Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani dice «bisogna evitare che alcune candidature solitarie, come in Sicilia, diventino pura testimonianza», perché i progressisti, ragiona, hanno un’ispirazione di governo e non di testimonianza. Imprimendo un’accelerazione per un patto con moderati e centristi e dando una stoccata a Vendola. «Insisto: la nostra proposta è quella di un’alleanza dei progressisti che si apra al confronto con le forze politiche e civiche moderate per ricostruire il Paese», dice l’ex ministro mentre viaggia in un mini tour tra Caserta, Avelli no e Benevento in vista delle primarie che «fanno bene ai partiti. Anche il Pdl dovrebbe farle a dispetto di un Berlusconi che si rimette in campo anche se quel campo oggi mi pare piuttosto malmesso».
Segretario, addirittura una “cosa da pazzi” la vittoria in Sicilia. Ma vince l’astensione più che un partito.
«Suvvia siamo seri: quella era solo una battuta. Ma la vittoria c’è perché in un mare di sfiducia bisogna riconoscere che il Pd e i suoi candidati sono all’incrocio dell’esigenza di cambiamento e di un nuovo governo. Credo che questo sia il punto da dove ripartire perché tocca a noi trasformare questo disagio in un vero cambiamento, apportando però i temi di governo: la protesta da sola non offre soluzioni».
Epperò se si contano gli astenuti il Pd sull’isola non arriva al 7-8 per cento.
«Non si può contare in questo modo altrimenti dovrebbero essere abbassate le percentuali di tutti i partiti. Con il Pd c’era anche una lista civica attorno a Crocetta, dobbiamo guardare non al singolo risultato ma al dato complessivo. Se si guarda questo dato, la nostra forza rimane intatta, mentre gli altri partiti perdono tutti, tranne Grillo. Dopodiché sì, c’è un problema di disaffezione della gente verso la politica. Ma sono fiducioso, perché i risultati siciliani e tutte le rilevazioni dimostrano che siamo l’unica forza capace di aggregare».
Ma Grillo esonda al Sud come un fiume in piena.
«Come lo spiego? Lo dico da un anno. Temi come la sobrietà, l’utilizzo della rete, la democrazia diretta interrogano tutti, anche noi. Ma quel movimento è ormai un catalizzatore di disagio e disaffezione verso la politica. Ma, attenzione, i grillini non hanno una soluzione per il Paese e contro la più grave crisi economica degli ultimi decenni, mentre occorre decidere cosa fare e dare risposte all’altezza della crisi».
Un problema di riconoscimento dei partiti: il presidente Napolitano vi chiede di riprendervi il proprio ruolo.
«Dopo vent’anni di sbandamenti dobbiamo decidere se metterci nel solco delle grandi democrazie occidentali, che sono fatte di partiti, o se vogliamo coltivare in forme nuove l’eccezionalismo italiano sconosciuto negli altri paesi. Perché personalizzazione e demagogia ci allontano dal contesto delle democrazie che funzionano mentre i partiti riformati sono un’esigenza ineludibile per metterci su una strada che non prevede ricette semplificate e populistiche».
Il premier Monti ironizza “Noi cattivi? I partiti stanno messi peggio”.
«Mettere tutti i partiti nel mucchio non mi piace. Noi stiamo reggendo una situazione complicata: sosteniamo il governo anche su cose che non ci piacciono e diamo contributo generoso in una situazione difficile».
Non teme Grillo, quindi?
«Io ragiono per l’Italia, mi preoccupo del mio Paese».
Sicuro di andare al governo?
«Penso di sì. E questo sarà il nostro primo impegno». Eppure la nuova legge elettorale di cui si sta discutendo potrebbe portare all’ingovernabilità. «Sono seriamente preoccupato. Noi proponiamo un premio di maggioranza del 12 o il 15 per cento ma c’è chi pensa che occorra abbassare il tasso di governabilità secondo il principio “Muoia Sansone con tutti i Filistei”. Ma sarebbe un disastro».
Prima però d sono le alleanze: dopo la vittoria di Crocetta con Pd e Udc ora è forte il pressing per chiudere con I moderati.
«La mia proposta è questa: occorre un patto, una convergenza tra l’area progressista e quella moderata. Il mio compito è dare un contributo per creare un’area di progressisti per il governo che accetti il confronto con forze moderate. Ed evitare nel frattempo che posizioni di sinistra diventino, come in Sicilia, una pura testimonianza. Casini e altri protagonisti di un centro moderato stanno lavorando per organizzare il loro campo, dopodiché lo svolgimento del tema tra due aree distinte che si parlano è affidato a meccanismi elettorali che non conosciamo ancora. Ma, ripeto, serve il confronto con i moderati che rifiutano di correre dietro la destra».
Dopo i governi Pdl a trazione leghista qual è la ricetta che propone il Pd per il Mezzogiorno?
«Purtroppo abbiamo inaugurato in Europa l’idea che c’è qualcuno che si salva da solo. Ragionamento che va contro ogni evidenza, perché più si allarga la forbice tra Nord e Sud, e più si allarga quella tra l’Italia e l’Europa. Occorre invece partire dalla reciprocità tra Nord e Sud e quel che dico a Napoli lo dico anche a Varese: dal Mezzogiorno deve partire la richiesta di riforme che servano al Sud ma siano utili per l’intero paese, a cominciare da quelle per la legalità e per dare lavoro».
Cosa intende?
«Riforme per combattere la criminalità, la legalità, per ridurre l’intermediazione amministrativa, riforme per aiutare gli investimenti che danno lavoro, riforme per un welfare che non sia solo basato sugli occupati e così via. È chiaro che tutte queste politiche devono poi essere rafforzate al Sud smettendola finalmente di tagliare le risorse destinate al Mezzogiorno come avvenuto in questi anni».
Nel frattempo ci sono emergenze già scoppiate: da oggi in Campania ci sono 21mila esondati senza stipendio o ammortizzatore.
«Noi non abbiamo mai abbandonato questa tema e, di legge in legge, abbiamo lavorato in questo senso per risolvere i problemi più immediati e insisteremo sino ad arrivare all’obiettivo. Se ci avessero ascoltati prima non saremmo arrivati qui. La nostra soluzione era diversa: darci un arco di anni per l’uscita dal lavoro; chi andava via prima prendeva meno; chi dopo di più. E se qualche azienda aveva problemi di esodi si sarebbe potuto trovare un sistema affinché la gente non perdesse quota pensioni. C’è un buco nella riforma ma siamo testardamente impegnati a chiudere questo buco».
Non l’unica emergenza se a voi, come al Pdl del resto, non piace la legge di stabilità che si sta discutendo.
«Cí sono ricette diverse tra noi e il Pdl su almeno 4 punti. Primo: sulla scuola; secondo: sulla fiscalità noi siamo per alleggerire il peso sui redditi da lavoro; terzo: abbiamo a mente gli esodati e, quattro, pensiamo che sul tema di enti locali e sanità ci siano molte cose da correggere. Noi ci mettiamo sul fronte sociale e del lavoro mentre il Pdl è meno interessato a questo fronte. Capisco che ci sia un difficile equilibrio ma la legge di stabilità deve esserci e sfido io a mettere sullo stesso piano noi e il Pdl. Vedi la legge sulla corruzione, per esempio. Per noi deve esserci anche la legge sul falso in bilancio. Se Il Pdl insiste a impedirlo, lo faremo sicuramente nel prossimo governo».
Mentre si scopre che l’Idv, in tema di finanziamento, non è immacolato.
«Preferisco notare solo come i dipietristi mettendosi nella posizione di rifiuto ad una qualsiasi discussione sui temi di governo per protestare genericamente si siano autoesclusi. Da mesi l’Idv è su un’altra strada».
Intanto le primarie rischiano di lacerare il suo partito.
«La discussione si è aperta e non è lacerante. Io le ho volute perché penso facciano bene al Pd e quindi all’Italia, perché rompono il muro di incomunicabilità tra la politica e i cittadini. Anzi dovrebbe farle anche il Pdl».
Ma le farà? Il Cavaliere è tornato in campo.
«Dice? Vuole tornare in campo ma non ha capito che il suo campo mi pare un campo piuttosto impantanato».
Il Mattino 31.10.12
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"Stop alla legge sulla diffamazione. Ostruzionismo PD", di Natalia Lombardo
Non solo un «bavaglio», il testo di legge sulla diffamazione sta diventando una vera museruola per la stampa, per di più rappezzata in mille modi. Un «pasticcio», a detta di molti senatori, una «legge mostro» per il Pd D’Ambrosio. Il ddl comunque ieri è stato rinviato in commissione Giustizia dopo che la discussione nell’aula del Senato si era impantanata sulla durata e le modalità dell’interdizione dalla professione, chiesta in modo più restrittivo dai pidiellini Balboni e Mugnai (uno degli avvocati berlusconiani). In un clima delirante, hanno riformulato la proposta ben sette volte, con sofismi tra «lo stesso reato» o il «reato della stessa indole» sul quale avrebbe dovuto decidere un giudice.
Il rinvio è «un passo avanti», per il Pd, dopo che la stessa richiesta di un ripensamento sul ddl era stata bocciata per un voto lunedì. Ieri pomeriggio in commissione Giustizia i democratici hanno messo in atto una forma di ostruzionismo, prolungando i tempi della discussione, perché l’intero testo sia rivisto e non solo l’articolo 1. In realtà Domenico Nania, che presiedeva l’aula, sostiene di aver rinviato tutto il ddl (confermato da Casson del Pd e Li Gotti dell’Idv), ma il Pdl ha insistito sul contrario. La questione non è solo formale, l’ostruzionismo ieri è andato avanti, martedì è stato calendarizzato dalla capigruppo il ritorno in aula del ddl, ma le commissioni ieri sono state fermate per la fiducia sul decreto sanità.
SALVARE SALLUSTI ALLA CAMERA
Lunedì Dario Franceschini, Pd, nella riunione dei capigruppo ha proposto di stralciare la punizione col carcere per i giornalisti, inserirla in un provvedimento già in commissione Giustizia, votarla subito e lasciare poi che al Senato si discuta in modo più approfondito una legge sulla diffamazione, senza essere condizionati dall’urgenza di evitare il carcere al direttore del Giornale. Franceschini ha avuto la disponibilità degli altri gruppi, ma tutto dipende da cosa accadrà in Senato.
A Palazzo Madama sul ddl il caos è totale, con un clima avvelenato da una logica autoritaria anti-stampa, espressa da centrodestra e Lega. Ma se nella settimana scorsa era meno netto il confine tra gli schieramenti, con una certa trasversalità fra chi voleva misure rigidissime, ora i «fronti» sono più netti: il Pd ha ritrovato l’unità nel contrastare il giro di vite sull’informazione approfittando del «caso Sallusti», insieme all’Idv, all’Udc e anche dall’Api.
Nel Pdl contraddizioni e posizioni divergenti sono tante, nonostante sembra che ci sia un pressing di Berlusconi perché si chiuda risolva presto la questione Sallusti (al quale, dicono nel Pdl, «non può voltare le spalle»). Ma nel partito il caos è totale: se i capigruppo Gasparri e Quagliariello avrebbero volentieri fatto a meno di toccare l’argomento, a parte il «salvare il soldato Sallusti», altri nel Pdl consumano vendette o vogliono dare prove di forza e di controllo sull’informazione, intimidendo il giornalismo investigativo. La Lega, anche questa in confusione, ha ritentato un asse col Pdl poi ieri ha protestato a 360 gradi annunciando di volersi tirare fuori. In tutto ciò il direttore del Giornale «cinguetta» sprezzante: «Senato di incapaci. Ma meglio in piedi a San Vittore che in ginocchio a palazzo Madama», è il tweet di Sallusti.
Ieri è comunque passata la riduzione da 100 a 50 mila euro delle multe e la soppressione del raddoppio della pena in caso di recidiva, proposti da due emendamenti del capogruppoUdc D’Alia, che ha tentato anche una modifica sull’interdizione. Ma su questo tema è scoppiata la bagarre. Esce una dichiarazione congiunta dei senatori Pd Vannino Chiti e Vincenzo Vita, che denunciano come i «presupposti originari» della legge (che ha scritto Chiti con Gasparri) siano stati «via via travolti e rovesciati persino in soluzioni opposte»: dalle multe cresciute a dismisura al «supplemento di esborso economico per le testate comprese nel Fondo per l’editoria», dalla «costosissima rettifica per l’eventuale reato commesso nella scrittura di un libro», alle pene accessorie sulla interdizione dalla professione «sottraendo la scelta all’Ordine». Un mostro autoritario, quindi. Bene dunque il rinvio in commissione. «Una decisione saggia, si è evitata almeno per ora una nuova clamorosa retrocessione in Europa», ha commentato Beppe Giulietti, che con Articolo21 continuerà a raccogliere firme contro la «legge bavaglio».
L’Unità 31.10.12
Carpi (MO) – Iniziativa: Carta d'intenti del PD, il sapere. (Rinviata)
INIZIATIVA RINVIATA A DATA DESTINARSI PER IL LUTTO CHE HA COLPITO L’ON GHIZZONI
presso Circolo Kalinka
via Tassoni 6 Carpi
Con On.Manuela Ghizzoni
Assessora Cleofe Filippi
"Quell’altrove culturale dove vivono gli studenti", di Marco Lodoli
«Io non esisto più, sono diventata invisibile», mi dice una professoressa con la voce spezzata e gli occhi umidi. «Entro in classe, comincio a spiegare e subito mi accorgo che nessuno mi ascolta. Nessuno, capisci? E così per giorni, mesi, forse per tutto l’anno. La mia voce non gli arriva, parlo e vedo le parole che si dissolvono nell’aria, e dopo un poco mi sembra che anch’io mi dissolvo, resta solo un senso di impotenza, di fallimento». Quante volte negli ultimi anni ho raccolto dai miei colleghi sfoghi di questo genere: professori di lettere, storia, filosofia, arte che si sono ben preparati per la loro lezione e che finiscono a parlare nel vuoto, come radioline lasciate accese in un angolo, e a poco a poco si scaricano, si spengono malinconicamente. Perché accade questo, perché sembrano saltati i ponti e le rive si allontanano sempre di più? A riguardo mi sono fatto un’idea.
Finita, esaurita, muta, forse non proprio morta e sepolta ma di sicuro messa in cantina tra le cose che non servono più: la cultura umanista sembra aver concluso il suo ciclo, ai ragazzi non arriva più niente di tutto quel mondo che ha ospitato e educato generazioni e generazioni, che ha prodotto una visione del mondo complessa eppure sempre animata dalla speranza di poter spiegare tutto nel modo più chiaro, adeguato alla mente dell’uomo, alle sue domande, ai suoi timori. Finito, possiamo mettere una pietra sopra alla filosofia greca, alla potenza e all’atto, alla maieutica e all’iperuranio, alla letteratura latina, alla poesia italiana da Petrarca a Luzi, al pensiero cristiano e a quello rinascimentale, con le loro differenze e le loro vicinanze, ai poemi cavallereschi e agli angeli barocchi, all’idealismo tedesco e al simbolismo francese, a Chaplin e Bergman, Visconti e Fellini: è tutto precipitato giù per le scale buie della cantina, tutto scaraventato alla rinfusa nel deposito degli oggetti perduti. È chiaro che da qualche parte, in un eccellente liceo classico, esiste e resiste un ragazzo che legge Platone, scrive sonetti, suona il violino e studia la pittura di Raffaello, la vita per fortuna si diversifica per avanzare. Ma per la stragrande maggioranza dei ragazzi di oggi tutto il patrimonio culturale del nostro paese non significa più niente. È un universo in bianco e nero, malinconico, pensante e dunque pesante, polveroso come una parrucca. E non serve che gli adulti lo lucidino per farlo apparire più vivo: se brilla lo fa come una bara.
È così, c’è poco da fare, l’oceano del passato non arriva più a lambire la spiaggia del presente. Anche Huckleberry Finn rifiuta la storia di Mosè e della manna nel deserto quando scopre che Mosè è morto da secoli, della gente morta un ragazzo non sa che farsene, dice Huck e forse ha ragione. Ma per la mia generazione, e quella di mio padre, e quella di mio nonno – e più indietro non vado – il passato non era un tempo che svaniva insieme ai foglietti del calendario. Certi morti non erano mai morti. Fossero gli eroi greci o quelli del Risorgimento o Che Guevara, fosse Mozart o John Coltrane o Luigi Tenco, i grandi continuavano a vivere nell’immaginazione e nella riconoscenza dei ragazzi. Una catena d’acciaio o una ghirlanda di fiori univa il meglio al meglio, la bellezza alla speranza, la forza alla fiducia. Leggevo Dostoevskij e Tolstoj come se fossero dei fratelli maggiori, non li collocavo nel regno cupo dei morti, le loro parole erano vive, non sussurrate da un tempo lontanissimo fino a perdersi nell’incomprensibilità. E i quadri di Bellini e quelli di Morandi entravano a far parte dello stesso museo interiore, ogni giorno una nuova opera si sistemava su una parete vuota: e le pareti erano infinite, come le meraviglie del passato.
Oggi i ragazzi non si voltano più indietro, gli prende subito la tristezza perché alle spalle avvertono solo un cimitero degli elefanti. La vita è adesso, qui e ora, e poi di nuovo qui e ora, e quello che è stato è stato, e tutte le chiacchiere dei vecchi sono fumo nel vento. Il presente si nutre di se stesso, digerisce se stesso e va avanti. L’arte, il pensiero, la letteratura dei secoli andati è lenta, è puro impedimento vitale, ruminamento in epoca di fast food. Naturalmente anche la politica esce con le ossa rotte dalla fabbrica delle nuove produzioni mentali e sentimentali: anche la politica è fumo nel vento. Questa è la stagione del desiderio, dell’onnipotenza tecnologica, dei corpi che vanno più veloci del pensiero, è la stagione del disprezzo verso ogni forma di misura, di armonia, di compostezza classica, di ragionamento lento e articolato. Sillogismi, rime, consonanze, prospettive, equilibri, riflessioni sulla miseria e la grandezza dell’uomo: via, giù tra le macchine da cucire e il cinema muto, tra i libri dei poeti e i fiori secchi. La cesura è netta, un taglio secco, del passato non si recupera quasi nulla, la cultura umanista finirà tutta quanta in una bella mostra a Roma o a Firenze, e ci sarà la fila per ammirare il cadavere mummificato: ma i ragazzi stanno tutti altrove, davanti a qualche schermo acceso, su qualche aereo che vola sul mondo, in un futuro che allegramente, superbamente, se ne frega di ciò che è stato e che non sarà mai più.
Non è detto che questo dichiarato disinteresse per la tradizione sia una pura sciagura. Il mondo cambia di continuo, a volte lentamente, per passaggi quasi impercettibili, a volte in modo brusco, in una sola stagione, in un minuto. I nostri ragazzi leggono altri libri, ascoltano altra musica, amano e odiano in un altro modo, ragionano seguendo strade invisibili, e noi adulti non dobbiamo solo rimproverarli perché non conoscono Cechov o Debussy, Pasolini o Bob Dylan. Dobbiamo invece assolutamente capire dove stanno andando, perché ci salutano senza nemmeno voltarsi, perché non si fidano più della nostra cultura. Oggi loro sentono che la vita è altrove e la memoria non basta a reggere l’urto con le onde fragorose del mondo che sarà, che è già qui: serve energia, e quella non la trovi più nei cataloghi e nei musei.
La Repubblica 31.10.12
"Napolitano sferza i partiti: prendetevi le responsabilità e fate nuove regole", di Mariantonietta Colimberti
Ancora una volta, il capo dello stato ha gettato il sasso nello stagno. E lo ha fatto proprio mentre, più o meno esplicitamente, nelle forze politiche si andava diffondendo la convinzione che – volenti o nolenti – a votare si andrà con il Porcellum. Il testo Malan all’esame della commissione affari costituzionali del senato, infatti, che non piace al Pd, sta compiendo i suoi passi molto lentamente, ma soprattutto senza il sostegno di un vero accordo politico che lo espone a qualsiasi imboscata. Ieri, ad esempio, per un solo voto (assente l’Idv) è stato bocciato il doppio turno alla francese contenuto in un emendamento dei radicali votato anche dai dem. A dimostrazione di come la riforma apparentemente voluta dal Pdl e dall’Udc sia appesa a un filo. In una situazione siffatta, la prospettiva che tra una decina di giorni in aula arrivi un testo non condiviso è più che mai verosimile.
Giorgio Napolitano, però, che della riforma della legge elettorale ha fatto una questione prioritaria, è tornato ieri a bacchettare le forze politiche, sgombrando il campo anche dalle varie illazioni circolate in questi giorni circa l’ipotesi di elezioni anticipate e di mantenimento da parte del capo dello stato di un ruolo di kingmaker all’inizio della nuova legislatura.
Intervenendo al Quirinale per le celebrazioni del 150esimo anniversario della Corte dei conti, il presidente ha detto tre cose molto importanti: la prima, che si andrà a votare a scadenza naturale della legislatura; la seconda, che il governo e il parlamento hanno ancora molto da fare da qui ad allora; la terza, che a votare si dovrà andare con regole nuove. Alle forze politiche Napolitano ha chiesto «un’ampia e operosa assunzione di responsabilità in vista delle sfide che sono davanti all’Italia e all’Europa», ricordando che la scadenza della legislatura è «sufficientemente vicina» per consentire loro «di prepararsi a riassumere pienamente il loro ruolo nella vita istituzionale».
Dunque, il capo dello stato è tornato a tracciare quella che per lui è la via maestra, politica e istituzionale, perché tutto vada a compimento. Al Quirinale Napolitano si è intrattenuto sia con Monti sia con Gianni Letta, quest’ultimo evidentemente nella consueta veste di ufficiale di collegamento tra Silvio Berlusconi e il mondo delle istituzioni. Il Cavaliere avrebbe voluto incontrare Napolitano per lamentarsi della severità dei giudici a fronte di una lealtà da lui garantita al governo per quasi un anno. Al momento, però, non è prevista una sua salita al Colle, non ce n’è motivo. Più avanti si vedrà, intanto Letta ha rassicurato il capo dello stato circa il sostegno all’esecutivo da parte del Pdl (o di quel che ne resta).
Sulla questione della riforma elettorale il presidente della repubblica potrebbe anche ricorrere al messaggio alle camere, una scelta che metterebbe i partiti – qualora non ottemperassero – di fronte alla responsabilità di dire un “no” sostanziale alla massima istituzione. Ieri il vicepresidente dei senatori Pdl Quagliariello lasciava aperta una porta per l’intesa in aula, segno che in commissione non la ritiene fattibile. L’unico punto su cui in commissione si è registrato un unanime parere favorevole è stato sull’emendamento Vizzini, che prevede un tetto massimo di 340 deputati al premio di maggioranza alla camera, pari al 55 per cento dei seggi. «Si ha l’impressione che i sostenitori del testo Malan – spiega a Europa il senatore dem Francesco Sanna – abbiano come solo obiettivo quello di disegnare un sistema che fotografi sostanzialmente le forze in campo, a prescindere dalla governabilità. Per tornare a un meccanismo in cui le alleanze si fanno “dopo”. Un’idea del genere poteva prima avere un senso per chi aspirava a un Monti-bis, ma adesso che Berlusconi fa concorrenza a Grillo?». E allora come se ne esce? «Il Pd sta mantenendo un sub-emendamento che lascia aperta la prospettiva di riesumare il Mattarellum se tutto il resto dovesse fallire». Nel pomeriggio Napolitano ha ricevuto Casini. Dopo l’esito delle elezioni siciliane, è in vista una moral suasion sulla legge elettorale?
da Europa Quotidiano 31.10.12
"Quando in gioco è il Paese", di Pietro Spataro
Dalla Sicilia arriva un bastimento carico di messaggi. Bisogna leggerli con attenzione per trarne le indicazioni giuste e per cogliere, oltre alle incognite, anche le possibilità che si aprono per evitare che l’Italia diventi un «clone greco». La vittoria (anche se di misura) di Rosario Crocetta è un fat- to straordinario e ci dice due cose. La prima: scegliendo le persone giuste e le alleanze adeguate si possono combatte- re anche battaglie che sembrano impossibili.
Se una regione, dove la mafia è ancora un osso duro, ha il coraggio di affidarsi a un uomo che ha fatto della guerra contro i boss il centro della sua storia politica, vuol dire che ci sono, anche nelle zone più a rischio, gli anticorpi per resistere al declino. La seconda: il centrodestra perde pezzi consistenti del suo blocco sociale che aveva, proprio nell’isola, la sua cassaforte principale e non riesce più a contenere uno smottamento ormai catastrofico. Queste tendenze – che, diciamo la verità, erano abbastanza imprevedibili nella loro effettiva dimensione – possono favorire nuovi scenari. C’è una possibilità, da coltivare con coraggiosa ostinazione, che l’Italia riprenda il cammino, scansi gli scogli della frammentazione e dell’assuefazione e ricostruisca una normalità politica e sociale che le manca da almeno un ventennio. In Sicilia un’alleanza tra progressisti e moderati ha avuto già il suo effetto: Crocetta è governatore grazie al patto tra il Pd di Bersani e l’Udc di Casini. Tutti e due hanno avuto il coraggio di rompere vecchi schemi, di superare antiche divisioni e di uscire dal groviglio di questioni locali che spesso legano le mani e rendono complicate anche le soluzioni più semplici. Si era scritto, prima che chiudessero le urne, che il voto siciliano avrebbe avuto un rilievo nazionale e che su quel risultato si sarebbe messa alla prova anche la consistenza del rapporto tra il Pd e le forze di centro. Il segnale che arriva è positivo. C’è però un anello mancante: la scelta di Sel di chiudersi nel recinto di un patto minoritario con l’Idv, andando in controtendenza rispetto alle scelte compiute a Roma, ha privato l’alleanza per Crocetta di un pezzo importante e non gli ha consentito, con tutta probabilità, di avere una maggioranza autosufficiente. È il segno che il settarismo un po’ movimentista non crea consenso, ma lascia a Grillo più spazio di quanto già non ne abbia.
La questione che ora si apre è questa: è possibile costruire un ponte che colleghi politicamente il Pd e Sel con l’Udc? Che consenta di costruire un’alleanza di governo forte e affidabile? Non possiamo nasconderci i problemi che rendono non facile questa impresa: sia da parte di Casini che di Vendola, anche se oggi con toni meno ultimativi di una settimana fa, restano dissidi non di poco conto. E il giudizio su Monti è uno dei temi di divisione: per l’uno un’esperienza da valorizzare, per l’altro da dimenticare. Ma non c’è dubbio che il voto siciliano, con le speranze che accende, può aiutare a superare queste divaricazioni perché illumina la scena dell’Italia. Il pericolo che dal voto del 2013 esca un Paese ancor più frammentato, con un astensionismo preoccupante e Grillo in avanzata, è forte. La possibilità che si piombi in una situazione di ingovernabilità è alta, con il rischio che l’eccezione dei tecnici diventi una drammatica normalità. È come se fossimo davanti a un bivio: lasciare che le cose vadano inesorabilmente nella direzione sbagliata o mettersi in gioco per dare agli italiani la possibilità di voltare pagina.
Per scrivere una nuova storia, in certi momenti, c’è bisogno dell’ottimismo della volontà. Ma anche di una carica di innovazione politica e programmatica che sappia riattivare quella connessione sentimentale con il popolo che rende autorevole un partito o una coalizione di governo e che sia in grado di ricostruire quello spirito di comunità che negli anni del berlusconismo è stato frantumato. Le basi per discutere ci sono: la carta di intenti, che tutti i candidati alle primarie del centrosinistra hanno firmato, è già una traccia significativa sulla quale non è difficile immaginare un confronto proficuo con le forze di centro. Ora però, come ha fatto il Pd aprendosi alle primarie, anche i moderati devono accettare la sfida dell’innovazione presentando agli italiani una nuova offerta politica utile alla ricostruzione del Paese. Questo è un tempo difficile. Ed è un tempo che ha bisogno di uomini che costruiscano ponti piuttosto che recinti, che curino l’interesse generale piuttosto che l’orgoglio di partito. D’altra parte, un leader si vede dal coraggio.
L’Unità 31.10.12
"Immigrati, i numeri e la realtà", di Giovanna Zincone
Radiografando l’immigrazione con occhi aperti al mondo, il Dossier Statistico Caritas anche quest’anno ci parla dell’Italia. Rende evidenti emergenze del presente, pecche radicate, problemi strutturali. Secondo le stime Caritas, un po’ più generose come sempre di quelle Istat, gli stranieri nel nostro paese sono 5 milioni, una cifra appena più alta dell’anno precedente. La crisi, quindi, ha diminuito solo di poco il tasso d’incremento degli ingressi, ma non ha ancora intaccato il totale dei presenti. Siamo ormai sopra alla media europea, e la rapidità con cui il fenomeno si è sviluppato specie nell’ultimo decennio ha generato contraccolpi. Stando a vari sondaggi, per gli italiani gli immigrati sono troppi. In questa opinione si profilano due pecche nazionali: la riluttanza a fare i conti con la realtà e l’incongruenza dei giudizi.
Questi 5 milioni sono troppi rispetto a cosa? Non rispetto alle esigenze della nostra economia: gli immigrati sono circa l’8% della popolazione, ma il 10% della forza lavoro. Si tratta di una componente poco concorrenziale, collocata in larga misura nelle fasce basse dell’occupazione e del reddito: l’83% dei comunitari e Il 90% dei non comunitari sono operai. Sempre secondo i sondaggi, gli italiani concordano sul fatto che i lavoratori stranieri ricoprano mansioni lasciate scoperte dagli autoctoni. Temono semmai che consumino più risorse pubbliche di quante ne producano, ma è vero il contrario, come conferma anche il rapporto Caritas.
Il largo numero di immigrati alla base della piramide lavorativa non dipende solo dal fatto che molti italiani rifiutano certe mansioni, ma anche dal fatto che quella base è molto, troppo e crescentemente larga. La nostra economia attrae dall’estero soprattutto lavoratori non specializzati ed esporta giovani, anche specializzati, perché si colloca in settori arretrati nella divisione internazionale del lavoro. La nostra è un’economia seduta. È un sistema che scoraggia i giovani cervelli: il 62% per cento dei ricercatori italiani emigrati in Gran Bretagna ha meno di 35 anni, e lì solo il 9% di nostri accademici ha più di 50 anni. Che escano più persone qualificate di quante ne arrivino è inevitabile. Dubito che la Carta Blu dell’Ue, introdotta anche in Italia per favorire l’immigrazione di stranieri qualificati, rovesci il senso di marcia delle competenze in entrata e in uscita dal nostro paese. Abbiamo infatti un altro magnete di lavoro purtroppo spesso poco qualificato: un welfare marcatamente familiare che impiega numerose addette nelle funzioni di cura domestiche, anche e molto degli anziani. Questa strategia di delega alle famiglie può essere migliorata, ma evitare di internare gli anziani non autosufficienti è una buona cosa. Meno buono è che il welfare domestico costituisca un ricettacolo di lavoro nero. Anche la regolarizzazione del 2012 è stata utilizzata soprattutto da colf e badanti. Irregolarità e lavoro nero sono più facili da praticare in casa, ma lo sono anche in un tessuto di piccole imprese che, per quanto ricco di creatività ed esemplari successi, costituisce un altro limite e una fragilità del sistema Italia. In un contesto culturale che non ama le regole, le imprese non fanno eccezione. Nel 2011 il 61% per cento delle imprese controllate risulta non in regola, quindi talora più a rischio di incidenti sul lavoro. Per quanto in calo rispetto al passato, gli incidenti restano più alti della media europea e, per gli immigrati, addirittura in aumento (dal 15% al 15,9%).
I «troppi» immigrati pagano quindi prezzi piuttosto alti: si collocano nella fascia più bassa dei redditi e delle occupazioni, sono più esposti a trattamenti irregolari e a rischi di incidenti. La crisi ha prodotto un aumento della loro disoccupazione che è decisamente più alta (12,1%) di quella dei nati in Italia. D’altra parte, il lavoro immigrato resta fondamentale per i datori di lavoro. Mentre gli occupati nati in Italia sono diminuiti, quelli nati all’estero sono aumentati di 170 mila unità. E non solo perché sono più flessibili: è alta infatti la loro quota tra gli assunti a tempo indeterminato. Gli immigrati costituiscono quindi un polmone sociale, ma è un polmone a rischio. Per loro, come per tutti i lavoratori, molto dipende dalla tenuta della nostra economia e da norme che aiutino ad affrontare la turbolenza in corso. È stato quindi opportuno rialzare il tempo di disoccupazione tollerata da 6 a 12 mesi, ma ancora meglio sarebbe lasciarlo alla valutazione dei singoli casi.
Il rapporto Caritas fornisce numeri, ma nella sua introduzione ci ricorda che gli immigrati non sono numeri, sono individui e famiglie degni di rispetto. Nei loro confronti si evidenzia, invece, un altro grave vizio nazionale che irrompe nei rapporti sociali e politici: la mancanza di rispetto, l’uso di un linguaggio volgare. Anche nel Dossier Caritas emerge dunque un’Italia che – come ha affermato Monti – non necessita di interventi moderati, ma di riforme radicali. D’altra parte, il nostro paese ha un grande bisogno di moderazione nei toni, di quelle buone maniere pubbliche che Monti cerca di diffondere. Auguriamoci che questa non si riveli la più difficile delle sue riforme.
La Stampa 31.10.12
