Tutti gli articoli relativi a: politica italiana

"Benvenuto al Nord, il Pd senza complessi", di Giovanni Cocconi

Con la crisi del forzaleghismo la questione settentrionale ha cambiato di segno. Ma esiste ancora la questione settentrionale? Sono successe troppe cose al Nord (e non solo) per non pensare che il tema più dibattuto degli ultimi vent’anni forse oggi è cambiato di segno. Il trionfo del centrosinistra a Milano, la fine del berlusconismo, la crisi interna alla Lega, il logoramento del potere formigoniano, lo stop alla riforma federalista. Tutti elementi che contribuiscono a ridefinire una questione che il Pd ha sempre vissuto come una ferita aperta. «Al Nord non si tocca palla» era il tormentone che si sentiva ripetere dopo ogni tornata elettorale. È ancora così oppure il Nord è tornato contendibile? «Una questione è Milano e la Lombardia del Sud, un’altra la fascia pedemontana dove Pdl e Lega sono ancora molto forti» avverte Alessandro Alfieri, vicesegretario regionale del Pd che, insieme a Pippo Civati, ha radunato oggi [ieri, n.d.r.] a Varese politici ed esperti in un convegno dal titolo “Giù al Nord, tra secessione e recessione”, al quale prenderanno parte, tra gli altri, …

"L'ultima "porcata" forzaleghista", di Curzio Maltese

Buttati fuori dal governo e dai vertici europei per manifesta incapacità, i partiti della vecchia maggioranza, Pdl e Lega, continuano a spadroneggiare in viale Mazzini e a spartirsi la mangiatoia Rai. Il dg Lorenza Lei, piazzata da Berlusconi, ha appena approvato una nuova ondata di nomine, fra le quali la conferma del pensionato Alberto Maccari alla guida dell´agonizzante Tg1 e la nomina di Alessandro Casarin, in quota Carroccio, ai notiziari regionali. Una bella porcata, per dirla alla leghista. Nel merito e nel metodo, sono scelte vergognose. Maccari è l´unica soluzione accettata da Berlusconi, dopo l´inevitabile rimozione dell´indifendibile Minzolini. Finora ha fatto un notiziario né brutto né bello: inutile. Soprattutto a risollevare gli ascolti del telegiornalone, che seguitano a far perdere decine e centinaia di milioni alla rete ammiraglia. Casarin è noto per le simpatie bossiane e per poco altro, almeno dal punto di vista professionale, ma andrà a dirigere la più folta redazione d´Italia, con un potere notevole di condizionamento in vista delle prossime elezioni. Dobbiamo rassegnarci dunque ad ampi servizi di coperture sulle imprese …

"Dagli indignati ai grillini le nuove mappe della politica", di Michele Smargiassi

C’è un modo progressista di rifiutare le categorie classiche e uno reazionario? Ecco cosa pensano gli studiosi Queste forme di “agnosticismo” hanno una lunga tradizione nel nostro Paese “Sopra”, “oltre”, “avanti”, “altrove”: deve convocare un´intera famiglia di avverbi di luogo chi vuole evadere la topografia politica del Novecento, disposta su una linea che corre da destra a sinistra. Affermare “non sono né di destra né di sinistra” rientra, è vero, nel diritto d´opinione del singolo cittadino, ma che succede quando il verbo viene coniugato al plurale collettivo, “non siamo né di destra né di sinistra”, quando è un movimento politico che rifiuta di collocarsi sugli assi cartesiani della democrazia occidentale? Succede che qualcuno gli ritorce addosso la furbizia: «Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra…». È il beffardo «paradosso spaziale da disegno di Escher» con cui WuMing1, uno dei componenti “senza nome” del collettivo di scrittura che si affermò con l´allegoria storico-politica del romanzo Q, ha aperto le ostilità su Nuova …

"Uno scatto bipartisan verso l'Europa", di Antonio Puri Purini

Si profila una grande opportunità per le forze politiche di centrodestra e centrosinistra. Il ricorso a mozioni unitarie sull’Europa sembrava scomparso dall’agenda del Parlamento. L’ultima (dicembre del 2001) prima del Consiglio europeo di Laeken che lanciò il trattato costituzionale rimase lettera morta, indebolita dalle divisioni fra una maggioranza euroscettica e un’opposizione europeista.

"Il Questionario di Davos", di Federico Fubini

Lo spread dei Btp sui Bund, il termometro della febbre, è più basso di quando Standard & Poor’s declassò l’Italia due settimane fa. Ieri era a quota 404 punti, allora era a 487. L’agenzia di rating quel giorno spiegò la sua decisione dicendo che il mercato di fatto l’aveva già presa, ma forse è proprio perché S&P si è limitata a seguire gli investitori che questi ora rifiutano di seguire lei: in quella scelta non c’era molta analisi dei dati di fondo del Paese, dalla riforma pensioni al taglio del deficit verso quota zero. Era solo la presa d’atto che un debitore può finire in difficoltà se i suoi creditori pensano che lo sia, lesinandogli dunque i prestiti. Simili osservazioni si potrebbero muovere da ieri sera sul conto di Fitch. Anche la terza delle grandi società di valutazione ieri ha tagliato di due gradini il giudizio sull’affidabilità finanziaria dell’Italia, benché il suo rating resti sopra a quello delle concorrenti S&P e Moody’s. Ma le motivazioni suonano decisamente familiari. Fitch parla dell’assenza di quello che chiama …

"Italia, troppi primati negativi", di Guelfo Fiore

Mandare a quel paese le agenzie di rating, ammettiamolo, dà gusto. Soprattutto se a farlo con noi sono i mitici “mercati”, fregandosene delle bocciature distribuite con irritante prodigalità. Compiuta però la gradevole operazione non è che ci ritroviamo meno malconci di prima. Forse la serie B assegnataci da Standard&Poor’s, in attesa che le sorelle la imitino, non è meritata, ma in quante altre classifiche l’Italia sta messa proprio male. Non avranno, queste graduatorie, le stesse conseguenze delle retrocessioni decise da “Qui, Quo e Qua” – come le spernacchia Romano Prodi – però non ci fanno fare lo stesso una bella figura. E alla fine, sommate, danno materia agli estensori di outlook negativi e giustificano mortificanti downgrade. Per cominciare, la più fresca, fornita qualche giorno fa dal ministro Severino alle camere: da noi occorrono in media 1210 giorni per conoscere, in primo grado, l’esito di un processo civile, siamo all’ultimo posto tra i paesi Ocse; secondo il “Rapporto doing business” l’Italia è al 157° posto su 183 paesi censiti per il recupero di un credito commerciale: …

"La nostalgia dell´uguaglianza", di Adriano Sofri

L´equità è un´uguaglianza cui sono state messe le braghe, come ai nudi della Cappella Sistina. Bisognava farlo, perché ci fu un momento in cui l´uguaglianza smise di essere guardata negli occhi, e pagò il pegno della temerarietà. Fu allora che le cose cominciarono a essere guardate di sotto in su, dal lato della disuguaglianza, e lo spettacolo era davvero madornale. Sul conto dello scandalo per l´”appiattimento” e il “livellamento” si banchettò a oltranza per qualche decennio, e la disuguaglianza – di soldi e di potere – non fece che moltiplicarsi. Non passa giorno senza che le statistiche ne registrino nuovi record. Assoluti, e non solo relativi. Non, cioè, di redditi che crescono, benché gli uni molto di più degli altri, bensì dei redditi che crescono a dismisura mentre gli altri diminuiscono. Le statistiche arrivano a sancire quello che le persone avevano capito da un bel po´, però fanno sempre il loro effetto. Ne vorrei leggere una sul reddito e il patrimonio medio dei presidenti del consiglio e dei loro ministri, dal dopoguerra a oggi. Dal …