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"Più ombre che luci nelle liberalizzazioni del governo Monti", di Antonio Lirosi

In attesa della pubblicazione del “Salva-Italia”, è utile fare una disamina delle misure contenute nel capitolo “Liberalizzazioni”, anche alla luce dei passi indietro compiuti dal governo in sede parlamentare. Va subito detto che i sette articoli di questo capitolo non produrranno, nell’immediato, effetti concreti dal lato della crescita, anzi in taluni casi creano incertezza. Se è vero che il governo ha, da un lato, le attenuanti del poco tempo avuto e dell’eccessiva aspettativa che si era manifestata a causa delle biografie di Monti e Catricalà, dall’altro va sottolineato che è mancata l’accortezza, sia di verificare preliminarmente le proposte circolate in Parlamento negli ultimi anni, sia di analizzare quello che aveva fatto ad agosto l’esecutivo precedente, per correggerne l’indeterminatezza e per allargare il campo di applicazione delle misure su cui Berlusconi si era impegnato con la Ue ma che di fatto rimangono ancora solo sulla carta (ad esempio sulle professioni). Invece si è scelto di prevedere poche norme specifiche, unitamente a disposizioni generiche che non indicano i settori in cui si applicano e che oltretutto si sommano ad altre analoghe già vigenti. Inoltre, quasi tutte le norme richiedono altri provvedimenti per essere rese operative. Insomma, un bilancio non proprio soddisfacente se si analizzano le criticità.

Esercizi commerciali: la libera fissazione degli orari da parte di tutti gli esercizi (e non solo di quelli ubicati in comuni turistici), produrrà effetti forse soltanto per le aperture domenicali e festive che peraltro erano già ampiamente previste da deroghe regionali e comunali. Non c’è da aspettarsi alcun cambiamento sulle fasce orarie di apertura: la riforma Bersani del 1998 aveva già eliminato l’obbligo della mezza giornata di chiusura infrasettimanale e introdotto un arco temporale di 13 ore di apertura giornaliera. In alcune città, specie d’estate, si trovano negozi aperti dopo le 22. La norma che introduce il principio generale che non si possono imporre contingenti e vincoli all’apertura di nuovi esercizi commerciali è fumosa, indistinta e si sovrappone alle disposizioni del decreto n.59/2010, con cui il governo Berlusconi ha recepito, senza liberalizzare nulla, la direttiva comunitaria sui servizi. Non viene specificato a quali settori si applica, tanto che i rivenditori di giornali si sono allarmati (ma nulla di esplicito è previsto per le edicole), diversamente da tabaccai e farmacisti che sembrano tranquilli. I negozianti non sono interessati perché contingenti numerici e tabelle merceologiche furono eliminati da Bersani dopo un vigoroso braccio di ferro con Confcommercio, all’epoca guidata da un Billè che bruciava in piazza le licenze. Quindi già da 13 anni per aprire un esercizio fino a 250 mq. è sufficiente presentare una comunicazione al comune; la grande distribuzione farà fatica a dimostrare che è tutto libero in quanto standard urbanistici e autorizzazioni regionali per realizzare ipermercati non sembrano essere messe in discussione da una disposizione di questo tenore.

Farmaci: l’uscita dal monopolio delle farmacie dei medicinali di fascia C rimane lettera morta perché l’emendamento governativo ha di fatto depotenziato e reso inattuabile la norma. Già nella versione originaria era prevista un’immotivata esclusione delle parafarmacie situate nei comuni con meno di 15mila abitanti, adesso nel testo approvato viene mantenuta alle farmacie l’esclusività della vendita dei medicinali con ricetta mentre le parafarmacie potranno vendere solo quei pochi medicinali che saranno declassati a senza obbligo di ricetta con successivo provvedimento di PdFA e Ministero. Poiché è improbabile l’adozione di questo inutile e contradditorio decreto, tutto resterà immutato. Anzi l’unico effetto prodotto sarà che, con la caduta dell’obbligo del prezzo fisso, gli unici che avranno la facoltà di fare sconti saranno paradossalmente le farmacie.

Professioni: si è scelto di non innovare ma di dare un percorso definito e meno traumatico (senza la norma “ghigliottina” sugli ordinamenti) all’applicazione della miniriforma di agosto (accesso; tirocinio, tariffe, pubblicità). Il governo era già delegato a individuare, senza aspettare il 2012, le specifiche norme da abrogare e a redigere il regolamento per disciplinare le società tra professionisti.

Attività economiche: qui siamo alla seconda recente riproposizione legislativa del genere tremontiamo «è tutto libero tranne quello che è vietato», coniabile adesso nel nuovo slogan «senza divieti è tutto libero». Si abrogano (ma non si sa da quando e quali sono concretamente), restrizioni e divieti di natura soggettiva, fisica, geografica analogamente a quanto contenuto nella manovra di agosto, per la cui attuazione il governo dovrebbe adottare i relativi regolamenti, categoria per categoria, entro l’anno prossimo. Sono poi norme che si sovrappongono al d. lgs 59/2010 e che, non precisando i settori in cui si applicano, equivalgono a disposizioni cornice indistinte destinate a restare sulla carta: unica certezza normativa è l’esclusione dei taxi, a seguito della preoccupazione manifestata vigorosamente dalle associazioni dei tassisti. L’esplicita esclusione di un settore potrebbe far propendere per la tesi che l’articolo si applica a tutte le altre categorie, ma non è così pacifico.

Trasporti: arriva finalmente l’Autorità indipendente, quando è dal 2008 ferma la proposta di legge dei deputati Pd. Si è scelto di assegnare le funzioni a una autorità esistente ma la sua individuazione sarà decisa con regolamento governativo e non con legge (un’anomalia dal punto di vista giuridico). Su sollecitazione del Pd, si è allargato giustamente il campo di attività a tutte le forme di trasporto, ma all’ultimo istante una manina ha escluso i servizi stradali e autostradali, per mantenerli sotto il controllo del Ministero.
Dunque alla fine si registrano più ombre che luci o, se vogliamo, più annunci che cambiamenti immediati. Tuttavia va riconosciuto il tentativo promosso seriamente soltanto da due delle tre principali forze politiche che sostengono Monti e questo è un serio problema politico per il prosieguo di voler riaprire una nuova stagione di liberalizzazioni; un ciclo che a breve potrà essere implementato come è auspicato dal Pd con i provvedimenti della cosiddetta “fase due”.
Interventi che non potranno essere considerati decisivi o esaustivi dal lato del sostegno alla crescita ma che comunque possono andare in quella direzione solo se saranno in grado di formare un clima di ritrovata fiducia da parte di imprese e consumatori. Ci vuole però il coraggio politico (finora mancato) per disboscare il Paese da rendite di posizione, privilegi corporativi e strutture oligopolistiche.
Le norme da varare dovrebbero questa volta indicare in modo esplicito e concreto il cambiamento rispetto agli assetti vigenti, ben sapendo che questa via fa subito mettere in moto gli interessi che si frappongono. Dal 2008, conclusa l’azione di Bersani con le lenzuolate, sono rimaste inascoltate le segnalazioni che l’Antitrust ha inoltrato a Parlamento e governo. Il ministro Passera, che è avvantaggiato dal fatto che nel governo dei tecnici è più facile gestire le legittime gelosie di colleghi titolari delle politiche settoriali, rispetto a quanto non avviene con ministri espressione diretta di diverse forze politiche (come fu, per esempio, nell’esperienza di Prodi Bersani), ha quindi oggi la grande opportunità di ripristinare al dicastero dello sviluppo un presidio orizzontale e autorevole di coordinamento e proposizione per trasformare le indicazioni dell’Autorità garante in un corposo pacchetto di liberalizzazioni, se si vuole far ricomprendere all’interno di tale vocabolo tutto ciò che serve a una sana, leale e trasparente competizione a vantaggio di consumatori e crescita. La lista dei settori su cui intervenire è nota; meno chiara è la volontà di fare scelte scomode per qualcuno.

L’Unità 28.12.11

"Il destino dato in appalto", di Irene Tinagli

Non c’è giorno in cui non siamo bombardati da qualche dato negativo su consumi, produzione, povertà ed occupazione. È l’immagine, si dice, di un Paese che si impoverisce sotto la scure della crisi e di manovre recessive. In questo scenario è difficile spiegare il dato del 2011 sulla raccolta del settore dei giochi (gratta e vinci, lotterie, lotto, slot machine, scommesse sportive e così via) appena reso noto: 76,5 miliardi di euro. Un aumento rispetto al 2010 di 15 miliardi di euro, ovvero il 24,3% in più. Questo significa che nell’anno della crisi più nera, della disoccupazione giovanile al 30%, dello spread alle stelle e dei tagli indiscriminati, gli italiani hanno speso in giochi e scommesse oltre 1200 euro non a famiglia, ma a testa – includendo nel calcolo persino i neonati! Con un aumento di spesa di circa 250 euro a persona rispetto all’anno precedente. Un dato veramente sorprendente.

Che l’industria del gioco e delle scommesse sia relativamente più resistente alle crisi rispetto ad altri settori è cosa nota. Così com’è noto che la diffusione dei giochi online e la progressiva liberalizzazione avvenuta in numerosi Paesi (prima tra tutti l’Italia, che negli ultimi anni ha rilasciato migliaia e migliaia di nuove licenze) hanno dato impulso a questo settore a livello globale.

Tuttavia risultati di queste dimensioni in un Paese come l’Italia, che proprio nel 2011 si è vista quasi sull’orlo del baratro, destano più di un interrogativo. Persino in Gran Bretagna, patria delle scommesse, gli anni della crisi hanno visto un sensibile calo di queste spese (-12,2% nel 2009 e situazione pressoché stazionaria nel 2010).

Come mai gli italiani spendono in giochi e scommesse non il doppio, e nemmeno il triplo ma otto volte di più di quanto spendono in istruzione? Come mai di fronte alla crisi hanno diminuito i consumi di moltissimi beni, inclusi quelli alimentari, e hanno persino rinunciato ad iscrivere i propri figli all’Università, ma non al gratta e vinci o al lotto? E come mai rivendicano un sistema fiscale e sociale più redistributivo, che tolga ai pochi per dare ai più, e poi si affidano a meccanismi di redistribuzione opposti, in cui i più mettono soldi che verranno elargiti a pochissimi a prescindere dalle loro necessità?

Non è facile rispondere a queste domande, anche perché dietro al fenomeno collettivo vi sono scelte individuali difficilmente penetrabili e, naturalmente, assolutamente libere e insindacabili.

L’impressione che ne emerge tuttavia è quella di milioni di persone che si sentono sempre meno padrone del proprio destino, che non sanno o non vedono come poter migliorare la propria posizione, costruire il proprio futuro. E in questo vuoto si affidano, semplicemente, al caso. L’unico fattore che non chieda né impegno né sacrifici ma anche una delle poche cose che non faccia favori a nessuno. Uno dei pochi meccanismi che appare trasparente nella sua totale casualità. Una logica che non dà né per necessità né per merito, ma solo per fatalità. Ecco, il pensiero che milioni di italiani ripongano maggiore fiducia nella fortuna come mezzo per risollevare le proprie sorti piuttosto che nelle loro capacità o in quelle dei loro governanti dovrebbe farci riflettere. E farci capire che il grande lavoro di ricostruzione che ci attende nel 2012 non riguarda soltanto le casse dello Stato.

La Stampa 29.12.11

"Contratto unico sì, licenziamenti facili no", di Luciano Gallino

Nella discussione sullo stato del mercato del lavoro circolano da anni varie proposte di un contratto unico a tempo indeterminato per le nuove assunzioni di lavoratori alle dipendenze. Proverò a spiegare perché l´idea di un contratto unico, presa a sé, è una buona idea. Che però diventa pessima quando la proposta sia corredata da dispositivi i quali, in sintesi, rendono più facili i licenziamenti. La discussione tra le parti sociali e il governo potrebbe fare qualche passo avanti se si riuscisse a concentrare l´attenzione sul meglio delle proposte in parola, lasciando da parte il peggio.
1. In Italia il problema dell´occupazione è ormai drammatico. Si riassume in due cifre: 3,5 milioni di disoccupati, e 2,5 milioni di precari con contratti di breve durata dal rinnovo incerto, mal pagati anche perché di rado lavorano per dodici mesi filati, privi di effettive tutele sindacali, e un futuro previdenziale da fame. Inoltre stanno invecchiando: il 60 per cento supera i trent´anni e oltre il 20 ha passato i quaranta (dati Ires-Cgil). Sebbene siano due facce dello stesso problema occupazionale, le soluzioni prefigurabili per ciascuna sono differenti. La disoccupazione avrebbe bisogno di interventi diretti, i quali richiedono un discorso a parte. Qui toccherò solo i modi in cui si potrebbe dare un´occupazione stabile ai lavoratori precari.
2. L´introduzione di un contratto unico da lavoratore dipendente per i nuovi assunti potrebbe condurre a stabilizzare una grossa quota di precari in un tempo relativamente breve. I contratti atipici hanno in prevalenza una durata compresa tra i sei mesi e un anno. Giacché non si potrebbero rinnovare se non in forma di assunzione alle dipendenze, tolti i pochi di cui si possa dimostrare che il contratto di collaborazione o la partita Iva corrispondono davvero a un lavoro autonomo, nel volgere di un paio d´anni il loro numero sarebbe ridotto di molto: si può ipotizzare di almeno un milione. Il nuovo contratto avrebbe pure il vantaggio di non richiedere la cancellazione della legge 30/2003, che sarebbe per più motivi complicata, né del suo decreto attuativo numero 276 dello stesso anno, pur con i suoi devastanti dispositivi. Essi andrebbero gradualmente ad esaurimento.
3. C´è un´obiezione ovvia a un contratto unico non corredato da licenziamenti facili: se non possono fruire della prospettiva di questi le imprese non assumeranno nessun precario. La risposta non può che essere duplice. In primo luogo il contratto unico cum licenziamento facile avrebbe, in realtà, l´effetto di trasferire in blocco la precarietà dagli attuali lavori atipici ai titolari del nuovo contratto. In secondo luogo le proposte in oggetto prevedono che l´introduzione di quest´ultimo abbia comunque un costo, ad esempio in forma di assicurazione contro la disoccupazione. Invece di questa si potrebbe pensare a forme di incentivo, mirate e temporanee, per le imprese che assumono con il nuovo contratto, privato però della coda che agevola i licenziamenti. Vediamo i due punti nell´ordine.
4. I fautori del contratto unico con libertà di licenziamento incorporata guardano in genere al modello Danimarca. Il guaio è che dalla flessicurezza alla danese, il famoso “triangolo d´oro” costituito da massima libertà di licenziare, elevati sussidi di disoccupazione e politiche attive del lavoro, c´è poco da imparare. Il suo vanto principale, il più basso tasso di disoccupazione d´Europa, si fonda su un dato fittizio. Infatti le statistiche danesi non includono tra i disoccupati i pre-pensionati, che in quel paese sono eccezionalmente numerosi, né coloro che sono privi di occupazione ma stanno seguendo un programma che rientra nelle suddette politiche. Ove si tenesse conto di tale disoccupazione nascosta, i disoccupati in Danimarca non sarebbero il 4,2 per cento (al 2010), ma superebbero di parecchio il 10 per cento.
È vero che chi perde un lavoro laggiù ne trova presto un altro. Oltre il 40 per cento entro un mese. Ma qui s´incontra un altro inconveniente del modello danese. Una larga libertà di licenziare combinata con un rapido ritorno al lavoro fa sì che il 30 per cento dei lavoratori danesi cambi posto di lavoro ogni anno. Questa sorta di migrazione interna è facilitata dalle ridotte dimensioni del paese: il posto trovato è spesso a poca distanza da quello perso. Qualora in Italia prendesse piede il modello danese, i lavoratori in transito annuale da un´azienda all´altra, su e giù per il paese, sarebbero circa sei milioni, circa tre volte più di oggi. Sarebbe interessante conoscere al riguardo l´opinione di imprenditori e direttori del personale.
5. La domanda chiave è: perché mai le imprese dovrebbero avere una maggior libertà di licenziare quale premio di consolazione per assumere i nuovi entranti con un contratto unico a tempo indeterminato? In caso di difficoltà economiche non c´è bisogno di cambiare niente: valgono le norme circa i licenziamenti collettivi, di cui le imprese hanno fatto ampio uso negli ultimi anni, cui si aggiungono i pre-pensionamenti obbligatori, i piani di mobilità ecc. Restano i licenziamenti individuali. Per avallare la necessità di facilitarli in un primo (lungo) periodo viene affermato da un lato che un´impresa ha bisogno di anni per valutare le capacità professionali di un neo-assunto; dall´altro, che dopo anni di investimenti in formazione un´impresa non ha più interesse a licenziare un lavoratore perché perderebbe il capitale così investito. Ambedue le asserzioni sono prive di fondamento. Negli ultimi anni le professioni che hanno registrato il maggior aumento tra gli occupati riguardano il personale non qualificato, gli addetti alle vendite e ai servizi alle famiglie, e gli impiegati esecutivi: tutti lavori che si imparano in pochi giorni. Quanto all´investimento in formazione, le ricerche dicono che in settori dove esso avrebbe la massima importanza, vedi il metalmeccanico, esso si concreta, e solo in poche aziende, in dieci-venti ore l´anno: poco per rappresentare un investimento che un datore di lavoro non può perdere.
6. Alla fine, delle due l´una: o si introduce il contratto unico insieme con i licenziamenti facili, e si può star certi che la precarietà si diffonde anche nelle aziende dove prima non c´era o era marginale perché il datore di lavoro, privato della possibilità di ricorrere ai contratti a progetto, alle finte partite Iva ecc. sostituisce quei contratti di breve durata con il licenziamento. Prima che scatti, dopo anni, il vincolo dell´articolo 18. Oppure si trovano i modi per indurre le imprese ad assumere con il contratto unico lavoratori e lavoratrici mano a mano che scadono i loro contratti precari. È possibile che ciò comporti un costo. Ma il tentativo di imitare la non imitabile flessicurezza alla danese, fatti i conti, presumibilmente costerebbe di più. Quanto ad occupare i disoccupati di oggi e di domani, la via dovrebbe essere diversa rispetto a quella volta a disboscare la giungla della precarietà. Un tema su cui bisognerà ritornare.

La Repubblica 29.12.11

"L’Italia da svecchiare", di Guelfo Fiore

Nel 2013 andranno al voto i ragazzi nati quando si era già concluso il primo giro di Berlusconi a palazzo Chigi. Quelli che al crollo delle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001, avevano attorno ai sei anni. Che di Giovanni Paolo II, morto allo scoccare dei loro dieci anni, conservano l’immagine di un vecchio fiaccato dalla malattia e non del papa globe trotter che radunava milioni di fedeli nelle spianate e nelle città di tutto il mondo. Che sono cresciuti a pc, videogiochi, telefonini e pochissima televisione (al massimo, quando erano piccini, piazzati davanti allo schermo da genitori in cerca di una pausa…). Che si aggirano sui social network dall’alba alla notte. Che non sanno usare più penne e matite. Che hanno reinventato la composizione delle parole, e continuano a farlo, per adattarle ai nuovi mezzi di comunicazione e di relazione interpersonale.
Nel 2013 l’Italia avrà ai suoi vertici gli stessi uomini e le stesse donne del ’95. Non è questione che riguarda solo la politica, dove pure il fenomeno è solare e macroscopico. In tutti i settori della società capita la stessa cosa. Basta del resto dare uno sguardo alla composizione dell’esecutivo Monti, all’età media dei tecnici che il presidente del consiglio (a proposito, nel ’95 era già commissario europeo) ha chiamato dalle università, dall’amministrazione pubblica, dalle professioni per averne conferma.
E anche a quelli che erano in predicato di diventare ministri e poi sono rimasti appiedati. Anche per questo è possibile leggere che Berlusconi si proclama «ancora in pista», praticamente a venti anni dall’esordio politico e mentre nel mondo nessuno dei suoi colleghi di allora si trova dove si trovava in quella primavera del ’94. Lui lo dice e non c’è uno che salti su: ma per favore, si goda la pensione…La ragione è sempre la stessa, Berlusconi interpreta e enfatizza quello che si muove nella pancia del paese. E nella pancia del nostro c’è anche l’arroccarsi sulle cime, qualsiasi siano, la prassi dell’ascesa in funzione dell’anzianità e non delle capacità o del merito, la sfiducia nei giovani, sfiducia che è sì fondata sull’età ma anche sul fatto che dargli spazio e ruolo, in questa congrega o nell’altra, fa saltare equilibri e intese consolidate, meglio molto meglio che entri pianino imparando le regole della casa.
E pensare che quando, canuti, toccherà ai ragazzi ed ai giovani d’oggi, quasi quasi non avranno nemmeno il problema di sbarrare la strada ai ragazzi ed ai giovani d’allora. Perché? Semplice. Non ce ne saranno. Di figli se ne fanno sempre meno. Nascono poco più di mezzo milione all’anno. Negli anni settanta sfioravano il milione.
Un crollo secco. E si continua ad andare giù. Già ora sono più i nonni che i nipoti. Dopodomani anche i bisnonni saranno più numerosi dei pronipoti. Di questo passo l’Italia va a sbattere. Altro che crisi economica.
Magari quella, con un aiutino della ripresa internazionale, all’alba del 2013 si riuscirà a superare. Ma la crisi dell’Italia paese inospitale per i giovani e con gli ospedali dove chiudono i reparti di pediatria e si gonfiano quelli di geriatria? Queste cose studi e indagini le raccontano da anni. Ma nella società politica e nella società civile sono rimasti lettera morta.
Ora, nella stagione in cui i due principali partiti del sistema politico, hanno rimesso nei foderi le sciabole per (provare a) collaborare a rimettere in sesto la nave italiana, sarebbe il momento di spingersi oltre la contabilità pubblica e l’attività economica e scardinare l’assetto che la società s’è data dagli anni sessanta in poi. Per evitare il default civile. Serve una rivoluzione. Roba da statisti, gente dotata di occhio capace di guardare oltre il seggio elettorale.

da Europa Quotidiano 29.12.11

"I beni artistici restano a secco i 57 milioni dell´8 per mille vanno all´emergenza carceri", di Carlo Alberto Bucci

Il governo dirotta i fondi, saltano 1600 restauri. Negli anni passati circa il 70 per cento dei contributi era andato a palazzi, monumenti e pievi. I soldi saranno utilizzati per l´adeguamento dei penitenziari che ormai scoppiano. Le carceri sono più urgenti. I beni culturali possono aspettare. La boccata d´ossigeno di 57 milioni per tamponare l´emergenza detenuti lascia a mani vuote i monumenti, i palazzi storici, le biblioteche, le chiese, gli affreschi italiani che hanno bisogno di restauri. Nel 2004 era stata la guerra in Iraq a scippare il contributo. Ora è il sistema carcerario ad assorbire i fondi indirizzati verso l´architettura e l´archeologia italiane dall´otto per mille. È una lotta tra poveri che si tirano una coperta sempre più corta. E che lascia praticamente a secco il patrimonio artistico più nascosto e prezioso del Belpaese.
«Dobbiamo completare l´edilizia carceraria per permettere la detenzione salvando i diritti fondamentali dell´uomo e per il nuovo anno abbiamo stanziato 57 milioni di euro» aveva annunciato il ministro della Giustizia, Paola Severino, al termine del Consiglio dei ministri del 16 dicembre. Sei giorni dopo, ecco il decreto legge n. 211 che, “per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri”, all´articolo 4 autorizza, “per l´anno 2011”, la spesa “di euro 57.277.063 per le esigenze connesse all´adeguamento, potenziamento e alla messa a norma delle infrastrutture penitenziarie”. E i finanziamenti come arrivano? “Mediante – recita il comma 2 – corrispondente riduzione dell´autorizzazione di spesa. .. relativamente alla quota destinata dallo Stato all´otto per mille”.
Quest´anno erano state ben 1600 le domande di contributo, circa il 30% in più rispetto al 2010, arrivate alla presidenza del Consiglio. Che, coinvolgendo le commissioni di architetti e storici dell´arte del ministero Beni culturali, da aprile a ottobre aveva scremato le richieste di finanziamento per interventi urgenti. I fondi dell´8 per mille destinati allo Stato servono, in realtà, anche alla lotta alla fame nel mondo, all´assistenza ai rifugiati e alle calamità naturali. E anche queste aspettative saranno disattese. Ma negli anni passati circa il 70% dei 140 milioni arrivati dalla denuncia dei redditi erano andati a foraggiare la quarta voce del programma: la conservazione dei beni culturali. Ora invece neanche più quel budget risicato, già ridotto dal Tesoro a 57 milioni.
Non solo le bellezze sotto la protezione statale godono dell´aiuto dell´otto per mille. Ma anche il patrimonio ecclesiastico e comunale. E, visto il taglio draconiano delle ultime manovre economiche ai fondi ordinari del ministero e degli enti locali, quei 57 milioni dirottati verso l´edilizia carceraria erano linfa vitale per un tesoro distribuito lungo tutto il Paese che, secondo i dati del Touring Club, annovera 7282 tra chiese, basiliche, monasteri, pievi sperdute; 4.109 palazzi; 2.054 castelli; 1.034 monumenti antichi.
«Il grosso va all´architettura e ai beni storico-artistici. Dall´otto per mille all´archeologia in realtà arriva poco, diciamo 1-2 milioni» spiega il direttore generale per l´archeologia del ministero Beni culturali, Luigi Malnati. «Ma certo anche per noi – aggiunge – questo è una decurtazione pesante. Il museo delle navi di Grado, ad esempio, stava rinascendo grazie ai soldi delle denunce dei redditi». Il ministero destina 80 milioni del suo bilancio di un miliardo e quattro (nel 2007 era uno e nove) ai lavori ordinari. In più, negli anni passati hanno beneficiato del sostegno aggiuntivo dell´otto per mille la Certosa di Padula e la biblioteca dell´Istituto di studi storici in palazzo Filomarino a Napoli, la Madonna con il Bambino affrescata nel Cinquecento su una casa a Sedegliano, in Friuli, ma anche le antiche mura di Lomello, nel Pavese, o l´organo della parrocchiale di San Biagio in Casanova Lanza, vicino Como. Il Colosseo e Pompei i soldi li trovano al botteghino e dagli sponsor. Le migliaia di realtà minute dello straordinario patrimonio italiano, e le miriadi di aziende di restauro che lo curano, hanno bisogno del “popolo del 730” per continuare a vivere.

La Repubblica 29.12.11

"Il nostro futuro multietnico", di Giovanna Zincone

Bisogna smettere, e pure in fretta, di pensare l’italiano tipo come un individuo dotato di nonni nati in Italia. Questo è un messaggio chiave che trasmette il rapporto dell’Istat sul futuro della popolazione del nostro Paese. Infatti, a vivere in Italia nel prossimo mezzo secolo saranno sempre di più persone e famiglie che hanno origini straniere, più o meno lontane nel tempo. E fin d’ora non sono poche. Già all’inizio del 2011 i residenti stranieri in Italia erano più di 4 milioni e mezzo, cioè il 7,5% del totale. E dal computo sono esclusi gli immigrati e i loro discendenti che hanno ottenuto la cittadinanza. L’Istat prevede, seppure con molte cautele metodologiche, che nel 2065 la percentuale degli stranieri arrivi nell’ipotesi più bassa al 22% e in quella più alta al 24% dell’intera popolazione residente.

Possono sembrare dati impressionanti, ma non è il caso di lasciarsi impressionare. E per una serie di motivi. Come sanno bene i ricercatori dell’Istat, le previsioni sulla popolazione quando si proiettano su tempi molto lunghi possono presentare grosse sorprese. Su un arco di tempo più breve (20 anni), immaginando cioè nel 1987 cosa sarebbe successo nel 2007, l’Istat aveva previsto un impatto quasi irrilevante dell’immigrazione, e lo stesso aveva fatto l’Irp, cercando di prevedere nel 1988 cosa sarebbe successo 20 anni dopo. Insomma, in quegli anni il contributo dell’immigrazione alla popolazione del nostro Paese era stato largamente sottovalutato.

Siamo sicuri di non cadere, oggi, nell’eccesso opposto? Probabilmente stiamo rischiando di sopravvalutare il numero dei nuovi arrivi. Non è, infatti, detto che il mercato del lavoro italiano, in futuro, sia ancora capace di attrarre potenti flussi dall’estero. Già con il decreto flussi del 2010 il Governo italiano ha offerto più permessi di soggiorno rispetto a quelli di fatto utilizzati. E il tasso di disoccupazione degli immigrati tra il 2008 e il 2010 è aumentato tre volte e mezzo di più di quello degli italiani. Così come non è detto che potenti esportatori di popolazione verso l’Italia, come la Romania o la Cina, abbiano in futuro condizioni economiche tanto peggiori delle nostre, e tali da spingere a emigrare in massa nel nostro Paese. Emigrare è costoso anche in termini emotivi e, se la differenza di prospettive economiche tra il posto che si lascia e quello verso cui si va non è abbastanza ampia, non si emigra. Non è detto neppure che gli stranieri che si fermano in Italia continuino a fare più figli degli italiani. Insomma, quando guardiamo a un futuro lontano, ci possiamo sbagliare sui numeri. E comunque se i numeri fossero alti sarebbe un bene: vorrebbe dire che nel nostro Paese c’è un’economia attraente.

Quello di sbagliare sui numeri non sarebbe grave. L’Istat, inoltre, guardando al futuro, ha ritenuto opportuno distinguere tra immigrati che restano stranieri e coloro che hanno ottenuto la cittadinanza. Fa le sue previsioni in base alla legge attuale, ma osserva giustamente che la normativa sulla cittadinanza può cambiare. Ed è probabile che cambi. Un recentissimo sondaggio del Centro Italiano di Studi Elettorali dà un 71% di favorevoli a dare subito la cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia, e conclusioni analoghe vengono da Tti, il sondaggio annuale condotto da Gmf e Compagnia di San Paolo. A maggior ragione potrebbe essere accettata la riforma oggi in cantiere, che la concederebbe ai figli di immigrati che risiedono stabilmente da un certo numero di anni. Quindi, il numero di persone statisticamente straniere potrebbe ridursi parecchio, in seguito a una nuova normativa.

Quest’osservazione apre un’altra questione più importante: basta la cittadinanza a fare il cittadino? L’immigrazione è un fenomeno complicato da interpretare, perché ci interessa non solo la sua accertata capacità di sopperire alle carenze di popolazione e forza lavoro, di aiutarci a tenere i conti pubblici in ordine, ma anche per l’impatto che può avere sulla coesione sociale. Se vogliamo ragionare su quest’aspetto, la distinzione giuridica tra immigrati rimasti stranieri e quelli divenuti cittadini non basta. Si può non essere immigrato ed essere comunque straniero e questo è proprio il caso dei bambini nati in Italia. Ma, se prendiamo in considerazione un altro aspetto, quello dell’identità, della cultura, osserviamo che molti che restano stranieri in base al diritto, sono italiani per identità e per cultura. Un’interessante inchiesta televisiva, che ha fatto incursione in varie scuole piene di bambini in gran parte ancora stranieri, ci ha dato un saggio di quanti di loro parlino un ottimo italiano, magari con un po’ di accento dialettale, di quanti tra loro conoscano la storia del Risorgimento, anche meglio di altri bambini con nonni italiani. Questo vale ovviamente anche per molti immigrati arrivati da adulti e rimasti stranieri, perché non vogliono scegliere o perché preferiscono evitare i lunghi tempi di attesa e le trafile della nostra burocrazia. Se ci sembra opportuno prevenire futuri conflitti tra italiani con nonni italiani e italiani con nonni stranieri, dobbiamo porci due obiettivi. Il primo consiste nel favorire una maggiore integrazione sociale e strutturale. Infatti, non possiamo segregare gli immigrati, specie le seconde generazioni, in percorsi scolastici di minore qualità, in occupazioni scarsamente remunerate e poco considerate socialmente, non possiamo farli vivere in quartieri degradati. Le rivolte delle Banlieue dovrebbero averci insegnato qualcosa. Ma non basta: dobbiamo mirare anche all’integrazione culturale, offrire rispetto, e questo è il secondo obiettivo. Non possiamo accettare che si traccino, come alcune forze politiche stanno facendo, barriere di disprezzo nei confronti degli immigrati in genere e di certe minoranze in particolare. Individui anche benestanti e colti, se si sentono estraniati, possono diventare membri attivi di gruppi eversivi, come dimostrano varie biografie di attentatori. Per tutti questi motivi è bene smettere di pensare all’Italia come un Paese di noi e di loro. Già ora ha poco senso, tra cinquant’anni sarà semplicemente ridicolo. O tragico.

La Stampa 29.12.11

"Una fiducia a tempo", di Massimo Riva

L´asta dei Bot semestrali di ieri era attesa come il primo banco di prova importante per il governo Monti sul mercato dei titoli di Stato. È andata bene, si può dire perfino benissimo perché i rendimenti a carico del Tesoro si sono letteralmente dimezzati rispetto all´appuntamento precedente: 6,50 per cento a novembre, 3,25 ieri. Il senso di questo robusto passo indietro è tutt´altro che imperscrutabile. Un mese fa ancora non era chiaro se e quale manovra del nuovo governo sarebbe riuscita a superare senza troppi danni il vaglio parlamentare.
E perciò sui mercati continuavano ad aleggiare forti timori sulla tenuta finanziaria del paese anche a breve termine. Il varo definitivo del decreto «Salva Italia» ha sgomberato il campo da ogni dubbio e incertezza sullo stato della nostra finanza pubblica quanto meno per il prossimo anno. In sostanza, è fuori da ogni logica economica immaginare che l´Italia possa andare in «default» nei mesi immediatamente a venire. Ecco perché i sottoscrittori dei Bot semestrali hanno avanzato forti richieste di titoli e si sono accontentati di un tasso d´interesse così più basso rispetto a quello dell´asta precedente.
Una notizia doppiamente buona per le casse pubbliche perché il saggio dei Bot semestrali agisce come indice per la remunerazione anche dei tanti Certificati di Credito del Tesoro in circolazione.
Scendere dal 6,5 di novembre al 3,5 per cento attuale, quindi, comporta per lo Stato un significativo risparmio di esborsi alle successive scadenze di pagamento degli interessi sui Cct. Una boccata d´ossigeno magari non risolutiva, ma comunque utile a rendere meglio sostenibile una situazione di cassa che resta critica.
In termini di fiducia dei mercati, insomma, il risultato dell´asta di ieri dice che il governo guidato da Mario Monti ha riacquistato credibilità, ma una credibilità a termine misurata sui prossimi mesi e non di più.
Come dimostra il fatto che, sempre ieri, l´ottima performance sui Bot semestrali si è verificata nella stessa giornata in cui il fatidico «spread» sui titoli a dieci anni ha continuato ad oscillare attorno alla minacciosa quota 500. La traduzione logica di questa apparente schizofrenia è presto fatta. Magari non si dubita più che il Tesoro italiano possa far fronte ai suoi impegni a breve e però si continuano a coltivare pesanti incertezze su almeno due punti cruciali.
Il primo è relativo alla capacità del governo Monti di far digerire le ulteriori medicine necessarie a una maggioranza parlamentare troppo variopinta e riottosa. Giorno non passa, infatti, senza che qualche esponente soprattutto del partito berlusconiano lanci avvertimenti, alzi qualche muro in difesa di questa o quella categoria e ricordi al presidente del Consiglio – come fa lo stesso Berlusconi in prima persona – che la sua permanenza a Palazzo Chigi rimane comunque precaria ed esposta alle oscillanti tentazioni elettorali del Pdl.
Il secondo punto cruciale riguarda la forza del medesimo governo nel rianimare una congiuntura economica interna ormai caduta in recessione con provvedimenti mirati a rimettere in moto un salutare ciclo di maggiori consumi e investimenti. Questa è la vera e più sostanziosa sfida che incombe su Monti e colleghi perché le possibilità di avviare una ripresa dell´economia impongono una serie di interventi simultanei su una quantità di fattori che vanno dalla riforma fiscale, alla soppressione delle tante posizioni di rendita privilegiata, ai tagli della spesa improduttiva e così via ridisegnando dalle fondamenta una finanza pubblica che continua a portare il segno infausto della prevaricazione corporativa.
In proposito dal Consiglio dei ministri di ieri troppo poco è trapelato quanto meno sulle linee guida di quella «fase due» con la quale Mario Monti si ripropone di dare qualche scossa benefica a un paese da troppi anni ripiegato su tassi di crescita nulli o quasi nulli. Ed è un peccato perché proprio oggi il governo dovrà affrontare il secondo e ben più impegnativo banco di prova sui mercati con il collocamento di buoni del Tesoro a cinque e a dieci anni: quelli che più di tutti gli altri danno la misura della fiducia dei finanziatori sulla sostenibilità del nostro debito pubblico nel tempo. E, purtroppo, il viatico dello «spread» di ieri sempre in altalena attorno alla micidiale quota 500 non autorizza a coltivare grande ottimismo. Forse una meglio calcolata tempestività nell´informare sui contenuti della «fase due» avrebbe sicuramente aiutato a rendere più favorevoli o meno sfavorevoli gli esiti dell´asta.

La Repubblica 29.12.11