Tutti gli articoli relativi a: politica italiana

"Lotta al debito e strani rimedi", di Emilio Barucci

Come un fiume carsico, riemerge sistematicamente la tentazione di ricorrere a misure straordinarie per abbattere il debito pubblico. Partiamo da qualche numero. Il debito pubblico è pari al 125% del Prodotto interno lordo e il suo finanziamento costa tra i 5 e i 6 punti di Pil. Questa situazione ovviamente non appare sostenibile: il debito dovrà essere ripagato dalle generazioni future. Già oggi, per finanziarlo, lo Stato italiano drena ingenti risorse dall’economia. La non comprimibilità di larga parte della spesa pubblica fa sì che lo Stato in queste condizioni non sia in grado di svolgere un ruolo adeguato nel welfare, negli investimenti e nella politica industriale. Nelle ultime settimane sono fiorite tutta una serie di proposte per abbattere il debito. Quelle avanzate da personalità di grande rilievo appaiono per lo più boutade estive, frutto della pochezza del dibattito politico o dell’acume di qualche commentatore con la verità ‘‘facile’’ in tasca. Un’ancora importante per orientarci è rappresentata dal fatto che le privatizzazioni e tutte le manovre straordinarie dal 1994 a oggi hanno fruttato meno di 250 …

Monti e il fisco: «Stato di guerra contro chi evade», di Maria Zegarelli

Il vero nemico da abbattere in questa guerra del nuovo Millennio, che è tutta economica, in Italia si chiama evasione fiscale. «Produce un grosso danno nella percezione del Paese all’estero», dice il presidente del Consiglio intervistato da Tempi. «L’Italia si trova in uno stato di difficoltà soprattutto a causa di questo fenomeno e si trova da questo punto di vista in uno “stato di guerra”», spiega il premier, soprattutto perché «la notorietà pubblica del nostro alto tasso di evasione contribuisce molto a indisporre nei confronti dell’Italia quei Paesi ver- so i quali di tanto in tanto potremmo aver bisogno di assistenza finanziaria». Davanti al persistere della crisi e a una pressione fiscale ormai pesantissima l’evasione resta uno dei maggiori bacini da cui attingere risorse per poter alleggerire il carico che pesa sui soliti noti (richiesta che ormai diventa pres- sante anche dal Pd), quegli «italiani ricchi o medi che sistematicamente non pagano le tasse». Per questo anche l’uso di «strumenti forti» è giustificato e sarà inevitabile, di conseguenza, vivere momenti «di visibilità che possono essere …

"La strada stretta del governo", di Stefano Lepri

Già, sarebbe bello ridurre le tasse. Nel caso si potesse, dovremmo stare attenti a quali. Di gran lunga più vantaggioso sarebbe abbassare il carico sulla parte più vitale della nostra economia, ossia sul lavoro dipendente, specie ai livelli bassi che più soffrono, e sulle imprese, specie per quanto concerne l’impiego di lavoro; come consigliato in più di una occasione dalla Banca d’Italia. Come principio generale, inoltre, sarebbe bene lasciar come sono le imposte più difficili da evadere, e intervenire al ribasso su quelle dove la frode è più facile. Si tratterebbe di decisioni da prendere a mente fredda, senza subito dar ragione a chi strilla più forte contro questo o quel tributo ritenuto particolarmente odioso o vessatorio. Ma si può? Sappiamo tutti quanto la situazione dell’Italia sia difficile, e quanto ossessivamente venga tenuta d’occhio giorno per giorno dai mercati finanziari, pronti a ingigantire gli effetti di ogni passo falso. Sarà molto se si riuscirà ad evitare quel nuovo aumento dell’Iva, oltre l’attuale 21%, scritto nei piani che hanno guadagnato al nostro Paese l’appoggio delle istituzioni …

"Gli ultimi fuochi del populismo italiano", di Michele Prospero

Una destra molto malandata per risollevarsi dalla polvere intende riproporre il suo eterno gioco deviante che mescola populismo e leaderismo. Da una parte tocca a Maroni scaldare gli umori del populismo più sfrenato con la proposta di un referendum sull’euro che taglia la testa alla complessità dei problemi e, in prossimità del baratro, riduce il confronto a opzioni lugubri sulla migliore morte da augurarsi. Dall’altra riappare il Berlusconi di sempre che si incarica di ridestare le ormai spente emozioni riposte sul carisma e ha già prenotato la nave crociera per sperimentare la gestazione di nuovi rapimenti misticheggianti. Il territorio, un tempo occupato con i riti pagani della Lega, e l’immaginario, sollecitato ad arte con la seduzione dei desideri illimitati, si ritrovano di nuovo insieme. Molte volte questa accoppiata di leaderismo (che cuce coinvolgenti emozioni sul corpo sacro del capo) e populismo (che nel radicamento in un angusto spazio assediato difende una finta identità etnica coesa) ha funzionato. Il rude territorio padano che reclama l’esclusione dell’altro e l’immaginario che ricama il desiderio hanno vinto diverse battaglie. …

"Legge elettorale: ecco chi vuole il Porcellum", di Andrea Carugati

Aggrappati al Porcellum. O meglio: ostili a qualunque modifica dell’attuale legge elettorale. O ancora: favoriti dall’inerzia delle cose, speranzosi che l’intesa (ancora virtuale) su una nuova legge possa naufragare (cosa del tutto possibile). Uno schieramento trasversalissimo, composto da leader e partiti tra loro anche lontanissimi. Ma accomunati da questo non trascurabile elemento. 1) BEPPE GRILLO Il leader del Movimento 5 stelle da alcuni giorni tuona contro l’ennesima truffa dell’odiata «casta», la possibile intesa su un sistema proporzionale con sbarramento al 5% e premio al primo partito. Grillo ha definito la bozza «Napoletellum», con buona dose di sarcasmo verso l’inquilino del Colle che da tempo si batte per cambiare la legge elettorale. «Abolendo il premio di coalizione vogliono scongiurare che il M5S diventi maggioranza in caso di successo. Rimarrebbe solo la grande ammucchiata in nome della governabilità». La prima affermazione non pare suffragata dai fatti. Avendo infatti i grillini negato qualunque forma di alleanza con altri partiti, non avrebbero alcun vantaggio particolare dalla permanenza del Porcellum. Pur arrivando (ottimisticamente per loro) al 20% si classificherebbero ragionevolmente …

"Né studio né lavoro, la «costosa» esclusione dei giovani", di Sergio Rizzo

Si fa presto a dire «spread». Perché se fa male ogni volta che il differenziale fra i tassi di rendimento dei nostri Btp e dei bund tedeschi va in orbita, non va certamente meglio con altri confronti. Il più doloroso di tutti, quello che riguarda l’occupazione giovanile. In Germania gli under 30 che lavorano sono 8 milioni 135 mila; in Italia, appena 3 milioni 202 mila. Quasi cinque milioni di meno. Il tasso di occupazione, cioè il rapporto fra i giovani che lavorano e il totale delle persone in quella fascia d’età, è da noi risultato pari, nel primo trimestre dell’anno, al 33,2%, contro il 57,1% dei tedeschi. E’ un dato che forse meglio di qualunque altro spiega l’abisso che separa i nostri due Paesi. Il primo, la Germania, dove i giovani inattivi sono il 36,7%, e il secondo, l’Italia, nel quale sono addirittura il 57,6%: 21 punti in più. Si potrà pensare che un tasso di inattività così elevato sia collegato a una maggiore propensione all’istruzione. Purtroppo però, spiega una recente e ancora inedita …

"Finale di legislatura", di Claudio Sardo

Sarà un ferragosto di meritato riposo per tanti italiani. Ma l’animo di molti è carico di apprensione, di paura, di rabbia. Tra questi gli operai dell’Ilva e i cittadini di Taranto, vittime di uno scontro inaccettabile tra salute e lavoro. Lo Stato si gioca in questa terra del Sud una partita decisiva: per la propria credibilità, per la sopravvivenza della manifattura italiana e di politiche industriali degne di questo nome, per il ruolo che il nostro Paese occuperà nell’Europa di domani. Se si spegnerà l’altoforno, la nostra siderurgia sarà morta. Ma tenere aperta l’azienda, vuol dire necessariamente e seriamente risanare. Il tema non è l’ennesimo conflitto tra la magistratura e altri organi dello Stato, ma è per intero la capacità della politica di guidare processi reali di cambiamento. In Germania si produce acciaio a prezzi competitivi e con costi ambientali ridotti. Non si capisce perché non lo si possa fare anche in Italia. E, se la proprietà dell’Ilva si rifiutasse di partecipare alle spese, scaricando sullo Stato tutti i costi del risanamento (ci auguriamo non …