"Il conto salato della crisi. Trentamila attività chiuse", di Felicia Masocco
Dalla A di Adelchi alla X di Xerox: in mezzo c’è l’elenco di 86 aziende, l’ordine alfabetico della crisi. Del loro futuro si discute al ministero dello Sviluppo, si cerca una soluzione perché non chiudano, ma i tavoli sono totalmente aperti, e c’è molto (se non tutto) da fare. C’è poi un’altra lista che va dall’A. Merloni alla Yara: 53 tavoli di vecchia data, questi, per i quali è più facile confidare in qualche esito. In tutto 141 imprese che cercano di non sparire e più di 168mila lavoratori che sperano di non diventare esuberi. Va detto che è una parte soltanto del conto pagato alla recessione dal sistema produttivo italiano. Ci sono tutti i settori, nessuno escluso e tutte le regioni sono interessate: dal 2009 ben 30mila imprese hanno chiuso i cancelli. I mali dell’industria sono tornati sul proscenio nelle ultime settimane, il dramma dell’Ilva e di Taranto ha restituito il carattere dell’urgenza alla politica industriale, grande assente degli ultimi anni. Ottimismo e omissioni Il laissez-faire del governo Berlusconi, quell’ottimismo a ogni costo mentre …
