«La nemesi dei ricercatori», di Sergio Luzzatto
Nell’attuale protesta dei ricercatori, l’università e la politica italiane raccolgono quanto hanno improvvidamente seminato da una quindicina d’anni a questa parte. Il caso di Bologna – dove i vertici dell’ateneo hanno posto un ultimatum ai ricercatori, minacciando di assumere docenti a contratto per garantire i corsi che i ricercatori stessi si rifiutano di tenere – è la punta di un iceberg: in forme appena meno virulente, un identico contenzioso esiste in tutte le nostre università, e l’inizio dell’anno accademico si presenta a rischio dovunque. Stando così le cose, è giusto che l’insieme dell’opinione pubblica, ma prima ancora i più diretti interessati (gli studenti universitari e le loro famiglie) abbiano la possibilità di veder chiaro almeno sui termini del problema. Chi ha ragione e chi torto? Hanno ragione gli atenei, nel momento in cui richiedono ai ricercatori di svolgere “regolarmente” i loro compiti didattici, o hanno ragione i ricercatori, nel momento in cui negano che fra tali compiti sia compresa una titolarità diretta dei corsi? Per rispondere alla domanda, occorre ricostruire in due parole la storia …
