La frammentazione politica è una delle malattie che hanno portato al collasso della seconda repubblica. Ci mancherebbe solo che qualcuno provasse ora a spacciarla come la medicina. Una nuova legittimazione della politica e delle istituzioni passa necessariamente dalla ricostruzione di partiti solidi, almeno nel senso di capienti, non marginali, capaci di fare sintesi tra diversi e perciò di assumersi delle responsabilità di fronte al Paese. Se le leggi elettorali degli ultimi vent’anni, attraverso il maggioritario di coalizione, hanno premiato il ricatto dei «piccoli» e le liste personali di ogni taglia, anziché lo sforzo di comporre partiti democratici a vocazione maggioritaria, occorre moltiplicare gli sforzi per cambiare il Porcellum.
Ma, anche nel caso disgraziato di sconfitta della riforma, guai ad assecondare la (presunta) convenienza di coalizioni ampie e multiformi. Vorrebbe dire che non si è compresa la profondità della crisi di fiducia, né la portata della sfida storica che avrà di fronte il governo del dopo-elezioni, né la forza che dovrà esprimere per tenere insieme risanamento e cambio di indirizzo su scala europea. Per quanto riguarda il Pd e il centrosinistra non si tratta solo di evitare gli errori del ’94, e poi quelli dell’Unione: senza innovazione nelle forme della rappresentanza, oltre che nei contenuti, non si colmerà quel distacco che oggi separa la politica dalla diffusa domanda di partecipazione e dalla riscossa civica. Le primarie sono state una sfida coraggiosa. Bersani può dire di aver vinto la sua prima partita: su quali fondamenta potrebbe poggiare oggi il progetto di governo del Pd senza questa apertura, senza aver infranto le barriere dell’autoreferenzialità, dell’incomunicabilità con i cittadini che chiedono democrazia e cambiamento? Quale credibilità avrebbe avuto chi si fosse sottratto al rischio?
Da oggi comincia il percorso delle primarie. Da oggi gli elettori del centrosinistra potranno iscriversi per partecipare e decidere. Tuttavia, le primarie non devono esaurire il percorso dell’innovazione. La competizione interna fa salire il Pd nei sondaggi, ma il progetto di «partito nuovo» deve tornare a combinarsi con l’aspirazione ad un partito più grande. Il fatto che oltre a Bersani, Renzi e Puppato abbiano deciso di candidarsi, sulla base di una piattaforma comune, anche Vendola e Tabacci è una straordinaria opportunità. Guai a far cadere quell’impegno reciproco, assunto davanti ai cittadini che vogliono essere protagonisti di una nuova stagione.
La naturale tendenza conservativa delle strutture potrebbe suggerire prudenza: ma, se si ha la pazienza di ascoltare, la domanda è forte e diffusa. Non è solo una richiesta di unità come antidoto di possibili contrasti futuri. È una richiesta di solidità, di progettualità comune. È ancora una richiesta di coraggio. Non si esce dalla seconda Repubblica senza liberarsi degli schemi che l’hanno distrutta. Bisogna ricostruire partiti grandi. Plurali al loro interno, ma capaci di assicurare una coesione in nome del Paese, e non solo di una parte.
Un Pd più grande, sulla base della Carta d’Intenti. Un Pd che così potrà chiedere, dopo le primarie, anche ai moderati di fare altrettanto. Di dare una forma nuova e unitaria a quel Centro costituzionale che può condividere, per un’intera legislatura, un programma di ricostruzione nazionale. Oggi il Centro è un crocevia di rivalità e opzioni diverse. Chi è disposto a collaborare con il centrosinistra non può che rompere con il berlusconismo, inteso sia come partito personale, sia come pratica populista. Ma non può neppure pensare di rispondere alle sfide inedite con vecchie sigle e con giochi di rimessa. Il tempo nuovo non fa sconti a nessuno.
È un discorso che riguarda anche le forze minori della sinistra, sconvolte dall’esito delle elezioni siciliane. La crisi sociale sommata a quella politica ha in pratica annullato lo spazio di una sinistra radicale e antagonista. Oggi il dilemma è stringente: o si affronta la sfida del centrosinistra di governo, o si porta acqua al mulino del populismo. In Sicilia i numeri sono stati addirittura brutali: il Pd ha portato Crocetta alla presidenza, i 5 Stelle di Grillo sono diventati il primo partito, la sinistra radicale è stata cancellata dall’Assemblea regionale. Da mesi su l’Unità, a partire da un preveggente articolo di Mario Tronti, si discute della necessità di superare lo schema delle «due sinistre». Ora sarebbe un delitto chiudere gli occhi davanti alla realtà. La scelta di Vendola di partecipare alle primarie e di portare nel centrosinistra di governo la radicalità di alcune istanze è coraggiosa non meno di quella di Bersani di rimettersi in gioco, rinunciando alle prerogative dello statuto del Pd. Le rotture che si stanno consumando in queste ore nell’Italia dei Valori e nella Federazione della sinistra hanno esattamente questo segno: o si accetta la sfida della ricostruzione nazionale o si entra nell’orbita di Grillo. Non c’è una terza via di comodo, dove lucrare una rendita di posizione. Nessuno, tanto meno chi intende candidarsi alla guida del Paese, può permettersi di raccogliere sigle o siglette, vecchie o riverniciate. Se lo facesse, dimostrerebbe di non avere la qualità per affrontare il tempo nuovo.
L’Unità 04.11.12
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"Quel che manca alla manovra", di Guglielmo Epifani
Sia pure faticosamente, tra migliaia di emendamenti e di voti controversi, la legge di stabilità sta cambiando profilo. Le correzioni vanno quasi tutte nella giusta direzione.
Era la richiesta che tanti avevano avanzato. È scomparsa la retroattività delle norme fiscali rispettando lo statuto dei contribuenti e i comportamenti dei cittadini onesti. Si rinuncia a ridurre le aliquote fiscali in favore dell’eliminazione dell’aumento dell’Iva del 10 per cento – che riguarda generi di prima necessità compresi gli alimentari – di una diversa rimodulazione di tetti e franchigie alle detrazioni e deduzioni, e di un intervento in favore dei redditi da lavoro e delle famiglie numerose. Così riscritta, la manovra è sicuramente più equa e sostenibile, prevedendo un vantaggio più distribuito tra le diverse aree sociali. Privilegia due condizioni – lavoro e famiglia – e alleggerisce l’effetto sull’inflazione per tutti e soprattutto per i più indigenti. Si tratta ora di selezionare con attenzione le voci da escludere dai tetti delle detrazioni e dalle franchigie delle deduzioni, avendo come priorità casa e spesa sanitaria, in una fase in cui i costi dei mutui tendono a salire e la compartecipazione ai costi della sanità anche. Vanno rimossi quegli interventi più odiosi sulle pensioni di guerra e sugli altri aspetti che hanno suscitato fondate reazioni, come nel caso dei malati di Sla. È stato giustamente cancellato l’aumento delle ore di insegnamento che portava, oltre a insormontabili questioni di principio, anche effetti di blocco delle assunzioni, condannando ad un progressivo invecchiamento una funzione che ha bisogno di tenere assieme esperienza e rinnovamento. Questo aspetto riguarda in generale l’insieme dei settori pubblici ed è un problema troppo irresponsabilmente lasciato cadere. La riduzione della spesa pubblica, l’eliminazione di sprechi ed inefficienze, la razionalizzazione dei centri di spesa, la semplificazione degli assetti amministrativi, non possono condizionare l’equilibrio generazionale dei dipendenti. Ciò vale soprattutto per le professionalità che richiedono tempo per essere formate e per quelle che dal ricambio dell’età traggono nuove motivazioni, facilità verso nuovi linguaggi e sistemi di comunicazione.
Infine restano aperti un problema ed una questione di fondo. L’aumento dell’Iva è confermato per l’aliquota più alta e ciò avrà un effetto sui prezzi e sui consumi a partire da metà del 2013. Se non si può fare altrimenti, per i saldi di bilancio, si potrà almeno rinunciare all’aumento delle accise sui prodotti petroliferi in modo da ridurre l’effetto sull’inflazione? La questione di fondo riguarda il rapporto tra la manovra e economia reale. Il 2013 non si presenta ancora come un anno di svolta. La crisi si prolunga e socialmente si aggrava. I provvedimenti hanno ora più equità ma gli effetti restano modesti per invertire le tendenze reali. Né si può chiedere questo ad un governo che si avvia alla fine della legislatura. Toccherà al governo che uscirà dal voto raccogliere questo problema, sperando che il quadro europeo non si deteriori e che il nuovo esecutivo abbia la forza e la stabilità necessarie. Qualcosa si è fatto ma il più resta ancora da dare.
L’Unità 04.11.12
“Quel che manca alla manovra”, di Guglielmo Epifani
Sia pure faticosamente, tra migliaia di emendamenti e di voti controversi, la legge di stabilità sta cambiando profilo. Le correzioni vanno quasi tutte nella giusta direzione.
Era la richiesta che tanti avevano avanzato. È scomparsa la retroattività delle norme fiscali rispettando lo statuto dei contribuenti e i comportamenti dei cittadini onesti. Si rinuncia a ridurre le aliquote fiscali in favore dell’eliminazione dell’aumento dell’Iva del 10 per cento – che riguarda generi di prima necessità compresi gli alimentari – di una diversa rimodulazione di tetti e franchigie alle detrazioni e deduzioni, e di un intervento in favore dei redditi da lavoro e delle famiglie numerose. Così riscritta, la manovra è sicuramente più equa e sostenibile, prevedendo un vantaggio più distribuito tra le diverse aree sociali. Privilegia due condizioni – lavoro e famiglia – e alleggerisce l’effetto sull’inflazione per tutti e soprattutto per i più indigenti. Si tratta ora di selezionare con attenzione le voci da escludere dai tetti delle detrazioni e dalle franchigie delle deduzioni, avendo come priorità casa e spesa sanitaria, in una fase in cui i costi dei mutui tendono a salire e la compartecipazione ai costi della sanità anche. Vanno rimossi quegli interventi più odiosi sulle pensioni di guerra e sugli altri aspetti che hanno suscitato fondate reazioni, come nel caso dei malati di Sla. È stato giustamente cancellato l’aumento delle ore di insegnamento che portava, oltre a insormontabili questioni di principio, anche effetti di blocco delle assunzioni, condannando ad un progressivo invecchiamento una funzione che ha bisogno di tenere assieme esperienza e rinnovamento. Questo aspetto riguarda in generale l’insieme dei settori pubblici ed è un problema troppo irresponsabilmente lasciato cadere. La riduzione della spesa pubblica, l’eliminazione di sprechi ed inefficienze, la razionalizzazione dei centri di spesa, la semplificazione degli assetti amministrativi, non possono condizionare l’equilibrio generazionale dei dipendenti. Ciò vale soprattutto per le professionalità che richiedono tempo per essere formate e per quelle che dal ricambio dell’età traggono nuove motivazioni, facilità verso nuovi linguaggi e sistemi di comunicazione.
Infine restano aperti un problema ed una questione di fondo. L’aumento dell’Iva è confermato per l’aliquota più alta e ciò avrà un effetto sui prezzi e sui consumi a partire da metà del 2013. Se non si può fare altrimenti, per i saldi di bilancio, si potrà almeno rinunciare all’aumento delle accise sui prodotti petroliferi in modo da ridurre l’effetto sull’inflazione? La questione di fondo riguarda il rapporto tra la manovra e economia reale. Il 2013 non si presenta ancora come un anno di svolta. La crisi si prolunga e socialmente si aggrava. I provvedimenti hanno ora più equità ma gli effetti restano modesti per invertire le tendenze reali. Né si può chiedere questo ad un governo che si avvia alla fine della legislatura. Toccherà al governo che uscirà dal voto raccogliere questo problema, sperando che il quadro europeo non si deteriori e che il nuovo esecutivo abbia la forza e la stabilità necessarie. Qualcosa si è fatto ma il più resta ancora da dare.
L’Unità 04.11.12
"Riscrivi l'Italia": parte la campagna per le primarie
E’ un’Italia composta dalle firme degli elettori delle primarie, l’immagine con la quale parte la campagna per le primarie del centrosinistra. Ecco i numeri: 18 i coordinamenti regionali; cinque i candidati; più di 130000 le firme a sostegno delle candidature; 21 i giorni (dal 4 al 25 novembre) utili per la registrazione; 9000 seggi aperti il 25 novembre, data della votazione. E tutto questo grazie alla mobilitazione delle migliaia di volontari che formano il popolo del centrosinistra. E tutto questo grazie alla partecipazione e mobilitazione delle migliaia di volontari che formano il popolo del centrosinistra.
Roberto Cuillo, Responsabile della comunicazione delle primarie, ha fornito le coordinate della campagna in corso, a partire dal sitowww.primarieitaliabenecomune.it, attivo da due settimane, contenente lacarta d’intenti, le delibere, il regolamento, i coordinamenti. Sito che dal 4 novembre permetterà la preregistrazione on line e proporrà l’elenco degli uffici elettorali per la registrazione, come anche i seggi nei quali votare.
“Sarà una campagna tesa a svelare i caratteri di partecipazione e di passione nella partecipazione che ci porteranno alle elezioni con una forza maggiore. Sarà una campagna low cost, a basso costo, e si aggirerà per la comunicazione sui 300000 euro. La pubblicità delle primarie avverrà per 4 canali: i manifesti sugli spazi comunali a pagamento nelle stazioni, nelle metro dei comuni capoluoghi e sopra i 30000 abitanti; sui siti web di news e informazione, sui social network e su 48 radio locali scelte per raggiungere i piccoli centri”, ha chiarito Cuillo.
I partner della campagna sono le agenzie Yoyo e thewashingmachine.
Mimmo Di Lorenzo della thewashingmachine ha presentato il manifesto delle primarie, costruito sul valore della partecipazione alla ricostruzione del Paese attraverso la propria identità: è un’Italia riscritta con le firme delle persone, una forte immagine emotiva e uno slogan di pari impatto “Riscrivi l’Italia”.
Luigi Berlinguer, Presidente del Consiglio nazionale dei garanti, ha chiuso la conferenza spiegando che “non esistono le primarie del PD ma del centrosinistra ed è proprio l’alleanza del centro sinistra che sceglie il candidato premier. La nostra intenzione è quella di favorire un aumento della partecipazione rispetto al passato, perché noi vogliamo vincere le prossime elezioni politiche, ci stiamo persino illudendo con i recenti successi.
Le primarie costituiscono un’occasione per vincere, la Francia, che ci ha scopiazzato, insegna.
Noi crediamo consentano una mobilitazione e vogliamo riunire il nostro popolo per questo, non mettergli un bollino, ma riunirli. Non solo identificare il corpo elettorale ma creare le condizioni della mobilitazione stessa. Perché il popolo delle primarie è una risorsa.
Abbiamo introdotto una novità che non c’è mai stata: per 20 giorni gli aspiranti elettori del centrosinistra si potranno registrare nel momento in cui trovano più comodo farlo. C’è quindi una massima apertura che spinge a far partecipare anziché impedire la partecipazione alle primarie, e le due giornate di mobilitazione ne sono un esempio.
Ci sono altre novità: gli studenti fuori sede potranno votare dove studiano; i lavoratori che sono lontani temporaneamente dalla loro residenza potranno votare nel luogo dove si trovano. Stiamo anche allargando la possibilità del voto degli italiani all’estero, dove le organizzazioni del centrosinistra sono già mobilitate per favorire la partecipazione.
Organizzeremo anche strutture che permettano alle persone inabili di votare. La campagna di informazione servirà proprio a far conoscere tutti gli aspetti delle primarie, ricordando che il numero degli uffici e dei seggi è molto elevato, non ci saranno quindi difficoltà di spostamento da dove ci si registra a dove si vota.
E il compito dei garanti è quello “di garantire pari opportunità ai candidati ” e che vinca il migliore, quello che avrà più voti degli elettori partecipanti alle primarie”.
Infine sono estratti a sorte i nomi dei candidati premier per le schede delle primarie, l’ordine sarà Bersani, Tabacci, Puppato, Vendola, Renzi.
da www.partitodemocratico.it
“Riscrivi l’Italia”: parte la campagna per le primarie
E’ un’Italia composta dalle firme degli elettori delle primarie, l’immagine con la quale parte la campagna per le primarie del centrosinistra. Ecco i numeri: 18 i coordinamenti regionali; cinque i candidati; più di 130000 le firme a sostegno delle candidature; 21 i giorni (dal 4 al 25 novembre) utili per la registrazione; 9000 seggi aperti il 25 novembre, data della votazione. E tutto questo grazie alla mobilitazione delle migliaia di volontari che formano il popolo del centrosinistra. E tutto questo grazie alla partecipazione e mobilitazione delle migliaia di volontari che formano il popolo del centrosinistra.
Roberto Cuillo, Responsabile della comunicazione delle primarie, ha fornito le coordinate della campagna in corso, a partire dal sitowww.primarieitaliabenecomune.it, attivo da due settimane, contenente lacarta d’intenti, le delibere, il regolamento, i coordinamenti. Sito che dal 4 novembre permetterà la preregistrazione on line e proporrà l’elenco degli uffici elettorali per la registrazione, come anche i seggi nei quali votare.
“Sarà una campagna tesa a svelare i caratteri di partecipazione e di passione nella partecipazione che ci porteranno alle elezioni con una forza maggiore. Sarà una campagna low cost, a basso costo, e si aggirerà per la comunicazione sui 300000 euro. La pubblicità delle primarie avverrà per 4 canali: i manifesti sugli spazi comunali a pagamento nelle stazioni, nelle metro dei comuni capoluoghi e sopra i 30000 abitanti; sui siti web di news e informazione, sui social network e su 48 radio locali scelte per raggiungere i piccoli centri”, ha chiarito Cuillo.
I partner della campagna sono le agenzie Yoyo e thewashingmachine.
Mimmo Di Lorenzo della thewashingmachine ha presentato il manifesto delle primarie, costruito sul valore della partecipazione alla ricostruzione del Paese attraverso la propria identità: è un’Italia riscritta con le firme delle persone, una forte immagine emotiva e uno slogan di pari impatto “Riscrivi l’Italia”.
Luigi Berlinguer, Presidente del Consiglio nazionale dei garanti, ha chiuso la conferenza spiegando che “non esistono le primarie del PD ma del centrosinistra ed è proprio l’alleanza del centro sinistra che sceglie il candidato premier. La nostra intenzione è quella di favorire un aumento della partecipazione rispetto al passato, perché noi vogliamo vincere le prossime elezioni politiche, ci stiamo persino illudendo con i recenti successi.
Le primarie costituiscono un’occasione per vincere, la Francia, che ci ha scopiazzato, insegna.
Noi crediamo consentano una mobilitazione e vogliamo riunire il nostro popolo per questo, non mettergli un bollino, ma riunirli. Non solo identificare il corpo elettorale ma creare le condizioni della mobilitazione stessa. Perché il popolo delle primarie è una risorsa.
Abbiamo introdotto una novità che non c’è mai stata: per 20 giorni gli aspiranti elettori del centrosinistra si potranno registrare nel momento in cui trovano più comodo farlo. C’è quindi una massima apertura che spinge a far partecipare anziché impedire la partecipazione alle primarie, e le due giornate di mobilitazione ne sono un esempio.
Ci sono altre novità: gli studenti fuori sede potranno votare dove studiano; i lavoratori che sono lontani temporaneamente dalla loro residenza potranno votare nel luogo dove si trovano. Stiamo anche allargando la possibilità del voto degli italiani all’estero, dove le organizzazioni del centrosinistra sono già mobilitate per favorire la partecipazione.
Organizzeremo anche strutture che permettano alle persone inabili di votare. La campagna di informazione servirà proprio a far conoscere tutti gli aspetti delle primarie, ricordando che il numero degli uffici e dei seggi è molto elevato, non ci saranno quindi difficoltà di spostamento da dove ci si registra a dove si vota.
E il compito dei garanti è quello “di garantire pari opportunità ai candidati ” e che vinca il migliore, quello che avrà più voti degli elettori partecipanti alle primarie”.
Infine sono estratti a sorte i nomi dei candidati premier per le schede delle primarie, l’ordine sarà Bersani, Tabacci, Puppato, Vendola, Renzi.
da www.partitodemocratico.it
"Dove si annida il populismo", di Alfredo Reichlin
Sarà forse perché ho conosciuto la politica in un tempo più terribile di questo e mi hanno insegnato l’importanza che ha capire a che punto della storia ci si trova. Ma sono convinto che la sinistra e le forze progressiste di oggi non possano sottovalutare la grandiosità dei mutamenti in cui sono coinvolte. Parto quindi da quel che considero il problema che più ci assilla in questo momento: cosa c’è davvero dietro questo tracollo sconvolgente del sistema politico. Il fatto che il Partito democratico non solo resista, ma si confermi sempre più come il pilastro della democrazia italiana è certamente un dato molto importante. Tuttavia occorre fare attenzione, poiché questo collasso non è solo frutto delle malefatte dei singoli, della mala politica, ma va letto anch’esso come l’esito di processi più profondi, che interpellano anche noi e il progetto di un partito “nuovo”. Stiamo attenti. Quando parliamo di collasso del sistema politico ci riferiamo a qualcosa che attiene all’articolazione stessa dello Stato democratico, alla formazione delle sue classi dirigenti, alla divisione e all’equilibrio dei poteri. Letto così, questo crollo è figlio, a mio avviso, dell’anacronismo del sistema sociale e di potere italiano. Del suo reale «blocco storico», dominato come è dal mare delle rendite. Esso si ripercuote – certo – sul sistema dei partiti, ma riguarda gli assetti reali del Paese, il complesso dei legami, dei compromessi sociali, la sua fisionomia storica. Insomma, ciò che rappresenta la sostanza della comunità nazionale e la base della sua difficile unità. Un sistema anacronistico che si rivela sempre più tale essenzialmente rispetto a un fatto storico del tutto nuovo: e cioè che è in atto una nuova fase d’integrazione internazionale connotata da un processo di europeizzazione che investe anche l’Italia, e non nelle forme timide o marginali immaginate finora. Noi saremo sempre più un pezzo dell’Europa in costruzione. È esattamente questa sfida straordinaria che impone la costruzione di una nuova compagine nazionale la quale sia in grado di partecipare, con le sue risorse, la sua cultura e i suoi bisogni, a un processo di tale portata, senza esserne travolta o amputata.
Ecco, se questa è la qualità e la profondità del problema che abbiamo di fronte, mi pare di poter dire che esso non è presente nella proposta politica di Matteo Renzi. Aggiungo che se è vero che il processo, qui solo accennato, è già in atto, allora è chiaro che un tale cambiamento ha bisogno di essere guidato in modo più esplicito. Il compito nostro, se siamo un grande partito, nazionale e popolare, è appunto quello di assumere la guida di questo processo così da renderlo evidente agli occhi di un popolo che mai come adesso appare smarrito e che s’interroga su di sé e sul proprio avvenire. Il punto – vorrei essere chiaro – non è solo rivendicare, come pure è legittimo, una diversità sul piano morale. Il Pd dovrebbe, piuttosto, coltivare l’ambizione di porsi alla guida del Paese e affrontare da lì il nodo di una ri-organizzazione delle forze nazionali. Occorre ribadire, esplicitando ancora di più e meglio ciò che è pur detto nella Carta d’intenti, che noi stiamo costruendo un partito per un nuovo Paese, per un Paese che sceglie di collocare compiutamente se stesso, le sue istituzioni e il suo destino, nel contesto di una nuova Europa. A questo proposito il neo-presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, ha detto qualcosa d’importante quando ha affermato che il voto espresso dagli elettori dà speranza all’europeizzazione di quella terra. Insomma, la mia impressione è che noi ci troviamo di fronte non soltanto a una crisi e a un momento di decadenza, ma a un nuovo passaggio storico che mette in luce nuovi assetti statali e nuove forze reali. Ecco perché sta a noi rendere esplicito su quali di quelle forze intendiamo far leva, ridefinire i nostri punti di riferimento e le realtà con le quali intendiamo entrare in campo e giocare la partita.
Non bisogna cedere alla tentazione della semplificazione. Non tutto ciò che si muove oggi contro i partiti può essere liquidato come populismo. Occorre, invece, interrogarsi sulla qualità dei partiti, su quel loro invecchiamento culturale che li rende inservibili di fronte a una realtà in movimento. Nel grillismo, ad esempio, io vedo, accanto alla delusione e alla sfiducia, una grande domanda di partecipazione e di rappresentanza che, se non troverà l’interlocuzione adeguata, allora sì, certamente, potrà determinare regressioni populistiche o favorire strategie elitarie di uscita dalla crisi.
E qui entra in gioco il grande tema del lavoro. Ma, aggiungerei subito a scanso di equivoci, il lavoro moderno. Perché a questo punto diventa decisivo avere una visione aperta delle realtà sociali per ciò che sono, con un’attenzione particolare a tutto quanto rientra o può rientrare sotto il capitolo dell’innovazione. Lo sottolineo perché da tempo il lavoro non è più solo quello manuale, ma si esprime attraverso le professioni, nuove esperienze e capacità che si sono affermate e sviluppate in buona misura grazie alle nuove tecnologie. Sono forze positive con le quali dobbiamo dialogare nella consapevolezza che non è lì che si annida la resistenza al cambiamento, la conservazione. Solo così la sinistra e le forze progressiste riusciranno pienamente a rappresentare ai loro occhi una garanzia concreta, affidabile. Ecco perché, nel rimettere al centro il lavoro, noi non possiamo limitarci alla sacrosanta difesa del lavoro operaio. Vedere nel lavoro la grande risorsa italiana significa fare appello alla creatività, alla capacità che c’è nella nostra gente e che è esaltata dai nuovi strumenti della rivoluzione digitale e del salto che è avvenuto nelle reti informative. Lo dico in modo semplicistico, si tratta di proporre una rivoluzione di portata simile a quella che guidò l’emancipazione delle genti rurali, ponendo maggiore attenzione agli spazi enormi che si stanno aprendo e incoraggiando i soggetti nuovi che sono già in campo, fornendo loro nuovi linguaggi, obiettivi, traguardi.
La sfida, insomma, è tornare a esercitare una influenza maggiore nei confronti delle nuove forze produttive. Favorire il loro sviluppo, compresa la cultura e il capitale sociale, è un vecchio tema della sinistra, ma resta la sola vera porta d’ingresso – soprattutto del Mezzogiorno – nel nuovo mondo. Capire questo significa percorrere fino in fondo la strada tracciata da Bersani, che vede nel «partito aperto» l’infrastruttura principale al servizio di un nuovo bisogno di rappresentanza. Non un partito che abbia la pretesa di comprendere dentro di sé, nei suoi riti, nei suoi meccanismi, tutto quanto si muove nella società, ma che sappia incoraggiare e governare i processi più innovativi. Una funzione di questo genere presuppone, naturalmente, anche un’idea molto larga delle alleanze non soltanto politiche, ma sociali. Può tornare utile, a questo proposito, ricordare la lezione più alta di Di Vittorio. Quando lavorò al Piano per il lavoro, egli offrì non soltanto delle idee, ma un’alleanza fino ad allora inedita e che, anche per questo, non mancò di suscitare diffidenze in determinati settori del Pci. Fondamentale è stata anche la decisione di Bersani di impegnare il Partito nell’avventura delle primarie. A fronte dei dubbi, certamente legittimi, espressi da alcuni all’inizio dell’estate, le ultime settimane hanno dimostrato la correttezza di quell’intuizione che ha proiettato il Pd in un grande esercizio di democrazia e partecipazione, sottraendolo a uno scenario politico segnato dalla decadenza e dagli scandali.
In sintesi, noi siamo in campo e ci stiamo ponendo alla guida di una riscossa culturale e democratica del Paese. Sarà un compito difficile e per riuscire nell’impresa avremo bisogno di tornare a pensare l’economia, la società, la cultura, senza timidezze e subalternità, ma anche senza le scorciatoie delle figure solitarie al comando. Non è solo di un Capo che oggi abbiamo bisogno. Ma di una nuova visione storica e politica.
L’Unità 04.11.12
“Dove si annida il populismo”, di Alfredo Reichlin
Sarà forse perché ho conosciuto la politica in un tempo più terribile di questo e mi hanno insegnato l’importanza che ha capire a che punto della storia ci si trova. Ma sono convinto che la sinistra e le forze progressiste di oggi non possano sottovalutare la grandiosità dei mutamenti in cui sono coinvolte. Parto quindi da quel che considero il problema che più ci assilla in questo momento: cosa c’è davvero dietro questo tracollo sconvolgente del sistema politico. Il fatto che il Partito democratico non solo resista, ma si confermi sempre più come il pilastro della democrazia italiana è certamente un dato molto importante. Tuttavia occorre fare attenzione, poiché questo collasso non è solo frutto delle malefatte dei singoli, della mala politica, ma va letto anch’esso come l’esito di processi più profondi, che interpellano anche noi e il progetto di un partito “nuovo”. Stiamo attenti. Quando parliamo di collasso del sistema politico ci riferiamo a qualcosa che attiene all’articolazione stessa dello Stato democratico, alla formazione delle sue classi dirigenti, alla divisione e all’equilibrio dei poteri. Letto così, questo crollo è figlio, a mio avviso, dell’anacronismo del sistema sociale e di potere italiano. Del suo reale «blocco storico», dominato come è dal mare delle rendite. Esso si ripercuote – certo – sul sistema dei partiti, ma riguarda gli assetti reali del Paese, il complesso dei legami, dei compromessi sociali, la sua fisionomia storica. Insomma, ciò che rappresenta la sostanza della comunità nazionale e la base della sua difficile unità. Un sistema anacronistico che si rivela sempre più tale essenzialmente rispetto a un fatto storico del tutto nuovo: e cioè che è in atto una nuova fase d’integrazione internazionale connotata da un processo di europeizzazione che investe anche l’Italia, e non nelle forme timide o marginali immaginate finora. Noi saremo sempre più un pezzo dell’Europa in costruzione. È esattamente questa sfida straordinaria che impone la costruzione di una nuova compagine nazionale la quale sia in grado di partecipare, con le sue risorse, la sua cultura e i suoi bisogni, a un processo di tale portata, senza esserne travolta o amputata.
Ecco, se questa è la qualità e la profondità del problema che abbiamo di fronte, mi pare di poter dire che esso non è presente nella proposta politica di Matteo Renzi. Aggiungo che se è vero che il processo, qui solo accennato, è già in atto, allora è chiaro che un tale cambiamento ha bisogno di essere guidato in modo più esplicito. Il compito nostro, se siamo un grande partito, nazionale e popolare, è appunto quello di assumere la guida di questo processo così da renderlo evidente agli occhi di un popolo che mai come adesso appare smarrito e che s’interroga su di sé e sul proprio avvenire. Il punto – vorrei essere chiaro – non è solo rivendicare, come pure è legittimo, una diversità sul piano morale. Il Pd dovrebbe, piuttosto, coltivare l’ambizione di porsi alla guida del Paese e affrontare da lì il nodo di una ri-organizzazione delle forze nazionali. Occorre ribadire, esplicitando ancora di più e meglio ciò che è pur detto nella Carta d’intenti, che noi stiamo costruendo un partito per un nuovo Paese, per un Paese che sceglie di collocare compiutamente se stesso, le sue istituzioni e il suo destino, nel contesto di una nuova Europa. A questo proposito il neo-presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, ha detto qualcosa d’importante quando ha affermato che il voto espresso dagli elettori dà speranza all’europeizzazione di quella terra. Insomma, la mia impressione è che noi ci troviamo di fronte non soltanto a una crisi e a un momento di decadenza, ma a un nuovo passaggio storico che mette in luce nuovi assetti statali e nuove forze reali. Ecco perché sta a noi rendere esplicito su quali di quelle forze intendiamo far leva, ridefinire i nostri punti di riferimento e le realtà con le quali intendiamo entrare in campo e giocare la partita.
Non bisogna cedere alla tentazione della semplificazione. Non tutto ciò che si muove oggi contro i partiti può essere liquidato come populismo. Occorre, invece, interrogarsi sulla qualità dei partiti, su quel loro invecchiamento culturale che li rende inservibili di fronte a una realtà in movimento. Nel grillismo, ad esempio, io vedo, accanto alla delusione e alla sfiducia, una grande domanda di partecipazione e di rappresentanza che, se non troverà l’interlocuzione adeguata, allora sì, certamente, potrà determinare regressioni populistiche o favorire strategie elitarie di uscita dalla crisi.
E qui entra in gioco il grande tema del lavoro. Ma, aggiungerei subito a scanso di equivoci, il lavoro moderno. Perché a questo punto diventa decisivo avere una visione aperta delle realtà sociali per ciò che sono, con un’attenzione particolare a tutto quanto rientra o può rientrare sotto il capitolo dell’innovazione. Lo sottolineo perché da tempo il lavoro non è più solo quello manuale, ma si esprime attraverso le professioni, nuove esperienze e capacità che si sono affermate e sviluppate in buona misura grazie alle nuove tecnologie. Sono forze positive con le quali dobbiamo dialogare nella consapevolezza che non è lì che si annida la resistenza al cambiamento, la conservazione. Solo così la sinistra e le forze progressiste riusciranno pienamente a rappresentare ai loro occhi una garanzia concreta, affidabile. Ecco perché, nel rimettere al centro il lavoro, noi non possiamo limitarci alla sacrosanta difesa del lavoro operaio. Vedere nel lavoro la grande risorsa italiana significa fare appello alla creatività, alla capacità che c’è nella nostra gente e che è esaltata dai nuovi strumenti della rivoluzione digitale e del salto che è avvenuto nelle reti informative. Lo dico in modo semplicistico, si tratta di proporre una rivoluzione di portata simile a quella che guidò l’emancipazione delle genti rurali, ponendo maggiore attenzione agli spazi enormi che si stanno aprendo e incoraggiando i soggetti nuovi che sono già in campo, fornendo loro nuovi linguaggi, obiettivi, traguardi.
La sfida, insomma, è tornare a esercitare una influenza maggiore nei confronti delle nuove forze produttive. Favorire il loro sviluppo, compresa la cultura e il capitale sociale, è un vecchio tema della sinistra, ma resta la sola vera porta d’ingresso – soprattutto del Mezzogiorno – nel nuovo mondo. Capire questo significa percorrere fino in fondo la strada tracciata da Bersani, che vede nel «partito aperto» l’infrastruttura principale al servizio di un nuovo bisogno di rappresentanza. Non un partito che abbia la pretesa di comprendere dentro di sé, nei suoi riti, nei suoi meccanismi, tutto quanto si muove nella società, ma che sappia incoraggiare e governare i processi più innovativi. Una funzione di questo genere presuppone, naturalmente, anche un’idea molto larga delle alleanze non soltanto politiche, ma sociali. Può tornare utile, a questo proposito, ricordare la lezione più alta di Di Vittorio. Quando lavorò al Piano per il lavoro, egli offrì non soltanto delle idee, ma un’alleanza fino ad allora inedita e che, anche per questo, non mancò di suscitare diffidenze in determinati settori del Pci. Fondamentale è stata anche la decisione di Bersani di impegnare il Partito nell’avventura delle primarie. A fronte dei dubbi, certamente legittimi, espressi da alcuni all’inizio dell’estate, le ultime settimane hanno dimostrato la correttezza di quell’intuizione che ha proiettato il Pd in un grande esercizio di democrazia e partecipazione, sottraendolo a uno scenario politico segnato dalla decadenza e dagli scandali.
In sintesi, noi siamo in campo e ci stiamo ponendo alla guida di una riscossa culturale e democratica del Paese. Sarà un compito difficile e per riuscire nell’impresa avremo bisogno di tornare a pensare l’economia, la società, la cultura, senza timidezze e subalternità, ma anche senza le scorciatoie delle figure solitarie al comando. Non è solo di un Capo che oggi abbiamo bisogno. Ma di una nuova visione storica e politica.
L’Unità 04.11.12
