Latest Posts

"I predatori dei libri antichi rubano mille volumi al mese", di Conchita Sannino

Pesano come carta, valgono come oro. Vengono da lontano, anche dall’Anno Mille. Ma sono diventati il business del futuro, anche se parlano lingue sepolte, il latino, il greco, il fiorentino dei dotti, anche il cinese. Pezzi richiestissimi dalle élite mondiali: perché viaggiano, da un capo all’altro del pianeta, come “titoli” senza scadenza, bottini a sei zeri che non lasciano tracce. Ssono i volumi antichi, gli oggetti del desiderio al centro di un traffico in costante ascesa, nel cuore dell’Europa. Pagine miniate, atlanti, codici, anche breviari di santi. Si rubano facilmente, se ne perdono in fretta le impronte. E i trafficanti corrono — nella quasi totalità dei casi — zero rischi. Perché quei libri non hanno bisogno di finire in un’intercapedine, non «puzzano», non destano sospetti, non portano le stimmate di capitali nascosti alle Cayman. Negli aeroporti, non fanno impazzire i cani antidroga, non rischiano la scure dell’antiriciclaggio come altre più volgari partite di giro. O refurtive.
Siamo già ad un picco: 6mila sottrazioni di volumi solo nei soli primi sei mesi del 2012. È l’annus horribilis per i bibliofili di tutto il mondo: è quello che resterà inciso come tempo di vergogna della cultura italiana, l’anno della “devastazione” della Biblioteca dei Girolamini a Napoli. Un attentato alla cultura che, a ben vedere, era quasi annunciato e nessuno ha sventato per tempo. Altre, più contenute e lente spoliazioni, vanno avanti ogni giorno. E il saccheggio della splendida seicentesca raccolta partenopea è soltanto il frutto più importante di un rosario di superficialità e indifferenze.
IL TRAFFICO
È la radiografia di un traffico internazionale. Ma perché è un business in ascesa? Il saccheggio di quei testi su cui abbiamo edificato conoscenze e civiltà letteraria è, a detta di procuratori e inquirenti che hanno maturato competenze specifiche, «inarrestabile». Nel nostro paese spariscono al ritmo di trenta furti al giorno. Oggetti rarissimi inghiottiti dal buco nero dei patrimoni d’arte violati. Minuscoli grandi tesori segnati da tariffari precisi. Manoscritti, incunabo-li, cinquecentine che magari finiscono in vendita all’asta online. E accendono l’avidità (e i commerci) dei vari “Conti Librì” del ventunesimo secolo, gli emuli di quel gentiluomo e gran ladro fiorentino, il conte Guglielmo Carucci Libri dalla Sommaja detto Librì appunto, svaligiatore seriale di biblioteche di mezza Europa che solcava il mare con i suoi bauli carichi di testi rubati. Almeno fino alla prima, clamorosa condanna a Parigi del 1850.
Oltre un secolo e mezzo dopo, una sola pagina di quei libri si può piazzare a 5mila euro, anche su un’asta web, il mercato più favorevole ai trafficanti. Un libro italiano, il breviario di due santi, è tuttora il più ricercato in tutto il mondo e vale, secondo stime ufficiali, un milione. Sarebbe compito di un timbro apposto sul colophon tradirne la provenienza furtiva, segnalare l’illecito viaggio. Ma ci sono cesellatori del crimine che hanno imparato l’arte di far scomparire quei segni. Così i fogli centenari diventano formidabile merce di scambio tra gruppi di potere, in qualche caso anche la garanzia di tangenti che saranno liquidate più tardi. Anche tra clan mafiosi.
IL CASO DEI GIROLAMINI
Il romanzo “nero” dei Girolamini ha avuto il merito di squarciare la distanza che separa il mondo reale dai templi che custodiscono le ricchezze italiane. Nel complesso monumentale, oggi sotto sequestro, circa 4mila volumi sono stati sottratti (in parte ancora dispersi per il mondo) in poco meno di dieci mesi. Artefice della devastazione è stato l’uomo che doveva proteggerla: l’ex direttore di quella Biblioteca, Massimo Marino De Caro, in carcere dal maggio scorso.
Nel cuore dell’antica Napoli, a due passi dal Duomo dove ad ogni fine estate si rinnova il miracolo di San Gennaro, nessuno è riuscito a fermare lo svuotamento sistematico di quella raccolta celebre in tutta Europa, archivio insuperato di Vico e Seneca, di Diderot e anche di Dante e Cartesio. Val la pena ricordare che il direttore De Caro fu nominato direttore dal ministro del Pdl, Giancarlo Galan, poi confermato dal successore Lorenzo Ornaghi, nonostante alcuni suoi precedenti specifici sulla compravendita di libri sospetti. «Ripartiamo dagli errori commessi: ci costituiremo parte civile al processo», ha fatto (mezza) ammenda Ornaghi. Ma per le cronache giudiziarie, è un caso di scuola: una storia in cui il direttore-trafficante incarna l’anello di congiunzione tra ladri comuni e pezzi di istituzioni. E agisce con la complicità, stando agli atti d’accusa, di intellettuali, esperti, persino del prete che reggeva il monumento, don Sandro Marsano. De Caro, incastrato dal lavoro dei pubblici ministeri Michele Fini, Ilaria Sasso del Verme e Antonella Serio coordinati dal procuratore aggiunto Gianni Melillo, una volta in cella vuota il sacco. Racconta che aveva puntato ai Girolamini proprio avendo “sperimentato” l’impunità con cui riusciva a portar via i volumi da tante altre biblioteche italiane.
«Ma io li amo, i libri», De Caro scrive persino ai giornali, si paragona al conte Librì. Poi collabora. Confessa che ha rubato «un po’ ovunque». Dalla Biblioteca Nazionale di Napoli a quella di Padova, dall’Abbazia di Montecassino all’Istituto Don Provolo di Verona. Ricostruisce un suo prezzario: 12mila euro incassati «per un testo di Aristotele », 30mila per una «Cronaca di Norimberga», 40mila il prezzo «di un volume di Keplero», stessa quotazione ha preteso per «un testo di Omero». Mentre 900mila euro li ha incassati solo come anticipo per i 400 libri dati ad una casa d’asta a Monaco, dove la Procura sta bussando da mesi, con rogatoria internazionale.
LA STAMPA INTERNAZIONALE
Logico che la storia diventi emblema della solita Italia sulle pagine internazionali: dall’International Herald Tribune al New York Times, dalla Suddeutsche Zeitung al Nouvel Observateur, che parla di una «versione tragicomica de Il Nome della rosa». Un colpo che ad Umberto Eco, in effetti, offrirebbe l’occasione di chissà quale variazione sul tema delle mute faide scatenate intorno ai libri. Di certo, ce ne sarebbe per soffermarsi su quella che proprio Eco ha chiamato in passato “biblioclastìa” di Stato, quella che porta alla distruzione dei testi «per inerzia». Non era mai accaduto che una raccolta di inestimabile valore venisse sigillata, chiusa agli studiosi, per fermarne la spoliazione. Il bottino aveva destinatari eccellenti. Come il senatore Marcello Dell’Utri, intercettato al telefono con De Caro. «Cosa c’è di buono a Napoli?», chiede il politico bibliofilo. E De Caro: «Io barattavo
due prime edizioni di Vico, se le mancano, per due inviti a pranzo… ». Dell’Utri entusiasta: «Anche tre, ti faccio». Così, nelle due librerie di via del Senato sono finiti almeno due testi di Giambattista Vico sottratti al tesoro dei Girolamini. Ma il senatore, indagato per concorso in peculato e convocato dai pm, si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Ma quanti danni fanno, e quali rotte seguono, i “trafficanti di beni archivistici e librari”?
Il dato più aggiornato: 10mila colpi all’anno. Ma bisogna entrare nel cuore di Trastevere, a Roma, per provare a leggere dietro le cifre. Qui si pesano le informazioni sugli incunaboli d’oro, qui affilano le armi i segugi dei ladri d’élite. Sono i carabinieri del Comando Tutela patrimonio culturale, l’evoluzione di quel ristretto nucleo aperto dall’Arma nel 1969, che è stato il primo nato con il compito esclusivo di contrastare il business dell’arte violata: dalla Natività del Caravaggio finito in mano a Cosa Nostra, mistero irrisolto da 43 anni, alle chiese smontate pezzo dopo pezzo dai manovali di camorra. Oggi quei carabinieri sono a capo di un archivio che rappresenta un modello nel mondo, a cui si rivolgono per stage e addestramenti gli 007 europei, giapponesi, americani. Il colonnello Raffaele Mancino, che ha guidato fino a pochi giorni fa il Reparto, fa due conti sotto lo sguardo di una quattrocentesca Vergine del Ghirlandaio, valore 3 milioni di euro, ormai “regina” del vecchio ufficio. «Bisogna immaginare quei testi rari come oggetti invisibili, o quasi. Per questo, è un crimine in netta ascesa, quello del commercio di pagine antiche», premette Mancino. E aggiunge: «Il traffico si può valutare in decine di milioni all’anno. Gode di un mercato fortemente articolato, specie sul piano internazionale. Pseudo appassionati sono disposti a pagare cifre altissime per accaparrarsi cinquecentine o seicentine di inestimabile valore storico e scientifico. Il problema è che godono spesso di complicità eccellenti». Racconta il procuratore che a Napoli ha smascherato De Caro, Melillo, un bibliofilo anche lui, che «i libri o anche le sole pagine miniate diventano merce per club di potere, sfide giocate da un continente all’altro, senza bisogno di passare per i fondi protetti nei paradisi fiscali. Come se quelle pagine antiche fossero un titolo di garanzia». Giapponesi e russi sono grandi acquirenti di libri esibiti come status, o usati come pegno di tangenti milionarie: liberi di attraversare oceani per raggiungere collezioni private, o fungere da «fiches» di lusso prima di essere riscattati da movimenti di valuta con cinque e sei zeri.
IL FLUSSO DI DENARO
Ma quale flusso disegnano le statistiche? Chi sono questi banditi di libri antichi? L’antico vizio è un affare milionario che ha triplicato nell’ultimo triennio i suoi indicatori. I furti erano infatti 3.713 nel 2009, sono schizzati a 11.712 nel 2010 e si sono attestati appena sotto la soglia dei 10mila un anno fa. Numeri che offrono la garanzia dell’impunità: visto che a fronte di migliaia di furti, le denunce e gli arresti si contano — nel migliore dei casi — sue due mani. Mentre va meglio con i sequestri passati dai 16.397 del 2009 ai quasi 42mila del primo semestre 2012. Lazio, Umbria, Toscana e Campania le regioni più colpite, lì dove insistono abbazie, monasteri, antiche officine di studio.
Ma chi sono e dove colpiscono i ladri della carta preziosa che hanno svaligiato interi fondi? I banditi-Librì italiani hanno i volti più diversi. Ma un denominatore: facce pulite, valigetta o pc in spalla. A Cefalù, qualche anno fa, è pieno agosto quando i carabinieri risalgono a un insospettabile 41enne, Francesco, che è riuscito a rubare dalla biblioteca della Fondazione Mandralisca volumi rari per un valore complessivo di 500mila euro. Tutti messi in vendita su eBay: sarebbe stato l’ennesimo viaggio per il “De Rerum natura” di Lucrezio risalente al 1515, o per l’opera omnia di Aristotele datata 1579. Più di recente c’è stato chi, come Angelo, consulente economico di azienda, aveva puntato solo alle pagine miniate e ne aveva portate una dozzina nella sua casa del centro Italia, in Umbria, rispondendo esclusivamente di «incauto acquisto», e non c’è stato indizio in grado di ipotizzare la sua partecipazione ai furti. Più sofferta la cattura di Marcello, romano, 50 anni, che per due anni e mezzo è stato nel mirino dei carabinieri della “Tutela culturale”, inseguimenti spesso andati a vuoto. Fino a quella imprecisione che gli è costata la libertà, quel granellino di polvere che ha provocato la valanga. Nel suo caso, è stata la donazione sospetta ad un santo, in una chiesa peraltro “visitata” da lui stesso come ladro. Marcello conosceva i luoghi, ha lasciato le impronte, si è tradito. Ma la lotta è sempre impari. E i “capolavori” da ricercare: troppi.
Una pagina miniata di particolare bellezza, la Vergine quattrocentesca di Bartolomeo di Fruosino vale oggi 120mila euro. Mentre il testo più ricercato in Italia, da 27 anni, è un manoscritto da un milione di euro, un breviario del 1200: fu donato da San Filippo Benizzi a Santa Chiara da Montefalco (Perugia), e proprio dall’omonimo monastero è sparito nel 1985. Parole sedimentate per secoli, in quelle pagine, suonano come profetico monito. I predatori non potevano sapere d’aver fatto torto al meno bibliofilo dei santi, quel Filippo candidato al soglio pontificio. Diceva, Filippo: «Il Crocefisso è il mio testo caro, dove ho procurato d’imparare in vita. È l’unico libro che sia necessario leggere ». Altro che la febbre degli avidi Librì.
La Repubblica 02.11.12

“I predatori dei libri antichi rubano mille volumi al mese”, di Conchita Sannino

Pesano come carta, valgono come oro. Vengono da lontano, anche dall’Anno Mille. Ma sono diventati il business del futuro, anche se parlano lingue sepolte, il latino, il greco, il fiorentino dei dotti, anche il cinese. Pezzi richiestissimi dalle élite mondiali: perché viaggiano, da un capo all’altro del pianeta, come “titoli” senza scadenza, bottini a sei zeri che non lasciano tracce. Ssono i volumi antichi, gli oggetti del desiderio al centro di un traffico in costante ascesa, nel cuore dell’Europa. Pagine miniate, atlanti, codici, anche breviari di santi. Si rubano facilmente, se ne perdono in fretta le impronte. E i trafficanti corrono — nella quasi totalità dei casi — zero rischi. Perché quei libri non hanno bisogno di finire in un’intercapedine, non «puzzano», non destano sospetti, non portano le stimmate di capitali nascosti alle Cayman. Negli aeroporti, non fanno impazzire i cani antidroga, non rischiano la scure dell’antiriciclaggio come altre più volgari partite di giro. O refurtive.
Siamo già ad un picco: 6mila sottrazioni di volumi solo nei soli primi sei mesi del 2012. È l’annus horribilis per i bibliofili di tutto il mondo: è quello che resterà inciso come tempo di vergogna della cultura italiana, l’anno della “devastazione” della Biblioteca dei Girolamini a Napoli. Un attentato alla cultura che, a ben vedere, era quasi annunciato e nessuno ha sventato per tempo. Altre, più contenute e lente spoliazioni, vanno avanti ogni giorno. E il saccheggio della splendida seicentesca raccolta partenopea è soltanto il frutto più importante di un rosario di superficialità e indifferenze.
IL TRAFFICO
È la radiografia di un traffico internazionale. Ma perché è un business in ascesa? Il saccheggio di quei testi su cui abbiamo edificato conoscenze e civiltà letteraria è, a detta di procuratori e inquirenti che hanno maturato competenze specifiche, «inarrestabile». Nel nostro paese spariscono al ritmo di trenta furti al giorno. Oggetti rarissimi inghiottiti dal buco nero dei patrimoni d’arte violati. Minuscoli grandi tesori segnati da tariffari precisi. Manoscritti, incunabo-li, cinquecentine che magari finiscono in vendita all’asta online. E accendono l’avidità (e i commerci) dei vari “Conti Librì” del ventunesimo secolo, gli emuli di quel gentiluomo e gran ladro fiorentino, il conte Guglielmo Carucci Libri dalla Sommaja detto Librì appunto, svaligiatore seriale di biblioteche di mezza Europa che solcava il mare con i suoi bauli carichi di testi rubati. Almeno fino alla prima, clamorosa condanna a Parigi del 1850.
Oltre un secolo e mezzo dopo, una sola pagina di quei libri si può piazzare a 5mila euro, anche su un’asta web, il mercato più favorevole ai trafficanti. Un libro italiano, il breviario di due santi, è tuttora il più ricercato in tutto il mondo e vale, secondo stime ufficiali, un milione. Sarebbe compito di un timbro apposto sul colophon tradirne la provenienza furtiva, segnalare l’illecito viaggio. Ma ci sono cesellatori del crimine che hanno imparato l’arte di far scomparire quei segni. Così i fogli centenari diventano formidabile merce di scambio tra gruppi di potere, in qualche caso anche la garanzia di tangenti che saranno liquidate più tardi. Anche tra clan mafiosi.
IL CASO DEI GIROLAMINI
Il romanzo “nero” dei Girolamini ha avuto il merito di squarciare la distanza che separa il mondo reale dai templi che custodiscono le ricchezze italiane. Nel complesso monumentale, oggi sotto sequestro, circa 4mila volumi sono stati sottratti (in parte ancora dispersi per il mondo) in poco meno di dieci mesi. Artefice della devastazione è stato l’uomo che doveva proteggerla: l’ex direttore di quella Biblioteca, Massimo Marino De Caro, in carcere dal maggio scorso.
Nel cuore dell’antica Napoli, a due passi dal Duomo dove ad ogni fine estate si rinnova il miracolo di San Gennaro, nessuno è riuscito a fermare lo svuotamento sistematico di quella raccolta celebre in tutta Europa, archivio insuperato di Vico e Seneca, di Diderot e anche di Dante e Cartesio. Val la pena ricordare che il direttore De Caro fu nominato direttore dal ministro del Pdl, Giancarlo Galan, poi confermato dal successore Lorenzo Ornaghi, nonostante alcuni suoi precedenti specifici sulla compravendita di libri sospetti. «Ripartiamo dagli errori commessi: ci costituiremo parte civile al processo», ha fatto (mezza) ammenda Ornaghi. Ma per le cronache giudiziarie, è un caso di scuola: una storia in cui il direttore-trafficante incarna l’anello di congiunzione tra ladri comuni e pezzi di istituzioni. E agisce con la complicità, stando agli atti d’accusa, di intellettuali, esperti, persino del prete che reggeva il monumento, don Sandro Marsano. De Caro, incastrato dal lavoro dei pubblici ministeri Michele Fini, Ilaria Sasso del Verme e Antonella Serio coordinati dal procuratore aggiunto Gianni Melillo, una volta in cella vuota il sacco. Racconta che aveva puntato ai Girolamini proprio avendo “sperimentato” l’impunità con cui riusciva a portar via i volumi da tante altre biblioteche italiane.
«Ma io li amo, i libri», De Caro scrive persino ai giornali, si paragona al conte Librì. Poi collabora. Confessa che ha rubato «un po’ ovunque». Dalla Biblioteca Nazionale di Napoli a quella di Padova, dall’Abbazia di Montecassino all’Istituto Don Provolo di Verona. Ricostruisce un suo prezzario: 12mila euro incassati «per un testo di Aristotele », 30mila per una «Cronaca di Norimberga», 40mila il prezzo «di un volume di Keplero», stessa quotazione ha preteso per «un testo di Omero». Mentre 900mila euro li ha incassati solo come anticipo per i 400 libri dati ad una casa d’asta a Monaco, dove la Procura sta bussando da mesi, con rogatoria internazionale.
LA STAMPA INTERNAZIONALE
Logico che la storia diventi emblema della solita Italia sulle pagine internazionali: dall’International Herald Tribune al New York Times, dalla Suddeutsche Zeitung al Nouvel Observateur, che parla di una «versione tragicomica de Il Nome della rosa». Un colpo che ad Umberto Eco, in effetti, offrirebbe l’occasione di chissà quale variazione sul tema delle mute faide scatenate intorno ai libri. Di certo, ce ne sarebbe per soffermarsi su quella che proprio Eco ha chiamato in passato “biblioclastìa” di Stato, quella che porta alla distruzione dei testi «per inerzia». Non era mai accaduto che una raccolta di inestimabile valore venisse sigillata, chiusa agli studiosi, per fermarne la spoliazione. Il bottino aveva destinatari eccellenti. Come il senatore Marcello Dell’Utri, intercettato al telefono con De Caro. «Cosa c’è di buono a Napoli?», chiede il politico bibliofilo. E De Caro: «Io barattavo
due prime edizioni di Vico, se le mancano, per due inviti a pranzo… ». Dell’Utri entusiasta: «Anche tre, ti faccio». Così, nelle due librerie di via del Senato sono finiti almeno due testi di Giambattista Vico sottratti al tesoro dei Girolamini. Ma il senatore, indagato per concorso in peculato e convocato dai pm, si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Ma quanti danni fanno, e quali rotte seguono, i “trafficanti di beni archivistici e librari”?
Il dato più aggiornato: 10mila colpi all’anno. Ma bisogna entrare nel cuore di Trastevere, a Roma, per provare a leggere dietro le cifre. Qui si pesano le informazioni sugli incunaboli d’oro, qui affilano le armi i segugi dei ladri d’élite. Sono i carabinieri del Comando Tutela patrimonio culturale, l’evoluzione di quel ristretto nucleo aperto dall’Arma nel 1969, che è stato il primo nato con il compito esclusivo di contrastare il business dell’arte violata: dalla Natività del Caravaggio finito in mano a Cosa Nostra, mistero irrisolto da 43 anni, alle chiese smontate pezzo dopo pezzo dai manovali di camorra. Oggi quei carabinieri sono a capo di un archivio che rappresenta un modello nel mondo, a cui si rivolgono per stage e addestramenti gli 007 europei, giapponesi, americani. Il colonnello Raffaele Mancino, che ha guidato fino a pochi giorni fa il Reparto, fa due conti sotto lo sguardo di una quattrocentesca Vergine del Ghirlandaio, valore 3 milioni di euro, ormai “regina” del vecchio ufficio. «Bisogna immaginare quei testi rari come oggetti invisibili, o quasi. Per questo, è un crimine in netta ascesa, quello del commercio di pagine antiche», premette Mancino. E aggiunge: «Il traffico si può valutare in decine di milioni all’anno. Gode di un mercato fortemente articolato, specie sul piano internazionale. Pseudo appassionati sono disposti a pagare cifre altissime per accaparrarsi cinquecentine o seicentine di inestimabile valore storico e scientifico. Il problema è che godono spesso di complicità eccellenti». Racconta il procuratore che a Napoli ha smascherato De Caro, Melillo, un bibliofilo anche lui, che «i libri o anche le sole pagine miniate diventano merce per club di potere, sfide giocate da un continente all’altro, senza bisogno di passare per i fondi protetti nei paradisi fiscali. Come se quelle pagine antiche fossero un titolo di garanzia». Giapponesi e russi sono grandi acquirenti di libri esibiti come status, o usati come pegno di tangenti milionarie: liberi di attraversare oceani per raggiungere collezioni private, o fungere da «fiches» di lusso prima di essere riscattati da movimenti di valuta con cinque e sei zeri.
IL FLUSSO DI DENARO
Ma quale flusso disegnano le statistiche? Chi sono questi banditi di libri antichi? L’antico vizio è un affare milionario che ha triplicato nell’ultimo triennio i suoi indicatori. I furti erano infatti 3.713 nel 2009, sono schizzati a 11.712 nel 2010 e si sono attestati appena sotto la soglia dei 10mila un anno fa. Numeri che offrono la garanzia dell’impunità: visto che a fronte di migliaia di furti, le denunce e gli arresti si contano — nel migliore dei casi — sue due mani. Mentre va meglio con i sequestri passati dai 16.397 del 2009 ai quasi 42mila del primo semestre 2012. Lazio, Umbria, Toscana e Campania le regioni più colpite, lì dove insistono abbazie, monasteri, antiche officine di studio.
Ma chi sono e dove colpiscono i ladri della carta preziosa che hanno svaligiato interi fondi? I banditi-Librì italiani hanno i volti più diversi. Ma un denominatore: facce pulite, valigetta o pc in spalla. A Cefalù, qualche anno fa, è pieno agosto quando i carabinieri risalgono a un insospettabile 41enne, Francesco, che è riuscito a rubare dalla biblioteca della Fondazione Mandralisca volumi rari per un valore complessivo di 500mila euro. Tutti messi in vendita su eBay: sarebbe stato l’ennesimo viaggio per il “De Rerum natura” di Lucrezio risalente al 1515, o per l’opera omnia di Aristotele datata 1579. Più di recente c’è stato chi, come Angelo, consulente economico di azienda, aveva puntato solo alle pagine miniate e ne aveva portate una dozzina nella sua casa del centro Italia, in Umbria, rispondendo esclusivamente di «incauto acquisto», e non c’è stato indizio in grado di ipotizzare la sua partecipazione ai furti. Più sofferta la cattura di Marcello, romano, 50 anni, che per due anni e mezzo è stato nel mirino dei carabinieri della “Tutela culturale”, inseguimenti spesso andati a vuoto. Fino a quella imprecisione che gli è costata la libertà, quel granellino di polvere che ha provocato la valanga. Nel suo caso, è stata la donazione sospetta ad un santo, in una chiesa peraltro “visitata” da lui stesso come ladro. Marcello conosceva i luoghi, ha lasciato le impronte, si è tradito. Ma la lotta è sempre impari. E i “capolavori” da ricercare: troppi.
Una pagina miniata di particolare bellezza, la Vergine quattrocentesca di Bartolomeo di Fruosino vale oggi 120mila euro. Mentre il testo più ricercato in Italia, da 27 anni, è un manoscritto da un milione di euro, un breviario del 1200: fu donato da San Filippo Benizzi a Santa Chiara da Montefalco (Perugia), e proprio dall’omonimo monastero è sparito nel 1985. Parole sedimentate per secoli, in quelle pagine, suonano come profetico monito. I predatori non potevano sapere d’aver fatto torto al meno bibliofilo dei santi, quel Filippo candidato al soglio pontificio. Diceva, Filippo: «Il Crocefisso è il mio testo caro, dove ho procurato d’imparare in vita. È l’unico libro che sia necessario leggere ». Altro che la febbre degli avidi Librì.
La Repubblica 02.11.12

Bersani: «Così cambieremo l’Italia», di Simone Collini

L’«incontro» tra progressisti e modera- ti, la «collaborazione» con Monti che proseguirà anche dopo il 2013, le primarie che hanno «rinvigorito» il Pd. Ma in questa intervista a l’Unità Pier Luigi Bersani fa anche un paio di annunci. Il primo: a dicembre saranno a Roma tutti i leader socialisti e democratici per rilanciare «una grande idea europeista» e per «creare una rete tra forze che vanno al di là delle antiche famiglie politiche». Il secondo: da presidente del Consiglio, nella Sala verde di Palazzo Chigi (quella in cui solitamente il governo riceve le parti sociali e i rappresentanti delle Regioni) convocherà prima di tutto associazioni e movimenti per discutere con loro come far fronte al disagio sociale che c’è nel Paese. Il leader del Pd guarda infatti già al futuro, e fa un ragionamento che può essere sintetizzato con questo titolo: così cambieremo l’Italia. Anche all’interno del Pd c’è chi considera ingiustificato l’ottimismo che ha espresso dopo le elezioni in Sicilia: come risponde, segretario Bersani? «Invitando a leggere i risultati elettorali, in particolare della lista del Pd e di quella di Crocetta, nella quale eravamo largamente presenti».«Ancora una volta, nel marasma generale, la nostra forza rimane intatta. In un mare grande di disaffezione, di rabbia, di protesta, attorno al Pd e al suo candidato convergono sia le esigenze di cambiamento sia le esigenze di governo. E quindi il messaggio che dobbiamo ricavare dice che la protesta da sola non risolve ma anche un governo senza cambiamento non servirebbe. E questa è un’indicazione che vale anche sul piano nazionale». Prima di cambiare piano, due cose sempre sulla Sicilia. La prima: lei ha definito questo risultato “storico”, e Renzi, Castagnetti e altri le hanno rimproverato di aver dimenticato Piersanti Mattarella. «Chi mi ha ascoltato in Sicilia, specialmente quando sono stato nei luoghi emblematici della lotta alla mafia, sa benissimo che non ho dimenticato Mattarella. È chiaro che con quella frase alludevo al fatto che per la prima volta le forze progressiste tutte insieme sono arrivate al governo della Regione».
La seconda cosa: lei parla di vittoria ma non sarà il movimento di Grillo, col suo 15%, il vero vincitore?
«In quel movimento ci sono istanze che interrogano tutti e che devono essere una parte del cambiamento, sulla sobrietà della politica, per un rapporto più diretto con i cittadini e anche un utilizzo largo degli strumenti moderni. Dopodiché queste istanze sono messe in un con testo politico che non può essere utile a un Paese che sta affrontando una crisi gravissima, che ha bisogno di una chiara visione europeista e concentrata sui temi sociali e del lavoro, un Paese che ha bisogno di una democrazia rappresentativa riformata e che non può essere governato da un tabernacolo. Se il modello 5 Stelle, come meccanismo di partecipazione, fosse trasferito alla dimensione di governo, sarebbe un nuovo eccezionalismo italiano, sarebbe fuori da ogni esperienza di democrazia rappresentativa». E se il modello Sicilia fosse trasferito alla dimensione nazionale? Pd e Udc alleati e Sel fuori?
«Io rimango fermo a quanto detto da un paio d’anni, che allora sembrava poco credibile e che invece si è rivelato via via più probabile, perché corrisponde a un’esigenza nazionale. Ovvero, noi aiutiamo a organizzare il campo dei progressisti che hanno una cultura di governo e che condividono l’idea di un confronto e di un incontro con le forze moderate europeiste. Questo è il messaggio politico fondamentale, che passa poi per applicazioni che possono avere un diverso segno. In Sicilia purtroppo non è stato possibile convincere una parte della sinistra a condividere un’esperienza importante. E il risultato ci dice che quello è stato un errore, che mi auguro ora faccia da insegnamento».
Veramente Casini dice “no ai vecchi tabù della sinistra” e Vendola che il leader Udc “non può essere nella nostra compagnia”: come può realizzarsi l’incontro tra progressisti e moderati?
«Guardi, siamo in una fase in cui prevalgono i fattori competitivi e l’esigenza di caratterizzarsi. Io però dico semplicemente: tenete conto tutti che il Pd è fermo su questa posizione, che peraltro figura nella carta d’intenti che ha lanciato le primarie».
Non c’è il rischio “ammucchiata”?
«La nostra proposta non è e non è mai stata di ammucchiata. C’è l’autonomia del campo progressista, che è disponibile a confrontarsi con le forze moderate che rifiutano una deriva populista e berlusconiana».
Le “applicazioni”, come dice lei, di questo modello dipendono anche dalla legge elettorale: dovesse rimanere il Porcellum può esserci una coalizione elettora- le che va dall’Udc a Sel?
«Il Porcellum non può rimanere in vigore e vanno assolutamente accolti gli appelli del Presidente della Repubblica adapprovare una nuova legge elettorale. Sono convinto che se si prosegue la discussione al Senato sulla base della traccia fondamentale prevista, ovvero premio al partito o alla coalizione che arriva prima attorno al 12,5%, soglia di sbarramento, norme sulla democrazia paritaria e sull’esclusione di gruppi inventati, rimane come punto aperto solo il modo di scegliere i parlamentari da parte degli elettori, che può trovare una soluzione nella discussione parlamentare».
Per quanto vi riguarda?
«Siamo contrari alle liste bloccate e preferiamo i collegi alle preferenze».
Nel Pd c’è chi giudica sbagliata anche la “traccia fondamentale”.
«È chiaro che alla fine verrebbe fuori una legge che possiamo accettare ma che non è quella che vogliamo noi. Il doppio turno di collegio, lo dico a futura memoria, è per noi la vera soluzione. Ma non abbiamo la maggioranza in Parlamento e un compromesso lo possiamo trovare solo attorno a quella traccia». Approvata la legge elettorale si può andare a elezioni anticipate?
«È una discussione che non capisco. Per noi lealtà vuol dire che il governo deve arrivare alla scadenza naturale della legislatura. Per fortuna abbiamo un Presidente della Repubblica che sa interpretare al meglio il suo ruolo, e inviterei tutti a non inventare soluzioni che non spettano ad altri che al Quirinale».
Non avete la maggioranza in Parlamento, diceva: nel caso la aveste dal 2013, quale saranno le vostre priorità?
«Tutto si riassume in due parole: moralità e lavoro. Prima di tutto serve una lenzuolata sui temi della democrazia, della sobrietà, della pulizia, dei diritti, della riscossa civica. È necessario partire da lì perché la barriera tra istituzioni ed elettori è diventata impressionante. Bisogna approvare norme che creino anche un certo rapporto sentimentale tra cittadini e politica. E l’operazione delle primarie è anticipatrice di questo, mostra che c’è una politica che si mette in gioco e che riprende con i cittadini un rapporto all’altezza degli occhi. Rivendico di aver visto giusto nel volere le primarie, e nel volerle aperte. Ci hanno rinvigorito. Ora, sapendo che servono per scegliere il candidato dei progressisti al governo, usiamole per parlare dell’Italia. E di far- le funzionare, perché se le facciamo per bene poi non ci ammazza nessuno». Diceva del lavoro: quali politiche vanno adottate per creare occupazione? «Intanto, servono una fiscalità e investmenti che diano lavoro, non a caso sulla legge di stabilità stiamo convincendo a portare tutta l’operazione in direzione dell’alleggerimento del carico su lavoratori e pensionati. E poi bisogna attuare politiche industriali che aiutino le imprese a rafforzarsi, che sollecitino l’innovazione, che mobilitino nel campo delle ricerche. Un discorso che riguarda l’industria ma anche l’agricoltura e il terziario».
Tra le nostre imprese principali c’è la Fiat, che ha messo 19 operai di Pomigliano in mobilità dopo che una sentenza della Corte d’appello di Roma ha disposto il reintegro di altrettanti iscritti Fiom: come giudica la mossa di Marchionne? «Inaccettabile perché urta la sensibilità di tutti, persino sul piano morale. Se hai commesso un errore o se ti viene riconosciuta una colpa, perché questo è il giudizio espresso dalla Corte, non puoi farla pagare ad altri». Il prossimo governo che rapporto dovrà avere con le parti sociali?
«Intanto, dovrà evitare di ritenere che parlare con i corpi sociali sia un impaccio, che è un’assurdità. E poi non dovrà ribadire una concertazione vacua e verbale. Bisogna ripartire da dei rapporti concreti, trasparenti, esigibili, darsi degli obiettivi misurabili. Non possiamo più battezzare come concertazione una cosa troppo vaga perché ne perdono di credibilità il sistema e tutte le rappresen- tanze, non solo il governo. Mentre ritengo prezioso il rapporto dell’esecutivo con le organizzazioni sociali. Tutte, non solo quelle economiche».
Cosa intende dire?
«Che vorrei vedere nella Sala verde la Caritas, l’Arci, le Acli, le associazioni del terzo settore. Le chiamerei per prime a Palazzo Chigi per discutere con loro come dare sollievo alla crisi sociale che c’è nella realtà del Paese, per capire qual è lo stato di disagio più acuto e come dare una risposta. Dobbiamo riuscire a rilanciare i consumi interni e questo ha a che fare anche con la tenuta dei sistemi di welfare, perché se la gente si deve pagare anche la sanità e la scuola la situazione diventa veramente complicata. Sulla scuola abbiamo chiesto al governo di fermarsi perché non possiamo continuare a colpire l’istruzione parlandone solo in termini di costi. Serve un ragionamento più di impianto su come rafforzare l’offerta formativa perché l’aumento di abbandono scolastico e la diminuzione delle iscrizioni all’università è una tendenza che va arrestata».
Dovesse arrivare a Palazzo Chigi, chiamerà Hollande come il presidente francese ha fatto con lei all’Eliseo?
«Non solo. Con i leader progressisti europei c’è una convergenza di analisi sul fatto che serve una verifica reciproca dei bilanci dei nostri Paesi, in cambio di qualche operazione sull’occupazione. E questo va fatto in tempi rapidi. Perciò noi continueremo il lavoro sulla dimensione internazionale. A metà dicembre, a Roma, ospiteremo un grande appuntamento a cui parteciperanno progressisti e democratici provenienti da ogni parte del mondo, per creare una rete che va al di là delle antiche famiglie. E D’Alema, in qualità di presidente della Feps, sta lavorando per organizzare a febbraio un incontro che ha l’obiettivo di lanciare sul piano politico una grande idea europeista». È una risposta a chi sostiene che in Europa vogliono ancora Monti dopo Monti? «Nella prossima legislatura serve una maggioranza politica. Per noi Monti resta una risorsa preziosissima. Tanto è vero, per dire quanto lo abbiamo a cuore, che nel giorno in cui ha detto che i partiti stanno messi male, io ero in Campania, in mezzo a un tumultuoso incontro con gli operai Irisbus, ad affrontare i precari della scuola in agitazione, ad incontrare i lavoratori forestali che da undici mesi non prendono lo stipendio, a parlare con un gruppo di esodati che solo lì sono 20 mila. E in nessuno di questi casi ho detto andate da Monti. Stiamo collaborando, in realtà. Si sta collaborando con lealtà. E lo faremo anche in futuro».
L’Unità 02.11.12

"Non c'è mai stata nessuna riforma del mercato del lavoro", di Roberto Ciccarelli

Per Chiara Saraceno, sociologa del lavoro esperta di sistemi di welfare e politiche della famiglia, il record della disoccupazione giovanile al 35,1% dimostra che «non è vero che chi non prosegue gli studi ha maggiori chance di trovare un lavoro rispetto a chi sceglie di proseguire gli studi. Sia che vadano a lavorare subito, sia che restino all’università, entrando più tardi sul mercato con una qualifica più elevata, questi ragazzi affrontano lo stesso problema: in Italia la domanda di lavoro è scarsa».
Come giudica la riforma dell’apprendistato proposta dal ministro Fornero?
Direi che è benvenuta, anche perchè in Italia l’apprendistato non ha funzionato bene. Quello che non mi convince è che è stata proposta come la soluzione alla disoccupazione giovanile. In realtà, questa categoria comprende i giovani fino a 26 anni, cioè soggetti che non sono più quelli che rientrano nell’apprendistato. E poi, per parlare seriamente di apprendistato, sarebbero necessarie imprese che lo utilizzino, cosa che invece non accade perchè le imprese italiane preferiscono forme di precariato più leggere e meno responsabilizzanti. Ciò non toglie che l’apprendistato potrebbe essere una soluzione per i giovani che, per motivi familiari o di interessi personali, vanno subito al lavoro e magari tornano a studiare più tardi. Ma non può essere considerata la soluzione per la loro disoccupazione.
Tra i giovani che invece scelgono l’università, il 60% sono fuori-corso e, una volta laureati, restano a lungo inattivi o disoccupati. Sono stati definiti «costi sociali» e il governo ha pensato anche ad aumentargli le tasse…
Il ministro Profumo si è espresso con battute non proprio felici su persone che, in realtà, sono serissime. Si pagano per anni gli studi con il loro lavoro ma, in cambio, non ricevono alcun servizio, per gli atenei semplicemente non esistono. Bisognerebbe pensare a lezioni in orari dedicati, a tutoraggi, ma visto che all’università si taglia di tutto e di più, oggi nemmeno questo è possibile.
Le tutele della riforma del lavoro garantiranno i giovani dalla disoccupazione di lunga durata?
Forse la mini-Aspi servirà a proteggere qualcuno in più, ma resta il problema dell’esclusione della maggioranza dei lavoratori con contratti precari. Con le buone intenzioni di impedire la proliferazione di questi contratti, che nascondono un rapporto a tempo indeterminato, la riforma ha imposto vincoli che hanno peggiorato la vita delle persone. Nelle ultime settimane ho incontrato giovani furibondi. Se prima aspettavano una settimana tra un contratto e l’altro, adesso stanno fermi due mesi senza stipendio e senza mini-Aspi. Un po’ come accade alla Rai. In realtà la riforma Fornero è solo una razionalizzazione parziale dell’esistente, e non è riuscita a istituire il contratto unico che invece doveva essere il suo perno centrale. In Italia non c’è stata una riforma del mercato del lavoro vera e propria. Piaccia o non piaccia, una riforma avrebbe dovuto omogeneizzare i rapporti di lavoro precari. Una riduzione della frammentazione c’è stata, ma solo ai margini. Tutto è rimasto come prima.
Sta dicendo che la riforma del lavoro ha mancato i suoi obiettivi?
Quando il mercato del lavoro non tira, le imprese sono in crisi, i periodi di disoccupazione si allungano e non esiste nemmeno un reddito minimo di ultima istanza, è assai rischioso fare riforme di questo genere. Difficile sostenere la riduzione del tempo della protezione sociale e poi dire ad una persona che sono cavoli suoi. È ingiusto in generale, ed è pesante quando non si trova lavoro. In più è stato ridotto il ricorso alla cassa integrazione straordinaria e non è stato creato un sistema di protezione universale per tutti i lavoratori. In questa vicenda non bisogna dimenticare che la colpa è anche dei sindacati.
Perché?
Non erano tanto favorevoli all’unificazione del sistema di protezione. Non hanno molto combattutto per il reddito minimo, difendendo quel poco che è rimasto dell’esistente, senza nemmeno cambiarne la logica. Capisco che in una situazione di crisi si cerchi di difendere gli interessi costituiti per chi ce l’ha, però bisognerebbe avere uno sguardo lungo.
Conferma la sua posizione pro-reddito?
Oggi più che mai. Siamo uno dei pochi paesi al mondo a non avere un reddito minimo. In Brasile, un paese certamente più complesso del nostro, il reddito viene erogato a 63 milioni di persone, cioè all’intera popolazione italiana. Non vedo perchè non lo si possa applicare anche in Italia, con le cautele del caso. Abbiamo perso per l’ennesima volta il treno. Per il governo è stato facile sostenere che non c’erano soldi, tanto ci pensa la famiglia. Lo ha sostenuto anche Monti. Ma fino a quando la famiglia potrà sostenere questo sforzo non è chiaro. E, poi, chi non ha la famiglia giusta che cosa fa? «il REDDITO minimo viene erogato a 63 milioni di brasiliani, non vedo perché non lo si possa applicare
anche in Italia»
Il Manifesto 01.11.10

“Non c’è mai stata nessuna riforma del mercato del lavoro”, di Roberto Ciccarelli

Per Chiara Saraceno, sociologa del lavoro esperta di sistemi di welfare e politiche della famiglia, il record della disoccupazione giovanile al 35,1% dimostra che «non è vero che chi non prosegue gli studi ha maggiori chance di trovare un lavoro rispetto a chi sceglie di proseguire gli studi. Sia che vadano a lavorare subito, sia che restino all’università, entrando più tardi sul mercato con una qualifica più elevata, questi ragazzi affrontano lo stesso problema: in Italia la domanda di lavoro è scarsa».
Come giudica la riforma dell’apprendistato proposta dal ministro Fornero?
Direi che è benvenuta, anche perchè in Italia l’apprendistato non ha funzionato bene. Quello che non mi convince è che è stata proposta come la soluzione alla disoccupazione giovanile. In realtà, questa categoria comprende i giovani fino a 26 anni, cioè soggetti che non sono più quelli che rientrano nell’apprendistato. E poi, per parlare seriamente di apprendistato, sarebbero necessarie imprese che lo utilizzino, cosa che invece non accade perchè le imprese italiane preferiscono forme di precariato più leggere e meno responsabilizzanti. Ciò non toglie che l’apprendistato potrebbe essere una soluzione per i giovani che, per motivi familiari o di interessi personali, vanno subito al lavoro e magari tornano a studiare più tardi. Ma non può essere considerata la soluzione per la loro disoccupazione.
Tra i giovani che invece scelgono l’università, il 60% sono fuori-corso e, una volta laureati, restano a lungo inattivi o disoccupati. Sono stati definiti «costi sociali» e il governo ha pensato anche ad aumentargli le tasse…
Il ministro Profumo si è espresso con battute non proprio felici su persone che, in realtà, sono serissime. Si pagano per anni gli studi con il loro lavoro ma, in cambio, non ricevono alcun servizio, per gli atenei semplicemente non esistono. Bisognerebbe pensare a lezioni in orari dedicati, a tutoraggi, ma visto che all’università si taglia di tutto e di più, oggi nemmeno questo è possibile.
Le tutele della riforma del lavoro garantiranno i giovani dalla disoccupazione di lunga durata?
Forse la mini-Aspi servirà a proteggere qualcuno in più, ma resta il problema dell’esclusione della maggioranza dei lavoratori con contratti precari. Con le buone intenzioni di impedire la proliferazione di questi contratti, che nascondono un rapporto a tempo indeterminato, la riforma ha imposto vincoli che hanno peggiorato la vita delle persone. Nelle ultime settimane ho incontrato giovani furibondi. Se prima aspettavano una settimana tra un contratto e l’altro, adesso stanno fermi due mesi senza stipendio e senza mini-Aspi. Un po’ come accade alla Rai. In realtà la riforma Fornero è solo una razionalizzazione parziale dell’esistente, e non è riuscita a istituire il contratto unico che invece doveva essere il suo perno centrale. In Italia non c’è stata una riforma del mercato del lavoro vera e propria. Piaccia o non piaccia, una riforma avrebbe dovuto omogeneizzare i rapporti di lavoro precari. Una riduzione della frammentazione c’è stata, ma solo ai margini. Tutto è rimasto come prima.
Sta dicendo che la riforma del lavoro ha mancato i suoi obiettivi?
Quando il mercato del lavoro non tira, le imprese sono in crisi, i periodi di disoccupazione si allungano e non esiste nemmeno un reddito minimo di ultima istanza, è assai rischioso fare riforme di questo genere. Difficile sostenere la riduzione del tempo della protezione sociale e poi dire ad una persona che sono cavoli suoi. È ingiusto in generale, ed è pesante quando non si trova lavoro. In più è stato ridotto il ricorso alla cassa integrazione straordinaria e non è stato creato un sistema di protezione universale per tutti i lavoratori. In questa vicenda non bisogna dimenticare che la colpa è anche dei sindacati.
Perché?
Non erano tanto favorevoli all’unificazione del sistema di protezione. Non hanno molto combattutto per il reddito minimo, difendendo quel poco che è rimasto dell’esistente, senza nemmeno cambiarne la logica. Capisco che in una situazione di crisi si cerchi di difendere gli interessi costituiti per chi ce l’ha, però bisognerebbe avere uno sguardo lungo.
Conferma la sua posizione pro-reddito?
Oggi più che mai. Siamo uno dei pochi paesi al mondo a non avere un reddito minimo. In Brasile, un paese certamente più complesso del nostro, il reddito viene erogato a 63 milioni di persone, cioè all’intera popolazione italiana. Non vedo perchè non lo si possa applicare anche in Italia, con le cautele del caso. Abbiamo perso per l’ennesima volta il treno. Per il governo è stato facile sostenere che non c’erano soldi, tanto ci pensa la famiglia. Lo ha sostenuto anche Monti. Ma fino a quando la famiglia potrà sostenere questo sforzo non è chiaro. E, poi, chi non ha la famiglia giusta che cosa fa? «il REDDITO minimo viene erogato a 63 milioni di brasiliani, non vedo perché non lo si possa applicare
anche in Italia»
Il Manifesto 01.11.10

"Grillo e Di Pietro, il mito infranto del partito degli onesti", di Michele Brambilla

Dunque la stagione politica di Di Pietro pare giunta al capolinea: è stato per anni il leader della protesta, ora al massimo diventerà un grillino di complemento. Non è la prima volta che un integerrimo trova qualcuno più integerrimo di lui: accadde anche a Robespierre, e parabole del genere le ha raccontate benissimo perfino Alberto Sordi con i suoi film, dal «Vigile» al «Moralista». Non stupiscono quindi né la cancellazione del nome dal simbolo del partito (quante icone, in politica, sono diventate all’improvviso motivo di imbarazzo), né la probabile dissoluzione della stessa Italia dei Valori. A stupire, piuttosto, è la reazione, diciamo così, «garantista», dell’intero fronte, diciamo così, «giustizialista».
Di Pietro è difeso a sciabola sfoderata sia dal «Fatto quotidiano» sia da Beppe Grillo, il quale l’ha addirittura proposto per il Quirinale. «Certamente meglio lui, uomo onesto, di Napolitano, il peggior presidente che abbiamo avuto», ha detto più o meno il comico e nuotatore genovese, e basterebbe questo per far capire di chi e di che cosa stiamo parlando.
Comunque. Perché chi è sempre stato tanto spietato con tutti i politici indagati o anche solo chiacchierati è ora tanto indulgente con Di Pietro? Perché le inchieste di Milena Gabanelli sono il Verbo quando toccano i professionisti della politica e spazzatura quando toccano quelli dell’antipolitica?
Azzardando una prima ipotesi benevola, si potrebbe dire questo: Grillo e il fronte giustizialista che lo sostiene non vogliono che si cada nell’equivoco del «tutti colpevoli quindi tutti innocenti». Non vogliono insomma che si corra il rischio di mettere ogni cosa e ogni persona sullo stesso piano. Questa è una preoccupazione legittima perché, effettivamente, sul motto «non facciamo i moralisti perché tanto tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare» c’è chi ci ha marciato, in questi anni.
Ma è chiaro che questa ipotesi benevola non basta a spiegare il motivo di tanto accanimento alla rovescia sul caso Di Pietro. Perché è certamente possibile che il leader dell’Italia dei Valori non abbia commesso alcun reato, e che possa chiarire tutto ciò che riguarda l’utilizzo del denaro ricevuto per l’attività politica. Ma è ancora più certo che, in casi analoghi e anche per molto meno, Grillo e i suoi alleati giornalistici non hanno usato la stessa clemenza. Hanno piuttosto gridato al ladro, chiesto immediate dimissioni, invocato ergastolo politico, suggerito di buttare via la chiave.
E allora, perché? Avanziamo un’altra ipotesi, questa. La scoperta della non impeccabilità di Di Pietro (che non impeccabile lo è a prescindere da quanto denunciato da Report: basta pensare alla scelta di tanti dirigenti sbagliati nel partito) smaschera il nulla politico che si nasconde dietro tutto quel fronte che da anni sta vivendo e lucrando sui peccati altrui.
Intendiamoci: meno male che c’è chi denuncia, punta il dito, s’indigna. Non ci fosse, politici e affaristi sarebbero ancor più liberi e indisturbati nelle loro razzie. Ma denunciare, puntare il dito e indignarsi, anche quando è legittimo, non è sufficiente per candidarsi a guidare un Paese. Per questo diciamo che tanta furia garantista pro Di Pietro è dovuta al fatto che quel che emerge sull’Italia dei Valori smaschera il nulla che c’è dietro a quel partito, ma anche dietro a Grillo e ai suoi sodali. Cioè dietro a tutto quel movimento di protesta che periodicamente si affaccia sulla scena di ogni nazione, denunciando (non senza ragioni) il marcio del potere, ma fermandosi lì.
Come si è presentato, quasi vent’anni fa, Di Pietro in politica? «Sono l’uomo dalle mani pulite». Come si chiama il suo partito. «Dei Valori». È di destra o di sinistra? «Sono onesto». Che programmi ha per la ripresa economica? «I corrotti in galera». E la sanità? «Non bisogna rubare». E l’Europa, l’America, i mercati emergenti, la questione ambientale, la bioetica? «Io non rubo». Tutto così. La verginità, anzi l’immacolata concezione come unica ragione sociale.
Ecco perché quando il mito dell’onestà assoluta si rivela per quello che è – un mito, appunto – non resta più niente. A Di Pietro e al suo successore Beppe Grillo.
La Stampa 02.11.10
******
“L’OCCUPAZIONE DEL POTERE”, di CLAUDIO TITO
SE CI si limitasse a interpretare l’ultima uscita di Beppe Grillo come una semplice provocazione, si sbaglierebbe di grosso. La candidatura di Antonio Di Pietro alla presidenza della Repubblica, non è una boutade improvvisata. Ma si sta rivelando come il primo passo di un preoccupante percorso politico. In Sicilia il Movimento Cinque Stelle ha ottenuto uno straordinario exploit elettorale.ORA l’ex comico — insieme al suo mentore Gianroberto Casaleggio — sta compiendo un vero e proprio salto di qualità nella comunicazione, negli obiettivi e nella qualità della sua azione. Non si limita più a denunciare e a colpire la “vecchia politica”. Non si tratta più solo di organizzare un movimento di protesta capace fino ad ora di cavalcare i sentimenti più viscerali dell’antipolitica. Adesso i suoi obiettivi sono esplicitamente “istituzionali”. O meglio gli incarichi istituzionali. Indicare il leader dell’Italia dei Valori come il prossimo capo dello Stato equivale a trasformare le 5Stelle in qualcosa di diverso. In un Movimento che già pensa a come prendere il potere e a come occuparlo. Un percorso politico, appunto, che viene fatto a tappe.
E una di queste è la sostanziale Opa che i grillini stanno approntando nei confronti dell’Idv. Un’offerta ostile per molti dei militanti e dirigenti dipietristi, ma del tutto amichevole per Di Pietro stesso. Una fusione tra il Movimento e il partito che descrive l’ulteriore segno della trasformazione di Beppe Grillo in qualcosa di diverso rispetto a quanto abbiamo visto in questi anni, dal Vaffa-day in poi. La contaminazione del Movimento con una struttura già presente alla Camera e al Senato, che ha avuto esperienze di governo e ora conta su sindaci disseminati sull’intero territorio nazionale, costituisce la prova di una modifica genetica dei grillini. Quindi, lanciare la corsa dell’ex pm verso il Quirinale — soprassedendo a tutti gli «errori commessi » — corrisponde alla implicita
candidatura di Grillo alla presidenza del Consiglio. È una mossa da leader politico. Forse la prima, in senso tecnico. Lui stesso, del resto, si è definito «capo politico» in un recente videomessagio. E anche in quel caso colpiva la novità della formula comunicativa: un modello “istituzionale” mai usato in precedenza. Testo scritto su un foglio, occhiali per leggere, posa tradizionale davanti ad una scrivania e sullo sfondo una libreria. Linguaggio “politichese” e un appello a cambiare registro: «Aiutateci». Uno schema che ricorda quello berlusconiano del 1994. Non solo. La definizione di «capo politico» ricalca quella che l’attuale legge elettorale — il Porcellum — da del candidato premier: i partiti «dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica». Nasce così un vero e proprio ticket elettorale: Grillo-Di Pietro. Una sorta di “Cartello degli alternativi”.
Una evoluzione di cui è bene che tutti prendano atto capendone i rischi e le derive. Si sta infatti materializzando un progetto che aizzando i più biechi istinti giacobinisti, sfrutta le debolezze di un Paese che vive una delle più pesanti crisi economiche della sua storia. Non è in discussione semplicemente un programma o la linea di un partito. Non sono in gioco le scelte di politica economica o sociale. L’aspetto che più allarma è quella somma di sfascio e antipolitica intrinseca al grillismo. L’idea di poter affrontare la recessione o la necessità di riammodernare l’Italia attraverso slogan e parole d’ordine sostanzialmente irrealizzabili. Pensare di non pagare il debito pubblico
o di uscire dall’euro equivale ad ingannare i cittadini o architettare la distruzione del
Paese.
Senza contare che il tutto è circondato da una certa opacità. Da meccanismi democratici a dir poco approssimativi e da un centro decisionale che solo a parole trasferisce ogni scelta alla “rete”. Anzi, sembra sempre più gestito e eterodiretto da soggetti che non rispondono a nessuno. Basti pensare a quel accade proprio su internet. Il dibattito sul blog dell’ex comico si svolge a colpi di diktat. Il confronto — come la possibilità dei militanti di andare in televisione — si svolge solo quando gradito. Altrimenti viene cancellato. Ed è quanto accaduto con la candidatura di Di Pietro e il rapporto con l’Idv: sul web se ne parla da una decina di giorni. Con una discussione condizionata dalla potenza di fuoco di cui gode Grillo. Che può contare su una decina di “influencer”, soggetti in grado di influenzare le opinioni dei blogger. Gli esperti spiegano che al fianco del Movimento 5Stelle ci sono una decina di persone con il cosiddetto “Indice Klout” superiore a 75: ossia capaci di condizionare oltre 100 mila utenti internet. Dieci “influencer” vuol dire pilotare un milione di persone e determinare di fatto il clima della rete. A favore o a sfavore.
Tutti aspetti, appunto, di cui ognuno deve prendere atto. Nella consapevolezza che la “svolta politica” di Grillo può colpire in primo luogo lo schieramento progressista. Ma soprattutto far scavalcare definitivamente al Paese il crinale che ci separa dall’antipolitica e dal
marasma.
La Repubblica 02.11.12
******
“Maschilismo a cinque stelle”, di Sara Ventroni
Noi che siamo sopravvissute al ventennio delle battute da crociera, agli aforismi climaterici, alle cascamortaggini senili; noi che conosciamo le Mille e una Notte di nipoti egiziane, noi che sappiamo di essere tutte delle potenziali «culone inchiavabili» come la Merkel, noi non ci stupiamo di Beppe Grillo. Sappiamo riconoscere la continuità. Il rigore machista. Per semplificare la chiameremo: agenda Berlusconi.
Si tratta di un patrimonio ricco, che non può essere disperso per colpa di una manciata di femministe di Se non ora quando. Il Grillo Qualunque se ne fa interprete. Il vuoto che lascia il Cavaliere è già riempito. A battutista segue battutista. E tutto si tiene. La notizia è piccola-piccola, la solita battuta praecox e rancorosa, ma fa il giro del web: Beppe Grillo, il capo non capo, il duce liquido, il natante prodigioso, redarguisce Federica Salsi, consigliera 5 stelle a Bologna, rea di aver partecipato a Ballarò: la donna è colpevole di aver ceduto alle lusinghe dell’orgasmo mediatico del talk show.
Sgraniamo gli occhi e fiutiamo subito il trappolone. Sappiamo infatti che a una nostra reazione corrisponderà un’azione uguale e contraria, cioè l’insulto travestito da gag sorniona: donne moraliste, non avete capito la battuta. Io sono un comico. Un giullare. Un creativo. Un San Francesco. Uno Steve Jobs. Io posso tutto. Io sono il re delle sentenze e oggi vi dico che la televisione è marcia. State affamate, state pazze. Prendiamo carta e penna. Scriviamo tutte insieme: c’è del marcio in Danimarca. A parlare non è Shakespeare né Peter Sellers ma il Nuovo Censore Popolare. Il Savonarola due punto zero. La verità è che siamo ancora alla compagnia di giro. Altro che guru. Altro che Casaleggio travestito da John Lennon, il visionario. Qui siamo al comico feroce dall’ego suscettibile, pronto a cambiare il naso rosso da clown con il fez. Non è da tutti inoltrare comunicati via web, con la biblioteca alle spalle, il piglio salvifico e l’editto pronto nel primo cassetto.
Il copione è lo stesso. Noi donne sappiamo che intervenire nella querelle significherebbe attirarsi gli strali di uomini emancipati come Fred Flinstone. La vera novità è che stavolta, a rispondere, non sarebbe il Giornale né Libero, ma l’uomo nuovo della politica italiana, con un comunicato ad hoc contro le femmine moraliste. Le benpensanti.
Allora non stiamo al gioco. Ci limitiamo a salutare la novità antropologica dei candidati 5 stelle. Gente perbene. Gente nuova. Senza sesso e senza personalità. Come gli angeli custodi. Marionette nelle mani di un burattinaio itinerante. Il grande vecchio che avanza è infatti altrove, nel retrobottega, a trafficare con sondaggi e web cam. Noi non siamo un partito, dice Grillo. Non abbiamo capi. Il filosofo Cacciari esulta: almeno in Italia l’antipolitica non è di destra. Non c’è Alba Dorata. Niente neonazismo. Si tratta di un’antipolitica tutto sommato civile. Professore, stia più attento. Inoltre: ha visto che fine hanno fatto i Piraten tedeschi?
Noi, molto modestamente, immaginiamo questo: dopo aver trovato il fantomatico punto G (Floris, scrivilo nel curriculum) agli attivisti cinque stelle si ordinerà: 1) non bisogna dare del lei; 2) per finanziare la campagna del movimento, fondete fedi nuziali e anelli di fidanzamento; 3) l’euro si porta a quota novanta; 4) bonificheremo il litorale paludoso di Ravenna.
Ed è subito rivoluzione.
L’Unità 02.11.12

“Grillo e Di Pietro, il mito infranto del partito degli onesti”, di Michele Brambilla

Dunque la stagione politica di Di Pietro pare giunta al capolinea: è stato per anni il leader della protesta, ora al massimo diventerà un grillino di complemento. Non è la prima volta che un integerrimo trova qualcuno più integerrimo di lui: accadde anche a Robespierre, e parabole del genere le ha raccontate benissimo perfino Alberto Sordi con i suoi film, dal «Vigile» al «Moralista». Non stupiscono quindi né la cancellazione del nome dal simbolo del partito (quante icone, in politica, sono diventate all’improvviso motivo di imbarazzo), né la probabile dissoluzione della stessa Italia dei Valori. A stupire, piuttosto, è la reazione, diciamo così, «garantista», dell’intero fronte, diciamo così, «giustizialista».
Di Pietro è difeso a sciabola sfoderata sia dal «Fatto quotidiano» sia da Beppe Grillo, il quale l’ha addirittura proposto per il Quirinale. «Certamente meglio lui, uomo onesto, di Napolitano, il peggior presidente che abbiamo avuto», ha detto più o meno il comico e nuotatore genovese, e basterebbe questo per far capire di chi e di che cosa stiamo parlando.
Comunque. Perché chi è sempre stato tanto spietato con tutti i politici indagati o anche solo chiacchierati è ora tanto indulgente con Di Pietro? Perché le inchieste di Milena Gabanelli sono il Verbo quando toccano i professionisti della politica e spazzatura quando toccano quelli dell’antipolitica?
Azzardando una prima ipotesi benevola, si potrebbe dire questo: Grillo e il fronte giustizialista che lo sostiene non vogliono che si cada nell’equivoco del «tutti colpevoli quindi tutti innocenti». Non vogliono insomma che si corra il rischio di mettere ogni cosa e ogni persona sullo stesso piano. Questa è una preoccupazione legittima perché, effettivamente, sul motto «non facciamo i moralisti perché tanto tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare» c’è chi ci ha marciato, in questi anni.
Ma è chiaro che questa ipotesi benevola non basta a spiegare il motivo di tanto accanimento alla rovescia sul caso Di Pietro. Perché è certamente possibile che il leader dell’Italia dei Valori non abbia commesso alcun reato, e che possa chiarire tutto ciò che riguarda l’utilizzo del denaro ricevuto per l’attività politica. Ma è ancora più certo che, in casi analoghi e anche per molto meno, Grillo e i suoi alleati giornalistici non hanno usato la stessa clemenza. Hanno piuttosto gridato al ladro, chiesto immediate dimissioni, invocato ergastolo politico, suggerito di buttare via la chiave.
E allora, perché? Avanziamo un’altra ipotesi, questa. La scoperta della non impeccabilità di Di Pietro (che non impeccabile lo è a prescindere da quanto denunciato da Report: basta pensare alla scelta di tanti dirigenti sbagliati nel partito) smaschera il nulla politico che si nasconde dietro tutto quel fronte che da anni sta vivendo e lucrando sui peccati altrui.
Intendiamoci: meno male che c’è chi denuncia, punta il dito, s’indigna. Non ci fosse, politici e affaristi sarebbero ancor più liberi e indisturbati nelle loro razzie. Ma denunciare, puntare il dito e indignarsi, anche quando è legittimo, non è sufficiente per candidarsi a guidare un Paese. Per questo diciamo che tanta furia garantista pro Di Pietro è dovuta al fatto che quel che emerge sull’Italia dei Valori smaschera il nulla che c’è dietro a quel partito, ma anche dietro a Grillo e ai suoi sodali. Cioè dietro a tutto quel movimento di protesta che periodicamente si affaccia sulla scena di ogni nazione, denunciando (non senza ragioni) il marcio del potere, ma fermandosi lì.
Come si è presentato, quasi vent’anni fa, Di Pietro in politica? «Sono l’uomo dalle mani pulite». Come si chiama il suo partito. «Dei Valori». È di destra o di sinistra? «Sono onesto». Che programmi ha per la ripresa economica? «I corrotti in galera». E la sanità? «Non bisogna rubare». E l’Europa, l’America, i mercati emergenti, la questione ambientale, la bioetica? «Io non rubo». Tutto così. La verginità, anzi l’immacolata concezione come unica ragione sociale.
Ecco perché quando il mito dell’onestà assoluta si rivela per quello che è – un mito, appunto – non resta più niente. A Di Pietro e al suo successore Beppe Grillo.
La Stampa 02.11.10
******
“L’OCCUPAZIONE DEL POTERE”, di CLAUDIO TITO
SE CI si limitasse a interpretare l’ultima uscita di Beppe Grillo come una semplice provocazione, si sbaglierebbe di grosso. La candidatura di Antonio Di Pietro alla presidenza della Repubblica, non è una boutade improvvisata. Ma si sta rivelando come il primo passo di un preoccupante percorso politico. In Sicilia il Movimento Cinque Stelle ha ottenuto uno straordinario exploit elettorale.ORA l’ex comico — insieme al suo mentore Gianroberto Casaleggio — sta compiendo un vero e proprio salto di qualità nella comunicazione, negli obiettivi e nella qualità della sua azione. Non si limita più a denunciare e a colpire la “vecchia politica”. Non si tratta più solo di organizzare un movimento di protesta capace fino ad ora di cavalcare i sentimenti più viscerali dell’antipolitica. Adesso i suoi obiettivi sono esplicitamente “istituzionali”. O meglio gli incarichi istituzionali. Indicare il leader dell’Italia dei Valori come il prossimo capo dello Stato equivale a trasformare le 5Stelle in qualcosa di diverso. In un Movimento che già pensa a come prendere il potere e a come occuparlo. Un percorso politico, appunto, che viene fatto a tappe.
E una di queste è la sostanziale Opa che i grillini stanno approntando nei confronti dell’Idv. Un’offerta ostile per molti dei militanti e dirigenti dipietristi, ma del tutto amichevole per Di Pietro stesso. Una fusione tra il Movimento e il partito che descrive l’ulteriore segno della trasformazione di Beppe Grillo in qualcosa di diverso rispetto a quanto abbiamo visto in questi anni, dal Vaffa-day in poi. La contaminazione del Movimento con una struttura già presente alla Camera e al Senato, che ha avuto esperienze di governo e ora conta su sindaci disseminati sull’intero territorio nazionale, costituisce la prova di una modifica genetica dei grillini. Quindi, lanciare la corsa dell’ex pm verso il Quirinale — soprassedendo a tutti gli «errori commessi » — corrisponde alla implicita
candidatura di Grillo alla presidenza del Consiglio. È una mossa da leader politico. Forse la prima, in senso tecnico. Lui stesso, del resto, si è definito «capo politico» in un recente videomessagio. E anche in quel caso colpiva la novità della formula comunicativa: un modello “istituzionale” mai usato in precedenza. Testo scritto su un foglio, occhiali per leggere, posa tradizionale davanti ad una scrivania e sullo sfondo una libreria. Linguaggio “politichese” e un appello a cambiare registro: «Aiutateci». Uno schema che ricorda quello berlusconiano del 1994. Non solo. La definizione di «capo politico» ricalca quella che l’attuale legge elettorale — il Porcellum — da del candidato premier: i partiti «dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica». Nasce così un vero e proprio ticket elettorale: Grillo-Di Pietro. Una sorta di “Cartello degli alternativi”.
Una evoluzione di cui è bene che tutti prendano atto capendone i rischi e le derive. Si sta infatti materializzando un progetto che aizzando i più biechi istinti giacobinisti, sfrutta le debolezze di un Paese che vive una delle più pesanti crisi economiche della sua storia. Non è in discussione semplicemente un programma o la linea di un partito. Non sono in gioco le scelte di politica economica o sociale. L’aspetto che più allarma è quella somma di sfascio e antipolitica intrinseca al grillismo. L’idea di poter affrontare la recessione o la necessità di riammodernare l’Italia attraverso slogan e parole d’ordine sostanzialmente irrealizzabili. Pensare di non pagare il debito pubblico
o di uscire dall’euro equivale ad ingannare i cittadini o architettare la distruzione del
Paese.
Senza contare che il tutto è circondato da una certa opacità. Da meccanismi democratici a dir poco approssimativi e da un centro decisionale che solo a parole trasferisce ogni scelta alla “rete”. Anzi, sembra sempre più gestito e eterodiretto da soggetti che non rispondono a nessuno. Basti pensare a quel accade proprio su internet. Il dibattito sul blog dell’ex comico si svolge a colpi di diktat. Il confronto — come la possibilità dei militanti di andare in televisione — si svolge solo quando gradito. Altrimenti viene cancellato. Ed è quanto accaduto con la candidatura di Di Pietro e il rapporto con l’Idv: sul web se ne parla da una decina di giorni. Con una discussione condizionata dalla potenza di fuoco di cui gode Grillo. Che può contare su una decina di “influencer”, soggetti in grado di influenzare le opinioni dei blogger. Gli esperti spiegano che al fianco del Movimento 5Stelle ci sono una decina di persone con il cosiddetto “Indice Klout” superiore a 75: ossia capaci di condizionare oltre 100 mila utenti internet. Dieci “influencer” vuol dire pilotare un milione di persone e determinare di fatto il clima della rete. A favore o a sfavore.
Tutti aspetti, appunto, di cui ognuno deve prendere atto. Nella consapevolezza che la “svolta politica” di Grillo può colpire in primo luogo lo schieramento progressista. Ma soprattutto far scavalcare definitivamente al Paese il crinale che ci separa dall’antipolitica e dal
marasma.
La Repubblica 02.11.12
******
“Maschilismo a cinque stelle”, di Sara Ventroni
Noi che siamo sopravvissute al ventennio delle battute da crociera, agli aforismi climaterici, alle cascamortaggini senili; noi che conosciamo le Mille e una Notte di nipoti egiziane, noi che sappiamo di essere tutte delle potenziali «culone inchiavabili» come la Merkel, noi non ci stupiamo di Beppe Grillo. Sappiamo riconoscere la continuità. Il rigore machista. Per semplificare la chiameremo: agenda Berlusconi.
Si tratta di un patrimonio ricco, che non può essere disperso per colpa di una manciata di femministe di Se non ora quando. Il Grillo Qualunque se ne fa interprete. Il vuoto che lascia il Cavaliere è già riempito. A battutista segue battutista. E tutto si tiene. La notizia è piccola-piccola, la solita battuta praecox e rancorosa, ma fa il giro del web: Beppe Grillo, il capo non capo, il duce liquido, il natante prodigioso, redarguisce Federica Salsi, consigliera 5 stelle a Bologna, rea di aver partecipato a Ballarò: la donna è colpevole di aver ceduto alle lusinghe dell’orgasmo mediatico del talk show.
Sgraniamo gli occhi e fiutiamo subito il trappolone. Sappiamo infatti che a una nostra reazione corrisponderà un’azione uguale e contraria, cioè l’insulto travestito da gag sorniona: donne moraliste, non avete capito la battuta. Io sono un comico. Un giullare. Un creativo. Un San Francesco. Uno Steve Jobs. Io posso tutto. Io sono il re delle sentenze e oggi vi dico che la televisione è marcia. State affamate, state pazze. Prendiamo carta e penna. Scriviamo tutte insieme: c’è del marcio in Danimarca. A parlare non è Shakespeare né Peter Sellers ma il Nuovo Censore Popolare. Il Savonarola due punto zero. La verità è che siamo ancora alla compagnia di giro. Altro che guru. Altro che Casaleggio travestito da John Lennon, il visionario. Qui siamo al comico feroce dall’ego suscettibile, pronto a cambiare il naso rosso da clown con il fez. Non è da tutti inoltrare comunicati via web, con la biblioteca alle spalle, il piglio salvifico e l’editto pronto nel primo cassetto.
Il copione è lo stesso. Noi donne sappiamo che intervenire nella querelle significherebbe attirarsi gli strali di uomini emancipati come Fred Flinstone. La vera novità è che stavolta, a rispondere, non sarebbe il Giornale né Libero, ma l’uomo nuovo della politica italiana, con un comunicato ad hoc contro le femmine moraliste. Le benpensanti.
Allora non stiamo al gioco. Ci limitiamo a salutare la novità antropologica dei candidati 5 stelle. Gente perbene. Gente nuova. Senza sesso e senza personalità. Come gli angeli custodi. Marionette nelle mani di un burattinaio itinerante. Il grande vecchio che avanza è infatti altrove, nel retrobottega, a trafficare con sondaggi e web cam. Noi non siamo un partito, dice Grillo. Non abbiamo capi. Il filosofo Cacciari esulta: almeno in Italia l’antipolitica non è di destra. Non c’è Alba Dorata. Niente neonazismo. Si tratta di un’antipolitica tutto sommato civile. Professore, stia più attento. Inoltre: ha visto che fine hanno fatto i Piraten tedeschi?
Noi, molto modestamente, immaginiamo questo: dopo aver trovato il fantomatico punto G (Floris, scrivilo nel curriculum) agli attivisti cinque stelle si ordinerà: 1) non bisogna dare del lei; 2) per finanziare la campagna del movimento, fondete fedi nuziali e anelli di fidanzamento; 3) l’euro si porta a quota novanta; 4) bonificheremo il litorale paludoso di Ravenna.
Ed è subito rivoluzione.
L’Unità 02.11.12