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Norme Assurde e Pericolose", di Luigi Ferrarella

Proprio un bel paradosso, la nuova legge sulla stampa elaborata dalla commissione Giustizia e oggi al voto in Senato: farà la felicità dei giornali che mettono a bilancio aziendale la diffamazione commissionata dal padrone, e nel contempo ridurrà a «giapponesi» nella giungla i giornalisti che si ostineranno a scrivere verità sgradite a chi se ne senta off eso Il problema di questo testo, infatti, non è cosa succederà (giustamente) allo spacciatore di notizie false per il quale (altrettanto giustamente) si conviene non sia più adeguato il ricorso al carcere, ma cosa succederà a chi si azzarderà a scrivere ancora fatti veri che non garbino ai loro protagonisti.
Per cominciare, dovrà pubblicare qualunque rettifica senza commento, anche qualora sia documentabile che essa è falsissima, e dovrà pubblicarla nella sua interezza, anche se per assurdo occupasse intere pagine di giornale: altrimenti l’offeso potrà farsi dare d’urgenza dal giudice civile un ordine di pubblicazione accompagnato da una sanzione da 15.000 a 25.000 euro.
Inoltre l’offeso, quando si è ancora lontanissimi da qualunque accertamento della non verità di una notizia, e anche se ha torto marcio, potrà chiedere subito ai siti Internet e ai motori di ricerca l’eliminazione dei contenuti che egli ritenga diffamatori: e qualora il giornale resista a una pretesa ingiusta, l’offeso andrà dal giudice e si farà dare un ordine di rimozione, accompagnato da un’altra multa da 5.000 a 100.000 euro. Una notizia, infatti, anche se è vera può ovviamente avere carattere diffamatorio, ad esempio il fatto che un certo politico sia stato condannato in passato per corruzione: ma costui, per come è scritta la nuova legge, potrà pretendere l’immediata rimozione dell’articolo che riporti quel fatto certamente a lui sgradito, sebbene vero, e il giornale in caso di diniego dovrà (pur avendo ragione) rimettere mano al portafoglio.
La pubblicazione della rettifica, diversamente da molti altri Paesi, non servirà neanche a evitare la causa, ma solo a guadagnare un’attenuante sulla pena e sul risarcimento danni che, in caso di condanna, in teoria saranno commisurati alla gravità dell’offesa e alla diffusione dell’organo di informazione. In teoria, però. Perché in pratica, poche righe dopo, il testo stabilisce che, in aggiunta alla pena che per il giornalista varierà da un minimo di 5.000 a un massimo di 100.000 euro nelle testate e nelle tv più diffuse, il risarcimento dei danni non potrà comunque essere mai inferiore a 30.000 euro. E basta dare un’occhiata ai bilanci boccheggianti di giornali e tv per rendersi conto che un grande giornale o una forte tv potranno forse reggere l’impatto di una decina di rischi di simili esborsi all’anno, ma certo i piccoli giornali o le tv locali non usciranno vivi anche solo da poche di queste cause. Risultato: la rigidità del tetto minimo delle sanzioni, e l’aleatorietà del massimo che la legge non fissa, toglieranno così ossigeno alle redazioni più fragili, mentre al contrario faranno solo costare un po’ di più quella diffamazione programmata che oggi qualcuno già pratica consapevolmente, ammortizzandone il costo con profitti extragiornalistici.
La legge imbocca poi la strada dell’interdizione obbligatoria dalla professione giornalistica come pena accessoria. Può avere senz’altro un senso per i super-recidivi. Ma, nel farlo, il testo quasi equipara il diffamatore professionale (sanzionato con lo stop dalla professione da 1 a 3 anni) al giornalista al quale per una volta può anche capitare di commettere un errore in buona fede, e che tuttavia subirebbe ugualmente la sospensione dal lavoro per un periodo da 1 a 6 mesi già alla prima condanna per diffamazione, e da 6 mesi a 1 anno alla seconda.
Fantastica è infine la norma che accolla agli editori di un libro l’obbligo di svenarsi finanziariamente per pubblicare a loro spese, su due quotidiani nazionali indicati dall’offeso, la rettifica a qualcosa scritto nel volume, anche qui senza limiti di lunghezza (quindi in ipotesi anche con l’acquisto obbligato di intere pagine per decine di migliaia di euro) e sempre pena la sanzione da 15.000 a 25.000 euro in caso di rifiuto. È una norma surreale, ma a suo modo anche confortante. È surreale per l’hellzapoppin’ che prefigura, con editori che falliscono nel giro di qualche settimana, e giornali fatti non più di notizie ma di lenzuolate di rettifiche somministrate a lettori che nemmeno conoscono i libri a cui si riferiscono. Ma in fondo è anche incoraggiante: una legge zeppa di sciocchezze simili c’è da sperare non possa mai essere davvero approvata.

Il Corriere della Sera 24.10.12

Norme Assurde e Pericolose", di Luigi Ferrarella

Proprio un bel paradosso, la nuova legge sulla stampa elaborata dalla commissione Giustizia e oggi al voto in Senato: farà la felicità dei giornali che mettono a bilancio aziendale la diffamazione commissionata dal padrone, e nel contempo ridurrà a «giapponesi» nella giungla i giornalisti che si ostineranno a scrivere verità sgradite a chi se ne senta off eso Il problema di questo testo, infatti, non è cosa succederà (giustamente) allo spacciatore di notizie false per il quale (altrettanto giustamente) si conviene non sia più adeguato il ricorso al carcere, ma cosa succederà a chi si azzarderà a scrivere ancora fatti veri che non garbino ai loro protagonisti.
Per cominciare, dovrà pubblicare qualunque rettifica senza commento, anche qualora sia documentabile che essa è falsissima, e dovrà pubblicarla nella sua interezza, anche se per assurdo occupasse intere pagine di giornale: altrimenti l’offeso potrà farsi dare d’urgenza dal giudice civile un ordine di pubblicazione accompagnato da una sanzione da 15.000 a 25.000 euro.
Inoltre l’offeso, quando si è ancora lontanissimi da qualunque accertamento della non verità di una notizia, e anche se ha torto marcio, potrà chiedere subito ai siti Internet e ai motori di ricerca l’eliminazione dei contenuti che egli ritenga diffamatori: e qualora il giornale resista a una pretesa ingiusta, l’offeso andrà dal giudice e si farà dare un ordine di rimozione, accompagnato da un’altra multa da 5.000 a 100.000 euro. Una notizia, infatti, anche se è vera può ovviamente avere carattere diffamatorio, ad esempio il fatto che un certo politico sia stato condannato in passato per corruzione: ma costui, per come è scritta la nuova legge, potrà pretendere l’immediata rimozione dell’articolo che riporti quel fatto certamente a lui sgradito, sebbene vero, e il giornale in caso di diniego dovrà (pur avendo ragione) rimettere mano al portafoglio.
La pubblicazione della rettifica, diversamente da molti altri Paesi, non servirà neanche a evitare la causa, ma solo a guadagnare un’attenuante sulla pena e sul risarcimento danni che, in caso di condanna, in teoria saranno commisurati alla gravità dell’offesa e alla diffusione dell’organo di informazione. In teoria, però. Perché in pratica, poche righe dopo, il testo stabilisce che, in aggiunta alla pena che per il giornalista varierà da un minimo di 5.000 a un massimo di 100.000 euro nelle testate e nelle tv più diffuse, il risarcimento dei danni non potrà comunque essere mai inferiore a 30.000 euro. E basta dare un’occhiata ai bilanci boccheggianti di giornali e tv per rendersi conto che un grande giornale o una forte tv potranno forse reggere l’impatto di una decina di rischi di simili esborsi all’anno, ma certo i piccoli giornali o le tv locali non usciranno vivi anche solo da poche di queste cause. Risultato: la rigidità del tetto minimo delle sanzioni, e l’aleatorietà del massimo che la legge non fissa, toglieranno così ossigeno alle redazioni più fragili, mentre al contrario faranno solo costare un po’ di più quella diffamazione programmata che oggi qualcuno già pratica consapevolmente, ammortizzandone il costo con profitti extragiornalistici.
La legge imbocca poi la strada dell’interdizione obbligatoria dalla professione giornalistica come pena accessoria. Può avere senz’altro un senso per i super-recidivi. Ma, nel farlo, il testo quasi equipara il diffamatore professionale (sanzionato con lo stop dalla professione da 1 a 3 anni) al giornalista al quale per una volta può anche capitare di commettere un errore in buona fede, e che tuttavia subirebbe ugualmente la sospensione dal lavoro per un periodo da 1 a 6 mesi già alla prima condanna per diffamazione, e da 6 mesi a 1 anno alla seconda.
Fantastica è infine la norma che accolla agli editori di un libro l’obbligo di svenarsi finanziariamente per pubblicare a loro spese, su due quotidiani nazionali indicati dall’offeso, la rettifica a qualcosa scritto nel volume, anche qui senza limiti di lunghezza (quindi in ipotesi anche con l’acquisto obbligato di intere pagine per decine di migliaia di euro) e sempre pena la sanzione da 15.000 a 25.000 euro in caso di rifiuto. È una norma surreale, ma a suo modo anche confortante. È surreale per l’hellzapoppin’ che prefigura, con editori che falliscono nel giro di qualche settimana, e giornali fatti non più di notizie ma di lenzuolate di rettifiche somministrate a lettori che nemmeno conoscono i libri a cui si riferiscono. Ma in fondo è anche incoraggiante: una legge zeppa di sciocchezze simili c’è da sperare non possa mai essere davvero approvata.
Il Corriere della Sera 24.10.12

"La mala rottamazione", di Barbara Spinelli

Rottamazione, dice il vocabolario, è l’azione che si compie quando si demoliscono oggetti fuori uso: specie automobili. Vengono triturati, per riutilizzare le parti metalliche. A volte, ottieni sconti sulla nuova vettura. Applicata alle persone e al ricambio di dirigenti politici, è una delle parole più maleducate e violente che esistano oggi in Italia.
Irottamatori sono fieri di chiamarsi così, e quando l’operazione riesce esibiscono le spoglie del vinto: «La rottamazione comincia a produrre i primi frutti», ripeteva Matteo Renzi, domenica in un’intervista in tv.
La lotta per l’avvicendamento ai vertici della politica ha sue ragioni, e lo stile brutale risponde a un’ansia, enorme e autentica, di cambiamento: si vorrebbe azzerare l’esistente, e come nella poesia di Rimbaud ci si professa «assolutamente moderni». È un conflitto legittimo, anche necessario: che va portato alla luce perché nell’ombra degenera o ammutolisce. È il grande merito del sindaco di Firenze, come di Grillo. Impressionante è la campagna di quest’ultimo in Sicilia: lunga, martellante, è rifiuto del mutismo. Da due settimane è nell’isola; nessuno s’era messo per tanto tempo in ascolto delle sue collere. Ma la parola rottamazione, anche se Renzi intende cambiamento, resta ustionante e parecchi la prendono alla lettera. L’avversario- rivale è trattato alla stregua di arnese metallico. Se l’idea della rottamazione non avesse alle spalle una storia lunga, di degradazione della persona a oggetto servibile, non susciterebbe tanto disagio. Non sveglierebbe fantasie di uomini «di troppo», di rottami. Forse chi la usa (non solo il sindaco di Firenze) non se ne rende conto, ma il termine alligna nelle terre della pubblicità ed è lessico della
generazione Berlusconi.
È nato con lui, con le sue disinvolture verbali. Non ingentilisce ma corrompe il discorso pubblico. È figlio della rivoluzione non solo politica ma linguistica, di stile, che Berlusconi inaugurò nel ‘94. Fu una rivoluzione della noncuranza, del «tutto è permesso»: non badava alle conseguenze di quel che veniva detto, ai tabù infranti.
È una parola del tutto anomala, inoltre. In Europa o America, nessun politico che magnifichi il Nuovo oserebbe condurre una campagna in cui gli anziani, i seniores,vengano definiti ferrivecchi. Nell’aprile 2002, quando il socialista Jospin alluse all’età del rivale Chirac, i sondaggi lo punirono, screditandolo. Aveva avuto l’impudenza e l’imprudenza di dire che il Presidente era «affaticato, invecchiato, vittima dell’usura». Gli elettori non amavano Chirac, ma la mancanza di gentile rispetto dell’anzianità, in Jospin, fu ritenuta intollerabile.
Una cosa è attaccare la linea dell’avversario: soffermandosi su di essa, senza censure. Altra cosa è assalire la persona.
Se rottamazione scomparisse dal vocabolario giornalistico e politico non sarebbe male. Conterebbe più la sostanza: l’errore di Veltroni, quando affondò l’ultimo governo Prodi annunciando che il Pd, rompendo le catene della sinistra radicale, sarebbe «corso da solo» (come se non fosse stato il centro a silurare Prodi). O si potrebbe raccontare D’Alema: il suo rapporto sprezzante con giornalisti e magistrati, i piaceri che fece a Berlusconi, i dispiaceri che procurò a Prodi, l’influenza eccessiva esercitata su Bersani. Ci dedicheremmo a quel che Renzi vuol dire, e alla fiducia che riscuote in persone di prestigio come Pietro Ichino. Rottamazione è un cartello stradale che depista: non dice quel che promette, né sull’Europa né sulla corruzione né sulla ‘ndrangheta che ci assilla. Vale la pena ripercorrere la storia di questo vocabolo, tanto più cruento in un paese fragile: dopo la Germania, siamo il popolo che più invecchia in Europa. Vale la pena tener viva la memoria, perché lo sgarbo non è episodico ma ha radici in una sistematica denigrazione dei più anziani: nei luoghi di lavoro e nella politica. Il Parlamento si era appena insediato, nel ‘94, e fu subito offensiva contro un senior come Norberto Bobbio. Eletto alla Camera alta, Franco Zeffirelli giubilò: la Seconda repubblica aveva spazzato via «la triste sfilata dei senatori a vita, uno più cadaverico dell’altro, una vecchia Italia che non vogliamo più e che si è seppellita da sola». Facendogli eco, Maurizio Gasparri diceva di Indro Montanelli: «Quello è arrivato al tramonto della vita e anche delle capacità intellettuali del suo cervello» L’offensiva rottamatrice proseguì, più feroce, nel 2006-2008. Ricordiamo gli improperi riversati su Rita Levi Montalcini, e sulla sua tenace presenza in Senato per sostenere il governo di centro sinistra. Sul Giornale del 14-7-07, Paolo Guzzanti parlò di vecchi «scongelati, inchiavardati allo scranno e costretti a pigiare col ditino il pulsante guidato da una senatrice badante». Storace promise «un bel paio di stampelle da consebrutta
gnare a domicilio. Si comincia dalla senatrice a vita Levi Montalcini ». Su Libero,
diretto da Vittorio Feltri, apparve il titolo d’apertura: «La dittatura dei pannoloni».
Siamo dunque lontani dal vero, quando scriviamo che Berlusconi è finito, e con lui il lessico d’insulti della Lega. Il loro modo d’essere e di dire sgocciola come da una flebo nelle vene di un’intera generazione. È il suo marchio, così come le parole del ’68 intrisero due generazioni. I francesi faticano ancor oggi a uscire dalla generazione Mitterrand.
Faticheremo anche noi, più di quel che si dica.
Il cambiamento è altra cosa. È la crisi non come decadenza ma trasformazione: un desiderio che Renzi intuisce, e vuol incarnare. È un conflitto ineluttabile: fra ieri, oggi, domani. È un progetto diverso di crescita, non nuovo tra l’altro, se già nel 1987 il rapporto Brundtland scriveva: «Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni». È un orizzonte dato a giovani cui non si può dire, come il ministro Fornero: «Siete troppo choosy!» («schizzinosi » è mal tradotto, cancella il furto della scelta). E che volto devono avere le nostre città, i nostri pubblici spazi e servizi? Come congegnare pensioni che non tramutino gli anziani in gente bandita o – abbondano anche qui truci aggettivi inesuberio esodati?
Dai tempi dei Viceré e del Gattopardo sappiamo che cambiar facce non basta alle Grandi Trasformazioni. Rottamazione oltre che parola è diseducativa, non prepara alcunché. Alla sua insegna non può svolgersi dibattito fra candidati alla guida del Paese. Eppure di discussioni dirette c’è bisogno: per districarsi da soli, senza mediatori nei giornali o in Tv. Nelle primarie americane e francesi è la norma, sebbene scabrosa. Il rottamatore di professione, presente ovunque nei partiti, ti fruga, alla ricerca degli istinti più bassi, delle passioni più tristi. Viene in mente il Viaggio agli inferni del secolo di Buzzati: nei sotterranei milanesi, sotto la metro, c’è un mondo parallelo in cui i vecchi, inservibili, sono scaraventati dalle finestre nei marciapiedi.
Entrümpelung, parola che Buzzati prende dal lessico nazista, significa repulisti, sgombero: è una variante dell’igienica rottamazione. Anche quel repulisti viene celebrato come «festa della giovinezza, della rinascita, della speranza», del Mondo Nuovo.
Accade così che il diverso appaia come uomo di troppo: povero o vecchio, esodato o immigrato. Sono i disastri del moderno, non del barbarico. Una volta che te la prendi con classi d’età, quindi con la biologia, entri nella logica del capro espiatorio, dell’innocente che paga per il collettivo. Il rito è la ripetizione di un primo linciaggio spontaneo, secondo René Girard, che riporta ordine in seno alla comunità. Nel linciaggio, la violenza di tutti contro tutti sfocia in violenza di tutti contro uno. Sarebbe bello se a dirlo, con voce non bassa, fossero anche i giovani.

La Repubblica 24.10.12

"La mala rottamazione", di Barbara Spinelli

Rottamazione, dice il vocabolario, è l’azione che si compie quando si demoliscono oggetti fuori uso: specie automobili. Vengono triturati, per riutilizzare le parti metalliche. A volte, ottieni sconti sulla nuova vettura. Applicata alle persone e al ricambio di dirigenti politici, è una delle parole più maleducate e violente che esistano oggi in Italia.
Irottamatori sono fieri di chiamarsi così, e quando l’operazione riesce esibiscono le spoglie del vinto: «La rottamazione comincia a produrre i primi frutti», ripeteva Matteo Renzi, domenica in un’intervista in tv.
La lotta per l’avvicendamento ai vertici della politica ha sue ragioni, e lo stile brutale risponde a un’ansia, enorme e autentica, di cambiamento: si vorrebbe azzerare l’esistente, e come nella poesia di Rimbaud ci si professa «assolutamente moderni». È un conflitto legittimo, anche necessario: che va portato alla luce perché nell’ombra degenera o ammutolisce. È il grande merito del sindaco di Firenze, come di Grillo. Impressionante è la campagna di quest’ultimo in Sicilia: lunga, martellante, è rifiuto del mutismo. Da due settimane è nell’isola; nessuno s’era messo per tanto tempo in ascolto delle sue collere. Ma la parola rottamazione, anche se Renzi intende cambiamento, resta ustionante e parecchi la prendono alla lettera. L’avversario- rivale è trattato alla stregua di arnese metallico. Se l’idea della rottamazione non avesse alle spalle una storia lunga, di degradazione della persona a oggetto servibile, non susciterebbe tanto disagio. Non sveglierebbe fantasie di uomini «di troppo», di rottami. Forse chi la usa (non solo il sindaco di Firenze) non se ne rende conto, ma il termine alligna nelle terre della pubblicità ed è lessico della
generazione Berlusconi.
È nato con lui, con le sue disinvolture verbali. Non ingentilisce ma corrompe il discorso pubblico. È figlio della rivoluzione non solo politica ma linguistica, di stile, che Berlusconi inaugurò nel ‘94. Fu una rivoluzione della noncuranza, del «tutto è permesso»: non badava alle conseguenze di quel che veniva detto, ai tabù infranti.
È una parola del tutto anomala, inoltre. In Europa o America, nessun politico che magnifichi il Nuovo oserebbe condurre una campagna in cui gli anziani, i seniores,vengano definiti ferrivecchi. Nell’aprile 2002, quando il socialista Jospin alluse all’età del rivale Chirac, i sondaggi lo punirono, screditandolo. Aveva avuto l’impudenza e l’imprudenza di dire che il Presidente era «affaticato, invecchiato, vittima dell’usura». Gli elettori non amavano Chirac, ma la mancanza di gentile rispetto dell’anzianità, in Jospin, fu ritenuta intollerabile.
Una cosa è attaccare la linea dell’avversario: soffermandosi su di essa, senza censure. Altra cosa è assalire la persona.
Se rottamazione scomparisse dal vocabolario giornalistico e politico non sarebbe male. Conterebbe più la sostanza: l’errore di Veltroni, quando affondò l’ultimo governo Prodi annunciando che il Pd, rompendo le catene della sinistra radicale, sarebbe «corso da solo» (come se non fosse stato il centro a silurare Prodi). O si potrebbe raccontare D’Alema: il suo rapporto sprezzante con giornalisti e magistrati, i piaceri che fece a Berlusconi, i dispiaceri che procurò a Prodi, l’influenza eccessiva esercitata su Bersani. Ci dedicheremmo a quel che Renzi vuol dire, e alla fiducia che riscuote in persone di prestigio come Pietro Ichino. Rottamazione è un cartello stradale che depista: non dice quel che promette, né sull’Europa né sulla corruzione né sulla ‘ndrangheta che ci assilla. Vale la pena ripercorrere la storia di questo vocabolo, tanto più cruento in un paese fragile: dopo la Germania, siamo il popolo che più invecchia in Europa. Vale la pena tener viva la memoria, perché lo sgarbo non è episodico ma ha radici in una sistematica denigrazione dei più anziani: nei luoghi di lavoro e nella politica. Il Parlamento si era appena insediato, nel ‘94, e fu subito offensiva contro un senior come Norberto Bobbio. Eletto alla Camera alta, Franco Zeffirelli giubilò: la Seconda repubblica aveva spazzato via «la triste sfilata dei senatori a vita, uno più cadaverico dell’altro, una vecchia Italia che non vogliamo più e che si è seppellita da sola». Facendogli eco, Maurizio Gasparri diceva di Indro Montanelli: «Quello è arrivato al tramonto della vita e anche delle capacità intellettuali del suo cervello» L’offensiva rottamatrice proseguì, più feroce, nel 2006-2008. Ricordiamo gli improperi riversati su Rita Levi Montalcini, e sulla sua tenace presenza in Senato per sostenere il governo di centro sinistra. Sul Giornale del 14-7-07, Paolo Guzzanti parlò di vecchi «scongelati, inchiavardati allo scranno e costretti a pigiare col ditino il pulsante guidato da una senatrice badante». Storace promise «un bel paio di stampelle da consebrutta
gnare a domicilio. Si comincia dalla senatrice a vita Levi Montalcini ». Su Libero,
diretto da Vittorio Feltri, apparve il titolo d’apertura: «La dittatura dei pannoloni».
Siamo dunque lontani dal vero, quando scriviamo che Berlusconi è finito, e con lui il lessico d’insulti della Lega. Il loro modo d’essere e di dire sgocciola come da una flebo nelle vene di un’intera generazione. È il suo marchio, così come le parole del ’68 intrisero due generazioni. I francesi faticano ancor oggi a uscire dalla generazione Mitterrand.
Faticheremo anche noi, più di quel che si dica.
Il cambiamento è altra cosa. È la crisi non come decadenza ma trasformazione: un desiderio che Renzi intuisce, e vuol incarnare. È un conflitto ineluttabile: fra ieri, oggi, domani. È un progetto diverso di crescita, non nuovo tra l’altro, se già nel 1987 il rapporto Brundtland scriveva: «Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni». È un orizzonte dato a giovani cui non si può dire, come il ministro Fornero: «Siete troppo choosy!» («schizzinosi » è mal tradotto, cancella il furto della scelta). E che volto devono avere le nostre città, i nostri pubblici spazi e servizi? Come congegnare pensioni che non tramutino gli anziani in gente bandita o – abbondano anche qui truci aggettivi inesuberio esodati?
Dai tempi dei Viceré e del Gattopardo sappiamo che cambiar facce non basta alle Grandi Trasformazioni. Rottamazione oltre che parola è diseducativa, non prepara alcunché. Alla sua insegna non può svolgersi dibattito fra candidati alla guida del Paese. Eppure di discussioni dirette c’è bisogno: per districarsi da soli, senza mediatori nei giornali o in Tv. Nelle primarie americane e francesi è la norma, sebbene scabrosa. Il rottamatore di professione, presente ovunque nei partiti, ti fruga, alla ricerca degli istinti più bassi, delle passioni più tristi. Viene in mente il Viaggio agli inferni del secolo di Buzzati: nei sotterranei milanesi, sotto la metro, c’è un mondo parallelo in cui i vecchi, inservibili, sono scaraventati dalle finestre nei marciapiedi.
Entrümpelung, parola che Buzzati prende dal lessico nazista, significa repulisti, sgombero: è una variante dell’igienica rottamazione. Anche quel repulisti viene celebrato come «festa della giovinezza, della rinascita, della speranza», del Mondo Nuovo.
Accade così che il diverso appaia come uomo di troppo: povero o vecchio, esodato o immigrato. Sono i disastri del moderno, non del barbarico. Una volta che te la prendi con classi d’età, quindi con la biologia, entri nella logica del capro espiatorio, dell’innocente che paga per il collettivo. Il rito è la ripetizione di un primo linciaggio spontaneo, secondo René Girard, che riporta ordine in seno alla comunità. Nel linciaggio, la violenza di tutti contro tutti sfocia in violenza di tutti contro uno. Sarebbe bello se a dirlo, con voce non bassa, fossero anche i giovani.
La Repubblica 24.10.12

"La resistenza di Orsi il boiardo", di Massimo Riva

Non passa ormai settimana senza che, scavando nelle sentine di Finmeccanica, la magistratura porti alla luce torbide vicende di mala gestione. Ieri è scattato l’arresto di un big dell’azienda, Paolo Pozzessere, già direttore commerciale e ora manager per i rapporti con la Russia. Al tempo stesso un avviso di apertura d’inchiesta è stato notificato all’ex-ministro Claudio Scajola, rinomato nell’Italia intera per essersi fatto comprare una casa a sua insaputa. Nel primo caso l’arresto di Pozzessere nasce dal filone d’indagine che riguarda accordi dell’impresa pubblica con il governo di Panama e che ha già portato in prigione un altro singolare trafficante, quel Valter Lavitola stretto sodale di Berlusconi e negoziatore di affari assai poco limpidi per Finmeccanica.
Nel caso di Scajola, invece, i magistrati stanno passando al vaglio accordi tangentizi con il Brasile sui quali l’ex ministro ha protestato la sua innocenza dichiarandosi pronto a farsi interrogare dai giudici anche immediatamente. Reazione apprezzabile nella speranza che, almeno questa volta, sappia dimostrare la sua estraneità senza ricorrere al risibile alibi dell’ignoranza di quel che gli succedeva sotto il naso.
I nuovi sviluppi delle indagini su affari a Panama e in Brasile allungano così la lista delle oblique vicende di Finmeccanica che di recente si è pure arricchita di un’altra melmosa pista in direzione dell’India. Non è passato nemmeno un anno da quando dal vertice di Finmeccanica è stato allontanato con gran fatica quel Pierfrancesco Guarguaglini che gestiva l’azienda come un affare di famiglia e che — con qualche eccesso di ottimismo — era stato definito come l’ultimo dei boiardi di Stato. Ebbene, il suo successore Giuseppe Orsi — forte di una sponsorizzazione politica che ha visto uniti i disinvolti leghisti con i devotissimi di Comunione e Liberazione — tutto ha fatto fuorché impegnarsi a fondo nell’indispensabile opera di ripulitura di una conduzione aziendale la quale rischia ormai di compromettere seriamente le prospettive di sopravvivenza di un’impresa fra le poche in Italia impegnate in settori industriali a tecnologia avanzata. Nei gangli vitali dell’azienda — come dimostra anche l’arresto di ieri — sono ancora all’opera, direttamente o indirettamente, personaggi legati alle peggiori gesta della buia era Guarguaglini.
Finmeccanica non è — anche se ora rischia di diventarlo — uno dei tanti carrozzoni pubblici costretti a campare da anni a spese del contribuente. Essa è ancora un’azienda valida, quotata in Borsa, presente in settori industriali di punta, che vanta un giro d’affari sui 20 miliardi di euro e offre lavoro a 75mila dipendenti nella gran parte dei casi dotati di specializzazione ad alto livello. Lasciar disperdere un simile patrimonio nella deriva della corruzione sarebbe insieme un errore politico e un crimine economico, l’uno altrettanto grave dell’altro.
Occorre a questo punto che il governo o meglio il presidente del Consiglio in prima persona vinca ogni residua titubanza — se n’è vista già fin troppa — e compia il suo dovere facendo piazza pulita dell’attuale vertice societario. Passaggio urgente e indispensabile per salvare uno degli ultimi pezzi di industria ad alta tecnologia nel paese.
Certo, la cosa più logica in simili frangenti è che Giuseppe Orsi, ormai privo della fiducia del suo azionista pubblico, si facesse spontaneamente da parte. Ma non è che il governo possa starsene con le mani in mano temendo che, in caso di licenziamento, Orsi pretenda un “bonus” da sette milioni. Un simile alibi per le esitazioni ministeriali non sta né in cielo né in terra.
Nelle società per azioni esiste in capo all’azionista il potere — nel caso di specie anche il dovere — di promuovere azione di responsabilità nei confronti di amministratori incapaci o infedeli. Un’ipotesi che a Palazzo Chigi avrebbero già dovuto prendere in considerazione con Guarguaglini e che oggi si offre come la via maestra per chiudere la partita. In fretta, però.

La Repubblica 24.10.12

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“Il sistema dieci per cento”, di CARLO BONINI

Il tempo giudiziario dell’amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi è scaduto. L’ingresso del suo senior advisor Paolo Pozzessere nel carcere di Poggioreale lo chiude definitivamente in una tenaglia istruttoria che aveva cominciato a stringersi a novembre 2011. PROPRIO nelle settimane in cui lui vinceva la partita per la successione a Guarguaglini e Lorenzo Borgogni, il Gran Visir della holding caduto nella polvere, cominciava con la Procura di Napoli una collaborazione che di Orsi sarebbe stata la tomba. Ieri, mentre il titolo precipitava in borsa (-3%), l’ufficialità raccontava il manager «sereno e al lavoro come sempre», «convinto» che il silenzio di Palazzo Chigi sia il segnale di un credito non ancora esaurito. Mentre due comunicati (uno della holding, l’altro di Fincantieri) ribadivano il Gruppo e le sue controllate «estraneo a qualsiasi episodio di corruzione ». La storia, a ben vedere, è un’altra. E di sereno ha ben poco.
IL TRASFERIMENTO IN ALENIA
La conoscono bene Orsi (ora scaricato anche da Maroni: «Non sta a me dire se mandarlo via») e, come documentano le carte napo-letane, anche Pozzessere. Il 14 ottobre, dieci giorni fa, l’ex direttore commerciale della holding, in procinto di lasciare l’Italia per Mosca, dove Orsi lo vuole plenipotenziario del Gruppo, discute al telefono di quanto le indagini abbia reso greve l’aria. Pozzessere – annotano i carabinieri che lo ascoltano – ha da poco incontrato Guarguaglini, che è stato appena sentito dai pm napoletani sulla commessa brasiliana di Fincantieri e «con il suo interlocutore comincia a discutere di Orsi». Dice: «Ho saputo da Roberto Maglioni (vicepresidente della holding con delega al Personale ndr.) che stanno cercando di spostarlo in Alenia Aeronautica per farlo uscire da Finmeccanica e che la cosa a lui va bene».
CONVITATO DI PIETRA
La confidenza telefonica suona tutt’altro che come una millanteria. Perché appunto, come lo stesso Pozzessere immagina (anche se solo in parte, evidentemente) la partita finale su Finmeccanica sta davvero per cominciare. E le tre questioni giudiziarie che la definiscono, pure divise per competenza tra le Procure di Napoli (le commesse a Panama e in Brasile, come pure quella sfumata in Indonesia), Busto Arsizio (la fornitura per 560 milioni di euro di 12 elicotteri al governo Indiano), Roma (le asserite consulenze di favore alla ex moglie del ministro dell’Economia Vittorio Grilli, per le quali il ministro avrebbe dovuto essere sentito in questi giorni dal procuratore aggiunto Alberto Caperna, se non fosse stato che a rinviare la testimonianza è stata la sua morte improvvisa) vedono al centro del canovaccio sempre uno stesso convitato di pietra. Giuseppe Orsi. Ora come ex ad di Agusta. Ora come ad di Finmeccanica. Sempre e comunque custode di un Sistema ereditato dalla stagione Guarguaglini.
LA STECCA PARA
Se le accuse nei confronti di Orsi e del Gruppo sono fondate e le fonti di prova si dimostreranno solide, da qualunque parte la si prenda – India, Panama, Brasile, Indonesia e, le indagini ce lo diranno, Russia – la faccenda è infatti apparecchiata sempre con un stesso format. La holding con le sue controllate è inesauribile tasca della Politica, che ne facilita le commesse in cambio di un robusto ritorno (le “zucchine” per dirla con Franco Bonferroni, ex senatore Udc ed ex consigliere di amministrazione di Finmeccanica nominato dal Tesoro, travolto dalle inchieste e non ancora sostituito) sotto forma di commissioni. Mediamente un 10 per cento da dividere con “stecca para”: 5 per cento ai governi esteri; 5 per cento ai “politici”, siano dei faccendieri nel cuore del premier come Lavitola, o ministri della Repubblica come Claudio Scajola. O, ancora, senatori Pdl come Esteban Caselli, eletto nella circoscrizione estera Sud-America, interessato a mediare una commessa di elicotteri in Indonesia (che pure non si chiuderà) e rassicurato da Pozzessere proprio sulla percentuale del “ritorno” («tra il 5 e il 10 percento»). Del resto, i numeri – per come ricostruiti negli atti – non tradiscono. Per il Brasile, la commessa da 5 miliardi, contempla una provvigione da 550 milioni da dividere in parti gemelle e prevede che, alla fine, qualche centinaio di migliaia di euro prendano la strada di Scajola e del suo entourage. Per Panama, la fornitura di 180 milioni ne ha in pancia 18 da dividere tra Lavitola e il Presidente Ricardo Martinelli. Nel caso dell’India, gli elicotteri Agusta valgono 560 milioni, le commissioni sono di 51 e la metà dovrebbe andarsene tra mediatori (Guido Ralph Haschke, arrestato e scarcerato in Svizzera la scorsa settimana, Carlo Gerosa e Cristian Mitchell), funzionari indiani e padrini politici (la Lega e Cl, a dire di Borgogni).
RICORRENZE E TELEFONATE
Sono faccende che Orsi poteva ignorare? È un fatto che, in questa storia, ci siano una curiosa ricorrenza e una significativa telefonata. Antica la prima. Più recente la seconda. La ricorrenza è del marzo 2002, quando Scajola, allora ministro dell’Interno, annulla una gara aperta per l’acquisto di elicotteri a vantaggio di una trattativa privata che vedrà prescelta proprio Agusta (Orsi ne era allora direttore commerciale) con una commessa da 350 milioni di euro, che per altro costerà al nostro Paese un risarcimento alla concorrente americana Md Helicopters da 1 milione e mezzo di euro. La telefonata, invece, è del 21 agosto 2011. Lavitola sollecita a Pozzessere la consegna al presidente panamense Martinelli di un elicottero da 8 milioni, quale anticipo di una tangente da 30. Pozzessere risponde così: «Che cazzo devo fare io? Più che dirlo a Orsi e Guarguaglini, che cazzo devo fa’? Agusta credo che un elicottero glielo possa dare rapidamente, soprattutto se si mette di mezzo il capo. Il capo, dico».

La Repubblica 24.10.12

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L’accusa del dirigente «Il ministro chiedeva l’11% di 5 miliardi», di Fiorenza Sarzanini

Una percentuale di «ritorno» pari all’11 per cento dell’appalto che in realtà nasconde il pagamento di tangenti a politici e faccendieri. Affari conclusi o avviati in quattro Stati grazie ai buoni rapporti dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dei suoi uomini più fidati come l’ex ministro e coordinatore del Pdl Claudio Scajola. Sono i verbali di Lorenzo Borgogni, ex responsabile delle Relazioni istituzionali di Finmeccanica, a svelare ai pubblici ministeri Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock i retroscena delle commesse internazionali trattate in India, a Panama, in Indonesia e in Russia. Ma non solo. Perché l’ordinanza di arresto per il manager Paolo Pozzessere svela la presenza di altri testimoni preziosi, come il direttore generale di Fincantieri Giuseppe Bono e come lo stesso ex presidente e amministratore delegato della holding specializzata in sistemi di Difesa Pierfrancesco Guarguaglini, ascoltato dai magistrati come testimone.
«Vogliono l’11 per cento»
È il 10 novembre quando Borgogni viene interrogato sulla trattativa avviata da Fincantieri e Finmeccanica per la fornitura di 11 fregate militari al governo brasiliano che si era improvvisamente arenata. «Il canale tra l’Italia e il Brasile era rappresentato dall’onorevole Claudio Scajola e dal parlamentare napoletano Massimo Nicolucci e ciò perché Scajola era molto legato al ministro della Difesa brasiliano Jobin. Preciso che, anche se all’epoca Scajola era ministro dello Sviluppo economico il suo dicastero non aveva nulla a che fare con l’affare della fornitura delle fregate. Paolo Pozzessere, che curò i rapporti tra Fincantieri e Finmeccanica, mi disse di aver appreso dal dottor Giuseppe Bono (direttore generale di Fincantieri) che in cambio delle illustrate agevolazioni era stato pattuito un “ritorno” — che avrebbe dovuto pagare la stessa Fincantieri quale contratto di agenzia — dell’ammontare dell’11 per cento dell’affare complessivo pari per la sola Fincantieri a 2,5 miliardi di euro. Tale cifra di “ritorno” percentuale — secondo quanto riferitomi da Pozzessere — doveva essere parzialmente destinata tra Scajola e Nicolucci da una parte e Jobin dall’altra».
Il manager svela anche il coinvolgimento dei vertici di Finmeccanica: «In una fase immediatamente successiva appresi sia da Pozzessere sia dall’allora amministratore delegato Pierfrancesco Guarguaglini — evidentemente messo a parte da Pozzessere — che era stata chiesta anche a noi di Finmeccanica la stessa percentuale di “ritorno” dell’11 per cento della nostra parte in affari (pari anch’essa a 2,5 miliardi di euro). Al riguardo Guarguaglini mi disse di aver detto a Pozzessere che la percentuale massima di “ritorno” che lui era disposto a pagare era quella del 3 per cento. Come ho detto tale percentuale doveva essere pagata sia da Fincantieri, sia da Finmeccanica tramite la stipula di un contratto di agenzia in Brasile in capo a un agente evidentemente indicato dal ministro Jobin. Non so se Finmeccanica ha già stipulato tale contratto. Credo che Fincantieri l’abbia sicuramente stipulato. Almeno così mi è stato detto».
Berlusconi e l’Indonesia
Il 7 luglio 2011 Pozzessere, che non sa di avere il telefono sotto controllo, viene chiamato da Silvio Berlusconi.
Berlusconi: Senti sono qui con il nostro professore, il senatore Esteban Caselli che mi porta una lettera del signor James Sesliki che è il chairman della “Iached Limited”, una società che dice di avere la possibilità di una vendita di aerei da trasporto fabbricati da voi per seicento milioni di dollari all’aeronautica militare indonesiana.
Pozzessere: Sì, esiste questa possibilità. È vero. È una cosa complessa…
Berlusconi: Ecco questo signore dice che può organizzare una riunione a Giakarta con il nuovo capo dell’aeronautica indonesiana e un emissario italiano di alto livello… Dice che è veramente fondamentale che questa vendita non contempli alcun elemento di agenti locali perché nel caso contrario è inevitabile che in Indonesia possano nascere degli scandali che pregiudicherebbero il contratto… io sono in grado di garantire la vendita libera da interferenze». Berlusconi fissa dunque l’appuntamento.
L’11 novembre Pozzessere viene interrogato come testimone per chiarire che cosa avvenne dopo questa telefonata. E dichiara: «Dopo qualche giorno mi chiamò il senatore Caselli (è uno dei senatori eletti all’estero, ndr) mi disse che mi avrebbe presentato tale Tsatsiky, che era l’uomo che poteva aiutarci nella trattativa. Caselli fissò quindi un appuntamento con Tsatsiky nel mio ufficio e io convocai anche Giordo, amministratore delegato di Alenia. Caselli però mi richiamò e dette disdetta dicendo che Tsatsiky non gli aveva fornito sufficienti credenziali. Dopo un po’ di tempo un mio collega responsabile di Finmeccanica a Londra, Alberto De Benedictis, mi disse di aver incontrato Tsatsiky il quale gli aveva detto che il senatore Caselli gli aveva chiesto dei soldi per farlo incontrare con me e per avere un mandato di agenzia da Finmeccanica, o meglio da Alenia. La cosa mi lasciò molto perplesso ma non avevo voglia di avvertire dell’accaduto Berlusconi e quindi dissi al “suo uomo” Valter Lavitola di raccontarglielo, dicendogli che ero molto seccato».
Anche Giuseppe Bono assegna al faccendiere questo ruolo quando racconta di essere andato a palazzo Grazioli per l’affare delle fregate dopo che Lavitola gli aveva chiesto «un compenso per l’attività svolta nella firma degli accordi e Berlusconi mi disse che lui era il suo fiduciario per il Brasile».

Il Corriere della Sera 24.10.12

"La resistenza di Orsi il boiardo", di Massimo Riva

Non passa ormai settimana senza che, scavando nelle sentine di Finmeccanica, la magistratura porti alla luce torbide vicende di mala gestione. Ieri è scattato l’arresto di un big dell’azienda, Paolo Pozzessere, già direttore commerciale e ora manager per i rapporti con la Russia. Al tempo stesso un avviso di apertura d’inchiesta è stato notificato all’ex-ministro Claudio Scajola, rinomato nell’Italia intera per essersi fatto comprare una casa a sua insaputa. Nel primo caso l’arresto di Pozzessere nasce dal filone d’indagine che riguarda accordi dell’impresa pubblica con il governo di Panama e che ha già portato in prigione un altro singolare trafficante, quel Valter Lavitola stretto sodale di Berlusconi e negoziatore di affari assai poco limpidi per Finmeccanica.
Nel caso di Scajola, invece, i magistrati stanno passando al vaglio accordi tangentizi con il Brasile sui quali l’ex ministro ha protestato la sua innocenza dichiarandosi pronto a farsi interrogare dai giudici anche immediatamente. Reazione apprezzabile nella speranza che, almeno questa volta, sappia dimostrare la sua estraneità senza ricorrere al risibile alibi dell’ignoranza di quel che gli succedeva sotto il naso.
I nuovi sviluppi delle indagini su affari a Panama e in Brasile allungano così la lista delle oblique vicende di Finmeccanica che di recente si è pure arricchita di un’altra melmosa pista in direzione dell’India. Non è passato nemmeno un anno da quando dal vertice di Finmeccanica è stato allontanato con gran fatica quel Pierfrancesco Guarguaglini che gestiva l’azienda come un affare di famiglia e che — con qualche eccesso di ottimismo — era stato definito come l’ultimo dei boiardi di Stato. Ebbene, il suo successore Giuseppe Orsi — forte di una sponsorizzazione politica che ha visto uniti i disinvolti leghisti con i devotissimi di Comunione e Liberazione — tutto ha fatto fuorché impegnarsi a fondo nell’indispensabile opera di ripulitura di una conduzione aziendale la quale rischia ormai di compromettere seriamente le prospettive di sopravvivenza di un’impresa fra le poche in Italia impegnate in settori industriali a tecnologia avanzata. Nei gangli vitali dell’azienda — come dimostra anche l’arresto di ieri — sono ancora all’opera, direttamente o indirettamente, personaggi legati alle peggiori gesta della buia era Guarguaglini.
Finmeccanica non è — anche se ora rischia di diventarlo — uno dei tanti carrozzoni pubblici costretti a campare da anni a spese del contribuente. Essa è ancora un’azienda valida, quotata in Borsa, presente in settori industriali di punta, che vanta un giro d’affari sui 20 miliardi di euro e offre lavoro a 75mila dipendenti nella gran parte dei casi dotati di specializzazione ad alto livello. Lasciar disperdere un simile patrimonio nella deriva della corruzione sarebbe insieme un errore politico e un crimine economico, l’uno altrettanto grave dell’altro.
Occorre a questo punto che il governo o meglio il presidente del Consiglio in prima persona vinca ogni residua titubanza — se n’è vista già fin troppa — e compia il suo dovere facendo piazza pulita dell’attuale vertice societario. Passaggio urgente e indispensabile per salvare uno degli ultimi pezzi di industria ad alta tecnologia nel paese.
Certo, la cosa più logica in simili frangenti è che Giuseppe Orsi, ormai privo della fiducia del suo azionista pubblico, si facesse spontaneamente da parte. Ma non è che il governo possa starsene con le mani in mano temendo che, in caso di licenziamento, Orsi pretenda un “bonus” da sette milioni. Un simile alibi per le esitazioni ministeriali non sta né in cielo né in terra.
Nelle società per azioni esiste in capo all’azionista il potere — nel caso di specie anche il dovere — di promuovere azione di responsabilità nei confronti di amministratori incapaci o infedeli. Un’ipotesi che a Palazzo Chigi avrebbero già dovuto prendere in considerazione con Guarguaglini e che oggi si offre come la via maestra per chiudere la partita. In fretta, però.
La Repubblica 24.10.12
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“Il sistema dieci per cento”, di CARLO BONINI
Il tempo giudiziario dell’amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi è scaduto. L’ingresso del suo senior advisor Paolo Pozzessere nel carcere di Poggioreale lo chiude definitivamente in una tenaglia istruttoria che aveva cominciato a stringersi a novembre 2011. PROPRIO nelle settimane in cui lui vinceva la partita per la successione a Guarguaglini e Lorenzo Borgogni, il Gran Visir della holding caduto nella polvere, cominciava con la Procura di Napoli una collaborazione che di Orsi sarebbe stata la tomba. Ieri, mentre il titolo precipitava in borsa (-3%), l’ufficialità raccontava il manager «sereno e al lavoro come sempre», «convinto» che il silenzio di Palazzo Chigi sia il segnale di un credito non ancora esaurito. Mentre due comunicati (uno della holding, l’altro di Fincantieri) ribadivano il Gruppo e le sue controllate «estraneo a qualsiasi episodio di corruzione ». La storia, a ben vedere, è un’altra. E di sereno ha ben poco.
IL TRASFERIMENTO IN ALENIA
La conoscono bene Orsi (ora scaricato anche da Maroni: «Non sta a me dire se mandarlo via») e, come documentano le carte napo-letane, anche Pozzessere. Il 14 ottobre, dieci giorni fa, l’ex direttore commerciale della holding, in procinto di lasciare l’Italia per Mosca, dove Orsi lo vuole plenipotenziario del Gruppo, discute al telefono di quanto le indagini abbia reso greve l’aria. Pozzessere – annotano i carabinieri che lo ascoltano – ha da poco incontrato Guarguaglini, che è stato appena sentito dai pm napoletani sulla commessa brasiliana di Fincantieri e «con il suo interlocutore comincia a discutere di Orsi». Dice: «Ho saputo da Roberto Maglioni (vicepresidente della holding con delega al Personale ndr.) che stanno cercando di spostarlo in Alenia Aeronautica per farlo uscire da Finmeccanica e che la cosa a lui va bene».
CONVITATO DI PIETRA
La confidenza telefonica suona tutt’altro che come una millanteria. Perché appunto, come lo stesso Pozzessere immagina (anche se solo in parte, evidentemente) la partita finale su Finmeccanica sta davvero per cominciare. E le tre questioni giudiziarie che la definiscono, pure divise per competenza tra le Procure di Napoli (le commesse a Panama e in Brasile, come pure quella sfumata in Indonesia), Busto Arsizio (la fornitura per 560 milioni di euro di 12 elicotteri al governo Indiano), Roma (le asserite consulenze di favore alla ex moglie del ministro dell’Economia Vittorio Grilli, per le quali il ministro avrebbe dovuto essere sentito in questi giorni dal procuratore aggiunto Alberto Caperna, se non fosse stato che a rinviare la testimonianza è stata la sua morte improvvisa) vedono al centro del canovaccio sempre uno stesso convitato di pietra. Giuseppe Orsi. Ora come ex ad di Agusta. Ora come ad di Finmeccanica. Sempre e comunque custode di un Sistema ereditato dalla stagione Guarguaglini.
LA STECCA PARA
Se le accuse nei confronti di Orsi e del Gruppo sono fondate e le fonti di prova si dimostreranno solide, da qualunque parte la si prenda – India, Panama, Brasile, Indonesia e, le indagini ce lo diranno, Russia – la faccenda è infatti apparecchiata sempre con un stesso format. La holding con le sue controllate è inesauribile tasca della Politica, che ne facilita le commesse in cambio di un robusto ritorno (le “zucchine” per dirla con Franco Bonferroni, ex senatore Udc ed ex consigliere di amministrazione di Finmeccanica nominato dal Tesoro, travolto dalle inchieste e non ancora sostituito) sotto forma di commissioni. Mediamente un 10 per cento da dividere con “stecca para”: 5 per cento ai governi esteri; 5 per cento ai “politici”, siano dei faccendieri nel cuore del premier come Lavitola, o ministri della Repubblica come Claudio Scajola. O, ancora, senatori Pdl come Esteban Caselli, eletto nella circoscrizione estera Sud-America, interessato a mediare una commessa di elicotteri in Indonesia (che pure non si chiuderà) e rassicurato da Pozzessere proprio sulla percentuale del “ritorno” («tra il 5 e il 10 percento»). Del resto, i numeri – per come ricostruiti negli atti – non tradiscono. Per il Brasile, la commessa da 5 miliardi, contempla una provvigione da 550 milioni da dividere in parti gemelle e prevede che, alla fine, qualche centinaio di migliaia di euro prendano la strada di Scajola e del suo entourage. Per Panama, la fornitura di 180 milioni ne ha in pancia 18 da dividere tra Lavitola e il Presidente Ricardo Martinelli. Nel caso dell’India, gli elicotteri Agusta valgono 560 milioni, le commissioni sono di 51 e la metà dovrebbe andarsene tra mediatori (Guido Ralph Haschke, arrestato e scarcerato in Svizzera la scorsa settimana, Carlo Gerosa e Cristian Mitchell), funzionari indiani e padrini politici (la Lega e Cl, a dire di Borgogni).
RICORRENZE E TELEFONATE
Sono faccende che Orsi poteva ignorare? È un fatto che, in questa storia, ci siano una curiosa ricorrenza e una significativa telefonata. Antica la prima. Più recente la seconda. La ricorrenza è del marzo 2002, quando Scajola, allora ministro dell’Interno, annulla una gara aperta per l’acquisto di elicotteri a vantaggio di una trattativa privata che vedrà prescelta proprio Agusta (Orsi ne era allora direttore commerciale) con una commessa da 350 milioni di euro, che per altro costerà al nostro Paese un risarcimento alla concorrente americana Md Helicopters da 1 milione e mezzo di euro. La telefonata, invece, è del 21 agosto 2011. Lavitola sollecita a Pozzessere la consegna al presidente panamense Martinelli di un elicottero da 8 milioni, quale anticipo di una tangente da 30. Pozzessere risponde così: «Che cazzo devo fare io? Più che dirlo a Orsi e Guarguaglini, che cazzo devo fa’? Agusta credo che un elicottero glielo possa dare rapidamente, soprattutto se si mette di mezzo il capo. Il capo, dico».
La Repubblica 24.10.12
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L’accusa del dirigente «Il ministro chiedeva l’11% di 5 miliardi», di Fiorenza Sarzanini
Una percentuale di «ritorno» pari all’11 per cento dell’appalto che in realtà nasconde il pagamento di tangenti a politici e faccendieri. Affari conclusi o avviati in quattro Stati grazie ai buoni rapporti dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dei suoi uomini più fidati come l’ex ministro e coordinatore del Pdl Claudio Scajola. Sono i verbali di Lorenzo Borgogni, ex responsabile delle Relazioni istituzionali di Finmeccanica, a svelare ai pubblici ministeri Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock i retroscena delle commesse internazionali trattate in India, a Panama, in Indonesia e in Russia. Ma non solo. Perché l’ordinanza di arresto per il manager Paolo Pozzessere svela la presenza di altri testimoni preziosi, come il direttore generale di Fincantieri Giuseppe Bono e come lo stesso ex presidente e amministratore delegato della holding specializzata in sistemi di Difesa Pierfrancesco Guarguaglini, ascoltato dai magistrati come testimone.
«Vogliono l’11 per cento»
È il 10 novembre quando Borgogni viene interrogato sulla trattativa avviata da Fincantieri e Finmeccanica per la fornitura di 11 fregate militari al governo brasiliano che si era improvvisamente arenata. «Il canale tra l’Italia e il Brasile era rappresentato dall’onorevole Claudio Scajola e dal parlamentare napoletano Massimo Nicolucci e ciò perché Scajola era molto legato al ministro della Difesa brasiliano Jobin. Preciso che, anche se all’epoca Scajola era ministro dello Sviluppo economico il suo dicastero non aveva nulla a che fare con l’affare della fornitura delle fregate. Paolo Pozzessere, che curò i rapporti tra Fincantieri e Finmeccanica, mi disse di aver appreso dal dottor Giuseppe Bono (direttore generale di Fincantieri) che in cambio delle illustrate agevolazioni era stato pattuito un “ritorno” — che avrebbe dovuto pagare la stessa Fincantieri quale contratto di agenzia — dell’ammontare dell’11 per cento dell’affare complessivo pari per la sola Fincantieri a 2,5 miliardi di euro. Tale cifra di “ritorno” percentuale — secondo quanto riferitomi da Pozzessere — doveva essere parzialmente destinata tra Scajola e Nicolucci da una parte e Jobin dall’altra».
Il manager svela anche il coinvolgimento dei vertici di Finmeccanica: «In una fase immediatamente successiva appresi sia da Pozzessere sia dall’allora amministratore delegato Pierfrancesco Guarguaglini — evidentemente messo a parte da Pozzessere — che era stata chiesta anche a noi di Finmeccanica la stessa percentuale di “ritorno” dell’11 per cento della nostra parte in affari (pari anch’essa a 2,5 miliardi di euro). Al riguardo Guarguaglini mi disse di aver detto a Pozzessere che la percentuale massima di “ritorno” che lui era disposto a pagare era quella del 3 per cento. Come ho detto tale percentuale doveva essere pagata sia da Fincantieri, sia da Finmeccanica tramite la stipula di un contratto di agenzia in Brasile in capo a un agente evidentemente indicato dal ministro Jobin. Non so se Finmeccanica ha già stipulato tale contratto. Credo che Fincantieri l’abbia sicuramente stipulato. Almeno così mi è stato detto».
Berlusconi e l’Indonesia
Il 7 luglio 2011 Pozzessere, che non sa di avere il telefono sotto controllo, viene chiamato da Silvio Berlusconi.
Berlusconi: Senti sono qui con il nostro professore, il senatore Esteban Caselli che mi porta una lettera del signor James Sesliki che è il chairman della “Iached Limited”, una società che dice di avere la possibilità di una vendita di aerei da trasporto fabbricati da voi per seicento milioni di dollari all’aeronautica militare indonesiana.
Pozzessere: Sì, esiste questa possibilità. È vero. È una cosa complessa…
Berlusconi: Ecco questo signore dice che può organizzare una riunione a Giakarta con il nuovo capo dell’aeronautica indonesiana e un emissario italiano di alto livello… Dice che è veramente fondamentale che questa vendita non contempli alcun elemento di agenti locali perché nel caso contrario è inevitabile che in Indonesia possano nascere degli scandali che pregiudicherebbero il contratto… io sono in grado di garantire la vendita libera da interferenze». Berlusconi fissa dunque l’appuntamento.
L’11 novembre Pozzessere viene interrogato come testimone per chiarire che cosa avvenne dopo questa telefonata. E dichiara: «Dopo qualche giorno mi chiamò il senatore Caselli (è uno dei senatori eletti all’estero, ndr) mi disse che mi avrebbe presentato tale Tsatsiky, che era l’uomo che poteva aiutarci nella trattativa. Caselli fissò quindi un appuntamento con Tsatsiky nel mio ufficio e io convocai anche Giordo, amministratore delegato di Alenia. Caselli però mi richiamò e dette disdetta dicendo che Tsatsiky non gli aveva fornito sufficienti credenziali. Dopo un po’ di tempo un mio collega responsabile di Finmeccanica a Londra, Alberto De Benedictis, mi disse di aver incontrato Tsatsiky il quale gli aveva detto che il senatore Caselli gli aveva chiesto dei soldi per farlo incontrare con me e per avere un mandato di agenzia da Finmeccanica, o meglio da Alenia. La cosa mi lasciò molto perplesso ma non avevo voglia di avvertire dell’accaduto Berlusconi e quindi dissi al “suo uomo” Valter Lavitola di raccontarglielo, dicendogli che ero molto seccato».
Anche Giuseppe Bono assegna al faccendiere questo ruolo quando racconta di essere andato a palazzo Grazioli per l’affare delle fregate dopo che Lavitola gli aveva chiesto «un compenso per l’attività svolta nella firma degli accordi e Berlusconi mi disse che lui era il suo fiduciario per il Brasile».
Il Corriere della Sera 24.10.12

Noi educatori, donne ed uomini della scuola abbiamo deciso di dar vita al “comitato modenese della scuola per Bersani”

Assistiamo stupiti al fuoco di sbarramento contro la candidatura Bersani di tutte le reti televisive e di troppi quotidiani e ci chiediamo il perché di tanta ingerenza partigiana.
Crediamo che ciò derivi dai contenuti che il Partito Democratico propone a tutta la coalizione. Il “Patto dei democratici e progressisti: carta d’intenti Italia bene comune”, elaborato coralmente in questi anni dal PD per guidare il paese, è il programma del suo segretario: Bersani, rappresenta una svolta rispetto al neoliberismo imperante ed al consequenziale populismo dilagante, poiché rivendica alla buona politica il compito di regolare una finanziarizzazione spinta della società
Si dichiara :
L’’Italia ce la farà se ce la faranno gli italiani. (…) Nel senso che da una crisi radicale – dell’economia e della democrazia – non si esce mai come si è entrati. (…) La sfida è spingere quel mutamento verso un progresso e un civismo più solidi, retti, condivisi. (…) c’è una scelta (…).
Se credere nelle risorse del Paese o affidarsi alle risorse di uno solo. Se unire le energie disponibili e ripensare assieme l’Europa, o attendere che altri scelgano per noi.
Si legge, e noi siamo consapevoli di quale svolta antiliberista, culturale e politica produrranno queste affermazioni :
(…) il lavoro come parametro di tutte le politiche. (…) Fulcro di quel conflitto non è più solo l’antagonismo classico tra impresa e operai, ma il mondo complesso dei produttori, cioè delle persone che pensano, lavorano e fanno impresa. E questo perché (…), si stanno creando forme nuove di sfruttamento. tutto, ancora una volta, per garantire guadagni e lussi alla rendita finanziaria. (…) La battaglia per la dignità e l’autonomia del lavoro, infatti, riguarda oggi il lavoratore precario come l’operaio sindacalizzato, il piccolo imprenditore o artigiano non meno dell’impiegato pubblico, il giovane professionista sottopagato al pari dell’insegnante o del ricercatore universitario. (…) Il tema dell’uguaglianza si presenta prima di tutto come possibilità di scelta e parità delle condizioni di accesso alla formazione, al lavoro, a un’affermazione piena e libera della loro personalità
Sulla scuola il punto 6 del programma di Bersani che riguarda il sapere e la scuola si legge:
La dignità del lavoro e la lotta alle disuguaglianze s’incrociano nel primato delle politiche per l’istruzione e la ricerca. Non c’è futuro per l’Italia senza un contrasto alla caduta drammatica della domanda d’istruzione registrata negli ultimi anni.
E’ qualcosa che trova espressione nell’abbandono scolastico, nella flessione delle iscrizioni alle nostre università, (…) nella demotivazione di un corpo insegnante sottopagato e sempre meno riconosciuto nella sua funzione sociale e culturale.
(…) conviene partire da un principio: nei prossimi anni, se vi è un settore per il quale è giusto che altri ambiti rinuncino a qualcosa, è quello della ricerca e della formazione.
(…) La scuola e l’università italiane, già fiaccate da un quindicennio di riforme inconcludenti e contraddittorie, hanno ricevuto nell’ultima stagione un colpo quasi letale. (…). Nella prossima legislatura partiremo da un piano straordinario contro la dispersione scolastica, soprattutto nelle zone a più forte infiltrazione criminale, dal varo di misure operative per il diritto allo studio (…) Tutto ciò nel quadro del valore universalistico della formazione,(…)

Nel punto sui beni comuni infine ci riconosciamo in pieno:
(…) Per noi sanità, istruzione, sicurezza, ambiente, sono campi dove, in via di principio, non dev’esserci il povero né il ricco. Perché sono beni indisponibili alla pura logica del mercato e dei profitti. Sono beni comuni – di tutti e di ciascuno – e definiscono il grado di civiltà e democrazia del Paese
I punti di Renzi sulla scuola e a noi sembrano proposte distanti alla carta d’intenti del PD di Bersani ed in tutta sincerità non li condividiamo….
1) (…) “Abolizione del valore legale del titolo di studio” (…), proposta n° 82 dei 100 punti della Leopolda di Renzi: questa ipotesi è tradizionalmente uno dei cavalli di battaglia delle destre neoliberiste; per ottenerlo occorrerebbe modificare o abolire l’art. 33 della Costituzione Italiana, ma così facendo la scuola diventerebbe un problema individuale come negli USA. La scuola è un diritto per tutti, per questo preferiamo Bersani quando propone un piano straordinario contro la dispersione scolastica.
(…)Gli istituti scolastici devono godere di un’ampia autonomia, anche riguardo alla selezione del personale didattico e amministrativo (…), si legge nel programma di Renzi: non è una proposta originale. Berlusconi con il disegno di legge n° 3414 del 1997 l’ha già articolata e presentata alcuni anni fa. La soluzione, a nostro parere è quella dell’ultimo governo Prodi: fare concorsi regolari per tutti ( art 97 della Costituzione ) e soprattutto prendere coscienza, come dice Bersani, che gli insegnanti italiani e tutto il personale della scuola sono malpagati.
Dal programma di Renzi si legge: (…) la valutazione e incentivazione degli insegnanti,(…) sulla scorta del progetto pilota “Valorizza”, già sperimentato in quattro province nel corso del 2010-2011” I docenti ed i loro sindacati non hanno paura della valutazione, ma non vogliono proposte ideologiche e pasticciate. Il progetto “Valorizza “ è la risposta ideologica della Gelmini al contratto di lavoro ( CCNL 2006/2009) dove all’art 24 Il governo si impegna a trovare risorse su un progetto di valutazione condiviso da docenti e sindacati. “ Valorizza” è un progetto ideologico dove a pochissimi vengono date poche briciole, ideato per non applicare il contratto con le necessarie risorse.
Per queste ragioni invitiamo a votare alle primarie Bersani e a promuovere un piccolo atto di democrazia, inviando questa e-mail al proprio indirizzario di posta elettronica. Il dibattito viene condizionato da tutte le televisioni,ma possiamo dimostrare con i nostri piccoli mezzi che non siamo disponibili a lasciarci condizionare.

Barbieri Fiammetta Lamandini Francesco Bastico Mariangela Magnanini Loretta Bonezzi Omer Marescalchi Maria Laura Bonora Maurizia Orlandi Riccardo Cornia Cinzia Panigadi Angela Filippi Maria Cleofe Pini Alberto Garagnani William Stella Walter Ghizzoni Manuela Tomasselli Massimo