Una domanda inarrestabile di cambiamento: ma vero. Un bisogno che sia fatta giustizia dove regnano malaffare, malavita, malapolitica. Le elezioni siciliane 1 dicono questo, e sconfessano i politici-padroni che l’isola l’hanno usata, blandendola e sprezzandola. Sì, la giustizia è al centro, e forse è il caso di ricordare come nascono – per servire chi – i tribunali contro i quali Berlusconi ha inveito 2, a Villa Gernetto, con lo spirito vendicatore di chi sente di dover restare in campo per riformare il “pianeta giustizia” che lo castiga. Forse è il caso di ascoltare il grido di rabbia, e anche di speranza, che sale dalla Sicilia, questa terra dove fare giustizia è scabroso. Un sindaco anti-mafia, Rosario Crocetta, diventa governatore anche se il Pd è alleato con gli ex tutori di Cuffaro nell’Udc. La vecchia battaglia di Grillo per un Parlamento pulito (2005), che escluda condannati di primo, secondo e terzo grado, ha ottenuto un premio enorme: il suo Movimento è primo partito dell’isola. Non ha usato, stavolta, l’arma del web: Grillo ha battuto città dopo città come i professionisti d’un tempo, facendo comizi per ben 20 giorni. I siciliani, allibiti, si sono sentiti onorati, visti, non identificati con la mafia che pretende incarnarli. Il Movimento offre anche un orizzonte non eversivo:
Grillo non ha torto quando dice che senza di lui saremmo sommersi da neonazisti come in Grecia e Ungheria.
Chi vive in un altro pianeta è Berlusconi, che tutto questo non l’ha presentito. Per questo vale la pena ricostruire la genesi dei tribunali. La giustizia, i processi, le leggi, esistono in primo luogo per l’innocente, per il senza-potere: non per il reo da condannare. Se c’è desiderio che sia fatta luce su chi vilipende il bene comune (in Sicilia anche la bellezza comune), è perché l’innocente non sia confuso con il colpevole, sprofondando in una melma dove non distingui nulla. È questo bisogno di giustizia che l’ex Premier offende, disattento alla Sicilia e all’Italia in mutazione. Ogni processo è ritenuto veleno, che ammorba la democrazia e la spegne. La magistratocrazia si sostituirebbe eversivamente alla democrazia, contro il popolo sovrano.
Il dubbio che i processi siano al servizio soprattutto degli indifesi non lo sfiora: lui, condannato per truffa ai danni dello Stato, si presenta come vittima, perfino capro espiatorio. Non sa che per definizione il capro è innocente: che proprio per questo il rito è barbarico. Non c’è, nel capro, la “naturale capacità a delinquere” che i giudici di Milano ravvisano in Berlusconi: non sarebbe agnello sacrificale, se avesse questa capacità.
È importante che gli italiani sappiano che l’idea stessa di giustizia – pietra angolare della pòlis – è negata, ignorata, da chi parla del pianeta giustizia quasi estromettendola dall’orbita terrestre. Che sappiano quel che spinge Berlusconi condannato ad aborrire le sentenze che lo riguardano ma anche, d’un sol fiato, quelle che giudicano colpevoli di incuria gli scienziati che tranquillizzarono gli abitanti dell’Aquila e dintorni, raccomandando di restarsene in casa perché la grande scossa del 6 aprile 2009 era invenzione della paura. Non è escluso che la stessa ripugnanza tocchi alle sentenze del giudice per le indagini preliminari a Taranto, che ha punito la disinvoltura, all’Ilva, con cui la salute dei cittadini è stata per anni messa a repentaglio.
Non è vera follia, perché sempre nelle follie dell’ex Premier c’è un metodico fiuto di rancori nascosti: non della società, ma certo del “suo popolo”. Rancore per le tante sentenze, che invadono i campi più diversi perché arati senza legge e controlli a fini privati. La lotta a chi froda impunemente, la protezione dalle catastrofi naturali o da acciaierie tossiche, ma anche la custodia della nostra ricchezza che è il patrimonio artistico: sono mansioni che dovrebbero competere allo Stato, non ai magistrati. I quali non sono giudici vendicatori, e nemmeno chirurghi che guariscono alla radice i mali dell’incuria cialtrona. Possono intervenire solo a danno o crimine compiuto, e non per cambiare le leggi, selezionare onesti amministratori, presidiare il bene pubblico prima che il malaffare lo sfasci. È quel che diceva Borsellino, quando insisteva sull’obbligo propedeutico dei politici di far pulizia a casa propria, sventando patti mafiosi. Lo dice a 23 anni di distanza Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo, quando invoca, contro la ‘ndrangheta radicata ormai stabilmente a Nord, un “cambio di classe dirigente e di ceto politico”, tale che si possa “girare la pagina” e bloccare le contrattazioni Stato-mafia. Fu ancora Borsellino, il 22 giugno 1990 in un dibattito a Roma (il tema era “Stato e criminalità organizzata: chi si arrende?”) a replicare che lo Stato non si era arreso, non avendo combattuto. Attilio Bolzoni magistralmente scrive su Repubblica che qualcosa mancherà nel processo sulle stragi del ’92-93. Non un pentito di mafia: “Quel che è sempre mancato è un pentito di Stato”.
Cambiare classe dirigente non significa cambiar facce, o rottamare. Significa interrogarsi severamente sulla giustizia omessa, sul vuoto di politica che moltiplica le sentenze, e porre rimedio premurandosi del bene comune. Compreso il bene europeo, altro bersaglio di Berlusconi (perché dobbiamo tener conto delle inquietudini dei tedeschi? si chiede stupito). Significa riconoscere che non solo governanti e politici debbono apprendere la responsabilità e la giustizia, ma anche la classe dirigente non schierata. Anche chi, specialista o manager, ha poteri d’influenza: tecnico della scienza, dell’economia, delle imprese. Tutti questi potenti tendono a diffidare della magistratura, e non a caso c’è un ministro, Corrado Clini, che giunge sino ad equiparare la condanna di Galilei e quella dei sette scienziati 3 che minimizzarono gli sciami sismici incombenti sull’Abruzzo dal dicembre 2008. Come se gli scienziati fossero accusati di scarsa preveggenza, non di avere perentoriamente escluso rischi gravi. Non di aver servito il potere politico (Bertolaso, Berlusconi) che voleva occultare la verità ai cittadini.
Non dimentichiamo uno dei sette, Bernardo De Bernardinis, che consigliava di chiudersi in casa (in casa! uno scienziato dovrebbe sapere che la casa uccide, nei terremoti) e per calmarsi di bere un bicchiere di Montepulciano in più (video 4). Non dimentichiamo lo scienziato Enzo Boschi, che il 9 aprile si piegò all’ingiunzione di Bertolaso: “I sismologi mi servono per un’operazione mediatica (…). È ovvio che la verità non la si dice” (audio 5). In Todo Modo, Leonardo Sciascia fa dire al luciferino protagonista, Don Gaetano: “Le cose che non si sanno, non sono”. Ecco come le classi dirigenti tradiscono. Non il giudice unico dell’Aquila, Marco Billi, è il cardinale Bellarmino censore di Galilei, ma il potere politico che asservisce la scienza. Chi ammorba la democrazia è Berlusconi che truffa, non il tribunale di Milano.
Se a fare le cose con senso di giustizia fossero i politici, i comitati scientifici, gli imprenditori, non avremmo questa riduzione d’ogni gesto all’aspetto penale. Ma è anche vero che senza sentenze, oggi, l’uomo diverrebbe lupo per l’uomo. Perché la catarsi della politica e delle classi dirigenti ancora non c’è. Perfino il governo Monti esita, con le sue leggi anticorruzione piene di indulgenze; anche se ha deciso, grazie a Di Pietro, di costituirsi parte civile nel processo di Palermo sulle trattative Stato-Mafia.
Già, Palermo. Anni di omertà e umiliazione non cancellano la sete di giustizia. È quello che ha dato le ali a Grillo. Non perché si sia dilungato sulla mafia, ma perché per quasi un mese si è messo in ascolto delle collere siciliane. Il grido che sale dalla Sicilia è la risposta più forte all’urlo di Berlusconi a villa Gernetto. A parole che pesano, non raddrizzabili. Per citare ancora Sciascia, parole simili “non sono come i cani, cui si può fischiare a richiamarli”.
La Repubblica 31.10.12
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Legge di stabilità: Ghizzoni, approvati emendamenti e pareri del relatore
“L’approvazione dell’emendamento soppressivo all’aumento dell’orario di lezione, presentato dal relatore e dalle forze di maggioranza, è il primo passo per il definitivo stralcio della norma. – lo dichiara Manuela ghizzoni, Presidente della Commissione Cultura, Scienze e Istruzione della Camera dei deputati e relatrice della Legge di stabilità, dopo l’approvazione in Commissione degli emendamenti e dei pareri da consegnare alla Commissione Bilancio. – Qualsiasi intervento di modifica dell’orario di lavoro deve essere inserito in ambito contrattuale e non può che tendere al rilancio della professione docente e del suo ruolo sociale. Il tema del lavoro degli insegnanti – spiega Ghizzoni – non può prescindere da una prospettiva culturale e politica, che valuti adeguati livelli retributivi, una riforma del tempo scuola e una riorganizzazione degli spazi della didattica, Una prospettiva alla quale tutte le forze politiche hanno il compito di contribuire – conclude Ghizzoni – così come hanno fatto in Commissione Cultura esprimendo un voto favorevole agli emendamenti e ai pareri del relatore.”
Gas, Ghizzoni “Su Rivara Clini passi dalle parole ai fatti”
Dopo le dichiarazioni d’intenti è necessario un provvedimento formale del Ministero. Il Ministero competente, quello dell’Ambiente, esprima in via formale e inappellabile la chiusura in via definitiva della procedura di realizzazione di un impianto di stoccaggio sotterraneo di gas nell’area di Rivara: a chiedere al ministro Clini di passare dalle affermazioni ai fatti concreti è la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni che ha presentato, sul contestato progetto, una specifica interrogazione. “È necessario che il Ministero dell’Ambiente emani un provvedimento che esprima formalmente un parere negativo e rigetti l’istanza di realizzazione di un deposito sotterraneo di gas nell’area di Rivara, perché le dichiarazioni di intenti non bastano per evitare di esporre la popolazione e il territorio a rischi imprevedibili. – lo chiede la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura alla Camera, in una interrogazione al ministro dell’Ambiente – Istituzioni ed enti locali, ma anche comitati dei cittadini e forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, hanno più volte manifestato contrarietà al progetto di stoccaggio sotterraneo di gas naturale nell’area in provincia di Modena, che comprende porzioni territoriali dei comuni di San Felice Sul Panaro, Finale Emilia, Camposanto, Medolla, Mirandola, e Crevalcore in provincia di Bologna. L’eventuale necessità del Ministero dell’Ambiente di disporre accertamenti per l’esame di possibili futuri progetti relativi ad impianti da realizzare in altre aree del Paese, non può essere collegata alla procedura per l’autorizzazione dello stoccaggio sul sito di Rivara, già definito inidoneo. Intanto il Ministero dello Sviluppo economico, in accordo con la Regione Emilia-Romagna, ha rigettato la richiesta di ulteriori accertamenti. “Ora – conclude Ghizzoni – ci aspettiamo che il Ministero competente, il primo che dovrebbe preoccuparsi del rischio geologico, anche alla luce delle ripetute rassicurazioni del Ministro Clini che afferma che “lo stoccaggio di Rivara non si farà”, esprima in via formale e inappellabile la chiusura in via definitiva della procedura.”
"Un patto tra donne per far vincere l’alternativa", di Roberta Agostini
Chi più delle donne dovrebbe essere convinta della necessità di un rinnovamento delle classi dirigenti? In un Paese saldamente collocato agli ultimi posti in Europa e nel mondo nelle graduatorie che classificano l’esclusione femminile dalla sfera pubblica – dal lavoro alla politica – le donne hanno tutto da guadagnare dallo «sblocco» di un sistema saldamente in mano maschile. E nessuno più delle donne è interessato ad una innovazione radicale del modo in cui la politica è stata intesa e praticata in questi anni, dominio assoluto di un capo che nomina persino i candidati nei listini regionali, investe i figli in incarichi politici o occupa i dibattiti parlamentari con leggi ad personam.
Per fare i conti con la necessità del cambiamento e contestualmente con la perdita di autorevolezza della politica bisogna leggere la deriva personalistica e proprietaria del potere e delle istituzioni che ha imperversato in questi anni e che ha favorito la cooptazione da un lato e dall’altra la competizione senza regole alimentata da denaro e clientele. Da tempo noi, e tante donne dei movimenti e delle associazioni, denunciamo l’intreccio strettissimo tra questa concezione e la marginalizzazione di una forza femminile sprecata e sottoutilizzata.
Da tempo siamo convinte – dando vita alla Conferenza delle democratiche – che per uscire da una crisi profondamente segnata da una concezione personalistica e proprietaria del potere e delle istituzioni serve un grande partito popolare, di donne ed uomini, che tenga insieme storie, culture e generazioni, che provi ad indirizzare la partecipazione democratica e rafforzare un legame vero tra eletti ed elettori, tra rappresentanti e rappresentati.
E quando Bersani dice che se toccherà a lui la candidatura a presidente del Consiglio leverà il suo nome dal simbolo compie un’ inversione di marcia necessaria rispetto alla storia di questi anni, perché dà valore alla sfida di una soggettività politica comune, un luogo di donne e uomini che, attraverso regole e meccanismi di selezione delle classi dirigenti, definiscono progetti e proposte per il Paese.
A tante di noi la parola «rottamazione» provoca repulsione, per i toni di disprezzo con i quali si accompagna, perché insegue la moneta corrente del «sono tutti uguali», perché – com’è stato detto – è il tentativo di cancellazione della storia e della configurazione del Pd. Apriamo una discussione su questi anni difficili, sui limiti e sulle intuizioni del gruppo dirigente che ha guidato il centro sinistra. Discutiamo del partito a cui abbiamo dato vita, degli errori che derivano dalla «fusione a freddo» a quelli di un rinnovamento avvenuto nei territori e a livello nazionale ancora troppo solo maschile. Ma ha ragione Mario Tronti, sull’Unità: il ricambio lo decidono i militanti, i quadri, gli iscritti, nelle sedi giuste, non i giornali o le televisioni, non sui blog o con i twitter.
Se il Pd rimane il perno dell’alternativa possibile è perché abbiamo lavorato per dare soluzioni credibili ad un Paese in crisi; le donne, noi per prime, si sono misurate in grandi movimenti che hanno occupato le piazze e con un’opinione pubblica femminile che chiede di cambiare rotta e di ricostruire un nesso tra società e politica, tra esigenze, bisogni della vita quotidiana e progetto politico. La nostra parola chiave di questi anni – democrazia paritaria – significa questo: ricostruzione civile, un nuovo patto tra uomini e donne per investire nel lavoro, nel welfare, in relazioni umane che riconoscano la libertà femminile. Significa l’impegno su misure concrete, a partire da una nuova legge elettorale che rispetti una presenza paritaria ed escluda le preferenze, l’attuazione piena dell’articolo 49 della Costituzione, un tetto ai finanziamenti delle campagne elettorali, una par condicio di genere nei media.
È una rivoluzione per la quale serve un patto tra donne che riconoscano il «noi» come un elemento di forza e non di debolezza. Voglio ricordare quello che avvenne nel febbraio del 2011 durante la Conferenza nazionale delle democratiche quando, in tempi non sospetti, Livia Turco parlò della necessità di un passaggio di testimone di una generazione all’altra. Fu un discorso politico forte, non semplicemente un messaggio personale, verso le più giovani. Lei disse che se vogliamo liberarci da ogni forma di subalternità al berlusconismo, le leadership non possono essere esercitate in solitaria e che la nuova generazione di donne che si dovrà affermare deve ritrovare la sua legittimità nella forza di un progetto comune. Che riconoscere una genealogia tra madri e figlie in un Paese che non ha madri ma solo padri della patria è essenziale anche per le sfide di governo che abbiamo di fronte.
«Rottamare» la storia delle donne è un’operazione reazionaria perchè cancella un patrimonio di cultura e di conquiste senza le quali non si fanno passi avanti.
Questa è la nostra scelta di campo, che parte certamente dal rispetto per le persone, ma anche dalla considerazione che vogliamo che una nuova generazione si affermi in un processo di rinnovamento dove la politica sia intesa come relazione e generosità, come gioco di squadra e non come un palcoscenico sopra il quale si passeggia con un microfono in mano.
L’Unità 30.10.12
"O si cambia o si muore", di Claudio Sardo
E’ una vittoria storica per la sinistra siciliana. Un successo mai neppure sfiorato dal Pd o dall’Ulivo negli anni di Berlusconi. Eppure non c’è da esultare. Più della metà degli elettori ha disertato le urne. Quello di Grillo è diventato il primo partito. L’esplosione del centrodestra non ha portato consensi al centrosinistra. La crisi politica unita a quella sociale spinge al ribellismo anziché alla ricostruzione. Lo scenario è pieno di macerie. E Rosario Crocetta, segno di rottura e di legalità, non dispone di una maggioranza precostituita che gli assicuri una navigazione sicura. Sarà un’impresa difficile. L’allarme è già suonato. La sfiducia verso i partiti rischia di diventare sfiducia nella democrazia. È suonato l’allarme anche per il Pd, il solo «partito» rimasto in campo. Non c’è più tempo. Il cambiamento va messo in campo ora. Non ci sono tatticismi che tengano. Vale per Crocetta, che deve costruire il suo governo con coraggio, sfidando l’Assemblea regionale. Vale per Bersani, che deve prendere il testimone di Monti dimostrando che i tecnici non sono stati una parentesi, ma neppure sono una condanna.
In Sicilia ha vinto un’alleanza di progressisti e moderati. È l’orizzonte di una riscossa civica, costituzionale, sociale. Ma serve ancora apertura, umiltà, rinnovamento. Guai a chiudere le porte. Bisogna includere per dare speranza, per progettare sviluppo. Chi a sinistra pensava di trarre una rendita di posizione dalla protesta è stato sconfitto. Il ribellismo è carburante solo per Grillo. Chi non si mette in gioco e non è disposto a rischiare, ha già perso.
L’Unità 30.10.12
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Rosario, la sinistra al governo «Questo voto cambia tutto»
Il viso e il corpo di un intellettuale di altri tempi, quando le radici di chi studia, con sacrificio della famiglia, affondavano in un mondo contadino. Il viso che impallidisce nell’assalto delle telecamere e rivela lo stress e la stanchezza più delle parole, che invece fanno un affresco in grande della vittoria ostinatamente perseguita e ottenuta: «Cambia la storia della Sicilia, è rivoluzione, con questo voto la Sicilia entra in Europa. Per la prima volta un presidente della Regione Sicilia di sinistra e dichiaratamente antimafia». Un successo che sconta una astensione sopra il 50% e un voto di protesta che fa del Movimento 5 stelle il primo partito (la prima forza politica, secondo il vocabolario politicamente corretto dettato da Beppe Grillo), nato dallo sgretolamento del Pdl, ottenuto nonostante la divisione a sinistra, nonostante le fragilità del Partito democratico che cerca di risalire la china dopo i contrasti delle elezioni palermitane.
Nella selva delle telecamere, mentre su via della Libertà, i supporter applaudono e scandiscono: «Rosario, Rosario», «Crocetta, Crocetta» «Presidente, presidente», emergono a malapena i suoi capelli scuri. Lui si arrabbia quando i cronisti scrivono «stranamente scuri», perché lui, che ha 61 anni, i capelli non li ha mai tinti, li ha ereditati da sua madre che faceva la sarta, cuciva i vestiti dei figli con i resti delle pezze di stoffa, e i capelli li aveva scuri anche a 90 anni.
Cattolico, profondamente credente, comunista e gay, «ha servito messa fino a 20 anni», racconta di lui Totò Cardinale che, ai tempi della Dc, era suo avversario. È stato un militante del Pci come suo fratello Salvatore, che era deputato. È stato assessore alla cultura con il sindaco Gallo, del Pci. Eletto sindaco di Gela nel 2001 con Rifondazione, al primo mandato entrò in carica dopo aver fatto ricorso, al secondo prese il 65 per cento dei voti e, in quel trionfo, pesava l’impegno antiracket che gli ha fruttato il sostegno della Confindustria Sicilia del “no” al pizzo: Ivan Lo Bello, Antonello Montante, Emma Marcegaglia, ma anche di funzionari dello Stato come l’allora vicequestore di Gela Malafarina, che ora sarà al governo della Regione con lui «per continuare, in altro modo, la battaglia». Dichiarò la sua omosessualità allora, appena eletto sindaco, ma, racconta ancora l’onorevole Cardinale, «se non l’avesse dichiarata lui, nesuno avrebbe saputo nulla, è stato sempre una persona riservatissima». Forse proprio l’esperienza di sindaco gli fa rispondere, ai cronisti che chiedono dove troverà la maggioranza per governare, che la «troverò sui contenuti e, se non la troverò, torneremo a votare e prenderò il 60 per cento». Respinge l’acronimo coniato in campagna elettorale, il croc ché, dalla combinazione del suo nome con quello del leader di Grande Sud Gianfranco Micciché: «Niente inciuci lombardini, miccichini, musumecini. Si troveranno nell’Assemblea regionale tre o quattro persone disposte a lavorare per il bene comune della Sicilia e non per calcoli personali».
Ha fatto tanta politica ma non è un politico di professione, entrò all’Eni come operaio, non era riuscito a laurearsi per difficoltà economiche ma è diventato un ottimo tecnico informatico, ha lavorato nel Golfo Persico, ha imparato l’arabo, il francese e l’inglese, «è un uomo colto, un leader del noi e non dell’ io», dice di lui il suo amico e sostenitore Beppe Lumia. «Determinato, le decisioni più difficili, più scabrose, le prende da solo senza consultarsi con chi gli sta vicino», racconta Mariella Maggio, segretaria della camera del lavoro di Palermo e ora eletta nel listino del presidente. Una dote, quella di saper decidere in solitudine, che gli servirà molto, perché entra a palazzo d’Orleans circondato dalle macerie del sistema politico e del fallimento economico: «Non dovrà guardare in faccia a nessuno, perché la crisi siciliana è altrettanto grave di quella nazionale». Crocetta annuncia per il suo primo giorno di lavoro che «mi guadagnerò lo stipendio tagliando consulenze inutili e pagate in modo spropositato». La sua elezione – dice guardando al voto di protesta per il M5S – «è il miracolo di avere unito partiti e antipolitica». Quel voto, e soprattutto il minisondaggio palermitano che dava i grillini al 27 per cento, hanno agitato i sonni dell’ ultima notte, prima dell’apertura delle urne. Davide Zoggia, inviato di Bersani a sostenere la campagna elettorale, è finalmente sorridente: «Il risultato del Pd è buono, questo voto avrà una ricaduta nazionale». Crocetta , ecumenico, non chiude nemmeno verso quelli che dovevano essere gli alleati naturali, Sel e Idv, che hanno fatto la scelta di andare in solitaria e che non entrano a palazzo dei Normanni: «Mai immaginato l’alleanza con l’Udc contro di loro».
La foto prima foto ricordo, in una saletta riservata del comitato elettorale, mentre le tv lo aspettano in sala stampa per le dirette, è con Gianpiero D’Alia e Beppe Lumia, quelli che per primi hanno creduto nella sua candidatura. Arriva Giuseppe Lupo, segretario regionale del Pd, è la seconda foto, come i quattro moschettieri. Il senatore D’Alia, coordinatore regionale dell’Udc: «Abbiamo consapevolmente scelto un candidato che fa bene all’immagine dei siciliani e gli elettori hanno capito».È stato D’Alia, nell’agosto di quest’anno, quando ancora c’era la foto di Vasto, a fare il passo indietro, che ha sbloccato l’impasse della candidatura. «Ora – dice D’Alia – sull’astensionismo dovranno riflettere tutti, vincitori e vinti. Bisogna cambiare rapidamente. Tagliare i costi della politica, perché il risanamento in sintonia con il governo Monti si deve fare salvaguardando le fasce deboli».
La terza foto è con la figurina esile di Lucia Borsellino, il volto molto somigliante a quello del padre, che sarà assessore alla sanità, materia che conosce benissimo, da integerrima dirigente della Regione.
L’Unità 30.10.12
Pierluigi non molla Vendola “Ma basta attacchi a Monti e contro Grillo serve l’Udc”, di Goffredo De Marchis
«Avevamo visto giusto anche a prendere di punta Grillo…». Al telefono da Arezzo Pier Luigi Bersani ha il tono della vittoria e si lascia andare. «La forza dell’asse progressistimoderati non è una novità. Per me semmai è una conferma, da tre anni siamo a caccia di questo obiettivo». Ma se qualcuno, e Casini lo fa subito spalleggiato da alcuni dirigenti del Pd, gli chiede di abbandonare Nichi Vendola al suo destino, il segretario del Pd risponde picche: «Noi organizziamo i progressisti, Casini i moderati. La Sicilia dimostra che vinciamo alleati col centro, altre realtà dicono che si può governare e bene con Sinistra e libertà». Alla fine la conclusione è sempre la stessa: per arrivare a Palazzo Chigi il Partito democratico vuole tenere insieme i due capi del filo. Dopo le voci della domenica su un boom del Movimento 5 stelle non sorprende l’affondo contro il comico genovese. È come un sospiro di sollievo. Ma quando parla di un vasto schieramento da offrire agli elettori la prossima primavera, Bersani sa che sarà utile anche a creare un «argine» al fenomeno del grillismo. L’importante è che il Pd sia la forza federatrice di un patto di governo largo, seppure difficile da gestire. Perché questo gli darà la forza di esprimere il candidato premier. Le primarie stanno facendo il resto, dando fiato ai democratici e legittimando con un voto popolare la scelta dell’eventuale presidente del Consiglio. Serve, la sfida interna, a rispondere soprattutto a un fenomeno che spaventa anche più di Grillo: l’astensione record. Nei sondaggi di Largo del Nazareno si legge che tutto il Sud, non solo la Sicilia, viaggia intorno a percentuali di non voto vicine al 50 per cento. Solo un’offerta chiara credibile è in grado di fermare la valanga.
Dunque, la richiesta avanzata dall’Udc viene subito respinta. Non ci sarà un Pd senza Sel. Ma il voto siciliano può essere utile per far abbassare i toni di Vendola nei confronti di Mario Monti, di Casini e dell’affidabilità di un’alleanza con i moderati. Andare da soli ha portato la sinistra fuori dall’Assemblea regionale siciliana, lo strappo non ha pagato. Questo è il messaggio che ieri Bersani ha consegnato a Vendola. «Non regaliamo Monti e la sua credibilità ad altri. Visto il Berlusconi di Villa Gernetto? Quella linea è antitetica al governo dei tecnici. È il momento di non fare errori», è il ragionamento del segretario del Pd.
Vendola non verrà mollato, ma non deve più sfidare il mondo dei moderati. Tanto più che i segnali in arrivo dall’Udc, dopo la vittoria in Sicilia, sono chiarissimi. Se rimarrà il Porcellum, com’è probabile, Casini «non esclude» di coalizzarsi con il Partito democratico, ossia di formare una vera alleanza di governo da presentare agli elettori. Portando i propri voti alla candidatura di Bersani per Palazzo Chigi. Ecco perché Monti va salvaguardato dagli attacchi e da giorni il leader Pd ripete a Stefano Fassina che sulla legge di stabilità bisogna evitare gli attacchi frontali al premier. La svolta dell’Udc risente delle esternazioni di Berlusconi rendendo impossibile guardare a un centrodestra rinnovato. E la “grande paura” di non riuscire a tenere l’elettorato centristra in un patto con la sinistra guidato da un candidato di quella parte è svanita ieri davanti agli ottimi risultati siciliani dell’Udc.
Di questo passaggio discutono da giorni Bersani e Casini dando per quasi impossibile la modifica della legge elettorale. A questo tipo di asse si riferisce il leader dell’Udc quando chiede al Pd di rompere con Vendola per attirare la Lista per l’Italia, il Movimento Terza Repubblica, Italia Futura e tutte quelle personalità che ruotano intorno all’agenda Monti. C’è il Professore, magari non fisicamente, nel patto tra progressisti e moderati. Su questo concordano Bersani e Casini. Come fa allora a esserci Vendola? Il segretario del Pd però è convinto che la forza polemica di Sel contro i tecnici sia legato alla campagna delle primarie. Una volta finita quella partita il quadro sarà più chiaro e la propaganda si farà da parte. «In questa fase io capisco Nichi», ripete Bersani. Come se sapesse che sono slogan a termine. E avesse già incassato dal governatore pugliese una non belligeranza per il futuro.
La Repubblica 30.10.12
Bersani: voto storico «Fermi sulle alleanze», di Vladimiro Fruletti
«Abbiamo vinto in Sicilia. Cose da pazzi. È un risultato storico». Bersani usa un aggettivo impegnativo in piazza a Arezzo di fronte a migliaia di persone per commentare quello che è successo nell’isola. Ma è un dato «storico» perché lì «dal dopoguerra a oggi fa notare non è mai capitato che un partito della sinistra riformista fosse in competizione per vincere». E invece questa volta il Pd, alleato con i centristi dell’Udc, non solo s’è giocato la partita, ma è andato in gol. «Tocca a Crocetta, a chi lo ha sostenuto, in particolare al Pd, interpretare adesso con forza l’esigenza di cambiamento dell’elettorato siciliano» dice Bersani confermando di fatto che l’esperimento siciliano non finirà in un cassetto. Certo in Sicilia è mancata («purtroppo» sottolinea) l’intesa con Sel, ma il progetto di ricomporre il campo delle forze progressiste e poi di cercare un intesa col centro resta in campo. Perché lo confermano i buoni numeri siciliani. Anche quelli del Pd il cui dato, suggerisce Bersani, va visto in relazione alla presenza anche della lista personale di Crocetta che ovviamente un po’ di voti democratici li ha dragati. Il che però non lo spinge a lanciare in aria tappi di spumante. Certo non sarebbe nel suo stile. Ma al di là del carattere c’è soprattutto una ragione politica che Bersani esplicita nella sua tappa toscana. Un giro fra le fabbriche di Firenze (Elsag e Nuovo Pignone) e Prato (la manifattura Bardazzi e la tessitura Castagnoli) una conclusione in serata con un comizio in piazza ad Arezzo.
Ed è davanti ai lavoratori riuniti nella saletta della Rsu del Pignone che, al di là della soddisfazione per il successo di Crocetta e del Pd, Bersani mette in guardia dalle nebbie che salgono dal voto siciliano. La prima e più preoccupante è la crescente disaffezione dei cittadini dal voto. L’enorme fronte astensionista che sale e che dall’isola è destinato a sbarcare anche nel continente. «È un anno che lo dico, il primo problema è questo: il distacco fra cittadini e politica» ragione a alta voce Bersani. Che vede qui il principale fronte per il Pd «Non è neanche più una battaglia fra destra e sinistra spiega -. È una battaglia fra un’idea di una sinistra riformista e uno stato di disagio e disarticolazione che è notevole. Impressionante. La destra si sta sfarinando e non è che quando si sfarina, come ci fanno leggere spesso i giornali va verso i moderati. No, si sfarina e i suoi elettori o stanno a casa o vanno da Grillo». Un fenomeno quello dei 5 Stelle che al di là delle discussioni su percentuali attese e poi ottenute Bersani invita a prendere in considerazione. «C’è risponde a chi gli domanda di un Grillo che non sfondaè c’è in modo serio». Che poi Grillo, come il non voto siano sintomi di una malattia e non il possibile rimedio, Bersani ne è straconvinto. Tanto da indicare in questa la vera sfida che attende il Pd. «C’è distacco, protesta, gente che non va a votare e poi ci siamo noi che siamo sostanzialmente l’unico argine, l’unica possibilità». Il Pd può stare su questo fronte proprio perché ha scelto di aprirsi con le primarie («guai se non le avessimo fatte») e non di chiudersi in un «fortino».
Così agli operai spiega che «se tocca a me parto da lì», dal ricomporre la frattura «larga» che in questi anni s’è scavata fra Paese, «anche fra gli stessi lavoratori», e le istituzioni e la politica. E partire da lì per Bersani significa rimettere al centro dell’azione politica alcuni principi basilari: onestà, pulizia, sobrietà. E poi lasciare da parte le «favole» e ri-immergersi nel mondo reale, «nella vita vera delle persone». Che poi è il motivo per cui il “format” della campagna delle primarie di Bersani sia così distante da quello di Renzi. «Se mi capita un palazzetto lo riempio anch’io» risponde con un sorriso il segretario Pd a chi gli fa notare che mentre lui gira le fabbriche il sindaco di Firenze riempie teatri e Palasport. «Ma ho scelto questo taglio perché credo che le primarie servano a mettere un orecchio a terra per ascoltare i problemi del Paese. Per fare un po’ di formazione professionale». E per far accendere i riflettori su chi la vita se la guadagna ogni giorno col proprio lavoro. Come quelli della Selex Elsag, gruppo Finmeccanica, con cui pranza alla mensa (alla cassa, dopo aver fatto la fila col suo vassoio e il suo piatto di trippa, tira fuori il portafoglio, ma gli operai non lo fanno pagare) che rischiano il posto perché sono stati bloccati i fondi al progetto per una rete di comunicazione unica fra tutte e 5 le forze di polizia. O come Claudio Giardi, rsu Nuovo Pignone, che ha 59 anni ma «grazie alla Fornero» dovrà starsene in fabbrica ancora qualche anno, e che dando il benvenuto a Bersani (anche a nome di altre rsu, compresa quella del Maggio musicale fiorentino) fa una dichiarazione di voto esplicita: «Te lo dico col cuore, cerca di vincere altrimenti poi per noi sarebbe un problema andare a votare».
Pericolo che Bersani punta ovviamente a scongiurare. Così spiega di non vedere altra strada per la sinistra riformista che non sia quella di ancorarsi alle forze reali del Paese e della sua economia: il lavoro e le imprese che investono per creare lavoro. Il che significa dal punto di vista politico rimettere al centro queste figure di imprenditori, operai e insegnanti e non staccarsi dalle proprie radici. Senza cui le foglie nuove che propone qualcuno non sono altro che foglie prese da altri alberi, e non di sinistra. Radici che Bersani vede profonde nelle lotte per l’emancipazione di fine 800, dei più deboli che si riunivano per alzare la testa e rivendicare i propri diritti. Come racconta la grande foto color seppia di operai che sta alle sue spalle. È del 1920. «Noi assicura Bersani ripartiremo da chi la vita se la deve sudare».
L’Unità 30.10.12
