La sentenza sui fondi neri Mediaset è di primo grado e quindi «non ha una diretta e immediata conseguenza sulla vita politica di Berlusconi come di qualunque altro politico, perché nel nostro paese vige un principio che è la presunzione di innocenza». Da Gerusalemme, dove è intervenuta alla Hebrew University contro la prescrizione per i crimini di guerra internazionali, il ministro della Giustizia Paola Severino ha chiarito un punto chiave della fibrillazione politica di questi giorni. Il ddl anticorruzione, se approvato, non renderà incandidabile Silvio Berlusconi. La norma applicativa della legge che dovrebbe prevedere il divieto di inserire nelle liste elettorali candidati con precedenti penali, infatti, si riferisce solo a condanne definitive, che hanno cioè superato il terzo grado di giudizio. «Principio vinto e superato — ha spiegato la Severino — solo quando c’è una sentenza definitiva. Quindi Berlusconi è libero di decidere del suo destino politico e deciderà liberamente quello che vorrà nelle prossime elezioni». «Finché le sentenze non diventano definitive — ha aggiunto —, ciò che stabiliscono non può essere considerato definitivo; in ogni caso prenderò visione anche della motivazione della sentenza che è sempre molto importante oltre che la decisione». Teoricamente, dunque, sul provvedimento non dovrebbe influire la ricomparsa sulla scena del leader Pdl. Anche perché il ddl, se approvato, potrebbe semmai concedere a Berlusconi un accorciamento dei tempi di prescrizione del processo Ruby. Certo, l’occasione di un voto di fiducia potrebbe essere un’opportunità per chi auspica la caduta del governo e il ritorno anticipato alle urne. Del resto non sono mancate critiche al ddl, soprattutto per quanto riguarda la prescrizione. Come ha fatto notare, dopo il Csm, anche l’Associazione Nazionale Magistrati che sabato ha parlato di «sostanziali effetti di parziale amnistia». E, nel documento finale del comitato direttivo approvato all’unanimità, ha definito il ddl «senza dubbio un’occasione mancata per quello che non prevede (come l’incriminazione dell’autoriciclaggio, la riforma del falso in bilancio e del voto di scambio)».
Lunedì alle 16, comunque, il provvedimento sarà all’esame dell’aula di Montecitorio. E forse si capirà di più sul suo destino.
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Fisco: Ghizzoni e Lenzi (PD), emedare norme inique per lavoratori e imprese
“È necessario intervenire, in sede di esame parlamentare, per ampliare la portata dei provvedimenti, al fine di appianare le disparità di trattamento tra aziende e per evitare il recupero “selvaggio” delle ritenute a carico dei lavoratori delle zone colpite dal terremoto. – Lo dichiarano le deputate emiliane Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura alla Camera, e Donata Lenzi, che hanno presentato un pacchetto di emendamenti al ddl di conversione del decreto 174 che prevede disposizioni urgenti in favore delle zone terremotate nel maggio 2012. – Abbiamo proposto l’estensione del beneficio del finanziamento per la rateizzazione di tributi e contributi attraverso il prestito senza interessi della cassa depositi e prestiti anche a quelle imprese che hanno avuto un danno indiretto al proprio reddito d’impresa: perché – spiega Ghizzoni – se nella filiera si spezza un anello, è chiaro che le conseguenze negative si riflettono su tutto il sistema. Si deve prevedere – aggiungono le deputate, che sul tema hanno presentato un emendamento all’art. 11 – l’inclusione nel meccanismo di rateizzazione delle imposte anche dei liberi professionisti e delle imprese agricole, finora inspiegabilmente esclusi. Anche i tempi di restituzione del prestito suddetto dato che i 18 mesi previsti appaiono troppo ristretti alla luce dei danni materiali e indiretti subiti dall’intero distretto produttivo. A questo meccanismo di rateizzazione dovranno poter accedere anche coloro che sono riusciti a proseguire l’attività imprenditoriale. Sarebbe paradossale – commentano Ghizzoni e Lenzi – che chi è riuscito a riprendere l’attività, dopo aver sopportato ingenti sacrifici, sia costretto a confrontarsi con ulteriori problemi finanziari per versare tutti i tributi e contributi dovuti per il periodo di sospensione entro il 16 dicembre prossimo. L’intervento, poi, deve avvenire anche sul fronte del lavoro, per questo è stato presentato un emendamento che consentirà di applicare il limite di rivalsa, già stabilito per le ritenute Irpef, anche a quelle previdenziali e assistenziali: in sostanza, si chiede che la quota complessiva non possa superare il quinto dello stipendio, per evitare di avere una busta paga svuotata. Se gli emendamenti verranno accolti si potrà dare una risposta alle richieste delle associazioni di categoria, dei sindacati, degli amministratori e delle imprese dell’area del cratere, non per regalare privilegi – conclude Ghizzoni – ma per fornire un aiuto concreto rispetto ad una tragedia che ha colpito un territorio di traino per l’economia italiana”
Fisco, Ghizzoni “Emendare norme inique per lavoratori e imprese”
La parlamentare Pd ha presentato un corposo pacchetto di emendamenti al decreto 174. Comincerà questa settimana la discussione nelle Commissioni V e I della Camera degli emendamenti presentati dalla parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni al decreto 174 del 10 ottobre che ha introdotto un meccanismo di finanziamento assistito da garanzia dello Stato per le sole aziende che hanno subito danni diretti. Con questi emendamenti Manuela Ghizzoni chiede che il meccanismo sia esteso alle aziende agricole, ai liberi professionisti e anche alle imprese che hanno subito danni indiretti. Un altro emendamento introduce il limite di rivalsa dell’ 1/5 dello stipendio anche per la restituzione dei contributi previdenziali e assistenziali non versati dai lavoratori dipendenti.
Un pacchetto corposo di emendamenti al decreto 174 per appianare le disparità di trattamento tra aziende e aziende e per evitare il recupero “selvaggio” delle ritenute a carico dei lavoratori delle zone colpite dal terremoto. La parlamentare modenese del Pd Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura e Istruzione della Camera dei deputati, nei giorni scorsi, con la presentazione degli emendamenti (alcuni dei quali messi a punto in collaborazione con il senatore Giuliano Barbolini) ha ufficialmente dato l’avvio al procedimento che consentirà, se accolto dal Governo, di dare una risposta concreta a una serie di richieste di cambiamento delle attuali norme arrivate dalle associazioni di categoria, dai sindacati dei lavoratori, dagli amministratori e dalle imprese dell’area del cratere. Sul fronte del lavoro, è stato presentato un emendamento che consentirà di applicare il limite di rivalsa già stabilito per le ritenute Irpef anche a quelle previdenziali e assistenziali: in sostanza, si chiede che la quota totale di contributi, trattenuta ogni mese, non possa superare il quinto dello stipendio in modo da evitare che con la busta di dicembre al lavoratore venga trattenuta, in una unica soluzione, l’intera quota dei contributi previdenziali e assistenziali sospesa nei mesi precedenti. Sul fronte delle imprese, invece, vengono introdotti elementi di equità per evitare un ingiusto trattamento nei confronti di imprese operanti in condizioni o in settori diversi. La deputata Ghizzoni, innanzitutto, chiede di estendere la possibilità del finanziamento bancario concesso dalla Cassa depositi e prestiti con interessi a carico dello Stato anche alle imprese agricole e ai professionisti che, fino ad ora, erano invece rimasti esclusi dal provvedimento. La norma, inoltre, parla espressamente di imprese che abbiano subito danni diretti dal sisma: in realtà, la maggioranza di coloro che operano nel territorio del cratere ha visto la propria attività complessiva rallentata da quanto successo. “Anche chi, magari, non ha subito un danneggiamento al capannone o alle attrezzature ha, comunque, visto decurtato il proprio fatturato. – spiega Manuela Ghizzoni – Se nella filiera si spezza un anello, è chiaro che le conseguenze negative si riflettono su tutto il sistema”. Ecco perché con uno specifico emendamento si chiede che il meccanismo di finanziamento così disegnato possa applicarsi anche ai soggetti che abbiano subito una riduzione del fatturato rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, certificata da un soggetto iscritto nel registro dei revisori legali. La differenza, semmai, sarà nei tempi della restituzione: i 18 mesi previsti (3 rate semestrali) sono comunque troppo “stretti” per tutti. L’emendamento all’articolo 11 propone quindi che questi saranno nell’ordine dei dieci anni (20 rate semestrali) per le imprese che hanno subito danni materiali, di cinque anni (10 rate semestrali) per le altre. A questo meccanismo di rateizzazione dovranno poter accedere anche coloro che sono riusciti a proseguire l’attività imprenditoriale. “Sarebbe paradossale – conclude Ghizzoni – che chi è riuscito a riprendere l’attività, dopo aver sopportato ingenti sacrifici, sia costretto a confrontarsi con ulteriori problemi finanziari per versare tutti i tributi e contributi dovuti per il periodo di sospensione entro il 16 dicembre prossimo”. Infine, è stato depositato un altro emendamento che chiede di procrastinare, per tutti, il termine ultimo del 16 dicembre di almeno una o due settimane”.
"Sicilia: Crocetta vola, staccato Musumeci Boom di Grillo, a Cancelleri il 17,5%", da unita.it
Doppiata la metà dello spoglio, con 2.869 sezioni scrutinate su 5.308, il candidato presidente della Regione di Pd, Udc, Api e Psi, Rosario Crocetta, si conferma primo con il 30,8% (pari a 313.904 voti), e stacca nettamente il candidato del centrodestra Nello Musumeci, che scende al 24,8% (252.618 voti). Terzo è Giancarlo Cancelleri del movimento 5 Stelle con il 18,3% (186,878 voti), quarto è Gianfranco Miccichè, leader di una coalizione autonomista che è al 15,2% con 155.228 voti, seguito Giovanna Marano, di Sel, Idv, Fds e Verdi con il 6,2% pari a 63.076 voti.
M5S PRIMO PARTITO SEGUONO PDL E PD
Emerge anche un quadro del peso delle liste in Sicilia dopo il voto regionale sulla base dello scrutinio di 1.042 sezioni su 5308. Primo partito in termini percentuali il Movimento 5 stelle con il 13,7%. Dietro il Pdl con il 13,56. Poi il Pd con il 13,61%. Udc al 10,75% (12 seggi). Il Partito dei siciliani-Mpa al 9,57%. Grande Sud al 6% (4 seggi). Il Movimento politico Crocetta presidente 7,28 (6 seggi)Cantiere popolare 5,71%. La lista Nello Musumeci presidente 5,56% (4 seggi). Sotto la soglia di sbarramento del 5% Fli.
377 SEZ. SU 5308, CROCETTA IN TESTA AL 32,79%
Il candidato presidente della Regione di Pd, Udc, Api e Psi, Rosario Crocetta, è in testa con il 32,79% quando sono state scrutinate 377 sezioni su 5.308.
MICCICHÈ, LA SICILIA STA CAMBIANDO
«Dai dati delle prime 200 sezioni scrutinate in nostro possesso Crocetta e Musumeci sono avanti, mentre Miccichè è dietro a una distanza di 3-4 punti in percentuale davanti al candidato grillino Cancelleri». È questa l’analisi dello staff di Gianfranco Miccichè, sulla base dei dati affluiti presso la segreteria elettorale di via Piemonte a Palermo.
Il leader di Grande Sud, la cui candidatura è sostenuta anche dal Partito dei siciliani e da Fli, ha commentato questi primi dati affermando che «la Sicilia sta cambiando: forse stiamo assistendo alla fine dei vecchi partiti».
VOLA CROCETTA, SECONDO MUSUMECI, TERZO MICCICHE’
Quando sono stati scrutinati i voti di 236 sezioni su 5308, per le elezioni regionali, il candidato alla presidenza della Regione siciliana Rosario Crocetta è in vantaggio col 31,36% seguito da Nello Musumeci col 27,15%, da Gianfranco Micicchè col 17% e Giovanni Cancelleri col 15%.
ORLANDO, CERTIFICATA MORTE
PARTITI, REGIONE INGOVERNABILE
«Astensionismo clamoroso, ma in qualche modo prevedibile». Così il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ospite a «24 Mattino» su Radio 24, sulle elezioni regionali in Sicilia. «In una regione come la Sicilia che è abituata ad alte affluenze al voto – ha detto Orlando – si assiste e si registra la morte dei partiti politici tradizionali che non riescono più ad essere punto di riferimento per le esigenze dei cittadini. Non è la prima volta che accade. A maggio sono stato eletto sindaco di Palermo con il 74% dei consensi e la mia coalizione e i partiti che mi sostenevano hanno ottenuto soltanto il 14%».
A PALERMO MUSUMECI PRIMO,
SEGUITO DA CROCETTA
Dallo scrutinio di 19 sezioni su 600 a Palermo, il candidato de La Destra-Pdl-Pid, Nello Musumeci, è avanti con il 25,92% delle preferenze. È quanto risulta alla segreteria politica del Pdl. Secondo questi dati, secondo è Rosario Crocetta, con il 23,08%, seguito da Gianfranco Miccichè, al 22,67%, Cancelleri, al 17,8%.
39 SEZIONI SU 5.307,
CROCETTA IN TESTA CON IL 32%
Nelle prime 39 sezioni su 5.307 dove si è concluso lo spoglio per il nuovo presidente della Regione siciliana è in testa il candidato di Pd e Udc Rosario Crocetta con il 32% seguito dal candidato di Pdl, Pid e La destra Nello Musumeci con il 25%. L’esponente del movimento 5 Stelle Giancarlo Cancelleri ottiene il 16% mentre Gianfranco Miccichè di Grande Sud, Partito dei siciliani e Fli il 15%.
DATI CONTRASTATI IN SEGRETERIE
POLITICHE SU CATANIA
«Siamo a un testa a testa tra Musumeci e Crocetta; no, la sfida è tra Cancelleri e l’eurodeputato del Pd; no, il candidato governatore del Movimento 5 stelle è in testa seguito a poca distanza dagli altri due». Si registrano dati contrastanti e contraddittori nelle segreterie politiche dei partiti a Catania sull’elezione del nuovo presidente della Regione Siciliana. La città è considerata una ‘roccaforte del centrodestra dove ha un forte ‘appeal’ il candidato di Pdl-Pid-La Destra ed leader del movimento di Storace in Sicilia.
PRIMI DATI PALERMO SMENTISCONO
EXIT POLL, M5S INDIETRO
I primi dati ufficiali di Palermo smentiscono l’exit poll che dava il candidato del Movimento 5 stelle Giancarlo Cancelleri in fuga. Le schede delle prime 14 sezioni su 600 vedono il testa a testa tra Nello Musumeci (23,71%), Rosario Crocetta, 23,6%, e Gianfranco Miccichè con il 23,46%. Cancelleri è al 18,14%. Dietro Giovanna Marano con l’8,32%
CANCELLERI, METTERE SUBITO
IN ORDINE CONTI REGIONE
Sulla base dei primi risultati che affluiscono nella segreteria del candidato del Movimento 5 Stelle Giancarlo Cancelleri sarebbe lui in testa nelle elezioni regionali siciliane, con una percentuale che oscilla tra il 25 e il 27%. Amici e simpatizzanti si avvicinano al candidato grillino salutandolo come nuovo governatore della Sicilia. Lui ringrazia, invita ad attendere i dati definitivi, ma sembra già sentire il peso del ruolo che le urne sembrano assegnargli. A cominciare dal rischio default della Sicilia: «Se dovessi essere eletto – annuncia – il primo provvedimento sarà quello di mettere in regola i conti della Regione».
CANCELLERI, DAI PRIMI DATI
M5S IN TESTA CON 25-27%
Incredulità, stupore e grande soddisfazione, a Caltanissetta, nella sede del Movimento 5 stelle, da dove il candidato alla presidenza della Regione, Giancarlo Cancelleri, sta seguendo lo scrutinio delle Regionali 2012 e dove stanno arrivando i primi dati definiti «esaltanti, clamorosi, sorprendenti». È lo stesso Cancelleri a comunicarli ai cronisti che già si accalcano nella segreteria di via Federico I. «I risultati finora ci danno primi in Sicilia con il 25-27%, ma è presto per esultarci». «A Messina siamo avanti a Musumeci, a Caltanissetta stiamo vincendo alla grande, buoni i risultati che arrivano da Palermo mentre a Catania siamo testa a testa proprio con Musumeci».
CROCETTA (PD-UDC):
SIAMO IN TESTA
«Da quanto emerge dai primi seggi scrutinati siamo in testa in diverse province: Siracusa, Ragusa, Caltanissetta, Agrigento e soprattutto Messina»: lo annuncia ad Affaritaliani.it Rosario Crocetta, candidato alla presidenza della Regione Sicilia per Pd e Udc: «Non abbiamo ancora i dati sulle province maggiori. Ci risulta un boom del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo ma non nelle dimensioni di cui parlano gli exit poll di ieri su Palermo. A Messina e in tutta la provincia siamo nettamente avanti. Bisogna capire cosa succede a Palermo tra città e provincia, così come a Catania. Si tratta di un testa a testa tra me e il candidato di Beppe Grillo Cancellieri, ma dalle province più piccolo sono saldamente avanti» mentre, prosegue, «si conferma il pessimo risultato di Musumeci e del Popolo della Libertà. Comunque aspettiamo i dati definitivi. Sono solo risultati parziali e pressoché sensazioni
PREMIO
IL COMUNE PIÙ PICCOLO PREMIA CROCETTA
Spoglio completato a Roccafiorita, in provincia di Messina, il comune più piccolo della Sicilia. Dall’unica sezione vengono fuori 52 preferenze per Rosario Crocetta, 26 per Nello Musumeci, 36 per Gianfranco Miccichè, uno per il grillino Giancarlo Cancelleri, 21 per Cateno De Luca e uno per il leader dei Forconi Mariano Ferro.
SPOGLIO A RILENTO,
PRIMA VOTO PRESIDENTE POI LISTE
Sta procedendo a rilento lo spoglio delle schede elettorali nelle 5.307 sezioni della Sicilia, dove ieri ha votato il 47,44 per cento degli aventi diritto. Nei seggi si procede prima allo scrutinio dei voti assegnati ai candidati presidente e poi si ricontano le schede per le liste con le relative preferenze ai candidati all’Assemblea regionale siciliana.
Lo spoglio delle schede è iniziato questa mattina alle 8. A vincere finora è sicuramente l’astensionismo. La scarsa affluenza alle urne ha infatti caratterizzato in Sicilia la giornata dedicata al voto per eleggere il nuovo presidente della Regione, e i nuovi componenti del Parlamento regionale. Alla chiusura delle urne, i cittadini che si sono recati a votare sono stati il 47,42% degli aventi diritto, pari a 2.203.885. Nel 2008, quando però si votò anche di lunedì e in contemporanea alla Camera e al Senato, si recò alle urne il 66,68%.
Secondo gli exit poll di PalermoReport.it e dell’emittente televisiva Trm, riferiti al solo capoluogo siciliano, potrebbe profilarsi un clamoroso risultato per il Movimento 5 Stelle, che sarebbe il primo partito in città con il 26 per cento dei voti. Il candidato governatore grillino, Giancarlo Cancelleri, otterrebbe oltre il 27 per cento. A seguire, sempre secondo il rilevamento, ci sarebbero Musumeci, Crocetta, Miccichè e Marano.
ORLANDO: «ASTENSIONISMO SANCISCE FINE SISTEMA PARTITI»
«Un dato è certo, i risultati siciliani sono già chiari. La maggioranza dei siciliani non è andata a votare, e basta questo per dire che dopo Palermo, la Sicilia conferma la morte dei partiti». Così il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando ha commentato, entrando nell’aula bunker del carcere Pagliarelli dove assisterà all’udienza preliminare del processo sulla «trattativa» Stato-mafia, il grande astensionismo registratosi ieri sull’isola chiamata alle urne per eleggere il nuovo presidente della Regione.
CANDIDATO 5 STELLE SEGUE SPOGLIO A CALTANISSETTA
Il candidato presidente della Regione siciliana del movimento 5 Stelle, Giancarlo Cancelleri, segue lo spoglio a Caltanissetta, la sua città. Cancelleri in mattinata sarà nella sede del suo comitato elettorale.
BUTTIGLIONE, POSSIBILE GRANDE COALIZIONE
Il Presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione, ritiene «possibile» una grande coalizione per la Regione Sicilia. «La legge elettorale siciliana – spiega Buttiglione – assegna solo 8 seggi di premio alla coalizione vincente su 90. Gli altri 82 vengono ripartiti con il metodo proporzionale. È possibile quindi che per la Sicilia sia necessaria una grande coalzione».
Il Comune con la percentuale di affluenza più alta è stato Maniace, in provincia di Catania, con il 77,76%; quello con la più bassa, invece, Acquaviva Platani in provincia di Caltanissetta, con il 20,68%.
Lo spoglio delle schede è iniziato questa mattina alle 8. Secondo gli exit poll di PalermoReport.it e dell’emittente televisiva Trm, riferiti al solo capoluogo siciliano, potrebbe profilarsi un clamoroso risultato per il Movimento 5 Stelle, che sarebbe il primo partito in città con il 26 per cento dei voti. Il candidato governatore grillino, Giancarlo Cancelleri, otterrebbe oltre il 27 per cento. A seguire, sempre secondo il rilevamento, ci sarebbero Musumeci, Crocetta, Miccichè e Marano.
Nel 2008, a fine consultazioni, si recò alle urne il 66,68% degli elettori, ma si votò per due giorni, e anche per Camera e Senato.
Grande incognita nei risultati per il voto cosiddetto disgiunto: i cittadini hanno potuto scegliere tra un candidato governatore e una lista non ad esso collegata. Il seggio elettorale, a conclusione del voto ieri sera, è stato sigillato.
L’elezione è a turno unico e quindi non è previsto alcun ballottaggio. Sarà eletto presidente della Regione il candidato che totalizzerà il maggior numero di preferenze. La legge di riforma costituzionale, che prevede l’abbassamento a 70 deputati, è in attesa della ‘seconda letturà alla Camera.
A sala d’Ercole entreranno 80 deputati selezionati nelle liste provinciali, oltre al presidente della Regione, al candidato governatore arrivato secondo e agli 8 nomi presenti nel listino del vincitore. Sono dieci i candidati in corsa per la presidenza della Regione, 1.629 quelli inseriti nelle 19 liste collegate, tra cui 32 inquisiti con diversi guai giudiziari. Secondo i sondaggi la sfida per la vittoria sarà fra tre competitor: Rosario Crocetta (Pd, Udc, Api e Psi), Nello Musumeci (Pdl, Pid e Ld) e Gianfranco Miccichè (Fli, Pds-Mpa, Gs e Mps). Occhi puntati anche al risultato del Movimento 5 stelle che candida Giancarlo Cancelleri, sostenuto da Beppe Grillo che per diciotto giorni è stato in giro per la Sicilia riempiendo le piazze di migliaia di persone.
Per la sinistra, in campo c’è Giovanna Marano, sostenuta da Sel, Idv, Federazione della sinistra e Verdi, mentre Giacomo Di Leo è appoggiato dal partito comunista dei lavoratori. Gaspare Sturzo corre per la lista Italiani liberi e forti, Mariano Ferro per i ‘Forconì, Cateno De Luca per la lista Rivoluzione Siciliana e Lucia Pinsone con Volontari per l’Italia. Tutti hanno detto di essere sereni in attesa dei risultati.
Eppure chiunque vincerà le elezioni probabilmente non avrà la maggioranza in Assemblea. Il prossimo esecutivo dovrà trovare in aula lo schieramento che lo sosterrà. Il voto anticipato provocato dalle dimissioni del governatore Raffaele Lombardo, imputato per concorso esterno ad associazione mafiosa – la prima udienza del processo con rito abbreviato davanti al gup di Catania comincerà domani – costituisce il giro di boa sulla scorsa legislatura durata quattro anni, trascorsi in una clima di perenne scontro politico, con partiti di maggioranza (Pdl e Pid) passati all’opposizione e partiti di minoranza (Pd) transitati in appoggio all’esecutivo.
La Regione chiuderà il 2012 con un debito di quasi 6 miliardi di euro, 100 mila precari e interi settori polveriera da riformare: dalle società controllate ai rifiuti, dai forestali alla macchina burocratica. Nel 2008, con un’affluenza alle urne del 66,68 %, si aggiudicarono i seggi Popolo Delle Libertà, Partito Democratico, Movimento per l’Autonomia, Unione di Centro, con il resto degli altri partiti che non riuscì a superare lo sbarramento del 5%.
Con il 65,35 % (1.862.959 voti) Lombardo si impose su Anna Finocchiaro che con la sua coalizione chiuse al 30,38 % (866.044 voti). Sonia Alfano candidata da una lista ‘Amici di Beppe Grillo ottenne il 2,43 % con 69.511 voti.
"Perché il Voto in Sicilia è lo Specchio di un Paese" di Gian Antonio Stella
«E allora, perché non andare in Argentina? Mollare tutto e andare in Argentina…». Potete scommettere che stanotte, in attesa dei risultati siciliani, il segretario del Pdl Angelino Alfano ha risentito nelle orecchie la sua canzone preferita, Argentina, di Francesco Guccini. Dovesse andargli male, addio: lo sbranerebbero. Gli andasse bene, potrebbe invece provare a svoltare. E a ricostruire il partito oltre il suo mito, Silvio Berlusconi.
Le «Regionali» isolane di ieri, tuttavia, sono destinate a pesare a livello nazionale non soltanto sul destino personale di Angelino. Potrebbero pesare sulle decisioni future di Antonio Di Pietro e Nichi Vendola, che hanno scelto di scartare l’accordo a sinistra e presentare un candidato loro (sulle prime Claudio Fava, poi sostituito in corsa con la sindacalista della Fiom Giovanna Marano dopo un pasticcio sul certificato di residenza) per smarcarsi dall’alleanza col Pd rinfacciando al partito di avere troppo a lungo fatto da spalla a Raffaele Lombardo e rimproverando a Rosario Crocetta di essere una specie di foglia di fico chiamato a coprire l’accordo con Udc. Vale a dire il partito che per anni ha avuto come socio di maggioranza Totò Cuffaro.
Si sparano a pallettoni, a sinistra. Anche sul piano personale. Nella scia dell’altra faida che qualche mese fa aveva visto, alle «comunali» di Palermo, non solo la sfida fratricida tra Leoluca Orlando e Fabrizio Ferrandelli, ma il commento apocalittico dell’entourage di quest’ultimo dopo la vittoria dell’ex-fondatore de La Rete: «È stata sconfitta la democrazia».
E potrebbe pesare a Roma la quantità di voti che spera di raccogliere Gianfranco Micciché, a sua volta accusato di essere la foglia di fico, sia pure assai meno battagliera sul versante della lotta alla mafia, al clientelismo, alla politica delle nomine, di Raffaele Lombardo. Che dopo avere scelto di puntare su Nello Musumeci, un politico di mestiere de La Destra che però ha sempre saputo presentarsi con un piede dentro e un piede fuori dal Palazzo, l’hanno scaricato appena si è aggregato il Pdl proprio perché a loro preme mettere in mostra il proprio patrimonio elettorale in vista delle prossime politiche.
«Il 30% in Sicilia vale il 3% a livello nazionale: potrebbe bastare, con un altro paio di punti raccolti nel resto del Mezzogiorno, per essere l’ago della bilancia della futura maggioranza». Così come spera di mostrare di avere ancora qualche consistenza nelle urne Gianfranco Fini, che se dovesse uscire con le ossa rotte anche dal voto isolano e dall’alleanza con Lombardo, alleanza in contraddizione con tanti discorsi fatti in questi anni, vedrebbe il suo percorso ancora più in salita.
E Beppe Grillo? Con una spettacolare «tournée» che l’ha visto attraversare a nuoto lo Stretto, salire a piedi sull’Etna «sulle orme di Pitagora», annullare solo all’ultimo istante la mungitura d’una vacca (figurarsi i paragoni col Capoccione che andava petto in fuori a mietere il grano) e riempire all’inverosimile le piazze con 38 comizi di invettive contro tutto e tutti, il fondatore del Movimento 5 Stelle si gioca a Canicattì e a Mazara, Alcamo e Caltagirone qualcosa di più di un successo regionale. Vuole smentire l’antico adagio delle «piazze piene ed urne vuote» ma più ancora la tesi che il suo partito (per quanto lui rifiuti la parola) sia in grado di raccogliere consensi solo là dove c’è un tessuto sociale industriale deluso, un popolo massicciamente collegato a Internet, un mondo giovanile che ha trovato nel web lo spazio per condividere il disagio, la collera, la protesta. Dovesse andargli bene, e i sondaggi questo sembravano dire in questi giorni, la strada per le politiche di primavera potrebbe essere spianata. Al punto che c’è chi scommette che sotto sotto il comico-trascinatore genovese, che nel 2008 con la lista «Amici di Beppe Grillo» incassò un modesto 1,7%, spera di fare il bottino più grosso possibile ma restano un pelo sotto la vittoria: se governare è una grana, governare la Sicilia è una grana al cubo.
Ma è Angelino Alfano, come dicevamo, che rischia davvero tutto. Alle «comunali» della primavera scorsa, salvata Trapani (grazie a un candidato estraneo, un generale dei carabinieri) è uscito bastonato dappertutto, perfino nelle roccaforti di Marsala e Paternò, Barcellona Pozzo di Gotto e Pozzallo, nonostante un’alleanza incestuosa col Pd e l’Udc. Per non dire della batosta a Palermo, dove il giovane Massimo Costa, il candidato «civico» soffiato ai concorrenti della destra, non arrivò neppure al ballottaggio in una città da anni al Cavaliere quasi quanto a Santa Rosalia. E ad Agrigento, la «sua» città, dove l’aspirante sindaco «civico» anche in questo caso arruolato all’ultimo istante, venne seppellito dall’uscente Marco Zamputo sotto una slavina di voti: 75% contro 25%.
Sia chiaro: addebitare tutte le responsabilità dello smottamento al segretario del Pdl sarebbe non solo ingeneroso ma scorretto. L’ormai ex «picciotto prodige» (il copyright è di Denise Pardo) sa però che una nuova disfatta non gli sarebbe perdonata. Tanto più in una terra come la Sicilia dove la destra alleata con il Mpa e l’Udc, anche senza più ripetere il trionfale cappotto (61 parlamentari a 0) del 2001, stravinse solo quattro anni fa col 65,3% dei voti contro il 30,4 raccolto da Anna Finocchiaro che pure aveva dalla sua non solo il Pd ma l’Idv e la Sinistra arcobaleno. Tanto più che proprio lui, Angelino, si era assunto la responsabilità (raccogliendo i malumori di una larga parte del partito, a partire dai giovani) di convincere Sua Emittenza a ritirare l’investitura troppo frettolosa, a suo avviso, su Micciché…
Quando chiedevano a Nello Musumeci se avrebbe desiderato che il Cavaliere sbarcasse in Sicilia per appoggiarlo o se piuttosto (come a suo tempo Giorgio Guazzaloca a Bologna) preferisse che il dominatore della destra degli ultimi venti anni se ne restasse lontano e silente, fino a tre giorni fa il candidato destrorso cercava di non stare alla larga dal rispondere. L’irruzione improvvisa, torrenziale e collerica dell’ex premier in tutti i Tg, tutti i quotidiani, tutti i giornali radio, ha dato uno scossone squassante, scusate il pasticcio, alla chiusura della campagna. Seminando tra gli stessi berlusconiani un dubbio: aiuterà o piuttosto farà danno al profilo di «forza tranquilla» e non aggressiva scelto da Musumeci? Poche ore e sapremo. Dovesse andare ancora male: chi farà il processo a chi?
Il Corriere della Sera 29.10.12
"Si ferma il Sulcis Iglesiente dove il lavoro è un miraggio", di Davide Madeddu
È il giorno dello sciopero generale. Non di tutta la Sardegna, ma di una parte, quella considerata la «polveriera d’Italia»: il Sulcis Iglesiente. Quel quarto di isola che, ha una popolazione di circa 130 mila abitanti, 32 mila disoccupati, e 5400 persone che campano grazie agli ammortizzatori sociali. La provincia «più povera d’Italia». Oggi il Sulcis Iglesiente si ferma e i lavoratori manifesteranno. A Cagliari. Davanti al palazzo della giunta regionale. Un sit in che prevede la partecipazione di circa duemila lavoratori. «Buona parte delle responsabilità di questa situazione sono in capo proprio alla politica regionale esordisce Roberto Puddu, segretario generale della Camera del lavoro del Sulcis Iglesiente quindi la nostra destinazione non può che essere il palazzo regionale di viale Trento». A convocare lo sciopero generale con tanto di sit in sotto il palazzo dell’esecutivo sono stati i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil assieme ai sindaci dei 23 Comuni e alla Provincia di Carbonia Iglesias. Una manifestazione di popolo, prevista inizialmente a Roma e poi spostata a Cagliari che, come ribadiscono i promotori, ha un obiettivo: salvare il Sulcis Iglesiente da una crisi devastante. «La manifestazione si sarebbe dovuta svolgere, il 29 ottobre nella capitale spiega ancora Puddu da quando è stata proclamata però ci sono state una serie di iniziative e interlocuzioni, compreso l’impegno dei ministri Passera, Barca e del sottosegretario De Vincenti ad essere nel Sulcis il 13 novembre». Un impegno accolto dai sindacati e dai primi cittadini come un segno di apertura verso la vertenza più generale che riunisce tutte le diverse situazioni di crisi. Risultato? «Davanti a questo impegno formale con le altre organizzazioni sindacali si è deciso di confermare lo sciopero generale del 29 (oggi appunto) e spostare la manifestazione da Roma a Cagliari».
A VOCE ALTA Per tutta la settimana i sindaci dei 23 comuni si sono prodigati con i sindacati per mettere in piedi la manifestazione annunciata comunque da tempo. Qualcuno, come Giuseppe Casti, sindaco di Carbonia, ha lanciato anche un appello ai cittadini invitando tutti alla mobilitazione e a partecipare alla manifestazione di Cagliari. «In una drammatica situazione economica e sociale come quella in cui versa il nostro territorio dice alzare la voce non è un atto di prepotenza ma una semplice, doverosa e necessaria rivendicazione di uno dei diritti fondanti di ogni stato democratico: il lavoro». Franco Porcu, ex sindacalista della Fiom e oggi sindaco di Villamassargia, nonché portavoce del movimento dei 23 primi cittadini è fiducioso sulla riuscita della manifestazione. «Contiamo di portare in piazza oltre 2mila persone spiega perché ci saranno cittadini e lavoratori in partenza da ciascun centro». L’ex sindacalista ha le idee chiare: «Qui in ballo non c’è il futuro di una sola fabbrica ma di un intero sistema. Cresce il numero di poveri e dei senza lavoro del Sulcis, perché tutto sta finendo. Dietro una fabbrica che chiude c’è uno spicchio di questo territorio che muore. E noi non possiamo permetterlo». Con gli amministratori e i cittadini questa mattina ci saranno tutti i lavoratori. A battere in maniera incessante i caschetti sui marciapiedi ci sarà il popolo delle fabbriche. Che lotta da parecchi mesi per salvare stipendio e lavoro. Quelli dell’Alcoa impegnati in una vera e propria corsa contro il tempo per cercare di salvare la fabbrica. Con loro ci saranno anche i lavoratori degli appalti già in cassa integrazione e in presidio permanente davanti all’ingresso della fabbrica. Non saranno certo gli unici. Il popolo delle fabbriche prevede la partecipazione in massa dei lavoratori, attualmente in cassa integrazione, dell’Eurallumina. E i minatori della Carbosulcis di Nuraxi Figus che, come assicura Giancarlo Sau della Rsu «saranno presenti». Senza dimenticare poi i numerosi lavoratori dell’indotto e delle imprese d’appalto che proprio in questi giorni si battono per cercare di ottenere gli ammortizzatori sociali. E anche i rappresentanti e lavoratori delle piccole aziende costrette a fare i conti con la crisi. «Oggi chiediamo risposte alla Regione conclude Roberto Puddu ma sia chiaro al governo che l’impegno assunto dall’esecutivo nazionale per il 13 deve accompagnarsi con altrettanti atti immediatamente realizzabili a contrasto della crisi».
L’Unità 29.10.12
"Attacca Merkel da antieuropeo", di Paolo Soldini
E così furono Angela Merkel e Nicho- las Sarkozy ad «assassinare la credibili- tà» di Silvio Berlusconi. Fu il compi- mento di un disegno di «deterioramen- to» della sua «immagine» che era stato messo in opera per un motivo preciso: la Germania aveva esercitato la sua «egemonia» sull’Unione europea «for- zando» i capi di Stato e di governo a decisioni che lui, Berlusconi, non ha «mai condiviso». Insomma, bisognava punire il reprobo. Meglio: levarlo dalla scena.
Fra le tante sparate della conferenza stampa di sabato, questa, insieme con l’affermata impellenza di combattere la «magistratocrazia», è quella che meglio mette a nudo il pensiero vero dell’ex capo del governo che tanto a lungo tenne in mano le sorti dell’Italia e ora vorrebbe pure continuare. Berlusconi addebita i guai suoi e dello sgoverno d’Italia alla Germania di Merkel e un po’ anche alla Francia del suo (di lui) vecchio sodale Nicholas Sarkozy, che la seguiva «passivamente».
In realtà, il suo vero obiettivo polemico è proprio l’Europa: Merkel, Sarkozy, Hollande, Cameron, Bruxelles, Draghi, Francoforte e tutti gli altri, in un unico calderone. La Germania della cancelliera è solo una parte per il tutto, lo schermo dietro il quale mascherare le proprie vere inimicizie e, poiché la signora anche in Italia suscita una certa antipatia popolare, alimentare le proprie propensioni populistiche. Perché la verità è che Berlusconi non ha mai amato l’Unioneeuropea.Pertanti motivi, alcuni dei quali addirittura psicologici: in una comunità che almeno in teoria e per profilo istituzionale dovrebbe essere collettiva, solidale e cooperativa si piazza male la personalità di un egomane che tende a impostare i rapporti in termini di relazioni personali e di (presunto) fascino da esercitare. Tanto più quando non si è per niente il primus inter pares perché il ruolo è saldamente occupato.
Il potere di Angela Merkel esiste ed è forte, ma non si basa certo sulle amicizie personali e men che mai sulla propensione a sedurre. La cancelliera non si è mai preoccupata di risultare «antipatica». Al di là dei risvolti di personalità, l’inimicizia di Silvio Berlusconi per l’Unione europea ha ben solidi fondamenti di cui c’è traccia in tutto il suo cammino politico. L’alleanza con la Lega, per esempio. L’opposizione a suo tempo esercitata contro l’entrata dell’Italia nell’euro (prontamente rivisitata ora che la moneta unica soffre di qualche impopolarità). L’allegra partecipazione alla fine degli anni ’90 alle manovre franco-tedesche contro la Commissione Ue quando Parigi e Berlino truccarono i propri bilanci «alla greca» per rispettare i criteri di Maastricht e poi, nel 2003, l’ordine a Tremonti di appoggiare le pretese di Jacques Chirac e di Gerhard Schröder perché non scattassero le sanzioni contro gli sforamenti dei bilanci.
I regolari «no» del governo di Roma ad ogni ipotesi di misure per aumentare l’integrazione in materia di controlli sulla finanza. Il rapporto di «amicizia» con George W. Bush che portò l’Italia in Iraq contro il parere di Francia e Germania. Si potrebbe continuare a lungo, ma non crediamo che si debba ancora dimostrare la scarsa propensione europeistica di Berlusconi (e anche di Tremonti, che pure in qualche fase ha giocato a fare l’uomo di Bruxelles). L’ostilità, d’altronde, era largamente corrisposta e diventò ufficiale con il famoso diktat di Trichet e Draghi nell’estate dell’anno scorso.
I sorrisetti di Monsieur le Président e di Frau Merkel che segnarono «l’assassino della mia (sua) credibilità», per quanto odiosi, furono solo la sanzione di un giudizio unanime che era diffuso da Bruxelles a Francoforte e alle capitali importanti dell’Unione. Restano da spiegare le ragioni profonde del «non europeismo» di Berlusconi. C’è certamente una componente ideologica: l’idolatrizzazione (tutta teorica) del libero mercato e l’insofferenza verso i famigerati «lacci e lacciuoli» che soffocherebbero l’economia e impedirebbero il dispiegarsi della sua potenza benefica sono pregiudizi largamente diffusi tra chi si oppone a un governo europeo dell’economia. Ma, a parte l’incoerenza clamorosa del liberismo tutto proclamato e per niente praticato in Italia negli anni scorsi, va detto che l’ atteggiamento ideologico neoliberista è stato dispiegato negli anni scorsi, fino all’arrivo sulla scena di Hollande, da quasi tutti i governi e ha trovato freni solo nella sensibilità delle pubbliche opinioni. Angela Merkel non è certo una socialista, né una keynesiana. Ma dietro ha un Paese che è profondamente attaccato al proprio welfare e al modello dell’economia sociale di mercato e al quale deve in ogni caso dar conto. Con il suo monetarismo e l’austerity alimenta contraddizioni che probabilmente alla fine pagherà. Ma la Germania è un Paese solido, che può sbagliare politica ma non perdersi. Come stava per succedere all’Italia del governo Berlusconi.
L’Unità 29.10.12
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“Un uomo rimasto solo”, di ILVO DIAMANTI
È DIFFICILE uscire di scena. Quando per quasi vent’anni si è stati al centro – non dello spazio politico – ma di ogni dibattito, valutazione, polemica. È difficile.
Quando si è, ancora, alla guida del più grande gruppo televisivo privato. Quando si è abituati a misurare il proprio potere – non solo economico e finanziario – in base al controllo personale dei media. Visto che il sistema politico e il modello di partito imposti da Berlusconi ruotano intorno alla sua persona e alla comunicazione. È difficile farsi da parte. Perché si rischia la devoluzione rapida e devastante della propria posizione politica ed economica “personale”. Ma, soprattutto, si rischia l’isolamento. La solitudine. Sta qui l’origine degli interventi di Silvio Berlusconi, negli ultimi giorni. “Estremisti”, nei toni. L’Uomo-Solo-al-Comando, all’improvviso, si sente solamente Solo. E ha paura del silenzio intorno sé. Reagisce con estrema violenza – verbale. Così grida. E usa, non a caso, linguaggio e stile di comunicazione sperimentati, con successo, da Beppe Grillo. Il quale, a sua volta, ha intercettato una parte degli elettori di Berlusconi, orfani di rappresentanza e di rappresentazione. Il Cavaliere: un uomo solo. Il giorno dopo aver annunciato la rinuncia a candidarsi come premier, a capo del centrodestra, la condanna del Tribunale di Milano, l’ha fatto sentire vulnerabile. Gli ha fatto percepire la debolezza di chi non ha più il potere. Perché è e sarà fuori dalla scena politica. Comunque, non più al centro. E dunque esposto ai nemici di sempre: i magistrati. Il suo stesso “conflitto di interessi” da fattore di forza minaccia di ritorcersi contro di lui. Visto che la sua debolezza politica rischia di indebolire la posizione di Mediaset. Sul mercato dell’informazione e, in generale, sui “mercati finanziari”. Ma, soprattutto, Berlusconi non si è sentito sostenuto, ma, anzi, quasi abbandonato, dai leader del Pdl. O di quel che ne resta. Poche voci a suo favore, da centrodestra. Nessuna dal Centro. Neppure un sussurro dagli uomini del governo. Che egli aveva “accettato” e poi sostenuto. Al punto di candidare Monti a leader della “sua” parte. Berlusconi. Si è sentito solo e vulnerabile. Come quel 23 ottobre 2011, a Bruxelles, quando la Merkel e Sarkozy, interpellati sulla credibilità dell’allora premier italiano, si guardarono e sorrisero, suscitando l’ilarità di tutta la sala stampa. Berlusconi. La sua esperienza di governo si chiuse in quel momento. Sepolta dal ridicolo. Dall’in-credulità europea. Intollerabile per chi era abituato a recitare la parte dell’Uomo Solo al comando. Così, quando, nei giorni scorsi, ha percepito il proprio isolamento, nella Casa e nel Popolo che egli stesso aveva creato: in quello stesso momento ha reagito. Ha inveito. Con rabbia e risentimento. Non contro i “nemici” di sempre – magistrati e comunisti. Ma contro gli “amici” che lo lasciavano solo. E stavano negoziando, alle sue spalle, con i democristiani di Casini e con il salotto buono degli imprenditori, rappresentato da Montezemolo. Silvio Berlusconi ha minacciato di far saltare il tavolo. Non solo del governo tecnico, ma, anzitutto, del centrodestra. Del Pdl. Degli amici fidati che stavano preparando la sua successione. Senza di lui. Non solo. Ma “contro” di lui. Il Padrone – di ieri. Oggi: un Signore imbarazzante. Un’eredità sgradevole, perché è difficile assumere la guida di una forza politica all’ombra, ingombrante, del Fondatore – e unico leader, fino a ieri – del Partito Personale.
Per questo, più che un “ritorno in campo”, l’iniziativa di Berlusconi, in effetti, appare una minaccia di invasione. Espressa in modo perentorio. Un modo per dire, anzi, gridare, che lui, il Cavaliere, non se n’è mai andato. Che il muro di Arcore esiste ancora. Berlusconi. Ha rivendicato la propria capacità di esercitare il potere media-politico. Da solo contro tutti. Perché tutti l’hanno lasciato solo. A costo di ricostruire un nuovo “partito personale”. Una lista di “uomini nuovi”, da opporre ai “vecchi politici” presenti negli altri partiti. Compreso quello che egli, almeno fino a ieri, guidava.
Tuttavia, il tono e i contenuti dell’intervento di Berlusconi – la sua stessa presenza fisica – confermano l’impressione di una storia conclusa. Difficile raccogliere la denuncia della politica e delle politiche dell’ultima stagione espressa da chi ne è stato non “un”, ma “il” protagonista. Difficile immaginare che vi sia spazio per un altro soggetto anti-montista e anti-europeo, in Italia. Oltre a quelli che già agiscono sul mercato politico. Dalla Sinistra alla Lega al M5S. Difficile anche concepire che la maschera esibita dal Cavaliere nella conferenza stampa – artefatta, affaticata: sempre più vecchia – possa “rappresentare” un “nuovo” soggetto politico, composto di persone giovani – e nuove. Nella parabola di Berlusconi, “i due corpi del leader” (per echeggiare la metafora di Mauro Calise) sono indissolubili. Il declino “fisico” si riflette in quello del “corpo politico”.
Le invettive di Berlusconi risuonano, così, come “grida nel vuoto”. Che, per questo, echeggiano più forti. Perché, davvero, intorno a lui, c’è il “vuoto”. Il centrodestra e il Pdl, che egli ha creato a propria immagine e somiglianza, oggi appaiono in seria difficoltà nel tentativo di ricrearsi. Di costruire una nuova immagine e una nuova identità. Non sarà facile, per chi è vissuto e cresciuto alla sua ombra. Ma l’esternazione di Berlusconi rende evidente anche il “vuoto” prodotto dal crollo del Muro di Arcore, costruito sulle macerie del Muro di Berlino. Oggi quel muro non c’è più e Berlusconi resta sulla scena politica non per guidarla. Né per organizzarla. Al più, per condizionarne le scelte e gli indirizzi. Ma, soprattutto, per difendersi. E per farsi intendere deve gridare forte. In prima persona. Visto che sono in tanti a gridare, in questo cambio d’epoca. La Seconda Repubblica è finita. Ora occorre costruirne una nuova. Senza muri e senza nemici. E, tanto per iniziare, senza inseguire Berlusconi.
La Repubblica 29.10.12
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“Il Cavaliere è nudo”, di FILIPPO CECCARELLI
LA PELLE irrimediabilmente livida, lo sguardo fisso, incattivito, la palpebra sinistra ferma, i gesti delle mani eccessivi e fuori tempo rispetto alle spalle immobili. MA CONVIENE a Silvio Berlusconi mostrarsi ancora al pubblico come lo si è visto in questi ultimi giorni? Consummatum est.
Al netto delle contraddizioni politiche, nelle ultime immagini provenienti da villa Gernetto il terribile mascherone del Cavaliere si accompagnava a un respiro a tratti pesante e affaticato, un soffio come di tensione e d’affanno, un ansimo tanto più percepibile, quanto più risuonava proiettandosi su quel fondale incredibilmente fastoso di fregi d’oro, legni pregiati e broccati rossi; là dove, avendo al fianco il suo avvocato Ghedini, Berlusconi, ormai condannato, ha detto più o meno il contrario di quanto appena due giorni prima aveva solennemente pronunciato dalla consueta scrivania, con la bandiera europea al fianco e il solito panneggio di tende alle spalle, nel mentre si congedava dalla politica, addio addio, e incoraggiava il governo Monti, “espressione di un paese che non ha mai voluto partecipare alla caccia alle streghe”.
Seminuova era la penna che l’ex premier teneva in mano, vecchio accorgimento suggerito a ogni novizio per mantenere un baricentro dinanzi alle telecamere. E già in questo penultimo video, che subito nel sito di comunicazione politica internazionale Nomfup figurava appaiato all’addio di Mubarak, era visibile l’esaurimento definitivo della spontaneità e dell’energia mediatica berlusconiana. Virtù un tempo prodigiose e ora ridotte da fare pena, come un po’ di telegenica pietà suscitava il loro invecchiato ex depositario che leggeva quel testo sul gobbo, ormai del tutto incapace di “simulare di non recitare”, come si dice nel gergo a doppio fondo degli spin-doctor e degli studiosi dell’eterna propaganda.
Hanno forse fatto il loro tempo anche i consiglieri del Cavaliere che l’altra sera, dopo la sentenza, di nuovo l’hanno spedito a contraddirsi per oltre un’ora in quella sala addobbata come una chiesa davanti a un nugolo di ex ministri e ministre plaudenti. Scenario a suo modo reso ancora più pazzesco dall’enorme riproduzione di quella “Scuola di Atene” di Raffaello che invano a suo tempo cercò di dar lustro al programma “Ci manca anche Sgarbi”, su Raiuno, sospeso dopo la prima puntata, per la gloria del riciclaggio d’icone e della loro recidiva inutilizzabilità.
Detta in maniera evasiva “Viale del tramonto” non è solo un capolavoro di Billy Wilder (1950), ma il crudele oscurarsi di un fenomeno di persuasione collettiva che ha mutato in Italia l’arte del potere. Detta in termini brutali, Berlusconi assomiglia sempre più a un pupazzo arancione che si ostina a mettere in scena la propria consumazione.
E colpisce che l’altra sera, riferendosi alle risatine di Sarkozy e Merkel, egli abbia definito quelle risatine “una iniziativa di deterioramento della mia immagine”. Colpisce perché, senza considerare il ruolo dei due leader europei (i quali secondo una ricostruzione del Wall Street Journal ridevano perché reduci di un incontro in cui l’allora presidente italiano si era appisolato), quel “deterioramento” sembra piuttosto l’esito inevitabile, ma anche il contrappasso, la nemesi, di un lungo percorso cominciato proprio quando Berlusconi, l’uomo nuovo, si è gettato nel mercato dei corpi, dei sogni e delle visioni a distanza proponendosi come un prodotto, risucchiando l’aura dei divi, la vitalità
delle merci e l’euforia degli spettacoli.
Viene da chiedersi se, costretto com’è a smentirsi nell’arco ormai di un paio di giorni – lascio, non lascio, Monti va bene, ma ora gli tolgo la fiducia – egli si renda conto che il
redde rationem si coglie da prima di tutto da quell’aria inasprita, si vede dal suo aspetto ogni volta più terreo, si sente amplificato in quel respiro che si spezza e rende la sua voce meno suadente, più stanca e infelice. Fin troppo in fondo è durato l’incantesimo. Poi, come ogni oggetto di consumo, il Cavaliere ha dismesso attenzione, fiducia, consenso, ha deluso per primi i suoi fedeli e adesso sta per finire macinato nel frenetico ciclo della produzione-consumo.
Di questo processo, che controversi pensatori hanno designato “ finish”, gli ultimi video sono l’impietosa testimonianza. Utilizzata dal suo signore come mezzo di consacrazione, la tv si rivolta contro di lui dissacrandolo, mettendone a nudo la condizione fisica di estrema debolezza. Il Tempo, quello stesso che Berlusconi aveva raffigurato nel quadro alle spalle nella sala stampa di Palazzo Chigi, si vendica di chi ha cercato di ingannarlo, la chirurgia estetica presenta il conto, gli ingegni e i trucchi di scena si rovesciano nel loro contrario. Uno spettacolo brutto e anche un po’ triste a vedersi. Ma forse proprio per questo uno spettacolo istruttivo.
La Repubblica 29.10.12
