Il sostituto procuratore di Torino scrive al ministro della Pubblia Istruzione. Il 44% degli edifici risale a 32 anni fa. Solo il 24% delle scuole italiane sono a norma. La situazione della sicurezza nelle scuole “è ormai un’emergenza nazionale” ed “è indispensabile che il governo si renda conto della situazione”.
Lo scrive il sostituto procuratore di Torino Raffaele Guariniello in una lettera al ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo. Nella missiva il pm torinese sottolinea la difficoltá a effettuare interventi di manutenzione negli edifici scolastici nel capoluogo piemontese e in provincia. L’allarme è stato lanciato dopo i crolli di alcuni pannelli di controsoffitto che si sono verificati in alcuni edifici scolastici di Torino e provincia, su cui la Procura ha aperto fascicoli di indagine. In particolare, Guariniello ha acquisito l’elenco degli interventi che sarebbero necessari nelle scuole della provincia, pari a circa 60 milioni di euro, e che non sono stati ancora effettuati per la mancanza di fondi.
Il magistrato ha trasmesso al ministro anche una relazione del presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, che sostiene che la mancanza di fondi “potrebbe portare a soluzioni drastiche tra cui la chiusura di molte scuole in cui non si riesce a garantire la sicurezza”.
SCUOLA: 44% EDIFICI RISALE ALMENO A 32 ANNI FA
Il sostituto procuratore di Torino Raffaele Guariniello, in una lettera al ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, fa notare che la situazione della sicurezza nelle scuole “é ormai un’emergenza nazionale” e trasmette al ministro anche una relazione del presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, il quale sostiene che la mancanza di fondi “potrebbe portare a soluzioni drastiche tra cui la chiusura di molte scuole in cui non si riesce a garantire la sicurezza”.
A dare ragione a Guariniello ed a Saitta sono un rapporto su ‘Sicurezza, qualita’ e comfort degli edifici scolasticì presentato qualche tempo fa da Cittadinanzattiva e i dati sull’anagrafe dell’edilizia scolastica resi noti recentemente dallo stesso ministero dell’Istruzione. Dal rapporto di Cittadinanzattiva emerge che la scuola italiana è una scuola di aule fatiscenti, di manutenzione sempre piú scarsa e certificazioni di sicurezza assenti: una scuola su 5 (20,7%) non è sicura, mentre una su tre (36%) – quanto a sicurezza – rasenta appena la sufficienza. Solo il 24% delle scuole, secondo lo studio, è in regola con le certificazioni di sicurezza. Una scuola su dieci denuncia lesioni strutturali, il 21% presenta uno stato di manutenzione inadeguato; crolli di intonaco si registrano nei corridoi (19%), nelle aule (14%) e nei bagni (14%). Muffe e infiltrazioni si trovano in bagni e aule (24%), mense (18%) e palestre (17%). Il 45% degli istituti ha richiesto interventi strutturali, ma in oltre la metá dei casi (58%) l’ente proprietario non è mai intervenuto. Inoltre nel 54% degli edifici manca l’ascensore e dove è presente, nel 14% dei casi, non funziona. Il 59% degli istituti si trova su una zona a rischio sismico, il 16% in una a rischio idrogeologico.
Nelle aule, una su 4 presenta segni di fatiscenza. In classe bisogna fare i conti anche con barriere architettoniche (11%), pavimenti sconnessi (10%), finestre rotte (57%), tapparelle assenti (49%), banchi (12%) e sedie (10%) rotti. Inoltre, dai dati resi noti recentemente dal ministero dell’Istruzione, disponibili sull’anagrafe dell’edilizia scolastica, emerge che il 4% degli edifici scolastici in Italia è stato costruito prima del 1900 (il numero piú consistente è concentrato in Piemonte), il 44% tra il 1961 e il 1980. Il 14,8% è stato riadattato per uso scolastico e il 4% è di proprietá di enti religiosi o privati.
Soltanto il 17,7% degli edifici è in possesso del certificato di prevenzione incendi. Tuttavia il 66,5% delle scuole possiede un impianto idrico antincendio, il 49,3% dispone di una scala interna di sicurezza, il 61,5% possiede la dichiarazione di conformitá dell’impianto elettrico,il 63% è munito di un sistema di allarme, il 98,3% è in possesso di estintori portatili, il 95,1% possiede un sistema di segnaletica di sicurezza. Sono le regioni del Sud quelle che presentano, da questo punto di vista, le maggiori criticitá: in Calabria soltanto il 33,7% ha una scala esterna e in Sicilia il 49% ha impianti elettrici non in regola.
Su 25.532 edifici per i quali è stata comunicata la classificazione sismica, 2.328 edifici sorgono nelle zone piú pericolose dal punto di vista sismico e 11.414 si trovano in territori in cui in passato si sono avuti danni rilevanti a causa di terremoti abbastanza forti. Per quanto riguarda la certificazione 3.745 edifici sono progettati rispettando la normativa antisismica e 1.614 sono in possesso del certificato di conformitá, vale a dire un certificato che attesta la perfetta rispondenza dell’opera eseguita alle norme per le costruzioni in zona sismica. La percentuale piú alta di edifici scolastici classificati in Zona 1 (la piú pericolosa) si registra in Calabria, 53,6%, seguita da Basilicata (33,5%) e Abruzzo (20,7%).
da www.partitodemocratico.it
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"Speriamo di non finire come gli Usa", di Mario Deaglio
Il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Mitt Romney, ha affermato, un paio di giorni addietro, che il suo Paese rischia di finire come l’Italia. Gli italiani potrebbero replicare che sperano di non finire come gli Stati Uniti: l’emergenza dell’uragano Sandy – per quanto correttamente gestita, a differenza di quella dell’uragano Katrina del 2005 – ha posto in luce una realtà di infrastrutture pubbliche deboli al punto che il maggior centro finanziario del mondo ha dovuto chiudere per due giorni, quasi quanto per l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001.
Pur spendendo per la sanità, in rapporto al prodotto interno lordo, circa il doppio di quanto spende l’Italia, gli Stati Uniti presentano indicatori sanitari nettamente peggiori: la speranza di vita alla nascita è di 78 anni contro gli 81 dell’Italia e il numero delle donne morte di parto è di 21 ogni centomila nati contro 4 dell’Italia. Se poi passiamo all’economia, scopriamo che il deficit pubblico degli Stati Uniti è pari circa l’8 per cento del prodotto interno lordo, quello dell’Italia a circa il 3 per cento.
Naturalmente l’America di Obama/Romney può vantare iniziativa e innovazione, un mercato finanziario agile e una moneta rispettata, un’eccellenza tecnologica in molti settori, una forza militare senza rivali. Che a vincere sia Romney oppure Obama, però, le debolezze strutturali, sovente trascurate, finiranno per pesare e renderanno molto faticosa la vita del prossimo inquilino della Casa Bianca. Se poi, come è ben possibile, il partito del Presidente non avrà il controllo del Congresso, per l’America si porrà, come per diversi Paesi europei, un problema di governabilità reso più complicato dalla crisi.
Contrariamente a quanto può far credere una lettura ottimistica dei dati, gli Stati Uniti non sono ancora fuori dalla crisi. La cura nella quale gli americani ostinatamente persistono, ossia la «fabbricazione» di nuova liquidità da parte della banca centrale, riesce a tenere a galla l’economia ma non a farla veramente ripartire. Le vendite di autoveicoli, tanto per fare un esempio, sono in ripresa ma ancora lontane dalle cifre degli anni dei record. Gli investimenti sono del 15 per cento sotto i livelli precedenti la crisi (quelli in abitazioni risultano inferiori di oltre metà ai massimi del 2005). Il prodotto lordo è cresciuto ma meno velocemente della popolazione – per cui il potere d’acquisto medio degli americani nel 2011 è risultato ancora inferiore a quello del 2007 – e più velocemente dell’occupazione. Per questo il numero dei disoccupati scende soprattutto perché molti americani scoraggiati smettono di cercar lavoro; la diseguaglianza dei redditi continua inoltre ad aumentare, creando un divario che rischia di inghiottire la classe media.
Il tavolo di Obama o Romney sarà quindi piuttosto ingombro di problemi, e il nuovo Presidente dovrà mettersi al lavoro subito perché il cosiddetto «precipizio fiscale» è dietro l’angolo. A fine anno terminano infatti importanti sconti fiscali e, in assenza di un accordo con il Congresso, in un Paese in cui il tetto del debito pubblico è fissato per legge, oltre all’inasprimento fiscale, potrebbero scattare, in maniera quasi automatica, anche tagli «lineari» alla spesa pubblica che in poco tempo metterebbero in ginocchio l’economia degli Stati Uniti e si ripercuoterebbero pesantemente sull’intera economia mondiale. Naturalmente nessuno pensa che il Congresso sarà così miope, ma il Fondo Monetario Internazionale ha già lanciato l’allarme: evitare di cadere nel precipizio sarà il primo compito di chi lavorerà nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca, tradizionale luogo di attività del Presidente degli Stati Uniti.
Questa tempesta potrà essere evitata, ma l’economia americana rimarrà con i suoi problemi di fondo, aggravati dalle preoccupazioni borsistiche. La caduta di circa il 10 per cento nelle quotazioni di Google nel mese di ottobre è un segnale d’allarme sul fronte di Internet che si aggiunge al disastro della quotazione di Facebook e a un certo numero di risultati poco lusinghieri di altre grandi società nel terzo trimestre; è quindi legittimo avere dei dubbi sull’effettiva capacità della nuova informatica di creare grandi profitti. Un equilibrio precario, insomma, un insieme di interrogativi che sono stati incautamente accantonati nel corso della campagna elettorale e ai quali il nuovo Presidente dovrà dare una risposta in tempi estremamente brevi.
L’Europa è stata quasi assente dal dibattito della campagna elettorale, se si eccettuano le accuse rituali – e largamente gratuite – all’euro che, con la sua particolare crisi, secondo il presidente Obama, sarebbe la causa dell’attuale rallentamento dell’economia. Si dovrebbe ricordare al Presidente la vecchia massima secondo la quale si vede facilmente la pagliuzza nell’occhio del vicino e si ignora la trave nel proprio. Forse sarebbe un bene per tutti, senza che con questo si voglia fare alcuna recriminazione o attribuire colpe, che il vincitore delle elezioni del 6 novembre si rendesse conto che la crisi è essenzialmente una crisi del sistema americano e che i rimedi devono partire dall’America.
Detto questo per gli europei sarebbe leggermente preferibile una vittoria elettorale di Obama: entrambi i candidati, infatti, hanno avuto scarsi contatti con l’Europa e non sembrano nutrire al suo riguardo alcuna particolare simpatia. Obama e la sua squadra, tuttavia, hanno avuto quattro anni per imparare a collaborare con l’Europa. Se invece vincesse Romney, con i suoi orizzonti pressoché esclusivamente americani, si dovrebbe ricominciare tutto da capo, con il rischio di nuove incomprensioni.
La Stampa 04.11.12
“Speriamo di non finire come gli Usa”, di Mario Deaglio
Il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti, Mitt Romney, ha affermato, un paio di giorni addietro, che il suo Paese rischia di finire come l’Italia. Gli italiani potrebbero replicare che sperano di non finire come gli Stati Uniti: l’emergenza dell’uragano Sandy – per quanto correttamente gestita, a differenza di quella dell’uragano Katrina del 2005 – ha posto in luce una realtà di infrastrutture pubbliche deboli al punto che il maggior centro finanziario del mondo ha dovuto chiudere per due giorni, quasi quanto per l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001.
Pur spendendo per la sanità, in rapporto al prodotto interno lordo, circa il doppio di quanto spende l’Italia, gli Stati Uniti presentano indicatori sanitari nettamente peggiori: la speranza di vita alla nascita è di 78 anni contro gli 81 dell’Italia e il numero delle donne morte di parto è di 21 ogni centomila nati contro 4 dell’Italia. Se poi passiamo all’economia, scopriamo che il deficit pubblico degli Stati Uniti è pari circa l’8 per cento del prodotto interno lordo, quello dell’Italia a circa il 3 per cento.
Naturalmente l’America di Obama/Romney può vantare iniziativa e innovazione, un mercato finanziario agile e una moneta rispettata, un’eccellenza tecnologica in molti settori, una forza militare senza rivali. Che a vincere sia Romney oppure Obama, però, le debolezze strutturali, sovente trascurate, finiranno per pesare e renderanno molto faticosa la vita del prossimo inquilino della Casa Bianca. Se poi, come è ben possibile, il partito del Presidente non avrà il controllo del Congresso, per l’America si porrà, come per diversi Paesi europei, un problema di governabilità reso più complicato dalla crisi.
Contrariamente a quanto può far credere una lettura ottimistica dei dati, gli Stati Uniti non sono ancora fuori dalla crisi. La cura nella quale gli americani ostinatamente persistono, ossia la «fabbricazione» di nuova liquidità da parte della banca centrale, riesce a tenere a galla l’economia ma non a farla veramente ripartire. Le vendite di autoveicoli, tanto per fare un esempio, sono in ripresa ma ancora lontane dalle cifre degli anni dei record. Gli investimenti sono del 15 per cento sotto i livelli precedenti la crisi (quelli in abitazioni risultano inferiori di oltre metà ai massimi del 2005). Il prodotto lordo è cresciuto ma meno velocemente della popolazione – per cui il potere d’acquisto medio degli americani nel 2011 è risultato ancora inferiore a quello del 2007 – e più velocemente dell’occupazione. Per questo il numero dei disoccupati scende soprattutto perché molti americani scoraggiati smettono di cercar lavoro; la diseguaglianza dei redditi continua inoltre ad aumentare, creando un divario che rischia di inghiottire la classe media.
Il tavolo di Obama o Romney sarà quindi piuttosto ingombro di problemi, e il nuovo Presidente dovrà mettersi al lavoro subito perché il cosiddetto «precipizio fiscale» è dietro l’angolo. A fine anno terminano infatti importanti sconti fiscali e, in assenza di un accordo con il Congresso, in un Paese in cui il tetto del debito pubblico è fissato per legge, oltre all’inasprimento fiscale, potrebbero scattare, in maniera quasi automatica, anche tagli «lineari» alla spesa pubblica che in poco tempo metterebbero in ginocchio l’economia degli Stati Uniti e si ripercuoterebbero pesantemente sull’intera economia mondiale. Naturalmente nessuno pensa che il Congresso sarà così miope, ma il Fondo Monetario Internazionale ha già lanciato l’allarme: evitare di cadere nel precipizio sarà il primo compito di chi lavorerà nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca, tradizionale luogo di attività del Presidente degli Stati Uniti.
Questa tempesta potrà essere evitata, ma l’economia americana rimarrà con i suoi problemi di fondo, aggravati dalle preoccupazioni borsistiche. La caduta di circa il 10 per cento nelle quotazioni di Google nel mese di ottobre è un segnale d’allarme sul fronte di Internet che si aggiunge al disastro della quotazione di Facebook e a un certo numero di risultati poco lusinghieri di altre grandi società nel terzo trimestre; è quindi legittimo avere dei dubbi sull’effettiva capacità della nuova informatica di creare grandi profitti. Un equilibrio precario, insomma, un insieme di interrogativi che sono stati incautamente accantonati nel corso della campagna elettorale e ai quali il nuovo Presidente dovrà dare una risposta in tempi estremamente brevi.
L’Europa è stata quasi assente dal dibattito della campagna elettorale, se si eccettuano le accuse rituali – e largamente gratuite – all’euro che, con la sua particolare crisi, secondo il presidente Obama, sarebbe la causa dell’attuale rallentamento dell’economia. Si dovrebbe ricordare al Presidente la vecchia massima secondo la quale si vede facilmente la pagliuzza nell’occhio del vicino e si ignora la trave nel proprio. Forse sarebbe un bene per tutti, senza che con questo si voglia fare alcuna recriminazione o attribuire colpe, che il vincitore delle elezioni del 6 novembre si rendesse conto che la crisi è essenzialmente una crisi del sistema americano e che i rimedi devono partire dall’America.
Detto questo per gli europei sarebbe leggermente preferibile una vittoria elettorale di Obama: entrambi i candidati, infatti, hanno avuto scarsi contatti con l’Europa e non sembrano nutrire al suo riguardo alcuna particolare simpatia. Obama e la sua squadra, tuttavia, hanno avuto quattro anni per imparare a collaborare con l’Europa. Se invece vincesse Romney, con i suoi orizzonti pressoché esclusivamente americani, si dovrebbe ricominciare tutto da capo, con il rischio di nuove incomprensioni.
La Stampa 04.11.12
"L'alternativa Grillo catastrofe annunciata", di Eugenio Scalfari
Beppe Grillo e la televisione: questo è il vero fenomeno che va studiato con attenzione perché è da qui che il Movimento 5 Stelle diventa un problema politico del quale le elezioni siciliane hanno dato il primo segnale. La sera di giovedì scorso Michele Santoro ha dato inizio al suo “Servizio Pubblico” trasmettendo l’attraversamento dello Stretto di Messina del comico leader del populismo e dell’antipolitica dopo due ore di nuoto. Il “Servizio Pubblico” ha dedicato alla nuotata e al comizio effettuato appena toccata terra parecchi minuti e altrettanti e forse più al comizio successivo infarcito di parolacce (“cazzo”, “coglioni” e “vaffa” punteggiavano quasi ogni frase).
L’ascolto ha avuto il 10,37 di share pari a 2 milioni e quattrocentomila spettatori; poi lo share è salito al 18 per cento restando tuttavia al terzo posto dopo Canale 5 e RaiUno. Non è moltissimo ma sono comunque cifre significative.
Il fenomeno consiste nel fatto che Grillo non vuole a nessun patto andare in tv e rimbrotta, anzi scomunica, i pochi tra i suoi seguaci che trasgrediscono a quell’ordine.
Non vuole andare in tv perché sarebbe costretto a confrontarsi e a rispondere a domande e non vuole. Vuole soltanto monologare e se un giornalista lo insegue lo copre di contumelie. Quindi fugge dalla televisione ma le televisioni lo inseguono, lo riprendono, lo trasmettono. La Rete è gremita di video sul Grillo comiziante e monologante registrando milioni e milioni di contatti.
Conclusione: Beppe Grillo gode d’una posizione mediatica incomparabilmente superiore a quella di qualunque altro leader politico di oggi e di ieri. Una posizione che non gli costa nulla, neppure un centesimo, e gli garantisce un ascolto che si ripete fino al prossimo comizio del quale sarà lui a decidere il giorno, l’ora e il luogo. In Sicilia il suo candidato ha avuto il 18 per cento dei voti e il suo Movimento il 14. I sondaggi successivi al voto siciliano lo collocano attorno al 22 per cento. Quale sia il programma del M5S resta un mistero salvo che vuole mandare tutti i politici di qualunque partito a casa o meglio ancora in galera perché «cazzo, hanno rubato tutti, sono tutti ladri». Monti «è un rompicoglioni che affama il popolo ». E «Napolitano gli tiene bordone». Sul suo “blog” uno dei suoi seguaci ha già costruito la futura architettura politica: al Quirinale Di Pietro, capo del governo e ministro dell’Economia Beppe in persona, De Magistris all’Interno,Ingroia alla Giustizia, Saviano all’Istruzione. Quest’ultimo nome sarebbe una buona idea ma penso che il nostro amico non accetterebbe quella compagnia. Per gli altri c’è da rabbrividire e chi può farebbe bene ad espatriare.
Resta da capire perché mai alcune emittenti televisive si siano trasformate in amplificatori di questo populismo eversivo. Resta la domanda: perché lo fanno?
* * *
La risposta l’ha data una persona che ha un suo ruolo nella cultura italiana anche se ha sempre dato prova di notevole bizzarria (uso un eufemismo) intellettuale: Paolo Flores d’Arcais in un articolo sul Fatto quotidiano di qualche giorno fa intitolato “Matteo Renzi è pessimo ma io lo voterò” racconta le sue intenzioni delle prossime settimane. Nella prima metà dell’articolo dimostra, citando fatti, dichiarazioni e testi, perché Renzi a suo giudizio è quanto di peggio e di più lontano da una sinistra radicale e riformista.
Fornita questa dimostrazione Flores dice che proprio questa è la ragione per cui darà il suo voto nelle primarie del prossimo 25 novembre a Matteo Renzi: perché se Renzi vincerà il Pd si sfascerà e questo è l’obiettivo desiderato da Flores,il quale alle elezioni (così prosegue il suo articolo) voterà per Grillo. Ma perché? Perché Grillo sfascerà tutto e manderà tutti a casa o in galera, da Napolitano a Bersani ad Alfano a Casini, da Berlusconi a D’Alema a Bossi, fino a Monti, Passera, Fornero, Montezemolo… insomma tutti. La palingenesi? Esattamente, la palingenesi. E poi? Poi verrà finalmente il partito d’azione, quello vagheggiato dai fratelli Rosselli e da pochi altri. Verrà e sarà un partito di massa. Guidato da lui? Questo Flores non lo dice. E con chi? Ma naturalmente con Travaglio, con Santoro e con tanti altri che hanno in testa disegni così ardimentosi.
A me sembrano alquanto disturbati o bizzarri che dir si voglia, altro non dico.
* * *
Resta ancora in piedi il problema di Mario Monti e della sua cosiddetta agenda. Le Cancellerie europee e Obama (con un fervido “in bocca al lupo” per lui) lo vorrebbero ancora alla guida del futuro governo, ma la volontà degli elettori italiani non può esser condizionata da governi stranieri sia pure strettamente a noi alleati.
Sulla sua credibilità l’attuale classe dirigente è interamente d’accordo, ma sulla sua agenda ci sono molte riserve. Quanto a Grillo la sua opposizione a Monti è totale.
Faccio in proposito le seguenti riflessioni.
1. La credibilità di Monti è strettamente legata alla sua agenda, in parte già attuata in parte non ancora. Se il futuro governo dovesse smantellare la politica economica di Monti la credibilità del-l’Italia crollerebbe con tutte le conseguenze che ne deriverebbero. Un esempio per tutti: se futuri investimenti dovranno essere finanziati con un deficit di bilancio e quindi con un ulteriore aumento del debito pubblico, i mercati porterebbero lo
spread ad altezze vertiginose con effetti devastanti sul valore del nostro debito, sulla solidità del nostro sistema bancario e sui tassi d’interesse. 2. Il fallimento della Grecia può essere sopportato sia pure con molte difficoltà dall’Europa ma l’eventuale
default dell’Italia no, perché porterebbe con sé il fallimento dell’intera Unione. Quindi metterebbe in moto un vero e proprio commissariamento del nostro Paese o la nascita di un euro a doppia velocità nel quale noi saremmo relegati nel girone di serie B. Un disastro di proporzioni enormi, come o peggio d’una guerra perduta.
3. Lo Stato italiano ha assunto una fitta rete di impegni con l’Unione europea e li ha recepiti nella nostra Costituzione. Il mancato rispetto di quegli impegni sconvolgerebbe dunque non solo l’economia ma anche il nostro assetto giuridico e costituzionale.
Ce n’è abbastanza per concludere: in gioco non c’è Monti ma l’Italia.
Esistono ovviamente margini di discrezionalità per accelerare il bilancio economico e l’equità sociale, ma il solo modo per renderli compatibili con la situazione esistente è di operare sulla crescita della produttività, su una ridistribuzione importante del reddito e della vendita di un parte del patrimonio pubblico. Non vedo altre vie per il semplice fatto che non esistono.
Occorre però che il futuro governo abbia il suo asse nel Centro e nella Sinistra democratica. Si chiama appunto centro sinistra, che unisca in unico disegno riformisti e moderati liberali. A Casini riesce ancora difficile congiungere la parola liberale con quella di moderato, ma bisogna che lo faccia intendendo per liberali non quelli di Oscar Giannino ma i
liberal.
Ho sentito pochi giorni fa che Vendola dichiara come punto di riferimento per lui la politica del Roosevelt del 1933.
Se questo è vero, il punto di riferimento italiano sarebbe Ugo La Malfa e quello francese Mendés France. Se così stanno le cose Vendola entri nel Pd, quello che nacque cinque anni fa al Lingotto di Torino e che Bersani attualmente rappresenta: un partito che, nel rispetto degli impegni europei, vuole costruire un Paese più produttivo, più equo e che abbia il lavoro come sua prima priorità.
L’alternativa, se questo disegno fosse sconfitto, è chiara: ritorno alla lira, discesa del reddito reale a livelli ancora più bassi, disoccupazione endemica, mafie e lobby onnipotenti, democrazia puramente nominale. La scelta la farà il popolo sovrano e speriamo sia quella giusta.
La Repubblica 04.11.12
“L’alternativa Grillo catastrofe annunciata”, di Eugenio Scalfari
Beppe Grillo e la televisione: questo è il vero fenomeno che va studiato con attenzione perché è da qui che il Movimento 5 Stelle diventa un problema politico del quale le elezioni siciliane hanno dato il primo segnale. La sera di giovedì scorso Michele Santoro ha dato inizio al suo “Servizio Pubblico” trasmettendo l’attraversamento dello Stretto di Messina del comico leader del populismo e dell’antipolitica dopo due ore di nuoto. Il “Servizio Pubblico” ha dedicato alla nuotata e al comizio effettuato appena toccata terra parecchi minuti e altrettanti e forse più al comizio successivo infarcito di parolacce (“cazzo”, “coglioni” e “vaffa” punteggiavano quasi ogni frase).
L’ascolto ha avuto il 10,37 di share pari a 2 milioni e quattrocentomila spettatori; poi lo share è salito al 18 per cento restando tuttavia al terzo posto dopo Canale 5 e RaiUno. Non è moltissimo ma sono comunque cifre significative.
Il fenomeno consiste nel fatto che Grillo non vuole a nessun patto andare in tv e rimbrotta, anzi scomunica, i pochi tra i suoi seguaci che trasgrediscono a quell’ordine.
Non vuole andare in tv perché sarebbe costretto a confrontarsi e a rispondere a domande e non vuole. Vuole soltanto monologare e se un giornalista lo insegue lo copre di contumelie. Quindi fugge dalla televisione ma le televisioni lo inseguono, lo riprendono, lo trasmettono. La Rete è gremita di video sul Grillo comiziante e monologante registrando milioni e milioni di contatti.
Conclusione: Beppe Grillo gode d’una posizione mediatica incomparabilmente superiore a quella di qualunque altro leader politico di oggi e di ieri. Una posizione che non gli costa nulla, neppure un centesimo, e gli garantisce un ascolto che si ripete fino al prossimo comizio del quale sarà lui a decidere il giorno, l’ora e il luogo. In Sicilia il suo candidato ha avuto il 18 per cento dei voti e il suo Movimento il 14. I sondaggi successivi al voto siciliano lo collocano attorno al 22 per cento. Quale sia il programma del M5S resta un mistero salvo che vuole mandare tutti i politici di qualunque partito a casa o meglio ancora in galera perché «cazzo, hanno rubato tutti, sono tutti ladri». Monti «è un rompicoglioni che affama il popolo ». E «Napolitano gli tiene bordone». Sul suo “blog” uno dei suoi seguaci ha già costruito la futura architettura politica: al Quirinale Di Pietro, capo del governo e ministro dell’Economia Beppe in persona, De Magistris all’Interno,Ingroia alla Giustizia, Saviano all’Istruzione. Quest’ultimo nome sarebbe una buona idea ma penso che il nostro amico non accetterebbe quella compagnia. Per gli altri c’è da rabbrividire e chi può farebbe bene ad espatriare.
Resta da capire perché mai alcune emittenti televisive si siano trasformate in amplificatori di questo populismo eversivo. Resta la domanda: perché lo fanno?
* * *
La risposta l’ha data una persona che ha un suo ruolo nella cultura italiana anche se ha sempre dato prova di notevole bizzarria (uso un eufemismo) intellettuale: Paolo Flores d’Arcais in un articolo sul Fatto quotidiano di qualche giorno fa intitolato “Matteo Renzi è pessimo ma io lo voterò” racconta le sue intenzioni delle prossime settimane. Nella prima metà dell’articolo dimostra, citando fatti, dichiarazioni e testi, perché Renzi a suo giudizio è quanto di peggio e di più lontano da una sinistra radicale e riformista.
Fornita questa dimostrazione Flores dice che proprio questa è la ragione per cui darà il suo voto nelle primarie del prossimo 25 novembre a Matteo Renzi: perché se Renzi vincerà il Pd si sfascerà e questo è l’obiettivo desiderato da Flores,il quale alle elezioni (così prosegue il suo articolo) voterà per Grillo. Ma perché? Perché Grillo sfascerà tutto e manderà tutti a casa o in galera, da Napolitano a Bersani ad Alfano a Casini, da Berlusconi a D’Alema a Bossi, fino a Monti, Passera, Fornero, Montezemolo… insomma tutti. La palingenesi? Esattamente, la palingenesi. E poi? Poi verrà finalmente il partito d’azione, quello vagheggiato dai fratelli Rosselli e da pochi altri. Verrà e sarà un partito di massa. Guidato da lui? Questo Flores non lo dice. E con chi? Ma naturalmente con Travaglio, con Santoro e con tanti altri che hanno in testa disegni così ardimentosi.
A me sembrano alquanto disturbati o bizzarri che dir si voglia, altro non dico.
* * *
Resta ancora in piedi il problema di Mario Monti e della sua cosiddetta agenda. Le Cancellerie europee e Obama (con un fervido “in bocca al lupo” per lui) lo vorrebbero ancora alla guida del futuro governo, ma la volontà degli elettori italiani non può esser condizionata da governi stranieri sia pure strettamente a noi alleati.
Sulla sua credibilità l’attuale classe dirigente è interamente d’accordo, ma sulla sua agenda ci sono molte riserve. Quanto a Grillo la sua opposizione a Monti è totale.
Faccio in proposito le seguenti riflessioni.
1. La credibilità di Monti è strettamente legata alla sua agenda, in parte già attuata in parte non ancora. Se il futuro governo dovesse smantellare la politica economica di Monti la credibilità del-l’Italia crollerebbe con tutte le conseguenze che ne deriverebbero. Un esempio per tutti: se futuri investimenti dovranno essere finanziati con un deficit di bilancio e quindi con un ulteriore aumento del debito pubblico, i mercati porterebbero lo
spread ad altezze vertiginose con effetti devastanti sul valore del nostro debito, sulla solidità del nostro sistema bancario e sui tassi d’interesse. 2. Il fallimento della Grecia può essere sopportato sia pure con molte difficoltà dall’Europa ma l’eventuale
default dell’Italia no, perché porterebbe con sé il fallimento dell’intera Unione. Quindi metterebbe in moto un vero e proprio commissariamento del nostro Paese o la nascita di un euro a doppia velocità nel quale noi saremmo relegati nel girone di serie B. Un disastro di proporzioni enormi, come o peggio d’una guerra perduta.
3. Lo Stato italiano ha assunto una fitta rete di impegni con l’Unione europea e li ha recepiti nella nostra Costituzione. Il mancato rispetto di quegli impegni sconvolgerebbe dunque non solo l’economia ma anche il nostro assetto giuridico e costituzionale.
Ce n’è abbastanza per concludere: in gioco non c’è Monti ma l’Italia.
Esistono ovviamente margini di discrezionalità per accelerare il bilancio economico e l’equità sociale, ma il solo modo per renderli compatibili con la situazione esistente è di operare sulla crescita della produttività, su una ridistribuzione importante del reddito e della vendita di un parte del patrimonio pubblico. Non vedo altre vie per il semplice fatto che non esistono.
Occorre però che il futuro governo abbia il suo asse nel Centro e nella Sinistra democratica. Si chiama appunto centro sinistra, che unisca in unico disegno riformisti e moderati liberali. A Casini riesce ancora difficile congiungere la parola liberale con quella di moderato, ma bisogna che lo faccia intendendo per liberali non quelli di Oscar Giannino ma i
liberal.
Ho sentito pochi giorni fa che Vendola dichiara come punto di riferimento per lui la politica del Roosevelt del 1933.
Se questo è vero, il punto di riferimento italiano sarebbe Ugo La Malfa e quello francese Mendés France. Se così stanno le cose Vendola entri nel Pd, quello che nacque cinque anni fa al Lingotto di Torino e che Bersani attualmente rappresenta: un partito che, nel rispetto degli impegni europei, vuole costruire un Paese più produttivo, più equo e che abbia il lavoro come sua prima priorità.
L’alternativa, se questo disegno fosse sconfitto, è chiara: ritorno alla lira, discesa del reddito reale a livelli ancora più bassi, disoccupazione endemica, mafie e lobby onnipotenti, democrazia puramente nominale. La scelta la farà il popolo sovrano e speriamo sia quella giusta.
La Repubblica 04.11.12
Il segretario Pd al candidato cancelliere dell’Spd: «Usciamo dalla spirale dell’austerità», di Luigina Venturelli
«Rispetto a pochi anni fa, quando nella mappa dell’Europa a ventisette era difficile distinguere paesi che non fossero governati dal centrodestra, adesso, anche a causa della crisi economica, ci sono profondi cambiamenti in atto, come ha dimostrato la vittoria di Hollande in Francia». A parlare è il tedesco Peer Steinbrück, ex ministro delle Finanze e candidato cancelliere socialdemocratico alle prossime elezioni politiche che dovrebbero decretare la conclusione dell’epoca di Angela Merkel.
Al suo fianco, in conferenza stampa a Milano dopo un incontro in prefettura con il premier Mario Monti, c’è il segretario del Pd Pierluigi Bersani, che si augura possa accompagnarlo nel delineare la svolta progressista che potrebbe presto modificare gli equilibri politici nel vecchio continente. «Spero possa essere lui il candidato del centrosinistra» a guidare l’Italia, sottolinea Steinbrück, con un endorsement esplicito in vista delle primarie democratiche di fine novembre.
OBIETTIVI CONGIUNTI
Lo sguardo, però, è già rivolto oltre le imminenti sfide elettorali, alla complessa fase economica e politica che l’Europa sta vivendo. «Noi riformisti vogliamo ricongiungere la società in rapporti più equi tra le diverse classi sociali» sintetizza il candidato Spd.
Gli fa eco Bersani: «L’avvitamento su misure di austerità ci sta portando fuori strada. Servono politiche nuove che guardino all’economia reale, che contrastino la disoccupazione, e che diano voce all’Ue in tema di controllo dei mercati finanziari, perché l’impressione è che in questa crisi la ricchezza scappi e la povertà resti».
Dal punto di vista istituzionale, l’obiettivo resta quello di «rilanciare il processo costituente europeo» arenatosi in questi anni di recessione e tentazioni antieuropeiste. «Un progetto» sottolinea il segretario Pd, «che prima o poi dovrà misurarsi anche con le opinioni pubbliche dei diversi paesi, per non lasciare il terreno a facili populismi e culture regressive».
DIREZIONE UTILE AL PAESE
Degenerazioni di cui la vita politica italiana è stata ed è tuttora ricca di esempi, contraddistinta da un «eccezionalismo che ci ha già procurato un sacco di guai» e di cui, secondo Bersani, è ora di disfarsi. A questo proposito, la cronaca politica di giornata forniva tra le novità anche l’ipotesi di un eventuale ticket formato da Beppe Grillo e Antonio Di Pietro, con il comico del Movimento 5 stelle come candidato premier e l’ex pm come inquilino del Quirinale. «Non lo so se sia vero che Di Pietro ha preso questa direzione, ognuno va dove lo porta il cuore» commenta non senza ironia il segretario dei democratici. «Io penso che quella direzione non sia utile, né come modello democratico né come direzione di marcia per un paese che è in crisi».
E un paese in crisi richiede proposte di soluzione a problemi concreti: «Solo la protesta, solo un’idea generica che pure raccoglie la rabbia e il distacco dei cittadini, non porta soluzioni a problemi che si chiamano Europa, euro, situazione economica e sociale, occupazione e lavoro».
Tra i richiami dell’attualità, anche il braccio di ferro tra la Fiat e la Fiom, culminato con l’annunciato licenziamento da parte del Lingotto di diciannove lavoratori per far posto ad altrettanti iscritti Cgil reintegrati in azienda dalla magistratura. «Un gesto non accettabile perché contiene un messaggio sul piano morale, che non fa bene al Paese» puntualizza Bersani. «Se viene riconosciuto che c’è un errore o una colpa dell’azienda, questo non può essere immediatamente scaricato sui lavoratori e sulle loro famiglie. Si sarebbe potuta trovare una soluzione diversa, se solo Fiat si fosse mossa con gesti nella direzione di marcia della solidarietà e non della rottura e dello scontro».
Tanto più che finora la casa automobilistica non ha chiarito davvero le proprie intenzioni industriali: «Mi piacerebbe approfondire bene questo accavallarsi di piani e capire di cosa si sta parlando: fin qui abbiamo visto rompere il giocattolo e non quello che si possa definire un piano».
ELEZIONI A SCADENZA NATURALE
All’indomani del via libera anche del segretario Pdl Angelino Alfano e dopo l’apertura del leader Udc Pier Ferdinando Casini, infine, il segretario del Pd torna a bocciare l’ipotesi di anticipare le politiche a fine gennaio o inizio febbraio, in un unico election day, in abbinamento con le regionali di Lazio, Lombardia e Molise. «Noi, per fortuna, abbiamo un Presidente della Repubblica che sa benissimo dirigere il traffico, non mettiamoci tutti a fare i vigili» afferma Bersani. «Noi, lealmente, abbiamo detto, un anno fa, che si va a scadenza naturale e lo ribadiamo».
l’Unità 03.11.12
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“A Roma leader socialisti e democratici del mondo. Vertice del centrosinistra mondiale nella capitale”, di Umberto De Giovannangeli
La data è già fissata: il 14 e 15 dicembre prossimi a Roma. L’ambizione è altissima: realizzare una due giorni che veda impegnati, ai massimi livelli, i leader progressisti di tutto il mondo. Pier Luigi Bersani lo ha anticipato nell’intervista di ieri a l’Unità: «A metà dicembre annuncia il segretario del Pd ospiteremo un grande appuntamento a cui parteciperanno progressisti e democratici provenienti da ogni parte del mondo, per creare una rete che va al di là delle antiche famiglie». La preparazione del meeting è a uno stato avanzato. Ufficialmente, nessuno si sbilancia, ma al Nazareno, sede nazionale dei Democratici, c’è ottimismo, non solo per le dimensioni della partecipazione ma anche per il livello dei partecipanti.
ASPETTATIVA
A Roma si discuterà di una «governance progressista» di un mondo globalizzato. E lo si farà con dirigenti di partiti che sono al governo di Paesi chiave: dal Brasile al Sud Africa, dalla Francia a, si spera, gli Stati Uniti. «Confidiamo che questo diventi il primo, grande appuntamento internazionale per il candidato premier del centrosinistra rimarca Lapo Pistelli, responsabile Esteri del Pd -. E siamo soddisfatti che sia stato riconosciuto ai democratici italiani di ospitare il vertice dei leader progressisti, dopo anni di lavorio e di visite ai partiti in tutti i continenti». Nei due giorni verranno sperimentate modalità di lavoro molto innovative filtra dal Nazareno insomma non sarà la solita parata di discorsi.
Il meeting sarà un ulteriore sviluppo di quanto emerso nella seconda conferenza internazionale dei parlamentari progressisti, organizzata dal Pd l’aprile scorso a Montecitorio. La rete progressista è cresciuta ulteriormente in questi mesi. In termini di adesioni e di elaborazione. Un passaggio significativo è stato il «Manifesto di Parigi» sottoscritto dai leader progressisti europei. «L’Europa è il nostro patrimonio comune. Il nostro dovere è di proseguire la costruzione di un’Europa più unita e più democratica». Così comincia il documento elaborato a Parigi alla convention progressista «Un nuovo Rinascimento per l’Europa. Verso una visione progressista comune», firmato dai leader socialisti europei. «Constatiamo che l’assenza di una governance economica europea democratica ed efficace prosegue il documento minaccia di trascinare l’Europa nella recessione. Privilegiando la deflazione salariale, omettendo di condurre politiche per la crescita e l’occupazione, ignorando la solidarietà e la lotta contro le diseguaglianze si legge ancora riducendo l’Europa a uno spazio di sorveglianza e di sanzione, tralasciando il dialogo sociale e la democrazia, si voltano le spalle alle necessità della lotta alla crisi e allo stesso progetto europeo…». «La solidarietà dicono i ancora i progressistideve essere nel cuore delle politiche europee, solo così sarà garantita la stabilità della nostra moneta».
Quella che viene delineata, e sostanziata in idee e proposte operative, è una «governance progressista» che dal Vecchio continente intende proiettarsi a livello mondiale. E il meeting di metà dicembre si muove in questa direzione. Altro appuntamento cruciale, su questa strada, è in programma l’8 e 9 febbraio 2013. È lo stesso Bersani a parlarne nell’intervista al nostro giornale. «D’Alema – spiega il segretario del Pd – in qualità di presidente della Feps, sta lavorando per organizzare a febbraio un incontro che ha l’obiettivo di lanciare sul piano politico una grande idea europeista».
Una idea che dovrebbe sostanziarsi in un programma comune delle forze socialiste e progressiste per le elezioni europee del 2014. Idee e uomini. Obiettivo dei leader progressisti europei è anche quello di indicare un candidato comune alla guida dell’Europa comunitaria. «I cittadini europei dovranno essere messi in grado di decidere chiaramente sugli orientamenti della politica dell’Unione sottolinea il “Manifesto di Parigi” …Bisogna estendere la co-decisionalità alle scelte fondamentali di politica economica e sociale. Questo implica una democrazia europea basata sul metodo comunitario, un maggior ruolo per il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali, basata sulla sussidiarietà e la partecipazione dei cittadini, e accompagnata da un rafforzamento dell’influenza di veri partiti politici europei. A questo scopo, i partiti progressisti europei dovrebbero proporre un candidato comune alla presidenza della Commissione europea».
L’Unità 03.11.12
"La democrazia dispotica e il giusto rinnovamento", di Michele Ciliberto
«Quando si sbaglia nell’analisi, si sbaglia anche nell’orientamento politico», era solito raccomandare un autorevole politico italiano, ed è opportuno seguire questo suggerimento anche di fronte ai risultati delle elezioni siciliane e al successo del movimento 5 Stelle.
Cosa significa questo successo, cosa indica, di quali bisogni e richieste è effetto ed espressione? Credo che esso sia un effetto della lunga crisi della democrazia italiana; da questo punto di vista non è sorprendente. In forme nuove, e con nuovi strumenti – a cominciare dall’uso intelligente e spregiudicato della Rete – esso sta riuscendo ad intercettare, e a dare voce, alla richiesta, diventata sempre più forte nel nostro Paese, di un profondo e radicale cambiamento della vita politica italiana. Una esigenza, acuitasi nel vivo della crisi sociale, e diventata impetuosa e incontenibile di fronte alla stagnazione e, per certi versi, alla decomposizione del sistema politico e dei partiti della seconda Repubblica, imperniato su una legge elettorale sciagurata, di cui non si misurerà mai a sufficienza il male che ha fatto alla nostra democrazia.
In questo senso il movimento di Grillo interpreta, e dà voce, a esigenze obiettive, reali, come il voto siciliano conferma: esprime i bisogni, e anche il violento risentimento dei «governati» che si contrappongono frontalmente ai «governanti» e alle modalità duramente e strettamente corporative della politica che essi incarnano. Nasce, in sintesi, da una vera e propria crisi di legittimità della rappresentanza, a tutti i livelli, a cominciare da quella parlamentare. Certo, in questi ultimi mesi, il movimento si è giovato di un forte sostegno sia di parte della stampa che della televisione; ma sarebbe sbagliato non capire che i recenti successi hanno un lungo lavoro alle spalle. Così come sarebbe sciocco ridurlo in stereotipi reazionari, perfino di tipo fascista.
Il problema, assai grave ed inquietante, è un altro: ammodernato attraverso la Rete, il movimento 5 Stelle affonda le radici nella ideologia, anzi nella mitologia, della «democrazia diretta», e come tutti i movimenti di questo tipo sfocia in posizioni dispotiche e populistiche. Se non ce l’avessero spiegato i classici, basterebbe l’esperienza politica degli ultimi due secoli a mostrarci quanto sia profondo il nesso tra democrazia diretta e dispotismo. Le dichiarazioni di Grillo sulla sua funzione di capo, le aperture a Di Pietro, il lessico maschilista che usa (e che si sta diffondendo, in modo riprovevole, anche fuori del suo movimento), la ricerca di performances sportive, il disprezzo verso i seguaci che non seguono il Verbo, sono capitoli di un libro conosciuto, assai noto. Altro che novità: se avrà successo, il movimento di Grillo, acutizzerà la crisi della democrazia italiana, e lo farà – ed è questo il punto più grave – dall’«interno» della democrazia stessa, muovendosi sul terreno democratico.
Ma se questa analisi è giusta, per le forze del cambiamento è necessario oggi porre al centro anzitutto la questione della democrazia, mettendo in campo tutte le trasformazioni e le novità necessarie per ristabilire un circuito di comunicazione tra «governanti» e «governati». È qui, lo dico senza enfasi, che si giocano il futuro e il destino della nostra Nazione.
È perciò assai apprezzabile l’insistenza con cui il segretario del Pd ha voluto che si tenessero le primarie, anche rinunciando a una rendita di posizione. Con tutti i loro rischi, e i loro limiti, sono uno strumento opportuno, in un momento così grave di crisi della rappresentanza, che tocca in modo diretto il nodo cruciale della stessa legittimità democratica. È solo in questo modo che si può cominciare a tagliare le radici di movimenti come quelli di Grillo e a spezzare il consenso che cresce intorno a loro, fino ad assorbire personaggi come Di Pietro, avviando, nel campo populista, un processo di semplificazione da non sottovalutare, per gli effetti che può avere sulla riorganizzazione del sistema politico italiano.
Ma, certo, le primarie non bastano, non possono bastare. Quella che appare sempre più chiara, e a questo fine le scadenze di questi mesi possono essere importanti, è la necessita di cominciare a mettere all’ordine del giorno, muovendo dalle esperienze in atto, la costruzione di un partito in grado di motivare, e organizzare in forme nuove, tutte le forze, tutte le energie, le aspirazioni, i bisogni di coloro che si riconoscono negli ideali dell’eguaglianza, della giustizia sociale, della libertà, superando antiche barriere e vecchi steccati. Sulle forze riformatrici italiane è pesata, a lungo, la maledizione della divisione, della contrapposizione, delle lotte intestine. Oggi si può finalmente cambiare, aprire una pagina nuova: ce ne sono le basi, le condizioni. L’Italia è attraversata da un profondo bisogno di rinnovamento, da una fortissima esigenza di liberarsi da un passato pesante, dalla voglia di ricostituire l’orizzonte del futuro, uscendo, finalmente, da una stasi che umilia le migliori energie di un grande Paese. Pane per i denti di un moderno partito riformatore che voglia, e sappia, svolgere la sua funzione nazionale, dando voce a chi tace ma vuole parlare e farsi sentire; e che, se non trova interlocutori, o si chiude nel silenzio oppure si affida alle sirene del potere diretto, senza mediazioni, dispotico.
Se si vogliono ricostituire le basi della nostra democrazia, ridarle forza e legittimità, è anche di qui che bisogna passare.
L’Unità 03.11.12
