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“Stampa a Statuto Speciale”, di Massimo Gramellini

Il nuovo governatore di Sicilia intende sfoltire l’ufficio stampa della Regione dove lavorano ventuno giornalisti, tutti con la qualifica di redattore capo e uno stipendio fino a seimila euro al mese. Uno di loro è distaccato a Bruxelles per curare le relazioni fra Palermo e il resto d’Europa, ma il presidente Crocetta – a lungo eurodeputato in quelle uggiose contrade – giura di non averlo mai incontrato. Forse frequentavano Europe diverse.
Nei giornali, come in qualunque altro consesso giornalistico governato dalla logica, la qualifica di capo redattore presuppone per ragioni semantiche l’esistenza di uno o più redattori che lavorino alle dipendenze del capo. Alla Regione Sicilia, invece, ciascuno è capo redattore di se stesso e, capeggiandosi, redige. Una bella responsabilità. Che però adesso Crocetta ritiene di potere affidare a un numero più ridotto di persone. L’ufficio stampa del Piemonte ospita nove giornalisti professionisti, quello della Campania anche meno. Naturalmente la Sicilia è un posto meraviglioso e merita più sforzi di qualsiasi altro. Però ventuno a nove è un bel distacco. E anche questa storia delle Regioni a Statuto Speciale – lo possiamo dire? – ha fatto il suo tempo. Erano giustificate sessant’anni fa, quando l’Italia si ricompattava dopo la guerra e temeva di perdere pezzi ai confini. Ma dopo due generazioni siamo (o non siamo) italiani tutti allo stesso modo. E la crisi ha reso ancora più odiosa questa perpetuazione dei privilegi, dal momento che le tasse le paghiamo (o non le paghiamo) tutti allo stesso modo.
La Stampa 20.11.12

"Anticorruzione, a Roma il banco di prova", di David Sassoli

La destra al Governo di Roma e del Lazio è riuscita a rinvigorire i più vecchi e offensivi stereotipi sulla Capitale, carica di trafficoni guidati da un sovrano disprezzo per ogni regola. Ostriche e parentopoli hanno fatto tornare d’attualità l’antica tristissima immagine di «Capitale corrotta, nazione infetta». La questione morale, tuttavia, si presenta
in un contesto nuovo. Scandali e malaffare si inseguono in ogni angolo del Paese. E non solo. Non tutto ciò che non è reato è lecito, e il comportamento della classe politica e degli amministratori pubblici deve essere soggetto a maggiore trasparenza e verifica. A Roma dobbiamo ricostruire sulle macerie.
È una buona notizia, e arriva nel momento giusto, l’approvazione della legge contro la corruzione. Non è perfetta, ma mai come in questo caso vale il vecchio adagio che «il meglio è nemico del bene».
Roma, che tra pochi mesi avrà un nuovo governo cittadino, ha l’occasione e il dovere di essere la prima città ad applicare con il massimo di rigore le nuove regole integrandole con nuovi e vincolanti codici di comportamento. Perché non basta, non basta più, presentare ai cittadini una nuova classe dirigente sobria e onesta, dopo la stagione di scandali odiosi.
C’è il rischio, e a ragione, che l’opinione pubblica non si fidi per le tante delusioni patite. La gente ha il diritto di vedere i fatti e capire gli anticorpi concreti che sapremo mettere nel cuore dell’amministrazione.
Qualche esempio? La trasparenza, sulla rete internet di ogni contributo erogato a chicchessia; la rotazione dei dirigenti e dei funzionari impegnati sui fronti più «delicati»; regole obiettive e trasparenti per il conferimento degli incarichi dirigenziali; la riforma delle regole per le assunzioni – nel Comune e nelle società controllate – e la pubblicità del curriculum di tutti gli assunti. E ancora: nel sito del Comune dev’essere indicato il cronoprogramma quanto si spende, i tempi, le tappe, gli imprevisti – di ogni opera pubblica. Fondamentale sarà utilizzare gli standard previsti dalla gare europee.
A Roma dobbiamo con rigore assumere anche un altro impegno previsto dalla nuova legge, che richiama una regola in vigore da molti anni e mai applicata. La costruzione in ogni amministrazione di un codice etico «personalizzato», attento ai problemi, ai rischi, alle specifiche patologie di quel contesto. È un codice che dobbiamo costruire insieme, con i cittadini e i lavoratori, le associazioni e i sindacati. E sarà la bussola per la responsabilità disciplinare di dirigenti e dipendenti pubblici, e per ogni nomina politica o amministrativa.
Il «codice etico» dovrà essere il frutto di una grande riflessione cittadina: dove si annida la cattiva amministrazione, dove i favori schiacciano i diritti, dove il vantaggio di pochi diventa il disastro per tutta la città.
Infine – anzi, prima di ogni altra cosa l’anagrafe pubblica dei redditi e dei patrimoni sul modello in vigore nelle istituzioni europee. Al Parlamento europeo gli eletti devono presentare una «dichiarazione di interessi finanziari» all’inizio della legislatura e ripresentarla a metà mandato.
Questo strumento dovrà essere obbligatorio, per i futuri assessori, consiglieri e amministratori delle aziende capitoline. Restituire fiducia e speranza alla nostra città non è un optional, ma un percorso fatto di regole certe, trasparenza, comportamenti pubblici soggetti a verifica da parte dei cittadini.
l’Unità 02.11.12

“Anticorruzione, a Roma il banco di prova”, di David Sassoli

La destra al Governo di Roma e del Lazio è riuscita a rinvigorire i più vecchi e offensivi stereotipi sulla Capitale, carica di trafficoni guidati da un sovrano disprezzo per ogni regola. Ostriche e parentopoli hanno fatto tornare d’attualità l’antica tristissima immagine di «Capitale corrotta, nazione infetta». La questione morale, tuttavia, si presenta
in un contesto nuovo. Scandali e malaffare si inseguono in ogni angolo del Paese. E non solo. Non tutto ciò che non è reato è lecito, e il comportamento della classe politica e degli amministratori pubblici deve essere soggetto a maggiore trasparenza e verifica. A Roma dobbiamo ricostruire sulle macerie.
È una buona notizia, e arriva nel momento giusto, l’approvazione della legge contro la corruzione. Non è perfetta, ma mai come in questo caso vale il vecchio adagio che «il meglio è nemico del bene».
Roma, che tra pochi mesi avrà un nuovo governo cittadino, ha l’occasione e il dovere di essere la prima città ad applicare con il massimo di rigore le nuove regole integrandole con nuovi e vincolanti codici di comportamento. Perché non basta, non basta più, presentare ai cittadini una nuova classe dirigente sobria e onesta, dopo la stagione di scandali odiosi.
C’è il rischio, e a ragione, che l’opinione pubblica non si fidi per le tante delusioni patite. La gente ha il diritto di vedere i fatti e capire gli anticorpi concreti che sapremo mettere nel cuore dell’amministrazione.
Qualche esempio? La trasparenza, sulla rete internet di ogni contributo erogato a chicchessia; la rotazione dei dirigenti e dei funzionari impegnati sui fronti più «delicati»; regole obiettive e trasparenti per il conferimento degli incarichi dirigenziali; la riforma delle regole per le assunzioni – nel Comune e nelle società controllate – e la pubblicità del curriculum di tutti gli assunti. E ancora: nel sito del Comune dev’essere indicato il cronoprogramma quanto si spende, i tempi, le tappe, gli imprevisti – di ogni opera pubblica. Fondamentale sarà utilizzare gli standard previsti dalla gare europee.
A Roma dobbiamo con rigore assumere anche un altro impegno previsto dalla nuova legge, che richiama una regola in vigore da molti anni e mai applicata. La costruzione in ogni amministrazione di un codice etico «personalizzato», attento ai problemi, ai rischi, alle specifiche patologie di quel contesto. È un codice che dobbiamo costruire insieme, con i cittadini e i lavoratori, le associazioni e i sindacati. E sarà la bussola per la responsabilità disciplinare di dirigenti e dipendenti pubblici, e per ogni nomina politica o amministrativa.
Il «codice etico» dovrà essere il frutto di una grande riflessione cittadina: dove si annida la cattiva amministrazione, dove i favori schiacciano i diritti, dove il vantaggio di pochi diventa il disastro per tutta la città.
Infine – anzi, prima di ogni altra cosa l’anagrafe pubblica dei redditi e dei patrimoni sul modello in vigore nelle istituzioni europee. Al Parlamento europeo gli eletti devono presentare una «dichiarazione di interessi finanziari» all’inizio della legislatura e ripresentarla a metà mandato.
Questo strumento dovrà essere obbligatorio, per i futuri assessori, consiglieri e amministratori delle aziende capitoline. Restituire fiducia e speranza alla nostra città non è un optional, ma un percorso fatto di regole certe, trasparenza, comportamenti pubblici soggetti a verifica da parte dei cittadini.
l’Unità 02.11.12

Pomigliano, rivolta contro Marchionne Sindacati e politica: "No ai licenziamenti", da repubblica.it

Non si fermano le polemiche sul caso Fiat. Da sindacati e politici piovono critiche sulla decisione dell’azienda di mettere in mobilità 19 operai per fare spazio alle riassunzioni ordinate dal tribunale. Sulla vicenda interviene il leader della Cisl, Raffaele Bonanni. “Penso che si sia gonfiata – dice Bonanni a Tgcom24 – seppur su basi concrete la notizia sui 19 licenziamenti per nascondere la notizia importante degli investimenti. E’ un gioco al massacro portato avanti da tempo. Tuttavia la Fiat ha sbagliato a fare autogol continuando il testa a testa con la Fiom dopo un’affermazione così importante come quella di proseguire con gli investimenti, ingaggiando una competizione forte con Audi e Bmw costruendo auto di lusso”.
E poi sul caso di Pomigliano ribadisce: “Faremo ricorsi legali perché per noi non c’è fondamento e si tratta di lavoratori che hanno sottoscritto un accordo. Il presidente della Repubblica farebbe bene a interessarsi del problema della Fiat, ma il problema vero è che il sindacato deve trovare armonia. Se Marchionne avrà avuto facile gioco nel dividere il sindacato, la Fiom gli ha dato un grande aiuto in materia di governabilità sindacale delle aziende”.
Uilm. Insieme ai sindacati firmatari di accordi con Fiat e del contatto specifico, la Uilm chiederà di incontrare l’azienda per bloccare l’avvio delle procedure per la mobilità di 19 addetti di Pomigliano d’Arco. Lo ha detto Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, su Radio1Rai. “Oggi, insieme ai sindacati firmatari di accordi con Fiat e del contatto specifico, chiederemo di incontrare l’azienda per bloccare l’avvio delle procedure per la mobilità di 19 addetti dello stabilimento produttivo di Pomigliano d’Arco. Ci vogliono 45 giorni per l’espletamento delle procedure di mobilità e nei primi 7 giorni è possibile arrestarle. Tenteremo di farlo”.
“Siamo contrari – ha continuato il leader della Uilm – a qualsiasi forma di licenziamento, perché danneggerebbe i lavoratori che stanno lavorando al ciclo produttivo della ‘Panda’. I provvedimenti annunciati dal gruppo automobilistico si ritorcerebbero proprio contro di loro”. Poi un riferimento alla Fiom: “Stigmatizziamo il comportamento strumentale di un sindacato che ha rinunciato a fare accordi per rivolgersi alla magistratura. Cercheremo di evitare la lotta tra lavoratori nel medesimo luogo in cui prestano la loro opera. Ma desidero ricordare che tra le quasi due migliaia di addetti che devono essere ancora assunti nel sito campano, ci sono tanti iscritti Uilm e non per questo abbiamo deciso di andare dal giudice, perché facciamo sindacato”.
Ed è proprio il responsabile della Fiom, Giorgio Airaudo, a intervenire spiegando che è necessario “tornare all’unità sindacale”. “Il comportamento di Marchionne è contradditorio perché il licenziamento di 19 operai rischia di preludere al mancato trasferimento di 2300 nei prossimi mesi, come invece la Fiat aveva detto – spiega – . Sono scettico anche sugli investimenti, Marchionne di piani ne ha cambiati otto”.
Bersani. Attaccano la decisione della Fiat anche i vertici del Pd. Il leader del partito Pierluigi Bersani critica la mossa di aver messo i 19 lavoratori in mobilità. “La decisione della Fiat – osserva – è un caso morale. Non si possono scaricare errori e colpe sui lavoratori”. Dello stesso parere Cesare Damiano, capogruppo Pd nella commissione Lavoro di Montecitorio definendo la scelta “un atto di ritorsione che deve essere respinto anche perché crea un pericoloso precedente”.
Ieri per criticare la mossa di Marchionne erano scesi in campo 1 anche il ministro del Welfare, Elsa Fornero, e quello dello Sviluppo, Corrado Passera.
L’ipotesi di un lodo. Sul nodo Fiat ieri è spuntata l’ipotesi di un lodo. L’idea è quella che sia il governo a convocare azienda e sindacati non per una trattativa, ma per un prendere o lasciare. L’unico esponente del governo sembra essere Mario Monti. Nei giorni scorsi si è addirittura ipotizzato che il rinvio di tagli drastici agli stabilimenti italiani del gruppo Fiat sia stato deciso da Marchionne per non mettere in difficoltà il premier. Difficile prevedere il contenuto del lodo che il premier imporrebbe alle parti. Fra le ipotesi, spiega una fonte sindacale, quella di proporre lo scambio tra l’adesione della Cgil agli accordi e la riammissione in fabbrica dei suoi rappresentanti.

Pomigliano, rivolta contro Marchionne Sindacati e politica: “No ai licenziamenti”, da repubblica.it

Non si fermano le polemiche sul caso Fiat. Da sindacati e politici piovono critiche sulla decisione dell’azienda di mettere in mobilità 19 operai per fare spazio alle riassunzioni ordinate dal tribunale. Sulla vicenda interviene il leader della Cisl, Raffaele Bonanni. “Penso che si sia gonfiata – dice Bonanni a Tgcom24 – seppur su basi concrete la notizia sui 19 licenziamenti per nascondere la notizia importante degli investimenti. E’ un gioco al massacro portato avanti da tempo. Tuttavia la Fiat ha sbagliato a fare autogol continuando il testa a testa con la Fiom dopo un’affermazione così importante come quella di proseguire con gli investimenti, ingaggiando una competizione forte con Audi e Bmw costruendo auto di lusso”.
E poi sul caso di Pomigliano ribadisce: “Faremo ricorsi legali perché per noi non c’è fondamento e si tratta di lavoratori che hanno sottoscritto un accordo. Il presidente della Repubblica farebbe bene a interessarsi del problema della Fiat, ma il problema vero è che il sindacato deve trovare armonia. Se Marchionne avrà avuto facile gioco nel dividere il sindacato, la Fiom gli ha dato un grande aiuto in materia di governabilità sindacale delle aziende”.
Uilm. Insieme ai sindacati firmatari di accordi con Fiat e del contatto specifico, la Uilm chiederà di incontrare l’azienda per bloccare l’avvio delle procedure per la mobilità di 19 addetti di Pomigliano d’Arco. Lo ha detto Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, su Radio1Rai. “Oggi, insieme ai sindacati firmatari di accordi con Fiat e del contatto specifico, chiederemo di incontrare l’azienda per bloccare l’avvio delle procedure per la mobilità di 19 addetti dello stabilimento produttivo di Pomigliano d’Arco. Ci vogliono 45 giorni per l’espletamento delle procedure di mobilità e nei primi 7 giorni è possibile arrestarle. Tenteremo di farlo”.
“Siamo contrari – ha continuato il leader della Uilm – a qualsiasi forma di licenziamento, perché danneggerebbe i lavoratori che stanno lavorando al ciclo produttivo della ‘Panda’. I provvedimenti annunciati dal gruppo automobilistico si ritorcerebbero proprio contro di loro”. Poi un riferimento alla Fiom: “Stigmatizziamo il comportamento strumentale di un sindacato che ha rinunciato a fare accordi per rivolgersi alla magistratura. Cercheremo di evitare la lotta tra lavoratori nel medesimo luogo in cui prestano la loro opera. Ma desidero ricordare che tra le quasi due migliaia di addetti che devono essere ancora assunti nel sito campano, ci sono tanti iscritti Uilm e non per questo abbiamo deciso di andare dal giudice, perché facciamo sindacato”.
Ed è proprio il responsabile della Fiom, Giorgio Airaudo, a intervenire spiegando che è necessario “tornare all’unità sindacale”. “Il comportamento di Marchionne è contradditorio perché il licenziamento di 19 operai rischia di preludere al mancato trasferimento di 2300 nei prossimi mesi, come invece la Fiat aveva detto – spiega – . Sono scettico anche sugli investimenti, Marchionne di piani ne ha cambiati otto”.
Bersani. Attaccano la decisione della Fiat anche i vertici del Pd. Il leader del partito Pierluigi Bersani critica la mossa di aver messo i 19 lavoratori in mobilità. “La decisione della Fiat – osserva – è un caso morale. Non si possono scaricare errori e colpe sui lavoratori”. Dello stesso parere Cesare Damiano, capogruppo Pd nella commissione Lavoro di Montecitorio definendo la scelta “un atto di ritorsione che deve essere respinto anche perché crea un pericoloso precedente”.
Ieri per criticare la mossa di Marchionne erano scesi in campo 1 anche il ministro del Welfare, Elsa Fornero, e quello dello Sviluppo, Corrado Passera.
L’ipotesi di un lodo. Sul nodo Fiat ieri è spuntata l’ipotesi di un lodo. L’idea è quella che sia il governo a convocare azienda e sindacati non per una trattativa, ma per un prendere o lasciare. L’unico esponente del governo sembra essere Mario Monti. Nei giorni scorsi si è addirittura ipotizzato che il rinvio di tagli drastici agli stabilimenti italiani del gruppo Fiat sia stato deciso da Marchionne per non mettere in difficoltà il premier. Difficile prevedere il contenuto del lodo che il premier imporrebbe alle parti. Fra le ipotesi, spiega una fonte sindacale, quella di proporre lo scambio tra l’adesione della Cgil agli accordi e la riammissione in fabbrica dei suoi rappresentanti.

"Le tre B che uccisero Tonino", di Mario Lavia

La caduta di Berlusconi. Il bacio della morte di Beppe (Grillo). La rottura di Bersani. Sono tre B a condannare Antonio Di Pietro, lo stritolano, ne decretano la fine politica. Tutte B decisive, ognuna di loro era indispensabile: se Berlusconi non si fosse suicidato, o se Grillo lo avesse arruolato, o se Bersani lo avesse salvato, probabilmente oggi Tonino sarebbe in forze. Ma contro la tempesta perfetta delle tre B nulla può fare. Si squaglia, Idv. Donadi guarda al Pd, Pancho Pardi strepita, Leoluca Orlando se ne sta sulla riva del fiume: rompete le righe. E così, sta per cadere uno dei simboli – per certi versi “il” simbolo – della Seconda repubblica.
Seconda repubblica nata sulle ceneri della Prima che proprio Tonino contribuì in modo determinante a sbriciolare nell’aula del processo Enimont, avviluppato nella toga nera davanti al Craxi arrogante e inefficace, a Forlani con la bava alla bocca, a Carletto Sama smemorato, e a Giorgio La Malfa, Martelli, Altissimo (c’era pure Cariglia), poi Cagliari, Gardini, Citaristi, e il compagno G torchiato senza esito nelle stanze dei pm. Cade oggi, Di Pietro, specularmente al Grande Erede della Prima repubblica, il costruttore-tycoon Silvio Berlusconi, di cui tutto si può dire tranne che non abbia il fiuto dei talent-scout, tant’è vero che, vinte le elezioni del ’94 cercò proprio Tonino – tramite l’avvocato Previti, i tre si videro nello studio di quest’ultimo – ricevendone un rifiuto: non era ancora il momento della discesa in politica.
Questione di mesi. Necessari per immagazzinare nei polmoni quell’enorme dose di antiberlusconismo che tornò buona per annusare l’Ulivo, prontamente ricambiato da D’Alema con l’offerta del Mugello, entrare nel governo – ministro dei lavori pubblici pirotecnico e fuori parte – e poi cominciare a dare fastidio un po’ a tutti, guastatore arruolato nell’Asinello prima di rompere anche con questo. E sarebbe stato un perfetto girotondino senonché anche lì c’era troppa discussione, e quindi passetto dopo passetto, fra una telecamera e l’altra, e anche ospite au contraire di aule giudiziarie (lui accusato e non più accusatore), sempre con congiuntivi bypassati e proverbi di ritorno e già avendo esperito epurazioni e intolleranza al dissenso, su su fino all’invenzione di un partito personale e di plastica, Italia dei valori.
Quando l’antiberlusconismo diventa ormai la cifra dominante, anzi l’unica, del Nostro, la vera tigre in un motore irrorato da pensieri e parole e improperi, antiberlusconismo tanto forte che gli vale ancor oggi l’encomio, pur sulla lapide politica, di Beppe Grillo, suo compagnone di fatto e erede di diritto, «lui soltanto in parlamento ha combattuto il berlusconismo, lo ha fatto con armi spuntate, con una truppa abborracciata tenuta insieme unicamente dalla sua testardaggine e caparbietà»: Beppe ieri dixit. Ed è appuntandogli questa postuma medaglia al petto che il comico di Genova lo ha candidato ufficialmente a presidente della repubblica, obiettivo assurdo e per questo molto grillino, classico ponte d’oro a chi lascia scena e voti. Eccola, la seconda B: Beppe che srotola il sudario sulle spalle appesantite di un frastornato Tonino, a cui gira la testa per una trasmissione televisiva, guarda tu la nemesi, finire alle corde e pestato come Foreman con Clay proprio sulla “sua” questione morale: non bastassero le pessime compagnie, da Scilipoti a Razzi a Maruccio, ci si mettono pure le proprietà, le case, le stalle.
Ma poi c’è un’altra B, quella del cognome del segretario del Pd, la B più politica, meno simbolica della prima e della seconda– Berlusconi e Beppe Grillo – ma a leggere bene la più pesante, risolutiva, definitiva. Più politica, perché Bersani avrebbe potuto gettargli una ciambella di salvataggio e lo ha invece sospinto fuori dalla scialuppa progressista che è in testa in tutti i sondaggi, avrebbe potuto mettere fra parentesi gli attacchi a Napolitano e certe intemerate contro Pd e centrosinistra, avrebbe potuto fare il magnanimo, e bonariamente dare seguito alla cortesia di Vasto (perché adesso è chiaro che andò a quella festa in Abruzzo più per fare una chiacchierata che per stipulare un patto politico come si credette e venne fatto credere, in fondo – lo capiamo adesso – una foto è una foto e basta).
Gli ultimi mesi hanno sancito la non-spendibilità di Di Pietro sul piano del governo e tanto meno su quello della prospettiva valoriale e qui non è una questione di congiuntivi ma di elementare distinzione fra cose serie e propaganda arruffona. E diciamocelo chiaramente perché fa bene al cuore: se Di Pietro cade è certamente per l’esaurimento di quella spinta propulsiva che gli veniva dall’antagonismo col Cavaliere, ed è perché Beppe gli prosciuga l’acqua in cui nuotare: ma è anche per mano (cioè per merito) di Pier Luigi Bersani che aveva visto giusto.
da Europa Quotidiano 02.11.12

“Le tre B che uccisero Tonino”, di Mario Lavia

La caduta di Berlusconi. Il bacio della morte di Beppe (Grillo). La rottura di Bersani. Sono tre B a condannare Antonio Di Pietro, lo stritolano, ne decretano la fine politica. Tutte B decisive, ognuna di loro era indispensabile: se Berlusconi non si fosse suicidato, o se Grillo lo avesse arruolato, o se Bersani lo avesse salvato, probabilmente oggi Tonino sarebbe in forze. Ma contro la tempesta perfetta delle tre B nulla può fare. Si squaglia, Idv. Donadi guarda al Pd, Pancho Pardi strepita, Leoluca Orlando se ne sta sulla riva del fiume: rompete le righe. E così, sta per cadere uno dei simboli – per certi versi “il” simbolo – della Seconda repubblica.
Seconda repubblica nata sulle ceneri della Prima che proprio Tonino contribuì in modo determinante a sbriciolare nell’aula del processo Enimont, avviluppato nella toga nera davanti al Craxi arrogante e inefficace, a Forlani con la bava alla bocca, a Carletto Sama smemorato, e a Giorgio La Malfa, Martelli, Altissimo (c’era pure Cariglia), poi Cagliari, Gardini, Citaristi, e il compagno G torchiato senza esito nelle stanze dei pm. Cade oggi, Di Pietro, specularmente al Grande Erede della Prima repubblica, il costruttore-tycoon Silvio Berlusconi, di cui tutto si può dire tranne che non abbia il fiuto dei talent-scout, tant’è vero che, vinte le elezioni del ’94 cercò proprio Tonino – tramite l’avvocato Previti, i tre si videro nello studio di quest’ultimo – ricevendone un rifiuto: non era ancora il momento della discesa in politica.
Questione di mesi. Necessari per immagazzinare nei polmoni quell’enorme dose di antiberlusconismo che tornò buona per annusare l’Ulivo, prontamente ricambiato da D’Alema con l’offerta del Mugello, entrare nel governo – ministro dei lavori pubblici pirotecnico e fuori parte – e poi cominciare a dare fastidio un po’ a tutti, guastatore arruolato nell’Asinello prima di rompere anche con questo. E sarebbe stato un perfetto girotondino senonché anche lì c’era troppa discussione, e quindi passetto dopo passetto, fra una telecamera e l’altra, e anche ospite au contraire di aule giudiziarie (lui accusato e non più accusatore), sempre con congiuntivi bypassati e proverbi di ritorno e già avendo esperito epurazioni e intolleranza al dissenso, su su fino all’invenzione di un partito personale e di plastica, Italia dei valori.
Quando l’antiberlusconismo diventa ormai la cifra dominante, anzi l’unica, del Nostro, la vera tigre in un motore irrorato da pensieri e parole e improperi, antiberlusconismo tanto forte che gli vale ancor oggi l’encomio, pur sulla lapide politica, di Beppe Grillo, suo compagnone di fatto e erede di diritto, «lui soltanto in parlamento ha combattuto il berlusconismo, lo ha fatto con armi spuntate, con una truppa abborracciata tenuta insieme unicamente dalla sua testardaggine e caparbietà»: Beppe ieri dixit. Ed è appuntandogli questa postuma medaglia al petto che il comico di Genova lo ha candidato ufficialmente a presidente della repubblica, obiettivo assurdo e per questo molto grillino, classico ponte d’oro a chi lascia scena e voti. Eccola, la seconda B: Beppe che srotola il sudario sulle spalle appesantite di un frastornato Tonino, a cui gira la testa per una trasmissione televisiva, guarda tu la nemesi, finire alle corde e pestato come Foreman con Clay proprio sulla “sua” questione morale: non bastassero le pessime compagnie, da Scilipoti a Razzi a Maruccio, ci si mettono pure le proprietà, le case, le stalle.
Ma poi c’è un’altra B, quella del cognome del segretario del Pd, la B più politica, meno simbolica della prima e della seconda– Berlusconi e Beppe Grillo – ma a leggere bene la più pesante, risolutiva, definitiva. Più politica, perché Bersani avrebbe potuto gettargli una ciambella di salvataggio e lo ha invece sospinto fuori dalla scialuppa progressista che è in testa in tutti i sondaggi, avrebbe potuto mettere fra parentesi gli attacchi a Napolitano e certe intemerate contro Pd e centrosinistra, avrebbe potuto fare il magnanimo, e bonariamente dare seguito alla cortesia di Vasto (perché adesso è chiaro che andò a quella festa in Abruzzo più per fare una chiacchierata che per stipulare un patto politico come si credette e venne fatto credere, in fondo – lo capiamo adesso – una foto è una foto e basta).
Gli ultimi mesi hanno sancito la non-spendibilità di Di Pietro sul piano del governo e tanto meno su quello della prospettiva valoriale e qui non è una questione di congiuntivi ma di elementare distinzione fra cose serie e propaganda arruffona. E diciamocelo chiaramente perché fa bene al cuore: se Di Pietro cade è certamente per l’esaurimento di quella spinta propulsiva che gli veniva dall’antagonismo col Cavaliere, ed è perché Beppe gli prosciuga l’acqua in cui nuotare: ma è anche per mano (cioè per merito) di Pier Luigi Bersani che aveva visto giusto.
da Europa Quotidiano 02.11.12