Latest Posts

Cresci-Italia, Monti: «Prime misure a fine gennaio»

Prima conferenza stampa di fine anno da Presidente del Consiglio oggi per il neo Premier Mario Monti. Con grande attenzione anche, all’indomani del lungo consiglio dei ministri che ha discusso la «fase due» del governo, per le prossime misure destinate a rilanciare la crescita e lo sviluppo. Cita Berlusconi, poi servirono 5 manovre… Mario Monti non nega che la manovra ‘salva Italia’ abbia potuto anche produrre effetti recessivi, come ha denunciato l’ex premier Silvio Berlusconi, ma tiene a precisare che senza farla «il sistema sarebbe esploso» quindi ricorda come sono andate le cose nell’ultimo anno: «Il mio predecessore, Berlusconi, il 23 dicembre 2010 disse: ‘non servirà una manovra correttiva’, le cose poi sono andate diversamente – ha detto il presidente del Consiglio -, nel frattempo sono state necessarie cinque manovre e solo l’ultima porta la mia firma. Berlusconi disse anche ‘serve un bagno ottimismo, nella crisi il fattore psicologico è importantissimo’ perciò invitò i giornali a non dare solo notizie negative. Io sono sicuro che questo sforzo che facciamo di spiegare le cose in una prospettiva positiva – ha concluso Monti – giustifica un moderato ottimismo».

Ministri liberi di esprimere visioni politiche personali.

«Tengo i miei ministri impegnati nello svolgere le loro attività dei ministri, sono pur sempre cittadini, hanno la loro visione», sottolinea Monti. «Lederei i principi della Costituzione italiana se impedissi ai ministri di parlare a titolo personale e di esprimere le proprie opinioni», prosegue il presidente del Consiglio. «Se il loro intervento sul dibattito pubblico può pregiudicare la principalissima missione di questo governo farei presente le mie perplessità, ma non vedo nessun rischio. La libertà di dichiarazione è ampiamento usata da tutti, anche da parte del governo e dei suoi membri».

Scadenza mandato in mano forze politiche
«La scadenza di questo Governo è nelle mani delle forze politiche che ne sono padrone». Così il presidente del Consiglio, durante la conferenza stampa di fine anno.

Omaggia Crozza, premier-robot
«Questo è un governo fatto di persone: efficacemente rappresentate in tv come robot ma pur sempre persone». A sorpresa, durante la conferenza stampa di fine anno, il premier Mario Monti cita la parodia di Maurizio Crozza, che rappresenta il presidente del consiglio come un robot.

Piano nazionale delle riforme
«Quest’anno vorremmo fare del Piano nazionale delle riforme» che l’Italia deve presentare all’Europa insieme al Programma di stabilità, «il focus centrale, perchè le nostre riforme strutturali trovino lì il punto di riferimento e manifestazione e sinergia». Lo ha detto il presidente del consiglio Mario Monti, annunciando che forse il Piano verrà anticipato rispetto alla scadenza di aprile che viene indicata dall’Ue.

I ritmi del governo
«C’è un calendario molto fitto che riguarda le prime tre settimane di gennaio per alcune deliveries e poi un ritmo ‘andante con brio’ per quelle successive».

Dialogo con i partiti
Il governo proseguirà nella strada del dialogo con le forze politiche che lo sostengono. Lo ha assicurato il premier Mario Monti nella conferenza stampa di fine anno. «L’appoggio delle forze politiche mi sembra che ci sia e ci sarà finchè andiamo avanti. Siamo grati che ci mettano in grado di svolgere il compito che ci è stato affidato e continuerò a dialogare nelle modalità che vogliono con i rappresentanti e i leader delle forze politiche perchè è naturale e fisiologico e continuerò ad avere nel Parlamento il riferimento chiave».

Riforma mercato del lavoro entro Eurogruppo febbraio
«Visto che l’asse logico del nostro sforzo è quello europeo ci sarà una prima tranche di provvedimenti presi, che discuteremo con le forze politiche e sociali e professionali, in vista del 23 gennaio a Bruxelles». Ma «non si potrà fare tutto», chiarisce il premier, in particolare la riforma del mercato del lavoro. Ci sarà quindi, osserva Monti, un «secondo traguardo per l’eurogruppo di febbraio».

«Non penso al Quirinale»
«Non è un tema al quale penso minimamente». Così il premier, Mario Monti, ha risposto durante la conferenza stampa di fine anno a una domanda su una sua possibile candidatura al Quirinale. Di questo dossier, ha spiegato Monti, «ho avuto ancora meno tempo di occuparmi, del resto non saprei come impostare il dossier perchè non mi risulta esistano candidature al Quirinale».

Liberalizzazioni e riforma del lavoro
«Lavoreremo in parallelo sulle liberalizzazioni e sul mercato del lavoro: è un parallelismo che ci è consentito dal fatto che le nostre risorse umane non sono le medesime da dispiegare su un fronte e sull’altro». Monti ha inoltre spiegato che «Fornero si occuperà del mercato del lavoro e il sottosegretario Catricalà, assieme a diversi ministri e io stesso, che non ho dimenticato completamente la materia della concorrenza, saremo molto incalzanti sul tema delle liberalizzazioni e della concorrenza e questo spiega perchè non abbiamo fatto le pensioni e la riforma del lavoro contemporaneamente: pur essendo la Fornero una donna dinamica, dispone – scherza Monti – di 24 ore».

Il premier sul rialzo dello spread
«Per me quello sgradevole rialzo dello spread dopo il 5-6 dicembre è attribuibile alla delusione dei mercati per i risultati del Consiglio europeo, non per i mancati e limitati interventi della Banca centrale a sostegno dei titoli di stato italiani». Lo ha detto il presidente del consiglio Mario Monti, aggiungendo che la salita dello spread di quest’estate «era più allarmante» di quella «frastagliata» avvenuta in periodo recente.

Catasto, più equità e stop abusi
«Ho approfondito la questioione del catasto che è molto importante», e nella riforma che il governo sta portando avanti ci saranno «meccanismi per conoscere la realtà, è sempre auspicabile la conoscenza della realtà e la riforma del catasto, che richiederà qualche tempo, va in questa direzione e ciò vuol dire porre fine agli abusi anche se involontari e avere una maggior aderenza tra il fisco e la realtà», ha detto il premier nella conferenza stampa di fine anno. Monti garantisce che non ci sarà «un aggravamento dell’imposizione sulla casa ma una maggiore equità sull’imposizione», ricordando che «l’aliquota per la prima casa nel nuovo sistema Imu è dello 0,4% e il numero delle case esenti è di 6 milioni. Non credo che si possa dire che la tassazione è maggiore di quella che c’era prima».

Lavoro, riformare alcuni istituti a favore dei giovani
Nella riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali che il governo intende varare c’è la necessità che «alcuni istituti vengano riformati per favorire il lavoro non precario per i giovani». L’obiettivo finale è quello di «alcune tutele rafforzate» e «maggiore flessibilità».

Taglio contributi editoria, «difficile scegliere ma necessario»
«La cosa difficile è scegliere, ma è necessario farlo. I contributi veranno mantenuti, ma stiamo lavorando per avere dei criteri obiettivi, il più possibile persuasivi, per scegliere, selezionare ciò che da un punto di vista generale ci sembrerà più meritevole del contributo». Così il presidente del Consiglio, Mario Monti, risponde alla domanda di un giornalista, durante la conferenza stampa di fine anno, che gli faceva notare il taglio ai contributi statali all’editoria che rischia di far chiudere trenta testate giornalistiche il prossimo anno per insufficienza di risorse. Monti ha aggiunto che quella dei contributi «è un’operazione difficile, il Governo ci sta lavorando», sottolinenando che «ci saranno anche criteri di tipo quantititativo, per esempio l’impiego di capitale umano cioè di giornalisti, per esempio la diffusione».

Italia, grande sforzo di cambiamento
«Più diamo la sensazione di essere uniti e focalizzati sull’obiettivo» di risolvere la crisi «più questo aiuterà il resto del mondo e dell’Europa a capire che l’Italia sta facendo un grande sforzo di cambiamento e cerca di recuperare una serenità di vita e una speranza nel futuro su basi meno effimere di quelle che tante volte in passato hanno caratterizzato il surfing degli italiani verso un’apparenza di benessere con onde che però diventavano sempre più alte e che si sarebbero scaricate sulle generazioni future». «Siamo tutti impegnati nel modificare dei pregiudizi sbagliati che l’Europa e il mondo hanno nei confronti dell’Italia, noi sappiamo che sono sbagliati ma dobbiamo convincere anche loro», conclude il premier.

Riforme, spero che il Parlamento le faccia
«Spero che il Parlamento faccia le riforme, aituterebbero il Paese».

Auguri a Napolitano e ai politici
«Vorrei esprimere gli auguri per il nuovo anno all’Italia e per tutti al Presidente della Repubblica, che così eloquentemente e semplicemente interpreta il senso di unità nazionale ed è riuscito ad infonderlo a tutti noi cittadini italiani nel 150/mo dell’Unità d’Italia», ha detto il premier Mario Monti. E ai politici : «l’augurio di «lavorare bene il prossimo anno e soprattuto una cosa che solo loro possono fare», ossia «trovare una vie d’uscita per il paese» con «riforme istituzionali che darebbero respiro e sarebbero complementari al lavoro più modesto che cerchiamo di fare».

Negozioato con parti sociali
Sulla riforma del mercato del lavoro «ci sarà il negoziato con le parti sociali che richiedono più negoziato del sistema pensionistico ma tutto dovrà essere condotto con una certa rapidità».

Agli economisti: rovinoso non attuare impegni Ue
«Era assolutamente impensabile rimettere in discussione gli impegni sottoscritti con l’Europa» dal precedente governo. Nella conferenza stampa di fine anno, il premier Mario Monti si rivolge, senza rinunciare a qualche critica e a un po’ di ironia, ai «colleghi economisti»: «Sono grato dell’attenzione che stanno riservando con accenti diversi a questo governo e voglio rassicurarli che conosco anch’io un minimo di economia» e so «dei molti inconvenienti, in particolare delle critiche sul fatto che l’Italia ha assunto l’impegno di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 e si è assunta il vincolo di ridurre di 5 punti percentuali all’anno l’eccesso nel rapporto pil-debito, signori economisti e signore e signori in generale non è questo governo – sottolinea Monti – che ha sottoscritto questi impegni ma altri governi.

Conosco anch’io un minimo di economia…»
Non sto prendendo una posizione favorevole o critica ma dico solo che ci siamo trovati il 16 novembre incaricati di operare in Italia e Europa col tentativo di ristabilire dignità e autorevolezza e stabilità di un paese che aveva accettato quegli obiettivi e in particolare il pareggio di bilancio accettato nel corso dell’estate anche come particolare diligenza richiesta dall’ Europa in particolare all’Italia dopo le difficoltà dei mesi precedenti». Ebbene, conclude Monti, «è possibile che un nuovo governo possa rimettere in discussione gli impegni europei sottoscritti anche come contropartita morale nei confronti della Bce? Era assolutamente impensabile, quindi tengo molto a sottolineare che stiamo dando credibilità agli impegni già presi che non vogliamo nè possiamo discutere nel merito».

Pareggio di bilancio
«Si vede criticamente il fatto che l’Italia si sia assunto un impegno di conseguire il pareggio di bilancio nel 2013 e di ridurre di 5 punti percentuali all’anno l’eccesso nel rapporto Pil/debito. Signori economisti e signori e signore in generale non è questo Governo che ha sottoscritto questi impegni: altri Governi hanno sottoscritto questi impegni».

Fase crescita equa
«Non esiste consolidamento sostenibile dei conti pubblici se il Pil non cresce adeguatamente. La politica di crescita che proporremo al paese nelle prossime settimane non fa molto uso di denaro pubblico perché ce n’è poco ma fa molto uso equità come leva», ha sottolineato Monti.

«Ora al lavoro per pacchetto Cresci Italia»
Da oggi inizia la fase ‘Cresci Italia’: non ho obiezioni se decidete di chiamarla così»: così Monti ai giornalisti.

«Da oggi atti voluti»
«La manovra atto dovuto, da oggi atti voluti»

«Non serve altra manovra»
«In questa nuova fase, dopo la manovra, l’esigenza dei conti pubblici e dell’equità saranno altrettanto presenti». Lo garantisce, nella conferenza stampa di fine anno, il premier Mario Monti, che aggiunge: «nessuno pensi nè che occorra un’altra manovra nel senso classico della costrizione, nè, che siccome è stata fatta una manovra pesante e robusta, ora significhi larghezza finanziaria».

Al via il discorso di Monti
«Non mi sfugge la fondamentalissima importanza della stampa libera, indipendente e articolata per la nostra democrazia, per la democrazia del nostro Paese». Lo ha detto il presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, durante la conferenza stampa di fine anno.

Jacopino a Monti: in Inpgi neanche un centesimo da Stato
«Nel nostro istituto di previdenza non c’è neanche un centesimo dei fondi dello stato». Lo ricorda il presidente dell’ordine dei giornalisti Enzo Jacopino, al premier Mario Monti in conferenza stampa. Il tema era stato oggetto di dibattito dopo le parole del ministro Elsa Fornero, che aveva parlato dei giornalisti come di privilegiati vicini alla politica. «Non siamo privilegiati», dice oggi Jacopino al cospetto del premier.

L’Unità 29.12.11

"Boicottare la Lega", di Pietro Spataro

Ormai non sanno più che cosa inventarsi. Travolti dal sacro furore dell’opposizione dura e pura i leghisti si comportano come pugili suonati che menano fendenti a casaccio. È con questa irrefrenabile pulsione che ieri un’eurodeputata del Carroccio, talMara Bizzotto, ha ospitato, sicuramente con soddisfazione, sul suo profilo Facebook la proposta di boicottare il discorso di fine anno del presidente della Repubblica. Ovviamente lo ha fatto senza risparmio di offese: Napolitano viene infatti considerato un traditore della Patria che ha agito incostituzionalmente e verso il quale va manifestata profonda indignazione. La signora Bizzotto, esponente di spicco della Lega a Bassano del Grappa, si è distinta nella sua attività parlamentare per un altro boicottaggio: quello dei rifiuti di Napoli, mai nel Veneto. E si è impegnata alla spasimo per costituire una squadra ciclistica veneta e per garantire i servizi (case popolari o libri di testo) solo ai veneti. Insomma, una vera paladina della superiorità della «razza veneta». Non sappiamo se la proposta di spegnere la tv quando la sera del 31 apparirà Napolitano incontrerà il favore dei leader leghisti. Per ora tacciono e non si sa se per imbarazzo o per silente approvazione. Sul web invece i sostenitori della Bizzotto sono impazziti di gioia e c’era da giurarci.
Il problema è che ormai la Lega sta scivolando pericolosamente sempre più in basso. Le vergognose sceneggiate in Parlamento contro Monti, le grida contro il governo delle tasse, la riapertura del Parlamento del Nord e il rilancio della secessione costituiscono un percorso di guerra che si sa come è cominciato ma non si sa come finirà. In quel gorgo di istinti razzisti, antitaliani e anticostituzionali nel quale
ormai è finito il partito di Bossi tutto è possibile. Il pericolo è massimo. E l’allarme deve essere altrettanto alto. Anche perché, diciamo la verità, non è più sopportabile questa indecente rivolta da parte di chi per otto anni ha sostenuto Berlusconi senza esitazione, rendendosi corresponsabile di scelte che hanno ridotto l’Italia nelle condizioni in cui oggi si trova. A questo punto c’è un solo modo per evitare che gli insulti leghisti proseguano e ogni giorno ci costringano a ribellarci per ogni volgarità: boicottare la Lega.

L’Unità 29.12.11

"Investire sul lavoro: l’Europa torni a scoprire l’attualità di Keynes" di Laura Pennacchi

È stupefacente che l’Italia e l’Europa stiano precipitando in una gravissima recessione senza fare niente per arrestarla e, anzi, aggravandola con politiche restrittive draconiane, irrimediabilmente destinate a comprimere i consumi e gli investimenti. Questo è accaduto al vertice europeo dell’8-9 dicembre, sotto l’imperio del duo Merkel-Sarkozy.
In quella sede l’ortodossia mirata a un’austerità fiscale generalizzata è risultata addirittura rafforzata, spingendo l’Europa nel «vicolo cieco» di cui parla Giuliano Amato. E ciò mentre indicatori tutti al negativo la disoccupazione esplosiva, la decrescita del commercio internazionale, lo sgonfiamento del boom dei paesi emergenti compresa la Cina, la moltiplicazione delle misure protezionistiche inducono il Fondo Monetario Internazionale ad evocare il rischio che si ripeta qualcosa di molto simile alla Grande Depressione degli anni 30, con il suo corredo di congiunzione tra recessione e tragedie totalitarie.
In questa situazione non dovrebbe sfuggire a nessuno la rinnovata centralità della questione del lavoro, non come ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro (come vorrebbero i sostenitori dell’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), ma come riattivazione di «piena e buona occupazione» con un Piano straordinario di creazione di lavoro per giovani e donne. Puntare sulla «piena» occupazione, infatti, è oggi il solo modo per far ripartire la crescita, così come generare «buona» occupazione è il solo modo per avere non una crescita quale che sia ma un nuovo modello di sviluppo. Non a caso furono politiche occupazionali su larga scala e di taglio non tradizionale quelle con cui il New Deal di Roosevelt sconfisse la depressione degli anni 30.
Vi sono, dunque molte buone ragioni per compiere un salto culturale e riscoprire l’attualità di Keynes, il quale giunse a parlare di «socializzazione dell’investimento» e di «socializzazione dell’occupazione». Oggi, mentre la crisi globale scoppiata nel 2007-2008 sposta la sua carica distruttiva sull’Europa aggredendo direttamente il debito sovrano dei Paesi europei e mettendo in forse la stessa sopravvivenza dell’euro, si riproducono condizioni impressionantemente analoghe a quelle studiate da Keynes: la distruzione di valore patrimoniale netto e l’illiquidità feriscono tutti gli operatori, gli investimenti crollano e i profitti flettono, la riduzione del reddito e la disoccupazione di massa scaturiscono dalla trasmissione delle turbolenze finanziarie all’economia reale e dalla deflazione da debito.
Per evitare che le forze destabilizzanti prendano il sopravvento l’ipotesi keynesiana dell’intrinseca instabilità del capitalismo prevede, anziché solo nuove regolazioni e liberalizzazioni pur opportune, la necessità di uno stimolo fiscale pubblico di grandi dimensioni, del tipo di quello tentato da Obama negli Usa. Quell’intervento diretto dello Stato (che oggi dovrebbe configurarsi alla scala di una statualità europea) che, preteso anche e soprattutto dai neoliberisti quando si tratta di salvare le banche e gli operatori finanziari, per altre finalità si vorrebbe far «arretrare» con tagli di spesa e privatizzazioni. Keynes, invece, consiglierebbe piani di spesa pubblica diretta per il lavoro e per gli investimenti, finanziati in disavanzo con nuova moneta, distinguendo tra debito «buono» (quello, per l’appunto, per nuovi investimenti) e debito «cattivo» (quello per spesa pubblica corrente improduttiva) e tenendo congiunti il lato della domanda e quello dell’offerta, tanto più in una fase di squilibri nelle capacità produttiva tra eccessi in alcuni settori e deficit in altri. Per Keynes solo un regime di pieno impiego dei fattori della produzione giustifica il principio del pareggio di bilancio, che in ogni caso non può valere per gli investimenti pubblici, vero traino dello sviluppo economico in una fase in cui si tratta non solo di rilanciare la crescita ma di cambiarne la qualità e la natura.
La «socializzazione degli investimenti», destinata a riqualificare l’offerta e ad aumentarne la produttività, al tempo stesso sostiene la domanda contenendo l’inflazione e riducendo nel tempo il rapporto debito/pil. La «socializzazione dell’occupazione» fa sì che l’operatore pubblico si doti di un «piano del lavoro» per la miriade di obiettivi che attendono solo agenzie e strutture che se ne prendano cura: tecnologie verdi, energia, infrastrutture, trasporti, salute, educazione, servizi sociali.
Per tutto ciò a un ripensamento strategicamente innovativo delle problematiche del lavoro e dell’occupazione deve essere orientato un armamentario in grado di sottrarre il «riformismo» a un tardo blairismo e a un veteroliberismo e di interpretarlo alla luce delle altissime sfide del presente e del futuro: una Tobin tax che punti alla definanziarizzazione di economie eccessivamente finanziarizzate, la tassazione dei patrimoni, il ripristino di un controllo sui movimenti di capitale volto a rendere «intelligente» la globalizzazione sregolata e iniqua che abbiamo avuto fin qui, la mutualizzazione del debito europeo, la riaffermazione in Europa del ruolo degli organismi comunitari e la ripartenza dell’unificazione politica.

L’Unità 29.12.11

"Italia 2065 11 milioni di immigrati o cittadini? La storia insegna che il figlio di un migrante può amare la Patria più di un locale" di Gian Antonio Stella

«Siete vecchi! Vecchi! Vecchi!». Il tormentone di Oliviero Toscani è ripreso nei dati Istat: l’età media degli italiani, che è già a 43,5 anni, è destinata a salire quasi a 50. E andrebbe ancora più su senza gli immigrati. Che in mezzo secolo dovrebbero triplicare. C’è chi si sentirà gelare il sangue. Ma mai come in questo caso i numeri vanno presi con le pinze. E possono aiutare a capire. Gli anziani con oltre 65 anni che sono un quinto (20,3%) della popolazione, dovrebbero nel 2043, cioè fra poco più di tre decenni (il tempo che ci separa, per dire, dal festival di Sanremo segnato dal «Wojtilaccio» di Benigni) passare il 32%. Uno su tre.
Il numero dei bambini e dei ragazzi sotto i 14 anni dovrebbe scendere parallelamente nel 2037 al 12,4%: uno su otto. Mentre cresceranno i pensionati, caleranno gli italiani al lavoro per pagare quelle pensioni e accantonare le proprie: la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) scenderà in tre lustri dal 65,7% al 62,8% per precipitare infine nel 2056 a un minimo del 54,3%.
Non c’è Paese al mondo che possa reggere con numeri così. Impossibile.
Men che meno un Paese industriale che tale voglia restare. Ed è in questo contesto che vanno letti i dati sull’immigrazione. Dice dunque l’Istituto di statistica che, sulla base delle tendenze attuali (da prendere con le molle perché la storia prende spesso pieghe inattese), gli arrivi dovrebbero proseguire incessanti con un aumento dei residenti con cognome estero dai 4,6 milioni di oggi a 14,1 milioni nel 2065. Per capirci: «L’incidenza della popolazione straniera passerà dall’attuale 7,5% a valori compresi tra il 22% e il 24% nel 2065».
Ma qui, appunto, bisogna capirci. Partiamo dall’età media: spiega una tabella Istat che gli italiani sono mediamente, in realtà, ancora più vecchi (44,4 anni) e portano sul groppo 12 anni e mezzo in più rispetto agli stranieri, che stanno sotto i 32.
Peggio ancora andrà in futuro se è vero che in quel 2065 preso a riferimento l’età media degli italiani arriverà a 51 anni e otto mesi.
Contro i 43 scarsi dei nostri «ospiti». Insomma, piaccia o non piaccia saranno gli immigrati e i loro figli a pagare in modo determinante le nostre pensioni. Andassero via tutti, saremmo nei guai fino al collo.
Bruno Anastasia, a capo dell’Osservatorio immigrazione di Veneto Lavoro, ha fatto due conti prendendo ad esempio la sua regione, una di quelle che tirano. La popolazione veneta aumenterà nei prossimi vent’anni di circa mezzo milione di abitanti grazie in gran parte ai nuovi arrivi: «È evidente che gli italiani rimarranno costanti solo grazie ai naturalizzati». Di più: se passeranno dal 10% di oggi al 18% fra vent’anni, gli immigrati «nelle classi di età centrali (trentenni-quarantenni) sfioreranno il 30%». Un terzo della forza lavoro. Nonostante il fatto che molti, appena possibile, torneranno a casa andando a coprire circa il 95% di quanti (5,9 milioni a livello nazionale) lasceranno l’Italia.
C’è chi pensa sul serio che possiamo «prendere in affitto» milioni di persone tenendoli qui «appesi» per decenni? «Se io fossi uno xenofobo me lo chiederei», dice il demografo Massimo Livi Bacci: «Se il saldo positivo sarà davvero di 11 milioni di persone mi spaventerebbe meno avere 11 milioni di immigrati emarginati, senza casa, senza diritti, ignari della lingua, senza una famiglia che come in tutte le emigrazioni è quella che aiuta l’inserimento? Non credo proprio. L’inserimento non è solo un interesse loro: è anche interesse nostro».
Giorgio Napolitano l’ha detto bene invitando le Camere ad affrontare il tema della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati: «Negarla è un’autentica follia, un’assurdità». Sia chiaro, in un’epoca in cui per il Cestim «il 16,6% degli abitanti del pianeta vive in una regione diversa da quella di nascita», passare dallo «ius sanguinis» (la cittadinanza dipende dai genitori) allo «ius soli» (chi nasce sul suolo di uno Stato è cittadino di quello Stato) impone massima cautela. Perfino gli studiosi più aperti invitano a procedere coi piedi di piombo. Come non ha senso che Leonardo DiCaprio, un americano che a dispetto del nome non sa quasi nulla dell’Italia, possa rivendicare il passaporto e votare un «suo» deputato, non ha senso che quel documento possa chiederlo il figlio di una turista nato casualmente a Capri.
Del resto, spiegano Graziella Bertocchi e Chiara Strozzi nel saggio L’evoluzione delle leggi sulla cittadinanza: una prospettiva globale, proprio gli epocali esodi migratori hanno spinto nel dopoguerra molti Paesi a cambiare le loro leggi. Lo «ius soli» integrale applicato mezzo secolo fa dalla metà dei 162 Paesi studiati è integralmente conservato oggi solo da 36. Altri 31 (soprattutto colonie africane che si sono radicalizzate con l’indipendenza) sono passati allo «ius sanguinis». Ma in gran parte, sia che venissero dal primo (l’Irlanda) sia dal secondo sistema (la Germania), hanno finito per scegliere un mix. Che cerchi di tutelare insieme la maggior integrità possibile delle etnie nazionali e la maggiore integrazione possibile dei nuovi cittadini.
Come può l’Italia non rivedere le leggi che hanno permesso a Mario Balotelli, nato a Palermo e cresciuto da genitori bresciani, di diventare italiano solo al compimento dei 18 anni? Anche perché la storia dimostra che il figlio di un immigrato, se accettato e inserito secondo regole chiare, può amare la Patria più di un compaesano con mille anni di «cromosomi» locali.
Valga per tutti il caso di Leon Gambetta. Era figlio di un immigrato savonese e scriveva con amore della chiesa di San Michele, «diamante incastonato in una foresta d’ulivi». Ma era più francese dei francesi, e quando dopo la disfatta di Sedan Napoleone III si consegnò al kaiser Guglielmo, fu lui a dire «No, la Francia non si arrende». E restituì lui l’onore alla Patria che aveva scelto e amato. Se fosse rimasto appeso per decenni al rinnovo del permesso di soggiorno sarebbe stato lo stesso uomo?

Corriere della Sera 29.12.11

******

Stranieri triplicati, pochi ragazzi Ecco l’Italia fra mezzo secolo
Le previsioni demografiche: saremo 61,3 milioni nel 2065
di Alessandra Arachi

Immaginate di essere in una macchina del tempo e di andare avanti di cinquant’anni. Guardate l’Italia: il vostro Paese è profondamente cambiato. Quasi una persona su quattro fra quelle che girano per le strade è un immigrato. E quelle strade sono piene di persone anziane: una persona su tre ha più di 65 anni. Pochi i ragazzini in giro: soltanto uno su dieci, o poco più, ha meno di 14 anni. Non è un sogno: sono le previsioni dell’Istat.
Un lavoro statistico realizzato mettendo in campo variabili scientifiche per disegnare l’Italia nel 2065. Saremo un po’ di più, 61,3 milioni di persone (una media ponderata calcolata fra un minimo di 53,5 e un massimo di 69,1 milioni) e lo saremo grazie al flusso migratorio, costante. Nel 2065 gli immigrati in Italia triplicheranno, passando dall’attuale 7,5% a un totale di 22-24% della popolazione.
Fosse per gli italiani, invece, il numero degli abitanti continuerebbe a diminuire, e anche velocemente: l’evoluzione della popolazione naturale per il 2065 ha infatti una dinamica negativa pari a 11,5 milioni (ovvero la differenza fra 28,5 milioni di nascite e 40 milioni di morti). Positivo, invece, il saldo degli stranieri immigrati in Italia: per 7,5 milioni di nuovi nati ci saranno nel 2065 2,3 milioni di morti. Ed ecco che la presenza degli immigrati in Italia passerà dagli attuali 4,6 milioni a 14,1 milioni (con una forchetta statistica di previsione che oscilla tra un minimo di 12,6 e un massimo di 15,5 milioni).
Saremo di più, saremo più multietnici. E, soprattutto, in Italia saremo sempre più vecchi. Non basta per questo dire che l’età media della popolazione aumenterà un po’ ovunque (49,7 anni la media nazionale contro gli attuali 43,5) con punte nel Sud dell’Italia dove la popolazione invecchierà più che altrove, nove anni in cinquant’anni, e nel 2065 si arriverà a una popolazione con età media 51 anni contro gli attuali 42. Molto meno variabile la situazione demografica del Nord dell’Italia dove si arriverà a un’età media di 49 anni contro gli attuali 44.
Non rende nemmeno al meglio l’idea dire che da qui al 2065 gli ultrasessantacinquenni diventeranno il 33 per cento della popolazione. Il punto nodale per capire l’effetto pratico di questo invecchiamento della popolazione è un altro.
È una cifra, una percentuale che l’Istat chiama l’indice di dipendenza degli anziani, ovvero il rapporto tra la popolazione di ultrasessantacinquenni e la popolazione in età attiva, cioè fra i 15 e i 64 anni.
Oggi questo rapporto è pari al 30,9%. Raddoppierà nel 2065, arrivando al 59,7%. Tradotto vuole dire che se oggi c’è un ultrasessantacinquenne ogni due cittadini cosidetti attivi, cioè in età lavorativa, fra cinquant’anni la proporzione si invertirà e due anziani potranno far conto soltanto su un cittadino attivo.
Del resto i saldi troppo sbilanciati fra le nascite e i decessi nel nostro Paese (nonostante i saldi attivi degli immigrati) non possono che dare questi risultati demografici. Ecco quindi che crollerà la presenza dei ragazzini.
Se le previsioni dell’Istat verranno rispettate non ci sarà che il 12,7 per cento di abitanti con meno di 14 anni nel 2065, ovvero poco più di 7 milioni in totale. A trascinare al ribasso queste percentuali saranno i bambini del Mezzogiorno d’Italia dove la loro presenza va a picco, passando dagli attuali 2,1 a 1,3 milioni. Stesso crollo nelle isole: da 1 milione di oggi a 600 mila nel 2065.
Inevitabili, viste le cifre, le ricadute che si avranno nelle percentuali della forza lavoro. Lo abbiamo già detto: il rapporto fra i cittadini attivi e gli anziani invertirà le sue proporzioni. Ma anche in numero assoluto diminuirà notevolmente la percentuale di cittadini in età di lavoro, almeno per quella che oggi viene considerata l’età attiva del lavoro, ovvero fra i 15 e i 64 anni.
Oggi i cittadini attivi sono il 65,7% del totale. Secondo l’Istat ci sarà una riduzione di questa fascia di età contenuta in un medio termine, mentre sarà ben più accentuata nel lungo periodo. Per capire: nel 2026 i cittadini con età compresa fra i 15 e i 64 anni saranno il 62,8%, ma nel 2065 toccheranno il picco negativo del 54,7%, ovvero meno 11% rispetto agli attuali.

Il Corriere della Sera 29.12.11

"Profumo al primo giorno di scuola", di di Marina Boscaino

Il 16 dicembre l’Istat ci informa che gli studenti iscritti alla nostra scuola sono 8.968.063. Numero in costante aumento, per via dello spostamento in Italia di migranti. Un dato da tener presente, coniugandolo da una parte con i risultati delle manovre economiche degli ultimi anni – che hanno abbattuto costi ma anche investimenti sulla scuola, oltre a innalzare il rapporto tra alunni e docenti nelle classi – e dall’altra con la mancanza di una formazione diffusa e approfondita per il personale. Accogliere quei ragazzi vuol dire creare anche per loro le condizioni di spendere la propria cittadinanza consapevolmente, una volta usciti da una scuola che li abbia integrati in un ambiente davvero interculturale. Vuol dire gettare le basi affinché l’Italia divenga un Paese più civile, coeso, in cui la convivenza democratica non sia tolleranza e tanto meno omologazione. Scommettere su questa opportunità è l’investimento per il futuro.
D’altro canto, che la scuola italiana soffra di problemi profondi e trascurati da tempo lo dimostra la varietà di interventi e di priorità stabilite da Profumo in un solo mese di mandato. Aspettando che il ministro ci informi – nella logica di rendicontazione e trasparenza che tanto gli sta a cuore – delle conseguenze della ‘riforma’ Gelmini: livello degli apprendimenti degli studenti, professionalità dei docenti, efficacia ed efficienza dei risultati, apprezziamo che sia stata resa pubblica la banca-dati del MIUR (La scuola in cifre), oscurata per tre anni da chi l’ha preceduto e dai suoi strateghi della comunicazione.
PROFUMO È INTERVENUTO la più riprese – non ultimo il Forum di Repubblica – a definire la propria linea di intervento. Idee precise, un ‘progetto’ che entra nel merito della scuola e che conforta, dopo anni di orientamento a senso unico: tagliare. A cominciare dalla gestione di un miliardo e trecento milioni di fondi europei per le scuole del Sud. Annunciando la prossima pubblicazione della sempre promessa e mai realizzata Anagrafe dell’Edilizia Scolastica, il ministro ha insistito sulla necessità di riqualificare almeno 1.620 edifici bisognosi di interventi (il 54% di quelli nella lista nera). Oltre il 60% degli edifici è stato costruito prima del 1974, il 36,5% necessita di manutenzione urgente, un misero 10% è costruito con criteri antisismici e solo il 54% possiede il certificato di agibilità. Si tratta senza dubbio di una priorità assoluta: la sicurezza di studenti e lavoratori. Poi innovazione e scuola 2.0: classi digitali e banda larga negli istituti, con incremento delle Lavagne Interattive Multimediali. Matematica e laboratori di scienze, materie nelle quali gli studenti italiani si rivelano deboli anche nei risultati dei test internazionali. È vero, come dice il ministro, che dal punto di vista tecnologico la scuola nel nostro Paese è rimasta vecchia di un secolo. Ma considerare prioritaria questa arretratezza rischia di essere un’opzione ottimistica e velleitaria, che poco tiene conto di altri gap, ben più drammatici. Gli esempi virtuosi di alcune scuole italiane non possono far dimenticare le condizioni generali della maggior parte degli istituti, che – come gli apprendimenti di lingua italiana e di letto-scrittura a loro volta testati in Europa – sono ridotte ai minimi termini.
Ha senso occuparsi di ottimizzare condizioni già positive e trascurare l’ordinaria amministrazione, la quotidianità che regge la crisi solo grazie alla buona volontà di molti operatori della scuola? “La scuola tagliata” di Iacona, solo nel 2010, attirò per qualche giorno l’attenzione sulle condizioni di tante realtà. Tutto dimenticato. Eppure quelle scuole sono là, rimaste come furono riprese. La valutazione, altra significativa priorità del ministro, svincolata da criteri di premialità arbitraria e invece legata alla definizione di interventi costruttivi di miglioramento, deve diventare cultura della scuola. Ma di una scuola messa tutta nelle condizioni di essere valutata, dal Friuli alla Calabria: sradicando abitudini negative, dissuadendo comportamenti non professionali, e quindi creando condizioni di autentica omogeneità del sistema. Largo ai giovani e nuovi concorsi: siamo tutti d’accordo. Ma ancora non si capisce quale relazione vi sia tra gli 80 mila posti tagliati negli ultimi tre anni, l’aumento degli alunni per classe, i pensionamenti posticipati e la preventivata ondata di selezioni pubbliche. Insomma, pur non volendo cavalcare il disfattismo di professione e avendo – reduci dai fasti gelminiani – la certezza che “cchiù nero d’a notte nun po’ venì”, la sequenza di annunci degli ultimi giorni lascia un po’ disorientati.

Il Fatto Quotidiano 29.12.11

«Orario flessibile Così le donne saranno mamme lavoratrici», intervista a Maria Cecilia Guerra di Jolanda Buffalini

Il sottosegretario al Welfare commenta i dati dell’istituto dim ricerca: «Anche l’invecchiamento del Paese peserà sulla condizione femminile» È «uno scenario esplosivo» quello che esce dalla ricerca sulla prospettiva demografica presentata eri dall’Istat: fra 50 anni ci saranno 6 anziani ogni 10 persone attive. Uno scenario, dice Maria Cecilia Guerra, sottosegretario al Welfare, che, insieme ai dati sui tempi di lavoro edi cura, non può essere sottovalutato.
Perché le sembra tanto preoccupante il dato sull’invecchiamento?
«È una situazione che non si regge. Abbiamo sempre saputo che le donne rischiano di finire ai margini del mercato del lavoro con la nascita di un figlio. Ora assistiamo ad un fenomeno analogo e già rilevante che riguarda la cura dei genitori anziani. E la riforma pensionistica, pur doverosa, lascia scoperto un lavoro di cura di cui fino ad ora si sono fatte carico persone già in pensione».
Un milione di donne vorrebbe lavorare ma non può perché non sa a chi affidare i bambini
«La questione della conciliazione dei tempi dovrebbe essere un fulcro della riforma del mercato del lavoro. E, come ha spiegato Chiara Saraceno, non è solo una questione economica.
È proprio una questione di tempo, perché la cura richiede tempo e presenza».
Cosa si può fare?
«Bisogna agire indue direzioni: i servizi, la cui mancanza è un ostacolo per il lavoro a tempo pieno delle donne, e l’organizzazione dei tempi di lavoro. Sotto questo aspetto si
tratta di una evoluzione culturale, bisognerebbe recuperare flessibilità negli orari, poter uscire prima e entrare dopo a lavoro, recuperare le ore perse in un altro giorno e così via. Anche in un periodo di scarse risorse economiche sarebbe utile coinvolgere e sensibilizzare le imprese. Anche perché gli uomini
(che non prendono quasi mai congedi parentali) non dovrebbero sentirsi in difficoltà nel giustificare un’assenza per motivi di cura. Altra cosa importante: una maggiore attenzione agli orari dei servizi pubblici».
La situazione finanziaria non fa ben sperare per il miglioramento dei servizi per anziani e bambini
«Anche in una situazione di grave difficoltà come quella attuale si possono fare piccoli passi compatibili con il quadro finanziario, stare con i piedi per terra ma senza avere un atteggiamento rinunciatario. La sensibilità del governo c’è, come ha dimostrato Fabrizio Barca indicando fra gli obiettivi dei fondi Fas l’assistenza integrata e gli asili nido. Sono problemi che non si risolveranno in tempi brevi, ma è importante fare quel che si può nella giusta direzione»
Cosa in concreto?
«Riorganizzare i servizi di cura, finalizzare la spesa sociale a sostegno delle persone non autosufficienti, ripartire con le Regioni per stabilire i livelli essenziali delle prestazioni».
Le donne che rinunciano al lavoro aumentano con il numero dei figli
«E l’Italia ha il primato della povertà dei minori. Quello dell’uomo che porta il reddito è un modello che non regge più, per motivi economici e per motivi culturali. Si deve rendere possibile alle persone, donne e uomini, di lavorare, di riprodursi, di prendersi cura degli anziani e dei bambini».
Le donne italiane smettono di lavorare quando hanno i bambini ma fanno anche sempre meno figli.
«Questo non ha a che fare con la cultura ma con la precarietà del lavoro. Le donne scelgono di avere un figlio o due anziché tre ma non rinunciano ad essere madri. Però se hai difficoltà a realizzare un progetto di vita, a metterti insieme ad
un ragazzo, ad avere un lavoro stabile, ad avere una casa tua, tanto più è difficile decidere di mettere al mondo un figlio».
Fra 50 anni gli immigrati saranno più di 12 milioni.
«È l’altro dato impressionante delle proiezioni fatte dall’Istat. Suggerisce la necessità di un cambiamento profondo nelle politiche di integrazione. Gli immigrati saranno un quarto della popolazione, questo significa che non si tratterà più di persone che fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, con le retribuzioni più basse. Diventano attuali i temi della cittadinanza e del diritto di voto».

L’Unità 29.12.11

"Programma Annuale 2012: le sofferenze continuano", di Reginaldo Palermo

La nota del Miur sul Programma Annuale 2012 riduce ulteriormente la disponibilità di cassa delle scuole che dovranno predisporre il documento contabile solo per il periodo gennaio/agosto 2012. Intanto le istituzioni scolastiche continuano a svolgere una impropria funzione di “istituto di credito” nei confronti dello Stato. Con una nota datata 22 dicembre il Ministero fornisce le consuete indicazioni per la stesura del Programma annuale delle istituzioni scolastiche.
Per il 2012 c’è una novità importante: le scuole dovranno predisporre il documento contabile solamente per il periodo gennaio/agosto, periodo rispetto al quale sono state calcolate le somme che ciascuna istituzione scolastica dovrà inserire fra le entrate di provenienza statale.
“La quota riferita al periodo settembre-dicembre 2012 – spiega la nota del Ministero – sarà oggetto di successiva integrazione, per consentire una ordinata gestione dei dimensionamenti”.
In realtà la motivazione addotta dal Miur appare piuttosto pretestuosa, dal momento che il dimensionamento riguarderà una percentuale tutto sommata ridotta di scuole (tutte le scuole della secondaria di secondo grado sono escluse dal dimensionamento e in molte regioni i piani di riorganizzazione riguardano solo una piccola parte delle scuole del primo ciclo).
La decisione ministeriale appare piuttosto mirata a “prendere tempo” rispetto alle erogazioni di cassa, soprattutto quelle relative al “budget base” per il pagamento delle spese per le supplenze che viene girati quasi per intero alle scuole entro il mese di giugno.
In base alle nuove regole una fetta non irrilevante di fondi verrà così erogata solo a partire dal mese di settembre.
Altra novità: aumenta lo stanziamento per le spese di funzionamento passando dai 130milioni del 2011 ai 200 del 2012.
Anche in questo caso la questione andrebbe approfondita perché il rischio è che i 70milioni di euro aggiuntivi vengano ricavati dai fondi della legge 440 del 2010 che ancora non sono stati erogati alle scuole (somme peraltro di cui nessuno parla più, dando quasi per scontato che siano state cancellate dagli impegni del Ministero nei confronti delle Istituzioni scolastiche.
Per il 2012, insomma, le difficoltà finanziarie delle scuole sono destinate ad aumentare anche perché il Ministero continua a non dire mezza parola sulla questione più complessa e difficile, che è quella dei residui attivi che le istituzioni scolastiche vantano nei confronti del Miur stesso.
Di fatto, negli ultimi anni, le scuole hanno anticipato per conto dello Stato somme anche consistenti (la media è di 70-80 mila euro per scuola) svolgendo la stessa funzione che le banche svolgono per conto delle aziende che non hanno liquidità sufficiente per pagare gli stipendi dei propri dipendenti. Ma, ovviamente, con un “potere contrattuale” nei confronti dello Stato-debitore che è praticamente uguale a zero.

da La Tecnica della Scuola 29.12.11