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Napolitano: nella crisi leader europei in affanno ora serve più coraggio

Siamo ora giunti, in special modo in Europa, a un terzo appuntamento con la storia: quello del calare – approfondendolo come non mai – il nostro processo di integrazione nel contesto di una fase critica della globalizzazione. Ed è vero che questa volta le leadership europee appaiono invece in grande affanno a raccogliere la sfida, innanzitutto nei suoi termini di crisi incalzante dell´euro; appaiono palesemente inadeguate anche a causa di un generale arretramento culturale e di un impoverimento della vita politica democratica, che hanno congiurato nel provocare fatali ripiegamenti su meschini e anacronistici orizzonti e pregiudizi nazionali. Particolarmente acuta è oggi per le forze riformiste l´esigenza di perseguire nuovi equilibri, sul piano delle politiche economiche e sociali, tra i condizionamenti ineludibili della competizione in un mondo radicalmente cambiato e valori di giustizia e di benessere popolare, divenuti concrete conquiste in termini di diritti e garanzie attraverso la costruzione di sistemi di Welfare State in Italia e in Europa. Con i Trattati di Roma del 1957 e la nascita del Mercato Comune, furono riconosciuti e assunti dall´Italia i fondamenti dell´economia di mercato, i principi della libera circolazione (merci, persone, servizi e capitali), le regole della concorrenza; quelle che ancor oggi vengono denunciate come omissioni o come chiusure schematiche proprie della trattazione dei «Rapporti economici» nella Costituzione repubblicana, vennero superate nel crogiuolo della costruzione comunitaria e del diritto comunitario.
Nell´accoglimento e nello sviluppo di quella costruzione, si riconobbe via via anche la sinistra, prima quella socialista e poi quella comunista. Ora che a minare la sostenibilità di quella grande e irrinunciabile conquista che è stata la creazione dell´euro concorre fortemente la crisi dei debiti sovrani di diversi Stati tra i quali l´Italia, è diventata ineludibile una profonda, accurata operazione di riduzione e selezione della spesa pubblica, anche in funzione di un processo di sburocratizzazione e risanamento degli apparati istituzionali e del loro modus operandi. Tale discorso non può non investire le degenerazioni parassitarie del «Welfare all´italiana», rifondando motivazioni, obiettivi e limiti delle politiche sociali, ovvero rimodellandole in coerenza con l´epoca della competizione globale e con le sfide che essa pone all´Italia.
Caro Direttore, ci confrontiamo ormai quotidianamente con la crisi di quel progetto europeo che ha rappresentato la più grande invenzione politica della seconda metà del Novecento, sprigionando dinamismo e potenzialità in tale misura da imporsi come punto di riferimento, se non come modello, ben oltre i confini dell´Europa. E quella che ha finito per emergere è in effetti la crisi delle leadership politiche cui spettava dare, dall´inizio del nuovo secolo, sviluppo coerente al processo di integrazione europea. Siamo dinanzi a un´insufficienza storica, che ci rimanda, per contrasto, a quel che fu, in epoche precedenti, «una classe nettamente superiore di statisti», ispiratori e guide delle democrazie occidentali. E citando in proposito il giudizio di Tony Judt (che in quella cerchia collocava anche Luigi Einaudi), tu hai accennato alla questione sempre aperta se furono le circostanze o la cultura dell´epoca a determinare l´ingresso nell´arena politica e l´affermazione di quelle personalità.
Ora, se guardiamo all´Europa e anche all´Italia quali uscirono dalla tragedia del nazifascismo e dalla Seconda guerra mondiale, possiamo vedere chiaramente quali prove ineludibili e vitali sollecitarono allora – in condizioni di ritrovata libertà e di rinascente democrazia – forze politiche vecchie e nuove, e forti individualità moralmente e socialmente sensibili, ad assumersi le loro responsabilità, rendendo possibile uno straordinario balzo in avanti dei propri paesi e dell´Europa occidentale. Decisiva era stata non solo la spinta delle circostanze storiche, ma anche la maturazione culturale degli anni seguenti la grande crisi e precedenti il secondo conflitto mondiale.
Se così nacque il progetto europeo e prese avvio il processo di integrazione comunitaria, questo processo – dopo essere avanzato tra alti e bassi e non pochi momenti critici – giunse a un punto di svolta all´indomani del grande mutamento del 1989. Anche allora operò in modo possente la leva delle «circostanze» e necessità storiche, ma è un fatto che si trovò pronta a raccoglierne la sfida una classe politica europea formatasi nell´esperienza comunitaria in modo da trarne capacità di visione e padronanza istituzionale. Ne scaturirono il Trattato di Maastricht e la scelta della moneta unica.
Siamo ora giunti, in special modo in Europa, a un terzo appuntamento con la storia: quello del calare – approfondendolo come non mai – il nostro processo di integrazione nel contesto di una fase critica della globalizzazione. Ed è vero che questa volta le leadership europee appaiono invece in grande affanno a raccogliere la sfida, innanzitutto nei suoi termini di crisi incalzante dell´euro; appaiono palesemente inadeguate anche a causa di un generale arretramento culturale e di un impoverimento della vita politica democratica, che hanno congiurato nel provocare fatali ripiegamenti su meschini e anacronistici orizzonti e pregiudizi nazionali.
Per reagire ai rischi che ciò comporta, è importante recuperare apporti di cultura politica che costituiscono preziosi giacimenti ancora insufficientemente esplorati: e farlo innanzitutto paese per paese, a cominciare da noi in Italia. Di qui anche la riflessione di Reset, che vivamente apprezzo, sull´eredità, sugli insegnamenti di Luigi Einaudi (vedi Reset 127-ndr). Ne abbiamo anche discusso, caro Direttore, in una conversazione tra me e te. Permettimi di limitarmi ora a poche, scarne considerazioni.

Particolarmente acuta è oggi per le forze riformiste l´esigenza di perseguire nuovi equilibri, sul piano delle politiche economiche e sociali, tra i condizionamenti ineludibili della competizione in un mondo radicalmente cambiato e valori di giustizia e di benessere popolare, divenuti concrete conquiste in termini di diritti e garanzie attraverso la costruzione di sistemi di Welfare State in Italia e in Europa. Ebbene, per comprendere e affrontare le sfide di un´economia di mercato globalizzata, rimuovendo incrostazioni corporative e assistenzialistiche rimaste ancora pesanti nel nostro paese, la lezione di Luigi Einaudi può suggerire riflessioni e stimoli fecondi. Ci si può, naturalmente, chiedere innanzitutto come e perché quel filone di pensiero liberale abbia incontrato sordità e suscitato contrapposizioni nell´area del riformismo e, più concretamente, nella sinistra legata al mondo del lavoro, quando prese corpo, tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, una nuova dialettica politica democratica nell´Italia repubblicana. In effetti, i termini di quella dialettica furono drasticamente segnati da una conflittualità ideologica che discendeva in larga misura dal contesto internazionale presto precipitato nella guerra fredda.
Dogmatismi e schematismi ebbero il sopravvento su ispirazioni di cultura liberale pure presenti nello stesso Pci; e diventò difficile distinguere le verità del «liberismo» einaudiano e più in generale dell´approccio ideale e politico liberale, nella varietà delle sue voci. Ho rievocato quell´atmosfera e quelle incomprensioni, ricordando nel 2009 Norberto Bobbio e il suo dialogo-duello col Pci, sul tema della libertà, negli anni Cinquanta.
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Con i Trattati di Roma del 1957 e la nascita del Mercato Comune, furono riconosciuti e assunti dall´Italia i fondamenti dell´economia di mercato, i principi della libera circolazione (merci, persone, servizi e capitali), le regole della concorrenza; quelle che ancor oggi vengono denunciate come omissioni o come chiusure schematiche proprie della trattazione dei «Rapporti economici» nella Costituzione repubblicana, vennero superate nel crogiuolo della costruzione comunitaria e del diritto comunitario. Nell´accoglimento e nello sviluppo di quella costruzione, si riconobbe via via anche la sinistra, prima quella socialista e poi quella comunista.
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È indubbio che in Italia, già a partire dagli anni Cinquanta, lo Stato intervenne con sempre minore «prudenza» e senso del limite, nella vita economica: dapprima, e per un non breve periodo, si trattò di un intervento diretto nell´attività produttiva, anche da Stato proprietario (sia pure nella più flessibile forma del sistema delle partecipazioni statali); si trattò poi di un ricorso crescente alla spesa pubblica, e sempre di più alla spesa pubblica corrente, in funzione di domande e interessi di carattere politico-elettorale e con la conseguenza dell´accumularsi di uno spaventoso stock di debito pubblico.
Ora che a minare la sostenibilità di quella grande e irrinunciabile conquista che è stata la creazione dell´euro concorre fortemente la crisi dei debiti sovrani di diversi Stati tra i quali l´Italia, è diventata ineludibile una profonda, accurata operazione di riduzione e selezione della spesa pubblica, anche in funzione di un processo di sburocratizzazione e risanamento degli apparati istituzionali e del loro modus operandi. Tale discorso non può non investire le degenerazioni parassitarie del «Welfare all´italiana», rifondando motivazioni, obiettivi e limiti delle politiche sociali, ovvero rimodellandole in coerenza con l´epoca della competizione globale e con le sfide che essa pone all´Italia.
Da un lato, quindi, occorre fare più che mai i conti con la realtà del mercato e quindi del ruolo, già d´altronde ampiamente riconosciuto, che spetta all´iniziativa e all´impresa privata, con le sue esigenze di libertà, di affrancamento da vincoli che ne comprimono la competitività, e dall´altro lato c´è da valorizzare altre essenziali componenti di una visione liberale come fu quella di Luigi Einaudi.
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Il recupero di simili approcci e contributi di pensiero ai fini di una revisione, di un adeguamento al nuovo contesto generale, della piattaforma programmatica e di governo delle forze riformiste, non può apparire né improprio né arduo: se è vero che, come è stato osservato, la fecondità della ricerca del liberale Einaudi resta testimoniata dalla varia collocazione di uomini usciti dalla sua scuola, tra i quali eminenti liberalsocialisti e socialisti liberali.
Il «recupero» di cui parlo dovrebbe essere parte di quel rinnovato sforzo di qualificazione culturale e morale della politica italiana ed europea, la cui necessità ho richiamato – caro Direttore – come punto di partenza di questa mia lettera. Non possiamo ormai che riflettere sull´Italia guardando all´Europa: anche così tornando a incontrare Einaudi, come grande anticipatore e assertore di quella prospettiva di unione federale dell´Europa che oggi siamo chiamati a rilanciare mirando con coraggio einaudiano al più coerente superamento del dogma e del limite delle sovranità nazionali.

La Repubblica 29.12.11

"Lavoro e figli ancora incompatibili. Il 37% delle donne lascia l'impiego", da repubblica.it

Il rapporto su “La conciliazione tra lavoro e famiglia” ribadisce come in Italia le attenzioni per la prole in tenerissima età resti un compito femminile, con conseguenti aggiustamenti nella vita lavorativa. Le occupate a tempo pieno vorrebbero più spazio per la famiglia nelle loro vite, soddisfatte le impiegate part-time. La cura dei figli, soprattutto in tenerissima età, in Italia continua a essere un compito da donne e la vita lavorativa deve necessariamente adattarsi alla condizione di madre anche in relazione all’indisponibilità di servizi di supporto adeguati alle proprie esigenze in termini di costi, orari, vicinanza alla zona di residenza e presenza di personale specializzato. La conferma arriva dallo studio Istat focalizzato su “La conciliazione tra lavoro e famiglia”. Che, tra l’altro, evidenzia come le donne occupate a tempo pieno sognino di potersi dedicare di più alla cura del proprio nucleo affettivo, mentre le impiegate part-time sono in maggioranza soddisfatte dell’equilibrio tra tempo dedicato al lavoro e tempo dedicato alla famiglia. Profonda la differenza tra Nord e Sud: nel Mezzogiorno e nelle Isole è occupato il 34,6% delle madri, contro un valore quasi doppio (68,8%) rilevato per quelle che risiedono nel Settentrione.

Stop al lavoro per il 37% delle madri. Sono 702 mila le occupate con figli minori di otto anni che dichiarano di aver interrotto temporaneamente l’attività lavorativa per almeno un mese dopo la nascita del figlio più piccolo: il 37,5% del totale delle madri occupate. L’assenza temporanea dal lavoro per accudire i figli continua a riguardare, invece, solo una parte marginale di padri. Anche il congedo parentale è utilizzato prevalentemente dalle donne, riguardando una madre occupata ogni due, a fronte di una percentuale del 6,9% dei padri.

Donne, part-time favorisce l’equilibrio. Circa il 40% delle occupate con un orario full time desidererebbe dare più spazio al lavoro di cura, mentre avere un’occupazione part-time sembra consentire una migliore allocazione del tempo: il 69,2% delle occupate a tempo parziale, 1 milione 424 mila donne, non vorrebbe modificare l’organizzazione della propria giornata, contro il 57% di chi lavora a tempo pieno. Ciò nonostante, non sono poche (438 mila donne pari al 30,8%) le occupate part-time che vorrebbero bilanciare meglio il rapporto tra tempi di attività di cura e tempi destinati al lavoro: per il 15,6% di queste i carichi familiari sono così pesanti che risulta impossibile dedicare più tempo al lavoro.

Quattro italiani su dieci si occupano di cura e assistenza. In generale, dall’indagine emerge che quasi quattro italiani su dieci dedicano tempo ad assistenza e cura e circa un terzo degli occupati con figli è insoddisfatto del tempo dedicato alla famiglia. Sono infatti circa 15 milioni 182 mila (il 38,4% della popolazione di riferimento), spiega l’Istat, le persone che nel 2010 dichiarano di prendersi regolarmente cura di figli coabitanti minori di 15 anni, oppure di altri bambini, di adulti malati, disabili o di anziani. Il 27,7% delle persone tra i 15 e i 64 anni ha figli coabitanti minori di 15 anni, il 6,7% si prende regolarmente cura di altri bambini e l’8,4% di adulti o anziani bisognosi di assistenza.

Insoddisfatto il 35,8%. Quasi tre milioni e mezzo di occupati con figli o con altre responsabilità di questo tipo (il 35,8% del totale) vorrebbe modificare l’equilibrio tra lavoro retribuito e lavoro di cura: il 6,7% dedicando più tempo al lavoro extradomestico e il 29,1% trascorrendo più tempo con i propri figli o altre persone bisognose di assistenza. I due terzi degli uomini e il 61,2% delle donne dichiara, invece, di non voler modificare lo spazio dedicato a queste due dimensioni della vita quotidiana, con quote più ampie tra i padri (66,1%) e tra le donne occupate che si prendono regolarmente cura di bambini (non figli coabitanti) (68,2%), meno elevate tra le madri (59,2%). Nel Mezzogiorno è più alta la percentuale (70% tra gli uomini e 63,2% tra le donne) di quanti affermano di non voler cambiare il rapporto tra lavoro e famiglia; inoltre, in questa ripartizione sono maggiormente rappresentate le persone che lavorerebbero di più (6,9% per gli uomini e 10% per le donne).

"Quando Giorgio e io attaccammo da soli quel fortino fascista. Il ricordo dei compagni: era un comandante coraggioso" di Vera Schiavazzi

Lino Silvestri, novantuno anni compiuti a luglio, non è un chiacchierone, anzi, quasi si schermisce se gli si chiede di raccontare di quei mesi in Val Varaita quando, insieme a Giorgio Bocca, combatteva con Detto Dalmastro nella seconda divisione partigiana di Giustizia e Libertà. Eppure, di tutti, è proprio lui quello che forse lo ricorda meglio: perché erano insieme fin dalla scuola elementare, a Cuneo, dove Silvestri non ha mai smesso di vivere; perché, come il padre di Bocca, è stato per tutta la vita un insegnante e un preside di scuola. E perché, insieme, loro due soli, un bel giorno decisero di assaltare il distaccamento repubblichino di Frassino. Come andò? «Benone. Una volta fatta fuori la guardia, tutto fu facile… Per arrivare, camminammo tutta la notte, ma attaccammo in pieno giorno. Son passati così tanti anni che non mi so spiegare perché facemmo una cosa del genere in due, senza compagni. Ma ricordo che la decidemmo lì per lì, il giorno prima. E ci andò bene». I Silvestri erano due, Lino e il gemello Luigi, e Bocca li ha ricordati in più pagine dei suoi libri, a partire da “Il provinciale”. Ora tocca a Ercole, detto Lino, ricordare lui, nel salotto della sua casa di Cuneo, la moglie e i figli intorno a suggerirgli nomi e date che lui respinge con fermezza («Ce la faccio da me, anche se è tutta la vita che son più vecchio di Bocca di un mese…»).
«Giorgio era capo divisione, io e mio fratello avevamo ognuno un distretto, e sopra tutti c´era Detto Dalmastro, che poi sposò Anna, la sorella di Bocca, e morì giovane, nel 1975 racconta Silvestri Dopo la scuola, lui aveva fatto il liceo e cominciato a fare il giornalista, mentre io studiavo da maestro. Si capiva che sarebbe diventato importante. Bocca alle divisioni di Gl ci arrivò per conto suo, erano quelle che corrispondevano di più alle sue idee. Fu bello ritrovarsi, noi che ci conoscevamo da bambini. E subito si ricominciò a fare scorribande insieme. C´era tanta fame, in montagna, eravamo dei ragazzi con un appetito da lupi e uno dei problemi principali era trovare da mangiare per noi e per gli altri». Un problema che la coppia Bocca-Silvestri risolveva spesso e volentieri scendendo, con un po´ di incoscienza giovanile, fino a Madonna dell´Olmo, alle porte di Cuneo, dove un salumificio pre-industriale continuava a lavorare a dispetto della guerra: «Di lì abbiam preso salami e carne quanto bastava per dar da mangiare a tutti». Sparare, uccidere, restare uccisi: che valore avevano queste cose per un partigiano della Val Varaita? «Non è che potessimo farci scrupoli. Noi sparavamo se ci attaccavano, o quando dovevamo attaccare noi per non finire rinchiusi al fondo della valle. Era la guerra, e in guerra non si può stare troppo a pensare». E dopo? «Dopo, la vita ci ha separati. Io ho fatto il preside e l´ispettore, ho lavorato un po´ in tutta Italia. Lui è diventato il giornalista famoso che tutti conosciamo. Leggevo i suoi articoli, i suoi libri, certo, ma non c´era possibilità di frequentarsi. Ma cosa cambia? Se uno è stato amico in momenti come quelli, è amico per sempre».
E se si insiste, se si cerca per esempio di capire che cosa fece di Giorgio Bocca non solo un partigiano ma un comandante, i suoi vecchi compagni quasi sogghignano: «Non c´è un perché. Era ragazzo, era coraggioso, non si tirava indietro, anzi, si offriva. Ecco il perché», risponde Silvestri. Da Torino, un altro partigiano di allora, Giorgio Diena, aggiunge: «Non c´erano mica le selezioni del personale, in montagna. Giorgio era un capo perché i suoi lo riconoscevano, si fidavano. Nessuno ti diceva: da domani tu fai il capo. Succedeva, e basta». E Diena, che prima della Val Varaita ha combattuto in Val Pellice e in Val Chisone, spiega anche perché poteva capitare a chi era “meno inquadrato” di finire in una formazione autonoma, o tra le fila di Giustizia e Libertà piuttosto che tra i garibaldini: «Non c´erano obblighi politici, tra noi, eravamo più aperti. Aperti, attenzione, non tolleranti. La differenza era tutta lì, noi non avevamo troppo bisogno di commissari politici, gli altri sì. E adesso mi scusi, sono un po´ abbattuto. Anche a novant´anni dispiace quando un amico se ne va».

Repubblica 28.12.11

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“Cari ragazzi, non smettete di vigilare la democrazia va difesa in prima persona”
Ha ancora senso oggi dirsi antifascisti perché gli italiani tendono a essere fascisti senza saperlo

Lei quando era ragazzo è stato fascista. Quando e perché ha iniziato ha maturare una coscienza antifascista?
«La questione è fondamentale. Essere fascista in un regime dittatoriale non significa aver aderito al fascismo, vuol dire essere obbligato a iscriversi al fascio. Il mio fascismo consisteva nell´andare a sciare, del fascismo non sapevo assolutamente nulla. Al corso di Allievi Ufficiali ho incontrato dei colleghi giovani antifascisti e insieme avevamo persino pensato di scappare in Svizzera, ma ciò significava disertare ed essere fucilati. Eravamo stanchi del fascismo, come tutti».
Cosa ha significato per lei la resistenza?
«Per me la Resistenza ha significato l´ingresso nella vita politica. Per la prima volta ho potuto far politica sul serio, sapendo cosa facevo e scegliendo per conto mio la libertà».
Molti partigiani hanno vissuto il dopoguerra come un tradimento della resistenza. Fu cosi anche per lei?
«Semplicemente c´è stato un chiarimento: si è capito che la maggior parte degli italiani non erano pronti a fare gli antifascisti. Erano semmai pronti ad obbedire ad un nuovo padrone».
In questi ultimi anni assistiamo a un revisionismo storico riguardo a ciò che è stata la Resistenza partigiana. Crede sia colpa della classe politica o di una parte del popolo italiano?
«La revisione è un fenomeno tipico della cultura italiana: gli italiani rompono sempre le bambole che hanno fabbricato. Tutte le cose buone che vengono fatte in questo paese vengono criticate e distrutte»
Lei ritiene che oggigiorno abbia ancora senso definirsi antifascisti?
«Io penso di sì perché la tendenza di una buona parte dell´opinione pubblica italiana è di essere fascista senza saperlo».
Quindi che cosa significa oggi essere antifascista? Cioè cosa può fare in concreto un antifascista?
«L´antifascista deve pretendere che i diritti civili siano rispettati, pretendere che la libertà di stampa esista, pretendere che la libertà di parola e di voto esita, insomma difendere tutti quei diritti che devono essere garantiti in una democrazia. Un antifascista deve impegnarsi a difendere la democrazia in prima persona. Siccome questi diritti vengono violati continuamente, e la gente non se ne accorge, come la libertà di stampa, bisogna vigilare sempre».
(Il testo completo di quest´intervista a Giorgio Bocca, a cura di Ilo Steffenoni e Francesco Fontanive è stato pubblicato nel marzo 2010 sulla rivista studentesca di Verona “Il Superstite”)

La Repubblica 28.12.11

"Monti abbia coraggio", di Rinaldo Gianola

Il consiglio dei ministri si riunisce oggi per avviare la cosiddetta «fase due» dell’azione di governo che dovrebbe essere concentrata sullo sviluppo dell’economia, mentre, per la verità, la «fase uno» ha lasciato uno strascico di polemiche e di tensioni politiche e sociali che certo non si spegnerà con la fine del 2011. La manovra «Salva Italia» approvata in tempi record e con una maggioranza vastissima era ritenuta dal governo Monti il primo passo indispensabile per sistemare le emergenze più gravi, conti e debito pubblico, e per recuperare in Europa e sui mercati un po’ di credibilità che potesse garantire al Paese di recitare una parte da protagonista e non da comparsa nel futuro dell’Unione. Ma se questi sono stati gli
obiettivi condivisi dalle maggiori parti politiche, non si può certo dire che al momento l’amara ricetta recapitata alle famiglie, ai lavoratori, ai pensionati abbia prodotto i risultati sperati. Naturalmente c’è bisogno di tempo e di altre misure, ma siccome in questo sistema economico malato bisogna fare tutti i giorni i conti con lo spread, la dinamica dei tassi di interesse, le Borse, allora dobbiamo constatare che il differenziale tra i Btp e i titoli di Stato tedeschi resta ben sopra i 500 punti, il costo del debito pubblico rimane su pericolosi livelli di guardia, piazza Affari soffre. Questa emergenza non è attribuibile solo al nostro Paese, ma riguarda in primo luogo l’Europa e le sue decisioni, comprese quelle pre-natalizie, che non hanno convinto nessuno e producono stati ulteriori di incertezza, anziché favorire un rafforzamento
dell’intera Unione di fronte alla recessione. Quanti altri sacrifici saranno chiesti ai cittadini italiani ed europei se la leadership del Vecchio Continente resta inadeguata al drammatico momento che viviamo?
L’Italia, secondo le previsioni, si appresta a vivere il 2012 in
recessione, con un’ulteriore perdita di posti di lavoro (800mila stimati da Confindustria), mentre l’impoverimento del tessuto sociale, la caduta del reddito, la crescita dei prezzi al consumo sono fenomeni evidenti a tutti. In questa situazione appaiono gravi le incomprensioni tra governo e sindacati confederali
determinate dalla decisione di Monti e dei suoi ministri di procedere fin qui senza accettare i contributi dei rappresentanti dei lavoratori. L’intervento sulle pensioni ha avuto caratteri di iniquità e quello ventilato sull’articolo 18 sarebbe stato intollerabile.
Il governo Monti deve far comprendere al mondo del lavoro, ai corpi intermedi di rappresentanza sociale, se la «fase due» prevede il confronto, la collaborazione, il consenso oppure ricalcherà la «fase uno». Sappiamo bene che non ha un compito facile ed è necessario un gesto di coraggio nel cercare di avviare il rilancio dell’economia con l’aiuto e la partecipazione di chi, è bene ribadirlo, oggi paga il prezzo più alto della crisi e anche del risanamento. Recitare la parte del governo dei toni bassi, della responsabilità, della sobrietà anche personale e poi muoversi, magari inconsapevolmente, sulle tracce di Sacconi non può essere una linea politica capace di attrarre il consenso sociale necessario a fronteggiate questo momento tremendamente difficile.
Il governo ha l’autorevolezza per tentare di cambiare aria e per convincere pensionati e lavoratori che i loro sacrifici non sono inutili. Liberalizzazioni (possibilmente senza praticare sconti sospetti come avviene sul mercato ferroviario con l’ingresso dei privati di Ntv), infrastrutture, ammortizzatori sociali sono i capitoli principali che il governo vuole definire nel primo trimestre del nuovo anno. Vedremo quali saranno le proposte. A volte, in situazione di crisi e di grave disagio, bastano pochi segnali per dare il segno della svolta. L’asta delle frequenze tv potrebbe essere la prima occasione per dimostrare al Paese che tutti possono pagare. Una revisione dell’intervento delle
pensioni per evitare le ingiustizie più pesanti sarebbe un gesto di maturità politica propedeutico a una maggior collaborazione con i sindacati. Sarebbe anche assai utile comprendere come il governo e il ministro Fornero giudicano il nuovo quadro «contrattuale» della Fiat che tra un paio di giorni escluderà il maggior sindacato dei metalmeccanici dalla rappresentanza in fabbrica. Un po’ di vera politica può servire anche a
un governo tecnico.

L’Unità 28.12.11

"Sui troppi sprechi nella sanità ora indaga la Guardia di Finanza" di Fiorenza Sarzanini

Sprechi nella spesa pubblica come l’evasione fiscale: nel 2011 sono stati recuperati quasi 300 milioni di euro, a fronte dei 30 nel 2010. Così il comandante della Guardia di Finanza, Nino Di Paolo, tra le priorità del 2012 ha indicato le verifiche sui dipendenti pubblici, soprattutto nella sanità. Sprechi nella spesa pubblica equiparati all’evasione fiscale. Il comandante generale della Guardia di Finanza Nino Di Paolo indica ai reparti territoriali le priorità per il 2012 e in cima alla lista inserisce proprio le verifiche sull’attività dei dipendenti pubblici con un’attenzione particolare agli esborsi illegittimi nel settore sanitario. Sono i risultati ottenuti nell’ultimo anno a segnare il percorso da seguire, perché nel 2011 l’incremento delle verifiche in questo campo ha fatto aumentare di quasi dieci volte le somme recuperate passando dai circa 30 milioni di euro frodati nel 2010 ai 276 milioni di euro degli ultimi dodici mesi. Cifra record che si somma a quelle incamerate grazie agli accertamenti sui doppi lavori svolti dai dipendenti senza ottenere l’autorizzazione e dunque, nella maggior parte dei casi, senza coprire l’orario di lavoro e senza pagare le tasse. Dipendenti di enti locali e di aziende pubbliche che svolgono per i privati l’attività per la quale sono invece remunerati dallo Stato.

I conti sono presto fatti: ai 3.300 impiegati e funzionari che hanno svolto doppi incarichi negli ultimi tre anni per un totale di circa 30 milioni di euro e con un danno erariale che supera i 55 milioni di euro, devono sommarsi tutti i dipendenti pubblici denunciati per aver provocato perdite finanziarie al Servizio sanitario nazionale. Negli ultimi dodici mesi sono stati effettuati 1.927 controlli e le persone denunciate sono state 2.137 con una frode che, appunto, sfiora i 280 milioni di euro. Lo scorso anno c’erano stati 1.401 interventi e i dipendenti scoperti a commettere illeciti erano stati 1.891, ma i soldi da recuperare erano in totale poco meno di 30 milioni di euro. Nel 2009, quando erano state effettuate 1.827 ispezioni, con 3.459 persone denunciate, la frode accertata era stata molto superiore a quella dell’anno scorso, oltre 98 milioni di euro.
Quanto basta per riscrivere la lista delle priorità anche tenendo conto, come viene sottolineato nelle linee di intervento, che «la difficile situazione dei conti pubblici e le note dinamiche di crescita della spesa sanitaria rendono indispensabile ragionare in termini di utilizzo razionale delle risorse, a cominciare da quelle che si potrebbero liberare dall’eliminazione delle inefficienze, degli sprechi e delle frodi». Sono due i settori nei quali si concentreranno i servizi relativi alla Sanità: «Le condotte illecite degli operatori di settore, che tendono ad intercettare gli ingenti flussi di spesa destinati al campo sanitario e sono solitamente riscontrati nella gestione e nella fornitura di beni o servizi sanitari; i comportamenti dei privati cittadini finalizzati a fruire di prestazioni a condizioni a cui non avrebbero diritto».
Nel primo caso i controlli riguarderanno in maniera particolare le procedure di ricovero, nel secondo le esenzioni dal pagamento dei ticket. In entrambe le circostanze i benefici si ottengono grazie a false certificazioni e dunque si inciderà soprattutto sui controlli documentali. Un’attività che sarà effettuata in collaborazione con le Asl grazie a un protocollo d’intesa stilato con le Regioni che consente l’accesso ai sistemi informatici e dunque il controllo delle posizioni dei cittadini che beneficiano delle erogazioni del servizio sanitario nazionale.

La direttiva specifica come sia necessario «proseguire le azioni intraprese ai fini della stabilizzazione dei mercati finanziari e della situazione economica, della ripresa della crescita, della riduzione dell’incidenza del debito pubblico, nonché del contrasto all’evasione e all’elusione fiscale». E specifica che «l’apporto della Guardia di Finanza all’attuazione delle priorità fissate dall’Autorità di Governo dovrà essere basato sulla concentrazione delle risorse operative» proprio su quei fenomeni illegali che maggiormente incidono sulla spesa pubblica. Anche perché sono i risultati della Corte dei Conti a dimostrare quanto sia fondamentale per le casse dello Stato incidere con vigore in questo settore.
Nel 2009 il capitolo relativo alla spesa sanitaria ha portato al «deferimento» davanti ai giudici contabili di 427 soggetti con un danno segnalato all’erario di 715 milioni di euro. Nei 12 mesi successivi si è passati a 520 citazioni e una contestazione economica complessiva di 830 milioni. Nel 2011, nonostante sia salito a 1.402 il numero delle denunce, il danno finanziario è stato di 291 milioni di euro. In totale nel triennio fanno 2.349 dipendenti pubblici che hanno lucrato un totale di un miliardo e 836 milioni di euro.

Il Corriere della Sera 28.12.11

"Euro anno 10 un´epoca vissuta pericolosamente", di Maurizio Ricci

Un pessimo compleanno, di quelli in cui la salute del festeggiato appare sempre più precaria, i medici non sembrano all´altezza. Francamente, non se l´aspettava nessuno: perché nonostante i dubbi iniziali, i primi dieci anni dell´euro, entrato nelle nostre tasche il 1 gennaio 2002, sono stati un lungo successo. Almeno per otto anni, la moneta unica ha assicurato all´Europa stabilità e una generale prosperità. All´inizio, ci si chiedeva se avrebbe retto la parità con il dollaro: si è dimostrato più forte della valuta americana, stabilizzandosi su un cambio di 1,30-1,40. Quando, dopo il 2008, le cose si sono messe al brutto, è parso l´ombrello con cui ripararsi dalle intemperie della crisi mondiale: figurarsi dove saremmo, ci si diceva mentre esplodeva il dramma greco, senza l´euro. Solo negli ultimi mesi ci si è accorti che all´ombrello mancavano dei pezzi e che il manico era fin troppo fragile.
Agli italiani, le nuove banconote erano state presentate come una sorta di passaporto da cittadini europei, moderni e maturi. E lo sono state, a cominciare dalla vita quotidiana. Lo testimonia la piccola ebbrezza dei ragazzi che, sbarcando a Parigi o a Madrid, si trovano a comprare il biglietto della metropolitana con gli stessi spiccioli con cui l´avevano acquistato a Milano. La fine del rischio di cambio nella gran parte degli affari delle aziende. La facilità di spostare soldi e investimenti in giro per l´Europa. Non tutti l´hanno vissuta così, soprattutto chi, con l´estero, aveva poco a che fare. Nell´immaginario collettivo italiano, l´introduzione dell´euro coincide con una megatruffa generalizzata: doveva essere un euro uguale 1.936,25 lire, si trasformò in un euro uguale mille lire. La moneta unica, in realtà, non c´entrava: il problema fu la mancata tutela e vigilanza che il governo (Berlusconi) di allora, al contrario degli altri governi europei, non riuscì ad assicurare. Il risultato fu la percezione di un improvviso e ingiustificato aumento dei prezzi. Vero? Sì e no. I dati mostrano una brusca impennata dei prezzi più vicini alla gente: le mele, la carne, il caffè. Nel 2002, l´anno dell´euro, i prezzi degli alimentari salgono del 3,7%, quelli di bar e ristoranti del 4,5%. Ma una fiammata d´inflazione non ci fu: nel 2002, l´indice generale dei prezzi sale del 2,5%, meno che nel 2001 e nel 2003 (2,7% in ambedue i casi). Su un orizzonte più lungo, proprio l´inflazione è stata definita la maggiore vittoria dell´euro in Italia. Non tutto è merito della moneta unica: negli ultimi anni, nonostante gli strappi del petrolio, l´inflazione è stata bassa in tutto l´Occidente. Per l´Italia, comunque, si è trattato di una novità. Negli anni ‘70 e ‘80, i prezzi correvano in media di oltre il 13% l´anno. Negli anni ‘90, man mano che la prospettiva dell´euro si faceva concreta, sono scesi al 5%. Negli ultimi anni, si sono fermati al 2-3%.
L´altro grande assist fornito dall´euro all´economia italiana riguarda il protagonista in negativo di questi ultimi mesi: la finanza pubblica. Fino a poco tempo fa, il famigerato spread con i Bund tedeschi era qualcosa per cui dovevamo brindare. Fino metà degli anni ‘90, i tassi d´interesse sul debito pubblico italiano veleggiavano intorno al 4,5%. Con l´euro sono scesi – e sono rimasti fino al 2008 – intorno al 2%. Per un paese che ha quasi 2 mila miliardi di euro di debito pubblico, oltre due punti in meno di interessi sono roba grossa. Negli anni dell´euro, l´Italia ha, grosso modo, risparmiato 50-60 miliardi di euro ogni anno nel costo del debito. Anche grazie a questa leva, il debito pubblico era passato dal 120% del 1994 al 103% del 2008, prima che lo sfondamento dell´ultimo governo Berlusconi lo riportasse al 120%. Dove l´euro non sembra essere servito è nella crescita. L´ingresso nella moneta unica doveva, rompendo il circolo vizioso svalutazione della lira – inflazione – nuova svalutazione, spingere l´economia italiana verso nuove forme di sviluppo. Non è successo: per tutti il periodo dell´euro, i redditi italiani sono rimasti quasi fermi e lo sviluppo è stato asfittico. Il tradizionale volano delle esportazioni si è inceppato. Sotto questo profilo, il caso italiano è il più grave, ma non è unico. Si annida, probabilmente, qui, secondo molti economisti, il male profondo che, alla fine, ha eroso il decennio dell´euro. Contrariamente a quanto sostiene la retorica tedesca, infatti, quello che accomuna i Paesi deboli dell´euro (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda) non è l´indisciplina nel tenere a freno i conti pubblici. Quella riguarda Grecia e Italia, ma, in questa pagella, nel 2008 Spagna e Irlanda avevano i conti assai più in ordine della virtuosa Germania. Il filo comune è, invece, che, negli anni dell´euro, tutti questi Paesi hanno visto aggravarsi il deficit dei conti con l´estero. E´ qui la spaccatura dell´Europa: perchè, contemporaneamente, i Paesi forti, Germania in testa, miglioravano, invece, la loro bilancia dei pagamenti. In altre parole, al centro d´Europa si è aperto un divario di competitività: secondo le stime, ad esempio, il sistema dei prezzi e dei salari risulta, in Italia, più caro del 20-25% rispetto alla Germania. L´equilibrio è stato mantenuto perchè, a colmare il buco, hanno provveduto, fino al 2008, i capitali dei Paesi del Nord, che fluivano al Sud, a caccia di occasioni di investimento. Quando, con la crisi finanziaria, questo flusso si è interrotto, sono scoppiate le bolle immobiliari in Spagna e Irlanda e le crisi del debito pubblico in Grecia ed Italia.
Se questa interpretazione, ormai prevalente fra gli economisti anglosassoni, è corretta, le ricette che si stanno applicando per curare l´euro non sono quelle giuste: l´austerità per tutti predicata da Berlino cura i sintomi (e neanche tutti), ma non le cause. E i tempi sono irrealistici: è difficile pensare che l´Italia possa recuperare un deficit del 25% di competitività in 2-3 anni, a meno di una deflazione selvaggia e insopportabile. E, probabilmente, anche che risani, a colpi di tagli di spesa e rincari di tasse, la finanza pubblica, nel giro di mesi, anziché anni. Il capo economista dell´Fmi, Olivier Blanchard, ha avvertito in questi giorni che troppa austerità, troppo in fretta può essere controproducente: «I livelli di debito devono scendere, ma è una maratona, non uno sprint». Blanchard rivela che le stime preliminari compiute dagli uffici del Fondo monetario, indicano come gli effetti combinati dell´austerità fiscale e della conseguente minore crescita dell´economia possano facilmente portare, alla fine, ad un aumento, non ad una riduzione, degli spread sui titoli pubblici. Insomma, per salvare l´euro c´è il rischio di spararsi sui piedi e compromettere ulteriormente la moneta unica: l´impegno assunto, ad esempio, dal governo Berlusconi (e confermato da Monti) a pareggiare il bilancio entro il 2013 può rivelarsi un boomerang. Risanare i conti troppo in fretta, secondo Blanchard, può rendere il debito meno, anziché più sostenibile. E, con un messaggio evidentemente diretto a Berlino e all´agenda di risanamento abbozzata all´ultimo vertice europeo del 9 dicembre, il capo economista dell´Fmi chiarisce quale sia l´orizzonte di tempo realistico: «Ci vorranno – sostiene – più di due decenni per tornare a livelli prudenti di debito».
Quando i medici litigano al capezzale del paziente è un brutto segno. E il senso di dramma incombente è acuito dalla consapevolezza che le alternative alla sopravvivenza dell´euro sono peggiori dei sacrifici necessari per superare la crisi attuale. Per tutti, Paesi forti e deboli. Nelle scorse settimane, gli uffici studi di molte grandi banche si sono esercitati nell´immaginare gli scenari di un collasso dell´euro. Le ipotesi su cui questi scenari sono costruiti sono discutibili, approssimative, spesso azzardate. Ma i risultati sono univocamente impressionanti. Secondo una grande banca giapponese, Nomura, in caso di fine della moneta unica, nell´arco di cinque anni, il nuovo marco tedesco risulterebbe solo marginalmente rivalutato, rispetto al dollaro. Ma tutte le altre monete nazionali si svaluterebbero pesantemente rispetto all´euro attuale: fra il 7 e il 10% il fiorino olandese e il franco francese. Fra il 30 e il 50% per peseta spagnola, scudo portoghese, sterlina irlandese. Quasi il 60% per la dracma. La nuova lira risulterebbe svalutata di oltre il 27% rispetto alla quotazione attuale dell´euro sul dollaro. Sulla base dell´esperienza delle crisi valutarie del passato, la Nomura calcola che queste svalutazioni si accompagnerebbero, quasi certamente, a tassi di inflazione annua, mediamente, superiori (spesso di molto) al 10%.
Con quali effetti sulle singole economie? Secondo un´altra grande banca, la olandese Ing, in caso di collasso dell´euro, l´economia italiana accuserebbe, da qui al 2016, una perdita secca complessiva di oltre il 6% del Pil, al netto dell´inflazione. Ma anche Francia e Olanda si contrarrebbero di più del 5% e la stessa Germania vedrebbe il suo prodotto interno lordo ridursi di quasi il 4%. Se queste previsioni vi fanno venire i brividi, considerate che sono selvaggiamente ottimistiche rispetto a quanto prevede invece un´altra banca mondiale, la svizzera Ubs. Gli gnomi di Zurigo si concentrano sull´impatto immediato non del collasso generale dell´euro, ma dell´uscita di un singolo paese dalla moneta unica. La simulazione è agghiacciante. Per un Paese come l´Italia, secondo l´Ubs, trovarsi fuori dall´euro significherebbe vedere il Pil quasi dimezzarsi nei primi 12 mesi. Ad ogni italiano costerebbe fra 9.500 e 11.500 euro a testa, a cui si aggiungerebbero, per ogni anno successivo, altri 3-4.000 euro. Ma anche la Germania dovrebbe pensarci bene, prima di lasciare la moneta unica. Le costerebbe un crollo del 25% del prodotto interno lordo: fra 6 mila e 8 mila euro a testa, per ogni tedesco, più 3.500 – 4.500 euro, per ogni anno successivo.
In realtà, nessuno è oggi in grado di formulare una previsione attendibile degli effetti di una crisi terminale dell´euro. Troppo complesso il quadro: ad esempio, un collasso della moneta unica amplificherebbe, probabilmente, i suoi effetti immediati, perchè scatenerebbe una nuova crisi finanziaria mondiale. Ma le simulazione servono ad illustrare la posta in gioco. Di fatto, dopo dieci anni, siamo tutti, in qualche modo, prigionieri dell´euro. O, se preferite, l´euro è ormai la nostra casa, degli italiani come dei tedeschi e, fuori, c´è freddo e buio. La crisi del decimo anno segna, però, una svolta profonda. Anche se l´euro sopravviverà, niente sarà più come prima. I prossimi dieci anni della moneta unica saranno, comunque, molto diversi dai primi dieci.

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“La sfida della solidarietà ultima carta per evitare la fine del sogno europeo”, di GIORGIO RUFFOLO

Il primo di gennaio 1999 è nato l´euro e tre anni dopo ha cominciato a circolare. Ora rischia di morire. Ciò che oggi stupisce di quella sua nascita è la relativa facilità. Certo ci furono tensioni e conflitti, specie da noi. Ma tutto sommato molto meno pesanti di quelli che si sarebbe potuto attendere da una decisione che cambiava, per i Paesi implicati, il corso della loro storia. Un´operazione anche materialmente complessa, fu portata a termine nel giro di pochi anni con efficacia, starei per dire con eleganza.
Oggi quella operazione è in pericolo. Ciò che ha colpito l´euro è una crisi mondiale sorta non nei suoi confini ma all´esterno, in America, generata da una inflazione finanziaria a sua volta promossa da un gigantesco indebitamento che ha minacciato di travolgere le banche americane, coinvolgendo quelle dei Paesi europei attraverso gli stretti legami dell´interdipendenza. Le conseguenze sembrano addirittura più gravi per l´Europa che per gli Stati Uniti, e ciò per ragioni evidenti. Il governo americano ha affrontato la crisi con un piglio drastico: un salvataggio “governativo” in grande stile che ha consentito di sostituire l´indebitamento privato con l´indebitamento pubblico. Il peso della crisi è ricaduto sul contribuente, con conseguenze gravi per la finanza pubblica (paradossalmente “punita” dalle agenzie di rating) ma non tanto da costituire una minaccia di fallimento per lo Stato. Il lato oscuro del modo in cui si è affrontata la crisi americana sta nel fatto che esso non ne ha minimamente rimosso le cause.
Le condizioni dell´Europa sono diverse. In America dietro il dollaro c´è uno Stato. Nell´Unione Europea ce ne sono ventisette. L´impatto della crisi, in Europa , è stato del tutto diverso per gli Stati che presentavano già finanze pubbliche deficitarie e per quelli più o meno in ordine. Ciò ha determinato contrasti di visione e di azione. Teoricamente erano possibili, al limite, due posizioni. Una solidale che coinvolgesse i deboli e i forti in una unica strategia di difesa. L´altra, “egoista”, che lasciasse del tutto sulle spalle dei deboli i costi dell´aggiustamento. L´Unione sembra aver scelto una via di mezzo, esitante e riluttante. Per esempio, sembra disposta ad approvare l´intervento della Bce a sostegno dei titoli deboli, purchè non sia illimitato: il che lo rende inutile, perché sfida la speculazione proprio a “saggiare” quei limiti. Inoltre, sembra approvare la decisione della Banca Centrale di rifinanziare massicciamente le banche per indurle a riattivare il credito all´economia. Ma se la domanda di credito non è stimolata dalla crescita le banche finiranno per ridepositare quelle somme nella Bce.
L´attuale “leadership” franco-tedesca sembra consapevole che la sola politica monetaria non è in grado al tempo stesso di garantire la disciplina e di promuovere la crescita. Ma, quando si sposta giustamente sul fronte delle politiche di bilancio, adotta una scelta di rigorosa austerità che, mentre risponde alle esigenze della disciplina, manca totalmente l´obiettivo essenziale della crescita. E´ così che nel più recente progetto di risoluzione (“international agreement”) che sarà, pare, sottoposto al prossimo Consiglio Europeo, non ci si limita a ribadire i vincoli del “patto di stabilità”, ma li si aggrava pesantemente con ulteriori norme restrittive, alcune delle quali persino ridicole: come quando si minaccia di trascinare di fronte alla Corte di giustizia gli Stati che stanno rischiando niente di meno del fallimento economico. Se questo è il senso della leadership franco tedesca (una leadership minata da forti contrasti interni) c´è da rimpiangere amaramente i tempi di Mitterrand e di Kohl come quelli dell´età di Pericle. Un governo economico dell´Europa degno di questo nome, anzichè infierire sadicamente sui governi in corso di fallimento, dovrebbe rilanciare il cosiddetto Fondo Salva Stati in un ruolo di “tesoro europeo” precursore di un vero bilancio federale, e finanziare progetti di investimento comuni miranti a promuovere la crescita, lasciando in pace la Corte di Giustizia. E soprattutto, non dovrebbe dimenticare che l´euro non è soltanto un accordo monetario. E´ parte integrante di un grande disegno politico. E´ l´istituzione più coerente con un approccio federalista al grande obiettivo dell´unità politica europea. Quell´obiettivo è stato più volte ribadito dai governi italiani (tranne quello berlusconiano, provincialmente leghista). Aspettiamo di sapere se il governo Monti lo riassumerà come suo, oppure si farà intimidire dal duo carolingio. Se, promuovendo un diverso approccio condiviso da altri Paesi “solidali”, sarà all´altezza di quella formidabile impresa che, dodici anni fa, consentì all´Italia di Prodi e di Ciampi l´orgoglioso ingresso nell´avanguardia della moneta unica. Una decisa svolta: questo consentirebbe all´Europa di sperare per non sparire.

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“Quel “vincolo esterno” che ha salvato l´Italia Draghi: ora tocca a noi”, di Massimo Giannini

Per Carlo Azeglio Ciampi “è un leone che bela” La moneta unica ha convinto meno del previsto, ma abbandonarla non conviene a nessuno. Pur con la sua irrisolta zoppìa di “divisa senza sovrano” è stata l´unica idea forte prodotta da questa metà del mondo dal secondo dopoguerra, un progetto geopolitico in veste monetaria.
«L´euro è un leone che bela…». Carlo Azeglio Ciampi la vede così: i primi dieci anni della moneta «che non dovrebbe esistere» (come ha scritto uno studio dell´Ubs) hanno fiaccato la “belva”. L´euro non ruggisce, perché all´unione monetaria non si è mai accompagnata l´unione politica. Una «divisa senza sovrano». E´ la famosa zoppia, che proprio Ciampi denunciò profeticamente già nel 1998, all´atto di nascita della moneta unica. Ma in questi giorni di lenta e penosa euroagonia, il presidente emerito della Repubblica si sforza di non perdere l´ottimismo: «La moneta unica reggerà all´urto di questa crisi. Perché i vantaggi dell´euro, al dunque, sono maggiori degli svantaggi. E lo sono per tutti. Per i tedeschi, che hanno beneficiato di un dividendo competitivo formidabile, non solo dal lato delle esportazioni ma anche dal lato della gestione dei tassi di interesse attivi e passivi. Ma anche e soprattutto per noi italiani: senza l´euro saremmo un Paese in bancarotta».
Il break up della moneta unica è ipotesi agghiacciante. Non che qualcuno non ci stia pensando. Gli “gnomi di Zurigo” di Ubs, appunto, che insieme ai “lupi” di Merrill Lynch e ai “samurai” di Nomura fanno i conti su quanto costerebbe il ritorno alle valute nazionali. E poi le università tedesche devote al culto ortodosso della dea pagana Bundesbank, che simulano il Neuro (l´eurone dei ricchi del Nord) e il Sudo (l´euretto degli sfigati del Club Med). Persino nel Belpaese si favoleggia di segretissimi studi di fattibilità elaborati addirittura dalla Banca d´Italia. «Fantasie», le bolla ogni volta il governatore Ignazio Visco. Anche per lui, «l´euro è un destino comune», che ci accomuna tutti e che le classi dirigenti europee hanno il dovere di compiere. Il “come” è tema del terribile 2012 che sta per cominciare.
Dal vasto punto di vista europeo, nessun dubbio: pur con la sua irrisolta “zoppia”, l´euro è stata l´unica vera idea forte prodotta in questa metà del mondo dal secondo dopoguerra. «Un progetto geo-politico in veste monetaria», secondo la felice formula di Lucio Caracciolo. Dal modesto punto di vista italiano, una certezza: pur con tutti i suoi limiti, l´euro è stata l´unica piattaforma politico-economica sulla quale una nazione incompiuta ha cercato di rifarsi un´identità. Non ci è ancora riuscita, e i fatti di questi mesi lo dimostrano. Se la moneta unica rischia il collasso, molto si deve anche al fatto che l´Italia, dopo una parentesi virtuosa e rigorosa tra il 1996 e il 2000, è tornata a praticare il solito lassismo finanziario, e dunque a destabilizzare il non più solido edificio comunitario. Ma l´euro rimane comunque un´altra prova, l´ennesima, di quel vincolo esterno che ci ha salvato già tante volte, come amava ripetere Guido Carli. Se c´è un momento in cui questo Paese ha sentito un barlume di orgoglio unitario e identitario è stato al tempo del traguardo di Maastricht, quando i tedeschi del falco Tietmeyer e gli olandesi del cervellotico Zalm non ci volevano nel gruppo di testa.
Fu allora che il Paese riuscì ad abbattere il suo deficit al 3% e il suo debito al 103% del Pil, e gli italiani accettarono senza battere ciglio l´ennesima stangata (l´eurotassa di Prodi). Come ricorda oggi Ciampi: «La gente percepì quegli sforzi come un dovere naturale, come una cosa giusta da fare. E infatti la facemmo, senza traumi e senza conflitti sociali». Resta il mistero di un successo propiziato da un pezzo di establishment che alcuni anni prima, nel febbraio 1992, sottoscrive senza esitazioni il Trattato di Maastricht dal quale tutto è nato: Andreotti e De Michelis, uomini simbolo di quella Prima Repubblica con la quale nasce la “democrazia del debito”, che mettono la propria firma su un progetto che quel debito lo dovrà seppellire, e quella Repubblica la dovrà rinnegare. E resta il mistero di un altro pezzo di establishment che in quel 1996 si batte per evitare che l´Italia agganci il primo vagone dei grandi d´Europa: Berlusconi, Fazio e Romiti, euroscettici per convenienza politica o per convinzione personale che oggi, di fronte ai guai dell´euro, si crogiolano nella corriva ragione del “senno di poi”.
La verità, come diceva Carli, è che il “vincolo esterno” ci ha già salvato tre volte: l´adesione agli accordi di Bretton Woods, l´ingresso nel Sistema Monetario Europeo, il Trattato sull´Unione politica, economica e monetaria. Con l´approdo all´euro siamo dentro lo stesso percorso: abbiamo aderito a un sistema di vincoli decisi da altri, per cercare almeno una volta di migliorare noi stessi. In questa consapevole cessione di sovranità c´è il desiderio di un riscatto, ma anche il riconoscimento di una sconfitta. Come dice Sabino Cassese, «il cosiddetto vincolo esterno costituisce una fuga dallo Stato, in quanto lo Stato non trova in se stesso la forza della propria modernizzazione». Era il rovello del solito Carli: perché c´è bisogno di un vincolo «per innestare l´economia di mercato nel tessuto vivente, nelle fibre della società, introdurla nella mentalità delle classi dirigenti?». Perché spesso le élite, in nome del popolo, fanno scelte che danneggiano il popolo.
Oggi, di fronte alle dure ed inique manovre del governo Monti, siamo al bivio. Meglio tornare come eravamo, liberi e irresponsabili, con un carico immane di debito e di inflazione da addossare ai poveri eredi o da scaricare sui rituali nemici? O onorare gli impegni siglati con l´Europa, provando ad essere quello che non siamo, virtuosi e responsabili, capaci di abbattere il debito e dimostrare ai tedeschi che Italia-Germania non è solo 4 a 3 di Messico ‘70? Quelle manovre le dobbiamo migliorare, nel segno della giustizia sociale. Ma non le possiamo evitare, all´insegna del vecchio azzardo morale. Prima di traslocare a Francoforte, Mario Draghi ha detto: «Una nostra tentazione atavica, ricordata da Alessandro Manzoni, è di attendere che un esercito d´Oltralpe risolva i nostri problemi. Oggi non è così: sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori. Spettano a noi». Euro o non euro, si tratta di trasformare il vincolo esterno in vincolo interno. Non è questione di odioso mercatismo, ma solo di sano civismo.

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“Prodi: via a eurobond e superBce il tandem Berlino-Parigi ha fallito”, di ANDREA BONANNI

Professor Prodi, dieci anni fa l´euro entrava per la prima volta nelle tasche dei cittadini. Oggi ci ritroviamo per una celebrazione o per un funerale?
«Diciamo che siamo di fronte alla necessità di una rifondazione. Dobbiamo prendere atto dell´incompiutezza di quel progetto e portarlo a termine. Del resto anche allora lo andavo dicendo che non si poteva avere una politica monetaria unica senza una politica economica comune. Ma la reazione, di Kohl come di Chirac, fu netta: è meglio rinviare la fase due»
Più che rinviarla, se la sono dimenticata…
«Sì. Perchè l´Europa è cambiata. E´ cominciata l´era della Grande Paura. Paura della globalizzazione. Paura della Cina. Paura del futuro. E la Germania si è fatta paladina di queste paure. Così tutto il processo si è rallentato. E quando è arrivata la tempesta non solo mancavano gli strumenti per affrontarla, ma anche la voglia di uscire dai porticcioli protetti degli egoismi nazionali».
Non le sembra che quella della globalizzazione fosse un paura giustificata?
«Non ha senso fuggire di fronte all´inevitabile. La globalizzazione ci impone una sfida. Ma era folle pensare di poterla evitare».
Nel suo libro appena uscito, “Dieci anni con l´euro in tasca” in cui dialoga con Delors, si dimostra ottimista sul futuro della moneta unica. Perché?
«Per la Germania l´uscita dall´euro sarebbe una tragedia mai vista. Certo, c´è una dosa di schizofrenia nella politica europea: l´analisi guarda al futuro, ma la prassi pensa solo al presente immediato. Si dà addosso alla Grecia pensando alle elezioni in Nordrhein-Westfalen. Ma anche la schizofrenia ha un limite».
Eppure avrà sentito anche lei le voci secondo cui la Germania starebbe stampando in Svizzera i nuovi marchi…
«Sì, le ho sentite. Ma sono, appunto, voci. Se si tornasse all´euro tedesco e all´euro italiano, il rapporto salirebbe immediatamente verso l´uno a due. E la Germania smetterebbe di esportare. Nell´ultimo anno la Germania ha registrato un surplus commerciale di 200 miliardi, di cui metà verso la zona euro. Sarebbe cancellato in un attimo».
Chi avrebbe immaginato, solo pochi mesi prima che avvenisse, la fine dell´Urss? Non potrebbe accadere lo stesso con l´euro?
«Non credo. Quello sovietico era un sistema che aveva accumulato errori tali da non reggere più. L´euro, invece, è stato un elemento di stabilità e di progresso. In questi dieci anni l´industria europea si è andata rafforzando molto più di quella americana. Abbiamo imparato a vivere con una moneta forte. I Paesi del Golfo e la Cina aspettano solo una politica di buonsenso da parte degli europei per riequilibrare le loro riserve valutarie a favore dell´euro».
E quale sarebbe questa politica di buonsenso?
«Una moneta comune va difesa con strumenti comuni. Occorre che la Bce sia autorizzata a fare il proprio lavoro, come lo fa la Fed. E occorre che gli eurobond, garantiti dall´oro delle banche centrali nazionali, consentano non solo di difendere il debito, ma anche di rilanciare gli investimenti, come hanno fatto Cina e Usa nel momento del bisogno».
I tanti errori della coppia Merkel-Sarkozy erano evitabili?
«Se governano in base ai sondaggi di opinione, no»
Ma in democrazia si può fare altrimenti?
«Io l´ho fatto: dalle carceri, alla politica di cittadinanza, all´immigrazione. E ne ho pagato il prezzo. Ma non ho rimpianti».
Oggi l´Europa è più tedesca che mai…
«E lo è per colpa della Francia. Parigi ha voluto contenere da sola la Germania senza averne il peso. Questo direttorio a due ha rovinato l´Europa, perché in realtà a comandare è solo la Germania. E Berlino insegue solo il suo interesse immediato».
Ma se i grandi sbagliano impunemente, e i deboli, come è successo in Portogallo, Grecia e Italia, sono costretti a cambiare governi democraticamente eletti, che fine fa la democrazia?
«La democrazia va sempre in crisi se non si porta il processo democratico al livello in cui si prendono le decisioni vere, se il “potere del popolo” si esercita là dove non c´è più potere reale. E´ quanto sta succedendo in Europa».
Allora non c´è via di uscita?
«Tanto per cominciare sono convinto che, come si sono dovuti cambiare i dirigenti dei Paesi perdenti, gli errori che si stanno accumulando sono talmente madornali che si finirà per cambiare anche quelli dei Paesi cosiddetti forti. La crisi economica dell´Europa, che è ormai inevitabile, si scaricherà su quelli che, a torto o a ragione, hanno avuto la pretesa di dirigerla. E a quel punto si potranno riaprire tutti i giochi».

da Repubblica dl 28.12.11

"Liberalizzare con coraggio", di Sandro Gozi

Usciamo dal Medioevo e facciamo un passo nella modernità e nell’equità sociale. Le liberalizzazioni, in Italia, servono a questo. E da un governo che conosce bene quella famosa frase di Friedrich Von Hayek, quasi ritagliata su misura dello stivale italico – «La competizione è il terrore di tutti i conservatori di destra, di centro e di sinistra. Uno dei tratti fondamentali dell’atteggiamento conservatore è il timore del cambiamento» – questo ci aspettiamo.
Non esiste altro paese europeo così bloccato da restrizioni all’accesso, regimi di concessione, barriere legali e famigliari, veri e propri blocchi corporativi come l’Italia.
Non basta liberalizzare gli orari dei negozi (peraltro, i commercianti sinora sono tra i pochi ad avere conosciuto vere liberalizzazioni…). E rafforzare i poteri dell’autorità garante per la concorrenza è condizione necessaria ma non sufficiente per un mercato libero ed efficiente.
Il primo elenco delle cose da fare o da completare è noto: ci aspettiamo che il governo ricominci (bene) dall’opera ancora incompiuta. Innanzitutto frequenze radiotelevisive, ordini professionali, energia e gas, autostrade, farmacie. I taxi? Problema soprattutto di Milano e Roma. Battaglia simbolica sinora persa, (anche a Parigi, Jacques Attali ne sa qualcosa…), ma che va di nuovo combattuta. Attraverso queste prime vere liberalizzazioni, dobbiamo condurre una battaglia più dura, culturale e sociale. Dobbiamo smettere di piegarci agli interessi particolari di questa o quella oligarchia o corporazione; di quel beneficiario di concessione pubblica nazionale o locale (vedi autostrade, ma vedi anche le migliaia di società a partecipazione pubblica locali…); dobbiamo liberarci dal loro potere di condizionamento e fare ciò che dovremmo fare sempre: l’interesse generale del paese.
Inutile parlare di riforme per la crescita a “costo 0”, di merito, di giovani se consentiamo che nel nostro paese si vada avanti per via ereditaria, come già accadeva nel Medioevo. Oggi le corporazioni dichiarate sono almeno 28, contano 2 milioni di iscritti. Certo, la ricerca di consenso immediato sconsiglierebbe interventi troppo radicali. Ma questa mancanza di coraggio e di senso dell’interesse generale ha già provocato troppi danni nel nostro paese. Non è più tollerabile. Il governo conosce bene questa realtà ed ha ancora la possibilità di intervenire con nettezza e radicalità.
Certamente, gli ordini, le concessioni, le restrizioni alla libera concorrenza esistono anche in Germania, in Francia, in Spagna, in Portogallo…Ma in nessun paese le regole sono pesanti e complesse come in Italia, senza peraltro assicurare un maggior rispetto delle regole deontologiche proprie della libera professione o una maggior soddisfazione degli utenti.
È stato paradossale, del resto, vedere esponenti importanti del Pdl agitarsi a Roma e a Bruxelles e usare i consumatori (e la salute dei cittadini) come veri e propri scudi umani per proteggere la lobby dei farmacisti. Per questo, d’altra parte, noi democratici – assieme ai radicali – siamo gli unici veri sostenitori delle liberalizzazioni: perché in Italia liberalizzare vuole dire fare giustizia sociale e combattere privilegi ed egoismi. E per questo dobbiamo proseguire questa lotta senza esitazioni ed evitando di scivolare su questo o quell’albo come è accaduto anche di recente alla camera.
Dovremmo invece usare un metodo molto netto: invertire l’onere della prova. Cioè affermare che tutte le restrizioni sono abolite tranne quelle che vengono motivate e giustificate come necessarie nell’interesse generale. Il presidente del consiglio conosce molto bene queste realtà. Nel suo rapporto sul completamento del mercato unico europeo indicava che i servizi valgono il 70% del Pil europeo, sono il principale fattore di attrazione degli investimenti diretti esteri, una loro piena liberalizzazione ha un potenziale che varia tra i 60 miliardi e i 140 miliardi di euro, porterebbe ad un aumento dell’1,5% del Pil europeo (e probabilmente del 3% in Italia); ma ciò richiede decisioni coraggiose per eliminare i troppo ostacoli legislativi e burocratici ancora esistenti nei vari paesi europei. Esistenti soprattutto in Italia.
Da oggi abbiamo un’impellente necessità – e una grande opportunità – : che il presidente Mario Monti applichi gli insegnamenti del professor Mario Monti. Lo sostenevamo ieri in Europa. Se Monti farà Monti, lo sosteremmo ancora di più oggi in Italia.

da Europa Quotidiano 28.12.11