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“Il Pd ponte dell’alternativa”, di Michele Prospero

Circola una caricaturale interpretazione del voto: le armate di Grillo sono alle porte e i partiti responsabili devono allearsi in nome dell’emergenza. Ma commetterebbe un grossolano errore di analisi il Pd se davvero partisse nella riflessione postulando la priorità della questione Grillo. E andrebbe di sicuro incontro alla sconfitta se ritenesse di muoversi lungo due opzioni speculari: promuovere una unione sacra di tutti i partiti «normali» contro la barbarie o assecondare una rapida adozione dei canoni dell’antipolitica rottamatrice come chiave magica per sgonfiare dall’interno la protesta raccolta adesso da Grillo.
Il Pd non deve costruire l’alternativa al comico. Deve piuttosto confermare la sua centralità sistemica continuando ad essere il soggetto di ogni alternativa credibile alle destre e ai populismi. Questa è la funzione cruciale del Pd, la ragione del suo plusvalore politico, che esce confermata dalle urne. Quale è infatti il tratto di sistema del voto siciliano? La tenuta del Pd, come cardine di una alternativa, anche se maturata fra le macerie.
Quando, dinanzi al fallimento del governo Berlusconi, fu chiamato Monti a Palazzo Chigi era evidente che il gioco mutava. La sospensione emergenziale dell’alternanza immetteva la possibilità di una crisi di sistema che avrebbe contestato la legittimità di tutti gli attori, anche del Pd. Non c’era più il problema di sostituire un governo disastroso e quindi per il Pd si interrompeva la fase espansiva che lo aveva visto mietere successi alle amministrative e ai referendum. Gli rimaneva, come obiettivo massimo perseguibile nel mutato contesto storico, solo quello di resistere bene senza smarrire le truppe disorientate dinanzi ad una maggioranza votata spesso all’immobilismo. Chi si meraviglia che dal crollo della destra non raccolga oceanici frutti il Pd (che peraltro è accreditato del 30 per cento) non ha compreso proprio nulla. Che forse nel ’92 il suicidio del pentapartito andò a favore del Pds? In una crisi di sistema non avviene mai così: tutto si rimescola e non si ha più un mero travaso di voti dal go verno all’opposizione.
Non uscire travolti dalle macerie, e anzi confermarsi nel ruolo di attore centrale da cui nessun governo potrà pre- scindere, è per il Pd un motivo di forza tutt’altro che irrilevante. La sinistra radicale, che ha trascurato questo ruolo di cerniera del Pd, pensando di approfitare di una virata verso il centro, ha subito una sconvolgente quanto prevedibile mazzata. Anche il centro, che mostra segni di ravvedimento riaprendo all’intesa con i progressisti, farebbe bene ad abbandonare il disco rotto del Monti bis. Come non cogliere che la proroga del governo tecnico rappresenterebbe la fine di ogni tenuta dei partiti? Se i partiti non riconquistano la competenza a governare anche l’emergenza, ai tecnici andrà l’esecutivo e ai comici la rappresentanza della protesta. Nessun sistema di partito, perdendo il potere a lungo, può illudersi di ripresentarsi un giorno a bocce ferme a incassare il premio speciale per aver ceduto la sovranità ad altri attori. Non è mica vero che il vuoto prolungato della politica giovi alla politica. Oltre un tempo circoscritto alla fase più acuta dell’emergenza, la vacanza dei partiti produce solo mostri.
Un anno fa, prima della strana maggioranza e degli scandali, Grillo era stimato al 3 per cento e ora vola sopra il 20 nelle intenzioni di voto. Se non si esce dalla situazione di emergenza, la destrutturazione diventa strutturale e il sabotaggio diviene normale. Non è un caso che i media e i poteri che più hanno sparato contro la casta ora evochino una santa alleanza per fermare l’anomalo comico e arrestare una sindrome greca. Non tocca al Pd sgonfiare il grillismo con il dubbio grimaldello delle grandi ammucchiate. L’antipolitica non si sterilizza senza una ricambio di classi dirigenti e un ritorno visibile al conflitto tra destra e sinistra, lavoro e profitti. L’incognita più grossa non è Grillo, con la sua piccola dote di un nuovo ceto politico ormai entrato nel sistema. La sorpresa può venire dal disarmato (per ora) mondo della destra populista che va sempre indotto a tenersi a debita distanza dai moderati.
Il Pd commetterebbe un grave errore di prospettiva se pensasse di modulare la sua offerta strategica aderendo al chiacchiericcio delle unioni sacre contro i populismi o si rifugiasse nel terreno esplosivo dell’antipolitica. Lo fece il Pds nel 92-94 parlando di «una guerra di liberazione dalla partitocrazia». Non andò bene, però, servì solo ad evocare il cavaliere nero. C’è sempre un attore più credibile, rispetto a un partito normale, nel cavalcare l’onda anomala dell’antipolitica, che perciò non va mai accarezzata. Ti travolge, e inventa d’un colpo nuovi attori vincenti appena ti illudi di poterla domare. Proprio qui potrebbe sorgere un nuovo leader federatore capace di mettere insieme truppe con capitani che al momento sembrano inconciliabili. Perciò la proposta di un ponte tra progressisti e settori moderati (mancante nel 92-94) è il segno di una maturità storico-politica del Pd nel governare le incognite di una transizione. Lo spazio politico va riempito con il coraggio dell’innovazione e con un forte legame con il disagio sociale crescente di un Paese smarrito.
L’Unità 01.11.12

"Se lo share ora fa calare il consenso", di Massimo Gramellini

L’ultima fatwa di Beppe Grillo colpisce una sua attivista, Federica Salsi, macchiatasi della colpa grave di avere partecipato a Ballarò. Per Grillo i salotti televisivi inoculano il virus del sistema da abbattere e perciò vanno assolutamente evitati: solleticando il punto G di chi vi partecipa, provocano narcisistici orgasmi che hanno un effetto nefasto sulle sorti politiche del movimento. Come rappresentante della comunità maschile, mi scuso con l’interessata per l’allusione gratuita: dubito fortemente che Grillo avrebbe tirato in ballo il punto G se l’attivista di Cinque Stelle fosse stato un uomo. Come piccolo conoscitore dei meccanismi mediatici, devo riconoscere che ha ragione: oggi andare in tv significa perdere voti.
Stavolta sotto la lente infuocata di Grillo non è finita la televisione in generale, ma quei programmi di informazione politica che prevedono la presenza contemporanea in studio di una pluralità di ospiti. Questa formula si sta lentamente estinguendo per mancanza di nuove facce disponibili a ravvivare il gioco. Oggi qualsiasi personaggio pubblico in grado di dettare le condizioni pretende quella che in gergo si chiama «intervista chiusa»: un faccia a faccia col conduttore senza interruzioni.
Oppure, se proprio è costretto a intervenire in un salotto affollato, ricorre allo stratagemma del collegamento esterno o della telefonata in diretta, pur di rimarcare la sua diversità dagli ospiti seduti in studio e costretti a lunghe pause silenziose e a sovrapposizioni continue di voci.
Situazioni normali in qualsiasi assemblea che, dal condominio alla scuola, raduni nella stessa stanza un numero di italiani superiore a uno. Cosa ci sarà mai di politicamente pericoloso nel partecipare a un talk show che, con tutti i suoi limiti, permette di farti conoscere da più persone di quante ne potrai mai riunire in una piazza o in uno stadio?
Non è un problema di conduttori, complici o dichiaratamente ostili. Il veto di Grillo spazia da Vespa a Floris, investe persino il simpatizzante Santoro. E sarebbe banale liquidarlo come la smania di un leader solitario che vuole oscurare le altre stelle del movimento per far brillare meglio la sua. Il disagio verso la tv dei dibattiti nasce da una considerazione più politica: per i cittadini, l’ospite di un talk show è a tutti gli effetti un membro della Casta. Anzi, nella percezione del pubblico la Casta è composta proprio dagli ospiti dei talk show. Non dal banchiere onnipotente o dal direttore inamovibile del ministero, che incidono sui nostri destini molto più di una Finocchiaro o di un Gasparri, ma che in tv si guardano bene dall’andarci. La Casta è il politico che litiga in diretta con l’altro politico, ma che appena si spegnerà la telecamera – gli spettatori ne sono certissimi – ci andrà a cena insieme. La Casta è il giornalista, il sociologo, il professore universitario magari caustico e brillante, ma comunque interno a quel mondo e quindi connivente.
Si tratta di un pregiudizio inconscio, cresciuto a dismisura negli ultimi mesi. Dalla fase del tifo, quando dal salotto di casa si parteggiava per l’uno o l’altro dei contendenti, si è passati alla fase dello schifo, in cui lo spettatore accomuna tutti i protagonisti del teatrino nella stessa smorfia di disgusto. Se questo è lo stato d’animo del pubblico, per essere considerati diversi non basta più andare in tv a dire cose diverse. Bisogna non andarci proprio, perché la sola presenza fisica rappresenta già un’accettazione delle regole del gioco che si desidera scardinare.
Appena un nuovo politico appare nella scatola luminosa, sentenzia il critico televisivo Grillo, «lo share del programma aumenta: tutto merito tuo, trattato e esibito come un trofeo, come un alieno, una bestia rara. Ma contemporaneamente diminuisce il consenso per il movimento a cui appartieni». Viene così capovolto il teorema Ascolto uguale Gradimento su sui si era basata la propaganda televisiva nel ventennio berlusconiano. Oggi più ti guardano e meno ti gradiscono. Peggio: smettono di gradirti proprio perché ti hanno guardato. Persino una faccia nuova e un comunicatore brillante come Renzi non ha tratto vantaggi dall’assillante presenza televisiva.
Naturalmente Grillo non andrebbe in tv nemmeno se gli garantissero un’intervista chiusa o addomesticata: gli sembrerebbe comunque un cedimento al Sistema. Ma anche i politici della Seconda Repubblica televisiva – ingordi di ospitate a qualsiasi costo, fin dai tempi in cui si facevano imboccare di polpettine da Funari – cominciano a chiedersi se allontanarsi dal video non stia diventando la loro ultima possibilità di rimanere aggrappati al potere.
La Stampa 01.11.10

“Se lo share ora fa calare il consenso”, di Massimo Gramellini

L’ultima fatwa di Beppe Grillo colpisce una sua attivista, Federica Salsi, macchiatasi della colpa grave di avere partecipato a Ballarò. Per Grillo i salotti televisivi inoculano il virus del sistema da abbattere e perciò vanno assolutamente evitati: solleticando il punto G di chi vi partecipa, provocano narcisistici orgasmi che hanno un effetto nefasto sulle sorti politiche del movimento. Come rappresentante della comunità maschile, mi scuso con l’interessata per l’allusione gratuita: dubito fortemente che Grillo avrebbe tirato in ballo il punto G se l’attivista di Cinque Stelle fosse stato un uomo. Come piccolo conoscitore dei meccanismi mediatici, devo riconoscere che ha ragione: oggi andare in tv significa perdere voti.
Stavolta sotto la lente infuocata di Grillo non è finita la televisione in generale, ma quei programmi di informazione politica che prevedono la presenza contemporanea in studio di una pluralità di ospiti. Questa formula si sta lentamente estinguendo per mancanza di nuove facce disponibili a ravvivare il gioco. Oggi qualsiasi personaggio pubblico in grado di dettare le condizioni pretende quella che in gergo si chiama «intervista chiusa»: un faccia a faccia col conduttore senza interruzioni.
Oppure, se proprio è costretto a intervenire in un salotto affollato, ricorre allo stratagemma del collegamento esterno o della telefonata in diretta, pur di rimarcare la sua diversità dagli ospiti seduti in studio e costretti a lunghe pause silenziose e a sovrapposizioni continue di voci.
Situazioni normali in qualsiasi assemblea che, dal condominio alla scuola, raduni nella stessa stanza un numero di italiani superiore a uno. Cosa ci sarà mai di politicamente pericoloso nel partecipare a un talk show che, con tutti i suoi limiti, permette di farti conoscere da più persone di quante ne potrai mai riunire in una piazza o in uno stadio?
Non è un problema di conduttori, complici o dichiaratamente ostili. Il veto di Grillo spazia da Vespa a Floris, investe persino il simpatizzante Santoro. E sarebbe banale liquidarlo come la smania di un leader solitario che vuole oscurare le altre stelle del movimento per far brillare meglio la sua. Il disagio verso la tv dei dibattiti nasce da una considerazione più politica: per i cittadini, l’ospite di un talk show è a tutti gli effetti un membro della Casta. Anzi, nella percezione del pubblico la Casta è composta proprio dagli ospiti dei talk show. Non dal banchiere onnipotente o dal direttore inamovibile del ministero, che incidono sui nostri destini molto più di una Finocchiaro o di un Gasparri, ma che in tv si guardano bene dall’andarci. La Casta è il politico che litiga in diretta con l’altro politico, ma che appena si spegnerà la telecamera – gli spettatori ne sono certissimi – ci andrà a cena insieme. La Casta è il giornalista, il sociologo, il professore universitario magari caustico e brillante, ma comunque interno a quel mondo e quindi connivente.
Si tratta di un pregiudizio inconscio, cresciuto a dismisura negli ultimi mesi. Dalla fase del tifo, quando dal salotto di casa si parteggiava per l’uno o l’altro dei contendenti, si è passati alla fase dello schifo, in cui lo spettatore accomuna tutti i protagonisti del teatrino nella stessa smorfia di disgusto. Se questo è lo stato d’animo del pubblico, per essere considerati diversi non basta più andare in tv a dire cose diverse. Bisogna non andarci proprio, perché la sola presenza fisica rappresenta già un’accettazione delle regole del gioco che si desidera scardinare.
Appena un nuovo politico appare nella scatola luminosa, sentenzia il critico televisivo Grillo, «lo share del programma aumenta: tutto merito tuo, trattato e esibito come un trofeo, come un alieno, una bestia rara. Ma contemporaneamente diminuisce il consenso per il movimento a cui appartieni». Viene così capovolto il teorema Ascolto uguale Gradimento su sui si era basata la propaganda televisiva nel ventennio berlusconiano. Oggi più ti guardano e meno ti gradiscono. Peggio: smettono di gradirti proprio perché ti hanno guardato. Persino una faccia nuova e un comunicatore brillante come Renzi non ha tratto vantaggi dall’assillante presenza televisiva.
Naturalmente Grillo non andrebbe in tv nemmeno se gli garantissero un’intervista chiusa o addomesticata: gli sembrerebbe comunque un cedimento al Sistema. Ma anche i politici della Seconda Repubblica televisiva – ingordi di ospitate a qualsiasi costo, fin dai tempi in cui si facevano imboccare di polpettine da Funari – cominciano a chiedersi se allontanarsi dal video non stia diventando la loro ultima possibilità di rimanere aggrappati al potere.
La Stampa 01.11.10

"Disoccupati, nuovo record. Meno inflazione a ottobre", di Laura Matteucci

Sempre più disoccupati. A settembre è stato raggiunto il nuovo record dal gennaio del 2004: sono quasi 2,8 milioni di persone, in aumento del 2,3% su agosto (62mila). L’aumento è relativo prevalentemente agli uomini, e su base annua è pari al 24,9% (554mila unità). Il tasso di disoccupazione si attesta al 10,8%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto ad agosto e di 2 punti nell’anno. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni vola al 35,1%, in aumento di 1,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,7 punti in un anno. Si tratta di oltre 600mila ragazzi senza lavoro. Il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni risulta sostanzialmente invariato rispetto al mese precedente, con un tasso al 36,3%, in calo dell’1,3 su base annua. Di fatto, si resta in attività più a lungo, ma in assenza di creazione di nuovi posti si riducono le possibilità di trovare impiego per i più giovani. L’Istat certifica una volta di più la priorità della questione lavoro. Di fatto, il numero di coloro che un posto lo avevano va diminuendo. Allo stesso tempo si riversa sul mercato, con poco successo, una folta schiera di persone che in passato potevano permettersi di andare avanti senza un impiego. I nuovi senza lavoro sono persone che hanno perso il posto (57mila rispetto ad agosto) o che, dopo essersi mantenuti ai margini del mercato, sono state costrette dalla crisi a uscire allo scoperto. Si tratta quindi di ex inattivi, coloro che né hanno un posto né lo cercano: il loro numero infatti cala di oltre mezzo milione, probabilmente casalinghe o studenti che hanno deciso di mettersi in cerca di un impiego. Il tasso di disoccupazione maschile, pari al 10,1%, cresce nel confronto con agosto di 0,4 punti percentuali e di 2,2 punti nei dodici mesi; quello femminile, all’11,8%, resta invariato rispetto al mese precedente e aumenta di 1,6 punti rispetto a settembre 2011. Dati che non possono che allarmare i sindacati, che tornano a chiedere un «piano straordinario per l’occupazione». Per la Cgil è «l’avvitamento tra austerità e recessione» che «sta mettendo in ginocchio il Paese». I giovani della Cgil commentano: «Non serve alimentare inutili conflitti generazionali: la priorità è quella di creare nuova e buona occupazione». In tutta Europa, proseguono, «si discute della youthguarantee nell’accesso al lavoro dei giovani ed è ora che diventi una priorità anche per noi». È per questo, ricordano, che «scenderemo in piazza il 14 novembre nella giornata di mobilitazione europea della Ces, sostenuta con lo sciopero generale della Cgil, “per il lavoro e la solidarietà contro l’austerità”». Non è solo l’Italia, comunque, a segnare record sul fronte disoccupazione, altrettanto fa l’Europa: nei Paesi dell’Unione il tasso tocca l’11,6%, un nuovo picco. Nell’intera Europa la valanga dei senza posto è ormai inarrestabile: sono 25,7 milioni.
SFUMAL’EFFETTO IVA Migliori le notizie sul fronte dei prezzi. Il tasso di inflazione di ottobre è in frenata, calando al 2,6% annuale dal 3,2% di settembre. Su base mensile i prezzi al consumo restano fermi. Il rallentamento coinvolge gran parte dei prodotti, scontando anche un favorevole confronto con ottobre 2011, quando ai forti rialzi aveva contribuito l’aumento dal 20% al 21% dell’Iva ordinaria. Quella di fondo, calcolata al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, scende all’1,5% dall’1,9% di settembre. Al netto dei soli beni energetici, la crescita tendenziale rallenta all’1,6% (+2,0% nel mese precedente). Rispetto a un anno fa il tasso di crescita dei prezzi dei beni scende al 3,3%, dal 4,1% di settembre, e quello dei prezzi dei servizi rallenta all’1,7% (era +1,9% a settembre). Quanto al carrello della spesa, i prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza, risultano invariati su base mensile, mentre il tasso di crescita su base annua scende al 4% dal 4,7% di settembre. L’inflazione acquisita per il 2012 si conferma al 3%. Per l’Ufficio studi Confcommercio il ridimensionamento dell’inflazione sottolinea come questa sia stata sostenuta negli ultimi mesi, oltre che dalle importazioni di prodotti energetici, dai continui interventi dell’operatore pubblico in materia di imposte indirette e di prezzi dei servizi di pubblica utilità. «La fine dell’effetto statistico dell’innalzamento dell’Iva dello scorso anno prosegue Confcommercio ha riportato il tasso al di sotto del 3%». «E alla luce di queste dinamiche è la conclusione è evidente che il previsto intervento sull’Iva a luglio 2013, che interessa l’80% dei prodotti acquistati, rischia di creare un elemento di forte turbativa in un contesto ancora critico per le famiglie che risentono gravemente della riduzione dei livelli occupazionali».
L’Unità 01.11.12

“Disoccupati, nuovo record. Meno inflazione a ottobre”, di Laura Matteucci

Sempre più disoccupati. A settembre è stato raggiunto il nuovo record dal gennaio del 2004: sono quasi 2,8 milioni di persone, in aumento del 2,3% su agosto (62mila). L’aumento è relativo prevalentemente agli uomini, e su base annua è pari al 24,9% (554mila unità). Il tasso di disoccupazione si attesta al 10,8%, in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto ad agosto e di 2 punti nell’anno. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni vola al 35,1%, in aumento di 1,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,7 punti in un anno. Si tratta di oltre 600mila ragazzi senza lavoro. Il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni risulta sostanzialmente invariato rispetto al mese precedente, con un tasso al 36,3%, in calo dell’1,3 su base annua. Di fatto, si resta in attività più a lungo, ma in assenza di creazione di nuovi posti si riducono le possibilità di trovare impiego per i più giovani. L’Istat certifica una volta di più la priorità della questione lavoro. Di fatto, il numero di coloro che un posto lo avevano va diminuendo. Allo stesso tempo si riversa sul mercato, con poco successo, una folta schiera di persone che in passato potevano permettersi di andare avanti senza un impiego. I nuovi senza lavoro sono persone che hanno perso il posto (57mila rispetto ad agosto) o che, dopo essersi mantenuti ai margini del mercato, sono state costrette dalla crisi a uscire allo scoperto. Si tratta quindi di ex inattivi, coloro che né hanno un posto né lo cercano: il loro numero infatti cala di oltre mezzo milione, probabilmente casalinghe o studenti che hanno deciso di mettersi in cerca di un impiego. Il tasso di disoccupazione maschile, pari al 10,1%, cresce nel confronto con agosto di 0,4 punti percentuali e di 2,2 punti nei dodici mesi; quello femminile, all’11,8%, resta invariato rispetto al mese precedente e aumenta di 1,6 punti rispetto a settembre 2011. Dati che non possono che allarmare i sindacati, che tornano a chiedere un «piano straordinario per l’occupazione». Per la Cgil è «l’avvitamento tra austerità e recessione» che «sta mettendo in ginocchio il Paese». I giovani della Cgil commentano: «Non serve alimentare inutili conflitti generazionali: la priorità è quella di creare nuova e buona occupazione». In tutta Europa, proseguono, «si discute della youthguarantee nell’accesso al lavoro dei giovani ed è ora che diventi una priorità anche per noi». È per questo, ricordano, che «scenderemo in piazza il 14 novembre nella giornata di mobilitazione europea della Ces, sostenuta con lo sciopero generale della Cgil, “per il lavoro e la solidarietà contro l’austerità”». Non è solo l’Italia, comunque, a segnare record sul fronte disoccupazione, altrettanto fa l’Europa: nei Paesi dell’Unione il tasso tocca l’11,6%, un nuovo picco. Nell’intera Europa la valanga dei senza posto è ormai inarrestabile: sono 25,7 milioni.
SFUMAL’EFFETTO IVA Migliori le notizie sul fronte dei prezzi. Il tasso di inflazione di ottobre è in frenata, calando al 2,6% annuale dal 3,2% di settembre. Su base mensile i prezzi al consumo restano fermi. Il rallentamento coinvolge gran parte dei prodotti, scontando anche un favorevole confronto con ottobre 2011, quando ai forti rialzi aveva contribuito l’aumento dal 20% al 21% dell’Iva ordinaria. Quella di fondo, calcolata al netto dei beni energetici e degli alimentari freschi, scende all’1,5% dall’1,9% di settembre. Al netto dei soli beni energetici, la crescita tendenziale rallenta all’1,6% (+2,0% nel mese precedente). Rispetto a un anno fa il tasso di crescita dei prezzi dei beni scende al 3,3%, dal 4,1% di settembre, e quello dei prezzi dei servizi rallenta all’1,7% (era +1,9% a settembre). Quanto al carrello della spesa, i prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza, risultano invariati su base mensile, mentre il tasso di crescita su base annua scende al 4% dal 4,7% di settembre. L’inflazione acquisita per il 2012 si conferma al 3%. Per l’Ufficio studi Confcommercio il ridimensionamento dell’inflazione sottolinea come questa sia stata sostenuta negli ultimi mesi, oltre che dalle importazioni di prodotti energetici, dai continui interventi dell’operatore pubblico in materia di imposte indirette e di prezzi dei servizi di pubblica utilità. «La fine dell’effetto statistico dell’innalzamento dell’Iva dello scorso anno prosegue Confcommercio ha riportato il tasso al di sotto del 3%». «E alla luce di queste dinamiche è la conclusione è evidente che il previsto intervento sull’Iva a luglio 2013, che interessa l’80% dei prodotti acquistati, rischia di creare un elemento di forte turbativa in un contesto ancora critico per le famiglie che risentono gravemente della riduzione dei livelli occupazionali».
L’Unità 01.11.12

"Berlusconi e il prestigio dell'Italia", di Thomas Schmid

C’è almeno una cosa che va riconosciuta a Silvio Berlusconi: la sua inesauribile capacità di sorprendere. In Germania un politico con un curriculum come il suo, intessuto di scandali, promesse elettorali non mantenute e un mix di clientelismo, paternalismo e sconcezze non avrebbe il minimo spazio. Se dico questo, non è per compiacermi di essere cittadino di un Paese ordinato, anche se, devo ammetterlo, sono contento che la Germania possa contare su istituzioni relativamente solide, servite da politici mediamente affidabili. Lungi da me l’idea di proporre ad esempio il modello tedesco. Peraltro non posso nascondere che in un certo senso la personalità del Cavaliere sollecita il mio rispetto. Ci vuole una forza davvero straordinaria per sostenere un così gran numero di processi, scandali, sconfitte e rialzarsi ogni volta in piedi. A mio parere, questa sua capacità è dovuta solo in parte ai mezzi economici e al potere televisivo di cui dispone; da quando è entrato pubblicamente (nel 1994) nell’arena politica, ha saputo trovare i toni giusti per far vibrare determinate corde nell’animo di molti italiani. Senza dubbio la sua longevità politica è dovuta anche all’aspirazione di molti italiani ad ammirare un imperatore
da operetta.
Non essendo un politico, posso esimermi dal vellutato linguaggio diplomatico che la stessa Angela Merkel ha sempre dovuto adottare nei suoi rapporti con Silvio Berlusconi. Quando in Italia la carica di presidente del consiglio fu affidata a un tecnico definito «non politico» come Mario Monti, i tedeschi tirarono un sospiro di sollievo. Perché in Germania prevale, per motivi sia storici che culturali, un sentimento di simpatia verso l’Italia, il Paese
ove furono firmati, nel 1957, i Trattati di Roma; e perché è noto che fin dai tempi di Altiero Spinelli, per gli italiani il progetto europeo non è solo una simpatica idea, ma qualcosa di ben più importante. Per questo, molti in Germania erano convinti che il Bel Paese meritasse qualcosa di meglio di quell’impresario o imbonitore politico. Abbiamo provato sconforto davanti alle figure a volte ridicole di Berlusconi in occasione di numerosi Vertici internazionali, e ai suoi atteggiamenti da compare nei confronti di Gheddafi o Vladimir Putin: hanno compromesso gravemente il prestigio del suo Paese. L’Italia è diventata sinonimo di scarsa serietà politica. È in buona parte a lui che va ascritta la responsabilità del declino economico e istituzionale dell’Italia, e del suo declassamento
nel contesto degli stati europei.
Anche l’Italia, come ogni altro Stato, ha bisogno di uno schieramento politico efficace che occupi l’area a destra del centro. Ma qui una forza politica di questo tipo ha cessato di esistere dopo il tracollo della Democrazia Cristiana, nei primi anni 90 del secolo scorso. Né Berlusconi, né la sua corte e i suoi alleati hanno preso in seria considerazione
l’idea di un partito inteso come associazione tra cittadini. Ai loro occhi la forma politica era irrilevante. Ora, un partito è, o meglio deve essere anche un’istituzione. Persino da questo punto di vista, Berlusconi e il suo seguito hanno dimostrato la loro mancanza di rispetto per le istituzioni. È vero che anche i partiti a sinistra del centro non sono riusciti a darsi un profilo chiaro, né a dar prova della consistenza che dovrebbe avere una sinistra post – comunista, riconciliata con la borghesia: altra grave debolezza, che a mio parere grava pesantemente sull’Italia. Ma nell’area a destra del centro la debolezza e la confusione sono realmente devastanti: qui si è tradito, allo stesso modo il cristianesimo e
la borghesia.
Ecco perché ci siamo rallegrati quando recentemente Silvio Berlusconi ha annunciato la sua decisione di ritirarsi dall’arena politica: con o senza il contributo di Alfano, quel momento avrebbe potuto segnare un nuovo inizio. Il fatto che il cavaliere abbia deciso di ripresentarsi, evidentemente al solo scopo di continuare a godere dell’immunità, rappresenta l’ultima buffonata, fuori tempo massimo, di un politico dall’ego ipertrofico. Spirito ossessivo da cui l’Italia non riesce a liberarsi. Ancora una volta, nella sua astrusa conferenza stampa a Villa Gernetto, Silvio Berlusconi si esibisce in invettive, insulti e contumelie. L’Italia, sostiene, è nelle mani di una magistratocrazia di sinistra; e ad Angela Merkel attribuisce un «sorrisino al veleno». È vero che a volte, quando la cancelliera atteggia la bocca a uno dei suoi sorrisi accattivanti, è difficile sapere come interpretarlo: non è sempre detto che esprima sentimenti amichevoli. Nelle trattative è certamente tosta: un’avversaria politica dura, sempre restia a scoprire le sue carte, diffidente a trecentosessanta gradi. Detto questo, è inaccettabile che Berlusconi si metta a battere
il tasto dei pregiudizi anti – tedeschi (a mio parere assai meno condivisi dalla popolazione italiana di quanto vogliano far credere gli articoli pubblicati da certi giornali). Ha accusato il presidente del consiglio Mario Monti – da lui sostenuto controvoglia quando i fallimenti della sua politica lo hanno costretto a dimettersi – di essere «un vassallo della Germania egemone di Angela Merkel». Non diversamente dai sobillatori delle piazze di Atene, Berlusconi cerca oggi di accreditare la leggenda di una perversa volontà di dominio tedesca, che sarebbe all’origine di una (possibile) politica di austerità. E spera così di far dimenticare che proprio la sua politica di tentennamenti e rinvii delle riforme ha contribuito a far precipitare l’Europa nella crisi. È un po’ come l’incendiario che si sgola a chiamare i pompieri: da ridere, se il pericolo non fosse così grave.
Mario Monti ha accettato di affrontare un’impresa acrobatica: in tempi stretti – da qui alle elezioni di marzo – dovrebbe realizzare un pacchetto di riforme. E contare sul consenso di un parlamento responsabile dei gravi problemi del Paese. Il ghiaccio su cui si sta muovendo Monti è sottile. Berlusconi lo attacca apertamente, con grave danno per l’attuale governo tecnico. Sostiene di agire nell’interesse del Paese: può solo far ridere. Se dall’esterno mi è consentito esprimere una speranza, mi auguro che in Italia le forze politiche a destra del centro riescano finalmente a creare una formazione efficace, che non abbia più bisogno di Berlusconi e sappia emarginarlo. Il Bel Paese merita qualcosa di meglio della prosecuzione di una soap opera ormai veramente insulsa.
Traduzione di Elisabetta Horvat L’autore è direttore di Die Welt
La Repubblica 01.11.12

“Berlusconi e il prestigio dell’Italia”, di Thomas Schmid

C’è almeno una cosa che va riconosciuta a Silvio Berlusconi: la sua inesauribile capacità di sorprendere. In Germania un politico con un curriculum come il suo, intessuto di scandali, promesse elettorali non mantenute e un mix di clientelismo, paternalismo e sconcezze non avrebbe il minimo spazio. Se dico questo, non è per compiacermi di essere cittadino di un Paese ordinato, anche se, devo ammetterlo, sono contento che la Germania possa contare su istituzioni relativamente solide, servite da politici mediamente affidabili. Lungi da me l’idea di proporre ad esempio il modello tedesco. Peraltro non posso nascondere che in un certo senso la personalità del Cavaliere sollecita il mio rispetto. Ci vuole una forza davvero straordinaria per sostenere un così gran numero di processi, scandali, sconfitte e rialzarsi ogni volta in piedi. A mio parere, questa sua capacità è dovuta solo in parte ai mezzi economici e al potere televisivo di cui dispone; da quando è entrato pubblicamente (nel 1994) nell’arena politica, ha saputo trovare i toni giusti per far vibrare determinate corde nell’animo di molti italiani. Senza dubbio la sua longevità politica è dovuta anche all’aspirazione di molti italiani ad ammirare un imperatore
da operetta.
Non essendo un politico, posso esimermi dal vellutato linguaggio diplomatico che la stessa Angela Merkel ha sempre dovuto adottare nei suoi rapporti con Silvio Berlusconi. Quando in Italia la carica di presidente del consiglio fu affidata a un tecnico definito «non politico» come Mario Monti, i tedeschi tirarono un sospiro di sollievo. Perché in Germania prevale, per motivi sia storici che culturali, un sentimento di simpatia verso l’Italia, il Paese
ove furono firmati, nel 1957, i Trattati di Roma; e perché è noto che fin dai tempi di Altiero Spinelli, per gli italiani il progetto europeo non è solo una simpatica idea, ma qualcosa di ben più importante. Per questo, molti in Germania erano convinti che il Bel Paese meritasse qualcosa di meglio di quell’impresario o imbonitore politico. Abbiamo provato sconforto davanti alle figure a volte ridicole di Berlusconi in occasione di numerosi Vertici internazionali, e ai suoi atteggiamenti da compare nei confronti di Gheddafi o Vladimir Putin: hanno compromesso gravemente il prestigio del suo Paese. L’Italia è diventata sinonimo di scarsa serietà politica. È in buona parte a lui che va ascritta la responsabilità del declino economico e istituzionale dell’Italia, e del suo declassamento
nel contesto degli stati europei.
Anche l’Italia, come ogni altro Stato, ha bisogno di uno schieramento politico efficace che occupi l’area a destra del centro. Ma qui una forza politica di questo tipo ha cessato di esistere dopo il tracollo della Democrazia Cristiana, nei primi anni 90 del secolo scorso. Né Berlusconi, né la sua corte e i suoi alleati hanno preso in seria considerazione
l’idea di un partito inteso come associazione tra cittadini. Ai loro occhi la forma politica era irrilevante. Ora, un partito è, o meglio deve essere anche un’istituzione. Persino da questo punto di vista, Berlusconi e il suo seguito hanno dimostrato la loro mancanza di rispetto per le istituzioni. È vero che anche i partiti a sinistra del centro non sono riusciti a darsi un profilo chiaro, né a dar prova della consistenza che dovrebbe avere una sinistra post – comunista, riconciliata con la borghesia: altra grave debolezza, che a mio parere grava pesantemente sull’Italia. Ma nell’area a destra del centro la debolezza e la confusione sono realmente devastanti: qui si è tradito, allo stesso modo il cristianesimo e
la borghesia.
Ecco perché ci siamo rallegrati quando recentemente Silvio Berlusconi ha annunciato la sua decisione di ritirarsi dall’arena politica: con o senza il contributo di Alfano, quel momento avrebbe potuto segnare un nuovo inizio. Il fatto che il cavaliere abbia deciso di ripresentarsi, evidentemente al solo scopo di continuare a godere dell’immunità, rappresenta l’ultima buffonata, fuori tempo massimo, di un politico dall’ego ipertrofico. Spirito ossessivo da cui l’Italia non riesce a liberarsi. Ancora una volta, nella sua astrusa conferenza stampa a Villa Gernetto, Silvio Berlusconi si esibisce in invettive, insulti e contumelie. L’Italia, sostiene, è nelle mani di una magistratocrazia di sinistra; e ad Angela Merkel attribuisce un «sorrisino al veleno». È vero che a volte, quando la cancelliera atteggia la bocca a uno dei suoi sorrisi accattivanti, è difficile sapere come interpretarlo: non è sempre detto che esprima sentimenti amichevoli. Nelle trattative è certamente tosta: un’avversaria politica dura, sempre restia a scoprire le sue carte, diffidente a trecentosessanta gradi. Detto questo, è inaccettabile che Berlusconi si metta a battere
il tasto dei pregiudizi anti – tedeschi (a mio parere assai meno condivisi dalla popolazione italiana di quanto vogliano far credere gli articoli pubblicati da certi giornali). Ha accusato il presidente del consiglio Mario Monti – da lui sostenuto controvoglia quando i fallimenti della sua politica lo hanno costretto a dimettersi – di essere «un vassallo della Germania egemone di Angela Merkel». Non diversamente dai sobillatori delle piazze di Atene, Berlusconi cerca oggi di accreditare la leggenda di una perversa volontà di dominio tedesca, che sarebbe all’origine di una (possibile) politica di austerità. E spera così di far dimenticare che proprio la sua politica di tentennamenti e rinvii delle riforme ha contribuito a far precipitare l’Europa nella crisi. È un po’ come l’incendiario che si sgola a chiamare i pompieri: da ridere, se il pericolo non fosse così grave.
Mario Monti ha accettato di affrontare un’impresa acrobatica: in tempi stretti – da qui alle elezioni di marzo – dovrebbe realizzare un pacchetto di riforme. E contare sul consenso di un parlamento responsabile dei gravi problemi del Paese. Il ghiaccio su cui si sta muovendo Monti è sottile. Berlusconi lo attacca apertamente, con grave danno per l’attuale governo tecnico. Sostiene di agire nell’interesse del Paese: può solo far ridere. Se dall’esterno mi è consentito esprimere una speranza, mi auguro che in Italia le forze politiche a destra del centro riescano finalmente a creare una formazione efficace, che non abbia più bisogno di Berlusconi e sappia emarginarlo. Il Bel Paese merita qualcosa di meglio della prosecuzione di una soap opera ormai veramente insulsa.
Traduzione di Elisabetta Horvat L’autore è direttore di Die Welt
La Repubblica 01.11.12