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"Il conto salato della crisi. Trentamila attività chiuse", di Felicia Masocco

Dalla A di Adelchi alla X di Xerox: in mezzo c’è l’elenco di 86 aziende, l’ordine alfabetico della crisi. Del loro futuro si discute al ministero dello Sviluppo, si cerca una soluzione perché non chiudano, ma i tavoli sono totalmente aperti, e c’è molto (se non tutto) da fare. C’è poi un’altra lista che va dall’A. Merloni alla Yara: 53 tavoli di vecchia data, questi, per i quali è più facile confidare in qualche esito. In tutto 141 imprese che cercano di non sparire e più di 168mila lavoratori che sperano di non diventare esuberi. Va detto che è una parte soltanto del conto pagato alla recessione dal sistema produttivo italiano. Ci sono tutti i settori, nessuno escluso e tutte le regioni sono interessate: dal 2009 ben 30mila imprese hanno chiuso i cancelli. I mali dell’industria sono tornati sul proscenio nelle ultime settimane, il dramma dell’Ilva e di Taranto ha restituito il carattere dell’urgenza alla politica industriale, grande assente degli ultimi anni. Ottimismo e omissioni Il laissez-faire del governo Berlusconi, quell’ottimismo a ogni costo mentre …

"L'anomalia italiana: lavora solo 1 su 3, persi 450 mila posti", di Federico Fubini

L’anomalia italiana: lavora solo 1 su 3, persi 450 mila postidi FEDERICO FUBINILa crisi globale che dura ormai da 5 anni ha cambiato in profondità la condizione del lavoro in Italia. Secondo Eurostat gli occupati nel nostro Paese sono attualmente (al primo trimestre di quest’anno) 450 mila in meno che nel 2007, quando esplose quella che allora si chiamava la crisi dei subprime. Oggi, in Italia, su una popolazione che l’Ufficio statistico europeo valuta in 60,8 milioni di persone, in base alle definizioni dello stesso ufficio, ne lavorano 22,3 milioni. È una quota del 36,8%, superiore (di poco) solo a quella della Grecia. Nello stesso periodo la Germania ha creato il 6,3% dei posti di lavoro in più. Sono passati, rispettivamente, cinque e dieci anni. È tempo di un bilancio: l’Europa sta offrendo una dimostrazione di potenza produttiva e allo stesso tempo attraversa qualcosa di simile alla Grande depressione. Quanto all’Italia, queste tendenze bipolari convivono in modo se possibile più estremo. Sono passati cinque anni — siamo appena entrati nel sesto — da quando Jean-Claude …

"Più Stato nel mercato: il modello è l'Eni, non l'Iri", intervista a Giulio Sapelli di Marco Ventimiglia

«Per salvaguardare il patrimonio industriale del Paese è bene che, laddove serve, intervenga direttamente lo Stato, rilevando quote di aziende private ed investendo in grandi progetti industriali». Nell’intervista pubblicata ieri, Susanna Camusso ha riportato in vita un concetto che sembrava sepolto in lunghi anni di liberismo: il capitale pubblico al servizio della crescita come antidoto alla crisi. Giulio Sapelli raccoglie quella che non reputa affatto una provocazione. «Tutt’altro – dice il docente di Storia Economica all’Università Statale di Milano – le parole della Camusso hanno il grande pregio di sottolineare la necessità di una svolta rispetto al pensiero a lungo dominante, quello che reputa la presenza dello Stato nell’attività economica un nemico della crescita. Mi permetto invece di dissentire relativamente alla modalità con cui bisognerebbe agire». Per quale ragione? «Se ho ben capito le parole del segretario della Cgil, l’idea è quella di un’azione duplice: da un lato l’assunzione da parte dello Stato di un ruolo attivo in grandi progetti industriali, dall’altro l’ingresso nel capitale di aziende in difficoltà con l’obiettivo di traghettarle fuori dalla …

"Prima che sia tardi: il coraggio di una nuova Europa", di Giuliano Amato

Vedo i passi che si fanno nelle sedi europee per rendere più integrate, e quindi più efficaci, le politiche volte a stabilizzare l’euro e a raddrizzare i bilanci nazionali dai quali tale stabilizzazione oggi dipende. E vedo le reazioni che ciò suscita tra i nostri cittadini, in un crescendo di ostilità reciproca tra le opinioni pubbliche nazionali e di ostilità comune verso l’Europa. Chi reagisce a misure di austerità che sente imposte dagli altri, chi al vincolo di pagare per gli altri e tutti protestano per le lesioni delle rispettive sovranità. Lorenzo Bini Smaghi ha scritto il 7 agosto sul Financial Times che è la sopravvivenza dell’euro a richiedere queste interferenze nelle sfere nazionali, conseguenze naturali della maggiore integrazione politica. Perciò politici e commentatori – così concludeva – non possono chiedere più Europa e poi lamentarsi per le perdite di sovranità. Sembra una conclusione inesorabile, ma a me pare assurdo che l’integrazione politica ricercata e promossa per anni da molti di noi per dare più strumenti comuni e quindi più forza agli europei sia fonte …

Intercettazioni, la mediazione del Csm “Faremo una autoregolamentazione”, di Liana Milella

Se lo dicono riservatamente tutti nella maggioranza. «Ormai il tempo delle intercettazioni è scaduto. Una riforma non è più possibile». La stessa certezza corre al Csm come tra i magistrati. Tra i quali, con sempre maggiore insistenza, si fa strada la strategia dell’autoregolamentazione, del rispetto rigido e rigoroso delle regole che già esistono. Che, se applicate in modo puntiglioso, metterebbero al riparo sia gli inquirenti che la stampa dal rischio di qualsiasi legge bavaglio. Al Csm non si parla che di questo. La verifica partirà a settembre. Riguarderà il rispetto delle norme già in vigore sia per chiedere di registrare una conversazione, sia per utilizzarla nel processo. Ci lavorerà la sesta commissione che si occupa di studiare leggi e riforme. La proposta arriva da Aniello Nappi, esponente della sinistra del Movimento giustizia, toga votata in Cassazione. Proprio alla Suprema corte ecco “girare” in queste ore una sentenza scritta nel febbraio 2009 dall’attuale segretario generale Franco Ippolito sul processo Federconsorzi in cui un passaggio colpisce sugli altri: «L’intercettazione può essere disposta solo quando (come scrive il …

"Chi perde tanto e chi guadagna nella lunga crisi giovani, famiglie, ceto medio sono impoveriti", di Carlo Buttaroni

L’altra faccia della crisi è in chi ci guadagna. Una contraddizione in termini per i più ma, in realtà, nulla di più concreto. Per alcuni, infatti, la situazione che stiamo vivendo è un vero affare. Pensiamo al tanto temuto spread, spada di Damocle per banche e imprese: esso misura sì lo stato di salute economica dei Paesi dell’Eurozona (Grecia, Spagna e Italia in testa), ma rappresenta anche una straordinaria opportunità di arricchimento per i grandi investitori. Chi ha elevate quantità di denaro liquido può farle fruttare molto più che in altri periodi, ad esempio prestando il proprio denaro a tassi d’interesse più alti. Oppure, sfruttando la crisi della liquidità che colpisce Stati e imprese, si possono fare affari straordinari acquistando grandi società e patrimoni immobiliari a prezzi molto più bassi rispetto al loro valore reale. Gli speculatori finanziari rappresentano un’altra categoria favorita dal momento attuale. I veri, grandi speculatori non sono tantissimi: una ventina, forse meno, in tutto il mondo. Ma con un potere molto forte: quello di indebolire fino al collasso l’economia di un …

"Più rigore istituzionale per poter crescere", di Alberto Bisin

Le sempre più frequenti ed intemperanti dichiarazioni riguardo alla possibilità che l’Euro perda dei pezzi, a partire dalla Grecia, suggeriscono che in questa fase i Paesi del Nord Europa stiano in qualche modo valutando l’opportunità e i costi di procedere da soli. All’ipotesi che il consolidamento fiscale del Sud possa essere controllato e guidato con successo per mezzo di un accordo (il fiscal compact) che implichi un passaggio di sovranità in materia di politiche fiscali, non crede ormai quasi più nessuno: anche le cicale sono gelose della propria sovranità Vediamo quindi come appaiono, a noi ma anche ai tedeschi, le prospettive di consolidamento fiscale a medio termine, diciamo a 5-10 anni, dell’Italia. In questa prospettiva, il Paese ha due problemi fondamentali: non cresce e ha una struttura politico- istituzionale che si configura come una macchina per la produzione di spesa pubblica. Se è vero che crescere è di fatto condizione necessaria per rientrare dal debito, è anche vero che non è affatto sufficiente. Il Paese ha goduto di una crescita anche sostenuta in passato, ma …