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Carceri Modena, parlamentari Pd “Nominare il magistrato di sorveglianza” – comunicato stampa 22.08.14

Alla ripresa dell’attività di Camera e Senato, i parlamentari modenesi Pd Manuela Ghizzoni, Maria Cecilia Guerra e Stefano Vaccari annunciano la presentazione di una interrogazione al ministro Orlando sulla carenza di organico presso l’Ufficio di sorveglianza di Modena. Insieme alla responsabile regionale Giustizia del Pd Giovanna Zanolini avevano già raccolto segnalazioni sul tema nel corso del sopralluogo nel carcere di Sant’Anna tenutosi a inizio luglio, ora la questione si è fatta ancora più pesante: si vanno accumulando non solo le richieste di permesso o licenza dei detenuti, ma vengono cancellati anche appuntamenti essenziali nel percorso di recupero per i detenuti tossicodipendenti.

Il tema era già stato affrontato anche nel corso del sopralluogo che avevano effettuato nel carcere di Sant’Anna ai primi di luglio, ma oggi i parlamentari Pd Manuela Ghizzoni, Maria Cecilia Guerra, Stefano Vaccari e la responsabile regionale Giustizia del Pd Giovanna Zanolini raccolgono e rilanciano l’appello della Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale Desi Bruno: sono quasi due mesi, infatti, che l’ufficio modenese è senza il magistrato di sorveglianza. “Lo sostituisce temporaneamente il magistrato dell’Ufficio di sorveglianza di Reggio Emilia – spiegano Ghizzoni, Guerra, Vaccari e Zanolini – Il quale, però, vista la mole di lavoro di cui deve occuparsi, riesce a intervenire solo nelle questioni urgenti. E’, infatti, competente per territorio anche per gli istituti penitenziari di Parma e dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. Il risultato è le richieste di permesso o licenza presentate dai detenuti modenesi giacciono in attesa”. L’avvocato Desi Bruno, dopo essere stata contattata da detenuti, famigliari e legali, ha inviato una lettera agli eletti dell’Emilia-Romagna perché si facessero carico di un problema che diventa sempre più urgente risolvere. “La carenza di organico presso l’Ufficio di sorveglianza di Modena sta tenendo bloccate non solo le istanze di permesso o licenza, ma anche gli appuntamenti con i Sert territoriali propedeutici all’ingresso in comunità terapeutica dei tossicodipendenti – confermano Ghizzoni, Guerra, Vaccari e Zanolini – Se da una parte la situazione del carcere modenese, quindi, è molto migliorata dopo l’apertura del nuovo padiglione, la mancanza del magistrato di sorveglianza sta avendo ripercussioni molto pesanti nella routine quotidiana e nell’attività interna dell’Istituto. E’ per questo che, alla ripresa dell’attività parlamentare, presenteremo un’interrogazione al ministro Orlando per capire esattamente com’è la situazione e cosa ostacola il ripristino dell’organico necessario a far funzionare l’ufficio. Ne parleremo con lui direttamente, inoltre, quando il 31 agosto sarà alla Festa provinciale de l’’Unità”.

"Europa creativa 2014-2020. In palio 38 milioni per imprese, enti e atenei che si alleano per scambi e mostre Incentivi alle reti per la cultura", di Maria Adele Cerizza – Il Sole 24 Ore 22.08.14

Cultura a tutto campo: scambi, mostre e festival. Ma anche formazione, mobilità e gestione aziendale. E molto altro ancora. È aperto l’invito a presentare progetti di cooperazione europea, finanziati nell’ambito del Programma Europa Creativa 2014-2020. Rivolto alle Pmi del settore culturale, il bando ha una dotazione finanziaria di 38 milioni. Le imprese, ma anche gli enti pubblici, le associazioni e le istituzioni culturali, le fondazioni e le case editrici, università e centri di ricerca, network culturali europei ed osservatori culturali internazionali, avranno tempo fino al 1° ottobre per presentare domanda di accesso ai finanziamenti. A patto che facciano “rete” con un’alleanza tra Paesi diversi per far circolare la cultura.
Le priorità in termini di rafforzamento della capacità dei settori culturali e creativi di operare a livello transnazionale sono le seguenti:
– supportare azioni che forniscano agli operatori culturali e creativi competenze, capacità e know-how adeguati a contribuire al rafforzamento dei settori culturali e creativi, anche promuovendo l’adattamento alle tecnologie digitali, collaudando approcci innovativi per lo sviluppo del pubblico e sperimentando nuovi modelli imprenditoriali e gestionali;
– sostenere azioni che consentano agli operatori culturali e creativi di collaborare a livello internazionale e di internazionalizzare le loro carriere e attività, nell’Unione europea e non solo, ove possibile mediante strategie di lungo termine;
fornire sostegno per rafforzare le organizzazioni culturali e creative in Europa e la collaborazione in rete a livello internazionale, al fine di facilitare l’accesso alle opportunità professionali.
Le priorità ai fini della promozione della circolazione e della mobilità transnazionali sono le seguenti:
– sostenere attività culturali di respiro internazionale quali mostre, scambi e festival;
supportare la circolazione della letteratura europea onde garantire la più ampia accessibilità possibile;
sostenere lo sviluppo del pubblico come strumento per stimolare interesse nei confronti delle opere culturali e creative europee, oltre che verso il patrimonio culturale tangibile e intangibile, nonché per migliorare l’accesso a tale patrimonio. Scopo degli interventi di sviluppo del pubblico è aiutare gli artisti/operatori culturali europei e le loro opere a raggiungere un pubblico il più possibile ampio in Europa ed estendere l’accesso alle opere culturali da parte dei gruppi sottorappresentati. Tali interventi si prefiggono inoltre l’obiettivo di aiutare le organizzazioni culturali ad adeguarsi alla necessità di rapportarsi con il pubblico in maniera nuova e innovativa, sia per mantenere il pubblico esistente che per acquisire nuovo pubblico, ma anche per diversificarlo, raggiungendo i soggetti che non rientrano nel target tradizionale delle iniziative culturali (ad esempio bambini e anziani), e per migliorare l’esperienza del pubblico di oggi e di quello futuro, intensificando il rapporto instaurato.
A seconda della portata, dei bisogni, della natura, degli obiettivi e delle priorità del progetto, i candidati dovranno decidere se presentare una proposta per:
– “Progetti di cooperazione su piccola scala”: questa categoria di progetti prevede la presenza di un responsabile del progetto e di almeno altri due partner stabiliti in almeno tre diversi Paesi che partecipano al programma “Europa creativa”–sottoprogramma Cultura. La candidatura deve richiedere al massimo 200mila euro, pari a non più del 60% del bilancio ammissibile.
“Progetti di cooperazione su ampia scala”: questa categoria di progetti prevede la presenza di un responsabile del progetto e di almeno altri cinque partner stabiliti in almeno sei diversi Paesi che partecipano al programma “Europa creativa”–sottoprogramma Cultura ed è soggetta a una candidatura che richieda al massimo 2 milioni di euro pari a non più del 50% del bilancio ammissibile.
Le condizioni dettagliate per la candidatura figurano nelle guide specifiche di ciascun progetto, disponibili sul sito https://eacea.ec.europa.eu.
Informazioni possono essere richieste presso il Cultural Contact Point Italy ( Ccp Italy) http://www.ccpitaly.beniculturali.it/

"Catia la secchiona, cervello delle aste on line", di Laura Alari – Il Resto del Carlino 21.08.14

Un premio di 40mila dollari, da spendere mica in shopping o in vacanze esotiche ma per utilizzare risorse di calcolo. Lo ha messo in palio la Microsoft e se qualcuno pensa che a vincerlo sia stato il classico scienziato pazzo, con gli occhialini sul naso e i capelli bianchi arruffati, sbaglia di grosso. Il merito è di Catia Trubiani, una ragazza di Teramo poco più che trentenne, bella e solare, un genio dell’informatica che ha concluso gli studi a tempo di record ma senza mai sacrificare se stessa.
Esempio perfetto di come una donna possa portare avanti con successo progetti scientifici e di vita.
Cominciamo dal futuro, Catia: qual è il suo prossimo obiettivo?
«Un’utopia».
Si spieghi meglio.
«Mi piacerebbe tanto restare in questo Paese per contribuire a cambiarlo. Ma mi rendo conto che si tratta di un sogno irrealizzabile, appunto».
Quindi anche lei ha già le valigie pronte, come quasi tutti i giovani migliori?
«Vediamo, ci penserò fra un anno. Ma la tentazione forte di andarsene c’è, inutile negarlo».
Eppure finora è rimasta qua, pur facendo anche esperienze all’estero…
«Dopo la maturità allo scientifico di Teramo ho deciso di laurearmi in Informatica a L’Aquila perché qui l’Università è tagliata a misura di studente, un ambiente più raccolto rispetto ad altri, dove si può contare su un rapporto stretto con i professori. E quando hanno aperto il Gran Sasso Sciente Institute per rilanciare anche l’immagine culturale della città nel mondo, dopo il terremoto, ho preso al volo questa opportunità partecipando al concorso che mi ha permesso di conseguire il dottorato.
Poi però arrivi al punto in cui vorresti cominciare a raccogliere i frutti di tanto studio e allora ti viene davvero la voglia di andare all’estero, perchè da noi è tutto troppo complicato».
Il problema più grosso?
«La burocrazia, più che problema è un incubo. Negli altri Paesi sono dei privilegiati, sotto questo aspetto. Se decidi di fare qualcosa, bastano poche settimane e metti in piedi la tua attività. C’è bisogno anche di gratificazione, nel lavoro che si fa».
Ci parli di “Despace”, il progetto che ha conquistato Microsoft.
«È finalizzato a un sistema che garantisca prestazioni adeguate e insieme riservatezza e sicronizzazione dei dati nelle aste on-line».
Come le è venuta l’idea?
«Seguendo le aste più comuni, come eBay, ho pensato che si potevano allargare gli orizzonti contattando privati che magari hanno a disposizione beni di cui adesso non sappiamo. Questo progetto mi consentirà di condurre esperimenti che non potevo fare durante la fase di ricerca».
In che modo?
«Avrò a disposizione un supporto che raccoglierà i dati mentre la piattaforma Microsoft Azure servirà per la loro elaborazione e per pianificare le azioni a supporto di comunicazioni veloci e sicure durante le aste».
La passione per l’informatica nasce in famiglia?
«Non direi. Mio padre è insegnante, mia madre infermiera e mio fratello lavora in un altro campo. Nasce forse dal mio bisogno di concretezza».
Non sarà l’unica passione della sua vita, anche se ne occupa una grande parte…
«Mi piace tantissimo il nuoto, sono nel gruppo Master de “L’Aquila Nuoto” e appena ho un momento libero corro in piscina».
I suoi amici come la giudicano? Come un extraterrestre?
«Dipende, quelli della cerchia universitaria mi considerano una persona normale, come loro. Gli altri un po’ meno, forse».
E magari a scuola era anche una secchiona: o no?
«Ho completato gli studi a 31 anni, laurea con il massimo dei voti».
Dunque, conferma?
«Proprio secchiona no, con i libri mi sono data da fare ma il giusto».
Allora è davvero un genio!
«Mah, non tocca a me dirlo».

Scuola, on. Ghizzoni “Esaudite le richieste del territorio modenese”- comunicato stampa 21.08.14

La deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni, componente della Commissione Istruzione della Camera, commenta con soddisfazione l’annuncio dell’adeguamento degli organici per le scuole modenesi: “Con le ultime immissioni in ruolo di docenti e personale non docente, ora le dotazioni in organico sono del tutto adeguate alle esigenze del territorio – afferma l’on. Ghizzoni – Un’ottima notizia che farà affrontare con maggiore serenità il nuovo anno scolastico agli alunni e alle loro famiglie, ma anche a tutto il personale della scuola e agli amministratori locali”. Ecco la sua dichiarazione:

«Rassicurazioni ci erano state date, a fine luglio, dal sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi quando venne in visita alle scuole delle zone terremotate e fornì i numeri degli organici di fatto, ma ora è arrivata anche la conferma ufficiale con le immissioni in ruolo comunicate dall’Ufficio scolastico regionale e dall’Ufficio scolastico provinciale. Infatti, con le ultime assunzioni a tempo indeterminato di docenti e personale non docente, ora le dotazioni in organico sono del tutto adeguate alle esigenze del territorio. Un’ottima notizia che farà affrontare con maggiore serenità il nuovo anno scolastico agli alunni e alle loro famiglie, ma anche a tutto il personale della scuola e agli amministratori locali. In più centri della provincia, infatti, le famiglie, insieme ai dirigenti scolastici e agli amministratori, si erano mobilitate per far conoscere le esigenze di quelle scuole che rischiavano di non poter rispondere alle richieste e alle necessità degli studenti. Con l’attuale adeguamento di organico, lo ha confermato anche il dirigente scolastico provinciale modenese Silvia Menabue, verranno attivate nuove classi a tempo pieno nella scuola primaria, istituite nuove sezioni dell’infanzia e sdoppiate le classi troppo numerose nella secondaria di primo e secondo grado. Particolare attenzione, poi, è stata riservata alla copertura di posti di sostegno, quindi agli alunni in condizioni di handicap. Il nuovo anno scolastico a Modena, almeno sotto questo punto di vista, inizia sotto i migliori auspici».

"Quell'Italia scomparsa di Togliatti e De Gasperi", di Guido Crainz – la Repubblica 21.08.14

I ravvicinati anniversari della scomparsa, a dieci anni di distanza, di Alcide De Gasperi e di Palmiro Togliatti poco si prestano ad effimere polemiche agostane. Aiutano semmai a riflettere su di un’Italia abissalmente lontana: un’Italia che ha saputo rialzarsi dopo un disastro immane e costruire solida democrazia pur misurandosi con condizionamenti pesantissimi (interni e internazionali, politici e culturali). Aiutano a interrogarsi, anche, su di un nodo centrale: come si è passati dal sistema dei partiti del dopoguerra, cui si affidava con fiducia una società civile intrisa di sofferenze e di speranze, alla crisi verticale degli anni Ottanta e Novanta e al suo ulteriore degradare nei decenni successivi? Ove a questo si ponga mente è facile comprendere perché il dibattito sui primi anni del dopoguerra abbia progressivamente abbandonato le controversie sulle “occasioni perdute” e si sia trovato quasi insensibilmente a interrogarsi sulla straordinaria opera che fu allora compiuta. All’indomani del 2 giugno del 1946 Piero Calamandrei parlò della vittoria della Repubblica come di un “miracolo della ragione”: si è tentati di dare un valore ancor più estensivo a quel giudizio, comprendendovi anche le passioni e le tensioni.
Non era del tutto scontato, e certo non per tutti, che il partito togliattiano, segnato com’era dal leninismo-stalinismo, sarebbe diventato un solidissimo baluardo della Repubblica democratica. Non fu lineare il percorso che lo portò ad abbandonare la svalutazione della “democrazia formale” e ad identificare progressivamente la “democrazia sostanziale” con la Costituzione: lo ha sottolineato bene alcuni anni fa Pietro Scoppola, mettendo appunto a confronto i due leader. E aggiungendo subito che l’idea di democrazia era incerta allora anche nel mondo cattolico, segnato dall’esperienza del fascismo: e portato, in quell’area oltranzista che De Gasperi dovette combattere (fortemente presente oltre Tevere e nell’Azione Cattolica di Gedda), a pensare semmai ad uno stato autoritario, più simile al Portogallo salazariano che alle democrazie occidentali. Si aggiunga che poco si prestava ad una “pedagogia democratica” l’Italia che usciva dal fascismo e dalla guerra. «Il volto della patria aveva qualcosa di apocalittico», ha scritto lo stesso Togliatti evocando quel che vide giungendovi dall’Urss nel marzo del 1944: «I corpi e gli animi erano malati come per una febbre in cui si mescolavano la stanchezza, l’affanno per il presente e per il futuro, la ricerca ansiosa del necessario per vivere». E in un breve volger di tempo un partito di poche centinaia di militanti si trovò ad essere un’organizzazione di oltre due milioni di iscritti, che vi portavano tumultuosamente istanze radicali di rinnovamento. È stata evocata spesso, e con buone ragioni, la “doppiezza comunista” ma alla lunga distanza essa ci appare uno strumento volto non tanto a scardinare la democrazia quanto a coinvolgervi larghe masse. E altrettanto fondamentale ci appare sul versante opposto la capacità di quella Dc di rivolgersi alle «così dette masse grigie, pigre, le masse lente», per dirla con De Gasperi. Era fondamentale coinvolgerle nella costruzione della Repubblica: per contrapporle alle sinistre, certo, ma anche per sottrarle alla disastrosa influenza della destra qualunquista e monarchica, se non fascista. Rischio concretissimo fra il 1946 e il 1947 e poi di nuovo nei primi anni Cinquanta, in reazione alle misure riformatrici che quella Dc seppe pur fare ma anche con il concorso attivo di un “partito romano” ostile a De Gasperi e molto vicino a Pio XII.
Il quadro era reso ancor più aspro dal clima e dal vissuto della guerra fredda: agli uni e agli altri, in totale sincerità, la vittoria dell’avversario appariva una vera catastrofe, coincidente con la scomparsa del proprio mondo e dei propri valori. E foriera di drammatici rischi internazionali, come il calare della “Cortina di ferro” e poi la guerra di Corea vennero a confermare. Attorno alla Dc si saldarono ulteriormente in quel clima anche apparati e culture dello Stato, propensioni ed umori cresciuti e consolidati durante il fascismo: e la chiamata a raccolta contro la “quinta colonna” nemica operante nel Paese (proprio così fu detto) rese ancor più impalpabile il confine fra una “democrazia protetta” e una democrazia mutilata. Fortemente mutilata: lo confermano le misure di sorveglianza e discriminazione contro le sinistre (sino al mantenimento del Casellario Politico Centrale, ampliato a dismisura dal fascismo), il “congelamento” — cioè la mancata applicazione — della Costituzione, e fin la conservazione delle norme liberticide del Testo unico fascista di Pubblica sicurezza. Non meno profonde del resto erano le contraddizioni del Pci togliattiano: capace di unire lo stalinismo più aspro a quel ruolo di
“liberalismo d’emergenza” che Anna Maria Ortese pur gli riconosceva, nell’Italia clericale e reazionaria dei primi anni Cinquanta. Certo è che la discriminazione e l’annullamento dei dissidenti era solo la spia di qualcosa di più profondo, che atteneva alle modalità stesse dell’“essere comunista”: una militanza totalizzante come “scelta di vita”, la subordinazione dell’iscritto al partito, l’assunzione dell’“individualismo” come disvalore e così via.
In altri termini, non capiremmo né Togliatti né De Gasperi se non li collocassimo in un’Italia scomparsa da tempo, quasi “antropologicamente” diversa (ce lo ricordano le straordinarie immagini dei funerali di Togliatti scattate da Mario Carnicelli): un’Italia che hanno contribuito a cambiare in meglio. E vanno estese ad entrambi le parole che Giorgio Bocca scrisse sul leader comunista: non gli facciamo onore negandone le contraddizioni ma comprendendo davvero quanto le abbia vissute in profondità. Li divideva quasi tutto, ma la capacità di guardare al futuro era una cifra comune: e forse anche per questo possono essere ricordati insieme.

“La grande letteratura ha l’anima dell’Europa”, di Roberto Brunelli – La Repubblica 20.08.14

Qualcuno pensa che Cees Nooteboom abbia doti profetiche. Nel 1975, come ha raccontato lui stesso, ebbe il presentimento che le Torri Gemelle sarebbero crollate: «Mi parevano talmente fragili che mi sembrò naturale immaginare che un giorno si sarebbero afflosciate su se
stesse».
Oggi tutti tornano a chiedere allo scrittore olandese perennemente candidato al Nobel dove andrà a finire quest’Europa sospesa tra unione e disintegrazione, eternamente incerta della propria identità e forse incapace di trovare una propria voce. Non è un caso, perché l’ottantunenne Nooteboom il Vecchio Continente l’ha girato in lungo e largo, raccontandone l’anima profonda sin dal suo primo romanzo, Philip e gli altri . Anche come giornalista ha dimostrato fiuto per gli appuntamenti della storia: all’invasione sovietica di Budapest nel ‘56, al Maggio francese, a vedere il crollo del Muro di Berlino, lui c’era. Lui, che da bambino è sopravvissuto alle bombe di Hitler e che poi per amore si è arruolato come mozzo su una nave diretta in Sudamerica, ha fatto del viaggio, dell’incontro, il senso della sua esistenza e della sua scrittura.
L’Europa oggi si scopre piena di rabbia, pervasa dai populismi: cosa è successo?
«Un 30 per cento di europei non comprende più quanto di buono abbia fatto l’Europa. Credo che gli umori populisti siano una costante, ma dobbiamo vedere le cose in prospettiva. Nella gran parte d’Europa abbiamo avuto un periodo di pace lungo: settant’anni, a parte il conflitto dei Balcani e ora l’Ucraina. Un lasso di tempo in cui abbiamo avuto anche l’inizio dell’immigrazione di massa. Ma checché ne dicano i populisti, siamo sempre stati un luogo di trasmigrazione. Così come anche l’ideale dell’unione, quello dei padri fondatori dell’Ue, fa parte di noi da sempre e per sempre, è sub specie aeternitatis , come direbbe Spinoza».
Eppure il continente è diviso da spaccature multiple, tra Nord e Sud, ricchi e poveri, Est e Ovest…
«La cosa è cominciata un giorno a Yalta, quando tre gentiluomini hanno deciso di dividere l’Europa in due. Poi c’è la divisione economica. Il problema è che i grandi leader dopo la guerra avevano sì grandi ideali, ma non la sufficiente lucidità su quelle che sarebbero state le conseguenze economiche in assenza di una vera unione politica».
E una letteratura europea, quella esiste?
«L’Europa è soprattutto uno luogo dello spirito, uno spazio dell’anima. Lì dentro si muove la letteratura. Anzi, è lei che crea questo spazio. È una cosa che esisteva già quando Voltaire faceva stampare i suoi libri in Olanda. È anche un costante dialogo con il resto del mondo, molto peculiare. Prenda Borges, argentino, che non è pensabile senza la letteratura europea. Insomma, certo che esiste. Ma non la potrei rinchiudere in una singola definizione. Per esempio, Italo Calvino è un peculiare prodotto europeo, così come lo sono Pessoa, Saramago, Kundera. Anche gli scrittori africani immigrati in Francia sono letteratura europea. L’indiano-britannico Salman Rushdie lo è».
Spesso la candidano al Nobel. Le fa piacere?
«Curiosamente è una cosa che mi chiedono soprattutto nell’Europa del sud. Ma io ogni volta rispondo: è solo un premio, una sola volta l’anno».
Lei pensa che la crisi d’identità dell’Europa sia soprattutto una crisi della politica?
«Assolutamente. Alle persone comuni la politica oggi appare confusa e contraddittoria. Io mi considero un europeista “idealista”: ritengo che l’Europarlamento debba avere più poteri e che per esempio debba imporsi sulle trattative semisegrete fra Ue e Usa sul libero scambio. Gli americani arrivano con i loro esponenti delle lobby e avvocati, e noi che abbiamo? Solo funzionari. Dovremmo creare una sorta di cordone sanitario intorno al parlamento tedesco e a quello europeo, oltre il quale le lobby non devono avere accesso, perché qui si parlerà di prezzo fisso per i libri, di agricoltura, del ruolo di realtà immense come Google, Amazon e Facebook».
Ha vissuto a lungo a Berlino. Cos’è che a tanti suona così storto nell’egemonia tedesca?
«Quando cadde il Muro molti temevano la riunificazione tedesca, a cominciare da Günter Grass. Io penso invece che l’unità tedesca sia un fatto naturale. Detto questo, l’errore della Merkel è che sembra prediligere gli interessi nazionali. Idea miope. Prendete gli inglesi, che sono storicamente i più anti-europei. Si capisce bene che il loro retropensiero sia di avere una relazione speciale con gli Usa. Peccato che Washington a sua volta stia guardando al Pacifico invece che all’Europa. Proprio come fa Putin. Che punta alla Cina. Il che dimostra che noi europei siamo sempre più soli e che abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Da scrittore e poeta, dico: c’è bisogno sia del genio italiano che del pragmatismo tedesco».
Ma Le Pen che fa il pieno di voti operai, la sinistra riformista legata ai ceti più abbienti… dove sono oggi la destra e la sinistra?
«La crisi in atto è una crisi della globalizzazione, e ha molto a che vedere coi media. Oggi siamo bombardati da immagini che impauriscono le persone e che mettono sottosopra le appartenenze. La destra mette a fuoco problemi reali, sono le riposte ad essere sbagliate. Ma vediamo il lato opposto della questione: noi olandesi abbiamo avuto le colonie, subiamo l’influenza indonesiana, indostana, islamica. Arrivano centinaia di migliaia di persone… Io dico che finirà come negli Usa, realtà multiculturale per eccellenza, dove lo spagnolo oggi
è la seconda lingua».
Non sarà troppo ottimista?
«Siamo di fronte a qualcosa che non si può fermare e che possiamo chiamare “storia”. Né i vostri leghisti, che certo non sarebbero stati apprezzati alla Corte dei Medici, né gli inglesi dell’Ukip o la Le Pen potranno impedire l’immigrazione e l’unione: è il destino europeo, per fortuna».

"Più alternanza scuola-lavoro", di Eugenio Bruni – Il Sole 24 Ore 20.08.14

Valorizzazione degli insegnanti, autonomia degli istituti e competenze degli studenti. Sono i tre pilastri della strategia del governo in materia di scuola. Che verrà realizzata presumibilmente in due tempi: nel Consiglio dei ministri del 29 agosto, saranno presentate le «linee guida» annunciate ieri in un tweet dallo stesso premier; nelle settimane successive, arriveranno i provvedimenti veri e propri (probabilmente un decreto e un ddl), magari dopo una consultazione pubblica sulla falsariga di quella svolta per la Pa. Sin d’ora il menù degli interventi si annuncia ricco. Si va dal rafforzamento dell’alternanza tra i periodi in classe e in azienda all’addio alle supplenze brevi; dall’introduzione di un Erasmus alle superiori al varo del sistema nazionale di valutazione fino, forse, ai primi margini di flessibilità per i presidi nella scelta degli insegnanti.
Se il punto di partenza è chiaro e consiste nel lavoro svolto nei mesi scorsi dai due cantieri messi su dal ministro Stefania Giannini (su cui si veda il Sole 24 ore del 15 luglio), quello di arrivo ancora non lo è. A fissarlo sarà direttamente Matteo Renzi che – fa notare chi lo conosce bene – già da sindaco di Firenze amava occuparsi in prima persona di “scuola e dintorni”. In cima ai suoi pensieri c’è sicuramente il tema del reclutamento e della carriera degli insegnanti che s’intreccia con quello dell’autonomia delle scuole in almeno due punti.
Il primo link consiste nell’idea di dare via via più flessibilità ai dirigenti scolastici nella chiamata degli insegnanti e nella valutazione dei curricula. Ferme restando le regole nazionali per le abilitazioni (che verrebbero però riviste) e la formazione delle graduatorie si potrebbe dare più autonomia alle scuole nello scegliere i tecnici di laboratorio o nell’attingere alle classi di concorso più specialistiche. A questo collegamento se ne potrebbe aggiungere un secondo: l’eliminazione delle supplenze brevi. Anziché nominare un supplente, le assenze per pochi giorni dei titolari di cattedra potrebbero essere coperte grazie all’organico funzionale per le reti di scuola. Che è previsto sulla carta ma non è mai stato attuato e che, di fatto, consentirebbe di ampliare gli organici o utilizzare i docenti attualmente a zero ore con le risorse risparmiate per le chiamate di durata inferiore a una settimana. Senza dimenticare la richiesta di potenziare il sistema di valutazione. Da settembre si partirà con l’autovalutazione degli istituti a cui dovranno seguire le verifiche capillari dell’Invalsi. Che potrebbero servire a giudicare ed eventualmente premiare prima i dirigenti scolastici e poi i professori. A patto di reperire i circa 6 milioni l’anno che servono all’Istituto guidato da Anna Maria Ajello per operare a pieno regime.
Sempre in tema di risorse da reperire veniamo alle misure per il terzo pilastro citato all’inizio: le competenze degli alunni. Per rafforzarle bisogna infatti investire. Quanto? Dipende dalle singole misure. Ad esempio, per rendere obbligatoria l’alternanza scuola-lavoro e raddoppiare le ore trascorse in azienda, passando dalle 100 attuali a circa 200, servirebbero oltre 70 milioni. Ancora più salato (circa 200 milioni) il conto dell’auspicata introduzione di un credito d’imposta (lo “school bonus”), sulla falsariga dell’art bonus, e di meccanismi di incentivazione (lo “school guarantee”) per i privati che investono nella riqualificazione dell’istituto o in iniziative di orientamento (soprattutto al lavoro). Per non parlare dei 25 milioni che servirebbero al ministero dell’Istruzione per ripristinare la storia dell’arte nel biennio dei licei e degli istituti a indirizzo turistico e della cifra ancora da determinare per riportare nelle scuole primarie l’educazione musicale e introdurre in quelle dell’infanzia i percorsi di apprendimento precoce della lingua straniera.
L’idea di fondo è quella di arrivare a una scuola più aperta. Al mondo del lavoro innanzitutto ma più in generale al mondo che ci circonda. Da qui l’ipotesi, da un lato, di aprire le porte degli istituti per attività curriculari da svolgere nel pomeriggio, e dall’altro, di mutuare dall’università l’esperienza dell’Erasmus così da diffondere già alle superiori la pratica di svolgere un periodo di studio all’estero, che oggi avviene in rari casi.
Per una serie di misure che dovrebbero trovare posto nel pacchetto scuola ce n’è un’altra che potrebbe registrare una nuova frenata. Si tratta dell’ormai celebre querelle su quota 96 per i docenti bloccati al lavoro dalla riforma Monti-Fornero che il Parlamento puntava a risolvere già con il decreto Pa e che il governo potrebbe invece rinviare alla legge di stabilità. Specie se decidesse di riaprire il cantiere previdenziale.