Fassina: E’ gravissima la ritorsione di Fiat-Chrysler su 19 lavoratori assunti a Fabbrica Italia Pomigliano in risposta alla condanna per discriminazione sindacale. Dopo la raccolta di firme avviata nei giorni scorsi tra i lavoratori dello stabilimento campano contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma, l’azienda continua a alimentare la guerra tra i lavoratori”. L’atteggiamento di Sergio Marchionne sulla vicenda dei 19 operai di Pomigliano messi in mobilità è “inaccettabile perché urta la sensibilità di tutti, persino sul piano morale”. Lo afferma, in una intervista a L’Unità, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. “Se hai commesso un errore o se ti viene riconosciuta una colpa, perché questo è il giudizio espresso dalla Corte, non puoi farla pagare ad altri”, conclude Bersani.
“Quello che avviene a Pomigliano è terribile e inaccettabile”. Lo afferma Rosy Bindi presidente dell’Assemblea nazionale del PD e vicepresidente della Camera.
“La Fiat – rileva – ha messo in atto una vera e propria rappresaglia sindacale: operai riassunti per legge contro operai licenziati. Sarebbe questa la modernità che insegue un’azienda che è stata ed è un simbolo dell’Italia? Sarebbe questa la via del progresso, del futuro, del riformismo che Fiat vorrebbe indicare al Paese cancellando oltre un secolo di conquiste per i diritti e la democrazia? Non è credibile che per rispettare la legge si mettano alla porta 19 dipendenti. E’ una prova di arroganza da padrone delle ferriere non di capacita di innovare, di crescere, di affrontare le sfide di questo tempo. A Marchionne assicuriamo che l’Italia vuole cambiare ma lo farà senza precipitare nel passato. E non sarà lui a indicare la rotta né al governo tecnico di Monti né alla coalizione di centrosinistra che si candida a governare in primavera. Noi cambieremo e ricostruiremo l’Italia nel solco della Costituzione e nel rispetto dei principi della Repubblica fondata sui diritti della persona e del lavoro. Ma fin d’ora chiediamo al ministro Fornero di farsi sentire, con la stessa fermezza e la stessa energia con cui ha difeso la riforma delle pensioni”, conclude Bindi.
“E’ gravissima la ritorsione di Fiat-Chrysler su 19 lavoratori assunti a Fabbrica Italia Pomigliano in risposta alla condanna per discriminazione sindacale. Dopo la raccolta di firme avviata nei giorni scorsi tra i lavoratori dello stabilimento campano contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma, l’azienda continua a alimentare la guerra tra i lavoratori”, ha commentato Stefano Fassina, Responsabile economia e lavoro del PD.
“E’ un comportamento inaccettabile. Nonostante la situazione di sottoutilizzo degli impianti, si poteva trovare una soluzione diversa. Si poteva concordare con le organizzazioni sindacali la redistribuzione tra tutti i lavoratori del poco lavoro che c’è. Invece, l’azienda sceglie di alimentare il conflitto in un quadro occupazionale sempre più difficile. Esprimiamo la nostra solidarietà ai 19 lavoratori licenziati, ai 145 lavoratori discriminati e a tutti i lavoratori del gruppo Fiat-Chrysler. Il governo di fronte a tali comportamenti non può stare a guardare. Deve intervenire al fine di far prevalere un comportamento cooperativo e costruttivo da parte di Fiat-Chrysler. E’ in gioco la dignità delle persone che lavorano, condizione fondamentale della nostra democrazia”.
L’europarlamentare campano del PD, Andrea Cozzolino ha ribadito su Twitter: “E’ inaccettabile la decisione della Fiat. Mettere 19 operai in mobilita’ per assumere i 19 Fiom è uno schiaffo ai diritti dei lavoratori”.
“Marchionne è un piromane”, hanno dichiarato i senatori del PD Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, il colpo di mano annunciato di voler licenziare 19 dipendenti Fiat di Pomigliano per procedere al reintegro degli iscritti alla Fiom giustamente impostogli dal tribunale ha il solo scopo di scatenare una guerra tra lavoratori. E’ una rappresaglia scandalosa, che deve essere condannata con fermezza da tutti coloro ritengono che il mondo del lavoro in Italia non debba tramutarsi in un pericoloso far west”.
Hanno concluso i senatori democratici: “Quella dell’Ad di Fiat, che sta smontando pezzo per pezzo il settore auto italiano, ci auguriamo sia una provocazione maldestra, dettata da un’evidente momento di difficoltà, piuttosto che un tipo di attitudine imprenditoriale che credevamo archiviata decine di anni fà. I ricatti di Marchionne, a partire da quello che ha dato origine a tutta la vicenda Pomigliano, rappresentano la pagina peggiore della dolorosa china discendente su cui il manager ha messo la Fiat, un pezzo del nostro Paese che e’ stato evidentemente affidato alle mani sbagliate’,
****
Discordanti i commenti dei rappresentanti sindacali in merito alla decisione della Fiat di mettere in mobilità nella fabbrica di Pomigliano 19 lavoratori.
Si tratta di “un ricatto inaccettabile, una strategia vergognosa che ha il solo scopo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri” per il segretario confederale della Cgil, Elena Lattuada.
“A quale Fiat bisogna credere?”, ha commentato Lattuada. “A quella che ieri annunciava che non intende chiudere alcuno stabilimento o a quella che con la decisione di oggi avvia una irresponsabile campagna di licenziamenti? Se è davvero quest’ultima la risposta è assolutamente inaccettabile. Nel rivendicare il diritto inappellabile dei lavoratori di potersi scegliere liberamente il sindacato, e a non essere discriminati per questo, non abbiamo mai chiesto ne’ mai pensato che altri lavoratori dovessero essere subire tale ricatto. E’ solo e soltanto la vergognosa decisione – ha concluso Lattuada – di un’azienda che per coprire le lacune del suo piano non trova di meglio che mettere lavoratori contro lavoratori”.
“Non siamo di fronte a un nuovo piano, siamo di fronte a Marchionne che ripropone solo 17 dei modelli già inseriti nel vecchio piano Fabbrica Italia: sono solo rinviati, posticipati”. Così il responsabile auto della Fiom-Cgil, Giorgio Airaudo, ospite di ‘RadioAnch’io’ a proposito di Fiat.
“Siamo di fronte a previsioni che sembrano più un oroscopo che un piano industriale. Marchionne continua a fare tutto da solo, se la canta e se la suona – ha affermato ancora Airaudo – è molto bravo a trovare gli effetti e poi a far finta di trovare le soluzioni”.
****
Completamente ribaltata la prospettiva che propone il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. “Da due o tre anni dura un gioco al massacro prodotto dalla Fiom, in combutta con i poteri della finanza, che non perdonano alla Fiat di approvvigionarsi finanziariamente fuori dall’Italia. Per Bonanni, “l’accusa che si è fatta alla Fiat è di non aver mantenuto la parola di raddoppiare la produzione” a Pomigliano ma, continua, “il progetto si è dovuto fermare per un restringimento della base di mercato. Chiunque abbia buon senso non poteva che ritenere possibile un riposizionamento”.
“Una conclusione inevitabile, purtroppo”, anche per il segretario della Uil Luigi Angeletti. “L’unica alternativa sarebbe stata che l’azienda si sobbarcasse diciannove persone per le quali non ha lavoro. Già c’è la cassa integrazione, quindi obiettivamente non ci sono posti di lavoro in più da occupare – ha proseguito Angeletti – se fosse così semplice, se bastasse che il giudice aumentasse le persone che devono essere occupate, e la Fiat così come qualsiasi altra azienda, se li dovesse tenere sarebbe troppo bello. E’ ovvio che il numero di dipendenti che oggi ha il lavoro è inferiore al numero effettivo delle persone che sono state assunte”.
da www.partitodemocratico.it
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Fiat e i 19 lavoratori di Pomigliano. L’atteggiamento di Marchionne è inaccettabile
Fassina: E’ gravissima la ritorsione di Fiat-Chrysler su 19 lavoratori assunti a Fabbrica Italia Pomigliano in risposta alla condanna per discriminazione sindacale. Dopo la raccolta di firme avviata nei giorni scorsi tra i lavoratori dello stabilimento campano contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma, l’azienda continua a alimentare la guerra tra i lavoratori”. L’atteggiamento di Sergio Marchionne sulla vicenda dei 19 operai di Pomigliano messi in mobilità è “inaccettabile perché urta la sensibilità di tutti, persino sul piano morale”. Lo afferma, in una intervista a L’Unità, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. “Se hai commesso un errore o se ti viene riconosciuta una colpa, perché questo è il giudizio espresso dalla Corte, non puoi farla pagare ad altri”, conclude Bersani.
“Quello che avviene a Pomigliano è terribile e inaccettabile”. Lo afferma Rosy Bindi presidente dell’Assemblea nazionale del PD e vicepresidente della Camera.
“La Fiat – rileva – ha messo in atto una vera e propria rappresaglia sindacale: operai riassunti per legge contro operai licenziati. Sarebbe questa la modernità che insegue un’azienda che è stata ed è un simbolo dell’Italia? Sarebbe questa la via del progresso, del futuro, del riformismo che Fiat vorrebbe indicare al Paese cancellando oltre un secolo di conquiste per i diritti e la democrazia? Non è credibile che per rispettare la legge si mettano alla porta 19 dipendenti. E’ una prova di arroganza da padrone delle ferriere non di capacita di innovare, di crescere, di affrontare le sfide di questo tempo. A Marchionne assicuriamo che l’Italia vuole cambiare ma lo farà senza precipitare nel passato. E non sarà lui a indicare la rotta né al governo tecnico di Monti né alla coalizione di centrosinistra che si candida a governare in primavera. Noi cambieremo e ricostruiremo l’Italia nel solco della Costituzione e nel rispetto dei principi della Repubblica fondata sui diritti della persona e del lavoro. Ma fin d’ora chiediamo al ministro Fornero di farsi sentire, con la stessa fermezza e la stessa energia con cui ha difeso la riforma delle pensioni”, conclude Bindi.
“E’ gravissima la ritorsione di Fiat-Chrysler su 19 lavoratori assunti a Fabbrica Italia Pomigliano in risposta alla condanna per discriminazione sindacale. Dopo la raccolta di firme avviata nei giorni scorsi tra i lavoratori dello stabilimento campano contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma, l’azienda continua a alimentare la guerra tra i lavoratori”, ha commentato Stefano Fassina, Responsabile economia e lavoro del PD.
“E’ un comportamento inaccettabile. Nonostante la situazione di sottoutilizzo degli impianti, si poteva trovare una soluzione diversa. Si poteva concordare con le organizzazioni sindacali la redistribuzione tra tutti i lavoratori del poco lavoro che c’è. Invece, l’azienda sceglie di alimentare il conflitto in un quadro occupazionale sempre più difficile. Esprimiamo la nostra solidarietà ai 19 lavoratori licenziati, ai 145 lavoratori discriminati e a tutti i lavoratori del gruppo Fiat-Chrysler. Il governo di fronte a tali comportamenti non può stare a guardare. Deve intervenire al fine di far prevalere un comportamento cooperativo e costruttivo da parte di Fiat-Chrysler. E’ in gioco la dignità delle persone che lavorano, condizione fondamentale della nostra democrazia”.
L’europarlamentare campano del PD, Andrea Cozzolino ha ribadito su Twitter: “E’ inaccettabile la decisione della Fiat. Mettere 19 operai in mobilita’ per assumere i 19 Fiom è uno schiaffo ai diritti dei lavoratori”.
“Marchionne è un piromane”, hanno dichiarato i senatori del PD Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, il colpo di mano annunciato di voler licenziare 19 dipendenti Fiat di Pomigliano per procedere al reintegro degli iscritti alla Fiom giustamente impostogli dal tribunale ha il solo scopo di scatenare una guerra tra lavoratori. E’ una rappresaglia scandalosa, che deve essere condannata con fermezza da tutti coloro ritengono che il mondo del lavoro in Italia non debba tramutarsi in un pericoloso far west”.
Hanno concluso i senatori democratici: “Quella dell’Ad di Fiat, che sta smontando pezzo per pezzo il settore auto italiano, ci auguriamo sia una provocazione maldestra, dettata da un’evidente momento di difficoltà, piuttosto che un tipo di attitudine imprenditoriale che credevamo archiviata decine di anni fà. I ricatti di Marchionne, a partire da quello che ha dato origine a tutta la vicenda Pomigliano, rappresentano la pagina peggiore della dolorosa china discendente su cui il manager ha messo la Fiat, un pezzo del nostro Paese che e’ stato evidentemente affidato alle mani sbagliate’,
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Discordanti i commenti dei rappresentanti sindacali in merito alla decisione della Fiat di mettere in mobilità nella fabbrica di Pomigliano 19 lavoratori.
Si tratta di “un ricatto inaccettabile, una strategia vergognosa che ha il solo scopo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri” per il segretario confederale della Cgil, Elena Lattuada.
“A quale Fiat bisogna credere?”, ha commentato Lattuada. “A quella che ieri annunciava che non intende chiudere alcuno stabilimento o a quella che con la decisione di oggi avvia una irresponsabile campagna di licenziamenti? Se è davvero quest’ultima la risposta è assolutamente inaccettabile. Nel rivendicare il diritto inappellabile dei lavoratori di potersi scegliere liberamente il sindacato, e a non essere discriminati per questo, non abbiamo mai chiesto ne’ mai pensato che altri lavoratori dovessero essere subire tale ricatto. E’ solo e soltanto la vergognosa decisione – ha concluso Lattuada – di un’azienda che per coprire le lacune del suo piano non trova di meglio che mettere lavoratori contro lavoratori”.
“Non siamo di fronte a un nuovo piano, siamo di fronte a Marchionne che ripropone solo 17 dei modelli già inseriti nel vecchio piano Fabbrica Italia: sono solo rinviati, posticipati”. Così il responsabile auto della Fiom-Cgil, Giorgio Airaudo, ospite di ‘RadioAnch’io’ a proposito di Fiat.
“Siamo di fronte a previsioni che sembrano più un oroscopo che un piano industriale. Marchionne continua a fare tutto da solo, se la canta e se la suona – ha affermato ancora Airaudo – è molto bravo a trovare gli effetti e poi a far finta di trovare le soluzioni”.
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Completamente ribaltata la prospettiva che propone il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. “Da due o tre anni dura un gioco al massacro prodotto dalla Fiom, in combutta con i poteri della finanza, che non perdonano alla Fiat di approvvigionarsi finanziariamente fuori dall’Italia. Per Bonanni, “l’accusa che si è fatta alla Fiat è di non aver mantenuto la parola di raddoppiare la produzione” a Pomigliano ma, continua, “il progetto si è dovuto fermare per un restringimento della base di mercato. Chiunque abbia buon senso non poteva che ritenere possibile un riposizionamento”.
“Una conclusione inevitabile, purtroppo”, anche per il segretario della Uil Luigi Angeletti. “L’unica alternativa sarebbe stata che l’azienda si sobbarcasse diciannove persone per le quali non ha lavoro. Già c’è la cassa integrazione, quindi obiettivamente non ci sono posti di lavoro in più da occupare – ha proseguito Angeletti – se fosse così semplice, se bastasse che il giudice aumentasse le persone che devono essere occupate, e la Fiat così come qualsiasi altra azienda, se li dovesse tenere sarebbe troppo bello. E’ ovvio che il numero di dipendenti che oggi ha il lavoro è inferiore al numero effettivo delle persone che sono state assunte”.
da www.partitodemocratico.it
"Come ostaggi di guerra", di Gad Lerner
I diciannove lavoratori di Pomigliano posti ieri in mobilità rappresentano un costo annuo insignificante per la multinazionale dell’auto: meno di quel che guadagna Marchionne in una settimana. Ma vengono sacrificati come ostaggi in una guerra che Fiat ha dichiarato non solo contro il sindacato metalmeccanico col maggior numero di iscritti, ma anche contro la magistratura italiana, cioè lo stato di diritto, e quindi contro le regole condivise della nostra collettività.
Possibile che gli azionisti della Fiat, vincolati moralmente da un debito di gratitudine alle istituzioni di questo paese, non avvertano l’esigenza di dissociarsi al più presto da questo diktat che li ricopre di discredito? Ci auguriamo, anche nel loro interesse, che un tale provvedimento senza precedenti, mai concepito neppure ai tempi dei licenziamenti politici per rappresaglia, venga revocato al più presto. E che il ministro Fornero, artefice di una recente modifica dello Statuto dei lavoratori, faccia presente a Marchionne che colpire degli innocenti come ha fatto è inaccettabile da un governo col quale dovrà ridefinire i suoi progetti futuri.
Sembrerebbe purtroppo che mettersi dalla parte del torto rientri in un piano di provocazione consapevole da parte della direzione Fiat; la quale proclama di voler mantenere in attività i suoi stabilimenti italiani ma rifiuta di precisare i termini degli investimenti necessari a tale fine. In altre parole, sembra che la Fiat stia cercando delle scuse per andarsene dall’Italia. Sommare un nuovo torto al reato di discriminazione
sindacale già riconosciuto in due gradi di giudizio non è accettabile neanche da parte di chi abbia già traslocato mentalmente a Detroit.
Dalla rappresaglia contro gli iscritti alla Fiom ora la Fiat passa alla rappresaglia contro i lavoratori in genere. Diffonde la paura negli stabilimenti, trasmettendo l’idea che “per colpa” dei pochi che hanno osato difendere i propri diritti facendo ricorso e ottenendo giustizia, a pagare potrà essere chiunque. È la legge della giungla importata in fabbrica: un imbarbarimento delle relazioni fra impresa e lavoratore che dovrebbe far scattare l’allarme di tutti i sindacati, a prescindere dalle loro divisioni. Sarebbe davvero miope da parte dei dirigenti delle confederazioni che non hanno condiviso la linea intransigente di Landini illudersi di poter trarre vantaggio da un tale ricatto. In queste condizioni è negato qualsivoglia spazio negoziale nelle fabbriche Fiat. Viene meno l’idea stessa di contrattazione collettiva. Ma più ancora, si precipita il conflitto sociale al di fuori di ogni regola, col rischio di favorire l’estre-mismo dei disperati e la sua strumentalizzazione.
Intorno ai trentotto lavoratori di Pomigliano trascinati dalla Fiat a un conflitto fratricida – i 19 iscritti alla Fiom di cui è stato ordinato il reintegro, e gli altri 19 che dovrebbero cedere loro il posto – deve stringersi la solidarietà democratica di chi ha ancora a cuore i diritti dei lavoratori. La storia ci insegna che rinunciare a questi diritti fondamentali non produce né benessere né crescita, bensì arretramento sociale e perdita di civiltà.
La Repubblica 01.11.12
“Come ostaggi di guerra”, di Gad Lerner
I diciannove lavoratori di Pomigliano posti ieri in mobilità rappresentano un costo annuo insignificante per la multinazionale dell’auto: meno di quel che guadagna Marchionne in una settimana. Ma vengono sacrificati come ostaggi in una guerra che Fiat ha dichiarato non solo contro il sindacato metalmeccanico col maggior numero di iscritti, ma anche contro la magistratura italiana, cioè lo stato di diritto, e quindi contro le regole condivise della nostra collettività.
Possibile che gli azionisti della Fiat, vincolati moralmente da un debito di gratitudine alle istituzioni di questo paese, non avvertano l’esigenza di dissociarsi al più presto da questo diktat che li ricopre di discredito? Ci auguriamo, anche nel loro interesse, che un tale provvedimento senza precedenti, mai concepito neppure ai tempi dei licenziamenti politici per rappresaglia, venga revocato al più presto. E che il ministro Fornero, artefice di una recente modifica dello Statuto dei lavoratori, faccia presente a Marchionne che colpire degli innocenti come ha fatto è inaccettabile da un governo col quale dovrà ridefinire i suoi progetti futuri.
Sembrerebbe purtroppo che mettersi dalla parte del torto rientri in un piano di provocazione consapevole da parte della direzione Fiat; la quale proclama di voler mantenere in attività i suoi stabilimenti italiani ma rifiuta di precisare i termini degli investimenti necessari a tale fine. In altre parole, sembra che la Fiat stia cercando delle scuse per andarsene dall’Italia. Sommare un nuovo torto al reato di discriminazione
sindacale già riconosciuto in due gradi di giudizio non è accettabile neanche da parte di chi abbia già traslocato mentalmente a Detroit.
Dalla rappresaglia contro gli iscritti alla Fiom ora la Fiat passa alla rappresaglia contro i lavoratori in genere. Diffonde la paura negli stabilimenti, trasmettendo l’idea che “per colpa” dei pochi che hanno osato difendere i propri diritti facendo ricorso e ottenendo giustizia, a pagare potrà essere chiunque. È la legge della giungla importata in fabbrica: un imbarbarimento delle relazioni fra impresa e lavoratore che dovrebbe far scattare l’allarme di tutti i sindacati, a prescindere dalle loro divisioni. Sarebbe davvero miope da parte dei dirigenti delle confederazioni che non hanno condiviso la linea intransigente di Landini illudersi di poter trarre vantaggio da un tale ricatto. In queste condizioni è negato qualsivoglia spazio negoziale nelle fabbriche Fiat. Viene meno l’idea stessa di contrattazione collettiva. Ma più ancora, si precipita il conflitto sociale al di fuori di ogni regola, col rischio di favorire l’estre-mismo dei disperati e la sua strumentalizzazione.
Intorno ai trentotto lavoratori di Pomigliano trascinati dalla Fiat a un conflitto fratricida – i 19 iscritti alla Fiom di cui è stato ordinato il reintegro, e gli altri 19 che dovrebbero cedere loro il posto – deve stringersi la solidarietà democratica di chi ha ancora a cuore i diritti dei lavoratori. La storia ci insegna che rinunciare a questi diritti fondamentali non produce né benessere né crescita, bensì arretramento sociale e perdita di civiltà.
La Repubblica 01.11.12
"Prima si taglia ai disonesti – Patronati Inps", di Giuliano Amato
Se non coinvolgono personaggi famosi, le leggiamo sempre con distrazione le notizie che danno conto di perquisizioni ed arresti effettuati dalle forze dell’ordine per truffe o falsi ai danni di questa o quella istituzione pubblica. In realtà, si tratta sempre di truffe e falsi a nostro danno, perché finisce sempre che c’è di mezzo il danaro dei cittadini, si tratti di imposte o tasse pagate allo Stato o di contributi versati alla previdenza. E allora diamo un’occhiata meno distratta a uno degli ultimi casi di cui abbiamo avuto notizia, quello dell’arresto in Calabria di diecine persone per truffa aggravata e continuata ai danni dell’Inps, realizzata attraverso la costituzione di migliaia di falsi rapporti di lavoro in agricoltura, sui quali poi l’Inps ha pagato le contribuzioni previste ogni anno per i mesi di disoccupazione.
All’Inps, e cioè ai suoi contribuenti, la cosa è costata 11 milioni di euro. Ma come è stato possibile? Come si fa a imbrogliare il nostro primo ente previdenziale, costruendo attraverso carte e documenti una realtà che non c’è? E chi ha agli occhi dell’Inps la credibilità necessaria per passargli carte false che sono prese per vere?
Salvo smentita che il seguito delle indagini può sempre provocare, sembrerebbe che il perno dell’operazione sia stato in questo caso un patronato, uno di quegli enti, cioè, che le organizzazioni sindacali e altre associazioni con finalità assistenziali possono costituire per assistere i lavoratori nelle pratiche necessarie per il riconoscimento dei loro diritti. L’utilità dei patronati a questi fini è fuori discussione e l’ha riconosciuta la stessa Corte Costituzionale, la quale in una sua sentenza del 2000 ( la sentenza n.42) li ha ricondotti agli istituti previsti dall’art.38 della Costituzione allo scopo appunto di aiutare i lavoratori a far valere i loro diritti sociali.
Nulla contro i patronati perciò, tant’è che è addirittura la legge a stabilire che lo O,226 dei contributi obbligatori versati dai lavoratori e dai datori di lavoro sia loro trasferito per provvedere alle loro spese di funzionamento. E la gente è nell’insieme soddisfatta del loro lavoro, che fra l’altro si è rivelato ancora più utile di recente, da quando l’Inps si è completamente informatizzato e non intrattiene più rapporti allo sportello. Chi non ha familiarità col computer e ha un problema con l’Inps passa per il patronato ed è questo che glielo risolve.
Qual’ è allora il punto? I patronati non entrano nel sistema soltanto perché un sindacato o qualcun altro ha deciso di istituirli. Devono essere riconosciuti dal Ministero del Lavoro e sono poi sottoposti alla sua vigilanza. Il Ministero stabilisce addirittura quali pratiche (le più semplici) devono essere svolte gratuitamente e per quali deve esserci invece una remunerazione. Insomma, ci sono tutte le premesse perché l’Inps si fidi dei patronati e dell’istruttoria che riceve da loro sui singoli casi.
Capita però che vi siano patronati e patronati. Vi sono quelli costituiti dai sindacati che tutti conosciamo, che sono presenti su tutto il territorio nazionale, lavorano con professionalità e trasparenza e sono i primi a farsi carico della propria affidabilità e di quella di chi lavora per loro. Ve ne sono invece altri, che nascono su altre e meno sperimentate fondamenta, che hanno un raggio più locale, che per sopravvivere cercano di accaparrarsi soltanto le pratiche più lucrative, rifiutando regolarmente quelle da espletare gratuitamente, che hanno per scopo, insomma, non il servizio ai lavoratori di cui parla l’art.38 della Costituzione, ma la garanzia di un reddito a chi li ha messi su. E’ in questa piccola giungla che maturano fenomeni come quello da cui siamo partiti.
Nella nota che alcuni mesi fa inviai al Governo sui sindacati e sui loro finanziamenti segnalavo io stesso il problema. Notavo che i governi, nell’ansia di ridurre le spese, tendono a ridurre le risorse assegnate ai patronati, con tagli di dubbia legittimità (quelle risorse non vengono infatti dallo Stato, ma dal monte contributi dei lavoratori) e col solo risultato di mettere in difficoltà i più efficienti. Sarebbe urgente invece sottoporli tutti a un controllo di qualità oggi mancante e stabilire standard minimi per la loro stessa costituzione, ad evitare la tentazione degli avventurieri di crearsene uno con fini malsani. Anche di qui uscirebbero dei risparmi e sarebbero anzi quelli da cui cominciare, a danno di chi quei soldi non li merita proprio.
da Unita.it
“Prima si taglia ai disonesti – Patronati Inps”, di Giuliano Amato
Se non coinvolgono personaggi famosi, le leggiamo sempre con distrazione le notizie che danno conto di perquisizioni ed arresti effettuati dalle forze dell’ordine per truffe o falsi ai danni di questa o quella istituzione pubblica. In realtà, si tratta sempre di truffe e falsi a nostro danno, perché finisce sempre che c’è di mezzo il danaro dei cittadini, si tratti di imposte o tasse pagate allo Stato o di contributi versati alla previdenza. E allora diamo un’occhiata meno distratta a uno degli ultimi casi di cui abbiamo avuto notizia, quello dell’arresto in Calabria di diecine persone per truffa aggravata e continuata ai danni dell’Inps, realizzata attraverso la costituzione di migliaia di falsi rapporti di lavoro in agricoltura, sui quali poi l’Inps ha pagato le contribuzioni previste ogni anno per i mesi di disoccupazione.
All’Inps, e cioè ai suoi contribuenti, la cosa è costata 11 milioni di euro. Ma come è stato possibile? Come si fa a imbrogliare il nostro primo ente previdenziale, costruendo attraverso carte e documenti una realtà che non c’è? E chi ha agli occhi dell’Inps la credibilità necessaria per passargli carte false che sono prese per vere?
Salvo smentita che il seguito delle indagini può sempre provocare, sembrerebbe che il perno dell’operazione sia stato in questo caso un patronato, uno di quegli enti, cioè, che le organizzazioni sindacali e altre associazioni con finalità assistenziali possono costituire per assistere i lavoratori nelle pratiche necessarie per il riconoscimento dei loro diritti. L’utilità dei patronati a questi fini è fuori discussione e l’ha riconosciuta la stessa Corte Costituzionale, la quale in una sua sentenza del 2000 ( la sentenza n.42) li ha ricondotti agli istituti previsti dall’art.38 della Costituzione allo scopo appunto di aiutare i lavoratori a far valere i loro diritti sociali.
Nulla contro i patronati perciò, tant’è che è addirittura la legge a stabilire che lo O,226 dei contributi obbligatori versati dai lavoratori e dai datori di lavoro sia loro trasferito per provvedere alle loro spese di funzionamento. E la gente è nell’insieme soddisfatta del loro lavoro, che fra l’altro si è rivelato ancora più utile di recente, da quando l’Inps si è completamente informatizzato e non intrattiene più rapporti allo sportello. Chi non ha familiarità col computer e ha un problema con l’Inps passa per il patronato ed è questo che glielo risolve.
Qual’ è allora il punto? I patronati non entrano nel sistema soltanto perché un sindacato o qualcun altro ha deciso di istituirli. Devono essere riconosciuti dal Ministero del Lavoro e sono poi sottoposti alla sua vigilanza. Il Ministero stabilisce addirittura quali pratiche (le più semplici) devono essere svolte gratuitamente e per quali deve esserci invece una remunerazione. Insomma, ci sono tutte le premesse perché l’Inps si fidi dei patronati e dell’istruttoria che riceve da loro sui singoli casi.
Capita però che vi siano patronati e patronati. Vi sono quelli costituiti dai sindacati che tutti conosciamo, che sono presenti su tutto il territorio nazionale, lavorano con professionalità e trasparenza e sono i primi a farsi carico della propria affidabilità e di quella di chi lavora per loro. Ve ne sono invece altri, che nascono su altre e meno sperimentate fondamenta, che hanno un raggio più locale, che per sopravvivere cercano di accaparrarsi soltanto le pratiche più lucrative, rifiutando regolarmente quelle da espletare gratuitamente, che hanno per scopo, insomma, non il servizio ai lavoratori di cui parla l’art.38 della Costituzione, ma la garanzia di un reddito a chi li ha messi su. E’ in questa piccola giungla che maturano fenomeni come quello da cui siamo partiti.
Nella nota che alcuni mesi fa inviai al Governo sui sindacati e sui loro finanziamenti segnalavo io stesso il problema. Notavo che i governi, nell’ansia di ridurre le spese, tendono a ridurre le risorse assegnate ai patronati, con tagli di dubbia legittimità (quelle risorse non vengono infatti dallo Stato, ma dal monte contributi dei lavoratori) e col solo risultato di mettere in difficoltà i più efficienti. Sarebbe urgente invece sottoporli tutti a un controllo di qualità oggi mancante e stabilire standard minimi per la loro stessa costituzione, ad evitare la tentazione degli avventurieri di crearsene uno con fini malsani. Anche di qui uscirebbero dei risparmi e sarebbero anzi quelli da cui cominciare, a danno di chi quei soldi non li merita proprio.
da Unita.it
"Il Pd ponte dell’alternativa", di Michele Prospero
Circola una caricaturale interpretazione del voto: le armate di Grillo sono alle porte e i partiti responsabili devono allearsi in nome dell’emergenza. Ma commetterebbe un grossolano errore di analisi il Pd se davvero partisse nella riflessione postulando la priorità della questione Grillo. E andrebbe di sicuro incontro alla sconfitta se ritenesse di muoversi lungo due opzioni speculari: promuovere una unione sacra di tutti i partiti «normali» contro la barbarie o assecondare una rapida adozione dei canoni dell’antipolitica rottamatrice come chiave magica per sgonfiare dall’interno la protesta raccolta adesso da Grillo.
Il Pd non deve costruire l’alternativa al comico. Deve piuttosto confermare la sua centralità sistemica continuando ad essere il soggetto di ogni alternativa credibile alle destre e ai populismi. Questa è la funzione cruciale del Pd, la ragione del suo plusvalore politico, che esce confermata dalle urne. Quale è infatti il tratto di sistema del voto siciliano? La tenuta del Pd, come cardine di una alternativa, anche se maturata fra le macerie.
Quando, dinanzi al fallimento del governo Berlusconi, fu chiamato Monti a Palazzo Chigi era evidente che il gioco mutava. La sospensione emergenziale dell’alternanza immetteva la possibilità di una crisi di sistema che avrebbe contestato la legittimità di tutti gli attori, anche del Pd. Non c’era più il problema di sostituire un governo disastroso e quindi per il Pd si interrompeva la fase espansiva che lo aveva visto mietere successi alle amministrative e ai referendum. Gli rimaneva, come obiettivo massimo perseguibile nel mutato contesto storico, solo quello di resistere bene senza smarrire le truppe disorientate dinanzi ad una maggioranza votata spesso all’immobilismo. Chi si meraviglia che dal crollo della destra non raccolga oceanici frutti il Pd (che peraltro è accreditato del 30 per cento) non ha compreso proprio nulla. Che forse nel ’92 il suicidio del pentapartito andò a favore del Pds? In una crisi di sistema non avviene mai così: tutto si rimescola e non si ha più un mero travaso di voti dal go verno all’opposizione.
Non uscire travolti dalle macerie, e anzi confermarsi nel ruolo di attore centrale da cui nessun governo potrà pre- scindere, è per il Pd un motivo di forza tutt’altro che irrilevante. La sinistra radicale, che ha trascurato questo ruolo di cerniera del Pd, pensando di approfitare di una virata verso il centro, ha subito una sconvolgente quanto prevedibile mazzata. Anche il centro, che mostra segni di ravvedimento riaprendo all’intesa con i progressisti, farebbe bene ad abbandonare il disco rotto del Monti bis. Come non cogliere che la proroga del governo tecnico rappresenterebbe la fine di ogni tenuta dei partiti? Se i partiti non riconquistano la competenza a governare anche l’emergenza, ai tecnici andrà l’esecutivo e ai comici la rappresentanza della protesta. Nessun sistema di partito, perdendo il potere a lungo, può illudersi di ripresentarsi un giorno a bocce ferme a incassare il premio speciale per aver ceduto la sovranità ad altri attori. Non è mica vero che il vuoto prolungato della politica giovi alla politica. Oltre un tempo circoscritto alla fase più acuta dell’emergenza, la vacanza dei partiti produce solo mostri.
Un anno fa, prima della strana maggioranza e degli scandali, Grillo era stimato al 3 per cento e ora vola sopra il 20 nelle intenzioni di voto. Se non si esce dalla situazione di emergenza, la destrutturazione diventa strutturale e il sabotaggio diviene normale. Non è un caso che i media e i poteri che più hanno sparato contro la casta ora evochino una santa alleanza per fermare l’anomalo comico e arrestare una sindrome greca. Non tocca al Pd sgonfiare il grillismo con il dubbio grimaldello delle grandi ammucchiate. L’antipolitica non si sterilizza senza una ricambio di classi dirigenti e un ritorno visibile al conflitto tra destra e sinistra, lavoro e profitti. L’incognita più grossa non è Grillo, con la sua piccola dote di un nuovo ceto politico ormai entrato nel sistema. La sorpresa può venire dal disarmato (per ora) mondo della destra populista che va sempre indotto a tenersi a debita distanza dai moderati.
Il Pd commetterebbe un grave errore di prospettiva se pensasse di modulare la sua offerta strategica aderendo al chiacchiericcio delle unioni sacre contro i populismi o si rifugiasse nel terreno esplosivo dell’antipolitica. Lo fece il Pds nel 92-94 parlando di «una guerra di liberazione dalla partitocrazia». Non andò bene, però, servì solo ad evocare il cavaliere nero. C’è sempre un attore più credibile, rispetto a un partito normale, nel cavalcare l’onda anomala dell’antipolitica, che perciò non va mai accarezzata. Ti travolge, e inventa d’un colpo nuovi attori vincenti appena ti illudi di poterla domare. Proprio qui potrebbe sorgere un nuovo leader federatore capace di mettere insieme truppe con capitani che al momento sembrano inconciliabili. Perciò la proposta di un ponte tra progressisti e settori moderati (mancante nel 92-94) è il segno di una maturità storico-politica del Pd nel governare le incognite di una transizione. Lo spazio politico va riempito con il coraggio dell’innovazione e con un forte legame con il disagio sociale crescente di un Paese smarrito.
L’Unità 01.11.12
