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"La strada da seguire per creare più lavoro", di Luciano Gallino

Mentre le cifre della disoccupazione sono sempre più drammatiche, il governo non pare avere alcuna idea per creare d’urgenza un congruo numero di posti di lavoro. I rimedi proposti alla spicciolata, dalla riduzione del cuneo fiscale alle facilitazioni per creare nuove imprese, dagli sgravi di imposta per chi assume giovani alla semplificazione delle procedure per l’avvio di cantieri e grandi opere, non sfiorano nemmeno il problema. Per di più il governo sembra sottovalutare la gravità della situazione. La disoccupazione di massa rappresenta tutt’insieme un’enorme perdita economica, uno scandalo intollerabile dal punto di vista umano, e un minaccioso rischio politico. Sotto il profilo economico, quasi tre milioni di disoccupati comportano una riduzione del Pil potenziale dell’ordine di 70-80 miliardi l’anno. Anche se ricevono un modesto reddito dal sussidio di disoccupazione o dai piani di mobilità, i disoccupati sono lavoratori costretti loro malgrado alla passività. Non producono ricchezza sia perché non lavorano, sia perché i mezzi di produzione, cioè gli impianti e le macchine che potrebbero usare, giacciono inutilizzati. Un’altra perdita economica deriva dal fatto che lunghi periodi di disoccupazione comportano che le capacità professionali si logorano e sono difficili da recuperare.
Dal punto di vista umano la disoccupazione di massa, insieme con la povertà che diffonde, è uno scandalo perché i loro effetti, come ha scritto Amartya Sen, scardinano e sovvertono la vita personale e sociale. Elementi fondamentali di questa, dall’indipendenza personale alla possibilità di accedere per sé e i figli a una vita migliore, dalla realizzazione di sé alla sicurezza socio-economica della famiglia, sono strettamente legati alla disponibilità di un lavoro stabile, dignitosamente retribuito. Quando esso viene a mancare, anche tali elementi crollano, e la persona, la famiglia, la comunità sono ferite nel profondo delle loro strutture portanti.
Quanto al rischio politico, qualcuno dovrebbe ricordarsi che uno dei fattori alla base dell’ascesa del fascismo e ancor più del nazismo è stata la disoccupazione di massa. E la capacità di ridurla mostrata da tali regimi dopo la crisi del ’29 è una delle ragioni del sostegno popolare di cui hanno goduto fino alla guerra che li ha abbattuti. Di certo oggi né l’uno né l’altro dei due regimi avrebbero la stessa faccia. Ma i sintomi di autoritarismo che affiorano in Europa, e i movimenti di estrema destra dagli alti tassi elettorali in almeno dieci Paesi, non sono da sottovalutare. Sperando che qualche movimento non cominci a promettere “ridurrò la disoccupazione a zero”. La promessa che fece e poi mantenne Hitler, fra il 1933 e il ’38.
Poiché le austere ricette dei tecnici finora hanno aggravato il tasso di disoccupazione anziché ridurlo, sarebbe ora di pensare a qualcosa di più efficace, e magari sperimentarlo. Ho fatto riferimento altre volte all’idea che sia lo Stato a creare direttamente occupazione, in merito alla quale esistono solidi studi. Tempo fa si chiamavano schemi per un “datore di lavoro di ultima istanza”, ma oggi si preferisce chiamarli schemi di “garanzia di un posto di lavoro” (job guarantee, JG); il che non significa affatto una garanzia per quel posto di lavoro, ma per un posto di lavoro dignitoso e ragionevolmente retribuito. Coloro che elaborano simili schemi sono economisti e giuristi americani, australiani, canadesi, argentini, indiani; i quali, diversamente dai nostri governanti di oggi e di ieri, sembrano tutti aver meditato sull’articolo 4 della nostra Costituzione, quello per cui “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”: non del lavoro, si noti, di cui tratta invece l’articolo 35. Il primo mai attuato, il secondo in via di estinzione nella legislazione e nelle relazioni industriali.
Uno schema di JG prevede che in via di principio esso sia accessibile a chiunque, essendo disoccupato, vuole lavorare ed è in grado di farlo. Di fatto sarebbe inevitabile, visti i numeri in gioco, dare la preferenza a qualche strato di persone in peggiori condizioni di altre, quali, per dire, i disoccupati di lunga durata. L’attuazione di uno schema di JG richiede un’agenzia centrale che stabilisce le regole di assunzione e i livelli di retribuzione, e gran numero di imprese (o centri di servizio o cooperative) a livello locale che assumono, al caso addestrano e impiegano direttamente i lavoratori, oppure li assegnano a imprese locali in progetti di immediata e rilevante utilità collettiva. Dando la preferenza a settori ad alta intensità di lavoro e bassa intensità di capitale, dai beni culturali ai servizi alla persona, dal recupero di edifici e centri storici alla ristrutturazione di scuole e ospedali. I centri locali trattano con le imprese le condizioni a cui esse possono impiegare i lavoratori del programma, dalla partecipazione ai costi del lavoro fino all’eventuale passaggio del dipendente dal pubblico al privato.
Trovare le risorse per finanziare simili schemi è una questione complicata, nondimeno vari studi attestano che non è impossibile risolverla. Prima però di trattare tale tema c’è una premessa inderogabile: deve manifestarsi la volontà politica di affrontare con nuovi mezzi la catastrofe disoccupazione. Chiedere a un governo neoliberale di esprimere una simile volontà è forse troppo, ma le crisi sono sia uno stimolo, sia una buona giustificazione per cambiare idee e politiche.
C’è una novità a livello europeo che dovrebbe indurre a discutere di simili schemi, e magari a sperimentarne qualcuno in singole regioni. Ai primi di settembre 2012 si è svolta a Bruxelles una conferenza internazionale sulle politiche del lavoro, organizzata dalla Commissione europea. Una sessione era dedicata a “La garanzia di un posto di lavoro – Concetto e realizzazione”. Hanno perfino invitato a parlare uno degli studiosi più noti e polemici in tema di JG, l’australiano Bill Mitchell. Posto che nei programmi di JG rivivono le teorie di Keynes in tema di politiche dell’occupazione, nonché la memoria del successo che gli interventi statali ebbero durante il New Deal rooseveltiano, aprire alla discussione di tali programmi uno dei templi della teologia neo-liberale, qual è la Commissione europea, è un segno che qualcosa sta cominciando a cambiare sul fronte ideologico delle politiche del lavoro.
Il documento base della sessione in parola formula varie domande: “Quali sono i maggiori ostacoli in Europa alla realizzazione di schemi di garanzia d’un posto di lavoro… volti ad affrontare la crisi della disoccupazione? Possono tali ostacoli venire superati? In quali aree potrebbero o dovrebbero essere sviluppati degli impieghi pubblici per disoccupati? Quanto tempo ci vorrebbe prima che a un disoccupato sia dato un lavoro nel settore pubblico?”. Sono domande a cui anche il nostro governo dovrebbe cercare di dare risposta, meglio se non soltanto in forma cartacea. Dopotutto, ce lo chiede l’Europa.
La Repubblica 03.11.12

“La strada da seguire per creare più lavoro”, di Luciano Gallino

Mentre le cifre della disoccupazione sono sempre più drammatiche, il governo non pare avere alcuna idea per creare d’urgenza un congruo numero di posti di lavoro. I rimedi proposti alla spicciolata, dalla riduzione del cuneo fiscale alle facilitazioni per creare nuove imprese, dagli sgravi di imposta per chi assume giovani alla semplificazione delle procedure per l’avvio di cantieri e grandi opere, non sfiorano nemmeno il problema. Per di più il governo sembra sottovalutare la gravità della situazione. La disoccupazione di massa rappresenta tutt’insieme un’enorme perdita economica, uno scandalo intollerabile dal punto di vista umano, e un minaccioso rischio politico. Sotto il profilo economico, quasi tre milioni di disoccupati comportano una riduzione del Pil potenziale dell’ordine di 70-80 miliardi l’anno. Anche se ricevono un modesto reddito dal sussidio di disoccupazione o dai piani di mobilità, i disoccupati sono lavoratori costretti loro malgrado alla passività. Non producono ricchezza sia perché non lavorano, sia perché i mezzi di produzione, cioè gli impianti e le macchine che potrebbero usare, giacciono inutilizzati. Un’altra perdita economica deriva dal fatto che lunghi periodi di disoccupazione comportano che le capacità professionali si logorano e sono difficili da recuperare.
Dal punto di vista umano la disoccupazione di massa, insieme con la povertà che diffonde, è uno scandalo perché i loro effetti, come ha scritto Amartya Sen, scardinano e sovvertono la vita personale e sociale. Elementi fondamentali di questa, dall’indipendenza personale alla possibilità di accedere per sé e i figli a una vita migliore, dalla realizzazione di sé alla sicurezza socio-economica della famiglia, sono strettamente legati alla disponibilità di un lavoro stabile, dignitosamente retribuito. Quando esso viene a mancare, anche tali elementi crollano, e la persona, la famiglia, la comunità sono ferite nel profondo delle loro strutture portanti.
Quanto al rischio politico, qualcuno dovrebbe ricordarsi che uno dei fattori alla base dell’ascesa del fascismo e ancor più del nazismo è stata la disoccupazione di massa. E la capacità di ridurla mostrata da tali regimi dopo la crisi del ’29 è una delle ragioni del sostegno popolare di cui hanno goduto fino alla guerra che li ha abbattuti. Di certo oggi né l’uno né l’altro dei due regimi avrebbero la stessa faccia. Ma i sintomi di autoritarismo che affiorano in Europa, e i movimenti di estrema destra dagli alti tassi elettorali in almeno dieci Paesi, non sono da sottovalutare. Sperando che qualche movimento non cominci a promettere “ridurrò la disoccupazione a zero”. La promessa che fece e poi mantenne Hitler, fra il 1933 e il ’38.
Poiché le austere ricette dei tecnici finora hanno aggravato il tasso di disoccupazione anziché ridurlo, sarebbe ora di pensare a qualcosa di più efficace, e magari sperimentarlo. Ho fatto riferimento altre volte all’idea che sia lo Stato a creare direttamente occupazione, in merito alla quale esistono solidi studi. Tempo fa si chiamavano schemi per un “datore di lavoro di ultima istanza”, ma oggi si preferisce chiamarli schemi di “garanzia di un posto di lavoro” (job guarantee, JG); il che non significa affatto una garanzia per quel posto di lavoro, ma per un posto di lavoro dignitoso e ragionevolmente retribuito. Coloro che elaborano simili schemi sono economisti e giuristi americani, australiani, canadesi, argentini, indiani; i quali, diversamente dai nostri governanti di oggi e di ieri, sembrano tutti aver meditato sull’articolo 4 della nostra Costituzione, quello per cui “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”: non del lavoro, si noti, di cui tratta invece l’articolo 35. Il primo mai attuato, il secondo in via di estinzione nella legislazione e nelle relazioni industriali.
Uno schema di JG prevede che in via di principio esso sia accessibile a chiunque, essendo disoccupato, vuole lavorare ed è in grado di farlo. Di fatto sarebbe inevitabile, visti i numeri in gioco, dare la preferenza a qualche strato di persone in peggiori condizioni di altre, quali, per dire, i disoccupati di lunga durata. L’attuazione di uno schema di JG richiede un’agenzia centrale che stabilisce le regole di assunzione e i livelli di retribuzione, e gran numero di imprese (o centri di servizio o cooperative) a livello locale che assumono, al caso addestrano e impiegano direttamente i lavoratori, oppure li assegnano a imprese locali in progetti di immediata e rilevante utilità collettiva. Dando la preferenza a settori ad alta intensità di lavoro e bassa intensità di capitale, dai beni culturali ai servizi alla persona, dal recupero di edifici e centri storici alla ristrutturazione di scuole e ospedali. I centri locali trattano con le imprese le condizioni a cui esse possono impiegare i lavoratori del programma, dalla partecipazione ai costi del lavoro fino all’eventuale passaggio del dipendente dal pubblico al privato.
Trovare le risorse per finanziare simili schemi è una questione complicata, nondimeno vari studi attestano che non è impossibile risolverla. Prima però di trattare tale tema c’è una premessa inderogabile: deve manifestarsi la volontà politica di affrontare con nuovi mezzi la catastrofe disoccupazione. Chiedere a un governo neoliberale di esprimere una simile volontà è forse troppo, ma le crisi sono sia uno stimolo, sia una buona giustificazione per cambiare idee e politiche.
C’è una novità a livello europeo che dovrebbe indurre a discutere di simili schemi, e magari a sperimentarne qualcuno in singole regioni. Ai primi di settembre 2012 si è svolta a Bruxelles una conferenza internazionale sulle politiche del lavoro, organizzata dalla Commissione europea. Una sessione era dedicata a “La garanzia di un posto di lavoro – Concetto e realizzazione”. Hanno perfino invitato a parlare uno degli studiosi più noti e polemici in tema di JG, l’australiano Bill Mitchell. Posto che nei programmi di JG rivivono le teorie di Keynes in tema di politiche dell’occupazione, nonché la memoria del successo che gli interventi statali ebbero durante il New Deal rooseveltiano, aprire alla discussione di tali programmi uno dei templi della teologia neo-liberale, qual è la Commissione europea, è un segno che qualcosa sta cominciando a cambiare sul fronte ideologico delle politiche del lavoro.
Il documento base della sessione in parola formula varie domande: “Quali sono i maggiori ostacoli in Europa alla realizzazione di schemi di garanzia d’un posto di lavoro… volti ad affrontare la crisi della disoccupazione? Possono tali ostacoli venire superati? In quali aree potrebbero o dovrebbero essere sviluppati degli impieghi pubblici per disoccupati? Quanto tempo ci vorrebbe prima che a un disoccupato sia dato un lavoro nel settore pubblico?”. Sono domande a cui anche il nostro governo dovrebbe cercare di dare risposta, meglio se non soltanto in forma cartacea. Dopotutto, ce lo chiede l’Europa.
La Repubblica 03.11.12

"Ma con Barack c’è solo mezza America", di Gianni Riotta

Alla vigilia del voto di martedì 6 novembre, la sfida per la Casa Bianca tra Barack Obama e Mitt Romney è dove è rimasta per l’intera campagna elettorale, poco avanti il Presidente democratico, soprattutto negli Stati cruciali, vedi Ohio, un’incollatura dietro l’ex governatore repubblicano. Sarebbe però un errore concludere dunque che «nulla è cambiato». Barack Obama, eletto da una nuova generazione nel 2008, campione carismatico, laureato in fretta col Nobel per la Pace, elogiato in libri e opere d’arte, anche vincendo uscirà dalla gara ridimensionato, «normale Presidente» a rischio bocciatura come Carter ’80 e Bush padre ’92. Ha sì controllato la crisi e lanciato la riforma sanitaria, ma senza ispirare unità o forzare alle intese i repubblicani al Congresso.
Romney ha cancellato l’immagine di estremista preda dei Tea Party che la poderosa macchina democratica voleva affibbiargli. Governatore del progressista Massachusetts ha approvato una riforma sanitaria copia di quella di Obama, anatema a destra, e in politica estera offre solo una versione «effervescente» delle idee del Presidente. E’ forse il suo piano fiscale, meno tasse, meno spesa pubblica ma più spesa militare, a lasciare perplessi gli elettori moderati, specie se non abbienti, donne, emigranti.
L’eclisse di Obama, da profeta a politico incapace di riscaldare il cuore dell’americano medio, Joe Six Pack, preoccupato dal salario medio di 50.000 dollari l’anno che scende per i nuovi assunti a 30.000, e la rimonta di Romney da capitalista duro dei licenziamenti a centrista, non sembrano però ribaltare ancora la scena. I sondaggi di Nat Silver, il sito realclearpolitics, assegnano 7 possibilità su 10 ai democratici. Il paradosso si spiega analizzando i dati sulla disoccupazione, diffusi ieri, 171.000 nuovi posti, tasso che scende a 7,9%, un modesto 0,1 sotto la cifra di 8% che, per tradizione, elimina i Presidenti. L’economista James Marple, in una sintesi che dovrebbe far riflettere in Europa, dice «Lasciate perdere i profeti di sventura. L’economia Usa dimostra un’incredibile grinta davanti a guai seri. Malgrado restino dubbi acuti sul destino dell’abisso fiscale e con l’economia globale in panne, l’America genera lavoro a ritmi rispettabili».
Se martedì anche Obama si unirà ai 171.000 e terrà il posto di lavoro, si dovrà a questi numeri e a niente altro. Il carisma fu sigla 2008, il tasso di disoccupazione a 7,9, lo stimolo economico della Federal Reserve di Bernanke e il piano di salvataggio dell’auto, le sigle 2012. Guardate lo Stato dell’Ohio, che da mezzo secolo vota il Presidente vincente. Tutto quello che so dell’America, tutta la tradizionale analisi politica di maestri come David Broder a Bill Schneider, lascerebbero ipotizzare un Presidente in difficoltà tra i riottosi elettori di uno degli ultimi laboratori di manifattura Made in Usa. Invece Obama in testa, Romney arrancante: perché? Perché, come il Michigan vive di General Motors, Ford e Chrysler, l’Ohio vive di indotto auto. Il piano di Obama significa disoccupazione «solo» al 7% e difesa di 150.000 posti «auto motive». Nel 1990 gli operai erano in Ohio 1.100.000, oggi sono rimasti in 657.000. Molti ascoltano volentieri gli appelli di Romney e del suo candidato vicepresidente Paul Ryan a ridurre tasse e spesa, lanciando start up, li condividono magari. Ma quando guardano a mutuo, salario che non cresce, figli da mandare al college, pensano che il grigio status quo di Obama e Bernanke – per ora – sia rassicurante. Giudizi da metalmeccanico dell’Ohio al coffee shop, condivisi però dal premio Nobel per l’economia del Mit Peter Diamond e dalla firma del «Financial Times» Martin Wolf con lo slogan geniale «Negli Stati Uniti la disoccupazione è una “crisi”, il debito pubblico un “problema””. Obama ha parlato, sia pur con tono accademico, di “emergenza lavoro”; Romney, non estremista e rassicurante in tv, s’è però concentrato sul “problema debito”, senza chiarire come tagli alle tasse, modesti tagli alla spesa sociale e robusto incremento alla spesa militare possano risolverlo. Secondo l’antico proverbio di buon senso yankee “First things first”, un guaio alla volta, gli elettori, soprattutto indipendenti e moderati, pensano oggi alla “crisi lavoro”, domani al “problema debito”».
La campagna, costata la fantastica cifra di sei miliardi di dollari (4,6 miliardi di euro), è in queste ultime ore affidata agli esperti di statistiche e Big Data, che – la cosa forse divertirà i lettori – applicano alla politica i metodi di calcolo informatico creati per il baseball, come nel film «L’arte di vincere». Nate Silver, blogger dell’austero «New York Times», s’è fatto le ossa sui risultati delle partite al «Baseball Prospectus». Potete accecarvi per ore su curve e diagrammi, il risultato, nazionale o stato per stato, cambia poco, Obama ha qualcosa in più di 3 chance su 4 di vincere, l’ultima va a Romney. I politologi scettici, Brooks, Scarborough, Podhoretz, ridono: «Se vince Romney, quelli alla Nat Silver tornano al baseball». Sciocchezze, «probabilità» non è «certezza», ma voi non prendereste mai un aereo che ha una chance su 4 di cadere, mentre vi precipitereste a comprare biglietti di una lotteria con una chance su 4 di vincere.
Queste dunque le probabilità estreme. Le certezze, per Obama o per Romney, sono i guai a venire: lavoro da creare; innovazione e produttività, migliori che in Europa, ma da sostenere; il «problema» debito pubblico che si farà «crisi» se non affrontato; un buco nella domanda interna, che malgrado consumatori «cicala», resta vertiginoso; la disuguaglianza sociale che non mobilita intorno a Occupy Wall Street, ma vede giovani e ceto medio perdere potere d’acquisto e status sociale; Washington politica polarizzata e incapace di negoziare accordi tra Casa Bianca e Congresso. Alla fine il piano Obama-Bernanke sembra più realista e meno ideologico dell’appello al mercato di Romney: pesa sull’elettorato la consapevolezza che nessun repubblicano vota per un aumento delle tasse dal 1990, una generazione intera. Ma, come ha scritto il vecchio Richard Cohen sul «Washington Post», «chiunque si fosse illuso di riconoscere in Obama il nuovo Bob Kennedy ha fatto in tempo a ricredersi». Il paragone è ingiusto per il giovane Presidente, l’America è ormai divisa, mancano luoghi di vita sociale comuni, come erano una volta scuole, esercito di leva, campi da gioco, quartieri popolari. Cittadini dell’economia digitale e Cittadini della vecchia economia non si incontrano neppure più, se non per strada. Obama aveva fatto sperare non in un abbraccio, ma almeno, nel dialogo fra le Due Americhe. Ha fallito. Sarà forse rieletto, ma da una sola metà, la democratica. Quest’anno non si sogna, si contano dollari, lavoro, «bills», bollette da saldare ogni fine di mese.
La Stampa 03.11.12

“Ma con Barack c’è solo mezza America”, di Gianni Riotta

Alla vigilia del voto di martedì 6 novembre, la sfida per la Casa Bianca tra Barack Obama e Mitt Romney è dove è rimasta per l’intera campagna elettorale, poco avanti il Presidente democratico, soprattutto negli Stati cruciali, vedi Ohio, un’incollatura dietro l’ex governatore repubblicano. Sarebbe però un errore concludere dunque che «nulla è cambiato». Barack Obama, eletto da una nuova generazione nel 2008, campione carismatico, laureato in fretta col Nobel per la Pace, elogiato in libri e opere d’arte, anche vincendo uscirà dalla gara ridimensionato, «normale Presidente» a rischio bocciatura come Carter ’80 e Bush padre ’92. Ha sì controllato la crisi e lanciato la riforma sanitaria, ma senza ispirare unità o forzare alle intese i repubblicani al Congresso.
Romney ha cancellato l’immagine di estremista preda dei Tea Party che la poderosa macchina democratica voleva affibbiargli. Governatore del progressista Massachusetts ha approvato una riforma sanitaria copia di quella di Obama, anatema a destra, e in politica estera offre solo una versione «effervescente» delle idee del Presidente. E’ forse il suo piano fiscale, meno tasse, meno spesa pubblica ma più spesa militare, a lasciare perplessi gli elettori moderati, specie se non abbienti, donne, emigranti.
L’eclisse di Obama, da profeta a politico incapace di riscaldare il cuore dell’americano medio, Joe Six Pack, preoccupato dal salario medio di 50.000 dollari l’anno che scende per i nuovi assunti a 30.000, e la rimonta di Romney da capitalista duro dei licenziamenti a centrista, non sembrano però ribaltare ancora la scena. I sondaggi di Nat Silver, il sito realclearpolitics, assegnano 7 possibilità su 10 ai democratici. Il paradosso si spiega analizzando i dati sulla disoccupazione, diffusi ieri, 171.000 nuovi posti, tasso che scende a 7,9%, un modesto 0,1 sotto la cifra di 8% che, per tradizione, elimina i Presidenti. L’economista James Marple, in una sintesi che dovrebbe far riflettere in Europa, dice «Lasciate perdere i profeti di sventura. L’economia Usa dimostra un’incredibile grinta davanti a guai seri. Malgrado restino dubbi acuti sul destino dell’abisso fiscale e con l’economia globale in panne, l’America genera lavoro a ritmi rispettabili».
Se martedì anche Obama si unirà ai 171.000 e terrà il posto di lavoro, si dovrà a questi numeri e a niente altro. Il carisma fu sigla 2008, il tasso di disoccupazione a 7,9, lo stimolo economico della Federal Reserve di Bernanke e il piano di salvataggio dell’auto, le sigle 2012. Guardate lo Stato dell’Ohio, che da mezzo secolo vota il Presidente vincente. Tutto quello che so dell’America, tutta la tradizionale analisi politica di maestri come David Broder a Bill Schneider, lascerebbero ipotizzare un Presidente in difficoltà tra i riottosi elettori di uno degli ultimi laboratori di manifattura Made in Usa. Invece Obama in testa, Romney arrancante: perché? Perché, come il Michigan vive di General Motors, Ford e Chrysler, l’Ohio vive di indotto auto. Il piano di Obama significa disoccupazione «solo» al 7% e difesa di 150.000 posti «auto motive». Nel 1990 gli operai erano in Ohio 1.100.000, oggi sono rimasti in 657.000. Molti ascoltano volentieri gli appelli di Romney e del suo candidato vicepresidente Paul Ryan a ridurre tasse e spesa, lanciando start up, li condividono magari. Ma quando guardano a mutuo, salario che non cresce, figli da mandare al college, pensano che il grigio status quo di Obama e Bernanke – per ora – sia rassicurante. Giudizi da metalmeccanico dell’Ohio al coffee shop, condivisi però dal premio Nobel per l’economia del Mit Peter Diamond e dalla firma del «Financial Times» Martin Wolf con lo slogan geniale «Negli Stati Uniti la disoccupazione è una “crisi”, il debito pubblico un “problema””. Obama ha parlato, sia pur con tono accademico, di “emergenza lavoro”; Romney, non estremista e rassicurante in tv, s’è però concentrato sul “problema debito”, senza chiarire come tagli alle tasse, modesti tagli alla spesa sociale e robusto incremento alla spesa militare possano risolverlo. Secondo l’antico proverbio di buon senso yankee “First things first”, un guaio alla volta, gli elettori, soprattutto indipendenti e moderati, pensano oggi alla “crisi lavoro”, domani al “problema debito”».
La campagna, costata la fantastica cifra di sei miliardi di dollari (4,6 miliardi di euro), è in queste ultime ore affidata agli esperti di statistiche e Big Data, che – la cosa forse divertirà i lettori – applicano alla politica i metodi di calcolo informatico creati per il baseball, come nel film «L’arte di vincere». Nate Silver, blogger dell’austero «New York Times», s’è fatto le ossa sui risultati delle partite al «Baseball Prospectus». Potete accecarvi per ore su curve e diagrammi, il risultato, nazionale o stato per stato, cambia poco, Obama ha qualcosa in più di 3 chance su 4 di vincere, l’ultima va a Romney. I politologi scettici, Brooks, Scarborough, Podhoretz, ridono: «Se vince Romney, quelli alla Nat Silver tornano al baseball». Sciocchezze, «probabilità» non è «certezza», ma voi non prendereste mai un aereo che ha una chance su 4 di cadere, mentre vi precipitereste a comprare biglietti di una lotteria con una chance su 4 di vincere.
Queste dunque le probabilità estreme. Le certezze, per Obama o per Romney, sono i guai a venire: lavoro da creare; innovazione e produttività, migliori che in Europa, ma da sostenere; il «problema» debito pubblico che si farà «crisi» se non affrontato; un buco nella domanda interna, che malgrado consumatori «cicala», resta vertiginoso; la disuguaglianza sociale che non mobilita intorno a Occupy Wall Street, ma vede giovani e ceto medio perdere potere d’acquisto e status sociale; Washington politica polarizzata e incapace di negoziare accordi tra Casa Bianca e Congresso. Alla fine il piano Obama-Bernanke sembra più realista e meno ideologico dell’appello al mercato di Romney: pesa sull’elettorato la consapevolezza che nessun repubblicano vota per un aumento delle tasse dal 1990, una generazione intera. Ma, come ha scritto il vecchio Richard Cohen sul «Washington Post», «chiunque si fosse illuso di riconoscere in Obama il nuovo Bob Kennedy ha fatto in tempo a ricredersi». Il paragone è ingiusto per il giovane Presidente, l’America è ormai divisa, mancano luoghi di vita sociale comuni, come erano una volta scuole, esercito di leva, campi da gioco, quartieri popolari. Cittadini dell’economia digitale e Cittadini della vecchia economia non si incontrano neppure più, se non per strada. Obama aveva fatto sperare non in un abbraccio, ma almeno, nel dialogo fra le Due Americhe. Ha fallito. Sarà forse rieletto, ma da una sola metà, la democratica. Quest’anno non si sogna, si contano dollari, lavoro, «bills», bollette da saldare ogni fine di mese.
La Stampa 03.11.12

"La leadership dei blogger", di Nadia Urbinati

Il movimento di Beppe Grillo sta conquistando un largo consenso elettorale, al Nord come al Sud, nelle elezioni comunali come in quelle regionali. Un vento nazionale di rivolta contro la corruzione dei partiti e l’incompetenza di un establishment che resiste al cambiamento. Il giudizio degli elettori che votano M5S e quello dei giudici e dei tribunali sembrano andare nella stessa direzione, che è quella di fare piazza pulita della classe dirigente che si è stabilizzata nell’Italia del post-Mani Pulite. Il movimento ha la dignità della cittadinanza democratica e le opinioni dei cittadini meritano rispetto. Ma come cittadini abbiamo anche il bisogno e il dovere di capire, di esaminare criticamente il nostro tempo. Pur nella difficoltà dettata dalla velocità e radicalità del cambiamento.
Il M5S rappresenta come il compimento del lungo processo che ha portato la società civile dentro la politica, saltando l’intermediazione delle associazioni partitiche, quelle che la nostra Costituzione indica come essenziali nella determinazione della volontà sovrana. Si potrebbe parlare di processo di impossessamento della politica da parte dei cittadini come persone private. Silvio Berlusconi ha ovviamente rappresentato la forma estrema di questo processo, anche per gli oggettivi mezzi economici di cui disponeva che gli hanno consentito un’appropriazione non solo simbolica. L’aspetto che più interessa è vedere come questa rivoluzione della società civile contro la società politica abbia cambiato radicalmente le forme del giudizio, del linguaggio e del movimento politico. Come abbia immesso nel discorso pubblico il giudizio estetico insegnando a giudicare politici e politiche con l’occhio del gusto personale: non per capire che cosa sia “giusto o ingiusto” ma che cosa “ci piace o non ci piace”.
Il fatto è che una domanda che interroga il gusto è naturalmente più istintiva e meno riflessiva, difficile tra tradurre in discorso ragionato sul quale trovarsi d’accordo o schierarsi. Si dice infatti che de gustibus non disputandum est proprio perché il gusto è un giudizio soggettivo non deliberativo. Per esempio le virtù della politica – la prudenza, la moderazione, l’onestà – possono essere valutate a partire da informazioni corroborate con una certa oggettività, e possono produrre opinioni che non sono solo mie o tue: discutere sulle virtù o i vizi politici porta i cittadini a fare ragionamenti utili ai fini delle scelte politiche. Ma le virtù estetiche – la prestanza, la simpatia, la bellezza – non hanno altra base d’appoggio che l’emozione; su di esse si conviene per via di impressionabilità o di chiacchiera.
A partire dalla fine dei partiti tradizionali, questa nuova pratica del giudizio e del discorso ha determinato anche nuove forme organizzative mettendo in risalto soprattutto la persona del fondatore, unico punto capace di unire persone diverse con gusti diversi. Dall’esperimento di Forza Italia in poi, tutti i nuovi gruppi politici sono stati come associazioni di affiliati sotto il nome e la persona di chi li ha iniziati. Anche il M5S rientra in questo modello. Ed è interessante osservare come per “Non-Statuto” (così si chiama il regolamento del movimento) i militanti del M5S siano definiti “utenti” – individui che entrano nel blog dove la loro voce è come un’eco che riproduce i temi del discorso lanciato dal Grillo. L’idea, certo dettata da onestà e volontà di pulizia, è di presentare il bloggismo degli utenti come un segno di libertà perché fuori dalle “formalità” e dagli statuti di partito. Il fatto è che questa libertà dalla formalità non è detto che si traduca in maggiore libertà. I dissapori interni al movimento e le periodiche scomuniche dimostrano che la mancanza di forme non è garanzia di libertà. La parabola dell’espansione del privato nella sfera politica può dunque essere un grave ostacolo alla libertà democratica. Prevedendo questo, la Costituzione ha voluto riconoscere ai cittadini il diritto di “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
La Repubblica 03.11.12
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Cinque stelle, rivolta delle donne “Grillo maschilista e dittatore”, di Giovanna Casadio
A scatenarsi contro Grillo questa volta è proprio la “sua” base. Infelice è stato il post sul “punto G”, quello con il quale il guru del MoVimento 5Stelle ha bacchettato Federica Salsi, la consigliera comunale grillina di Bologna, colpevole di essere andata in tv a
“Ballarò”.
«Il punto G, quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show», l’ha rimproverata Grillo. Frase «sessista». Salsi si sfoga: «Grillo è stata una delusione, ha mostrato di essere vittima della cultura berlusconiana di questi anni. È stato sgradevole. Un maschilista come altri». Uno, insomma, che dà una connotazione negativa «a una qualità delle donne, è roba da medioevo, veramente degradante». Riceve la solidarietà di un’altra consigliera grillina: Raffaella Pirini di Forlì, sempre in tv, al
Tgcom24,
dichiara: «Grillo è stato sgarbato e inopportuno ». Web diviso sul “punto G”. Ma sull’altra uscita di Grillo – cioè il ticket con Di Pietro e l’idea di lanciare l’ex pm al Quirinale – piovono i “no” e i malumori dei grillini. Tremilatrecento commenti in due giorni e la stragrande maggioranza dà l’alt, con inviti del tipo: “Ti sei brasato il cervello?”; “È un suicidio politico”; “Di Pietro non ha immobili a sufficienza, gli serve anche il Quirinale?”. Grillo è accusato di essere
«maschilista e dittatore». Il MoVimento non vuole accoppiarsi ai partiti, difende la linea che Giancarlo Cancelleri, stravincitore grillino in Sicilia, ha definito delle “zitelle acide”. Salsi rincara: «Da Beppe mi sento tradita. Proporre Di Pietro presidente…era contaminata l’acqua dello Stretto di Messina?». Stretto che Grillo ha attraversato a nuoto alla vigilia del voto siciliano. In Sicilia, il leader di Cinque Stelle aveva detto: «Polizia e carabinieri votano per noi, perché hanno due coglioni gonfi così di portare i politici a fare la spesa o a scopare».
Ora tra i grillini è caos, tanto quanto nell’Idv. Il partito di Di Pietro è sull’orlo della scissione. Pesantissimo è l’attacco che Massimo Donadi, il capogruppo a Montecitorio, muove al leader: «È come Berlusconi». Dopo la puntata tv di
Report
sull’uso dei fondi del partito per investimenti personali, l’ex pm simbolo di Mani pulite va al contrattacco. In un post sul suo blog ieri – dal titolo “Da mia sorella Concetta: Tonino fai il tuo dovere e pagane le conseguenze” – spiega: «È il “giorno dei morti”, e io sono appena arrivato a Montenero per far visita ai miei genitori
che riposano al cimitero…rispondo ad alcune delle molte “perle” di disinformazione… ». Parla di «killeraggio politico». Descrive con dossier alla mano quali sono le proprietà dei figli. Annuncia che renderà conto di tutto. Minaccia querele.
Però la polemica sul futuro del partito s’infiamma. Bersani ritiene pericoloso l’asse Grillo-Di Pietro: «Il ticket Di Pietro-Grillo non è utile per il paese. Non so se sia quella la direzione presa da Di Pietro, ma ognuno va dove lo porta il cuore». La saldatura tra i due leader populisti preoccupa il Pd.
Nichi Vendola giudica la scelta di Di Pietro «un grave errore». Apre a Grillo, Marco Pannella: «Dialoghi con noi». Intanto, la resa dei conti in Idv è partita. Franco Barbato chiede l’espulsione di Donadi. Molti dipietristi sono ostili all’offerta di Grillo, la ritengono una Opa su un Idv all’angolo. La contaminazione M5S-Idv è però avviata.
La Repubblica 03.10.12

“La leadership dei blogger”, di Nadia Urbinati

Il movimento di Beppe Grillo sta conquistando un largo consenso elettorale, al Nord come al Sud, nelle elezioni comunali come in quelle regionali. Un vento nazionale di rivolta contro la corruzione dei partiti e l’incompetenza di un establishment che resiste al cambiamento. Il giudizio degli elettori che votano M5S e quello dei giudici e dei tribunali sembrano andare nella stessa direzione, che è quella di fare piazza pulita della classe dirigente che si è stabilizzata nell’Italia del post-Mani Pulite. Il movimento ha la dignità della cittadinanza democratica e le opinioni dei cittadini meritano rispetto. Ma come cittadini abbiamo anche il bisogno e il dovere di capire, di esaminare criticamente il nostro tempo. Pur nella difficoltà dettata dalla velocità e radicalità del cambiamento.
Il M5S rappresenta come il compimento del lungo processo che ha portato la società civile dentro la politica, saltando l’intermediazione delle associazioni partitiche, quelle che la nostra Costituzione indica come essenziali nella determinazione della volontà sovrana. Si potrebbe parlare di processo di impossessamento della politica da parte dei cittadini come persone private. Silvio Berlusconi ha ovviamente rappresentato la forma estrema di questo processo, anche per gli oggettivi mezzi economici di cui disponeva che gli hanno consentito un’appropriazione non solo simbolica. L’aspetto che più interessa è vedere come questa rivoluzione della società civile contro la società politica abbia cambiato radicalmente le forme del giudizio, del linguaggio e del movimento politico. Come abbia immesso nel discorso pubblico il giudizio estetico insegnando a giudicare politici e politiche con l’occhio del gusto personale: non per capire che cosa sia “giusto o ingiusto” ma che cosa “ci piace o non ci piace”.
Il fatto è che una domanda che interroga il gusto è naturalmente più istintiva e meno riflessiva, difficile tra tradurre in discorso ragionato sul quale trovarsi d’accordo o schierarsi. Si dice infatti che de gustibus non disputandum est proprio perché il gusto è un giudizio soggettivo non deliberativo. Per esempio le virtù della politica – la prudenza, la moderazione, l’onestà – possono essere valutate a partire da informazioni corroborate con una certa oggettività, e possono produrre opinioni che non sono solo mie o tue: discutere sulle virtù o i vizi politici porta i cittadini a fare ragionamenti utili ai fini delle scelte politiche. Ma le virtù estetiche – la prestanza, la simpatia, la bellezza – non hanno altra base d’appoggio che l’emozione; su di esse si conviene per via di impressionabilità o di chiacchiera.
A partire dalla fine dei partiti tradizionali, questa nuova pratica del giudizio e del discorso ha determinato anche nuove forme organizzative mettendo in risalto soprattutto la persona del fondatore, unico punto capace di unire persone diverse con gusti diversi. Dall’esperimento di Forza Italia in poi, tutti i nuovi gruppi politici sono stati come associazioni di affiliati sotto il nome e la persona di chi li ha iniziati. Anche il M5S rientra in questo modello. Ed è interessante osservare come per “Non-Statuto” (così si chiama il regolamento del movimento) i militanti del M5S siano definiti “utenti” – individui che entrano nel blog dove la loro voce è come un’eco che riproduce i temi del discorso lanciato dal Grillo. L’idea, certo dettata da onestà e volontà di pulizia, è di presentare il bloggismo degli utenti come un segno di libertà perché fuori dalle “formalità” e dagli statuti di partito. Il fatto è che questa libertà dalla formalità non è detto che si traduca in maggiore libertà. I dissapori interni al movimento e le periodiche scomuniche dimostrano che la mancanza di forme non è garanzia di libertà. La parabola dell’espansione del privato nella sfera politica può dunque essere un grave ostacolo alla libertà democratica. Prevedendo questo, la Costituzione ha voluto riconoscere ai cittadini il diritto di “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
La Repubblica 03.11.12
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Cinque stelle, rivolta delle donne “Grillo maschilista e dittatore”, di Giovanna Casadio
A scatenarsi contro Grillo questa volta è proprio la “sua” base. Infelice è stato il post sul “punto G”, quello con il quale il guru del MoVimento 5Stelle ha bacchettato Federica Salsi, la consigliera comunale grillina di Bologna, colpevole di essere andata in tv a
“Ballarò”.
«Il punto G, quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show», l’ha rimproverata Grillo. Frase «sessista». Salsi si sfoga: «Grillo è stata una delusione, ha mostrato di essere vittima della cultura berlusconiana di questi anni. È stato sgradevole. Un maschilista come altri». Uno, insomma, che dà una connotazione negativa «a una qualità delle donne, è roba da medioevo, veramente degradante». Riceve la solidarietà di un’altra consigliera grillina: Raffaella Pirini di Forlì, sempre in tv, al
Tgcom24,
dichiara: «Grillo è stato sgarbato e inopportuno ». Web diviso sul “punto G”. Ma sull’altra uscita di Grillo – cioè il ticket con Di Pietro e l’idea di lanciare l’ex pm al Quirinale – piovono i “no” e i malumori dei grillini. Tremilatrecento commenti in due giorni e la stragrande maggioranza dà l’alt, con inviti del tipo: “Ti sei brasato il cervello?”; “È un suicidio politico”; “Di Pietro non ha immobili a sufficienza, gli serve anche il Quirinale?”. Grillo è accusato di essere
«maschilista e dittatore». Il MoVimento non vuole accoppiarsi ai partiti, difende la linea che Giancarlo Cancelleri, stravincitore grillino in Sicilia, ha definito delle “zitelle acide”. Salsi rincara: «Da Beppe mi sento tradita. Proporre Di Pietro presidente…era contaminata l’acqua dello Stretto di Messina?». Stretto che Grillo ha attraversato a nuoto alla vigilia del voto siciliano. In Sicilia, il leader di Cinque Stelle aveva detto: «Polizia e carabinieri votano per noi, perché hanno due coglioni gonfi così di portare i politici a fare la spesa o a scopare».
Ora tra i grillini è caos, tanto quanto nell’Idv. Il partito di Di Pietro è sull’orlo della scissione. Pesantissimo è l’attacco che Massimo Donadi, il capogruppo a Montecitorio, muove al leader: «È come Berlusconi». Dopo la puntata tv di
Report
sull’uso dei fondi del partito per investimenti personali, l’ex pm simbolo di Mani pulite va al contrattacco. In un post sul suo blog ieri – dal titolo “Da mia sorella Concetta: Tonino fai il tuo dovere e pagane le conseguenze” – spiega: «È il “giorno dei morti”, e io sono appena arrivato a Montenero per far visita ai miei genitori
che riposano al cimitero…rispondo ad alcune delle molte “perle” di disinformazione… ». Parla di «killeraggio politico». Descrive con dossier alla mano quali sono le proprietà dei figli. Annuncia che renderà conto di tutto. Minaccia querele.
Però la polemica sul futuro del partito s’infiamma. Bersani ritiene pericoloso l’asse Grillo-Di Pietro: «Il ticket Di Pietro-Grillo non è utile per il paese. Non so se sia quella la direzione presa da Di Pietro, ma ognuno va dove lo porta il cuore». La saldatura tra i due leader populisti preoccupa il Pd.
Nichi Vendola giudica la scelta di Di Pietro «un grave errore». Apre a Grillo, Marco Pannella: «Dialoghi con noi». Intanto, la resa dei conti in Idv è partita. Franco Barbato chiede l’espulsione di Donadi. Molti dipietristi sono ostili all’offerta di Grillo, la ritengono una Opa su un Idv all’angolo. La contaminazione M5S-Idv è però avviata.
La Repubblica 03.10.12

"Stampa a Statuto Speciale", di Massimo Gramellini

Il nuovo governatore di Sicilia intende sfoltire l’ufficio stampa della Regione dove lavorano ventuno giornalisti, tutti con la qualifica di redattore capo e uno stipendio fino a seimila euro al mese. Uno di loro è distaccato a Bruxelles per curare le relazioni fra Palermo e il resto d’Europa, ma il presidente Crocetta – a lungo eurodeputato in quelle uggiose contrade – giura di non averlo mai incontrato. Forse frequentavano Europe diverse.
Nei giornali, come in qualunque altro consesso giornalistico governato dalla logica, la qualifica di capo redattore presuppone per ragioni semantiche l’esistenza di uno o più redattori che lavorino alle dipendenze del capo. Alla Regione Sicilia, invece, ciascuno è capo redattore di se stesso e, capeggiandosi, redige. Una bella responsabilità. Che però adesso Crocetta ritiene di potere affidare a un numero più ridotto di persone. L’ufficio stampa del Piemonte ospita nove giornalisti professionisti, quello della Campania anche meno. Naturalmente la Sicilia è un posto meraviglioso e merita più sforzi di qualsiasi altro. Però ventuno a nove è un bel distacco. E anche questa storia delle Regioni a Statuto Speciale – lo possiamo dire? – ha fatto il suo tempo. Erano giustificate sessant’anni fa, quando l’Italia si ricompattava dopo la guerra e temeva di perdere pezzi ai confini. Ma dopo due generazioni siamo (o non siamo) italiani tutti allo stesso modo. E la crisi ha reso ancora più odiosa questa perpetuazione dei privilegi, dal momento che le tasse le paghiamo (o non le paghiamo) tutti allo stesso modo.
La Stampa 20.11.12