"Le pericolose idee grilline sulla televisione pubblica", di Vittorio Emiliani
Grillo credeva di poter continuare per un pezzo a urlare i propri anatemi contro tutti coloro che non gli dicono supinamente di sì. E invece comincia a prendere porte in faccia, a incassare, in pochi mesi, sconfitte brucianti. Inizia a constatare che amministrare non è come chiacchierare e che in Parlamento non si vive di slogan e di frasi fatte, ma bisogna studiare le carte, impadronirsi di norme e regolamenti, approfondire i “precedenti” (e sono interi dossier) nazionali ed europei, decidere rapidamente senza il conforto suo e di Casaleggio. Fare politica è una cultura. Non un giochino. Comincia forse a capire che schifare i talk-show televisivi esaltando lo straordinario ruolo salvifico della rete non è forse un’idea geniale perché significa non comparire mai, nel bene e nel male, di fronte a milioni di spettatori/elettori lasciando ai partiti tradizionali tutta la scena. Allora manda un po’ dei suoi a lezione di comunicazione televisiva dall’altro socio fondatore Roberto Casaleggio per poi vararli in qualche arena. Non solo. Ma aspira a presiedere la commissione bicamerale di Vigilanza sulla …
