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“La democrazia dispotica e il giusto rinnovamento”, di Michele Ciliberto

«Quando si sbaglia nell’analisi, si sbaglia anche nell’orientamento politico», era solito raccomandare un autorevole politico italiano, ed è opportuno seguire questo suggerimento anche di fronte ai risultati delle elezioni siciliane e al successo del movimento 5 Stelle.
Cosa significa questo successo, cosa indica, di quali bisogni e richieste è effetto ed espressione? Credo che esso sia un effetto della lunga crisi della democrazia italiana; da questo punto di vista non è sorprendente. In forme nuove, e con nuovi strumenti – a cominciare dall’uso intelligente e spregiudicato della Rete – esso sta riuscendo ad intercettare, e a dare voce, alla richiesta, diventata sempre più forte nel nostro Paese, di un profondo e radicale cambiamento della vita politica italiana. Una esigenza, acuitasi nel vivo della crisi sociale, e diventata impetuosa e incontenibile di fronte alla stagnazione e, per certi versi, alla decomposizione del sistema politico e dei partiti della seconda Repubblica, imperniato su una legge elettorale sciagurata, di cui non si misurerà mai a sufficienza il male che ha fatto alla nostra democrazia.
In questo senso il movimento di Grillo interpreta, e dà voce, a esigenze obiettive, reali, come il voto siciliano conferma: esprime i bisogni, e anche il violento risentimento dei «governati» che si contrappongono frontalmente ai «governanti» e alle modalità duramente e strettamente corporative della politica che essi incarnano. Nasce, in sintesi, da una vera e propria crisi di legittimità della rappresentanza, a tutti i livelli, a cominciare da quella parlamentare. Certo, in questi ultimi mesi, il movimento si è giovato di un forte sostegno sia di parte della stampa che della televisione; ma sarebbe sbagliato non capire che i recenti successi hanno un lungo lavoro alle spalle. Così come sarebbe sciocco ridurlo in stereotipi reazionari, perfino di tipo fascista.
Il problema, assai grave ed inquietante, è un altro: ammodernato attraverso la Rete, il movimento 5 Stelle affonda le radici nella ideologia, anzi nella mitologia, della «democrazia diretta», e come tutti i movimenti di questo tipo sfocia in posizioni dispotiche e populistiche. Se non ce l’avessero spiegato i classici, basterebbe l’esperienza politica degli ultimi due secoli a mostrarci quanto sia profondo il nesso tra democrazia diretta e dispotismo. Le dichiarazioni di Grillo sulla sua funzione di capo, le aperture a Di Pietro, il lessico maschilista che usa (e che si sta diffondendo, in modo riprovevole, anche fuori del suo movimento), la ricerca di performances sportive, il disprezzo verso i seguaci che non seguono il Verbo, sono capitoli di un libro conosciuto, assai noto. Altro che novità: se avrà successo, il movimento di Grillo, acutizzerà la crisi della democrazia italiana, e lo farà – ed è questo il punto più grave – dall’«interno» della democrazia stessa, muovendosi sul terreno democratico.
Ma se questa analisi è giusta, per le forze del cambiamento è necessario oggi porre al centro anzitutto la questione della democrazia, mettendo in campo tutte le trasformazioni e le novità necessarie per ristabilire un circuito di comunicazione tra «governanti» e «governati». È qui, lo dico senza enfasi, che si giocano il futuro e il destino della nostra Nazione.
È perciò assai apprezzabile l’insistenza con cui il segretario del Pd ha voluto che si tenessero le primarie, anche rinunciando a una rendita di posizione. Con tutti i loro rischi, e i loro limiti, sono uno strumento opportuno, in un momento così grave di crisi della rappresentanza, che tocca in modo diretto il nodo cruciale della stessa legittimità democratica. È solo in questo modo che si può cominciare a tagliare le radici di movimenti come quelli di Grillo e a spezzare il consenso che cresce intorno a loro, fino ad assorbire personaggi come Di Pietro, avviando, nel campo populista, un processo di semplificazione da non sottovalutare, per gli effetti che può avere sulla riorganizzazione del sistema politico italiano.
Ma, certo, le primarie non bastano, non possono bastare. Quella che appare sempre più chiara, e a questo fine le scadenze di questi mesi possono essere importanti, è la necessita di cominciare a mettere all’ordine del giorno, muovendo dalle esperienze in atto, la costruzione di un partito in grado di motivare, e organizzare in forme nuove, tutte le forze, tutte le energie, le aspirazioni, i bisogni di coloro che si riconoscono negli ideali dell’eguaglianza, della giustizia sociale, della libertà, superando antiche barriere e vecchi steccati. Sulle forze riformatrici italiane è pesata, a lungo, la maledizione della divisione, della contrapposizione, delle lotte intestine. Oggi si può finalmente cambiare, aprire una pagina nuova: ce ne sono le basi, le condizioni. L’Italia è attraversata da un profondo bisogno di rinnovamento, da una fortissima esigenza di liberarsi da un passato pesante, dalla voglia di ricostituire l’orizzonte del futuro, uscendo, finalmente, da una stasi che umilia le migliori energie di un grande Paese. Pane per i denti di un moderno partito riformatore che voglia, e sappia, svolgere la sua funzione nazionale, dando voce a chi tace ma vuole parlare e farsi sentire; e che, se non trova interlocutori, o si chiude nel silenzio oppure si affida alle sirene del potere diretto, senza mediazioni, dispotico.
Se si vogliono ricostituire le basi della nostra democrazia, ridarle forza e legittimità, è anche di qui che bisogna passare.
L’Unità 03.11.12

"Studio, lavoro e ricerca. La Sapienza è donna", di Raffaella Troili

Vanno veloci eppure brillano le ragazze della Sapienza. Si laureano in fretta, prevalgono in termini numerici nelle facoltà, stravincono – o meglio stracciano la controparte – quando si parla di voti, tempi, lauree. Non è una tendenza nuova, è ormai un andamento decennale. Al contrario le docenti ordinarie vanno avanti adagio, un punto percentuale l’anno, dal 14 per cento al 28 in dieci anni, il ché vuol dire che per arrivare almeno al 50 per cento toccherà attendere altri 25 anni. Insomma: vivaci le studentesse, apparentemente immobile il corpo docente, stabili con puntate verso l’alto le amministrative. E dati di difficile lettura. Fanno intravedere scenari futuri più rosei, mettono in luce tutte le difficoltà che ancora son destinate a incontrare le donne per affermarsi nella vita lavorativa.
A raccontarli è uno studio sugli equilibri di genere a cura del Nucleo di valutazione di Ateneo, promosso in collaborazione con l’Osservatorio interuniversitario di genere delle università pubbliche di Roma. Sarà presentato lunedì durante una tavola rotonda esponenti della cultura, della scienza, dell’imprenditoria. «Come vedo le donne? In movimento, hanno titoli molto elevati, mirano a raggiungere ciò che è giusto, attraverso quelle che sono le nostre caratteristiche: rigore, passione, equilibrio», spiega la professoressa Gabriella Salinetti, del Nucleo di Valutazione di Ateneo, che terrà una relazione dal titolo «Genere: donna, sapiente».
Dall’analisi si vede chiaramente che le donne prevalgono nelle facoltà, sono quasi pari tra i ricercatori (45%) ma le percentuali si abbassano quando si va a vedere associati e ordinari. Una crescita costante ma contenuta che evidentemente è soggetta a fattori diversi da quelli che guidano il percorso universitario e di ricerca (esempio: i concorsi che non si fanno, l’abolizione dei fuori ruolo). La composizione degli ordinari presenta altre peculiarità: tutta la fascia sopra i 62 anni è pressoché in mano agli uomini, «questo vuol dire – interviene Salinetti – che tra sette anni il 50 per cento dei docenti è pensionato e fuori dalla Sapienza. E questo vuol dire un grosso problema indipendentemente dal sesso». Eppure le previsioni anche tra sette anni non modificano l’attuale scenario: solo il 28 per cento degli ordinari si prevede che saranno di sesso femminile. Ancora: le docenti prevalgono nelle facoltà umanistiche e sociali (54%) ma il 34 per cento avanza in quelle scientifico/tecnologiche, in assoluto sono numericamente maggiori in quest’ultimo ambito; lo stesso per le studentesse (il 63% nelle scienze umanistiche e sociali; 52% in quelle scientifico/tecnologiche). Quanto ai progetti di ricerca presentati e finanziati dalla Sapienza con fondi di ricerca il dato è curioso e un po’ inquietante: nel rapporto numero progetti presentati/finanziati prevalgono le donne, ma vanno in svantaggio quando si analizza il finanziamento medio ottenuto. Tornando agli immatricolati, nel 2010/2011 le donne erano il 57% donne. Il divario si accentua con i laureati: 62% donne, 38% uomini. «E’ così da dieci anni, dal momento del diploma sono di più e più preparate». Prevalgono in tutte le facoltà, da Medicina a Architettura, da Economia a Giurisprudenza. Più uomini solo a Ingegneria e Scienze statistiche. Il 64% sono immatricolate eccellenti (da 100 e lode), si laureeranno prima, con voti migliori, in media sul 102,5 contro il 100,7.
Il Messaggero 03.11.12

“Studio, lavoro e ricerca. La Sapienza è donna”, di Raffaella Troili

Vanno veloci eppure brillano le ragazze della Sapienza. Si laureano in fretta, prevalgono in termini numerici nelle facoltà, stravincono – o meglio stracciano la controparte – quando si parla di voti, tempi, lauree. Non è una tendenza nuova, è ormai un andamento decennale. Al contrario le docenti ordinarie vanno avanti adagio, un punto percentuale l’anno, dal 14 per cento al 28 in dieci anni, il ché vuol dire che per arrivare almeno al 50 per cento toccherà attendere altri 25 anni. Insomma: vivaci le studentesse, apparentemente immobile il corpo docente, stabili con puntate verso l’alto le amministrative. E dati di difficile lettura. Fanno intravedere scenari futuri più rosei, mettono in luce tutte le difficoltà che ancora son destinate a incontrare le donne per affermarsi nella vita lavorativa.
A raccontarli è uno studio sugli equilibri di genere a cura del Nucleo di valutazione di Ateneo, promosso in collaborazione con l’Osservatorio interuniversitario di genere delle università pubbliche di Roma. Sarà presentato lunedì durante una tavola rotonda esponenti della cultura, della scienza, dell’imprenditoria. «Come vedo le donne? In movimento, hanno titoli molto elevati, mirano a raggiungere ciò che è giusto, attraverso quelle che sono le nostre caratteristiche: rigore, passione, equilibrio», spiega la professoressa Gabriella Salinetti, del Nucleo di Valutazione di Ateneo, che terrà una relazione dal titolo «Genere: donna, sapiente».
Dall’analisi si vede chiaramente che le donne prevalgono nelle facoltà, sono quasi pari tra i ricercatori (45%) ma le percentuali si abbassano quando si va a vedere associati e ordinari. Una crescita costante ma contenuta che evidentemente è soggetta a fattori diversi da quelli che guidano il percorso universitario e di ricerca (esempio: i concorsi che non si fanno, l’abolizione dei fuori ruolo). La composizione degli ordinari presenta altre peculiarità: tutta la fascia sopra i 62 anni è pressoché in mano agli uomini, «questo vuol dire – interviene Salinetti – che tra sette anni il 50 per cento dei docenti è pensionato e fuori dalla Sapienza. E questo vuol dire un grosso problema indipendentemente dal sesso». Eppure le previsioni anche tra sette anni non modificano l’attuale scenario: solo il 28 per cento degli ordinari si prevede che saranno di sesso femminile. Ancora: le docenti prevalgono nelle facoltà umanistiche e sociali (54%) ma il 34 per cento avanza in quelle scientifico/tecnologiche, in assoluto sono numericamente maggiori in quest’ultimo ambito; lo stesso per le studentesse (il 63% nelle scienze umanistiche e sociali; 52% in quelle scientifico/tecnologiche). Quanto ai progetti di ricerca presentati e finanziati dalla Sapienza con fondi di ricerca il dato è curioso e un po’ inquietante: nel rapporto numero progetti presentati/finanziati prevalgono le donne, ma vanno in svantaggio quando si analizza il finanziamento medio ottenuto. Tornando agli immatricolati, nel 2010/2011 le donne erano il 57% donne. Il divario si accentua con i laureati: 62% donne, 38% uomini. «E’ così da dieci anni, dal momento del diploma sono di più e più preparate». Prevalgono in tutte le facoltà, da Medicina a Architettura, da Economia a Giurisprudenza. Più uomini solo a Ingegneria e Scienze statistiche. Il 64% sono immatricolate eccellenti (da 100 e lode), si laureeranno prima, con voti migliori, in media sul 102,5 contro il 100,7.
Il Messaggero 03.11.12

"Voglio dare a tutti una chance per il futuro", di Barack Obama

Nei giorni scorsi l’attenzione di tutti noi, com’è giusto, si è concentrata su uno dei peggiori uragani della nostra storia. Perché è nei momenti difficili che l’America dà il meglio di sé. LE DIVERGENZE che ci tormentano in tempi normali svaniscono rapidamente. Non ci sono democratici o repubblicani durante un uragano, solo americani. È così che abbiamo superato le prove più dure: insieme. Quattro anni fa eravamo invischiati in due guerre e nella peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Insieme abbiamo reagito: la guerra in Iraq è finita, Osama bin Laden è morto e i nostri eroi stanno tornando a casa. Le nostre imprese hanno creato oltre cinque milioni di nuovi posti di lavoro negli ultimi due anni e mezzo. Il valore delle case e dei fondi pensione è in aumento, la nostra dipendenza dal petrolio estero è la più bassa da vent’anni a questa parte. E l’industria dell’auto americana ha rialzato la testa. Non abbiamo ancora raggiunto il traguardo, ma abbiamo fatto passi avanti concreti. E martedì l’America potrà scegliere fra due visioni radicalmente differenti di che cos’è che rappresenta la forza del nostro Paese.
Io sono convinto che la prosperità dell’America poggi sulla forza della nostra classe media. Non progrediamo quando una manciata di persone al vertice della scala sociale se la passa bene, mentre tutti gli altri faticano a sbarcare il lunario: progrediamo quando tutti hanno un’opportunità reale, quando tutti hanno la parte che gli spetta e quanto tutti giocano secondo le stesse regole.
La strada che propone il governatore Romney è quella che abbiamo sperimentato per otto anni dopo la fine della presidenza Clinton, una filosofia che dice che i ricchissimi possono giocare con regole completamente diverse da quelle di tutti gli altri. Nelle ultime settimane di questa campagna, il governatore Romney ha cominciato a definirsi agente del cambiamento. E una cosa gliela devo riconoscere: proporre altri 5mila miliardi di dollari di tagli delle tasse a favore soprattutto dei ricchi, 2mila miliardi di dollari di fondi per la difesa che le nostre forze armate non hanno chiesto e più potere a banche e compagnie di assicurazione è un cambiamento. Ma non è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.
Noi sappiamo che cos’è il vero cambiamento. E non possiamo mollare ora. Il cambiamento è un’America in cui persone di ogni età abbiano le competenze e l’istruzione necessarie per ottenere un buon posto di lavoro. Abbiamo preso di petto le banche che per decenni hanno chiesto interessi esagerati sui prestiti per l’Università e abbiamo reso l’istruzione universitaria più accessibile per milioni di persone.
Il cambiamento è un’America che sia la patria della prossima generazione della produzione industriale e dell’innovazione. Io non sono il candidato che ha detto che avremmo dovuto «lasciar fallire Detroit», io sono il presidente che ha scommesso sui lavoratori americani e sull’ingegno degli americani. Ora voglio un sistema fiscale che non favorisca più le aziende che trasferiscono i loro posti di lavoro all’estero ma ricompensi le aziende che creano occupazione qui in America; un sistema fiscale che smetta di sovvenzionare i profitti delle compagnie petrolifere e cominci a sostenere la creazione di occupazione nel campo dell’energia pulita e delle tecnologie che ci consentiranno di dimezzare le importazioni di petrolio.
Il cambiamento è un’America che volta la pagina su un decennio di guerra per costruire la nazione qui in patria. Finché sarò comandante in capo daremo la caccia ai nostri nemici. Ma è tempo di usare i soldi risparmiati con la fine della guerra in Iraq e in Afghanistan per ripagare il nostro debito e ricostruire l’America: le nostre strade, i nostri ponti, le nostre scuole.
Il cambiamento è un’America in cui ridurremo il deficit tagliando le spese dove possiamo e chiedendo agli americani più ricchi di tornare a pagare le aliquote che pagavano quando Bill Clinton era presidente. Ho lavorato insieme ai repubblicani per tagliare mille dollari di spesa, e taglierò ancora di più. Lavorerò insieme a chiunque, di qualsiasi partito, per far progredire questo Paese. Ma non accetterò di eliminare le tutele sanitarie per milioni di poveri, di anziani e di disabili.
Non sono i super-ricchi ad aver bisogno di qualcuno che li difenda a Washington. Quelli che ne hanno bisogno sono gli americani di cui la sera leggo le lettere, gli uomini e le donne che incontro lungo la strada ogni giorno. I cuochi e gli inservienti che fanno gli straordinari in un albergo di Las Vegas. L’operaio di un mobilificio che cerca di riconvertirsi al settore biotech a 55 anni. L’insegnante costretta a dedicare meno tempo agli studenti perché le classi sono sovraffollate. Ogni piccolo imprenditore che cerca di espandere la sua azienda. Sono questi gli americani che hanno bisogno di qualcuno che li difenda a Washington.
Se questi americani prosperano, l’America prospera. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno adesso. È ora di finire quello che abbiamo cominciato, istruire i nostri ragazzi, formare i nostri lavoratori, creare nuovi posti di lavoro, fare in modo che chiunque siate, da dovunque veniate e in qualunque modo abbiate cominciato, questo sia il Paese dove se ci provi ce la puoi fare. L’America in cui crediamo è alla nostra portata. Ecco perché chiedo il vostro voto il prossimo martedì.
La Repubblica 03.11.12

“Voglio dare a tutti una chance per il futuro”, di Barack Obama

Nei giorni scorsi l’attenzione di tutti noi, com’è giusto, si è concentrata su uno dei peggiori uragani della nostra storia. Perché è nei momenti difficili che l’America dà il meglio di sé. LE DIVERGENZE che ci tormentano in tempi normali svaniscono rapidamente. Non ci sono democratici o repubblicani durante un uragano, solo americani. È così che abbiamo superato le prove più dure: insieme. Quattro anni fa eravamo invischiati in due guerre e nella peggiore crisi economica dai tempi della Grande Depressione. Insieme abbiamo reagito: la guerra in Iraq è finita, Osama bin Laden è morto e i nostri eroi stanno tornando a casa. Le nostre imprese hanno creato oltre cinque milioni di nuovi posti di lavoro negli ultimi due anni e mezzo. Il valore delle case e dei fondi pensione è in aumento, la nostra dipendenza dal petrolio estero è la più bassa da vent’anni a questa parte. E l’industria dell’auto americana ha rialzato la testa. Non abbiamo ancora raggiunto il traguardo, ma abbiamo fatto passi avanti concreti. E martedì l’America potrà scegliere fra due visioni radicalmente differenti di che cos’è che rappresenta la forza del nostro Paese.
Io sono convinto che la prosperità dell’America poggi sulla forza della nostra classe media. Non progrediamo quando una manciata di persone al vertice della scala sociale se la passa bene, mentre tutti gli altri faticano a sbarcare il lunario: progrediamo quando tutti hanno un’opportunità reale, quando tutti hanno la parte che gli spetta e quanto tutti giocano secondo le stesse regole.
La strada che propone il governatore Romney è quella che abbiamo sperimentato per otto anni dopo la fine della presidenza Clinton, una filosofia che dice che i ricchissimi possono giocare con regole completamente diverse da quelle di tutti gli altri. Nelle ultime settimane di questa campagna, il governatore Romney ha cominciato a definirsi agente del cambiamento. E una cosa gliela devo riconoscere: proporre altri 5mila miliardi di dollari di tagli delle tasse a favore soprattutto dei ricchi, 2mila miliardi di dollari di fondi per la difesa che le nostre forze armate non hanno chiesto e più potere a banche e compagnie di assicurazione è un cambiamento. Ma non è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.
Noi sappiamo che cos’è il vero cambiamento. E non possiamo mollare ora. Il cambiamento è un’America in cui persone di ogni età abbiano le competenze e l’istruzione necessarie per ottenere un buon posto di lavoro. Abbiamo preso di petto le banche che per decenni hanno chiesto interessi esagerati sui prestiti per l’Università e abbiamo reso l’istruzione universitaria più accessibile per milioni di persone.
Il cambiamento è un’America che sia la patria della prossima generazione della produzione industriale e dell’innovazione. Io non sono il candidato che ha detto che avremmo dovuto «lasciar fallire Detroit», io sono il presidente che ha scommesso sui lavoratori americani e sull’ingegno degli americani. Ora voglio un sistema fiscale che non favorisca più le aziende che trasferiscono i loro posti di lavoro all’estero ma ricompensi le aziende che creano occupazione qui in America; un sistema fiscale che smetta di sovvenzionare i profitti delle compagnie petrolifere e cominci a sostenere la creazione di occupazione nel campo dell’energia pulita e delle tecnologie che ci consentiranno di dimezzare le importazioni di petrolio.
Il cambiamento è un’America che volta la pagina su un decennio di guerra per costruire la nazione qui in patria. Finché sarò comandante in capo daremo la caccia ai nostri nemici. Ma è tempo di usare i soldi risparmiati con la fine della guerra in Iraq e in Afghanistan per ripagare il nostro debito e ricostruire l’America: le nostre strade, i nostri ponti, le nostre scuole.
Il cambiamento è un’America in cui ridurremo il deficit tagliando le spese dove possiamo e chiedendo agli americani più ricchi di tornare a pagare le aliquote che pagavano quando Bill Clinton era presidente. Ho lavorato insieme ai repubblicani per tagliare mille dollari di spesa, e taglierò ancora di più. Lavorerò insieme a chiunque, di qualsiasi partito, per far progredire questo Paese. Ma non accetterò di eliminare le tutele sanitarie per milioni di poveri, di anziani e di disabili.
Non sono i super-ricchi ad aver bisogno di qualcuno che li difenda a Washington. Quelli che ne hanno bisogno sono gli americani di cui la sera leggo le lettere, gli uomini e le donne che incontro lungo la strada ogni giorno. I cuochi e gli inservienti che fanno gli straordinari in un albergo di Las Vegas. L’operaio di un mobilificio che cerca di riconvertirsi al settore biotech a 55 anni. L’insegnante costretta a dedicare meno tempo agli studenti perché le classi sono sovraffollate. Ogni piccolo imprenditore che cerca di espandere la sua azienda. Sono questi gli americani che hanno bisogno di qualcuno che li difenda a Washington.
Se questi americani prosperano, l’America prospera. Questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno adesso. È ora di finire quello che abbiamo cominciato, istruire i nostri ragazzi, formare i nostri lavoratori, creare nuovi posti di lavoro, fare in modo che chiunque siate, da dovunque veniate e in qualunque modo abbiate cominciato, questo sia il Paese dove se ci provi ce la puoi fare. L’America in cui crediamo è alla nostra portata. Ecco perché chiedo il vostro voto il prossimo martedì.
La Repubblica 03.11.12

"Costi della politica, governo battuto 3 volte", di Bianca Di Giovanni

Il decreto ribattezzato «anti-Batman» si trasforma in un vero calvario per il governo. In un solo pomeriggio l’esecutivo è stato battuto tre volte nel voto in commissione (Bilancio e Affari costituzionali in seduta comune), su tre proposte che riguardano l’affidamento dell’esattoria a Equitalia da parte dei Comuni, sulle penali dei municipi in caso di estinzione anticipata dei mutui, e sull’anticipo della Cassa depositi e prestiti per il versamento dei tributi dei lavoratori colpiti dal terremoto. Tre scivoloni, uno dietro l’altro. A dirla così sembra proprio un «tutti contro Monti». In realtà le cose sono andate in modo più complesso, e forse un esito diverso sarebbe stato impossibile.
Che la vicenda sia stata più un «divorzio consensuale» (come la definisce a caldo il sottosegretario Giampaolo D’Andrea) che una rottura «cruenta» lo dimostra il voto finale: il testo è passato con il sì di tutta la maggioranza, e con l’astensione leghista. Quanto all’Idv, non ha fatto notare la sua presenza. E la cosa è degna di nota, visto il tema del provvedimento. Insomma, «il governo può essere soddisfatto – continua D’Andrea – Quello che è accaduto si sarebbe potuto evitare, ma si tratta solo di un incidente di percorso. Su molti punti eravamo d’accordo con i deputati, ma avevamo indicazioni precise dagli uffici tecnici che un governo non può ignorare».
GIÀ SI PARLA DI FIDUCIA
Lunedì il provvedimento sbarcherà in aula, e molti si aspettano la richiesta di fiducia. Visti i «njet» degli uffici tecnici, il timore dei deputati è che nel maxiemendamento non compaiano le parti votate ieri. Anche se finora in tutti i voti di fiducia il governo ha rispettato le indica- zioni della commissione.
L’emendamento su Equitalia, presentato dalla lega nord, è passato con il voto contrario del solo Pd, che ha seguito le indicazioni del governo. Il testo prevede che Comuni ed enti locali potranno potranno revocare a Equitalia e alle società partecipate la gestione della riscossione dei tributi. Il Carroccio canta vittoria, e il suo leader Roberto Maroni arringa il suo popolo: «Questa è la Lega che mi piace». Ad aprire la serie di «tonfi» è stato
tuttavia un emendamento del Pd, a firma di Simonetta Rubinato (passato con il sì di Pd, Pdl, Lega e astensione dell’Udc), anche se ancora la Lega aveva presentato un testo analogo. La norma prevede che «i Comuni che procederanno all’estinzione anticipata dei prestiti entro il 2012, usufruendo dell’alleggerimento del vincolo del patto di stabilità (stabilito dal decreto 174) – spiega Rubinato – non dovranno pagare le eventuali penali previste dalla Cassa Depositi e Prestiti. Se si sono trovati 590 milioni di copertura per il 2012 per i Comuni in pre-dissesto a maggior ragione si dovrebbero trovare per i Comuni che cotribuiscono alla riduzione dell’indebitamento del Paese». In questo caso le perplessità del governo erano relative al ruolo della Cassa, che deve seguire le stesse norme di una banca privata, pena il rischio dell’apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Ue. Almeno questo risulta agli uffici tecnici, che ieri non si sono potuti consultare per un approfondimento. È molto probabile che lunedì si richieda una relazione tecnica accurata. Di fatto, se si riterrà che in questo modo alla cassa si imputerà un aiuto di Stato, si corre il rischio che quei debiti (oggi esclusi dal perimetro pubblico) rientrino nei parametri di Maastricht. Questo sostengono i tecnici dell’Economia, ma sulla materia evidentemente non c’è unità di vedute.
Anche sulla questione terremoto so- no state le obiezioni tecniche a provoca- re la frattura. L’emendamento sposta al 30 giugno 2013 il pagamento delle imposte e dei contributi per i cittadini dei comuni del «cratere» del sisma, cioè i comuni di Emilia Romagna e Lombardia. In realtà la proposta è più complessa: la Cassa depositi e prestiti dovrebbe anticipare i pagamenti, che verrebbero restituiti in tre rate dal primo luglio 2013 fino a metà 2014. Gli interessi sarebbero reperiti attraverso il fondo di 6 miliardi già creato per le imprese. «Siamo molto insoddisfatti per il no del governo – dichiara Maino Marchi – perché si tratta davvero di poche risorse». Ma sui numeri non c’è intesa: la Ragioneria si tratterebbe di 140 milioni di interessi, mentre per i deputati di appena 3 milioni. Il sottosegretario Gianfranco Polillo avanza due ipotesi per procedere: se si scoprirà che l’emendamento non è coperto «o non si metterà nel maxiemendamento, sul quale il Cdm deciderà di porre la fiducia oppure la Ragioneria non lo bollinerà facendolo modificare al Senato». E sulla discordanza delle cifre Polillo chiosa: «Sono chiare le pressioni di natura elettorale». Ma il Pd replica: «Emendamento sacrosanto, altro che pre-elettorale».
L’Unità 03.11.12

“Costi della politica, governo battuto 3 volte”, di Bianca Di Giovanni

Il decreto ribattezzato «anti-Batman» si trasforma in un vero calvario per il governo. In un solo pomeriggio l’esecutivo è stato battuto tre volte nel voto in commissione (Bilancio e Affari costituzionali in seduta comune), su tre proposte che riguardano l’affidamento dell’esattoria a Equitalia da parte dei Comuni, sulle penali dei municipi in caso di estinzione anticipata dei mutui, e sull’anticipo della Cassa depositi e prestiti per il versamento dei tributi dei lavoratori colpiti dal terremoto. Tre scivoloni, uno dietro l’altro. A dirla così sembra proprio un «tutti contro Monti». In realtà le cose sono andate in modo più complesso, e forse un esito diverso sarebbe stato impossibile.
Che la vicenda sia stata più un «divorzio consensuale» (come la definisce a caldo il sottosegretario Giampaolo D’Andrea) che una rottura «cruenta» lo dimostra il voto finale: il testo è passato con il sì di tutta la maggioranza, e con l’astensione leghista. Quanto all’Idv, non ha fatto notare la sua presenza. E la cosa è degna di nota, visto il tema del provvedimento. Insomma, «il governo può essere soddisfatto – continua D’Andrea – Quello che è accaduto si sarebbe potuto evitare, ma si tratta solo di un incidente di percorso. Su molti punti eravamo d’accordo con i deputati, ma avevamo indicazioni precise dagli uffici tecnici che un governo non può ignorare».
GIÀ SI PARLA DI FIDUCIA
Lunedì il provvedimento sbarcherà in aula, e molti si aspettano la richiesta di fiducia. Visti i «njet» degli uffici tecnici, il timore dei deputati è che nel maxiemendamento non compaiano le parti votate ieri. Anche se finora in tutti i voti di fiducia il governo ha rispettato le indica- zioni della commissione.
L’emendamento su Equitalia, presentato dalla lega nord, è passato con il voto contrario del solo Pd, che ha seguito le indicazioni del governo. Il testo prevede che Comuni ed enti locali potranno potranno revocare a Equitalia e alle società partecipate la gestione della riscossione dei tributi. Il Carroccio canta vittoria, e il suo leader Roberto Maroni arringa il suo popolo: «Questa è la Lega che mi piace». Ad aprire la serie di «tonfi» è stato
tuttavia un emendamento del Pd, a firma di Simonetta Rubinato (passato con il sì di Pd, Pdl, Lega e astensione dell’Udc), anche se ancora la Lega aveva presentato un testo analogo. La norma prevede che «i Comuni che procederanno all’estinzione anticipata dei prestiti entro il 2012, usufruendo dell’alleggerimento del vincolo del patto di stabilità (stabilito dal decreto 174) – spiega Rubinato – non dovranno pagare le eventuali penali previste dalla Cassa Depositi e Prestiti. Se si sono trovati 590 milioni di copertura per il 2012 per i Comuni in pre-dissesto a maggior ragione si dovrebbero trovare per i Comuni che cotribuiscono alla riduzione dell’indebitamento del Paese». In questo caso le perplessità del governo erano relative al ruolo della Cassa, che deve seguire le stesse norme di una banca privata, pena il rischio dell’apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Ue. Almeno questo risulta agli uffici tecnici, che ieri non si sono potuti consultare per un approfondimento. È molto probabile che lunedì si richieda una relazione tecnica accurata. Di fatto, se si riterrà che in questo modo alla cassa si imputerà un aiuto di Stato, si corre il rischio che quei debiti (oggi esclusi dal perimetro pubblico) rientrino nei parametri di Maastricht. Questo sostengono i tecnici dell’Economia, ma sulla materia evidentemente non c’è unità di vedute.
Anche sulla questione terremoto so- no state le obiezioni tecniche a provoca- re la frattura. L’emendamento sposta al 30 giugno 2013 il pagamento delle imposte e dei contributi per i cittadini dei comuni del «cratere» del sisma, cioè i comuni di Emilia Romagna e Lombardia. In realtà la proposta è più complessa: la Cassa depositi e prestiti dovrebbe anticipare i pagamenti, che verrebbero restituiti in tre rate dal primo luglio 2013 fino a metà 2014. Gli interessi sarebbero reperiti attraverso il fondo di 6 miliardi già creato per le imprese. «Siamo molto insoddisfatti per il no del governo – dichiara Maino Marchi – perché si tratta davvero di poche risorse». Ma sui numeri non c’è intesa: la Ragioneria si tratterebbe di 140 milioni di interessi, mentre per i deputati di appena 3 milioni. Il sottosegretario Gianfranco Polillo avanza due ipotesi per procedere: se si scoprirà che l’emendamento non è coperto «o non si metterà nel maxiemendamento, sul quale il Cdm deciderà di porre la fiducia oppure la Ragioneria non lo bollinerà facendolo modificare al Senato». E sulla discordanza delle cifre Polillo chiosa: «Sono chiare le pressioni di natura elettorale». Ma il Pd replica: «Emendamento sacrosanto, altro che pre-elettorale».
L’Unità 03.11.12