Tutti gli articoli relativi a: politica italiana

“Le nuvole dell’Ilva e le facce di Taranto”, di Adriano Sofri

Ci sarà stato un centinaio di persone al lungo presidio di ieri davanti alla Prefettura tarantina, indetto per protestare contro il decreto governativo in nome della Costituzione. Qualcuno faceva dell’umor nero sull’eventualità di adattare l’ottimo slogan degli studenti romani, “Siamo venuti già menati”: “Siamo venuti già decretati”. Manifestazione per militanti: la Costituzione si incarna per loro in “Patrizia”, la giudice Todisco determinata quanto riservata. IERI la magistratura ha ratificato il dissequestro degli impianti, ma non quello dei prodotti fermi sulle banchine, e in grado di riempire una dozzina di navi. Frutto di un reato, cioè prodotti in violazione al divieto, non rientrano nella sanatoria di fatto sancita dal decreto, di cui peraltro i magistrati eccepiranno l’incostituzionalità. Per riprendersi il malfabbricato, l’azienda può essere tentata di decidere di nuovo la messa in qualche cosiddetta libertà dei 5mila dell’area a freddo, giocando così ancora il lavoro contro il giudice. Sul garbuglio istituzionale e politico (ci sarà fra due mesi un parlamento a tramutare in legge il decreto?) prevale ora quello sociale. Le scorte dell’Ilva sono vicine a …

“Una minaccia che non esiste”, di Michele Ainis

Su questo finale di partita volteggia, come un corvo, la minaccia: o election day il 10 febbraio o la sfiducia a Monti. Un altolà pronunciato da Alfano, urlato da Santanchè, sibilato a denti stretti da Silvio Berlusconi. Ma è una pistola scarica, e per una somma di ragioni. Anzi: siccome ogni legislatura dura 5 anni, siccome fin qui la XVI legislatura ci ha rallegrato per 4 anni e 8 mesi, quest’ultimo perentorio avvertimento equivale alla minaccia d’uccidere un morto. Difficile che il morto si faccia troppo male. D’altronde non è in buona salute nemmeno l’assassino, sicché la sua cartella clinica disegna un secondo paradosso. E infatti, a quali scopi tende la minaccia? A serrare i ranghi del gruppo parlamentare pidiellino, a sollecitarne l’istinto di sopravvivenza davanti al rischio di prendere due scoppole di fila, ove le elezioni regionali fossero distanziate da quelle nazionali. Perché un ceffone ti fa male, due ti stendono per terra: e allora la rielezione può diventare un terno al lotto. Ma in realtà è più probabile l’opposto, se ti presenti agli …

“Berlusconi è tornato Il Porcellum rimane”, di Simone Collini

Pd e Pdl erano arrivati a un’intesa per superare il Porcellum. Poi è intervenuto Silvio Berlusconi. Oggi sarebbe dovuta approdare nell’aula del Senato la discussione sulla nuova legge elettorale. Il lavoro preparatorio è andato avanti per giorni, finché si era costruita un’ampia maggioranza sulla proposta Calderoli del premio di governabilità per «scaglioni» (più voti si prendono alle urne, più seggi aggiuntivi si ottengono in Parlamento). Questo, finché nella notte tra lunedì e martedì Berlusconi invia a Roma Denis Verdini per imporre a Gaetano Quagliariello e Lucio Malan il cambio di linea. E infatti ieri mattina, nel corso della riunione della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama che doveva sancire il passaggio della discussione in aula, il colpo di scena. Quagliariello presenta un emendamento con una nuova formula: una coalizione può incassare il premio di maggioranza se supera la soglia del 40%, in caso contrario vengono assegnati 50 seggi al primo partito che prenda tra il 25% e il 39%. I membri del Pd della commissione capiscono che non c’è più nessuna ipotesi di accordo su …

“Una sentenza che cancella i veleni”, di Ugo De Siervo

Come era stato previsto da molti giuristi più responsabilmente attenti al nostro effettivo sistema costituzionale, la Consulta ha deciso il conflitto fra Capo dello Stato e Procura della Repubblica di Palermo nel senso che quest’ultima non poteva trattare le intercettazioni «casuali» del Presidente della Repubblica alla pari di quelle di un qualsiasi parlamentare, per di più inventandosi la giuridica impossibilità di rimediare all’invasione della sfera riservata del Presidente della Repubblica mediante una immediata distruzione delle intercettazioni illecitamente operate. Le pur essenziali notizie deducibili dal comunicato della Corte Costituzionale, in attesa che vengano depositate le motivazioni dell’importante sentenza, sono molto chiare su due punti fondamentali: ammettiamo che le intercettazioni delle telefonate del Presidente della Repubblica siano effettivamente casuali (ma che pensare se fossero state intercettate addirittura telefonate in partenza dal Quirinale?). I magistrati della procura della Repubblica non possono trattare le telefonate del Presidente come quelle di un qualsiasi altro soggetto, andando a valutare se fossero rilevanti o meno relativamente ad un ipotetico reato comune, che certamente era del tutto estraneo agli unici casi in cui, …

“Le ragioni del diritto”, di Eugenio Scalfari

La sentenza della Corte costituzionale sul ricorso del Capo dello Stato per il conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo è chiarissima e definisce l’intangibilità delle prerogative presidenziali. Le intercettazioni telefoniche (o con qualsiasi altro mezzo effettuate), sia pure indirettamente acquisite da una Procura (nel caso specifico da quella di Palermo) debbono essere immediatamente distrutte dal Gip su richiesta della stessa Procura che ne è venuta in possesso. La Procura in questione non ha titolo per dare alcun giudizio sul testo intercettato; deve semplicemente e immediatamente consegnare le intercettazioni al Gip affinché siano distrutte senza alcuna comunicazione alle parti e ai loro avvocati. La Corte renderà pubbliche le sue motivazioni a gennaio ma il dispositivo si appoggia fin d’ora all’articolo 271 del codice di procedura penale (come a suo tempo avevamo già scritto su questo giornale) che dispone questo trattamento per gli avvocati e per tutti i casi analoghi che prevedano l’assoluta segretezza delle notizie connesse alla loro professione. E quindi, per logica deduzione, ai medici e ai sacerdoti su quanto apprendono in sede …

Legge elettorale. “Il Pdl ci faccia sapere cosa pensa perché non capiamo più che intenzioni hanno”

“Il dossier più importante è la legge elettorale in relazione allo sbandamento del centrodestra”. Pier Luigi Bersani, oggi a Tripoli, spiega le priorità post-primarie per il Partito Democratico. “Se domani – sostiene il segretario Pd – il Pdl avrà una riunione per decidere la linea politica, per favore ci faccia sapere cosa pensa precisamente, e sul piano politico, della legge elettorale, perché non capiamo più, è la ventesima proposta, e non conosciamo le intenzioni politiche”. “Sulla legge elettorale siamo di nuovo sulle sabbie mobili”. Lo dice Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato. “Ogni accordo raggiunto viene smentito il giorno dopo da un’ulteriore proposta che peggiora quella precedente. Ora si parla di un nuovo emendamento del Pdl, che cambierebbe nuovamente i termini del confronto. E questo avviene nonostante noi, con grande attenzione e cura, continuiamo a cercare un’intesa per il cambiamento. Mi sembra che sia sacrosanto, e bene ha fatto Bersani a farlo dalla Libia, incalzare il Pdl, il presidente Berlusconi e il segretario Alfano affinché dicano cosa vogliono fare con la legge …

“La strana pretesa dei liberisti. Chiedere alla sinistra di fare la destra”, di Massimo Mucchetti

L’intellettualità liberista italiana aveva eletto Matteo Renzi a proprio campione. E ora si dice delusa perché il Pd e, più in generale, il centro-sinistra non ne hanno accolto le suggestioni alle primarie. Ma ha senso una simile delusione? Credo di no. Sui diritti politici e sull’architettura istituzionale la convergenza delle diverse culture politiche è possibile e utile. L’ha dimostrato la Costituzione, elaborata dopo la Seconda guerra mondiale. Lo hanno poi confermato le leggi sui diritti civili, sulle quali si sono formati consensi trasversali, basati su scelte di coscienza. È invece sull’economia e sul finanziamento delle politiche sociali che si articola l’opposizione tra le tesi socialdemocratiche e socialcristiane, tipiche del Pd in Italia e dei partiti socialisti in Europa, e le tesi liberiste, tradizionalmente coltivate dalla destra. Perché mai questo duello, che costituisce il sale delle democrazie occidentali, dovrebbe risolversi all’interno di una sola area politica, il centro-sinistra, o meglio di un solo partito, il Pd? Negli Stati Uniti, il movimento dei Tea Party non pretende di dettare la linea al Partito democratico. Gli basta condizionare …