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"La mafia sulla riva del fiume", Mario Lavia

Stavolta Cosa Nostra non ha puntato forte. Almeno, non sembra. Vince un simbolo dell’antimafia, Crocetta, ma vince nel deserto delle emozioni e vince in un panorama politicamente terremotato. La mafia, forse, ha preferito stare a guardare lo sfacelo. O forse – ci dice Nando Dalla Chiesa – «si è divisa». Cosa nostra divisa davanti una tornata elettorale: sarebbe la prima volta, o quasi (nel 1987 a Palermo ci fu una clamorosa “scissione” fra i voti alla Dc e quelli al Psi). «Può benissimo darsi che la mafia si sia frazionata fra diverse opzioni – spiega Dalla Chiesa – e che ogni spezzone abbia deciso di trattare separatamente con diversi referenti. Teniamo presente che probabilmente oggi non c’è neppure una gerarchia ordinata, non c’è una centrale, non c’è la “cupola” di una volta». Anche per i colpi ricevuti, effettivamente è difficile individuare il Totò Riina di oggi, se esiste. Ed è ormai assodato che le centrali siano altrove, non solo a Palermo e in Sicilia, e che proprio la ramificazione della criminalità organizzata escluda il tradizionale appoggio a questa o quella forza politica. Una mafia più “tentacolare”, e più “gelatinosa” non punta su un partito solo. Anzi, forse non punta proprio più sulla politica. «Magari oggi la mafia pensa di saltare il rapporto con una politica messa così male – sostiene Dalla Chiesa – senza tenere conto che anche per lei i tradizionali schemi sono saltati: l’Udc dall’altra parte, la destra che si divide…».
Sarà pure un’ipotesi suggestiva ma non si può del tutto escludere che persino la mafia sia – come dire? – disorientata. Di fronte a un sistema politico, nazionale e regionale, frammentato e debolissimo, Cosa nostra può aver deciso che gli affari è meglio farseli in proprio, saltando la mediazione e la complicità della politica: niente più anticamere dall’assessore di turno, si va a trattare coi potentati economici direttamente, ai politici al massimo si fa una telefonata, tanto sono loro ad aver bisogno di appoggi, non viceversa. In una regione dove la metà degli elettori non va a votare, la mafia nemmeno partecipa alla battaglia politica. «Non lo so, io penso che alla fine la mafia vota, sempre», si limita a commentare Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti di storia della criminalità organizzata. Il che peraltro non esclude che persino gli ambienti criminali siano in qualche modo risucchiati nel gorgo del rifiuto della politica, e comunque che nell’incertezza sul partito vincente abbia preferito saltare un giro. Grillo? No, caso mai il M5S intercetta voti di chi è stanco di forza politiche incapaci di fronteggiare la crisi economica e vissute come rubasoldi a scapito della gente comune. Non è lì che la mafia ha puntato le sue fiches.
Lontanissimi i tempi non solo del massiccio appoggio alla Democrazia cristiana ma anche del famoso 61 a zero, la scelta di Forza Italia come cavallo di troia per coprire interessi opachi, oggi Cosa nostra appare ferma sulla sponda del fiume, guardando quel che resta di una politica sul punto di colare a picco.
da Europa Quotidiano 30.10.12

L’Aquila, la truffa delle “case a molla”. “In caso di sisma rischiano di crollare”, di Carlo Bonini e Giuseppe Caporale

Cade l’ennesima quinta del teatro di cartapesta costruito sulle macerie del terremoto dell’Aquila dalla macchina dei miracoli e del consenso di Guido Bertolaso. Almeno duecento degli isolatori sismici a pendolo montati sui pilastri che sostengono i 185 edifici del progetto “C. a. s. e.” (Complessi antisismici ecocompatibili) sono destinati a sbriciolarsi se mai la terra dovesse tornare a tremare come quel 6 aprile di sei anni fa. E quel che è peggio, nessuno è in grado di dire oggi — nemmeno la ditta che li ha prodotti e montati, la società “Alga” — quali strutture esattamente appoggino su quei pezzi fallati. Meglio, costruiti «in frode» alle specifiche che erano state indicate dal bando di gara per l’assegnazione dell’appalto. Una commessa da 7 milioni di euro che vide vincitrici la società Alga (4.900 gli isolatori forniti) e la Fip (2.400). Finanziata in parte dal Fondo europeo di solidarietà. Utile a trasformare una catastrofe in scintillante passerella per un assolo dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, accompagnato da Bruno Vespa in una memorabile puntata di Porta a Porta, in cui vennero squadernate al Paese le meraviglie, tecnologiche e di comfort, di quelle che sarebbero state ribattezzate “le case a molla”, nuova dimora per 20 mila senzatetto.
Nella meraviglia si nascondeva appunto l’inganno. Ancora più odioso perché consumato su chi aveva perduto tutto e potenzialmente devastante sul futuro sviluppo di una tecnologia antisismica (quella degli isolatori) considerata tra quelle all’avanguardia nel mondo. Per scoprirlo è stata necessaria l’ostinazione del pubblico ministero Fabio Picuti e del gip Marco Billi (gli stessi due magistrati crocefissi la scorsa settimana per la sentenza di condanna dei membri della Commissione Nazionale Grandi Rischi), nonché il lavoro di un anno dei docenti di ingegneria Alessandro De Stefano e Bruno Chiaia, i due periti di ufficio incaricati di verificare se, appunto, i “pendoli” sistemati sotto i 185 edifici antisismici rispondessero effettivamente ai requisiti fissati dal bando di gara e, soprattutto, se fossero efficienti. Ebbene, le conclusioni della loro perizia di 160 pagine, illustrata ieri all’Aquila nel corso dell’incidente probatorio del procedimento dove le società produttrici dei pendoli sono indagate appunto per frode in forniture pubbliche, usa la certezza dell’indicativo. Se è vero infatti — scrivono i periti — che «la totalità degli isolatori forniti dalla Fip sono risultati funzionanti e perfettamente idonei allo scopo per il quale sono stati installati», non altrettanto può essere detto per quelli dell’Alga. Almeno 200 dei 4.900 pezzi prodotti da questa società «non solo presentano disomogeneità rispetto a quanto dichiarato nella fornitura, non solo non sono stati sottoposti a prove di qualificazione e accettazione da un laboratorio terzo e ufficiale, ma uno di essi, testato presso il laboratorio di Ingegneria strutturale dell’Università di san Diego, in California, non ha superato le prove, rompendosi macroscopicamente durante una di esse». Cedono di schianto, dunque. E la ragione — provando a semplificare la complessità degli argomenti tecnici illustrati dalla perizia — è appunto nella frode utilizzata per assemblarli. Gli isolatori sismici a pendolo sono sostanzialmente costituiti da 3 elementi d’acciaio sovrapposti: una base concava; una rotula centrale, convessa; un terzo elemento che si accoppia con la rotula, consentendo le rotazioni. Ebbene, per controllare l’attrito negli isolatori vengono utilizzati opportuni materiali termoplastici. E la loro qualità è decisiva per consentire che l’edificio, durante un evento sismico, dondoli più dolcemente rispetto al movimento del terreno. All’Aquila, gli isolatori dovevano essere di materiale termoplastico omogeneo, detto Hotslide, riconoscibile per il suo colore verde. Al contrario, nei 200 pezzi “anomali” prodotti dall’Alga quel materiale omogeneo non è, risultando una combinazione di Hotslide e Xlide (il colore in questo caso è nero).
Ora, come è stato possibile che nessuno in fase di realizzazione si sia accorto della frode? È un fatto, accertato dalle indagini della Procura, che l’azienda figurasse tra gli sponsor dell’Eucentre di Pavia, il centro di ricerca antisismica diretto dal professor Gianmichele Calvi, uomo di Bertolaso, padre del progetto C.a.s.e., condannato lo scorso 22 ottobre quale componente della Commissione nazionale grandi rischi e, ora, indagato con Agostino Marioni, proprietario dell’Alga, per frode. Ma è pur vero che all’Eucentre l’Alga fece testare esemplari di isolatori che non presentavano quella disomogeneità di materiali. È un fatto che nessuno, né Marioni, né Calvi sappiano oggi non solo quanti isolatori anomali siano stati montati, né sotto quali edifici. E che i periti scrivano come «ai fini della sicurezza globale degli edifici sia necessario intervenire per la sostituzione degli isolatori
anomali».
La Repubblica 30.10.12

"L'onda anomala", di Massimo Giannini

Prima dell’uragano di New York, arriva lo tsunami di Sicilia. Basta che Beppe Grillo attraversi a nuoto lo Stretto di Messina, e l’onda anomala investe l’isola. Devasta quasi tutto, a partire dalle vecchie «casematte » del potere di centrodestra. Tra le macerie si erge un’alleanza di centrosinistra, fragile e non autosufficiente. E si staglia un Movimento 5 Stelle, agile e destabilizzante. Se questo esito del voto siciliano si proiettasse su scala nazionale, ne verrebbe fuori un quadro politico indecifrabile. E un Parlamento ingovernabile. Sul piano locale, queste elezioni regionali offrono tre spunti di riflessione. La prima evidenza, la più inquietante, è il combinato disposto tra la corsa dell’anti-politica e la fuga dalla politica. Tutti immaginavano che il comico genovese, in trasferta in una terra a lui incognita, avrebbe ottenuto un buon risultato. Ma non era affatto scontato che, con poco più di una settimana di comizi nelle piazze e nelle valli sicule, Grillo riuscisse a diventare il primo partito in quasi tutte le città, con percentuali che oscillano intorno al 18%. Non contano le proposte programmatiche sull’isola formulate dal leader dell’M5S. Conta la voglia di cambiamento purchessia di chi lo ha votato, che fa premio su tutto. Se a questo dato aggiungiamo il record di un’affluenza alle urne che per la prima volta nella storia repubblicana resta sotto la soglia psicologica del 50%, l’abisso che separa gli elettori dagli eletti (per disincanto populista o per disinteresse astensionista) diventa davvero pauroso.
La seconda evidenza, la più stupefacente, è il crollo totale del Pdl, che è alla base dell’insuccesso di Musumeci. La Sicilia è storicamente un feudo della creatura berlusconiana, che qui è nata come Forza Italia, è cresciuta, ha incubato le sue più disinvolte formule coalizionali ed ha coltivato i suoi trionfi epocali. Dalla satrapia condivisa con il «socio» centrista Totò Cuffaro al leggendario «cappotto » 61 a zero del 2001. Dalle vette vertiginose del 46,6% ottenuto alle politiche del 2008, poi parzialmente corretto al 33,4% delle regionali, oggi il Partito del Popolo delle Libertà precipita al 12%. Una miseria di voti, racimolati nella terra dei Marcello Dell’Utri, dei Renato Schifani e soprattutto di quell’Angelino Alfano che qualcuno vorrebbe degno ed unico erede dell’impero del Cavaliere, e che persino nella sua Agrigento incassa l’ennesima umiliazione. Nonostante questo, il segretario di Berlusconi (molto più che del suo partito) parla di un «risultato straordinariamente positivo». Più che indignazione, suscita compassione. La terza evidenza, la meno sconfortante, è la tenuta dell’asse Pd-Udc, che consente almeno a Crocetta di governare la regione, magari attraverso un ulteriore patto con il movimento di Miccichè e Lombardo. È il segno che l’alleanza tra progressisti e moderati ha un suo senso, anche in una regione generalmente «inospitale» per la sinistra. Bersani parla di «un risultato storico», e a suo modo dice il vero.
A parte il dominio assoluto della Dc ai tempi della Prima Repubblica, nella Seconda in Sicilia ha sempre governato la destra (con l’insignificante parentesi di Antonio Capodicasa, esponente dell’allora Pds, che guidò Palazzo dei Normanni tra il ’98 e il 2000). Dunque, per il centrosinistra aver piazzato comunque la sua bandiera nell’isola è un passo avanti. Ma il segretario farebbe bene a non enfatizzare troppo il «successo». La ditta Pd-Udc è comunque la somma di due debolezze: insieme (se si aggiunge il 6,5% della lista civica Crocetta) fanno più del 30%, ma da soli i democratici calano a poco più del 13% e l’Udc si ferma al 10,8% (contro, rispettivamente, il 25,4% e il 9,4% delle politiche 2008). Vuol dire che il centrosinistra vince sulle rovine del centrodestra, cede consensi ai grillini e non intercetta quelli finiti nel frigorifero dell’astensione.
La Sicilia è da sempre un «laboratorio », che anticipa e consolida le tendenze generali. Questi tre effetti del voto locale avranno dunque implicazioni significative sulla politica nazionale. A destra si produce l’ennesimo paradosso.
Proprio il risultato siciliano (che sancisce plasticamente la fine del ciclo berlusconiano e l’eutanasia di Alfano, un «delfino» mai nato) offre a Berlusconi l’opportunità di rilanciarsi ancora una volta come unico demiurgo della destra italiana. La destra dell’Editto di Villa Gernetto: populista e forzaleghista, anti-europea e anti-repubblicana. La destra che attacca il rigore della Merkel e il Fisco oppressore, accusa la Corte costituzionale e la magistratura inquirente, e un giorno offre a Monti la guida del Ppe italiano mentre il giorno dopo minaccia di togliergli la fiducia in Parlamento. La destra che agita le primarie come una foglia di fico di un impossibile «pluralismo interno », ma che vedrà di nuovo il Cavaliere come il solo e il vero tragicomico Jocker di una campagna elettorale pericolosa per il governo e rovinosa per il Paese.
A sinistra si profila un’opportunità, ma anche un problema. L’idea di una vocazione maggioritaria del Pd, per quanto desiderabile e suggestiva, non sembra in sintonia con gli umori del Paese. Il Partito democratico ha dunque una sola chanche, che il risultato siciliano avalla e per certi versi propizia. Deve saper essere una forza capace di federarne altre, usando l’unica risorsa della quale in questo momento sembra disporre: il suo potere di coalizione. La sua forza di attrazione, che si deve poter esplicare sia alla sua sinistra, sia al centro. È la fatica del riformismo. Chi non capisce questo, e si ostina a porre veti insormontabili sulle alleanze e paletti irrinunciabili sui programmi, rischia di condannare il centrosinistra alla divisione, e quindi alla minorità.
Ma su tutto, resta una preoccupazione di fondo. Il voto siciliano ci consegna un panorama di formazioni politiche che, singolarmente prese, oscillano tra il 10 e il 20%. Tramontati i partiti di massa, esauriti i partiti personali, restano partiti medio-piccoli che per provare a governare possono solo provare a «consorziarsi ». Per il resto, un enorme bacino di suffragi in libera uscita, ma senza vie d’uscita: una domanda di cambiamento politico che non trova risposta nei partiti, incapaci di innovare persone e proposte, e quindi finisce nel limbo del non voto. Se questo fosse il risultato delle prossime elezioni nazionali, nella primavera del 2013, l’Italia ne uscirebbe a pezzi. Sarebbe uno scenario che, a dispetto di una politica che vuole tornare a guidare le sorti del Paese, sarebbe obbligata a ripetere l’esperimento in corso, cioè quello di una Grande o Piccola Coalizione. Ma con l’aggravante di un Parlamento balcanizzato, tra le convulsioni dei forzaleghisti e le aggressioni di un centinaio di deputati grillisti. Una prospettiva sicuramente favorevole a un Monti bis. Ma probabilmente sfavorevole all’Italia, che in balia dell’onda anomala si confermerebbe l’unica democrazia «commissariata» dell’Occidente.
La Repubblica 30.10.12
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“La maggioranza dei non elettori”, di ILVO DIAMANTI
FA UNA certa impressione vedere la partecipazione elettorale scendere sotto il 50%. Anche in una Regione, come la Sicilia, dove l’affluenza non è mai stata molto elevata, neppure in passato: 5-10 punti percentuali in meno rispetto alla media nazionale (e a volte anche oltre), a seconda del tipo di consultazione.
Però neppure in Sicilia, in passato, l’astensione era stata così alta. Da ciò la tentazione di decretare, in modo sommario, la crisi della democrazia e il distacco dei cittadini dalla politica. Valutazioni, peraltro, non del tutto ingiustificate. A condizione di chiarire il significato di questo comportamento. Perché l’astensione può avere ragioni diverse e perfino opposte. Alle elezioni presidenziali americane, ad esempio, l’affluenza alle urne, da oltre quarant’anni, non raggiunge il 60%. Ma è, anzi, più vicina al 50%. Senza che nessuno si sogni di parlare di democrazia in crisi e di crisi della democrazia. Al contrario. Un basso livello di partecipazione (non solo elettorale), secondo alcuni studiosi influenti (per tutti: Samuel Huntington), può venire letto come un atto di “fiducia” verso il sistema. Disponibilità ad “affidarsi” a chi è scelto dai cittadini. Mentre una partecipazione “troppo” elevata e accesa potrebbe complicare la “governabilità”. Non è lo stesso in Italia, ovviamente. Tanto meno in Sicilia e in molte aree del Mezzogiorno (ma non solo). Dove il voto viene, di frequente, espresso in base a logiche clientelari e particolaristiche. E il non-voto riflette indifferenza politica. Tuttavia, mai come in questa occasione, a mio avviso, l’astensione ha assunto un significato “politico”. Esplicito e preciso. Perché raccoglie, certamente, una componente “patologica” di disaffezione. Ma questa volta si associa alla – e sottolinea la – delegittimazione dei principali partiti, a livello regionale e nazionale. Per capirci: Pd, Pdl e Udc, insieme, superano di poco il 36% dei voti. Validi. Cioè:
“rappresentano” meno di un elettore su cinque. (Pur tenendo conto del voto e di liste “personali” ai candidati presidenti).
Quel 52% di elettori che non si sono recati alle urne assume, per questo, un significato politico. Non va considerato, cioè, un non-voto. Ma un “voto”. È “il voto di chi non vota” (per citare il titolo di un volume del 1983, pubblicato dalle Ed. Comunità, a cura di Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino). Segnala la frattura nei confronti del sistema partitico della Seconda Repubblica. Questo voto (in) espresso, in particolare, sottolinea il big bang del centrodestra e, in particolare, del Pdl. Di cui la Sicilia ha, da sempre, costituito una roccaforte. Fin dal 1994, quando Berlusconi scese in campo, ottenendo larghissimi consensi nella regione. Dove, non a caso, nel 2001, la Casa delle libertà fece cappotto, conquistando tutti e 61 i collegi. Oggi quel 13% (dei voti validi) raccolto dal Pdl – seguita alla débâcle subita alle recenti amministrative siciliane – appare, a maggior ragione, una condanna per Alfano. Leader di un partito abbandonato dal fondatore – Berlusconi – e dagli elettori. Ma il voto di quel 52% di elettori che non hanno votato rimbalza anche sui vincitori. Il centrosinistra, il Pd e il loro candidato: Rosario Crocetta. Eletto governatore con poco più del 30% dei consensi espressi. Cioè: meno del 15% degli elettori siciliani. Una base sicuramente ridotta. Rischia di produrre un grado di legittimazione altrettanto ridotto.
L’ampiezza dell’astensione, peraltro, si associa e si aggiunge al risultato ottenuto dal M5s ispirato da Beppe Grillo. Primo partito in Sicilia, con circa il 15% dei voti di chi ha votato. Il cui candidato, Giancarlo Cancelleri, ha raggiunto il 18% (dei voti validi). Dunque meno del 9% fra gli elettori. A conferma della frammentazione del sistema partitico, vecchio e nuovo. Un risultato comunque rilevante, tanto più perché dimostra la capacità del M5s di superare i confini del Centro-Nord, dove aveva ottenuto i maggiori successi fino a qualche tempo fa. (Lo segnala anche un saggio di Bordignon e Ceccarini nell’ultimo numero del Mulino). Peraltro, soprattutto in questa occasione, sarebbe improprio considerarlo fenomeno meramente “anti-politico”. Il peso dell’astensione, infatti, carica il voto al M5s di significato “politico”. Perché si tratta, comunque, di un’alternativa al non-voto. Un voto “per”, oltre che “contro”. Attribuito a una lista e a candidati che saranno chiamati a rappresentare le domande degli elettori e della società locale. Fornendo risposte e rispondendone, in seguito, ai cittadini.
Per questo il livello raggiunto dall’astensione in queste elezioni regionali non va considerato, necessariamente, una fuga dalla democrazia. Ma, semmai, un messaggio. Un indice che misura – e al tempo stesso denuncia – la riduzione del consenso di cui dispongono gli attori politici della Seconda Repubblica. Soprattutto, ma non solo, quelli che l’hanno “generata”. Per iniziativa e su ispirazione di Silvio Berlusconi. Il voto di chi non vota, per questo, va preso sul serio. Potrebbe superare i confini della Sicilia. In fondo, attualmente oltre 4 elettori su 10, a livello nazionale, non sanno per chi votare. Gli attori politici – i partiti e i loro leader – debbono offrire loro delle buone ragioni. Anzitutto: per votare.
La Repubblica 30.10.12
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“Abbiamo sancito la fine dei partiti niente alleanze, siamo zitelle acide”, di SARA SCARAFIA
«Ma siamo sicuri che sono stato eletto deputato? ». Giancarlo Cancelleri, esponente del Movimento 5 stelle, 37 anni e 302 mila preferenze ottenute come candidato governatore, è ancora incredulo. Con il 18 per cento dei voti è arrivato al terzo posto nella corsa alla presidenza della Regione siciliana spendendo solo 25 mila euro per la campagna elettorale. Ieri nel garage alla periferia di Caltanissetta trasformato in comitato elettorale, ha festeggiato con mamma Angela, papà Michele e con la moglie Francesca.
Cancelleri, il Movimento 5 stelle è il primo partito in Sicilia, lei è stato eletto deputato all’Ars. Si aspettava questo risultato? «A dire la verità no: sentivo che c’era un grande entusiasmo attorno al movimento ma non pensavo a questo boom. Abbiamo decretato la fine dei partiti».
Beppe Grillo ha dichiarato a “Repubblica” che un 15 per cento in Sicilia avrebbe significato un 30 per cento a livello nazionale: crede che l’exploit del vostro movimento ci sarà anche a Roma?
«A livello nazionale si sentirà molto di più. Se la Sicilia è un laboratorio da oggi i partiti hanno un problema in più».
Grillo l’ha chiamata per complimentarsi?
«Non ci siamo ancora sentiti. Gli ho spedito un sms stamattina con scritto “Non te lo voglio nemmeno dire. Che cosa abbiamo fatto?”. E lui mi ha risposto: “Un piatto caldo o un salto nel buio?”».
Un piatto caldo?
«Mi prende in giro perché nei comizi dicevo sempre che avremmo amministrato la Regione
come il buon padre che garantisce alla famiglia un pasto caldo. A lui veniva il voltastomaco a sentire questa cosa».
Cosa ne pensa della vittoria di Rosario Crocetta?
«Penso che non ha i numeri per governare la Regione, è evidente ». Già nei giorni scorsi sia Crocetta che Nello Musumeci vi avevano lanciato messaggi di apertura. Cosa risponderete al nuovo governatore se vi chiederà
un appoggio?
«Che noi siamo zitelle acide e non ci fidanziamo con nessuno. Valuteremo le singole proposte presentate all’Assemblea».
Non teme la paralisi?
«No, in quel caso si torna voto. Temo piuttosto che in Sicilia si replichi il modello Monti: un governo fatto da Pd, Udc e Pdl in nome della stabilità».
I grillini a chi hanno tolto voti?
«A nessuno: la sinistra, per esempio, non era entrata all’Ars nemmeno la volta scorsa. La chiave del nostro boom va cercate nell’astensione: noi abbiamo portato alle urne gente che non aveva alcuna intenzione di votare, mentre i partiti tradizionali hanno perso migliaia di elettori che delusi hanno scelto di rimanere a casa».
Se Beppe Grillo non fosse venuto in Sicilia per 17 giorni avreste ottenuto gli stessi numeri?
«Credo di no, avremmo fatto bene ma non così. Grillo è stato fantastico: se a 64 anni puoi attraversare a nuoto lo Stretto, vuol dire che si può fare tutto. Ecco il messaggio di speranza che ha portato in Sicilia».
La presenza del comico-guru è stata ingombrante per la sua campagna elettorale?
«Ma no. Lui mi diceva di parlare, di farmi avanti. Ma la gente è Beppe che voleva sentire».
In molti vi hanno votato per protesta, senza conoscere il vostro programma. All’Assemblea siete il gruppo più numeroso: sarete in grado di portare avanti proposte concrete?
«Siamo entrati all’Ars dalla porta principale spendendo appena 25 mila euro. Ora comincia la parte più difficile: porteremo i cittadini dentro la Regione lavorando sodo e con la massima trasparenza.
La Repubblica 30.10.12
».

L'isola che c'è

In Sicilia vince Rosario Crocetta. Il PD per la prima volta a Palazzo dei Normanni. Si inabissa il Pdl. Ma è l’astensionismo il primo partito: Grillo c’è e in modo serio. “E’ un momento storico per la Sicilia. Mai un uomo di sinistra come me era stato eletto alla Regione Siciliana e soprattutto mai un presidente con una chiara opzione antimafia come la mia. Da domani, speriamo, come dice Camilleri, che possa entrare aria fresca e pulita nel Palazzo”. ha dichiaratoRosario Crocetta, il candidato di PD, Udc, Psi e Api rispondendo ai giornalisti che affollano il suo comitato elettorale dopo lo spoglio parziale per le elezioni regionali siciliane che lo vedono in vantaggio su Nello Musumeci.
“Con me è la storia che cambia. Nell’isola uno come me non sarebbe mai stato eletto. Il problema delle alleanze – ha proseguito – non me lo pongo per nulla. Nessuna ammucchiata o consociativismo ma solo accordi sui programmi e sui progetti. Costruiremo una alleanza volta per volta. Io cercherò la maggioranza in aula sui provvedimenti. Non cederò a nessun inciucio, la mia storia me lo impone”, ha chiarito Crocetta.
Anche per Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del PD che per conto del Partito ha seguito le elezioni regionali siciliane “la vittoria di Crocetta è un risultato storico che premia le scelte del PD. Ora bisogna lavorare per recuperare l’astensionismo rispondendo alle cause che lo hanno determinato, riconquistando alla politica quanti, in questi anni, ne sono stati allontanati. Crocetta, che da parlamentare europeo del PD ha deciso di mettersi a disposizione per la sua Regione, ha dimostrato di saper parlare ai siciliani. Ci troviamo di fronte ad un risultato storico ma al tempo stesso ad una sfida decisiva per il futuro della Sicilia. Il PD si pone alla guida del rinnovamento, consapevole del risultato ottenuto e del fatto che i siciliani hanno compreso l’alleanza con l’Udc. Dalla Sicilia parte una politica per il riscatto del Mezzogiorno. Oggi abbiamo compiuto un passo decisivo in questa direzione”.
Secondo Marina Sereni, vicepresidente dell’Asseblea del PD, è importante anche soffermarsi sul dato dell’astensione. “Oltre metà degli elettori siciliani hanno disertato le urne e questo deve preoccupare ogni sincero democratico. Il dato dell’astensione evidenzia una forte disaffezione verso la politica, ancora più urgente se a questo si somma il voto importante alla lista del M5S, anch’esso in gran parte alimentato da un sentimento di protesta e di sfiducia verso i partiti tradizionali – ha insistito – il voto siciliano andrà letto in tutta la sua complessità e non autorizza nessun facile entusiasmo. Tuttavia, in questo quadro, il risultato positivo che si sta profilando per Crocetta e per le liste che lo sostengono e’ indubbiamente un successo per Bersani e per tutto il Pd”.
Il vice presidente del Senato Vannino Chiti, commentando i risultati delle elezioni regionali siciliane, ha espresso plauso per la vittoria di crocetta, ma ha ammonito sull’importanza del dato sull’astensione.
“Conosco Rosario Crocetta, la sua esperienza di governo, il suo rigore e la sua passione. Sono felice per la sua affermazione personale che ha portato alla vittoria nelle elezioni siciliane. Ha di fronte a se’ un compito non facile ma ora ci sono le condizioni per una svolta profonda in Sicilia. La grande soddisfazione per la vittoria di Crocetta – ha aggiunto – non deve farci perdere di vista il dato preoccupante dell’astensione. Oltre il 52% dei siciliani ha deciso ha deciso di rinunciare al voto. E’ un fatto senza precedenti, un campanello d’allarme per la democrazia, che sarebbe un grave errore sottovalutare. Il presidente Crocetta dovrà operare per ricostruire un rapporto di fiducia tra siciliani e istituzioni. E’ condizione per il successo della sua azione di governo. Sono fiducioso che ci riuscirà”.
In una nota il vicepresidente vicario del Parlamento europeo, Gianni Pittellaha dichiarato: “L’affermazione di Crocetta è indubbiamente la vittoria della Sicilia migliore: l’onestà, la passione e la competenza che Rosario ha dimostrato al Parlamento europeo e nella sua esperienza di amministratore locale in un contesto drammatico, serviranno a costruire un governo regionale finalmente libero da condizionamenti mafiosi e dal clientelismo che soffoca la società e l’economia dell’isola”.
Pittella ha poi analizzato i dati: “La vittoria della coalizione guidata dal Partito democratico in Sicilia è un avvenimento storico di grande significato per il rinnovamento della politica nazionale e un successo della linea proposta e perseguita dal segretario Bersani. L’alto astensionismo invece e il risultato di Grillo impongono a tutta la politica italiana un deciso cambio di passo, è necessario rispondere alla frustrazione dei cittadini aprendo la strada di Roma alla grande onda di cambiamento partita oggi da Palermo”.
da www.partitodemocratico.it

"Anche sui cavalli di battaglia della destra la propaganda sembra non pagare più", di Carlo Buttaroni

Dopo la condanna nel processo Mediaset, Berlusconi torna in campo. E dà inizio a un’altra partita. Chiarisce che non si candiderà a premier ma, per evitare equivoci, ammonisce anche che valuterà se ritirare l’appoggio al governo Monti. Se dall’estero guardano increduli alle vicende italiane, non c’è da stupirsi. Nei Paesi a democrazia avanzata chi subisce una condanna soprattutto per un reato grave esce dalla scena politica e non rivendica un ritorno da protagonista. In Italia inspiegabilmente, invece, accade il contrario. E certi fatti ci allontanano dal centro dell’Europa più dello spread e del debito pubblico. A febbraio di quest’anno, per esempio, il ministro inglese Chris Huhne responsabile del dicastero dell’ Energia si è dimesso perché accusato di aver mentito su chi era alla guida della sua automobile, multata per eccesso di velocità. Il comportamento di Huhne, suscita, inevitabilmente, un’umana simpatia. E anche un po’ d’invidia per quanto avviene oltremanica. Tutt’altra cosa rispetto a quanto accade in Italia, dove il sentimento prevalente è la rabbia, l’indignazione e la sfiducia. Se anche avesse un fondamento la “magistratocrazia” che Berlusconi denuncia e l’accanimento giudiziario nei suoi confronti, le parole dell’ex premier, nei modi e nei toni, tolgono ogni potenziale valenza politica a quanto afferma e sembrano più una difesa estrema rispetto alle vicende che lo vedono coinvolto. Anche perché, se la giustizia fosse realmente uno strumento di lotta politica, come sostiene Berlusconi, sarebbe una condizione mortale per la democrazia. Ma allo stesso modo non ci sarebbe democrazia se la politica fosse usata contro il potere giudiziario. Significa che ogni confine sarebbe dissolto, che i poteri prevaricherebbero gli uni sugli altri, ben oltre i limiti costituzionali, senza alcun equilibrio e senza alcun controllo. Le parole di Berlusconi fanno riflettere, perché o è vero che c’è stata, in questi anni, la prevaricazione del potere giudiziario su quello politico, oppure è vero il contrario. In entrambi i casi significa che l’Italia non è una democrazia compiuta. E questo è troppo, anche per un Paese che si è progressivamente assuefatto, negli ultimi anni, a comportamenti impropri, insulti, vilipendi, volgarità e inciviltà di ogni tipo.
Il governo Monti annunciava una stagione nuova. Una svolta nello stile prima ancora che nelle scelte politiche. Le parole di Berlusconi spostano indietro le lancette dell’orologio e avvolgono il Paese in una nebbia impalpabile di sospetti e domande che difficilmente potranno trovare risposte. Un’atmosfera che corrode gli argini dove scorre la democrazia, avvelena le falde da cui si alimenta la politica, inquina l’aria della convivenza civile. È in quest’ambiente rarefatto di etica, dove tutto somiglia al suo contrario, che hanno preso forma stili di vita improbabili e comportamenti impensabili in un Paese democratico. Come quelli che hanno visto protagonisti alcuni personaggi politici, accusati non di corruzione o di aver accettato tangenti, ma di aver usato in modo improprio soldi e potere, di aver badato soprattutto ai propri interessi personali, di aver abusato del proprio ruolo e del proprio mandato. Non stupisce se al posto della politica ci sono ostriche e champagne, auto di lusso, feste e vacanze. Se la prima Repubblica si era chiusa con Tangentopoli, la seconda ha il suo tragico epilogo in “arraffopoli”. Un sistema di malcostume irritante, che si è diffuso nell’atmosfera, più che nelle circostanze penalmente rilevanti. Non è un caso che la percezione negativa della politica sia peggiore della realtà. Secondo uno studio effettuato per il Ministro della Pubblica Amministrazione, l’Italia è agli ultimi posti nel mondo in quanto a corruzione percepita, al pari del Ghana e della Macedonia. In Europa è superata soltanto dalla Grecia. È inevitabile che sia così. Se i comportamenti di alcuni politici nulla hanno a che fare con il bene comune, se s’inquina l’atmosfera di ogni genere di sospetto, come possono i cittadini avere la sensazione che la politica si occupa di loro? Con le sue parole Berlusconi traccia una linea che sposta i termini del confronto politico che stava faticosamente maturando nel nostro Paese, riportandolo esclusivamente su di sé. L’Italia ha bisogno di diventare un Paese normale, dove si confrontano posizioni politiche diverse. In questo momento per l’opinione pubblica esiste un solo campo politico definito chiaramente: quello del centrosinistra. Il resto è un cantiere, dove confluiscono una moltitudine di progetti e propositi, senza che sia evidente un percorso o un filo conduttore che risponda ai bisogni del Paese.Che in campo ci sia solo il centrosinistra si capisce chiaramente nel momento in cui le differenze politiche tra i partiti risultano più chiare rispetto al passato e su tutti i temi, che costituiscono l’agenda politica del Paese, il centrosinistra risulta più convincente: da quelli sociali a quelli ambientali, da quelli che riguardano lo sviluppo economico alle politiche per il lavoro. Persino rispetto a tematiche dove il centrodestra era tradizionalmente più forte, come quello delle tasse, della sicurezza e del contrasto all’immigrazione clandestina, il centrosinistra ispira più fiducia, raccoglie più consensi, più attenzioni. Più che dalle intenzioni di voto è da questi indicatori che si può comprendere il punto di ricaduta dell’attuale situazione politica. Il centrosinistra è in vantaggio nei consensi perché lo è soprattutto sugli aspetti che riguardano il futuro del Paese. Anche perché, nel campo opposto, non c’è alcuna proposta, niente da mettere in campo che prefiguri una visione alternativa. L’ipotesi di un Monti-bis o di un nuovo governo tecnico dopo le elezioni politiche, in condizioni normali, sarebbe tramontata prima ancora di prendere corpo se il confronto politico si limitasse alle proposte di governo.
Ma il ritorno di Berlusconi traccia una linea che cambia gli equilibri e i baricentri dei partiti, proprio mentre era in corso un percorso di ricostruzione del centrodestra e di un’area moderata di centro. Il rischio adesso è di un nuovo inasprimento della competizione su piani che non costituiscono proposte politiche, ma che ruotano ancora intorno alla figura di Silvio Berlusconi. Mentre la drammaticità della crisi, il suo inasprimento in termini economici e sociali, richiederebbe un governo forte politicamente, che abbia idee e programmi alternativi da offrire ai cittadini. Perché in gioco c’è il futuro del Paese e la tecnica dei professori da sola non può bastare a vincere le sfide che l’Italia ha davanti. Ci sarebbe bisogno di un centrosinistra e di un centrodestra che si misurano sulle cose da fare, come avviene nel resto d’Europa, mentre ancora una volta l’appuntamento elettorale rischia di non riuscire a liberarsi dai fantasmi del passato e dall’incertezza di un futuro che torna ad avvitarsi su se stesso.
L’Unità 29.10.12

"Uguaglianza e opportunità le vere sfide della sinistra", di Luca Baccelli

Non è vero che la campagna per le primarie del centrosinistra è solo competizione personale e scontro sulle regole. I media hanno dato più risalto a polemiche e ricorsi, ma in realtà sono emerse questioni chiave in termini di contenuti e di principi. Come il tema dell’eguaglianza e delle opportunità: si tratta di mettere tutti nella stesse condizioni sulla linea di partenza o le istituzioni pubbliche devono intervenire anche durante il percorso, per far sì che all’arrivo non ci siano eccessive diseguaglianze? Norberto Bobbio, in suo libretto di grande successo, sosteneva alcuni anni fa che è l’ideale dell’eguaglianza a connotare la sinistra rispetto alla destra. Sono di sinistra coloro che «pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali che diseguali, danno maggiore importanza, per giudicarli e per attribuire loro diritti e doveri, a ciò che li rende uguali piuttosto che a ciò che li rende diseguali». Eppure in questi anni di eguaglianza si è parlato poco, anche a sinistra. Da un lato si è gettato l’anatema sull’egualitarismo, visto come uno dei frutti più avvelenati del sessantotto, del presunto strapotere sindacale negli anni settanta, dello statalismo, come il nemico mortale della meritocrazia e dell’intraprendenza individuale. E così, dalla «Terza via» di Blair in giù si è guardato con attenzione all’idea dell’eguaglianza delle opportunità (un congresso del Pds è stato dedicato al «Welfare delle opportunità»).
Nel frattempo, in un Paese senza mobilità sociale come il nostro la destra ci ha messo del suo per aumentare la diseguaglianza delle opportunità, dall’attacco alla scuola all’abolizione dell’imposta di successione. D’altro lato a mettere in ombra l’uguaglianza ha contribuito la prepotente affermazione sulla scena politica del tema delle differenze di genere e culturali; perché non sempre si è avuto cura di distinguere fra differenza e diseguaglianza, e ci si è spesso dimenticati che l’eguaglianza economica è una condizione che favorisce l’affermazione – pacifica – delle differenze.
La crisi globale riporta alla ribalta l’eguaglianza. È sempre più difficile oscurare quella colossale redistribuzione negativa di reddito dal lavoro alla rendita, quell’impressionante aumento della forbice sociale che si è consumato in questi anni. Ma il tema ha un profilo teorico molto profondo, che affonda le sue radici alle origini del pensiero occidentale.
Nella tradizione antica e medievale l’idea della naturale diseguaglianza è senso comune. Gli uomini, insegna Aristotele, sono diversi fra loro e per questo complementari, reciprocamente dipendenti. La socievolezza si origina dal bisogno reciproco; ma la differenza si volge immediatamente in diseguaglianza. Il maschio e la femmina hanno bisogno l’uno dell’altra per la riproduzione, ma questo si risolve in una «naturale» subordinazione delle donne; e su questa via si arriva all’idea della schiavitù per natura.
«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti», recita l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani. L’idea della naturale eguaglianza è alla base della filosofia politica moderna. Nel Seicento è Thomas Hobbes a definire una visione dell’uomo specularmente opposta a quella tradizionale: gli uomini sono eguali e desiderano le stesse cose. Ma le risorse sono scarse e il modo più «economico» di procurarsele è usare la forza; di qui l’impossibilità della socialità e la conflittualità continua di tutti contro tutti. Da questa situazione si esce solo con l’istituzione del potere statale, attraverso il completo trasferimento al sovrano dei diritti individuali. È solo la spada del Leviatano a rendere possibile l’ordine e imporre l’unica forma di socialità possibile, quella indotta dalla paura della punizione.
Da una parte una visione sociale dell’essere umano che assume le differenze naturali come radice della complementarietà ma le declina, immediatamente, in termini di sovraordinazione e di subordinazione, fino agli estremi della schiavitù naturale e della naturale inferiorità delle donne; dall’altra parte l’eguaglianza naturale rimanda ad un’antropologia dell’isolamento, se non del conflitto onnipervasivo e generalizzato, mentre i diritti naturali appaiono come proprietà del singolo, ad esclusione degli altri. È un dilemma sconfortante. Ma nel pensiero moderno non c’è solo questo.
Nel Settecento Adam Ferguson parla del «senso di eguaglianza che non tollera alcuna violazione dei diritti personali dell’ultimo cittadino, lo spirito che disdegna di chiedere protezione e non accetta come un favore ciò che gli è dovuto come diritto». L’accento si sposta dalla condizione naturale di eguaglianza al sentimento di eguaglianza; in Hobbes l’eguaglianza naturale era alla radice della paura e della conseguente necessità di trasferire i diritti al sovrano; qui il sentimento dell’eguaglianza è all’origine della tutela attiva degli individui dal dominio, e i diritti esprimono l’attivismo dei cittadini in difesa della libertà. La virtù civica mostra un tratto indelebile di attivismo e si esprime nella capacità di mobilitazione: adagiarsi sul godimento dei diritti statuiti è un rischio per la libertà: occorre la costante disposizione ad «opporsi agli oltraggi» e a difendere la libertà. Ferguson propone dunque una visione dell’eguaglianza come valore da perseguire e obiettivo per le istituzioni, risultato di un processo che implica il conflitto sociale.
L’articolo 3 della Costituzione della Repubblica italiana afferma l’eguaglianza e la pari dignità dei cittadini di fronte alla legge. E aggiunge: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Qui l’eguaglianza sociale è vista come un processo, un obiettivo da raggiungere, e implica sia la partecipazione dei cittadini che l’azione delle istituzioni pubbliche.
Lelio Basso – il costituente che ha redatto l’articolo 3 – lo dichiarava esplicitamente: il secondo comma riconosce che l’eguaglianza nella società non c’è e pone all’ordinamento giuridico il compito di realizzarla; «l’ordine giuridico è in contrasto con l’ordine sociale perché l’ordine giuridico (articolo 3) vuole l’uguaglianza ma riconosce che l’uguaglianza non c’è. Quindi riconosce che in Italia c’è un ordine sociale di fatto che è in contrasto con l’ordine giuridico». Ciò significa, fra l’altro, introdurre nell’ordinamento «elementi antagonistici alla logica capitalistica», aprendolo alle istanze dei conflitti sociali. E in effetti, a Bobbio si potrebbe replicare che nella ragione costitutiva della sinistra non c’è solo l’obiettivo dell’eguaglianza sostanziale ma anche l’istanza del cambiamento.
L’Unità 29.10.12

Si rivota anche in Molise

Il Consiglio Stato ha annullato le Elezioni Regionali 2011 del Molise, si torna a voto. Zoggia e Leva: “Si conferma quello che il PD nazionale e il PD del Molise hanno sempre sostenuto, ovvero che si trattava di elezioni illegittime perchè falsate dalla presenza di liste che non potevano competere”. In Molise si dovrà tornare alle urne per eleggere il Presidente della Regione e il Consiglio Regionale. Il Consiglio di Stato ha infatti respinto il ricorso che impugnava il verdetto del Tar Molise che nella scorsa primavera aveva annullato il voto.
Si legge nella sentenza del Consiglio di Stato: “I vizi di legittimità riscontrati nella controversia relativa alle elezioni in Molise “hanno investito” “non solo l’elezione del presidente, ma anche, ed in primis, quella dei componenti l’organo consiliare, nelle sue due componenti elette con metodo proporzionale (per quanto di ragione) e maggioritario”.
“Si conferma quello che il PD nazionale e il PD del Molise hanno sempre sostenuto – hanno immediatamente dichiarato in una nota congiunta, Davide Zoggia, responsabile Enti Locali e Danilo Leva, Segretario regionale PD del Molise – ovvero che si trattava di elezioni illegittime perchè falsate dalla presenza di liste che non potevano competere. Ora si apre una nuova stagione e il PD si candida a governare questo necessario processo di cambiamento”.
Il Segretario del PD Pier Luigi Bersani ha commentato: “Ce lo aspettavamo, era evidente che finiva così”.
E ai giornalisti che gli hanno chiesto se fosse il caso di pensare ad un election-day e mettere insieme nella prossima primavere politiche e regionali, ha risposto: “Ci sono delle situazioni regionali che non possono aspettare tanto: nel Lazio, in Lombardia non si può star lì dei mesi. E’ più urgente”.
Adesso, secondo Bersani, ‘bisogna vedere un po’ il sistema delle date di tutte queste elezioni che si annunciano: abbiamo davanti 6 mesi che porteranno comunque ad uno scenario nuovo. Mi auguro – ha concluso – sia uno scenario, a livello di singola regione, che riesca a mettere insieme il cambiamento che ci vuole con la governabilità e che l’opinione pubblica non ceda anche davanti ad un comprensibile sentimento di rabbia e di distacco”.
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