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"Il futuro si garantisce solo con la ricerca", da Il Corriere della Sera

Appello ai capi di Stato o di Governo dei Paesi dell’Unione europea a ai Presidenti delle istituzioni europee.
Si dice spesso che una crisi rappresenta al tempo stesso un’opportunità. La crisi attuale ci forza a fare delle scelte, e una di queste ha a che vedere con la scienza e il sostegno che le si darà. Nel 2000, voi e i vostri predecessori vi siete posti l’obiettivo di trasformare l’Europa «entro il 2010 nell’economia basata sulla conoscenza più dinamica». L’intenzione era nobile e ambiziosa, ma la meta non è stata raggiunta.
La scienza può aiutarci a trovare le riposte a molti dei problemi pressanti che ci si prospettano in questo momento: nuovi modi di ottenere energia, nuove modalità di produzione e nuovi prodotti, migliori strumenti per comprendere il funzionamento della società e migliorarla. Siamo solo all’inizio di una nuova comprensione rivoluzionaria del funzionamento del nostro organismo, con conseguenze inestimabili sul nostro futuro benessere e su una maggiore longevità.
L’Europa è all’avanguardia in molte aree della scienza. Trasformare questa conoscenza in nuovi prodotti, servizi e attività industriali è il solo modo per dare all’Europa un vantaggio competitivo in un panorama mondiale che cambia rapidamente e per assicurare un prosperità futura e duratura all’Europa.
La conoscenza non ha frontiere. Il mercato globale per l’eccellenza dei talenti è estremamente competitivo. L’Europa non può permettersi di perdere i suoi migliori ricercatori e docenti, e guadagnerebbe enormemente se riuscisse ad attrarre talenti da altre parti del mondo. Ridurre il finanziamento disponibile per la ricerca di eccellenza vuol dire un minor numero di ricercatori preparati. Se ci fosse una seria riduzione del budget per la ricerca e l’innovazione da parte dell’Unione europea, rischieremmo di perdere una generazione di scienziati di talento proprio nel momento in cui l’Europa ne ha più bisogno.
Da questo punto di vista il Consiglio europeo della ricerca (Erc) ha ottenuto in brevissimo tempo un riconoscimento universale. Finanzia i migliori ricercatori in Europa indipendentemente dalla loro nazionalità: scienziati eccellenti, progetti eccellenti. È un complemento di grande valore ai finanziamenti nazionali per la ricerca di base.
Il finanziamento della ricerca a livello europeo agisce da catalizzatore per un uso migliore delle risorse disponibili e rende i finanziamenti nazionali più efficienti ed efficaci. Queste risorse europee sono estremamente preziose e hanno dimostrato di essere in grado di produrre benefici essenziali per la scienza europea, di aumentare il ritorno a livello nazionale per la società e di migliorare la competitività internazionale.
È essenziale che si dia sostegno e, ancora più importante, ispirazione a livello pan-europeo alla straordinaria ricchezza di potenziale in ricerca e innovazione che esiste in tutta Europa. Siamo convinti che anche i ricercatori più giovani faranno sentire la loro voce — e Voi dovreste ascoltare quello che hanno da dire.
La nostra domanda per Voi, capi di Stato o di governo e Presidenti che si incontreranno a Bruxelles il 22 e 23 novembre per discutere del budget della Ue per il periodo 2014-2020, è semplice: quando l’accordo per il futuro budget europeo sarà annunciato, quale ruolo avrà la scienza nel futuro dell’Europa?
Firmato dai vincitori
di Premi Nobel e Fields Medals
Sidney Altman, Werner Arber, Robert J. Aumann, Françoise Barré-Sinoussi, Günter Blobel, Mario Capecchi, Aaron Ciechanover, Claude Cohen-Tannoudji, Johann Deisenhofer, Richard R. Ernst, Gerhard Ertl, sir Martin Evans, Albert Fert, Andre Geim, Serge Haroche, Avram Hershko, Jules A. Hoffmann, Roald Hoffmann, Robert Huber, sir Tim Hunt, Eric R. Kandel, Klaus von Klitzing, sir Harold Kroto, Finn Kydland, Jean-Marie Lehn, Eric S. Maskin, Dale T. Mortensen, Erwin Neher, Konstantin Novoselov, sir Paul Nurse, Christiane Nüsslein-Volhard, Venkatraman Ramakrishnan, Richard J. Roberts, Heinrich Rohrer, Bert Sakmann, Bengt I. Samuelsson, John E. Sulston, Jack W. Szostak, sir John E. Walker, Ada E. Yonath, Rolf Zinkernagel, Harald zur Hausen; Pierre Deligne, Timothy Gowers, Maxim Kontsevich, Stanislav Smirnov, Cédric Villani
RIPRODUZIONE RISERVATA

"Il futuro si garantisce solo con la ricerca", da Il Corriere della Sera

Appello ai capi di Stato o di Governo dei Paesi dell’Unione europea a ai Presidenti delle istituzioni europee.
Si dice spesso che una crisi rappresenta al tempo stesso un’opportunità. La crisi attuale ci forza a fare delle scelte, e una di queste ha a che vedere con la scienza e il sostegno che le si darà. Nel 2000, voi e i vostri predecessori vi siete posti l’obiettivo di trasformare l’Europa «entro il 2010 nell’economia basata sulla conoscenza più dinamica». L’intenzione era nobile e ambiziosa, ma la meta non è stata raggiunta.
La scienza può aiutarci a trovare le riposte a molti dei problemi pressanti che ci si prospettano in questo momento: nuovi modi di ottenere energia, nuove modalità di produzione e nuovi prodotti, migliori strumenti per comprendere il funzionamento della società e migliorarla. Siamo solo all’inizio di una nuova comprensione rivoluzionaria del funzionamento del nostro organismo, con conseguenze inestimabili sul nostro futuro benessere e su una maggiore longevità.
L’Europa è all’avanguardia in molte aree della scienza. Trasformare questa conoscenza in nuovi prodotti, servizi e attività industriali è il solo modo per dare all’Europa un vantaggio competitivo in un panorama mondiale che cambia rapidamente e per assicurare un prosperità futura e duratura all’Europa.
La conoscenza non ha frontiere. Il mercato globale per l’eccellenza dei talenti è estremamente competitivo. L’Europa non può permettersi di perdere i suoi migliori ricercatori e docenti, e guadagnerebbe enormemente se riuscisse ad attrarre talenti da altre parti del mondo. Ridurre il finanziamento disponibile per la ricerca di eccellenza vuol dire un minor numero di ricercatori preparati. Se ci fosse una seria riduzione del budget per la ricerca e l’innovazione da parte dell’Unione europea, rischieremmo di perdere una generazione di scienziati di talento proprio nel momento in cui l’Europa ne ha più bisogno.
Da questo punto di vista il Consiglio europeo della ricerca (Erc) ha ottenuto in brevissimo tempo un riconoscimento universale. Finanzia i migliori ricercatori in Europa indipendentemente dalla loro nazionalità: scienziati eccellenti, progetti eccellenti. È un complemento di grande valore ai finanziamenti nazionali per la ricerca di base.
Il finanziamento della ricerca a livello europeo agisce da catalizzatore per un uso migliore delle risorse disponibili e rende i finanziamenti nazionali più efficienti ed efficaci. Queste risorse europee sono estremamente preziose e hanno dimostrato di essere in grado di produrre benefici essenziali per la scienza europea, di aumentare il ritorno a livello nazionale per la società e di migliorare la competitività internazionale.
È essenziale che si dia sostegno e, ancora più importante, ispirazione a livello pan-europeo alla straordinaria ricchezza di potenziale in ricerca e innovazione che esiste in tutta Europa. Siamo convinti che anche i ricercatori più giovani faranno sentire la loro voce — e Voi dovreste ascoltare quello che hanno da dire.
La nostra domanda per Voi, capi di Stato o di governo e Presidenti che si incontreranno a Bruxelles il 22 e 23 novembre per discutere del budget della Ue per il periodo 2014-2020, è semplice: quando l’accordo per il futuro budget europeo sarà annunciato, quale ruolo avrà la scienza nel futuro dell’Europa?
Firmato dai vincitori
di Premi Nobel e Fields Medals
Sidney Altman, Werner Arber, Robert J. Aumann, Françoise Barré-Sinoussi, Günter Blobel, Mario Capecchi, Aaron Ciechanover, Claude Cohen-Tannoudji, Johann Deisenhofer, Richard R. Ernst, Gerhard Ertl, sir Martin Evans, Albert Fert, Andre Geim, Serge Haroche, Avram Hershko, Jules A. Hoffmann, Roald Hoffmann, Robert Huber, sir Tim Hunt, Eric R. Kandel, Klaus von Klitzing, sir Harold Kroto, Finn Kydland, Jean-Marie Lehn, Eric S. Maskin, Dale T. Mortensen, Erwin Neher, Konstantin Novoselov, sir Paul Nurse, Christiane Nüsslein-Volhard, Venkatraman Ramakrishnan, Richard J. Roberts, Heinrich Rohrer, Bert Sakmann, Bengt I. Samuelsson, John E. Sulston, Jack W. Szostak, sir John E. Walker, Ada E. Yonath, Rolf Zinkernagel, Harald zur Hausen; Pierre Deligne, Timothy Gowers, Maxim Kontsevich, Stanislav Smirnov, Cédric Villani
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"Tumori, la strada per prevenire", di Umberto Veronesi

I dati sulla mortalità nella provincia di Taranto diffusi dal ministero della Salute ci impongono una riflessione approfondita, al di là della situazione di drammatica emergenza. La gravità del problema tumore emerge in maniera così evidente da non richiedere quasi sottolineature. Ci sono tuttavia due aspetti che meritano di essere evidenziati.
Innanzitutto dovremmo ragionare sui numeri assoluti perché le percentuali – pur chiare e significative – fotografano soltanto una parte della questione. Dall’analisi dei numeri assoluti si può invece definire con maggiore precisione il livello di rischio per il cittadino. In secondo luogo bisognerebbe sforzarsi di non concentrare l’attenzione sui dati della mortalità, anche se sono quelli che ci choccano di piu’ . E’ invece il numero di nuovi casi in un anno, che chiamiamo incidenza, ovvero la frequenza con cui ci si ammala in una determinata zona, il fattore su cui concentrare l’attenzione, perché è dall’esame di questo aspetto che possono nascere le strategie per una migliore prevenzione e una più efficace cura dei tumori.

Dal punto di vista della mortalità, l’Italia è un territorio ben controllato. A partire dai risultati delle rilevazioni dell’Istat, possiamo dire di sapere molto sui diversi tipi di cancro. Ad esempio sappiamo che ci sono meno tumori nel Sud che nel Nord Italia, in misura variabile anche del 30 o 40%, mentre i valori del Centro si collocano circa a metà dei due estremi. Le cause di questa differenza sono l’alimentazione, gli stili di vita – il fumo in primis – la presenza di siti industriali. E’ stata l’analisi della mortalità, inoltre, che ha dimostrato con evidenza lampante l’emergenza mesotelioma da amianto a Casale Monferrato.

Ma ciò di cui abbiamo più bisogno è una mappa altrettanto accurata dell’incidenza dei tumori nel nostro Paese. Realizzarla oggi equivarrebbe ad avere lo strumento più utile per evitare di ritrovarci fra cinque, dieci o quindici anni con altri casi Taranto.

La Stampa 23.10.12

"Tumori, la strada per prevenire", di Umberto Veronesi

I dati sulla mortalità nella provincia di Taranto diffusi dal ministero della Salute ci impongono una riflessione approfondita, al di là della situazione di drammatica emergenza. La gravità del problema tumore emerge in maniera così evidente da non richiedere quasi sottolineature. Ci sono tuttavia due aspetti che meritano di essere evidenziati.
Innanzitutto dovremmo ragionare sui numeri assoluti perché le percentuali – pur chiare e significative – fotografano soltanto una parte della questione. Dall’analisi dei numeri assoluti si può invece definire con maggiore precisione il livello di rischio per il cittadino. In secondo luogo bisognerebbe sforzarsi di non concentrare l’attenzione sui dati della mortalità, anche se sono quelli che ci choccano di piu’ . E’ invece il numero di nuovi casi in un anno, che chiamiamo incidenza, ovvero la frequenza con cui ci si ammala in una determinata zona, il fattore su cui concentrare l’attenzione, perché è dall’esame di questo aspetto che possono nascere le strategie per una migliore prevenzione e una più efficace cura dei tumori.
Dal punto di vista della mortalità, l’Italia è un territorio ben controllato. A partire dai risultati delle rilevazioni dell’Istat, possiamo dire di sapere molto sui diversi tipi di cancro. Ad esempio sappiamo che ci sono meno tumori nel Sud che nel Nord Italia, in misura variabile anche del 30 o 40%, mentre i valori del Centro si collocano circa a metà dei due estremi. Le cause di questa differenza sono l’alimentazione, gli stili di vita – il fumo in primis – la presenza di siti industriali. E’ stata l’analisi della mortalità, inoltre, che ha dimostrato con evidenza lampante l’emergenza mesotelioma da amianto a Casale Monferrato.
Ma ciò di cui abbiamo più bisogno è una mappa altrettanto accurata dell’incidenza dei tumori nel nostro Paese. Realizzarla oggi equivarrebbe ad avere lo strumento più utile per evitare di ritrovarci fra cinque, dieci o quindici anni con altri casi Taranto.
La Stampa 23.10.12

"Processo alla previsione", di Stefano Rodotà

È buona norma, di fronte a sentenze di particolare rilevanza, ricordare che un giudizio adeguato esige la lettura delle motivazioni. Tacere, quindi, fino a quando queste saranno conosciute? Ma la pesante condanna dei componenti della Commissione Grandi Rischi solleva troppi interrogativi.
Diventa quindi legittimo cercare di individuare almeno i punti critici intorno ai quali già si è avviata una discussione che richiama i dubbi e le emozioni che accompagnarono subito il terribile terremoto che colpì quella città.
La condanna è stata pronunciata per omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali, con riferimento al fatto che la Commissione avrebbe dato informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità della situazione dopo le scosse che si erano registrate nei mesi precedenti al terremoto del 6 aprile 2009. Il punto chiave, allora, diventa quello delle modalità delle informazioni fornite e del modo in cui queste erano state elaborate. Un processo alla scienza, la porta aperta a qualsiasi ciarlatano che lancia allarmi senza un adeguato fondamento? La risposta è affidata alle motivazioni della sentenza, anche se gli elementi disponibi-li, messi in evidenza dalla requisitoria del pubblico ministero, orienterebbero le valutazioni piuttosto verso la frettolosità del lavoro della Commissione, le modalità del comunicato diramato alla fine della veloce riunione, la dichiarata volontà dell’allora responsabile della Protezione civile di utilizzare la Commissione per rassicurare la popolazione di fronte a un allarme ritenuto ingiustificato. Così delimitata la materia del giudizio, non sarebbe la scienza ad essere sotto accusa, ma i comportamenti specifici delle persone riunite d’urgenza in quella mattinata, di chi ha scritto il comunicato, di chi guidava la Protezione civile. Questa precisazione, tuttavia, non sarebbe sufficiente se si concludesse in modo sbrigativo che il rischio terremoto sfugge alla possibilità scientifica della previsione, sì che ricercare responsabilità individuali sarebbe una forzatura. Allo stesso tempo, però, il riferimento all’uragano Katrina, fatto dal pubblico ministero, appare improprio, perché in quel caso la negligenza era evidentissima di fronte ad un rischio ormai evidente.
Allontanandoci da posizioni tanto divaricate, è possibile provare a fare qualche riflessione intorno agli effetti che la sentenza è destinata comunque a produrre. È indubbio, infatti, che diverrà particolarmente difficile acquisire le competenze necessarie per svolgere funzioni così delicate. Quali studiosi accetteranno domani di far parte della Commissione Grandi Rischi? E, comunque, non si manifesterà una attitudine simile a quella che ha dato origine alla cosiddetta “medicina difensiva”? Proprio di fronte al rischio di dover risarcire possibili danni, si sono radicati comportamenti volti non a garantire la salute del paziente, ma a mettere il medico al riparo da quella eventualità. Ecco, allora, la prescrizione infinita di accertamenti preventivi, di analisi forse inutili, fino alla rinuncia ad effettuare interventi ritenuti troppo rischiosi non per il malato, ma per il chirurgo.
Forse, di questa attitudine difensiva abbiamo già avuto una prova in occasione dell’allarme recente su un nubifragio a Roma, rivelatosi in buona parte infondato, ma che evidentemente rifletteva la volontà di non trovarsi di nuovo di fronte ad una emergenza incontrollabile, com’era avvenuto in occasione della memorabile nevicata dell’inverno scorso. Meglio questo, si dirà, che far correre rischi alle persone. Ma un regime di allarme permanente e generalizzato, non filtrato da alcuna valutazione scientifica, può alterare le dinamiche sociali, produrre costi ingiustificati.
Nella sentenza di ieri si riflette un bisogno diffuso di individuare comunque responsabilità singole anche in situazioni complesse. Questo non vuol dire che, per evitare simili distorsioni, debbano svanire le responsabilità individuali. Dobbiamo piuttosto interrogarci su quali siano i modi più corretti per affrontare questioni difficili in una società sempre più spesso definita appunto come quella del rischio e dell’incertezza. Ma questa definizione non assolve dall’obbligo di apprestare strumenti, anche giuridici, adeguati al modo in cui si manifestano e si sommano problemi vecchi e nuovi. Basta ricordare il rilievo assunto da principi come quelli di prevenzione e di precauzione, che hanno determinato anche un modo diverso di costruire i criteri della valutazione scientifica. La scienza non è mai stata un mezzo per sottrarsi alle responsabilità.

La Repubblica 23.10.12

*******

“Capri espiatori” di Marco Cattaneo*

Sei anni di reclusione in primo grado per “omicidio colposo plurimo”. Questa la sentenza dell’Aquila nel processo ai sette membri della Commissione grandi rischi. Come si dice in questi casi, per commentare bisogna attendere le motivazioni della sentenza.
Ma forse qualcosa si può dire già ora.

Cominciando dal verbale di quella riunione. L’ho letto e riletto una dozzina di volte, oggi, dopo aver ascoltato l’inquietante procedura di lettura della sentenza, e non mi è sembrato di trovarvi alcuna informazione che fosse “imprecisa, incompleta e contraddittoria”, come emerge dalle cronache. Mi sembra invece che un gruppo di tecnici, tra cui alcuni dei più esperti sismologi di questo paese, abbia analizzato secondo lo stato delle conoscenze una situazione che si protraeva da sei mesi, osservando che non si poteva trarre alcuna indicazione sulla possibilità che si verificasse un sisma di magnitudo elevata.

È questo è un fatto. Dal protrarsi di una sequenza sismica di bassa magnitudo non si può prevedere un evento più intenso. Chiunque affermi il contrario è in malafede, e dà informazioni false e illusorie a chi gli presta ascolto.

E allora perché questa sentenza? Forse per le dichiarazioni di Bernardo De Bernardinis successive a quella riunione, testimoniate da questa intervista. L’accento si pone sulle parole rassicuranti, sul bicchiere di Montepulciano. Ma prima di tutto De Bernardinis parla del rassicurare e tranquillizzare la popolazione di Sulmona (!) messa in allarme pochi giorni prima per l’annuncio di un imminente sisma che mai si è verificato. Parla di avere uno stato di attenzione senza avere uno stato d’ansia, di vivere serenamente la propria vita quotidiana. Insomma, invita a non lasciarsi prendere dal panico. E il bicchiere di vino arriva solo su esplicito invito dell’intervistatore. Voi che cosa avreste risposto alla domanda posta in quei termini? Io forse avrei risposto allo stesso modo, senza temere per questo di diventare un assassino.

Diversamente invece avrebbe potuto risparmiarsi il passaggio in cui affermava che lo scarico di energia rendeva più improbabile un terremoto di forte magnitudo, e la conferma degli scienziati della commissione, di cui agli atti non c’è traccia.

Prima di tutto, allora, una considerazione. Se le parole tranquillizzanti sono venute dalla protezione civile (e non mi risultano interventi in tal senso di Boschi o Selvaggi, per esempio), perché la condanna è identica per tutti?

Ma poi ci sono considerazioni molto più profonde. Perché Enzo Boschi e Giulio Selvaggi erano il presidente e il responsabile del Centro nazionale terremoti di quello stesso Istituto di geofisica e vulcanologia che nel 2004 aveva redatto la Carta della pericolosità sismica in cui L’Aquila era classificata in zona 1, ovvero come le aree di maggiore sismicità. Quella Carta, risultato di una mole di studi dell’INGV, doveva essere la bussola per le aree di massima attenzione. E invece qualcuno ha declassato L’Aquila a zona 2, ragion per cui lì si è potuto continuare a costruire con gli stessi criteri di zone di pericolosità molto inferiore.

Indipendentemente dalle motivazioni di questa sentenza, dunque, ho la sensazione che la ricerca dei responsabili si sia fermata al bersaglio più facile, trovando nei membri della Commissione grandi rischi i capri espiatori ideali per lo sport nazionale, lo scaricabarile. Perché se queste sono le unità di misura mi aspetterei condanne per omicidio volontario plurimo, non colposo, per i costruttori in odore di mafia che hanno edificato con la sabbia bagnata, per chi ha chiuso un occhio o forse tutti e due, per chi ha omesso i controlli. E per chi con la leggerezza di un tratto di penna ha spostato L’Aquila in zona 2. Ma ho paura che aspetterò invano.

Certo sarebbe il peggior messaggio possibile se unici responsabili di un simile scempio risultassero i sette membri della Commissione grandi rischi. Di certo, per ora, c’è che è per loro la prima condanna. E anche questo, a modo suo, è un primato che questo paese non ha voluto farsi mancare.

* direttore Le scienze

dal Blog di Marco Cattaneo

"Processo alla previsione", di Stefano Rodotà

È buona norma, di fronte a sentenze di particolare rilevanza, ricordare che un giudizio adeguato esige la lettura delle motivazioni. Tacere, quindi, fino a quando queste saranno conosciute? Ma la pesante condanna dei componenti della Commissione Grandi Rischi solleva troppi interrogativi.
Diventa quindi legittimo cercare di individuare almeno i punti critici intorno ai quali già si è avviata una discussione che richiama i dubbi e le emozioni che accompagnarono subito il terribile terremoto che colpì quella città.
La condanna è stata pronunciata per omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali, con riferimento al fatto che la Commissione avrebbe dato informazioni inesatte, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità della situazione dopo le scosse che si erano registrate nei mesi precedenti al terremoto del 6 aprile 2009. Il punto chiave, allora, diventa quello delle modalità delle informazioni fornite e del modo in cui queste erano state elaborate. Un processo alla scienza, la porta aperta a qualsiasi ciarlatano che lancia allarmi senza un adeguato fondamento? La risposta è affidata alle motivazioni della sentenza, anche se gli elementi disponibi-li, messi in evidenza dalla requisitoria del pubblico ministero, orienterebbero le valutazioni piuttosto verso la frettolosità del lavoro della Commissione, le modalità del comunicato diramato alla fine della veloce riunione, la dichiarata volontà dell’allora responsabile della Protezione civile di utilizzare la Commissione per rassicurare la popolazione di fronte a un allarme ritenuto ingiustificato. Così delimitata la materia del giudizio, non sarebbe la scienza ad essere sotto accusa, ma i comportamenti specifici delle persone riunite d’urgenza in quella mattinata, di chi ha scritto il comunicato, di chi guidava la Protezione civile. Questa precisazione, tuttavia, non sarebbe sufficiente se si concludesse in modo sbrigativo che il rischio terremoto sfugge alla possibilità scientifica della previsione, sì che ricercare responsabilità individuali sarebbe una forzatura. Allo stesso tempo, però, il riferimento all’uragano Katrina, fatto dal pubblico ministero, appare improprio, perché in quel caso la negligenza era evidentissima di fronte ad un rischio ormai evidente.
Allontanandoci da posizioni tanto divaricate, è possibile provare a fare qualche riflessione intorno agli effetti che la sentenza è destinata comunque a produrre. È indubbio, infatti, che diverrà particolarmente difficile acquisire le competenze necessarie per svolgere funzioni così delicate. Quali studiosi accetteranno domani di far parte della Commissione Grandi Rischi? E, comunque, non si manifesterà una attitudine simile a quella che ha dato origine alla cosiddetta “medicina difensiva”? Proprio di fronte al rischio di dover risarcire possibili danni, si sono radicati comportamenti volti non a garantire la salute del paziente, ma a mettere il medico al riparo da quella eventualità. Ecco, allora, la prescrizione infinita di accertamenti preventivi, di analisi forse inutili, fino alla rinuncia ad effettuare interventi ritenuti troppo rischiosi non per il malato, ma per il chirurgo.
Forse, di questa attitudine difensiva abbiamo già avuto una prova in occasione dell’allarme recente su un nubifragio a Roma, rivelatosi in buona parte infondato, ma che evidentemente rifletteva la volontà di non trovarsi di nuovo di fronte ad una emergenza incontrollabile, com’era avvenuto in occasione della memorabile nevicata dell’inverno scorso. Meglio questo, si dirà, che far correre rischi alle persone. Ma un regime di allarme permanente e generalizzato, non filtrato da alcuna valutazione scientifica, può alterare le dinamiche sociali, produrre costi ingiustificati.
Nella sentenza di ieri si riflette un bisogno diffuso di individuare comunque responsabilità singole anche in situazioni complesse. Questo non vuol dire che, per evitare simili distorsioni, debbano svanire le responsabilità individuali. Dobbiamo piuttosto interrogarci su quali siano i modi più corretti per affrontare questioni difficili in una società sempre più spesso definita appunto come quella del rischio e dell’incertezza. Ma questa definizione non assolve dall’obbligo di apprestare strumenti, anche giuridici, adeguati al modo in cui si manifestano e si sommano problemi vecchi e nuovi. Basta ricordare il rilievo assunto da principi come quelli di prevenzione e di precauzione, che hanno determinato anche un modo diverso di costruire i criteri della valutazione scientifica. La scienza non è mai stata un mezzo per sottrarsi alle responsabilità.
La Repubblica 23.10.12
*******
“Capri espiatori” di Marco Cattaneo*
Sei anni di reclusione in primo grado per “omicidio colposo plurimo”. Questa la sentenza dell’Aquila nel processo ai sette membri della Commissione grandi rischi. Come si dice in questi casi, per commentare bisogna attendere le motivazioni della sentenza.
Ma forse qualcosa si può dire già ora.
Cominciando dal verbale di quella riunione. L’ho letto e riletto una dozzina di volte, oggi, dopo aver ascoltato l’inquietante procedura di lettura della sentenza, e non mi è sembrato di trovarvi alcuna informazione che fosse “imprecisa, incompleta e contraddittoria”, come emerge dalle cronache. Mi sembra invece che un gruppo di tecnici, tra cui alcuni dei più esperti sismologi di questo paese, abbia analizzato secondo lo stato delle conoscenze una situazione che si protraeva da sei mesi, osservando che non si poteva trarre alcuna indicazione sulla possibilità che si verificasse un sisma di magnitudo elevata.
È questo è un fatto. Dal protrarsi di una sequenza sismica di bassa magnitudo non si può prevedere un evento più intenso. Chiunque affermi il contrario è in malafede, e dà informazioni false e illusorie a chi gli presta ascolto.
E allora perché questa sentenza? Forse per le dichiarazioni di Bernardo De Bernardinis successive a quella riunione, testimoniate da questa intervista. L’accento si pone sulle parole rassicuranti, sul bicchiere di Montepulciano. Ma prima di tutto De Bernardinis parla del rassicurare e tranquillizzare la popolazione di Sulmona (!) messa in allarme pochi giorni prima per l’annuncio di un imminente sisma che mai si è verificato. Parla di avere uno stato di attenzione senza avere uno stato d’ansia, di vivere serenamente la propria vita quotidiana. Insomma, invita a non lasciarsi prendere dal panico. E il bicchiere di vino arriva solo su esplicito invito dell’intervistatore. Voi che cosa avreste risposto alla domanda posta in quei termini? Io forse avrei risposto allo stesso modo, senza temere per questo di diventare un assassino.
Diversamente invece avrebbe potuto risparmiarsi il passaggio in cui affermava che lo scarico di energia rendeva più improbabile un terremoto di forte magnitudo, e la conferma degli scienziati della commissione, di cui agli atti non c’è traccia.
Prima di tutto, allora, una considerazione. Se le parole tranquillizzanti sono venute dalla protezione civile (e non mi risultano interventi in tal senso di Boschi o Selvaggi, per esempio), perché la condanna è identica per tutti?
Ma poi ci sono considerazioni molto più profonde. Perché Enzo Boschi e Giulio Selvaggi erano il presidente e il responsabile del Centro nazionale terremoti di quello stesso Istituto di geofisica e vulcanologia che nel 2004 aveva redatto la Carta della pericolosità sismica in cui L’Aquila era classificata in zona 1, ovvero come le aree di maggiore sismicità. Quella Carta, risultato di una mole di studi dell’INGV, doveva essere la bussola per le aree di massima attenzione. E invece qualcuno ha declassato L’Aquila a zona 2, ragion per cui lì si è potuto continuare a costruire con gli stessi criteri di zone di pericolosità molto inferiore.
Indipendentemente dalle motivazioni di questa sentenza, dunque, ho la sensazione che la ricerca dei responsabili si sia fermata al bersaglio più facile, trovando nei membri della Commissione grandi rischi i capri espiatori ideali per lo sport nazionale, lo scaricabarile. Perché se queste sono le unità di misura mi aspetterei condanne per omicidio volontario plurimo, non colposo, per i costruttori in odore di mafia che hanno edificato con la sabbia bagnata, per chi ha chiuso un occhio o forse tutti e due, per chi ha omesso i controlli. E per chi con la leggerezza di un tratto di penna ha spostato L’Aquila in zona 2. Ma ho paura che aspetterò invano.
Certo sarebbe il peggior messaggio possibile se unici responsabili di un simile scempio risultassero i sette membri della Commissione grandi rischi. Di certo, per ora, c’è che è per loro la prima condanna. E anche questo, a modo suo, è un primato che questo paese non ha voluto farsi mancare.
* direttore Le scienze
dal Blog di Marco Cattaneo

Bersani: basta colpi alla scuola: mercoledì un incontro con Monti

“Fermiamoci un attimo, basta colpi alla scuola, perché e’ frastornata e noi ne abbiamo bisogno”. E’ quanto ha affermato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a Brescia per un’iniziativa elettorale nel territorio lombardo, commentando i tagli all’istruzione previsti dal Ddl stabilità. “Questo – ha spiegato Bersani – chiederemo mercoledì in un incontro con il premier Monti al quale illustreremo anche le altre nostre preoccupazioni. In ogni caso, prosegue: “il governo farà il suo mestiere, garantito dalla nostra lealtà. Noi non faremo scherzi al governo, però diremo sempre la nostra, perché vogliamo riuscire a cambiare le cose che non vanno e lo faremo se in futuro toccherà a noi”. E poi ha proseguito: un ddl che “non saremo in grado di votare così come sono le norme sulla scuola” perché “al di fuori di ogni contesto di riflessione sull’organizzazione scolastica” e “finirebbero semplicemente per dare un colpo ulteriore alla qualità dell’offerta formativa”. Bersani ha spiegato che queste saranno le richieste che farà mercoledì quando incontrerà il presidente del consiglio Mario Monti. “Bisogna che il governo – ha aggiunto -si renda disponibile ad alcune correzioni”. Nel corso dell’incontro bresciano, il segretario del Pd interviene anche sulla sentenza di condanna a sei anni per i sette membri della Commissione grandi rischi relativa al terremoto dell’Aquila. “La giustizia deve fare il suo corso ma anche la ricostruzione deve farlo. Le sentenze vanno sempre rispettate – ha proseguito Bersani – ma l’importante e’ che prosegua la solidarietà e per questo, presto, io farò visita a L’Aquila”. Nel corso della serata non è mancato un accenno alla corsa elettorale. “Le primarie, sono tutta salute per il Pd, le dobbiamo fare per bene e anche il partito ci deve mettere la faccia di fronte alla gente per raccogliere acqua buona di cui il Paese ha bisogno. Bisogna che si parli delle cose – ha concluso Bersani – per affinare le nostre cose e per metterci al confronto anche con le altre forze del centrosinistra sulla scelta del candidato. Dico una sola cosa, io ci ho creduto, le ho volute, e con la deroga. Ero e sono convinto di questo, dobbiamo farle per bene e il partito si deve mettere faccia a faccia con la gente”.

da www.bersani2013.it