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“Rai, il Pd voterà i candidati della società civile”, Annalisa Cuzzocrea

Una lettera aperta alle associazioni che si sono battute per la libertà e il miglioramento dell’informazione: «Scegliete due candidati per il cda Rai, il Pd li voterà». Pier Luigi Bersani esce dall’angolo. Dopo aver spinto per un cambio di governance che non è arrivato – nonostante l’intenzione di Monti di dare più poteri al direttore generale – il segretario democratico aveva deciso: «Noi non partecipiamo alle nomine ». Una mossa che, fuori e dentro il partito, era stata letta come un azzardo. Non partecipare significa non finire nel calderone delle proteste, com’è successo per i casi di Privacy e Agcom, ma vista l’intenzione del centrodestra di andare avanti, avrebbe significato anche lasciare che il Pdl facesse incetta di consiglieri.
Così, Bersani martedì ha cominciato a scrivere. La lettera l’ha completata ieri, l’ha diffusa in serata. È diretta alle associazioni
Libera, Se non ora quando, Libertà e Giustiziae Comitato per la libertà e il diritto di informazione
(che tiene dentro Federazione nazionale
della Stampa, Articolo 21, Usigrai e altre sigle). Parla di una Rai «umiliata da chi l’ha asservita ai capricci della destra. Incapace di competere, priva di un chiaro indirizzo industriale». Di un male profondo, frutto di «anni di lottizzazione » che hanno inaridito «la capacità innovativa della più grande industria culturale del Paese». «Nella prossima legislatura metteremo mano a una riforma che farà rinascere l’Azienda», promette il segretario, e conclude: «Lunedì scade il tempo per la presentazione delle candidature. Qualora le vostre associazioni ritenessero di indicarne due noi siamo pronti a sostenerle».
Non è la mossa suggerita dall’Udc e da Fioroni: «Sia Monti a decidere tutto il cda». Né quella pensata da Paolo Gentiloni: «Il premier proponga dei nomi, anche se gli altri non ci stanno noi li sosterremo». La scelta di Bersani è piuttosto un anticipo di quanto annunciato in direzione: l’intenzione di «aprire» il partito. «Così si garantisce spazio alla società civile evitando di regalare il Consiglio alla destra», plaude il capogruppo alla Camera Franceschini. Si voterà il 21, se le associazioni saranno in grado di mettersi d’accordo su due nomi il Pd potrebbe eleggerli. Il Pdl ne voterebbe altri due, uno la Lega e due il Terzo polo. «Di fronte alla forca caudina e al ricatto di dover mantenere l’attuale Cda, o peggio che venga nominato dai soliti noti, meglio scegliere il male minore della proposta Bersani», apre l’Idv Di Pietro. «Una novità importante da non lasciar cadere», è l’invito del portavoce di Articolo 21 Beppe Giulietti. Una scelta apprezzabile,secondo il segretario dell’Usigrai Carlo Verna, che però aggiunge: «Non so se sia una svolta data la complessità della scelta di due nomi da parte di quattro associazioni di cui una costituita da una pluralità di sigle».
Attacca Maurizio Gasparri: «È un modo per prendersi i posti facendo finta di non prenderseli, una lottizzazione con i guanti bianchi». Per il capogruppo pdl al Senato «a scegliere sarebbero sempre gli stessi ambienti». Critica che il Pd si aspettava: «Come si fa a dire che Libera è di area? La legalità è di area?», chiede il responsabile Cultura Matteo Orfini. E invita: «Se il centrodestra ha il coraggio, faccia come noi».

La Repubblica 14.06.12

"Che cosa resta di un anno di scuola", di Alessandro D'Avenia

Riassumere in poche battute quello che accade nel vorticoso spazio di 200 giorni è impossibile. Basta un anno scolastico perché ogni studente e ogni docente abbia materia sufficiente per uno o due romanzi. Credo sia la scuola ad avermi costretto a diventare scrittore, altrimenti sarei rimasto schiacciato da tutte le storie che ogni anno mi capita di attraversare, vivere, sfiorare.

Scrivere è usare una rete da pesca: ha la sua paradossale forza nei buchi, che lasciano passare l’ovvio della vita, e nei nodi, che trattengono ciò che si nasconde e sfugge sempre. Provo a tirare su le reti: dopo un anno che cosa resta?

Proprio l’altro giorno me lo chiedevo e mi è venuta in aiuto una mail di una studentessa (alla fine di un anno chiedo sempre ai miei ragazzi in che cosa posso migliorare la qualità del mio insegnamento e quali errori posso aver commesso senza accorgermene):

«Un altro anno è trascorso. È stato un anno intenso ma veloce, forse troppo, ma un anno in cui sento di essere cambiata, di aver fatto nuove scoperte e amicizie.

«Se ci penso è strano, ma per tutti gli ultimi mesi il mio desiderio era finire il liceo ed andarmene, cambiare aria; ora che manca poco, che c’è solo un anno ancora, già mi mancano: la classe, i compagni, i professori, le ore in classe… tutto quello di cui ero stufa fino a venerdì, quando mi sono resa conto che manca solo un anno.

«Se mi posso permettere Prof, anche lei è cambiato, maturato: per quello che ho visto io ha imparato a gestire il successo di un libro, i fan, le presentazioni e l’emozione che questo comporta, riuscendo a conciliarli con noi alunni, con il programma e le interrogazioni. L’anno scorso avevo paura che ci abbandonasse, che preferisse fare lo scrittore piuttosto che insegnare a noi; ora sono tranquilla perché vedo che, essendo riuscito a conciliare le due cose, è felice di insegnare e di stare con noi. Quindi grazie per la pazienza e il tempo che ha dedicato ad ognuno di noi, anche quando forse noi non lo meritavamo troppo».

E quanto mi sia costato ritrovare armonia i miei ragazzi lo sanno, anche a loro spese.

Gli eventi ci impastano e dentro di noi siamo alla ricerca del centro che non siamo disposti a negoziare con niente e nessuno, il lievito che, nel mutare continuo delle circostanze, ci permette di dare ampio consenso alla vita senza esserne vittime. È così a 35 anni, figuriamoci tra i 14 e i 18. Ogni anno è una vita in miniatura a quell’età, e quei 200 giorni un’esistenza in carne viva come è la pelle dell’adolescenza, durante la quale il mutamento è la regola e il rifiutare il mondo il suo corollario. Che cosa posso mai accettare, se non riesco ad accettare chi sono neanche per un giorno?

Per questo scrivo di ragazzi nelle mie storie. Il verbo latino adolescere viene da una radice che indica il «portare a compimento qualcosa» e il participio passato di questo verbo latino è adultus . Per diventare adulti bisogna «adolescere» bene. Da adulti poi bisognerebbe mantenere ciò per cui l’adolescenza è fatta: per che cosa valga la pena giocarsi la vita futura, senza compromessi, con quella fame di verità, bellezza e autenticità che è la costante delle centinaia di ragazzi che ho incontrato in questi anni a diverse latitudini del nostro Paese.

Quando ci decideremo a rinnovare il paradigma che interpreta le età della vita come compartimenti stagni da superare e chiudersi alle spalle? Quando cominceremo a raccontare la vita come continuum in cui le età si mescolano continuamente e ritornano, soprattutto quando alcune fasi sono state trascurate? Solo così trasformeremo l’adolescenza da una malattia ad una possibilità, l’adolescente da oggetto da risolvere a soggetto capace di creare. Ma questa è un’altra storia.

Che cosa resta di quest’anno? Voti? Interrogazioni? Compiti? Programmi? Scartoffie? Note? Tutto questo lo laveranno via le prime settimane di vacanze. Quello che resta è invece la solita umile, usata, difficilissima arte di vivere: quanto sono cresciuto nell’amore ai miei colleghi e ai miei studenti?

Purtroppo non ha memoria la vita se non dell’amore declinato nelle sue molteplici e quotidianissime forme: quanto tempo dedicato a quella lezione per raccontarla proprio a quegli studenti, diversi da quelli dell’anno prima? Quanto tempo trascorso con un collega in cerca di strategie migliori per la loro crescita? Quanto tempo dedicato al quaderno con una pagina per ogni alunno con su scritti i punti forti e i punti deboli, per aiutarlo a superare i secondi grazie ai primi? Quanto tempo speso con ragazzi al di fuori dell’ora di lezione? E quanto tempo perso a sparlare e demolire?

Qualche giorno fa, in un momento di sconforto burocratico, ho formulato una legge: somma il numero di ore impiegate a parlare dei e con i ragazzi, sottrai il numero di ore dedicate a compilare carte e registri. Il risultato, spesso purtroppo negativo, è la scuola italiana.

E che cosa resterà di una scuola così? Quelle riunioni, quelle scartoffie? Non credo, nessuno vive e lavora per queste cose. Resteranno le vite dei ragazzi e le nostre, mutate e maturate con le loro, per un più pieno compimento nostro e loro.

Spesso ho sentito dire da alcuni colleghi che noi siamo seminatori di dubbi. Io preferisco dire seminatori di domande. Ma prima dobbiamo trovare il coraggio di porle a noi stessi: che cosa resta di quest’anno?

La Stampa 14.06.12

Scuola/ Ghizzoni (Pd): valutazione e concorsi, "ricominciamo" da capo, di Federico Ferraù

La valutazione? «Occorre ricostruire il consenso di tutta la scuola». E poi il diritto allo studio e gli esiti del 3+2 nel sistema universitario; per finire con alcune proposte – molto dettagliate – di integrazione al decreto sull’emergenza terremoto. Sono questi alcuni dei temi «di stretta attinenza politica» rilanciati da Manuela Ghizzoni (Pd), neopresidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati. Che sul punto è chiara: lavoriamo già – dice – per il nuovo Parlamento.

Onorevole Ghizzoni, quale impronta intende dare al suo mandato di presidenza?

So bene che ci troviamo nello scorcio di legislatura, ma questo non ci impedirà di lavorare. Innanzitutto, credo sia necessario concludere l’iter di una serie di provvedimenti che sono aperti da tempo e dei quali auspico l’approvazione. In secondo luogo, la Commissione deve riprendersi il proprio ruolo: se manca il tempo di aprire nuovi cantieri legislativi, occorre nondimeno aprire una riflessione su temi importanti di stretta attinenza politica.

Veniamo ai primi. A cosa si riferisce?

Penso alla proposta di legge sullo spettacolo dal vivo, sulla quale esiste una condivisione ampia da parte delle forze politiche. Mi auguro che trovi quanto prima il suo naturale compimento. Le risorse da investire ci sono, intendiamo chiudere presto consegnando la proposta in Senato. Penso anche alla legge sulla costruzione degli stadi e al testo di riforma degli organi collegiali (la proposta di legge 953 «Aprea»,ndr).

E per quanto riguarda i temi politici?

Ritengo importante, ad esempio, che la Commissione nella sua totalità apra una riflessione su alcuni temi chiave come il diritto allo studio e i diritti degli studenti, la valutazione nei percorsi di formazione e gli esiti del «3+2» nel sistema universitario. Sono tutti ambiti che meritano una adeguata riflessione politica. Non ne ho ancora discusso con i capigruppo, ma auspico di ricevere un sostegno in questo senso. Mi piacerebbe che fosse un lavoro utile per tracciare nuovi scenari di intervento. Sarà l’eredità che lasceremo al nuovo Parlamento.

La valutazione è un tema controverso. Eppure non possiamo farne a meno, lo ha detto anche l’Europa quando Monti si è insediato. Lei che ne pensa?

Il lavoro che dovremmo fare, anche a supporto delle strutture che già esercitano il loro mandato di valutazione, dovrebbe essere quello di capire perché valutare. Sembra scontato, ma non lo è. La valutazione è un esercizio importante che attiene anche alla responsabilità sociale e alla rendicontazione sociale del proprio lavoro: un fatto di grande importanza nel settore della conoscenza. Ma prima di dividersi su forme e metodi di valutazione, torno a dire, occorre riflettere di nuovo sul perché valutiamo.

Secondo lei in questi anni è mancato qualcosa?
Sì: un dibattito e una condivisione sul punto, soprattutto nel mondo della scuola. Non parlo dell’università, che ha dinamiche sue proprie e non è estranea all’idea di una valutazione anche esterna. Ma per la scuola è diverso. La valutazione serve, e deve servire, come strumento per migliorare il sistema, non per punire alcuni o talune strutture. Invece, la percezione che essa potesse esser usata come arma punitiva ha suscitato in questi anni l’opposizione di una parte di mondo della scuola, famiglie e personale docente.

Qual è il contributo che può venire dalla sua Commissione?

Io credo che la Commissione, con gli strumenti che abbiamo a disposizione, potrebbe favorire questo confronto in modo che il mondo della scuola, nella sua complessità, discuta e affronti il tema della valutazione.

Ma chi doveva fare che cosa?

È un lavoro che toccava a suo tempo alla politica. Avrebbe dovuto farlo il ministero, aprendo spazi di confronto reale; non i soliti tavoli che si aprono per non arrivare ad una sintesi del problema. Si tratterebbe ora di individuare le priorità, costruendo insieme, attraverso un confronto, i percorsi più idonei per raggiungere gli obiettivi comuni.

Quali sono questi obiettivi?

Ricostruire il consenso di tutta la scuola sulla necessità di valutare e di essere valutati. Il passaggio è delicato perché non stiamo parlando di valutare un giovane a fine anno, ma un intero sistema. Rendere pubblici i dati, non farlo, etc. è un falso problema. Ragioniamo prima sugli obiettivi, e se c’è condivisione, sugli strumenti. Avremmo raggiunto un grande risultato se ci trovassimo d’accordo che la valutazione è un processo non divisivo, ma che unisce.

Cosa può dire invece della riforma degli organi collegiali (il pdl Aprea, ndr)?

Il testo originario è stato profondamente trasformato durante la discussione avvenuta nel comitato ristretto. Credo che quando le forze politiche concordano nelle modifiche ad un disegno di legge, sia naturale un suo miglioramento. Ritengo che quel testo sia migliore di quello iniziale presentato dall’onorevole Aprea; immagino che la proponente non sia della stessa opinione, ma il testo licenziato dal comitato ristretto tiene conto di tutti i pareri raccolti dai vari portatori di interesse durante la lunga fase di audizione.

Secondo lei cambierà ancora?

Ancor prima che la passata presidenza avesse termine, le forze politiche dichiaravano la disponibilità a procedere in sede legislativa. Giovedì scorso si è votato sulla mozione di incostituzionalità presentata dall’Idv, l’iter continuerà tra un paio di settimane. Se le forze politiche − e lo dico da presidente − troveranno intese per ulteriori modifiche, si procederà in questo senso.

Profumo ha confermato più volte di voler indire nuovi concorsi. Qual è la sua opinione in merito?
La questione è complessa. Devo però fare una premessa. Personalmente ritengo, a differenza di molti altri, che la cosa migliore per la scuola sia quella di avere docenti formati e reclutati in modo unitario, e cioè che la formazione non possa essere disgiunta dal reclutamento. Ahimè, non è stato così: il Tfa ha spezzato una unitarietà che doveva esserci e che considero un’occasione persa.

Lei cosa avrebbe fatto invece?

Sarei per un percorso che dopo la laurea specializzi gli aspiranti docenti e selezioni coloro i quali hanno le competenze migliori e l’attitudine all’insegnamento per inserirli in un adeguato processo di «formazione in azione» nelle scuole, come facenti parte dell’organico funzionale; al termine di questo percorso, svolto all’interno dell’istituzione scolastica, avviene il reclutamento del corpo docente. Mi limito a far notare che attualmente la situazione è divenuta molto, troppo complessa. Abbiamo graduatorie ad esaurimento con moltissimi precari concentrati in alcune classi di concorso a discapito di altre, praticamente esaurite; un precariato storico da smaltire; misuriamo l’effetto di una riduzione draconiana dell’organico voluta dal precedente governo, che ha di fatto determinato un rigonfiamento delle Gae.

E adesso?

I giovani che non hanno potuto conseguire l’abilitazione attraverso le vecchie Ssis hanno diritto di veder valutata la loro attitudine e di misurarsi con la possibilità concreta di poter insegnare.

Lei è di Carpi (Modena) ed è stata eletta in Emilia-Romagna. Com’è la situazione delle scuole nelle zone terremotate?

Si è ormai conclusa la ricognizione del patrimonio scolastico. Conosciamo il numero di edifici che sono di fatto da demolire − poco meno di cento e mi riferisco al solo dato dell’Emilia-Romagna, che presenta il maggior numero di province coinvolte − e in questo caso l’unica cosa da fare è una rapida ricostruzione. Accanto agli edifici che hanno retto bene al sisma perché di costruzione recente, esiste un’ampia fascia di edifici sui quali occorrerà intervenire con opere straordinarie per consentirne la riapertura in condizioni di totale sicurezza.

Chiederebbe qualcosa in particolare?

Raccomanderei che, in sede di conversione del decreto, si facesse un’opportuna riflessione su questo punto. Per rimettere in condizioni di agibilità l’edilizia scolastica occorre un investimento significativo e pertanto, oltre alle risorse già individuate in prima battuta nel decreto, sarà necessario reperirne ulteriori da destinare specificamente a questa voce di spesa.

E per quanto riguarda il patrimonio artistico e architettonico?

Si tratta di un patrimonio, oltre che di valore intrinseco, fortemente identitario per le comunità colpite. Penso che il decreto, benché rappresenti una prima risposta importante all’emergenza, sugli interventi a sostegno del patrimonio sia carente e che pertanto in sede di conversione vada ulteriormente rafforzato.

In dettaglio?

Andrebbero inserite norme specifiche che consentano di potenziare il personale tecnico delle direzioni regionali alle quali compete il coordinamento degli interventi − architetti, storici dell’arte, funzionari amministrativi − per implementare le squadre che svolgono i rilievi di accertamento dei danni subiti dai singoli beni e indicano i primi interventi urgenti. Occorre forse ricordare che parliamo di migliaia di emergenze: sono circa 2mila i beni tutelati che hanno riportato danni, più tutti i beni ecclesiastici. E per potenziare il personale occorre fare due cose: consentire nuove assunzioni straordinarie, e autorizzare il personale delle altre soprintendenze d’Italia a svolgere missioni in Emilia-Romagna.

Uno sforzo economico non indifferente.

Ci sono, ad esempio, i 160 milioni risparmiati dal finanziamento dei partiti. Poi, come parlamentari dell’Emilia-Romagna, stiamo disponendo una spending review per individuare altri specifici capitoli di finanziamento. Non possiamo non affrontare questa spesa, seppur ingente. Dobbiamo predisporre un piano pluriennale per ripristinare un intero patrimonio, che parla di quei territori più di ogni altra cosa. Un conto è la risposta all’emergenza, altra cosa è il dopo.

(Federico Ferraù)

www.il sussidiario.net

"Cultura, arte, spettacolo. C’è un’Italia che cresce", di Flavia Amabile

Presentati ieri a Roma i dati sui consumi culturali nazionali nel 2011 il bilancio è positivo: rinunciamo a tutto, ma non a mostre e teatro. Con i tempi che corrono, trovare un pezzo di economia in crescita non è facile. Eppure ne esistono, e ne esiste uno in particolare: la cultura. Considerata per anni un pozzo senza fondo di spese, maltrattata ai tempi di Giulio Tremonti, ministro dai superpoteri sui conti pubblici, che sosteneva che con la cultura non si mangia, ora i dati del rapporto annuale di Federculture sostengono proprio il contrario.
Sono in aumento i visitatori alle mostre (+14%) e nei musei (+7,5%). Successo costante per eventi e Festival (+10% il Festivaletteratura di Mantova. Gli italiani hanno le tasche vuote, hanno tagliato le spese in vestiti ma non quelle sulla cultura. La spesa delle famiglie nel 2011 ha sfiorato i 71 miliardi di euro con un +2,6% rispetto al 2010.
Tutto andrebbe a meraviglia se oltre agli italiani, che come consumatori e come sponsor non hanno mai smesso di crederci, anche i governi si impegnassero con politiche di sviluppo. Di fronte all’indifferenza e alla noncuranza pubblica gli sponsor stanno scappando: sono calati dell’8,3% rispetto al 2010, in caduta libera (-38,3%) se si guarda al 2008.
Come sottolinea Federculture, diminuiscono le sponsorizzazioni, perchè le imprese hanno meno soldi ma anche per «lo scenario di incertezza per il calo dell’intervento pubblico che scoraggia l’intervento dei privati». Secondo l’associazione, quindi, è necessaria «una politica pubblica» per la cultura ed invece negli ultimi dieci anni il bilancio del ministero della cultura è diminuito del 36,4%, arrivando nel 2012 a 1.425 milioni di euro contro i 2.120 del 2001. Per il settore lo Stato investe solo lo 0,19% del suo bilancio.
Da questo punto di vista, c’è da invidiare i bei tempi del Dopoguerra: nel 1955, quando ancora non si immaginava il boom che sarebbe arrivato di lì a poco, l’Italia investiva in cultura lo 0,8% della sua spesa totale, il quadruplo di oggi. E non è solo una miopia ministeriale, anche i comuni hanno tagliato: gli investimenti per la cultura scendono al 2,6%.
Contraddizioni e amarezze anche per quel che riguarda l’export italiano di beni creativi che aumenta dell’11,3%. L’Italia per il design è il primo paese esportatore, tra le economie del G8. Anche in questo caso però, fa notare Roberto Grossi, presidente di Federculture, manca all’appello la politica: «Il settore delle industrie culturali e creative, oggi stimato valere il 4,5% del Pil europeo e il 3,8% degli occupati totali, sarà nei prossimi anni in grande espansione. Ma mentre gli altri Paesi, nostri concorrenti, hanno già fatto delle scelte, noi non abbiamo ancora cominciato a discutere».
In Italia esiste anche un’emergenza educativa: «Nell’ultimo anno sono crollate le immatricolazioni negli atenei» e nessun istituto del nostro Paese rientra nella classifica internazionale delle migliori Università (Bologna, che è la prima, si ferma alla posizione numero 183).
Il nostro Paese «è a un bivio», avverte Grossi che chiede «non soldi che sappiamo non ci sono, ma politiche coraggiose».
«Il coraggio? – risponde il ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi – È una grande virtù, di questi tempi necessaria, ma che va misurata poi con la realtà. E questo vuol dire cercare le risorse quando non ci sono, adoperare bene quelle che ci sono ed essere convinti che la cultura richiede anche quella antica virtù che è il realismo».
Unica promessa che si riesce a strappargli: la defiscalizzazione degli investimenti in cultura.

La Stampa 13.06.12

Annullata Festa Pd di Carpi: spazi e volontari impegnati per il sisma

Annullata Festa Pd di Carpi: spazi e volontari impegnati per il sismaLe strutture accolgono gli sfollati, i volontari sono impegnati sul fronte dell’emergenza. Non si terrà la Festa del Pd di Carpi che avrebbe dovuto svolgersi dal 29 giugno al 23 luglio. La decisione è stata presa dal Pd, in accordo con le associazioni che collaborano all’organizzazione della manifestazione, perché gli spazi e le strutture sono ora adibiti all’accoglienza degli sfollati e i volontari sono impegnati in compiti di Protezione civile. “Il nostro primo pensiero – commenta il segretario Pd di Carpi Davide Dalle Ave – va ai famigliari delle vittime e alle migliaia di sfollati”. Tra le tante conseguenze delle scosse del 20 e del 29 maggio c’è anche questa: la tradizionale Festa del Partito democratico nella zona piscine di Carpi, quest’anno, non potrà tenersi. Il Pd dell’Unione Terre d’argine, dopo essersi confrontato con le associazioni che, negli anni, hanno contribuito ad organizzare la manifestazione, è arrivato alla conclusione che non era possibile garantire lo svolgimento della Festa così come negli anni migliaia di cittadini hanno conosciuto. La Festa avrebbe dovuto tenersi dal 29 giugno al 23 luglio. “Gli spazi e le strutture destinate alla Festa sono per il momento adibiti all’accoglienza degli sfollati – spiega il segretario Pd di Carpi Davide Dalle Ave – e le forze del nostro volontariato sono impegnate nel combattere l’emergenza in compiti di Protezione civile”. E’ evidente, quindi, che a queste condizioni non è possibile pensare di organizzare un evento che richiede energie e uomini non solo per il periodo di svolgimento della manifestazione, ma anche, nelle settimane precedenti, per l’allestimento, e nel prosieguo, per tutte le fasi dello smontaggio. “Il nostro primo pensiero – conclude Dalle Ave – va alle famiglie delle vittime, alle migliaia di sfollati e a tutti i nostri sostenitori. Il Pd, con tutte le proprie strutture e i propri uomini, non solo nel carpigiano, è impegnato nel sostegno alle popolazioni colpite dal sisma. E non si tratta solo un di un impegno contingente, legato alla fase dell’emergenza, che pure sta catalizzando tutti nostri sforzi. Noi ci siamo e ci saremo anche nella fase più delicata, quella della ricostruzione, che deve vederci tutti insieme al lavoro a sostegno delle nostre comunità. Una volta finita l’emergenza, con tutti i condizionali che oggi sono opportuni, potremo pensare se e in quale forma sarà possibile recuperare una Festa che è, comunque, patrimonio di questa stessa comunità”.

"Frau Merkel rigida sui salvataggi", di Paolo Soldini

Con il caldo di un’estate precoce, rischiano di sciogliersi le speranze di Angela Merkel di portare a casa la ratifica del Fiskalpakt prima delle vacanze. Le ultime date utili sarebbero il 25 giugno per il Bundestag e il 7 luglio per il Bundesrat, la Camera dei Länder. Ma lei stessa, secondo le indiscrezioni filtrate ieri da una riunione della Cdu, avrebbe ammesso di non aspettarsi un accordo con la Spd e i Verdi – i cui voti sono necessari per l’approvazione – dalla riunione fissata per stasera alla cancelleria. Ed è un bel problema, perché senza ratifica tedesca del patto è molto difficile che a luglio possa entrare in funzione, come previsto, l’Ems, il nuovo fondo salva-Stati ricco di 500 miliardi di euro, senza il quale cadrebbe ogni prospettiva di interventi d’emergenza a cominciare dalla Spagna per proseguire (facendo gli scongiuri) con l’Italia.
La cancelliera continua a confidare che l’intesa arriverà in extremis e ieri anche l’ex vice cancelliere ed ex ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier (Spd) si è detto fiducioso che a un accordo si arrivi in tempo, «ma non in questa settimana». Il governo deve trattare con i Länder, che chiedono, in cambio del loro assenso, compensazioni per i limiti che il Fiskalpakt imporrà ai loro bilanci. E al Bunderat, dopo le ultime elezioni, Spd e Verdi sono maggioranza.
Il fuorionda
Insomma, si viaggia sul filo del rasoio. E le cose non sono rese più semplici da una specie di “fuori onda” di cui l’altro giorno è stato protagonista il più stretto collaboratore di Angela Merkel, il capo della cancelleria Ronald Pofalla. Questi avrebbe detto, in un circolo ristretto, che l’accordo raggiunto giorni fa con l’opposizione sull’impegno del governo federale a sostenere la tassa europea sulle transazioni finanziarie anche se Londra e Stoccolma restano contrarie, sarebbe solo una finta: «Tanto sappiamo che non ce la faranno mai passare». Una voce dal sen fuggita che probabilmente conforta i liberali, contrari alla tassa, ma che ha mandato su tutte le furie i socialdemocratici. Per rabbonirli, ieri, la cancelliera è stata prodiga di assicurazioni sulla sua intenzione di promuovere l’imposta tra i partner. Proprio questo sarebbe uno dei principali argomenti che lei stessa metterebbe sul tavolo dell’incontro a quattro (Monti, Merkel, Hollande, Rajoy) che si terrà a Roma il 22 giugno in vista del Consiglio europeo del 28 e 29.
Al di là del “caso Pofalla”, comunque, le posizioni sono più lontane di quanto l’ottimismo di Frau Merkel e di Steinmeier tenda a far credere. La maggioranza della Spd, contro il parere della sinistra interna, è disposta ad ingoiare il rospo del Fiskalpakt perché teme che a questo punto una sua bocciatura rischi di bloccare tutto il meccanismo degli aiuti agli Stati in difficoltà. Ma chiede, oltre alla tassa sulle transazioni, garanzie certe del superamento della strategia fondata solo sull’austerity imposta fin qui dal centrodestra di Berlino. In particolare, un piano speciale per l’occupazione e investimenti sorretti dalla Bei. Sullo sfondo restano gli eurobond, che per la cancelliera sono uno strumento del diavolo da non evocare nemmeno, come ha ribadito parlando ai suoi della Cdu.
Nonostante la ristrettezza dei tempi per il Fiscal compact, lo straordinario affollamento nei prossimi giorni di appuntamenti dedicati alla crisi (G20 in Messico, conferenza sull’ambiente di Rio, quadrangolare di Roma, Consiglio europeo), le pressioni ormai pesantissime di Barack Obama e le insistenze dei partner, la linea di Berlino resta ferma sulla disciplina di bilancio senza tentennamenti e senza deroghe. La cancelliera e il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, contro ogni evidenza, continuano a sostenere che non ci sono altre strade per favorire lo sviluppo. Gli stessi dati dell’economia tedesca, con i primi segnali di rallentamento della crescita, contraddicono ormai questa tesi, ma Angela Merkel ancora ieri affermava che sarebbe «disastroso» bloccare adesso «le riforme strutturali». Leggi: i rigidi limiti posti ai bilanci e codificati dal Fiscal compact. Intanto, dopo l’accordo sulle banche, torna in qualche modo in discussione anche la strategia verso Madrid. Non si capisce bene quale sia la contropartita chiesta veramente al governo di Rajoy per i 100 miliardi deliberati dall’Eurogruppo. S’era parlato solo della ristrutturazione del sistema bancario, ma cominciano ad essere evocate «condizioni» che prevedrebbero controlli sull’intera politica economica. Non una trojka alla greca, ma qualcosa di non troppo dissimile. La Germania vuole garanzie perché è il maggiore contributore dei fondi salva-Stati e, come ha detto un po’ minacciosamente la cancelliera, «noi non possiamo continuare a rispondere ai problemi solo con il nostro indebitamento».

L’Unità 13.06.12

"Esodati, Fornero sapeva da sei mesi. La ministra ha fatto finta di nulla", di Massimo Franchi

Il rapporto dell’Inps fu chiesto dalla stessa ministra e venne consegnato lo scorso gennaio. I dati utilizzati per preparare il decreto sui 65mila. La relazione dell’Inps contestata da Elsa Fornero è stata chiesta dalla stessa ministra all’Ente pensionistico sei mesi fa. Il documento che Fornero accusa di provocare «disagio sociale» è stato sulla sua scrivania fin da gennaio. E non è rimasto in un cassetto. Ma valutato e soppesato, usato come strumento utilissimo per dar vita al decreto interministeriale che dei 390mila esodati calcolati dall’Inps ne ha «salvaguardati» solo 65mila.
Una relazione dunque la cui responsabilità ricade completamente sulla ministra. Ed ecco la colpa politica di Elsa Fornero. Per sei mesi ha scientemente sottovalutato il caso “esodati” sottostimando il numero della platea dei “dannati” che, grazie alla sua riforma, si sono trovati senza lavoro e senza pensione per anni.
La relazione è stata chiesta da Fornero nei giorni in cui, con il decreto Milleproroghe, il Parlamento stava cercando di allargare, almeno in parte, le maglie della riforma delle pensioni. Fornero, sotto la pressione della Ragioneria dello Stato, del ministero dell’Economia e della presidenza del Consiglio, ha chiesto all’Inps di stimare il numero dei potenziali “esodati”. Così il coordinamento statistico dell’Inps ha iniziato a lavorare, spulciando i suoi database e quelli degli altri enti pensionistici esistenti. Il perimetro che quella relazione ha costruito, calcolando tutti coloro che con la riforma rischiavano di rimanere senza coperture, ha misurato 390.200 persone. A quel punto la cronaca parlamentare ci ricorda come l’atteggiamento del governo sia stato molto evasivo, dando parere contrario perfino alla richiesta di allargare almeno agli accordi sindacali sottoscritti dopo il 4 dicembre (data della entrata in vigore del decreto SalvaItalia e quindi della riforma) lasciando fuori pertanto anche gli “esodati” Fiat di Termini Imerese.
Su quella relazione Elsa Fornero ha subito chiesto al direttore generale Mauro Nori (che la firmava in quanto responsabile tecnico), al presidente Antonio Mastrapasqua e a tutti i loro collaboratori di non divulgare alcun dato sulla delicata questione esodati.
Il “vincolo” del silenzio è stato rispettato per mesi. L’Inps, davanti all’insistenza dei giornalisti, ha sempre preso tempo, sostenendo che i calcoli erano «difficili», «complessi». L’unica dichiarazione che può essere criticata è quella fatta da Nori in audizione parlamentare ad aprile, quando però parlo di 130mila e non di 390mila. Nel frattempo proprio il Coordinamento statistico dell’Inps lavorava a stretto contatto con i tecnici del ministero di via Veneto. E con Elsa Fornero e il suo staff. Un lavoro lungo e complesso per valutare gli effetti dei “paletti” che il decreto doveva inevitabilmente alzare. E proprio utilizzando quella relazione sono stati costruiti requisiti ad hoc per eliminare dai «salvaguardati» decine di migliaia di esodati già per il 2012, per esempio fra chi si paga i contributi da solo con il via libera dell’Inps (le cosiddette prosecuzioni volontarie) e chi ha perso il lavoro (i “cessati”).
Di più. La relazione non è stata resa pubblica, come accusa sempre la ministra, dall’Inps. Molto verosimilmente viene invece dallo stesso ministero di via Veneto. A renderla pubblica, a passarla all’Ansa che l’ha pubblicato, sarebbe stato uno dei tanti dirigenti del ministero del Lavoro messi da parte dalla professoressa Elsa Fornero. Che essendo un tecnico ha praticamente reso disoccupate centinaia di persone con altissime competenze, avendone come reazione una legittima acrimonia.
La riunione di lunedì sera al ministero è stata molto tesa. Elsa Fornero ha attaccato direttamente Mastrapasqua e Nori cercando (senza successo) di metterli uno contro l’altro. La richiesta di dimissioni non c’è stata. Anche perché non ne esistevano i presupposti, visto che i due non sono di sola nomina ministeriale e un eventuale commissariamento dell’ente dovrebbe essere deciso direttamente da Mario Monti. La diarchia al vertice dell’Inps va dunque avanti. Nonostante le forti frizioni, Mastrapasqua (uomo di Gianni Letta, nominato nel 2008 da Berlusconi ma con amicizie bipartisan) e Nori (uomo vicino alla Cisl) hanno fatto fronte comune, sapendo che la caduta dell’uno produrrebbe la caduta dell’altro. In più Mastrapasqua ha terminato la “luna di miele” con la ministra Fornero: seguendo i dettami del Pdl (leggasi le parole di Brunetta) ha da settimane iniziato ad attaccare senza sosta la titolare del Lavoro.
Ieri, però, molto stranamente, dopo mesi di silenzio è tornata d’attualità la nuova governance degli enti pensionistici. Una coincidenza ha voluto che i sindacati presentassero la loro proposta in Parlamento. Fornero ora potrebbe prendere la palla al balzo per accelerare i tempi e disfarsi di Nori e Mastrapasqua. Ma oramai è senza sponde politiche. E l’impresa sembra quasi impossibile.

l’Unità 13.06.12

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“Il rovesciamento della realtà”, di Massimo Riva

STAVOLTA non si tratta di uno dei tanti balletti di cifre sui conti pubblici cui gli italiani hanno fatto ormai il callo da molti anni. Al centro del problema ci sono quasi 400mila cittadini che si trovano a non avere più un lavoro e a non ricevere il relativo salario, ma senza aver ancora maturato il diritto alla pensione. Siamo di fronte a un dramma sociale di enormi proporzioni. SOPRATTUTTO se si tiene presente che, nella maggior parte dei casi, pone gravi problemi di normale sopravvivenza a una larghissima platea di famiglie con figli a carico, mutui da rimborsare, spesa quotidiana da fare. Il primo aspetto scandaloso di questa vicenda nasce dalla insistita sottovalutazione della dimensione del problema. Eppure, siamo franchi, non ci voleva Pico della Mirandola per capire che, allungando l’età di pensionamento, la riforma previdenziale avrebbe avuto effetti perversi su quel gran numero di lavoratori che, in base alla vecchia normativa, aveva accettato di lasciare il proprio posto per favorire i processi di ristrutturazione di tante aziende in difficoltà. Fatto sta che né il governo nel predisporre la sua riforma né il parlamento nel discuterla e approvarla hanno ritenuto la questione meritevole di un congruo approfondimento e quindi anche di una tempestiva soluzione. Un po’ tutti, perfino in qualche misura anche i sindacati, si sono fidati delle assicurazioni del ministro competente, Elsa Fornero, secondo la quale il nodo sarebbe stato sciolto presto e bene. Tanto presto e bene che, a mesi di distanza, la questione oggi riesplode facendo venire alla luce l’inaffidabilità degli impegni ministeriali. Con una caparbietà — che non testimonia certo acutezza di visione politica e tanto meno economica — la signora Fornero ha continuato nella sua sistematica strategia di sottostima del problema, acconciandosi alla fine con fatica a proporre un intervento di sostegno limitato a circa 65mila soggetti. E ciò nonostante che dai sindacati, dai partiti, oltre che da esperti della materia, venissero valutazioni ben più cospicue sul numero dei malcapitati rimasti prigionieri della riforma previdenziale. Un atteggiamento ingiustificabile da parte di chi ha responsabilità di governo, tanto più se in materia sociale, che ora ha raggiunto il colmo con gli attacchi della stessa Fornero all’Inps, reo di aver alzato il velo sulla realtà sgradita alla signora ministro calcolando in quasi 400mila gli italiani vittime della tenaglia del niente salario e niente pensione. Sorvoliamo pure sul fatto che la titolare del ministero del Lavoro ha bollato come «deplorevole» la diffusione di questi dati mettendo in luce una concezione, diciamo così, elitaria del diritto alla conoscenza degli affari pubblici in una normale democrazia. Il punto ancora più critico è che la signora Fornero ha accusato i vertici dell’Inps di «creare disagio sociale» rammaricandosi di non poterli licenziare speditamente come sarebbe possibile in un’azienda privata. Par di capire, insomma, che il ministro sospetti i capi dell’Inps di aver tramato contro di lei. Se così è, si può rassicurarla: nessuno sta tramando contro Elsa Fornero più e meglio di quanto stia facendo lei stessa in prima persona. Qualcuno, infatti, dovrebbe chiarirle che l’Inps sarà pure un ente sottoposto alla sua vigilanza, ma esso è soprattutto un istituto al servizio degli italiani prima e più di chi occasionalmente esercita il ruolo ministeriale. E anche l’accusa di fomentare il disagio sociale appare solo come un infelice tentativo di rovesciamento della realtà. Non sono i numeri dell’Inps, per quanto pesanti, ad alimentare le paure degli italiani. Di autentica disperazione ce n’è una sola: quella degli sventurati che sono rimasti senza lavoro e senza pensione nelle mani di un ministro che non vuole neppure riconoscerne l’esistenza. Quello recitato da Elsa Fornero sembra, a questo punto, un copione da farsa. Prima che volga in tragedia (le premesse sociali ci sono già tutte) è urgente che Palazzo Chigi si riappropri della questione esautorando — non importa se di fatto o di diritto — un ministro così recalcitrante dinanzi alla realtà. Con quel che già succede sui mercati internazionali, non c’è proprio bisogno di ulteriori tensioni domestiche.

La Repubblica 13.06.12