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Legge di stabilità: relazione Ghizzoni in Commissione Istruzione alla Camera

Pubblichiamo lo stralcio della relazione alla Legge di Stabilità dell’on. Ghizzoni, relatrice del provvedimento in VII Commissione, relativo al contestato comma 42, che introdurrebbe di un terzo l’innalzamento delle ore di lezioni frontali per i docenti della scuole secondarie. Per leggere l’intera relazione clicca qui

(…) In particolare, il comma 42 stabilisce che, dal 1o settembre 2013, l’orario di impegno per l’insegnamento del personale docente della scuola secondaria di primo e di secondo grado, incluso il personale di sostegno, è di 24 ore settimanali. Nelle 6 ore eccedenti l’orario di cattedra – che, dunque, resterebbe fissato a 18 ore –i docenti non di sostegno sono prioritariamente utilizzati per la copertura di spezzoni orario disponibili nella scuola di titolarità; per l’attribuzione di supplenze temporanee per tutte le classi di concorso cui l’interessato abbia titolo (in tal caso, sembrerebbe, anche al di fuori della scuola di titolarità); per posti di sostegno, purché l’interessato sia in possesso del diploma di specializzazione (anche in tal caso, sembrerebbe che non vi sia una limitazione alla scuola di titolarità); per impegni didattici nell’ambito della flessibilità, ovvero ore aggiuntive di insegnamento, di recupero e di potenziamento. I docenti di sostegno saranno prioritariamente utilizzati per attività di sostegno e, in subordine, per la copertura di spezzoni orari di insegnamenti curricolari nella scuola di titolarità, per i quali l’interessato abbia titolo.
La relazione tecnica evidenzia che, attualmente, parte degli spezzoni sono affidati al personale docente nominato sui posti dell’organico di diritto, quando vi siano docenti disponibili a svolgere le c.d. «ore eccedenti strutturali» e lo spezzone sia pari o inferiore a 6 ore. La relazione tecnica precisa altresì che le ore eccedenti strutturali hanno natura di trattamento economico fisso, da liquidare in maniera identica allo stipendio base. Esse sono, dunque, una fattispecie giuridica completamente diversa dalle ore eccedenti per l’avviamento alla pratica sportiva e per la sostituzione dei colleghi assenti, che costituiscono retribuzione accessoria. All’incremento di 6 ore settimanali dell’orario di servizio conseguirà – come evidenzia la relazione – l’azzeramento delle ore eccedenti l’orario d’obbligo affidate al personale docente nominato sui posti dell’organico di diritto. La relazione evidenzia che nell’anno scolastico 2011/2012 la somma pagata per le ore eccedenti in questione è risultata pari ad euro 129,2 milioni. Tutti gli spezzoni che non sono coperti con ore eccedenti strutturali trovano copertura mediante supplenti fino al termine delle attività didattiche. Allo stesso supplente sono affidati spezzoni anche su scuole diverse, fino a concorrenza dell’orario lavorativo. Con la nuova disposizione, si determinerà, dunque, una riduzione del fabbisogno di supplenti fino al termine delle attività didattiche. Dall’incremento dell’orario di lavoro dei docenti curriculari deriveranno, in base alla relazione tecnica, i seguenti risparmi: 128,6 milioni di euro per il 2013, 385,7 per il 2014 e 385,7 per il 2015. Mentre dai docenti di sostegno deriverebbero risparmi per 109,5 milioni di euro per il 2013, 328,6 per il 2014 e 328,6 per il 2015. Risparmi che di gran lunga sopravanzano gli obiettivi di riduzione della spesa ai sensi dell’articolo 7, commi 12-15, del citato decreto-legge n. 95 del 2012, risparmi che – ripeto – sono da intendersi in capo a tutti i dipartimenti del Ministero dell’istruzione, università e ricerca. In termini di cattedre, la disposizione porterebbe alla riduzione di 9.269 posti, di cui 3.404 nella Secondaria di primo grado e 5.865 nella Secondaria di secondo grado, mentre la riduzione dei posti a tempo determinato per il sostegno sarebbe nella misura di 11.462 unità, di cui 6.660 nella Scuola Secondaria di primo grado e 4.802 nella Scuola Secondaria di secondo grado. Tali previsioni di ulteriori riduzioni di cattedre – peraltro stimate per difetto – arrivano dopo la pesantissima decurtazione di posti in organico determinata dalle previsioni dell’articolo 64 del decreto-legge n. 112 del 2008 e si accompagnano all’innalzamento dell’età pensionabile disposta dalla cosiddetta riforma previdenziale Fornero: il combinato disposto delle due misure avrà l’effetto che la scuola non assumerà nuovi insegnanti per molti anni. Non vi saranno ingressi in ruolo né per precari né per giovani laureati, né per concorso né per scorrimento dalle graduatorie.
La norma in parola, oltre agli effetti negativi sui livelli occupazionali dei docenti, avrebbe anche ricadute peggiorative sulla qualità della didattica e quindi sui livelli di apprendimento. L’aumento di un terzo delle ore di lezione frontale, infatti, porterebbe gli insegnanti a lavorare su più classi aumentando in modo irragionevole il numero degli alunni da seguire ed incrementando le attività funzionali all’insegnamento previste dal CCNL), così che il carico di lavoro complessivo supererebbe di gran lunga, in una stima seppur per difetto, le 40 ore settimanali. A questo proposito, segnala che per gli insegnanti medi europei, l’orario di insegnamento in classe è in media con le nostre 18 ore settimanali, tenendo conto del fatto che nella maggioranza dei Paesi l’ora di lezione ha durata convenzionale compresa fra 40 e 55 minuti. Gli effetti della norma in parola non producono, peraltro, alcun aumento retributivo, nonostante lo stipendio di un nostro insegnante sia ora ben al di sotto della media di quello dei colleghi europei, anche se rapportato al potere d’acquisto dei diversi paesi. Anche i dati Ocse, pubblicati a settembre, consentono un confronto impietoso tra le retribuzioni dei nostri docenti e quelle degli altri paesi appartenenti a questa organizzazione. Inoltre, se si osserva la dinamica nello scorso decennio, ci sono paesi che hanno aumentato anche del 50 per cento gli stipendi degli insegnanti mentre negli ultimi anni il salario reale dei docenti italiani è diminuito di un punto percentuale.
La materia trattata dal comma 42 è ovviamente disciplinata a livello contrattuale. In particolare, l’articolo 28 del CCNL per il personale del comparto scuola per il quadriennio normativo 2006-2009 e il biennio economico 2006-2007, stabilito che gli obblighi di lavoro del personale docente sono articolati in attività di insegnamento e in attività funzionali alla prestazione di insegnamento (comma 4), dispone (comma 5) che negli istituti di istruzione secondaria superiore l’attività di insegnamento si svolge in 18 ore settimanali (25 ore nella scuola dell’infanzia; 22 ore nella scuola primaria, alle quali vanno aggiunte 2 ore da dedicare alla programmazione didattica). L’articolo 29 stabilisce che l’attività funzionale all’insegnamento comprende tutte le attività, anche a carattere collegiale, di programmazione, progettazione, ricerca, valutazione, documentazione, aggiornamento e formazione, compresa la preparazione dei lavori degli organi collegiali, la partecipazione alle riunioni e l’attuazione delle delibere adottate. In particolare, le attività collegiali riguardanti tutti i docenti sono costituite dalla partecipazione alle riunioni del collegio dei docenti – fino a 40 ore annue –, dalla partecipazione alle attività collegiali dei consigli di classe, di interclasse e di intersezione – anche in tal caso fino a 40 ore annue – e dallo svolgimento degli scrutini e degli esami. Infine, l’articolo 30 dispone che le attività aggiuntive e le ore eccedenti di insegnamento restano disciplinate dalla legislazione e dalle norme contrattuali, nazionali ed integrative, vigenti al momento della stipula del CCNL del 2007.
  Il quadro normativo per quanto attiene alle ore prestate in eccedenza è costituito, per la scuola secondaria, dall’articolo 70 del CCNL del Comparto Scuola sottoscritto il 4 agosto 1995 e dalle modifiche ed integrazioni poste in essere dai successivi contratti collettivi. Detto articolo disciplina il pagamento delle ore di insegnamento eccedenti l’orario d’obbligo non rientranti nelle attività aggiuntive di insegnamento di cui all’articolo 43, comma 2, dello stesso CCNL. Successivamente, l’articolo 25 del CCNL Comparto Scuola normativo 1998 – 2001 economico 1998 – 1999 del 26 maggio 1999, confermando sostanzialmente l’impianto del precedente CCNL, stabilì (comma 3) che il compenso orario e le modalità di attribuzione delle attività aggiuntive, ivi comprese quelle di pratica sportiva, erano determinati in sede di contrattazione integrativa nazionale, con un incremento del compenso in misura non inferiore al 10 per cento. Inoltre, con il CCNL del 31 agosto 1999, nell’ambito della costituzione del Fondo dell’istituzione scolastica, destinato alla retribuzione delle varie attività esperite negli istituti, è stato disposto (articolo 30, comma 3, lettera b)) che con il richiamato Fondo erano retribuite anche le attività aggiuntive di insegnamento e quelle relative all’educazione fisica. Successivamente, l’articolo 28 del CCNL del Comparto Scuola per il quadriennio normativo 2002/2005 e il primo biennio economico 2002/2003 del 24 luglio 2003 ha confermato che le attività aggiuntive e le ore eccedenti d’insegnamento restavano disciplinate dalla legislazione e dalle norme contrattuali, nazionali e integrative, vigenti all’atto della stipula del medesimo CCNL. Lo stesso articolo ha altresì disposto l’avvio, presso l’ARAN, entro 30 giorni dalla sottoscrizione definitiva, di un’apposita sequenza contrattuale per procedere al riesame e all’omogeneizzazione della materia, che però non risulterebbe essere stata attivata. Infine, la previgente disciplina delle ore eccedenti e delle attività aggiuntive è stata confermata dall’articolo 30 del CCNL del Comparto Scuola del 29 novembre 2007. Pertanto, appare opportuno chiarire il rapporto tra la disposizione in esame, che non prevede la retribuzione delle ore eccedenti l’orario di cattedra, e le clausole contrattuali vigenti che prevedono, invece, una retribuzione.
Poiché la materia trattata dal comma in parola è di carattere contrattuale, si ritiene che a tale contesto debba essere rinviata qualsiasi modifica all’orario di lavoro. Pertanto, esprimo contrarietà al successivo comma 45, nel quale si dispone che le previsione recate dai commi 42-44 non possono essere derogate dai contratti collettivi nazionali di lavoro e che le clausole contrattuali contrastanti sono disapplicate dal 1o settembre 2013. Ritiene a tale proposito necessario chiarire se la disposizione in esame configuri una deroga – limitatamente al personale della scuola – alla disciplina generale di cui all’articolo 40 del decreto legislativo n.165 del 2001, come modificato dal decreto legislativo n. 150 del 2009, che rimette alla contrattazione collettiva la «determinazione dei diritti e degli obblighi direttamente pertinenti al rapporto di lavoro». Per concludere, sulle disposizioni del comma 42, segnala che rispondendo all’interrogazione a risposta immediata n. 3-02543 il 17 ottobre 2012, il rappresentante del Governo ha fatto presente testualmente che «il Ministro Profumo ha ieri dichiarato la sua disponibilità a rivedere, d’accordo con i gruppi parlamentari, la proposta contenuta nel disegno di legge». Precisa che si tratta di una disponibilità apprezzabile ai fini della rimozione della norma in parola, affinché il tema del lavoro degli insegnanti – complesso e non riconducibile al solo momento delle lezioni frontali – sia affrontato nel contesto adeguato del rinnovo contrattuale, teso al rilancio della professione docente e del suo ruolo sociale, che non possono prescindere da adeguati livelli retributivi, così come non possono essere estranei ad una riforma del tempo scuola e ad una riorganizzazione degli spazi della didattica. Il lavoro dell’insegnante necessita di una prospettiva culturale e politica alla quale non si sottrarranno i gruppi parlamentari e segnatamente i rappresentanti della VII Commissione, al fine di costruire un modello, citando testualmente le parole di Benedetto Vertecchi, «di educazione scolastica che si distende fra il mattino e il pomeriggio e che solo in parte consiste in lezioni (…), mentre per il resto è costituita da esperienze volte a consolidare ciò che si è appreso, a riflettere sul rapporto tra l’apprendimento e la natura, tra il pensiero e l’azione, tra l’individuo e la società. Agli insegnanti si chiede non solo di trasferire repertori di conoscenze, ma di contribuire in modo sostanziale a qualificare le esperienze che si effettuano nel tempo di funzionamento delle scuole (…)». Un progetto che non può essere raggiunto limitandosi all’innalzamento di un terzo del lavoro frontale, che appare come un ulteriore colpo inferto all’immagine sociale e professionale dei docenti. (…)

"A proposito del DDL sull’autogoverno approvato alla Camera", di Antonio Valentino

Il testo di legge sull’autogoverno delle Istituzioni Scolastiche (IS) – unificato ed elaborato in sede legislativa e approvato il 10 ottobre u.s. con buon tempismo dalla VII commissione della Camera – dovrà ora essere discusso e approvato dal Senato prima di diventare legge dello Stato.Come si ricorderà, questo testo è il risultato di un percorso lungo cominciato più di 4 anni fa, interrotto durante l’ultimo governo Berlusconi e ripreso dalla VII Commissione agli inizi di quest’anno con una visione per vari aspetti alternativa a quella precente, più autoreferenziale e gerarchizzata.
Le novità
Il nuovo testo non presenta sostanziali novità rispetto a quello licenziato alla fine di marzo e su cui si è sviluppato il dibattito (in verità, piuttosto ristretto) nei mesi scorsi.
Tra quelle più significative si segnalano le seguenti:
– Una definizione meno burocratica della funzione del Consiglio dei Docenti. Il termine “tecnica” è sostituito da quello più appropriato di “didattico-educativa”
– La presenza di una rappresentanza del personale ATA nel Consiglio dell’Autonomia (CdA)
– Una presenza più marcata degli studenti nella vita degli OOCC (per esempio nel Nucleo di valutazione; si prevede anche un coordinamento regionale delle Consulte provinciali degli studenti)
– Una più netta configurazione del Consiglio di classe (Cdc) “composto dai docenti
di ciascuna classe, dai rappresentanti dei genitori e nella scuola secondaria di secondo grado dai rappresentanti di classe degli studenti”. Il testo precedente, un po’ pasticciato, associava i Cdc a commissioni e dipartimenti, in relazione al previsto “collegamento …con gli organi che esprimono le posizioni degli alunni, dei genitori e della comunità locale”.

Un ripensamento salutare è stato inoltre quello che ha portato a ripristinare il testo prima versione dell’art. (11) della Rappresentanza istituzionale delle scuole autonome.
Si ricorderà infatti che, nel testo del giugno scorso, la Commissione assecondava di fatto la posizione della Conferenza delle Regioni, tesa a considerare facoltativa, da parte delle stesse, la scelta di istituire o meno le Conferenze Regionali e quelle Territoriali. Posizione che, se accolta, avrebbe messo in discussione in modo radicale il valore della rappresentanza istituzionale delle scuole autonome e avrebbe compromesso la stessa unitarietà del nostro sistema formativo.
Finalmente un po’ di buon senso e di senso dello stato.

Una soppressione positiva è anche quella del comma 2 dell’articolo 10 che, a proposito di reti e consorzi, prevedeva – come possibili partner – anche le fondazioni. Un rischio in meno. O no?

Forse un qualche significato riveste una integrazione relativa ai compiti connessi allo Statuto.
Si passa infatti dall’ un po’ neutro “adotta lo statuto”, ad una formula più ricca e impegnativa: “redige, approva e modifica lo statuto”.
Un modo per enfatizzare l’autonomia statutaria e le funzioni del CdA? Mah.

Aspetti da riconsiderare
Sempre a proposito di Statuto, si registra però un vistoso passo indietro. È stato infatti soppresso la formula : “ non è soggetto ad approvazione o convalida da parte di alcuna autorità esterna”, che figurava nel testo di partenza. Ovviamente, resta ‘il controllo formale’ da parte degli organismi competenti.
Mi sembra una vera e propria mutilazione dell’autonomia.
Penso che, nei passaggi successivi dell’iter legislativo, bisognerebbe tornarci su.
Come pure ritengo che nell’iter al Senato andrebbe riconsiderata la discutibile scelta della prima ora – che risulta confermata nel testo recentemente approvato alla Camera – di costituire il Consiglio nazionale coi rappresentanti delle singole componenti scolastiche. E non invece coi rappresentanti delle IS, come sarebbe stato più giusto, per evitare logiche corporative e settoriali.

Continuo infine a non capire – ma il limite è probabilmente soggettivo – il senso dell’autonomia “statutaria” sulla base dei contenuti che sono ad essa assegnati nell’art. 1 (c. 3): “Gli statuti delle istituzioni scolastiche regolano l’istituzione e la composizione degli organi interni, nonché le forme e le modalità di partecipazione della comunità scolastica. Per quanto attiene il funzionamento degli organi interni le istituzioni scolastiche adottano i regolamenti”.
Qual è l’elemento di novità, connotante rispetto a quanto prevedono le norme di autogoverno del testo approvato? Qual è la marcia in più che sarebbe consentita con questa nuova connotazione? Sfugge qualcosa.

Comunque ….
Pur con questi limiti e ambiguità (sui quali la riflessione dovrà continuare), il quadro complessivo che emerge è comunque sostanzialemnte positivo.
L’idea di scuola che si prospetta è decisamente migliorativa rispetto a quella di oggi.
Emerge infatti un’idea di scuola
a. che si interroga responsabilmente sull’efficienza, efficacia e qualità del proprio servizio, attraverso una apposito Nucleo di autovalutazione,
b. che dà conto annualmente di quello che fa in una apposita Conferenza, detta appunto di rendicontazione, aperta a tutte le componenti scolastiche ed ai rappresentanti degli enti locali e delle realtà sociali, economiche e culturali del territorio,
c. che opera non più secondo logiche interne e autoreferenziali, essendo prevista, nei vari organismi, la presenza di soggetti esterni (un esperto e un genitore, nel nucleo di autovalutazione; membri esterni, rappresentativi di enti locali, mondo della cultura e del lavoro …, nel Consiglio dell’Autonomia),
d. che è strutturalmente inserita in una rete di relazioni con le altre autonomie scolastiche e amministrative, i cui strumenti (Conferenza Regionale e Conferenze di ambito territoriale) – ma anche le modalità di rappresentanza e gli ambiti – sono definiti dall’Ente Regione.

Perciò restano difficili da capire i giudizi senza appello che, anche sul testo ultima versione, si leggono in giro.
Commentatori anche eccellenti hanno parlato addirittura di “pateracchio”.
La domanda è, a questo punto: meglio la separatezza autarchica e l’autoreferezialità sterile che mortificano le nostre scuole? E poi: quali altre innovazioni alternative potrebbero essere credibilmente introdotte? Che siano cioè tali che il mondo della scuola più impegnato vi si riconoscerebbe maggiormente?

Il nodo più impegnativo
Ovviamente non è che, fatta la legge, i problemi che si tenta di affrontare siano belli e risolti.
Anche perché, per quanto riguarda il personale della scuola, il problema è anche di cultura professionale.
E poi, soprattutto, perché l’autoreferenzialità si vince se c’è un tessuto territoriale e un sistema complessivo che offra sponde e luoghi di intesa, collaborazione e coordinamento.
Il problema del sostanziale isolamento delle nostre scuole è complesso e richiede atteggiamenti nuovi nei confronti di altri soggetti istituzionali e disponibilità al confronto che solo di recente si è cominciato a coltivare. D’altra parte, la cultura della reciprocità non è moneta corrente neanche negli altri soggetti istituzionali coi quali si vanno ad aprire tavoli di intese e collaborazioni.
Questa legge potrà avere fortuna quindi, solo se la si considera come tessera, certamente importante, ma sempre solo tessera , di un mosaico che, per poter essere leggibile e ‘fare senso’, avrebbe bisogno di altre tessere non meno importanti.

Comunque, in questa fase, un primo ragionamento va fatto a proposito di un grosso limite che l’elaborazione di questo DDL si porta dietro: l’assenza delle scuole.
Di fatto il testo su cui discutere è stato messo a punto solo a fine marzo.
Volendo un inizio di discussione si poteva sempre mettere in campo. Ma non dimentichiamoci che altre priorità impegnavano i collegi docenti, almeno quelli più attenti (le questioni delle Linee guida per il riordino e le nuove indicazioni nazionali del primo ciclo, le prove INVALSI …). Ma soprattutto imperante era – ed è – il clima di depressione che si respira nelle nostre scuole.
E non aiutano di certo le uscite del governo sull’orario delle lezioni e del ministro sulla riduzione di un anno del secondo ciclo, che, al di là del merito, sembrano più delle clave che non proposte di miglioramento delle scuole e di riqualificazione delle sue risorse.

Lavarsene le mani?
Comunque, può il mondo della scuola, pur in questa situazione, lavarsi le mani rispetto al DDL al centro di queste riflessioni? Penso di no.
Si tratterà allora di capire forse, su quali risorse, in questa fase, fare leva.
Un primo ed importante elemento pilota penso debbano essere le associazioni professionali, che soprattutto in questi ultimi anni sono state un soggetto fondamentale nella promozione di dibattito, ricerche e proposte sui temi più incalzanti della scuola e nel coinvolgmento quindi di quella fetta non certo residuale di docenti e dirigenti che non demordono.
E le Giunte regionali e provinciali? Almeno quelle più attive sul fronte Scuola?
Penso che anche il sindacato sia chiamato a fare la sua parte – in modo più mirato, forse – soprattuto sul terreno delle condizioni che si rendono necessarie perché leggi come queste, certo ancora migliorabili, acquistino senso e valore e gambe per camminare.
C’è una disposizione introdotta nel testo recentemente approvato che andrebbe presa in attenta considerazione e valorizzato.
È l’articolo 11 bis che prevede l’istituzione di una Commissione di monitoraggio “con lo scopo di monitorare per due anni il processo attuativo delle disposizioni di cui alla presente legge presentando alle commissioni parlamentari di merito una relazione sullo stato di attuazione.”
Questa novità dovrebbe probabilmente indurre le scuole a vedere il processo attuativo in un’ottica di sperimentazione, a conclusione del quale poter eventualmente offrire, con cognizione di causa, propri contributi per migliorare il modello di partecipazione e di autoregolazione delle IS e renderlo più vicino alle aspettative del mondo della scuola.
La luna nel pozzo?
Forse che sì. Ma, forse, anche che no.

da ScuolaOggi 23.10.12

"A proposito del DDL sull’autogoverno approvato alla Camera", di Antonio Valentino

Il testo di legge sull’autogoverno delle Istituzioni Scolastiche (IS) – unificato ed elaborato in sede legislativa e approvato il 10 ottobre u.s. con buon tempismo dalla VII commissione della Camera – dovrà ora essere discusso e approvato dal Senato prima di diventare legge dello Stato.Come si ricorderà, questo testo è il risultato di un percorso lungo cominciato più di 4 anni fa, interrotto durante l’ultimo governo Berlusconi e ripreso dalla VII Commissione agli inizi di quest’anno con una visione per vari aspetti alternativa a quella precente, più autoreferenziale e gerarchizzata.
Le novità
Il nuovo testo non presenta sostanziali novità rispetto a quello licenziato alla fine di marzo e su cui si è sviluppato il dibattito (in verità, piuttosto ristretto) nei mesi scorsi.
Tra quelle più significative si segnalano le seguenti:
– Una definizione meno burocratica della funzione del Consiglio dei Docenti. Il termine “tecnica” è sostituito da quello più appropriato di “didattico-educativa”
– La presenza di una rappresentanza del personale ATA nel Consiglio dell’Autonomia (CdA)
– Una presenza più marcata degli studenti nella vita degli OOCC (per esempio nel Nucleo di valutazione; si prevede anche un coordinamento regionale delle Consulte provinciali degli studenti)
– Una più netta configurazione del Consiglio di classe (Cdc) “composto dai docenti
di ciascuna classe, dai rappresentanti dei genitori e nella scuola secondaria di secondo grado dai rappresentanti di classe degli studenti”. Il testo precedente, un po’ pasticciato, associava i Cdc a commissioni e dipartimenti, in relazione al previsto “collegamento …con gli organi che esprimono le posizioni degli alunni, dei genitori e della comunità locale”.
Un ripensamento salutare è stato inoltre quello che ha portato a ripristinare il testo prima versione dell’art. (11) della Rappresentanza istituzionale delle scuole autonome.
Si ricorderà infatti che, nel testo del giugno scorso, la Commissione assecondava di fatto la posizione della Conferenza delle Regioni, tesa a considerare facoltativa, da parte delle stesse, la scelta di istituire o meno le Conferenze Regionali e quelle Territoriali. Posizione che, se accolta, avrebbe messo in discussione in modo radicale il valore della rappresentanza istituzionale delle scuole autonome e avrebbe compromesso la stessa unitarietà del nostro sistema formativo.
Finalmente un po’ di buon senso e di senso dello stato.
Una soppressione positiva è anche quella del comma 2 dell’articolo 10 che, a proposito di reti e consorzi, prevedeva – come possibili partner – anche le fondazioni. Un rischio in meno. O no?
Forse un qualche significato riveste una integrazione relativa ai compiti connessi allo Statuto.
Si passa infatti dall’ un po’ neutro “adotta lo statuto”, ad una formula più ricca e impegnativa: “redige, approva e modifica lo statuto”.
Un modo per enfatizzare l’autonomia statutaria e le funzioni del CdA? Mah.
Aspetti da riconsiderare
Sempre a proposito di Statuto, si registra però un vistoso passo indietro. È stato infatti soppresso la formula : “ non è soggetto ad approvazione o convalida da parte di alcuna autorità esterna”, che figurava nel testo di partenza. Ovviamente, resta ‘il controllo formale’ da parte degli organismi competenti.
Mi sembra una vera e propria mutilazione dell’autonomia.
Penso che, nei passaggi successivi dell’iter legislativo, bisognerebbe tornarci su.
Come pure ritengo che nell’iter al Senato andrebbe riconsiderata la discutibile scelta della prima ora – che risulta confermata nel testo recentemente approvato alla Camera – di costituire il Consiglio nazionale coi rappresentanti delle singole componenti scolastiche. E non invece coi rappresentanti delle IS, come sarebbe stato più giusto, per evitare logiche corporative e settoriali.
Continuo infine a non capire – ma il limite è probabilmente soggettivo – il senso dell’autonomia “statutaria” sulla base dei contenuti che sono ad essa assegnati nell’art. 1 (c. 3): “Gli statuti delle istituzioni scolastiche regolano l’istituzione e la composizione degli organi interni, nonché le forme e le modalità di partecipazione della comunità scolastica. Per quanto attiene il funzionamento degli organi interni le istituzioni scolastiche adottano i regolamenti”.
Qual è l’elemento di novità, connotante rispetto a quanto prevedono le norme di autogoverno del testo approvato? Qual è la marcia in più che sarebbe consentita con questa nuova connotazione? Sfugge qualcosa.
Comunque ….
Pur con questi limiti e ambiguità (sui quali la riflessione dovrà continuare), il quadro complessivo che emerge è comunque sostanzialemnte positivo.
L’idea di scuola che si prospetta è decisamente migliorativa rispetto a quella di oggi.
Emerge infatti un’idea di scuola
a. che si interroga responsabilmente sull’efficienza, efficacia e qualità del proprio servizio, attraverso una apposito Nucleo di autovalutazione,
b. che dà conto annualmente di quello che fa in una apposita Conferenza, detta appunto di rendicontazione, aperta a tutte le componenti scolastiche ed ai rappresentanti degli enti locali e delle realtà sociali, economiche e culturali del territorio,
c. che opera non più secondo logiche interne e autoreferenziali, essendo prevista, nei vari organismi, la presenza di soggetti esterni (un esperto e un genitore, nel nucleo di autovalutazione; membri esterni, rappresentativi di enti locali, mondo della cultura e del lavoro …, nel Consiglio dell’Autonomia),
d. che è strutturalmente inserita in una rete di relazioni con le altre autonomie scolastiche e amministrative, i cui strumenti (Conferenza Regionale e Conferenze di ambito territoriale) – ma anche le modalità di rappresentanza e gli ambiti – sono definiti dall’Ente Regione.
Perciò restano difficili da capire i giudizi senza appello che, anche sul testo ultima versione, si leggono in giro.
Commentatori anche eccellenti hanno parlato addirittura di “pateracchio”.
La domanda è, a questo punto: meglio la separatezza autarchica e l’autoreferezialità sterile che mortificano le nostre scuole? E poi: quali altre innovazioni alternative potrebbero essere credibilmente introdotte? Che siano cioè tali che il mondo della scuola più impegnato vi si riconoscerebbe maggiormente?
Il nodo più impegnativo
Ovviamente non è che, fatta la legge, i problemi che si tenta di affrontare siano belli e risolti.
Anche perché, per quanto riguarda il personale della scuola, il problema è anche di cultura professionale.
E poi, soprattutto, perché l’autoreferenzialità si vince se c’è un tessuto territoriale e un sistema complessivo che offra sponde e luoghi di intesa, collaborazione e coordinamento.
Il problema del sostanziale isolamento delle nostre scuole è complesso e richiede atteggiamenti nuovi nei confronti di altri soggetti istituzionali e disponibilità al confronto che solo di recente si è cominciato a coltivare. D’altra parte, la cultura della reciprocità non è moneta corrente neanche negli altri soggetti istituzionali coi quali si vanno ad aprire tavoli di intese e collaborazioni.
Questa legge potrà avere fortuna quindi, solo se la si considera come tessera, certamente importante, ma sempre solo tessera , di un mosaico che, per poter essere leggibile e ‘fare senso’, avrebbe bisogno di altre tessere non meno importanti.
Comunque, in questa fase, un primo ragionamento va fatto a proposito di un grosso limite che l’elaborazione di questo DDL si porta dietro: l’assenza delle scuole.
Di fatto il testo su cui discutere è stato messo a punto solo a fine marzo.
Volendo un inizio di discussione si poteva sempre mettere in campo. Ma non dimentichiamoci che altre priorità impegnavano i collegi docenti, almeno quelli più attenti (le questioni delle Linee guida per il riordino e le nuove indicazioni nazionali del primo ciclo, le prove INVALSI …). Ma soprattutto imperante era – ed è – il clima di depressione che si respira nelle nostre scuole.
E non aiutano di certo le uscite del governo sull’orario delle lezioni e del ministro sulla riduzione di un anno del secondo ciclo, che, al di là del merito, sembrano più delle clave che non proposte di miglioramento delle scuole e di riqualificazione delle sue risorse.
Lavarsene le mani?
Comunque, può il mondo della scuola, pur in questa situazione, lavarsi le mani rispetto al DDL al centro di queste riflessioni? Penso di no.
Si tratterà allora di capire forse, su quali risorse, in questa fase, fare leva.
Un primo ed importante elemento pilota penso debbano essere le associazioni professionali, che soprattutto in questi ultimi anni sono state un soggetto fondamentale nella promozione di dibattito, ricerche e proposte sui temi più incalzanti della scuola e nel coinvolgmento quindi di quella fetta non certo residuale di docenti e dirigenti che non demordono.
E le Giunte regionali e provinciali? Almeno quelle più attive sul fronte Scuola?
Penso che anche il sindacato sia chiamato a fare la sua parte – in modo più mirato, forse – soprattuto sul terreno delle condizioni che si rendono necessarie perché leggi come queste, certo ancora migliorabili, acquistino senso e valore e gambe per camminare.
C’è una disposizione introdotta nel testo recentemente approvato che andrebbe presa in attenta considerazione e valorizzato.
È l’articolo 11 bis che prevede l’istituzione di una Commissione di monitoraggio “con lo scopo di monitorare per due anni il processo attuativo delle disposizioni di cui alla presente legge presentando alle commissioni parlamentari di merito una relazione sullo stato di attuazione.”
Questa novità dovrebbe probabilmente indurre le scuole a vedere il processo attuativo in un’ottica di sperimentazione, a conclusione del quale poter eventualmente offrire, con cognizione di causa, propri contributi per migliorare il modello di partecipazione e di autoregolazione delle IS e renderlo più vicino alle aspettative del mondo della scuola.
La luna nel pozzo?
Forse che sì. Ma, forse, anche che no.
da ScuolaOggi 23.10.12

"Con Bersani, per il lavoro e lo sviluppo", di Cesare Damiano e Pierpaolo Baretta

Noi riteniamo che il lavoro rappresenti un elemento centrale della nostra identità politica e sociale e che la sua valorizzazione sia il motore di una crescita di qualità, l’unica che può portare il paese fuori dalla crisi attuale. Crediamo che sia importante che il Partito Democratico, come ha fatto Pierluigi Bersani nella Carta di Intenti, sia in grado di avanzare una proposta che assuma il riconoscimento della risorsa umana come elemento, non solo simbolico, di definizione di un programma di governo di centrosinistra capace di riformare il paese. In questa ottica pensiamo che sul piano sociale sia indispensabile costruire una proposta che, mentre prosegue nell’impegno assunto da questo governo in Europa e sul piano internazionale per la difesa dell’Italia dall’aggressione dei mercati, dia un chiaro segno di cambiamento sul terreno dello sviluppo e del welfare. Proponiamo di assumere come obiettivo la costruzione di uno stato sociale di profilo europeo.
Dobbiamo puntare ad una politica di incentivi allo sviluppo che batta la logica del puro rigore e le politiche restrittive di stampo liberista, così come occorre una iniziativa sui temi della politica industriale che superi la logica dell’emergenza e si proponga di censire un catalogo di settori strategici della nostra economia, considerando che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania. La riduzione del cuneo fiscale che grava sul costo del lavoro a tempo indeterminato può dare più competitività alle imprese e maggiore potere d’acquisto ai lavoratori, accanto ad una tassazione di favore per i redditi più bassi da lavoro dipendente, autonomo e da pensione. Considerata la particolare e drammatica situazione del mercato del lavoro occorre definire un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile. Inoltre, c’è un capitolo che riguarda le relazioni sociali: noi proponiamo la ripresa della concertazione come metodo di governo e di prevenzione del conflitto, l’introduzione di regole di democrazia economica nelle grandi imprese ed
una nuova regolazione dei temi della rappresentanza nei luoghi di lavoro, a partire dalla modifica dell’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori. Infine, le riforme del governo Monti non vanno cancellate, ma corrette e migliorate, a partire da quella del sistema previdenziale per risolvere definitivamente il problema dei lavoratori rimasti senza stipendio e senza pensione e va introdotto il principio della flessibilità, assolutamente coerente con il sistema contributivo per consentire ai lavoratori, superata una certa soglia di età e di contributi versati, di scegliere il momento più opportuno per andare in pensione. Per quanto riguarda la riforma del mercato del lavoro dobbiamo attendere l’esito del monitoraggio previsto dalla riforma stessa, al fine di verificarne l’impatto sulla realtà del sistema produttivo. Fin d’ora si può però immaginare che si renderà necessario correggere gli ammortizzatori sociali di fronte al prolungarsi della crisi economica e garantirne la universalizzazione a vantaggio dei più giovani.

"Con Bersani, per il lavoro e lo sviluppo", di Cesare Damiano e Pierpaolo Baretta

Noi riteniamo che il lavoro rappresenti un elemento centrale della nostra identità politica e sociale e che la sua valorizzazione sia il motore di una crescita di qualità, l’unica che può portare il paese fuori dalla crisi attuale. Crediamo che sia importante che il Partito Democratico, come ha fatto Pierluigi Bersani nella Carta di Intenti, sia in grado di avanzare una proposta che assuma il riconoscimento della risorsa umana come elemento, non solo simbolico, di definizione di un programma di governo di centrosinistra capace di riformare il paese. In questa ottica pensiamo che sul piano sociale sia indispensabile costruire una proposta che, mentre prosegue nell’impegno assunto da questo governo in Europa e sul piano internazionale per la difesa dell’Italia dall’aggressione dei mercati, dia un chiaro segno di cambiamento sul terreno dello sviluppo e del welfare. Proponiamo di assumere come obiettivo la costruzione di uno stato sociale di profilo europeo.
Dobbiamo puntare ad una politica di incentivi allo sviluppo che batta la logica del puro rigore e le politiche restrittive di stampo liberista, così come occorre una iniziativa sui temi della politica industriale che superi la logica dell’emergenza e si proponga di censire un catalogo di settori strategici della nostra economia, considerando che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania. La riduzione del cuneo fiscale che grava sul costo del lavoro a tempo indeterminato può dare più competitività alle imprese e maggiore potere d’acquisto ai lavoratori, accanto ad una tassazione di favore per i redditi più bassi da lavoro dipendente, autonomo e da pensione. Considerata la particolare e drammatica situazione del mercato del lavoro occorre definire un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile. Inoltre, c’è un capitolo che riguarda le relazioni sociali: noi proponiamo la ripresa della concertazione come metodo di governo e di prevenzione del conflitto, l’introduzione di regole di democrazia economica nelle grandi imprese ed
una nuova regolazione dei temi della rappresentanza nei luoghi di lavoro, a partire dalla modifica dell’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori. Infine, le riforme del governo Monti non vanno cancellate, ma corrette e migliorate, a partire da quella del sistema previdenziale per risolvere definitivamente il problema dei lavoratori rimasti senza stipendio e senza pensione e va introdotto il principio della flessibilità, assolutamente coerente con il sistema contributivo per consentire ai lavoratori, superata una certa soglia di età e di contributi versati, di scegliere il momento più opportuno per andare in pensione. Per quanto riguarda la riforma del mercato del lavoro dobbiamo attendere l’esito del monitoraggio previsto dalla riforma stessa, al fine di verificarne l’impatto sulla realtà del sistema produttivo. Fin d’ora si può però immaginare che si renderà necessario correggere gli ammortizzatori sociali di fronte al prolungarsi della crisi economica e garantirne la universalizzazione a vantaggio dei più giovani.

"Su Irpef e scuola serve un dietrofront ", di Bianca Di Giovanni

Sulla scuola il Pd non ammetterà ulteriori tagli. Con questo «avvertimento» Enrico Letta si è presentato a Palazzo Chigi per discutere della legge di Stabilità con Mario Monti. Il quale per tutta la giornata ha subito il pressing dei partiti che vogliono modificare la legge di bilancio. Oltre a Letta, ieri ha incontrato una delegazione dell’Udc guidata da Pier Ferdinando Casini. Oggi vedrà anche Silvio Berlusconi e Angelino Alfano, domani sarà la volta del leader Pd Pier Luigi Bersani. Insomma, l’iter parlamentare (che inizia oggi con l’audizione di Vittorio Grilli) andrà preparato, per evitare imbarazzanti incidenti di percorso di una legge che ha già provocato molte proteste.

Come quelle degli insegnanti, che ormai da giorni alzano la voce per ottenere modifiche. «Certo, apprezziamo lo sforzo di Profumo che punta a interventi di sistema ha detto il vicesegretario ma un ulteriore taglio di risorse sarebbe fatale per la scuola in questo momento. Non si può agire al di fuori di una revisione complessiva delle regole». In effetti gli insegnanti stanno già pagando a duro prezzo il rigore dei conti: niente scatti, niente rinnovi contrattuali. Vero è che i risparmi voluti da Profumo sarebbero stati reinvestiti nello stesso comparto: ma quei tagli colpirebbero l’attività quotidiana dei professori, che non possono più tollerare ulteriori colpi. Per questo per i democratici riscrivere le norme sulla scuola è la conditio sine qua non per poter votare la legge di Stabilità. Lo stesso ministro all’Istruzione non si è tirato indietro: ha già fatto ampie aperture alle richieste dei Democratici, smentendo ieri «recisamente» l’ipotesi che si stia lavorando ad un aumento di orario fino a 21 ore settimanali rispetto alle 24 previste.

Il secondo punto su cui il Pd darà battaglia in Parlamento riguarda il taglio alle detrazioni fiscali.
«È un problema sociale insostenibile tassare retroatti-vamente le spese per i mutui sulla prima casa ha aggiunto Letta nel suo incontro con Monti Se davvero si vogliono aiutare le giovani coppie non è questa la strada». Il premier ha ascoltato, dimostrando comprensione ma senza dare rassicurazioni di sorta.

Il fatto è che la partita per ora è ancora rinviata: siamo ancora ai primi contatti. «Sono fiducioso che saremo ascoltati», ha aggiunto il vicesegretario Pd. Ma nel partito si è già aperto un dibattito sull’intervento fiscale. C’è chi vorrebbe limitarlo a una revisione del taglio alel detrazioni, e chi vorrebbe azzerare completamente la manovra sull’Irpef per eliminare i due punti di Iva. Anche sulle coperture sono sul tavolo ipotesi diverse. Letta esclude il ricorso alla patrimoniale. «Aggiungere tassazione sarebbe un errore», dichiara. Non la pensa così Francesco Boccia. «Noi abbiamo delle ricette. Se l’aumento dell’Iva permette di incassare 6 miliardi e la diminuzione dell’Irpef sarebbe a 5 miliardi, allora le due misure si compenserebbero ha detto il deputato Pd a Tgcom24 Per coprire la differenza potremmo proporre una patrimoniale. In questo momento storico è bene che non paghino coloro che hanno già pagato, come i pensionati o i piccoli imprenditori super tassati. Siccome altri debiti non si possono fare, l’unica via per rilanciare il Paese è la redistribuzione delle risorse del Paese». In ogni caso sarà difficile che il Pd proponga la tassa. Alla lista di risorse reperibili si ag-giungono anche i 5 miliardi indicati dal sottosegretario Gianfranco Polillo, reperiti grazie al calo dei tassi. Ma per ora si tratta solo di ipotesi di scuola.

In ogni caso, come dimostra la tabella qui a fianco, l’operazione Iva e Irpef rispetto a oggi aumenta la pressione fiscale, di un miliardo e 400 milioni nel 2013, un miliardo e mezzo nel 2014, di 2 miliardi e 100 milioni nel 2015. Secondo i tecnici del Pd, infatti, il peso del punto di Iva pesa di più dello sconto sulle aliquote Irpef, considerato anche il taglio alle detrazioni e la nuova tassazione su Tfr e sulle pensioni di guerra. Su questa voce è intervenuto ieri anche il presidente Gianfranco Fini.

Altro tema «caldo» è quello degli esodati. «Il governo metta a disposizione le risorse risparmiate dal sistema previdenziale chiede Cesare Damiano per aumentare il fondo esodati». Quanto al relatore Pier Paolo Baretta, ieri, ha insistito sul tema risorse. «Il governo metta tutte le risorse sul tavolo ha detto Chiediamo di sapere se dall’intervento Giavazzi ci sono o no risorse disponibili e vogliamo parlare anche del fondo di 900 milioni annunciato da Grilli». Oggi si saprà di più.

Anche l’Udc punta a modificare l’Irpef. Il partito di Casini propone di riportare le aliquote al livello attuale, eliminare la franchigia, riportare l’Iva per le cooperative sociali al 4% (la legge la alza al 10%), eliminare il maggior prelievo sul Tfr e sulle pensioni di guerra. Tutte queste operazioni danno un maggior gettito di circa un miliardo e 700 milioni. Un «tesoretto» che i centristi vogliono concentrare per aumentare le detrazioni alle famiglie con figli. Quanto all’Iva, il partito presenterà la proposta di reperire risorse dal «pacchetto» Giavazzi o da una revisione selettiva delle deduzioni, con una clausola di salvaguardia che nel caso in cui le risorse non fossero reperite entro il primo luglio, scatterebbe l’aumento di un punto previsto. In questa fase l’esecutivo dovrà mostrare disponibilità, vista la durezza con cui i partiti stanno chiedendo passi indietro. «Pensiamo che il presidente Monti possa dedicare al confronto almeno tanto tempo quanto quello che ha dedicato all’Europa ha dichiarato Renato Brunetta, relatore per il Pdl Sarà utile perché la discussione con la sua maggioranza Monti non l’ha fatta prima, la farà ora».

L’Unità 23.10.12

"Su Irpef e scuola serve un dietrofront ", di Bianca Di Giovanni

Sulla scuola il Pd non ammetterà ulteriori tagli. Con questo «avvertimento» Enrico Letta si è presentato a Palazzo Chigi per discutere della legge di Stabilità con Mario Monti. Il quale per tutta la giornata ha subito il pressing dei partiti che vogliono modificare la legge di bilancio. Oltre a Letta, ieri ha incontrato una delegazione dell’Udc guidata da Pier Ferdinando Casini. Oggi vedrà anche Silvio Berlusconi e Angelino Alfano, domani sarà la volta del leader Pd Pier Luigi Bersani. Insomma, l’iter parlamentare (che inizia oggi con l’audizione di Vittorio Grilli) andrà preparato, per evitare imbarazzanti incidenti di percorso di una legge che ha già provocato molte proteste.
Come quelle degli insegnanti, che ormai da giorni alzano la voce per ottenere modifiche. «Certo, apprezziamo lo sforzo di Profumo che punta a interventi di sistema ha detto il vicesegretario ma un ulteriore taglio di risorse sarebbe fatale per la scuola in questo momento. Non si può agire al di fuori di una revisione complessiva delle regole». In effetti gli insegnanti stanno già pagando a duro prezzo il rigore dei conti: niente scatti, niente rinnovi contrattuali. Vero è che i risparmi voluti da Profumo sarebbero stati reinvestiti nello stesso comparto: ma quei tagli colpirebbero l’attività quotidiana dei professori, che non possono più tollerare ulteriori colpi. Per questo per i democratici riscrivere le norme sulla scuola è la conditio sine qua non per poter votare la legge di Stabilità. Lo stesso ministro all’Istruzione non si è tirato indietro: ha già fatto ampie aperture alle richieste dei Democratici, smentendo ieri «recisamente» l’ipotesi che si stia lavorando ad un aumento di orario fino a 21 ore settimanali rispetto alle 24 previste.
Il secondo punto su cui il Pd darà battaglia in Parlamento riguarda il taglio alle detrazioni fiscali.
«È un problema sociale insostenibile tassare retroatti-vamente le spese per i mutui sulla prima casa ha aggiunto Letta nel suo incontro con Monti Se davvero si vogliono aiutare le giovani coppie non è questa la strada». Il premier ha ascoltato, dimostrando comprensione ma senza dare rassicurazioni di sorta.
Il fatto è che la partita per ora è ancora rinviata: siamo ancora ai primi contatti. «Sono fiducioso che saremo ascoltati», ha aggiunto il vicesegretario Pd. Ma nel partito si è già aperto un dibattito sull’intervento fiscale. C’è chi vorrebbe limitarlo a una revisione del taglio alel detrazioni, e chi vorrebbe azzerare completamente la manovra sull’Irpef per eliminare i due punti di Iva. Anche sulle coperture sono sul tavolo ipotesi diverse. Letta esclude il ricorso alla patrimoniale. «Aggiungere tassazione sarebbe un errore», dichiara. Non la pensa così Francesco Boccia. «Noi abbiamo delle ricette. Se l’aumento dell’Iva permette di incassare 6 miliardi e la diminuzione dell’Irpef sarebbe a 5 miliardi, allora le due misure si compenserebbero ha detto il deputato Pd a Tgcom24 Per coprire la differenza potremmo proporre una patrimoniale. In questo momento storico è bene che non paghino coloro che hanno già pagato, come i pensionati o i piccoli imprenditori super tassati. Siccome altri debiti non si possono fare, l’unica via per rilanciare il Paese è la redistribuzione delle risorse del Paese». In ogni caso sarà difficile che il Pd proponga la tassa. Alla lista di risorse reperibili si ag-giungono anche i 5 miliardi indicati dal sottosegretario Gianfranco Polillo, reperiti grazie al calo dei tassi. Ma per ora si tratta solo di ipotesi di scuola.
In ogni caso, come dimostra la tabella qui a fianco, l’operazione Iva e Irpef rispetto a oggi aumenta la pressione fiscale, di un miliardo e 400 milioni nel 2013, un miliardo e mezzo nel 2014, di 2 miliardi e 100 milioni nel 2015. Secondo i tecnici del Pd, infatti, il peso del punto di Iva pesa di più dello sconto sulle aliquote Irpef, considerato anche il taglio alle detrazioni e la nuova tassazione su Tfr e sulle pensioni di guerra. Su questa voce è intervenuto ieri anche il presidente Gianfranco Fini.
Altro tema «caldo» è quello degli esodati. «Il governo metta a disposizione le risorse risparmiate dal sistema previdenziale chiede Cesare Damiano per aumentare il fondo esodati». Quanto al relatore Pier Paolo Baretta, ieri, ha insistito sul tema risorse. «Il governo metta tutte le risorse sul tavolo ha detto Chiediamo di sapere se dall’intervento Giavazzi ci sono o no risorse disponibili e vogliamo parlare anche del fondo di 900 milioni annunciato da Grilli». Oggi si saprà di più.
Anche l’Udc punta a modificare l’Irpef. Il partito di Casini propone di riportare le aliquote al livello attuale, eliminare la franchigia, riportare l’Iva per le cooperative sociali al 4% (la legge la alza al 10%), eliminare il maggior prelievo sul Tfr e sulle pensioni di guerra. Tutte queste operazioni danno un maggior gettito di circa un miliardo e 700 milioni. Un «tesoretto» che i centristi vogliono concentrare per aumentare le detrazioni alle famiglie con figli. Quanto all’Iva, il partito presenterà la proposta di reperire risorse dal «pacchetto» Giavazzi o da una revisione selettiva delle deduzioni, con una clausola di salvaguardia che nel caso in cui le risorse non fossero reperite entro il primo luglio, scatterebbe l’aumento di un punto previsto. In questa fase l’esecutivo dovrà mostrare disponibilità, vista la durezza con cui i partiti stanno chiedendo passi indietro. «Pensiamo che il presidente Monti possa dedicare al confronto almeno tanto tempo quanto quello che ha dedicato all’Europa ha dichiarato Renato Brunetta, relatore per il Pdl Sarà utile perché la discussione con la sua maggioranza Monti non l’ha fatta prima, la farà ora».
L’Unità 23.10.12