autorevole e imparziale fra gli analisti di sondaggi che ogni giorno soppesa, filtra e distilla le dozzine di «polls» spesso completamente contraddittori e faziosamente colorati, tende a escluderla, dando a Obama l’80 per cento di probabilità di superare la soglia magica del 270 e a Romney appena il 20%. Ma essere favoriti non significa essere vincitori, avverte Silver. «Il 20% sembra poco — si chiede — ma chi di noi si fiderebbe a imbarcarsi su un aereo che ha il 20% di probabilità di precipitare?».
Ma ogni combinazione astrale è verosimile, in favore di «Mister Nessuno». Se Obama perdesse i 18 voti elettorali dell’Ohio dove è favorito — e Romney vincesse i 20 della Pennsylvania, dove è indietro, se Florida, Virginia, Wisconsin, Colorado, North Carolina, New Hampshire, Nevada, gli Stati chiave, dovessero disporsi in un mosaico imprevisto e stati sicuri per Obama come il New Jersey risultare sconvolti dal disastro Sandy che impedirà a decine di migliaia di cittadini di votare per mancanza di seggi e di mezzi di trasporto, tutto diventa aritmeticamente realistico.
Toccherebbe allora a Camera e Senato decidere il risultato, come non accade più dal 1825, l’unico caso di una Presidenza decisa dal Parlamento, che scelse John Quincy Adams, dopo l’approvazione del XII emendamento. Vincerebbe allora certamente Mitt Romney, perchè la Camera è, e rimarrà nelle mani dei repubblicani, e ad essa spetta la decisione. Ma è il Senato che invece deve eleggere il vice presidente e il Senato resterà Democratico. Si avrebbero così un Presidente Romney e un Vice Presidente Biden, di partiti opposti. E sarebbe la definitiva affermazione per coloro, sempre più numerosi, ma ancora non abbastanza, che da decenni vorrebbero buttare a mare un sistema elettorale anacronistico, scritto e costruito per una nazione che contava appena 13 stati e funzionava a forza di muscoli umani o animale. E scelse il martedì come giornata di voto pensando a un elettorato in grado di spostarsi soltanto a piedi, a cavallo o in calesse. Dunque niente domenica, perché è il «sabbath» del Dio dei Cristiani. Niente lunedì, perché le distanze erano troppo lunghe per consentire ai devoti di raggiungere seggi con i loro modesti mezzi. E neppure mercoledì, giorno dedicato all’altro grande Dio della neonata nazione, il giorno dei mercati, era
accettabile.
Già la tragicommedia del 2000, quando 537 voti in Florida a favore di Bush contarono più dei 550 mila che nel resto degli Usa avevano assegnato la maggioranza popolare a Gore fece rabbrividire, e vergognare, la nazione che si vanta di essere la «luminosa città sulla collina» della democrazia. Obama potrebbe vincere la Casa Bianca prendendo, come già Bush, meno voti complessivi di Romney, ma più dei 270 «grandi elettori» necessari. Un presidente senza mandato. E una garanzia di altri quattro anni di boicottaggi, di stallo, di rabbia e di recriminazioni e di ulteriore discredito per la dirigenza politica. Lo specchio perfetto e ironico di un’altra democrazia, e la più importante del mondo, paralizzata dal rancore e
dalla divisioni interne.
La Repubblica 05.11.12
******
Harlem torna in trincea per Obama “Dobbiamo portare tutti ai seggi”, di Federico Rampini
«Don’t forget Tuesday! Tuesday is Obama Day!» Suona gioioso nel cuore di Harlem il richiamo: martedì è il giorno di Obama, non dimenticatevi di votare. Lo grida il senzatetto che chiede l’elemosina alla fermata del metrò sulla 126esima strada, all’angolo con Lenox Avenue ribattezzata Malcom X Boulevard. Riscuote un successone. I clienti che escono dal ristorante “Sylvia’s, Queen of Soul Food” premiano con generosità il vecchio homeless che s’improvvisa propagandista elettorale. Siamo nel cuore di Obama- land, quartiere storico dell’orgoglio afroamericano. Eppure anche Harlem oggi tradisce le sue incertezze, quattro anni dopo la storica vittoria del primo nero candidato alla Casa Bianca.
Un isolato più su, sulla 127esima, un negozio ha in vetrina due manifesti: il primo è “Harlem4Obama 2012”, locandina della cellula democratica di quartiere. A fianco c’è il manifesto sul 17esimo anniversario della “marcia di un milione” (celebre protesta di neri musulmani a Washington, finita in scontri violenti). Annuncia la conferenza del celebre predicatore ultra-radicale Louis Farrakhan sul tema “Maometto insegna come sconfiggere la povertà”. Proprio mentre la destra razzista continua ad alimentare con messaggi subliminali la falsa leggenda di Obama kenyano e musulmano, la vera “nazione islamica” dei neri d’America considera questo presidente un moderato che non è riuscito a cambiare il destino della sua gente. Le famiglie di neri poveri che affollano la chiesa dell’Esercito della Salvezza sulla 138esima strada non si fanno illusioni su Obama Due. Per loro, con una disoccupazione che è il triplo della media nazionale, la vita quotidiana assomiglia da anni a quello spettacolo di precarietà e insicurezza che ora domina i telegiornali solo perché dopo l’uragano colpisce i bianchi di New York e New Jersey.
Ma c’è un’altra Harlem che per Obama si batte fino all’ultimo minuto. La trovo finalmente spingendomi sulla 141esima, al quartier generale dei democratici. È qui che la base afroamericana organizza le operazioni “ get-out-thevote”, letteralmente “tirar fuori” i voti uno per uno, andando a cercare gli elettori a casa. Partono a ondate i torpedoni pieni di militanti, diretti verso la Pennsylvania. «Tanto a New York noi si vince — mi dice Oscar Williams prima di salire a bordo — , ora le nostre forze sono preziose negli Stati vicini, quelli ancora in bilico, dove si gioca la partita decisiva di domani.
Guai se Mitt Romney dovesse sfondare in Pennsylvania, potrebbe esserci fatale». Sul marciapiede di partenza dei torpedoni una bancarella vende distintivi “Il cambiamento climatico è reale, Romney è falso”, messaggio d’attualità nel dopo-uragano. Un altro distintivo evoca l’orgoglio “afro”, anche estetico: “Non importa come ti pettini i capelli, la più bella sei tu Michelle”.
In questa Harlem le librerie pubblicizzano i manuali Sat per preparare il test di entrata al college, qui abita un ceto medio afroamericano che s’identifica con la biografia dei coniugi Obama, ne condivide i successi, l’ascesa sociale, le frustrazioni. Kamali Carter, impiegata in uno studio legale, si distoglie un attimo dalle telefonate a ripetizione che sta facendo a una lunga lista di elettori: «L’altro giorno per via della paralisi del metrò mi trovo a condividere un taxi con una signora anziana, bianca. Mi apostrofa: non mi dire che voti Obama? Volevo risponderle: tu voti Romney perché sei bianca? È un insulto che fanno alla nostra intelligenza. Non votiamo per solidarietà razziale. Lo ha detto il repubblicano Colin Powell, ex segretario di Stato di Bush: sono le politiche di Obama che ci convincono».
Lisa Jones Brown, 44 anni, sceneggiatrice tv, anche lei afroamericana, lo spiega così: «I miei genitori parteciparono alle battaglie per i diritti civili, io appartengo a una generazione più fortunata, ma ci sono altre forme di discriminazione, più sottili, negli ambienti di lavoro: le subisco come nera e come donna. Ecco, ciò che mi motiva a fare militanza in questi giorni è mia figlia di 7 anni. Voglio che cresca in un’America che assomiglia a Obama, non a Romney. Il repubblicano ci ricaccerebbe indietro di 40 anni. Sul controllo delle nascite, sulla salute, sulle diseguaglianze retributive, sui posti di lavoro: stanno lì le ragioni forti per votare democratico, non il colore della pelle di questo presidente». Ma non ha sentito una sorta di apatìa qui ad Harlem, per le delusioni di questo primo mandato? «Fino a quest’estate sì, la disaffezione c’era. Poi qualcosa è scattato. Le sporche manovre per limitare il diritto di voto delle minoranze, per introdurre ostacoli e controlli di ogni sorta ai seggi elettorali in chiave discriminatoria, questo ci ha ricordato il vero volto della destra, è stato un allarme». La Brown parte per Philadelphia, Pennsylvania, con sua figlia adolescente. Sa che è un lavoro duro, la “raccolta porta a porta” di tutti gli elettori: «A volte veniamo respinti malamente, altre volte troviamo una gran miseria, un disinteresse per la politica che nasce dalla disperazione ». Ma questo è il lavoro più prezioso nelle ultime ore della sfida che si gioca sul filo del traguardo: già cominciano le prime contestazioni e ricorsi, in Florida, a conferma che ogni voto sarà conteso.
Sul torpedone della speranza che parte da Harlem per i quartieri poveri di Philadelphia, c’è un anziano sindacalista nero: «Siamo noi i figli di p… che non piacciono alla destra. Salvo rivolgersi a noi quando anche la middle class ha bisogno di salvare la propria pensione, l’assistenza sanitaria agli anziani, il posto di lavoro minacciato dalle delocalizzazioni e dagli squali della finanza come Romney. Il voto di domani è un referendum sul ruolo dello Stato nell’economia, sui diritti di noi lavoratori ».
La Repubblica 05.11.12
“Casa Bianca adesso Obama spera nell’Ohio”, di Vittorio Zucconi
C’è un terzo uomo senza volto che potrebbe vincere queste presidenziali americane, un “convitato di pietra” che siede al tavolo della incertezza fra Romney e Obama. Il suo nome è Nessuno. Il suo partito è il Partito X. È IL partito del possibile pareggio fra i due contendenti nel solo numero che conti per essere eletti Presidente degli Stati Uniti, i 270 su 538 “grandi elettori” nei quali si tradurranno secondo la Costituzione i cento dieci milioni di voti che saranno espressi domani.
Per raro che sia nella storia della repubblica nordamericana e per remota che sia la possibilità statistica, il “Fattore X” non è mai stato così forte dall’anno 2000, quando George W. Bush, dopo un mese di strazianti e a volte ridicole «riconte» fra «schede vergini » e «schede incinte» secondo le perforazioni e le protuberanze lasciate dalle matite, riuscì ad afferrare la Casa Bianca con un solo elettore sopra il margine minimo, 271. E il lasciapassare dei giudici della Corte Suprema, sempre per un solo voto, 5 a 4.
Nessuno dei sondaggi garantisce a Obama, né a Romney, un vantaggio che sia oltre quella percentuale di errore che tutte le ricerche demografiche serie comportano e che andrebbe sempre annunciato. Anche dove Obama è avanti di 3 o 4 punti percentuali, il dubbio sulla affluenza e il ricordo “dell’Effetto Bradley” rende tutto aleatorio. Tom Bradley era il sindaco afroamericano di Los Angeles che nel 1982 concorse alle elezione per il Governatorato della California sicuro dei sondaggi che lo davano stabilmente al 3% sopra l’avversario. Perse, perché una quota di elettori che avevano promesso di votare per lui, temendo di apparire razzisti, nel segreto della cabina votarono l’avversario bianco.
Nel 2008, “l’Effetto Bradley” fu travolto dall’onda di marea che portò Obama alla Casa Bianca con grande vantaggio. Ma se in questo 2012 il riflusso dell’entusiasmo fra i democratici, i giovani, le donne, i latinos per lui fosse forte come le indagini sospettano, tutti quei minuscoli punti percentuali di maggioranza che oggi danno il presidente come favorito sarebbero risucchiati e cancellati. E potrebbero lasciare lui e Romney a dividersi esattamente il bottino dei 538 grandi elettori, malauguratamente costruiti, dagli emendamenti della Costituzione, in numero pari, dunque esattamente divisibile. 538 quanti sono i 435 collegi elettorali per la Camera dei Rappresentanti, più i 100 collegi senatoriali (due per ogni Stato membro dell’Unione) più tre assegnati al Distretto di Columbia, la capitale Washington, che non ha una propria rappresentanza parlamentare.
Le permutazioni aritmetiche fra voti popolari e delegati di singoli stati sono straordinariamente complesse, ma non affatto escluse. Nate Silver, il più autorevole e imparziale fra gli analisti di sondaggi che ogni giorno soppesa, filtra e distilla le dozzine di «polls» spesso completamente contraddittori e faziosamente colorati, tende a escluderla, dando a Obama l’80 per cento di probabilità di superare la soglia magica del 270 e a Romney appena il 20%. Ma essere favoriti non significa essere vincitori, avverte Silver. «Il 20% sembra poco — si chiede — ma chi di noi si fiderebbe a imbarcarsi su un aereo che ha il 20% di probabilità di precipitare?».
Ma ogni combinazione astrale è verosimile, in favore di «Mister Nessuno». Se Obama perdesse i 18 voti elettorali dell’Ohio dove è favorito — e Romney vincesse i 20 della Pennsylvania, dove è indietro, se Florida, Virginia, Wisconsin, Colorado, North Carolina, New Hampshire, Nevada, gli Stati chiave, dovessero disporsi in un mosaico imprevisto e stati sicuri per Obama come il New Jersey risultare sconvolti dal disastro Sandy che impedirà a decine di migliaia di cittadini di votare per mancanza di seggi e di mezzi di trasporto, tutto diventa aritmeticamente realistico.
Toccherebbe allora a Camera e Senato decidere il risultato, come non accade più dal 1825, l’unico caso di una Presidenza decisa dal Parlamento, che scelse John Quincy Adams, dopo l’approvazione del XII emendamento. Vincerebbe allora certamente Mitt Romney, perchè la Camera è, e rimarrà nelle mani dei repubblicani, e ad essa spetta la decisione. Ma è il Senato che invece deve eleggere il vice presidente e il Senato resterà Democratico. Si avrebbero così un Presidente Romney e un Vice Presidente Biden, di partiti opposti. E sarebbe la definitiva affermazione per coloro, sempre più numerosi, ma ancora non abbastanza, che da decenni vorrebbero buttare a mare un sistema elettorale anacronistico, scritto e costruito per una nazione che contava appena 13 stati e funzionava a forza di muscoli umani o animale. E scelse il martedì come giornata di voto pensando a un elettorato in grado di spostarsi soltanto a piedi, a cavallo o in calesse. Dunque niente domenica, perché è il «sabbath» del Dio dei Cristiani. Niente lunedì, perché le distanze erano troppo lunghe per consentire ai devoti di raggiungere seggi con i loro modesti mezzi. E neppure mercoledì, giorno dedicato all’altro grande Dio della neonata nazione, il giorno dei mercati, era
accettabile.
Già la tragicommedia del 2000, quando 537 voti in Florida a favore di Bush contarono più dei 550 mila che nel resto degli Usa avevano assegnato la maggioranza popolare a Gore fece rabbrividire, e vergognare, la nazione che si vanta di essere la «luminosa città sulla collina» della democrazia. Obama potrebbe vincere la Casa Bianca prendendo, come già Bush, meno voti complessivi di Romney, ma più dei 270 «grandi elettori» necessari. Un presidente senza mandato. E una garanzia di altri quattro anni di boicottaggi, di stallo, di rabbia e di recriminazioni e di ulteriore discredito per la dirigenza politica. Lo specchio perfetto e ironico di un’altra democrazia, e la più importante del mondo, paralizzata dal rancore e
dalla divisioni interne.
La Repubblica 05.11.12
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Harlem torna in trincea per Obama “Dobbiamo portare tutti ai seggi”, di Federico Rampini
«Don’t forget Tuesday! Tuesday is Obama Day!» Suona gioioso nel cuore di Harlem il richiamo: martedì è il giorno di Obama, non dimenticatevi di votare. Lo grida il senzatetto che chiede l’elemosina alla fermata del metrò sulla 126esima strada, all’angolo con Lenox Avenue ribattezzata Malcom X Boulevard. Riscuote un successone. I clienti che escono dal ristorante “Sylvia’s, Queen of Soul Food” premiano con generosità il vecchio homeless che s’improvvisa propagandista elettorale. Siamo nel cuore di Obama- land, quartiere storico dell’orgoglio afroamericano. Eppure anche Harlem oggi tradisce le sue incertezze, quattro anni dopo la storica vittoria del primo nero candidato alla Casa Bianca.
Un isolato più su, sulla 127esima, un negozio ha in vetrina due manifesti: il primo è “Harlem4Obama 2012”, locandina della cellula democratica di quartiere. A fianco c’è il manifesto sul 17esimo anniversario della “marcia di un milione” (celebre protesta di neri musulmani a Washington, finita in scontri violenti). Annuncia la conferenza del celebre predicatore ultra-radicale Louis Farrakhan sul tema “Maometto insegna come sconfiggere la povertà”. Proprio mentre la destra razzista continua ad alimentare con messaggi subliminali la falsa leggenda di Obama kenyano e musulmano, la vera “nazione islamica” dei neri d’America considera questo presidente un moderato che non è riuscito a cambiare il destino della sua gente. Le famiglie di neri poveri che affollano la chiesa dell’Esercito della Salvezza sulla 138esima strada non si fanno illusioni su Obama Due. Per loro, con una disoccupazione che è il triplo della media nazionale, la vita quotidiana assomiglia da anni a quello spettacolo di precarietà e insicurezza che ora domina i telegiornali solo perché dopo l’uragano colpisce i bianchi di New York e New Jersey.
Ma c’è un’altra Harlem che per Obama si batte fino all’ultimo minuto. La trovo finalmente spingendomi sulla 141esima, al quartier generale dei democratici. È qui che la base afroamericana organizza le operazioni “ get-out-thevote”, letteralmente “tirar fuori” i voti uno per uno, andando a cercare gli elettori a casa. Partono a ondate i torpedoni pieni di militanti, diretti verso la Pennsylvania. «Tanto a New York noi si vince — mi dice Oscar Williams prima di salire a bordo — , ora le nostre forze sono preziose negli Stati vicini, quelli ancora in bilico, dove si gioca la partita decisiva di domani.
Guai se Mitt Romney dovesse sfondare in Pennsylvania, potrebbe esserci fatale». Sul marciapiede di partenza dei torpedoni una bancarella vende distintivi “Il cambiamento climatico è reale, Romney è falso”, messaggio d’attualità nel dopo-uragano. Un altro distintivo evoca l’orgoglio “afro”, anche estetico: “Non importa come ti pettini i capelli, la più bella sei tu Michelle”.
In questa Harlem le librerie pubblicizzano i manuali Sat per preparare il test di entrata al college, qui abita un ceto medio afroamericano che s’identifica con la biografia dei coniugi Obama, ne condivide i successi, l’ascesa sociale, le frustrazioni. Kamali Carter, impiegata in uno studio legale, si distoglie un attimo dalle telefonate a ripetizione che sta facendo a una lunga lista di elettori: «L’altro giorno per via della paralisi del metrò mi trovo a condividere un taxi con una signora anziana, bianca. Mi apostrofa: non mi dire che voti Obama? Volevo risponderle: tu voti Romney perché sei bianca? È un insulto che fanno alla nostra intelligenza. Non votiamo per solidarietà razziale. Lo ha detto il repubblicano Colin Powell, ex segretario di Stato di Bush: sono le politiche di Obama che ci convincono».
Lisa Jones Brown, 44 anni, sceneggiatrice tv, anche lei afroamericana, lo spiega così: «I miei genitori parteciparono alle battaglie per i diritti civili, io appartengo a una generazione più fortunata, ma ci sono altre forme di discriminazione, più sottili, negli ambienti di lavoro: le subisco come nera e come donna. Ecco, ciò che mi motiva a fare militanza in questi giorni è mia figlia di 7 anni. Voglio che cresca in un’America che assomiglia a Obama, non a Romney. Il repubblicano ci ricaccerebbe indietro di 40 anni. Sul controllo delle nascite, sulla salute, sulle diseguaglianze retributive, sui posti di lavoro: stanno lì le ragioni forti per votare democratico, non il colore della pelle di questo presidente». Ma non ha sentito una sorta di apatìa qui ad Harlem, per le delusioni di questo primo mandato? «Fino a quest’estate sì, la disaffezione c’era. Poi qualcosa è scattato. Le sporche manovre per limitare il diritto di voto delle minoranze, per introdurre ostacoli e controlli di ogni sorta ai seggi elettorali in chiave discriminatoria, questo ci ha ricordato il vero volto della destra, è stato un allarme». La Brown parte per Philadelphia, Pennsylvania, con sua figlia adolescente. Sa che è un lavoro duro, la “raccolta porta a porta” di tutti gli elettori: «A volte veniamo respinti malamente, altre volte troviamo una gran miseria, un disinteresse per la politica che nasce dalla disperazione ». Ma questo è il lavoro più prezioso nelle ultime ore della sfida che si gioca sul filo del traguardo: già cominciano le prime contestazioni e ricorsi, in Florida, a conferma che ogni voto sarà conteso.
Sul torpedone della speranza che parte da Harlem per i quartieri poveri di Philadelphia, c’è un anziano sindacalista nero: «Siamo noi i figli di p… che non piacciono alla destra. Salvo rivolgersi a noi quando anche la middle class ha bisogno di salvare la propria pensione, l’assistenza sanitaria agli anziani, il posto di lavoro minacciato dalle delocalizzazioni e dagli squali della finanza come Romney. Il voto di domani è un referendum sul ruolo dello Stato nell’economia, sui diritti di noi lavoratori ».
La Repubblica 05.11.12
"Così l'inflazione sta tagliando le tredicesime", di Valerio Raspelli
Non bastasse l’Imu, le notizie per i contribuenti italiani sono sempre peggiori. Per i regali di Natale i lavoratori dipendenti si troveranno infatti una tredicesima più leggera. A calcolare il taglio è la Cgia di Mestre: un operaio specializzato, con un reddito lordo di 20.600 euro, si troverà con una decurtazione di 21 euro, mentre un impiegato, con un imponibile Irpef annuo di 25.100 euro, perderà 24 euro. Proporzionalmente uguale la decurtazione per un capo ufficio, con un reddito lordo annuo di 49.500 euro, che perderà di 46 euro rispetto alla tredicesima del 2012. L’associazione degli Artigiani e piccole imprese spiega che il taglio è dovuto al differenziale negativo tra gli aumenti retributivi e il tasso d’inflazione. «Purtroppo sottolinea il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi quest’anno l’inflazione è cresciuta più del doppio rispetto agli aumenti retributivi medi maturati con i rinnovi contrattuali. Se nei primi 9 mesi di quest’anno il costo della vita è cresciuto del 3,1%, l’indice di rivalutazione contrattuale Istat è salito solo dell’1,4%. Pertanto, nei primi 9 mesi di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2011, il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è diminuito». Dall’Ufficio studi della Cgia si fa notare che le retribuzioni del 2012 sono state “ritoccate” all’insù grazie all’applicazione dell’indice di rivalutazione contrattuale Istat che è aumentato dell’1,4%. Dopodiche, il valore delle tredicesime riferite al 2012 è stato deflazionato, utilizzando l’indice generale dei prezzi al consumo delle famiglie di operai e impiegati cresciuto, secondo l’Istat, del 3,1%. Non essendo ancora disponibile la variazione annua riferita a tutto il 2012, i due indici sopra descritti sono stati calcolati sulla base del confronto ottenuto tra i primi 9 mesi dei due anni.
«DETASSARE LE TREDICESIME» Per evitare che lo shopping natalizio si riveli un flop annunciato viene lanciata la proposta al governo di detassare una quota parte della tredicesima. «È vero che le risorse sono poche continua Bortolussi ma un taglio del 30% dell’Irpef potrebbe costare alle casse dello Stato tra i 2 e i 2,5 miliardi di euro. Un mancato gettito che, probabilmente, potrebbe essere coperto attraverso un’attenta razionalizzazione della spesa pubblica. Per contenere ancor più la spesa, si potrebbe concentrare la detassazione solo sui redditi più bassi». Secondo le stime un taglio del 30% dell’Irpef che grava sulle tredicesime lascerebbe nelle tasche di un operaio 115 euro in più, 130 euro in quelle di un impiegato e oltre 315 euro in quelle di un capo ufficio. Un eventuale taglio del 30% dell’Irpef che grava sulle tredicesime lascerebbe nelle tasche di un operaio 115 euro in più, 130 euro in quelle di un impiegato e oltre 315 euro in quelle di un capo ufficio. La proposta era stata lanciata a fine estate da Susanna Camusso e la Cgil. Ma non è mai stata valutata del governo e nessuna discussione in merito è stata portata avanti nella discussione sulla legge di Stabilità: nessun emendamento è stato finora presentato in questo senso. Per il segretario generale della Cgil «l’aumento dell’Iva colpisce le fasce più povere» mentre «serve una riduzione vera del carico fiscale sui lavoratori: bisogna detassare le tredicesime utilizzando le risorse della lotta all’evasione». «Visto l’avvicinarsi del Natale sostiene Bortolussi mai come in questo momento abbiamo la necessità di lasciare qualche soldo in più nei portafogli delle famiglie italiane. Ricordo che a dicembre bisognerà pagare il saldo dell’Imu e una serie di bollette molto pesanti. Pertanto, se non ci sarà qualche provvedimento a sostegno delle famiglie, prevedo che i consumi natalizi saranno molto modesti, con effetti economici molto negativi per i bilanci degli artigiani e dei commercianti».
L’Unità 04.11.12
“Così l’inflazione sta tagliando le tredicesime”, di Valerio Raspelli
Non bastasse l’Imu, le notizie per i contribuenti italiani sono sempre peggiori. Per i regali di Natale i lavoratori dipendenti si troveranno infatti una tredicesima più leggera. A calcolare il taglio è la Cgia di Mestre: un operaio specializzato, con un reddito lordo di 20.600 euro, si troverà con una decurtazione di 21 euro, mentre un impiegato, con un imponibile Irpef annuo di 25.100 euro, perderà 24 euro. Proporzionalmente uguale la decurtazione per un capo ufficio, con un reddito lordo annuo di 49.500 euro, che perderà di 46 euro rispetto alla tredicesima del 2012. L’associazione degli Artigiani e piccole imprese spiega che il taglio è dovuto al differenziale negativo tra gli aumenti retributivi e il tasso d’inflazione. «Purtroppo sottolinea il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi quest’anno l’inflazione è cresciuta più del doppio rispetto agli aumenti retributivi medi maturati con i rinnovi contrattuali. Se nei primi 9 mesi di quest’anno il costo della vita è cresciuto del 3,1%, l’indice di rivalutazione contrattuale Istat è salito solo dell’1,4%. Pertanto, nei primi 9 mesi di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2011, il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è diminuito». Dall’Ufficio studi della Cgia si fa notare che le retribuzioni del 2012 sono state “ritoccate” all’insù grazie all’applicazione dell’indice di rivalutazione contrattuale Istat che è aumentato dell’1,4%. Dopodiche, il valore delle tredicesime riferite al 2012 è stato deflazionato, utilizzando l’indice generale dei prezzi al consumo delle famiglie di operai e impiegati cresciuto, secondo l’Istat, del 3,1%. Non essendo ancora disponibile la variazione annua riferita a tutto il 2012, i due indici sopra descritti sono stati calcolati sulla base del confronto ottenuto tra i primi 9 mesi dei due anni.
«DETASSARE LE TREDICESIME» Per evitare che lo shopping natalizio si riveli un flop annunciato viene lanciata la proposta al governo di detassare una quota parte della tredicesima. «È vero che le risorse sono poche continua Bortolussi ma un taglio del 30% dell’Irpef potrebbe costare alle casse dello Stato tra i 2 e i 2,5 miliardi di euro. Un mancato gettito che, probabilmente, potrebbe essere coperto attraverso un’attenta razionalizzazione della spesa pubblica. Per contenere ancor più la spesa, si potrebbe concentrare la detassazione solo sui redditi più bassi». Secondo le stime un taglio del 30% dell’Irpef che grava sulle tredicesime lascerebbe nelle tasche di un operaio 115 euro in più, 130 euro in quelle di un impiegato e oltre 315 euro in quelle di un capo ufficio. Un eventuale taglio del 30% dell’Irpef che grava sulle tredicesime lascerebbe nelle tasche di un operaio 115 euro in più, 130 euro in quelle di un impiegato e oltre 315 euro in quelle di un capo ufficio. La proposta era stata lanciata a fine estate da Susanna Camusso e la Cgil. Ma non è mai stata valutata del governo e nessuna discussione in merito è stata portata avanti nella discussione sulla legge di Stabilità: nessun emendamento è stato finora presentato in questo senso. Per il segretario generale della Cgil «l’aumento dell’Iva colpisce le fasce più povere» mentre «serve una riduzione vera del carico fiscale sui lavoratori: bisogna detassare le tredicesime utilizzando le risorse della lotta all’evasione». «Visto l’avvicinarsi del Natale sostiene Bortolussi mai come in questo momento abbiamo la necessità di lasciare qualche soldo in più nei portafogli delle famiglie italiane. Ricordo che a dicembre bisognerà pagare il saldo dell’Imu e una serie di bollette molto pesanti. Pertanto, se non ci sarà qualche provvedimento a sostegno delle famiglie, prevedo che i consumi natalizi saranno molto modesti, con effetti economici molto negativi per i bilanci degli artigiani e dei commercianti».
L’Unità 04.11.12
"Il bivio della sinistra", di Claudio Sardo
La frammentazione politica è una delle malattie che hanno portato al collasso della seconda repubblica. Ci mancherebbe solo che qualcuno provasse ora a spacciarla come la medicina. Una nuova legittimazione della politica e delle istituzioni passa necessariamente dalla ricostruzione di partiti solidi, almeno nel senso di capienti, non marginali, capaci di fare sintesi tra diversi e perciò di assumersi delle responsabilità di fronte al Paese. Se le leggi elettorali degli ultimi vent’anni, attraverso il maggioritario di coalizione, hanno premiato il ricatto dei «piccoli» e le liste personali di ogni taglia, anziché lo sforzo di comporre partiti democratici a vocazione maggioritaria, occorre moltiplicare gli sforzi per cambiare il Porcellum.
Ma, anche nel caso disgraziato di sconfitta della riforma, guai ad assecondare la (presunta) convenienza di coalizioni ampie e multiformi. Vorrebbe dire che non si è compresa la profondità della crisi di fiducia, né la portata della sfida storica che avrà di fronte il governo del dopo-elezioni, né la forza che dovrà esprimere per tenere insieme risanamento e cambio di indirizzo su scala europea. Per quanto riguarda il Pd e il centrosinistra non si tratta solo di evitare gli errori del ’94, e poi quelli dell’Unione: senza innovazione nelle forme della rappresentanza, oltre che nei contenuti, non si colmerà quel distacco che oggi separa la politica dalla diffusa domanda di partecipazione e dalla riscossa civica. Le primarie sono state una sfida coraggiosa. Bersani può dire di aver vinto la sua prima partita: su quali fondamenta potrebbe poggiare oggi il progetto di governo del Pd senza questa apertura, senza aver infranto le barriere dell’autoreferenzialità, dell’incomunicabilità con i cittadini che chiedono democrazia e cambiamento? Quale credibilità avrebbe avuto chi si fosse sottratto al rischio?
Da oggi comincia il percorso delle primarie. Da oggi gli elettori del centrosinistra potranno iscriversi per partecipare e decidere. Tuttavia, le primarie non devono esaurire il percorso dell’innovazione. La competizione interna fa salire il Pd nei sondaggi, ma il progetto di «partito nuovo» deve tornare a combinarsi con l’aspirazione ad un partito più grande. Il fatto che oltre a Bersani, Renzi e Puppato abbiano deciso di candidarsi, sulla base di una piattaforma comune, anche Vendola e Tabacci è una straordinaria opportunità. Guai a far cadere quell’impegno reciproco, assunto davanti ai cittadini che vogliono essere protagonisti di una nuova stagione.
La naturale tendenza conservativa delle strutture potrebbe suggerire prudenza: ma, se si ha la pazienza di ascoltare, la domanda è forte e diffusa. Non è solo una richiesta di unità come antidoto di possibili contrasti futuri. È una richiesta di solidità, di progettualità comune. È ancora una richiesta di coraggio. Non si esce dalla seconda Repubblica senza liberarsi degli schemi che l’hanno distrutta. Bisogna ricostruire partiti grandi. Plurali al loro interno, ma capaci di assicurare una coesione in nome del Paese, e non solo di una parte.
Un Pd più grande, sulla base della Carta d’Intenti. Un Pd che così potrà chiedere, dopo le primarie, anche ai moderati di fare altrettanto. Di dare una forma nuova e unitaria a quel Centro costituzionale che può condividere, per un’intera legislatura, un programma di ricostruzione nazionale. Oggi il Centro è un crocevia di rivalità e opzioni diverse. Chi è disposto a collaborare con il centrosinistra non può che rompere con il berlusconismo, inteso sia come partito personale, sia come pratica populista. Ma non può neppure pensare di rispondere alle sfide inedite con vecchie sigle e con giochi di rimessa. Il tempo nuovo non fa sconti a nessuno.
È un discorso che riguarda anche le forze minori della sinistra, sconvolte dall’esito delle elezioni siciliane. La crisi sociale sommata a quella politica ha in pratica annullato lo spazio di una sinistra radicale e antagonista. Oggi il dilemma è stringente: o si affronta la sfida del centrosinistra di governo, o si porta acqua al mulino del populismo. In Sicilia i numeri sono stati addirittura brutali: il Pd ha portato Crocetta alla presidenza, i 5 Stelle di Grillo sono diventati il primo partito, la sinistra radicale è stata cancellata dall’Assemblea regionale. Da mesi su l’Unità, a partire da un preveggente articolo di Mario Tronti, si discute della necessità di superare lo schema delle «due sinistre». Ora sarebbe un delitto chiudere gli occhi davanti alla realtà. La scelta di Vendola di partecipare alle primarie e di portare nel centrosinistra di governo la radicalità di alcune istanze è coraggiosa non meno di quella di Bersani di rimettersi in gioco, rinunciando alle prerogative dello statuto del Pd. Le rotture che si stanno consumando in queste ore nell’Italia dei Valori e nella Federazione della sinistra hanno esattamente questo segno: o si accetta la sfida della ricostruzione nazionale o si entra nell’orbita di Grillo. Non c’è una terza via di comodo, dove lucrare una rendita di posizione. Nessuno, tanto meno chi intende candidarsi alla guida del Paese, può permettersi di raccogliere sigle o siglette, vecchie o riverniciate. Se lo facesse, dimostrerebbe di non avere la qualità per affrontare il tempo nuovo.
L’Unità 04.11.12
