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"Abolire la miseria", di Barbara Spinelli

Certe volte dimentichiamo che il pensiero di unirsi in una Federazione, nato come progetto non utopico ma concreto nell´ultima guerra in Europa, non ha come obiettivo la semplice tregua d´armi fra Stati che per secoli si sono combattuti seminando morte. È un progetto che va alle radici di quei nostri delitti collettivi che sono stati i totalitarismi, le guerre. Che scruta le ragioni per cui gli individui possono immiserirsi al punto di disperare, anelare a uno strabiliante Redentore terreno, immaginare la salvezza schiacciando i propri simili: i deboli, in genere. Dicono che i motivi che spinsero gli europei a unirsi, negli anni ´50, sono svaniti perché il compito è assolto: la guerra è oggi tra loro impensabile. Questo spiegherebbe come mai non esistono più statisti eroici come Monnet, De Gasperi, Adenauer: uomini marchiati dalla guerra di trent´anni della prima metà del ´900.
Chi parla in questo modo trascura quello sguardo scrutante che i fondatori gettarono sulla questione della miseria, e l´estrema sua attualità. Trascura, anche, quel che l‘Europa unita ha tentato di fare, per creare non solo istituzioni politiche ma sociali, economiche. Dai delitti del ‘900 siamo usciti, nel ‘46, con un patto di mutua assistenza fra cittadini. È detto Welfare perché prese forma in Inghilterra grazie al piano concepito durante la guerra, su mandato del governo, da William Beveridge, uno dei fondatori della Federal Union: lo Stato del Benessere (meglio sarebbe dire Bene-Vivere: il bene dell´Essere è cosa più scabrosa) dà sicurezza non aleatoria all´indigente, l´escluso, l´anziano, il paria.
Per questo è una grave svista pensare che l´Europa abbia concluso la missione, e stia lì solo come arcigna guardiana dei conti in ordine. Esattamente come nel dopoguerra, sono richiesti Fondatori, Inventori: se la crisi odierna è una sorta di guerra, è urgente immaginare istituzioni durature perché i mali che stanno tornando (miseria, diseguaglianza) non trascinino ancora una volta le società in strapiombi di disperazione, risentimento, e quell´odio dell´altro che si disseta bramando capri espiatori (ieri gli ebrei, oggi gli immigrati e in prospettiva anche i vecchi che “muoiono così tardi”).
Abolire la miseria: così s´intitolava lo splendido libro che l´economista Ernesto Rossi, autore con Altiero Spinelli e Eugenio Colorni del Manifesto di Ventotene, scrisse in carcere nel ‘42 e pubblicò nel ´46: “Bisogna unire tutte le nostre forze per combattere la miseria per le stesse ragioni per le quali è stato necessario in passato combattere il vaiolo e la peste: perché non ne resti infetto tutto il corpo sociale”. La sfida oggi è identica, e sono le pubbliche istituzioni nazionali e europee a doversi assumere il compito. Affidarlo a chiese o filantropi vuol dire regredire a tempi in cui solo la carità era il soccorso.
In molti paesi arabi sono gli estremismi musulmani a occuparsi del Welfare, confessionalizzandolo. Non è davvero il modello da imitare: gli Stati europei si sono sostituiti alle chiese fin dal ‘200, creando istituzioni laiche aperte a tutti. Anche l´Europa unitaria investe su organismi comuni perché – sono parole di Jean Monnet – “gli uomini sono necessari al cambiamento, ma le istituzioni servono a farlo vivere”. E aggiunge, citando il filosofo svizzero Amiel: “L´esperienza d´ogni uomo ricomincia sempre; solo le istituzioni diventano più sagge: accumulano l´esperienza collettiva e da quest´esperienza e saggezza, gli uomini sottomessi alle stesse regole vedranno cambiare non già la loro natura, ma trasformarsi gradualmente il loro comportamento”. È laico anche questo: voler cambiare i comportamenti, non la natura dell´uomo.
È importante ricordare come nacque il Welfare, perché in Europa, Italia compresa, le campagne elettorali si svolgeranno su questi temi, e sul banco degli imputati ci sarà spesso la medicina stessa che dopo il ´45 ci somministrammo sia per abolire le guerre, sia per abolire la miseria. Non è improbabile, ad esempio, che le destre italiane – non ancora emendate – tramutino l´Europa in bersaglio: da essa verrebbero quelle regole che ci impoveriscono e commissariandoci, ci umiliano. L´attacco al governo Monti, quando s´inasprirà, sfocerà in attacco all´Unione. È già chiaro negli slogan leghisti. Lo è nell´offensiva di Berlusconi contro le tasse: cioè contro il tributo che ciascuno (specie i ricchi) deve versare per preservare la pubblica salute.
Rifondare oggi l´Europa concentrandosi sulla lotta alla miseria significa capire perché l´Unione ci chiede certi comportamenti, e al tempo stesso inventare istituzioni aggiuntive che diano sicurezza all´esercito, in aumento, di disoccupati e precari. Significa comprendere che la battaglia al debito pubblico non è una mania né una mannaia: è il patto generazionale che l´Unione ci chiede di stringere, visto che gli Stati da soli non l´hanno fatto per timore delle urne. Il Trattato di Maastricht impone di non caricare le generazioni future di debiti contratti dalla presente generazione per procurarsi dei beni senza pagare le relative imposte, scrive Alfonso Iozzo, economista e federalista europeo, in un saggio sulla re-invenzione del Welfare (“Il Federalista”, 1/2010).
Val la pena leggerlo, questo saggio, che poggia sulle solide basi di studi fatti da James Meade, Nobel dell´economia, sui modi di garantire redditi minimi di cittadinanza all´intera società. Il presupposto è estinguere il debito degli Stati, e trasformarlo in credito pubblico: in un patrimonio che lo Stato preveggente tiene per sé, dedicandolo non alle spese correnti ma al finanziamento del Welfare, questo bene non solo sminuito ma spesso inviso. Iozzo è convinto, come il liberal Meade, che la ricchezza delle nazioni o dell´Europa (il Pil) vada calcolata con nuovi metodi (Meade chiamava il suo Stato Agathopia, il Buon posto in cui vivere). Il criterio non è più la differenza fra quel che costano i beni prodotti e il reddito ricavato. È il patrimonio di cui dispone lo Stato, è la sua gestione: l´obiettivo è sapere se alle generazioni future verrà lasciato un capitale maggiore o minore di quello che noi abbiamo ricevuto dalle generazioni precedenti. Le leggi di Maastricht applicano tale metodo, prescrivendo come primo passo l´estinzione del debito pubblico.
Resta da compiere il secondo passo: la trasformazione del debito in un credito che protegga i cittadini in tempi di crisi. Non tutti hanno come patrimonio il petrolio norvegese, ma Oslo è un modello e ogni Stato ha l´acqua, l´aria, possibilmente nuove forme di energia: altrettanti beni pubblici consumati dall´individuo. Poiché petrolio e gas prima o poi finiranno, la Norvegia ha istituito con i ricavi energetici un Fondo pensione sottratto all´azzardo dei mercati. Solo il 4% del Fondo può essere annualmente usato per la spesa pubblica, lasciando ai cittadini un capitale a disposizione per il futuro, quando il patrimonio sarà esaurito (ogni norvegese è proprietario virtuale attraverso il Fondo di circa 100.000 euro, contro una quota del debito pubblico a carico di ogni italiano di 30.000 euro).
Avendo combattuto i debiti pubblici, l´Europa potrebbe escogitare iniziative simili, inducendo gli Stati a garantire nuova sicurezza sociale. Non solo; potrebbe far capire che nei costi vanno ormai incluse l´acqua sperperata, l´aria inquinata: beni non rinnovabili come il petrolio norvegese. Si parla molto di far ripartire la crescita. Ma essa non potrà esser quella di ieri, e questa verità va detta: perché i paesi industrializzati non correranno come Asia o Sudamerica; e perché la nostra crescita sarà d´avanguardia solo se ecologicamente sostenibile.
Di qui l´importanza delle prossime elezioni: non solo quelle nazionali, ma quelle del Parlamento europeo nel 2014. Chi griderà contro le tasse e contro l´Europa troppo patrigna e severa promette un paese dei balocchi, dove è sempre domenica e sempre truffa. Meglio saperlo prima, che troppo tardi. Meglio ricominciare l´eroismo, di cui non cessa il bisogno.

La Repubblica 28.12.11

"Aviaria se la ricerca è top secret", di Pietro Greco

Infine Albert Osterhaus, biologo dell’Erasmus Medical Center di Rotterdam, in Olanda, e Yoshihiro Kawaoka, il collega dell’University of Wisconsin di Madison, Stati Uniti, hanno ceduto a inedite pressioni provenienti da più parti e hanno accettato di autocensurarsi, pubblicando senza i «dati sensibili» i risultati delle ricerche sulle mutazioni da loro stessi indotte nel virus H5N1, l’agente della cosiddetta influenza aviaria.
Nei giorni scorsi The New York Times ha reso noto che i gruppi di ricerca che fanno capo a Osterhaus e Kawaoka sono riusciti a trasformare il virus H5N1 esistente in natura da altamente letale ma scarsamente contagioso, in un virus che – almeno nei mammiferi da laboratorio – conserva intatta la sua capacità letale ma che aumenta enormemente la sua capacità di contagio.
Gli epidemiologi temono che, se liberato nell’ambiente, il virus mutato potrebbe provocare una spaventosa pandemia, contagiando e uccidendo decine o forse centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. I servizi di sicurezza temono che se gruppi di terroristi ne entrano in possesso potrebbero trasformare il virus mutante H5N1 in un’arma di distruzione di massa.
È per questo che la National Science Advisory Board for Biosecurity, l’organismo consultivo che dal 2001 si occupa di biosicurezza per conto dei National Institutes of Health (Nih), ha chiesto agli autori della ricerca e alle notissime riviste scientifiche, Science e Nature, che stanno pubblicando i risultati delle ricerche di autocensurarsi. Evitando di pubblicare i dati più sensibili, ovvero «come si fa». Per non dare ai malintenzionati la possibilità di realizzare facilmente in casa questa nuova «atomica dei poveri». È la prima volta che un’istituzione scientifica degli Stati Uniti chiede agli scienziati di autocensurarsi. La richiesta è tanto più singolare perché le ricerche sono state realizzate proprio grazie ai fondi degli Nih.
La richiesta è stata accettata dagli autori. Anche se il direttore di Science chiede di trovare un modo di far arrivare ai gruppi di esperti più impegnati nello studio di H5N1, le informazioni essenziali senza le quali la comunità scientifica non può ripetere l’esperimento e valutarlo. Sul tavolo ci sono, in conflitto tra loro, due esigenze di enorme valore: da un lato la sicurezza, dall’altro la trasparenza che è parte fondante della scienza moderna. Decidere non è facile. E, infatti, i dubbi sono molti.
Molti si chiedono se la trasformazione del virus «letale ma non contagioso» nel virus «letale e contagioso» era davvero necessario nello studio dell’influenza aviaria. Altri si chiedono se la capacità di contagio non sia sopravvalutata e se la sopravvalutazione non sia in qualche modo interessata. Altri sostengono che nulla, neppure le esigenze di sicurezza, debbano metter in discussione la comunicazione trasparente di un’attività umana, la scienza moderna, che è nata, come scrive Paolo Rossi, abbattendo «il paradigma della segretezza».
Noi, più modestamente, chiediamoci: può funzionare? È l’autocensura il metodo più adatto per tenere chiuso in bottiglia lo spirito, dopo che lo si è creato?
Sebbene la situazione sia abbastanza inedita, c’è un precedente nella storia. Risale al gennaio 1939, quando negli Usa giunse notizia che Otto Hahn a Berlino aveva ottenuto la fissione dell’uranio. Enrico Fermi, appena fuggito dall’Italia, e Leo Szilard, un fisico ungherese di origine ebrea, fanno un po’ di conti e scoprono che la fissione dell’uranio genera neutroni che a loro volta possono innescare una reazione nucleare a catena capace di liberare in maniera esplosiva quantità inusitate di energia. Insomma, che è possibile costruire bombe di inedita potenza. Tutti pensano a cosa potrebbe fare Hitler con quella bomba. L’idea di Szilard, che ha una mente politica oltre che scientifica davvero fertile, è: autocensuriamoci, evitiamo di pubblicare studi sulla fissione dell’uranio che metterebbero gli scienziati tedeschi nella condizione di regalare «la bomba» a Hitler. E fu così. I fisici in America decisero di non pubblicarono nulla. Ma in Francia un fisico militante della sinistra, Frederic Joliot-Curie, si rifiutò: sosteneva che è impossibile ricacciare lo spirito nella bottiglia, una volta che ne è uscito. Andò come tutti sanno. Le notizie sulla fissione dell’uranio per alcuni mesi circolarono. Poi fu il silenzio, imposto dai militari. I tedeschi non riuscirono a costruire le bomba. Mentre in America in gran segreto … Il mondo se ne accorse sei anni dopo, sentendo l’eco di due esplosioni: una a Hiroshima, l’altra a Nagasaki.

L’Unità 26.12.11

"Il servizio della scuola primaria dopo il primo anno della "cura Gelmini"", di Osvaldo Roman

Nell’anno scolastico 2009-2010 sono entrati in vigore i DPR n.89 e n. 81 recanti rispettivamente il Regolamento riguardante la revisione ordinamentale, organizzativa e didattica della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione e il Regolamento recante norme per la razionalizzazione della rete scolastica. In particolare già allora si preannunciavano come assai rilevanti per l’incidenza sulla natura e sull’organizzazione del servizio scolastico reso ai cittadini, le modifiche introdotte nel funzionamento della scuola primaria. Di qui il manifestarsi di una particolare attenzione per le modifiche riguardanti il tempo pieno e l’organizzazione didattica delle classi investite dal riordino. Nell’anno citato, per le prime classi, si trattava solo dell’introduzione del cosiddetto “maestro unico” e per le classi successive, dell’inizio dello smantellamento dei TEAM docenti (in genere tre docenti ogni due classi) e dell’eliminazione delle compresenze nel tempo pieno.

Tale nuovo assetto avrebbe dovuto investire progressivamente le classi successive.

Per i docenti la riduzione dell’organico, nel triennio 2009-10; 2010-11: 2011-12, ha riguardato circa 30 mila posti di cui 9.260 solo nell’anno scolastico 2011-2012. Altre riduzioni di organico, tra l’altro non contemplate dalla legge di controriforma (art.64. legge 133/08) si verificheranno negli anni 2012-13 e 2013-14 con il suo passaggio alle quarte e quinte classi.

Con l’a.s. 2011-2012 siamo giunti al terzo anno di questa controriforma ed è semplicemente incredibile che non venga ancora reso noto cosa essa abbia realmente prodotto nell’assetto complessivo di questo fondamentale settore della scuola italiana.

Per due anni ha cessato di uscire la pubblicazione del MIUR “La scuola in cifre” il cui ultimo numero del 2008, riferiva che nell’anno scolastico 2007/08 su un totale di 2.575.310 studenti 669.101 (26,0%) frequentavano classi di 40 ore settimanali a tempo pieno (due insegnanti con 4 ore di compresenza e 4 a disposizione per la programmazione); 430.770 (16,7%) frequentavano classi con un orario settimanale variante dalle 31 alle 39 ore con mensa (i cosiddetti TEAM); 53.311 (2,1%) frequentavano classi da 31 a 39 ore senza mensa; 1.303.473 (50,6%) frequentavano classi con un orario variante tra le 28 e le 30 ore settimanali e 118.665(4,6%) frequentavano classi con 27 ore settimanali.

Fino ad oggi nulla é dato ufficialmente conoscere del reale destino dei circa 492.815 alunni che frequentavano, nell’anno 2008-09 classi da 31 a 39 ore al 90,5% con mensa.

I dati relativi a questo anno scolastico, riportati nel Dossier, non sono mai stata pubblicati ufficialmente dal MIUR e sono noti solo perché la relativa tabella risulta allegata negli atti parlamentari alla risposta ad un’ interrogazione discussa in VII Commissione martedì 24 novembre 2009.

Da essi risultava che nell’anno scolastico 2008-09, quello che precede la riforma, gli studenti che frequentavano classi, non a tempo pieno, ma con un orario settimanale da 31 a 39 ore con mensa erano stati 446.049, pari al 17,4% del totale degli alunni frequentanti la scuola primaria. Quelli frequentanti lo stesso orario ma senza mensa erano stati 46.566 pari all’ 1,8%. In quell’occasione il MIUR dichiarò di non poter ancora disporre dei dati della rilevazione integrativa riguardante l’anno scolastico 2009-10.

Proprio nelle scorse settimane, forse non casualmente in coincidenza con l’insediamento del nuovo ministro, è stata finalmente resa nota l’ultima edizione di La Scuola in Cifre. Essa si riferisce agli anni 2009 e 2010, ma tratta prevalentemente i dati dell’anno scolastico 2009-2010.

Questa pubblicazione, che è stata posta alla base della nostra ricerca, ha un difetto di fondo: rifugge in genere dai confronti con gli anni precedenti.

Per quanto riguarda il problema che stiamo esaminando essa riporta, i dati dell’anno scolastico 2009-2010 ignorando che quelli dell’anno 2008-2009 non hanno mai trovato posto in una pubblicazione ufficiale del MIUR.

Per operare un confronto con i dati dei due anni scolastici precedenti si è dovuto tenere conto, operando gli opportuni adeguamenti, che quelli riportati nella citata pubblicazione del SISTAN-MIUR del 2009-10 riguardano un numero di classi che si riferiscono al totale della scuola primaria e quindi comprendono anche quelli delle scuole paritarie e delle scuole delle Regioni autonome della Val D’Aosta e del T. Alto Adige (definite scuole a carattere statale). I dati riguardanti l’orario di frequenza invece comprendono solo la scuola statale e quella a carattere statale.

Pertanto il numero di studenti delle scuole statali a cui riferire correttamente il confronto nelle percentuali che vengono ricavate é in totale di 2.560mila. Quelli iscritti al primo anno sono 510mila e quelli frequentanti le classi dalla seconda alla quinta sono 2.050mila.

Un primo dato molto significativo che emerge da tale analisi riguarda il fatto che nelle classi dalla seconda alla quinta, non ancora pienamente investite dalla controriforma la percentuale degli alunni che hanno frequentato classi a tempo lungo, fino a 39 ore, è precipitata dal 19,2% dell’a.s. 2008-09 all’8,4% dell’anno successivo. Il passaggio a livello nazionale è da 492.674 a 214.935 unità.

Gli alunni frequentanti il tempo pieno a 40 ore settimanali senza compresenze sono stati nelle prime classi il 34,8% (177.480) nelle classi dalla seconda alla quinta il 27,9% (571.950) per un totale di 749.430 alunni pari al 29,2% sul totale (nel 2008-09 questi erano stati 685.908 pari al 26,7%).Rispetto all’a.s. 2007-08 tale percentuale risulta invariata.

Il tempo pieno a 40 ore senza compresenze è aumentato sul piano nazionale quindi di 65.682 unità mentre 286.224 alunni non hanno più l’orario lungo in gran parte con mensa.

Se si considerano le percentuali di andamento dei servizi di tempo pieno (TP) e di tempo lungo (TL) per aree geografiche risulta che nel NORD il TP passa dal 36,9 al 40,8 e il TL dal 24,3 all’11,5. Nel CENTRO il TP passa dal 36,6 al 39,8 e i TL dal 23,5 al 9,6. Nel Mezzogiorno (sud e isole) il TP passa dal 7,7 al 10,9 e il TL dal 13,6 al 4,9.

Si verifica cioè che, quello che rappresentava un servizio molto richiesto e qualificato della scuola primaria, già dopo il primo anno della riforma, subisce un calo vistosissimo che si ridistribuisce con un aumento di circa il 3% di un tempo pieno ridotto a 40 ore senza compresenze e talvolta messo insieme con una pluralità di docenti e con un incremento dell’orario ridotto settimanale di 30 o di 27 ore .Non ha un particolare rilievo, se non a dimostrarne l’ assoluta inconsistenza culturale e di servizio per le famiglie, il fatto che, in tutta Italia, siano stati 3.591 gli alunni pari allo 0,2% che si sono avvalsi del cosiddetto maestro unico a 24 ore di lezione settimanali.

Le statistiche ministeriali non recano traccia delle notizie sul servizio di mensa pur presenti nella scheda di rilevamento statistico di quell’anno. Le riduzioni operate, a partire dal 2010, nei trasferimenti comunali in nome del federalismo fiscale lasciano presagire quale sarà stato l’andamento di tale fenomeno nei due anni successivi.

Quello indicato è il primo significativo bilancio, in termini di servizio della scuola primaria, che scaturisce della tragica controriforma.

Altri dati anche più significativi si possono ricavare dalle tabelle riportate nel Dossier, specie con riferimento alla aree del Sud del paese e all’incremento del numero degli alunni frequentanti con orari brevi di 24, 27e 30 ore.

Poiché il tempo pieno si è ormai stabilizzato con l’assorbimento di una quota degli orari lunghi è importante conoscere la situazione che al riguardo si è determinata nell’anno scolastico 2010-2011 e quella in atto nell’anno scolastico in corso.

Si tratta di dati che un ministro che rispetti, come preannunciato, il principio della trasparenza, potrebbe far uscire in 24 ore dalle stanze degli uffici ministeriali che attualmente li custodiscono.

Non è difficile prevedere come quel numero degli oltre 492 mila alunni frequentanti nel 2008-09 il tempo lungo con mensa risulti azzerato e rappresenti ormai la caratteristica più rilevante del grave impoverimento della capacità educativa e della riduzione del ruolo di decondizionamento sociale che la scuola primaria ha sempre saputo interpretare nel nostro paese.

Tutto ciò rappresenta solo un ricordo di un felice passato da tenere presente per ripartire e gradualmente ricostruire.

Allegato: Una questione di trasparenza

da Scuolaoggi.org

"Se l'Europa non cambia", di Silvano Andriani

Pare sia stata Christine Lagarde, da ministro dell’Economia, a inventare l’espressione «contrazione espansiva» che significa che, se si seguono politiche di contrazione dei deficit pubblici con governi credibili, i privati aumentano investimenti e consumi e la crescita riparte. Ma la realtà si è premurata di smentire la teoria.

Infatti da che questa politica si è affermata, un anno e mezzo fa, sono cambiati nell’area euro cinque governi, in Irlanda, Portogallo, Spagna, Grecia e Italia, tutti ora sostenuti da larghissime maggioranze, due addirittura composti da tecnici, ma le cose in Europa vanno sempre peggio. È la dimostrazione del fatto che «contrazione espansiva» è una contraddizione in termini non solo sul piano lessicale, ma anche nella concreta realtà. E ora è la stessa Lagarde, diventata nel frattempo capo del Fondo monetario internazionale, ad avvertirci che il mondo corre il rischio di una «crisi stile anni ‘30» e che l’Europa sarebbe l’epicentro di tale crisi. Stiamo parlando non più di una recessione, ma di una «grande depressione» e per fronteggiare tale situazione l’unica decisione concreta presa dal recente vertice di Bruxelles riguarda la Banca centrale europea che sta inondando di liquidità le banche dell’area euro.

Ci sono due scuole di pensiero. Una ritiene che la Bce stia semplicemente fornendo alle banche la liquidità che esse non ricevono più dai mercati, né si scambiano più fra di loro, affinchè possano normalizzare i rapporti con la clientela, come sostiene il governatore della Banca d’Italia. Si può semplicemente notare che i sistemi bancari stanno diventando sempre più dipendenti dalle Banche centrali. L’altra ritiene invece che parte consistente della liquidità sarebbe fornita alle banche per indurle a comprare titoli di Stato e che così la Bce aggirerebbe il divieto ad acquistare direttamente quei titoli contenuto nel proprio statuto. Se la seconda fosse l’ipotesi giusta, non è detto che funzionerà. Le banche sono già passate da questa strada due anni fa quando la Bce offrì loro 400 miliardi che furono in parte impiegati nell’acquisto di titoli pubblici greci, irlandesi, portoghesi, spagnoli, con i risultati disastrosi che conosciamo. Non è detto che ci riprovino e non è detto che possano farlo in misura sufficiente a far fronte alla gran massa di titoli pubblici in scadenza nel 2012 contenendo i tassi di interesse. In ogni caso diventerebbe sempre più profonda la compenetrazione tra bilanci delle banche e bilanci pubblici ad ulteriore riprova del fatto che il mito dell’indipendenza delle Banche centrali e della autonomia della politica monetaria dalla politica fiscale è solo una leggenda che ora serve a generare una rendita a favore delle banche – si indebiterebbero all’1% ed investirebbero in titoli pubblici al 3-4%- che sarà pagata, al solito, dai contribuenti. Ma questo non fa più notizia.

Una europeizzazione del debito dei Paesi dell’area europea, sul tipo di quella che ebbe luogo nel processo di formazione degli Stati Uniti d’America, risolverebbe il problema del debito e avvierebbe una vera unificazione fiscale dell’area che potrebbe fare da base per politiche di sviluppo di dimensione europea. L’unificazione fiscale che ci hanno venduto è solo un inganno che, anche nell’ipotesi improbabile che l’intervento della Bce funzioni, lascerebbe sostanziali differenze nei tassi di interesse per i diversi Paesi, formidabile handicap per i Paesi più deboli. Veniamo così al limite principale della strategia seguita a livello europeo: essa non affronta il problema strutturale fondamentale. Si fa un gran parlare di problemi strutturali ed ogni Paese ha i suoi, ma il più importante problema strutturale ha dimensione europea e deve essere affrontato a quel livello: la divergenza tra i livelli di competitività dei Paesi dell’area euro. Tutto oggi spinge verso un aumento di tali divergenze: politiche di austerità più pesanti per i Paesi più deboli; differenziali dei tassi di interesse; un tasso di cambio dell’euro che avvantaggia enormemente i Paesi più forti e svantaggia i più deboli. Se questa tendenza non sarà rovesciata la crisi dell’euro diventerà inevitabile. Il centrosinistra in Italia si trova ora nella situazione peggiore possibile. Deve sostenere un governo che sta facendo rientrare il Paese da un livello di vita ormai al di sopra dei propri mezzi, ma è costretto a farlo nel quadro di una strategia europea disastrosa imposta dal dominio dei principali governi della destra europea.

Ed nel sostenere la politica del governo il centrosinistra è costretto ad accettare compromessi con la destra italiana. In questi frangenti nulla impedisce, tuttavia, che si annunci quello che ha affermato giorni fa il candidato socialista alle elezioni presidenziali francesi di passaggio in Italia: che i partiti di sinistra si batteranno insieme per abbattere la supremazia della destra in Europa, evitare il collasso dell’euro e rilanciare il processo di unificazione politica dell’Europa. E che questo sarà il principale obbiettivo in tutti gli importanti confronti elettorali che si terranno in Europa nei prossimi diciotto mesi.

da L’Unità

"Un italiano al quinto posto ma il Paese può fare di più", di P. Bia.

Nella Top Ten delle scoperte 2011 compilata da «Science» al quinto posto c’è un po’ di Italia. Michele Fumagalli, 27 anni, originario di Monza, laureato all’Università di Milano Bicocca e ora dottorando all’Università della California, con due colleghi americani ha scovato una nebulosa costituita da idrogeno ed elio puri, proprio come uscì dal Big Bang. Così per la prima volta lo sguardo dell’uomo è riuscito a scrutare il buio che precedette le prime stelle. E’ un risultato importante. Nel Big Bang che 13,7 miliardi di anni fa originò l’universo si formarono soltanto i due elementi più semplici e leggeri: l’idrogeno e l’elio (più un pizzico di litio). Tutti gli altri sono stati sintetizzati nelle reazioni termonucleari che avvengono nel cuore delle stelle e oggi costituiscono il 2 per cento della materia visibile esistente.

Ma le stelle non si formarono subito. Da tre minuti dopo il Big Bang a parecchie centinaia di milioni di anni dopo, l’universo fu costituito soltanto dalle nubi di idrogeno ed elio che ora sono state scoperte. L’augurio è che Fumagalli, concluso il dottorato in California, trovi posto in Italia.

Qualche mese fa uno studio diretto da Francesco Sylos Labini e Angelo Leopardi ha valutato la produttività degli enti di ricerca italiani prendendo come parametri l’entità dei finanziamenti ricevuti dal ministero, il personale in servizio, il numero delle pubblicazioni prodotte e il costo per ciascuna di esse. Dall’analisi risulta che l’Istituto nazionale di Astrofisica (Inaf) è tra gli enti di ricerca più efficienti, quasi alla pari con l’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e nettamente davanti al Cnr e all’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia). Ecco i dati: Infn, 1,27 articoli per ricercatore; Inaf 1,20; Cnr 0,96; Ingv 0,65. Se poi si guarda ai costi, una pubblicazione scientifica dell’Inaf costa in media 67 mila euro, cifra che al Cnr diventa 90 mila, all’Infn 111 mila e all’Ingv 148, mentre all’ITT (l’Istituto Italiano di Tecnologia voluto e appositamente finanziato da Tremonti con un fondo iniziale di 100 milioni) una pubblicazione costa ben 363 mila euro.

Sono dati interessanti. Ma per mettere la conoscenza scientifica al servizio della ripresa economica occorre una fotografia aggiornata e scattata con criteri uniformi. Questa immagine dell’intero panorama della ricerca italiana l’avremo entro il 30 giugno 2013 e ce la darà l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario della ricerca (Anvur) presieduta dal fisico Stefano Fantoni. Il processo è partito da qualche giorno, con il viatico del ministro Francesco Profumo. Quasi 450 esperti valuteranno 200 mila risultati della ricerca italiana prodotti dalle 67 università statali, le 28 università non statali, i 12 enti di ricerca vigilati dal ministero e i 24 enti di ricerca pubblici e privati che ne hanno fatto richiesta. Spesa complessiva, 10,5 milioni.

In Italia la valutazione è una grande dimenticata. L’ultima «fotografia» analoga a quella in preparazione è ingiallita, risale a otto anni fa e valutò soltanto 18 mila lavori. Eppure una valutazione nitida e al di sopra di ogni sospetto è indispensabile per dare i finanziamenti a chi veramente li merita e per avere credibilità internazionale.

L’Italia – ha ricordato Profumo – partecipa ai programmi europei mettendo il 15 per cento del capitale che viene spartito tra i ricercatori di tutti i paesi ma da noi rientra appena l’8,5 per cento dei fondi. Non si tratta di dare pagelle – aggiunge Fantoni –, non si giudicheranno singole persone ma si misureranno rilevanza, originalità, internazionalizzazione, potenziale competitivo di gruppi, istituti e aree di ricerca, in modo da fornire indicazioni oggettive ai decisori politici. I metodi adottati saranno di tipo bibliometrico (pubblicazioni pesate in base alla qualità delle riviste e all’impact factor) e peer-review (valutazione tra pari). Dei 450 valutatori uno su cinque sarà straniero e uno su quattro sarà di genere femminile (ancora poco). I giudizi sintetici di merito andranno da 1 (eccellente) a zero (valore limitato) fino a -2 (plagio o frode).

Esito auspicato: fine dei finanziamenti a pioggia, premio alla capacità di competere e alla creatività. Ottima premessa. Aspettiamo con curiosità il 30 giugno 2013.

da La Stampa

"La corruzione dilaga cambiamo subito le leggi", di Liana Milella

Giampaolino, presidente della Corte dei Conti ritiene necessario “rinforzare” il falso in bilancio. “Non servono interventi episodici, soltanto repressivi, la lotta deve essere L’Italia, nella lotta alla corruzione, che “inquina e distrugge il mercato, non arriva alla sufficienza”. È drastico il giudizio di Luigi Giampaolino, dal luglio 2010 presidente della Corte dei conti. Che non vede, innanzitutto, “un vero, reale, profondo, sostanziale rivolgimento morale” rispetto alla “mala amministrazione”.

La sua esperienza al vertice della Corte, ma prima ancora all’Authority dei Lavori pubblici, la rende un testimone prezioso sul fronte della corruzione. Se oggi dovesse dare un voto all’Italia sulla lotta al fenomeno quanto le darebbe?
“Meno della sufficienza, perché si è proseguito sostanzialmente con un’azione, peraltro episodica, soltanto repressiva. La lotta alla corruzione dev’essere invece di sistema. Essa deve iniziare dalla selezione qualitativa e di merito degli operatori, sia pubblici che privati. Proseguire con il controllo e la vigilanza sul loro operato. Concludersi valutando i risultati. Tutto ciò che fuoriesce da questo schema genera mal’amministrazione e corruzione: anzi, è esso stesso mal’amministrazione e corruzione”.

In questi anni cos’è successo? La corruzione è aumentata, è diminuita, è rimasta stabile?
“É una domanda alla quale non si può rispondere, con apprezzabile precisione in via quantitativa. L’impressione è che sia rimasta stabile, soprattutto perché non si avverte un reale, profondo, sostanziale rivolgimento morale; l’onestà,
in ogni rapporto anche privato; la valenza del merito; l’etica pubblica; il rispetto del denaro pubblico e di tutte le risorse pubbliche, che sono i beni coattivamente sottratti ai privati e dei quali si deve dar conto”.

Ha avvertito nella pubblica amministrazione e nelle imprese da una parte, nei governi dall’altra, un cambio di sensibilità?
“La pubblica amministrazione, anche a seguito della crisi economica, sembra che miri ad avere maggiore consapevolezza della situazione di privilegio in cui talvolta si trova. Quanto alle sue funzioni, ancora non si è realizzata una più rigorosa selezione nella provvista e la garanzia di vagliate e consolidate professionalità, che sono tra i primi antidoti contro la corruzione nei pubblici apparati. Le imprese sembrano avere maggiore consapevolezza della portata disastrosa della corruzione per l’economia in generale, e di conseguenza per esse stesse. Non va dimenticato che la corruzione fa prevalere quelle peggiori, inquina la concorrenza, peggiora, se non distrugge, il mercato”.

Gli articoli che puniscono corruzione e concussione, ma anche il falso in bilancio e i reati connessi, sono adeguati o andrebbero rivisitati?
“Andrebbero rivisitati, avendo a parametri non tanto il bene e il prestigio della pubblica amministrazione, ma i valori costituzionali, in particolare gli articoli 97 (buona amministrazione, ndr.) e 41 (libertà d’impresa, ndr.). Indicazioni giunte, per la verità, dalla stessa dottrina penalistica fin dagli anni ’70, ma rimaste per buona parte inattuate nella riforma dei reati della pubblica amministrazione. In particolare, la fattispecie del falso in bilancio andrebbe ripristinata in tutta la sua portata di tutela di beni fondamentali dell’economia e di sanzioni di comportamenti che ledono”.

Dall’Europa viene spesso la raccomandazione a modificare la prescrizione, i cui termini sono troppo stretti per perseguire reati complessi e “nascosti” come la corruzione. Lo trova un allarme necessario?
“É senza dubbio giusto”.

La Ue e l’Onu hanno approvato convenzioni internazionali che l’Italia tarda a ratificare. Se ne può fare a meno?
“É un grave errore, soprattutto perché da lì arrivano modelli vincenti di lotta alla corruzione. Non misure solo repressive, ma accorgimenti organizzativi delle strutture pubbliche e delle imprese private, come nel caso del decreto legislativo 231 del 2007 sulla responsabilità amministrativa delle imprese, emanato proprio per attuare una convenzione internazionale. Ma è soprattutto con i rimedi organizzativi interni alla pubblica amministrazione che occorre agire. Ciò che, per la verità, già in parte persegue il disegno di legge sull’anticorruzione, ora in discussione alla Camera”.

Non trova anomalo che quel ddl, dopo due anni, non sia stato ancora approvato?
“Senza dubbio è un ritardo da lamentare e in più di un’occasione, nelle mie audizioni in Parlamento, me ne sono lamentato”.

Il contenuto della legge è sufficiente?
“Non lo ritengo tale nell’ultima versione frutto dei lavori in commissione. Occorre una rigenerazione fondata sul merito e sulla professionalità delle pubbliche amministrazioni. Serve un’effettiva, indefettibile, concorrenza, nel mercato. Ci vogliono una generale trasparenza, un’estesa dotazione di banche dati, una seria vigilanza ed efficaci controlli”.

Il neo ministro della Giustizia Paola Severino propone di introdurre la corruzione tra privati all’interno dell’impresa. Utile o superfluo, visto che le leggi già esistenti vengono aggirate?
“Sono d’accordo col Guardasigilli, dal momento che le imprese devono essere chiamate, con le loro responsabilità, a ovviare ai grandi fenomeni corruttivi”.

Che ne pensa dell’Authority anticorruzione proposta da Francesco Greco?
“Dovrebbe essere oggetto di attenta meditazione. Le Autorità, per essere efficaci, hanno bisogno di una riflessione ordinamentale e di efficaci poteri d’intervento e di sanzioni. La corruzione è un male che pervade tutto il sistema e quindi, solo con il concorso di tutte le Istituzioni, può essere combattuta”.

Fu negativo abolire l’Alto commissariato? Serviva, o era solo un carrozzone?
“Vorrei astenermi dall’esprimere un giudizio sulla sua utilità. C’è, innanzitutto, la pubblica amministrazione che deve essere richiamata ai suoi alti compiti e alla sua vera essenza. C’è la Corte dei conti, nella sua struttura centrale e in quella ramificata in ogni Regione, che deve essere modernizzata e potenziata. C’è il giudice penale, con le sue estreme sanzioni che avrebbero bisogno, però, di un processo che le rendesse realmente efficaci”.

Un ultimo quesito. L’Italia affronta un drastica manovra economica. Era necessario inserirci un duro capitolo sull’evasione fiscale?
“La manovra, in tutte e tre le scansioni succedutesi quest’anno, è molto fondata sulle entrate e su un rilevante aumento della pressione fiscale. La lotta all’evasione rientra in una tale strategia, anche se non va dimenticato che quanto più viene elevata la pressione fiscale, tanto più vi è pericolo d’evasione. É necessario pertanto spostare l’attenzione anche su altri fattori della struttura economica. Il problema strutturale rimane quello della spesa pubblica e di una riduzione qualitativa della stessa. Una “dura” lotta all’evasione fiscale presuppone sempre, come contro partita, una severa attenzione su come si spendono i soldi pubblici e la certezza che vi sia un’eguale osservanza di tutti gli altri obblighi costituzionali che contornano, se non addirittura sono il presupposto, di quello previsto dall’articolo 53 della Costituzione, l’obbligo per tutti di concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

La Repubblica 27.12.11

"Si riparte con il piano per la crescita", di Raffaella Cascioli

La crisi colpisce duramente i consumi: di fronte alla recessione il governo prova ad accelerare sulle liberalizzazioni e le riforme
Quello che è appena trascorso è stato il peggior Natale degli ultimi dieci anni, quanto a crollo dei consumi. E il futuro è tutt’altro che roseo, visto che sono in molti a scommettere che i prossimi saldi saranno un flop. E così, se prima delle festività natalizie il premier ha incassato il via libera a una manovra che consentirà all’Italia di affrontare la crisi a testa alta, tra santo Stefano e san Silvestro il governo è chiamato agli straordinari per la messa a punto di un piano per la crescita che consenta di ridare ossigeno a un’economia strangolata dalla recessione.
Per oggi il premier Monti ha già in programma un giro d’incontri in vista del consiglio dei ministri di domani, quando i Prof si riuniranno per la messa a punto di proposte per la crescita a cominciare da un provvedimento sulle liberalizzazioni e sulla sburocratizzazione. A fronte dei sacrifici richiesti per l’immediato, Monti & Co. hanno utilizzato gli ultimi dieci giorni per una ricognizione interna non solo della macchina amministrativa e finanziaria, ma anche per individuare dove è possibile immettere ossigeno in un sistema paese che ne è rimasto letteralmente a corto.
Se infatti prima di Natale l’Istat ha di fatto certificato l’ingresso del Belpaese in recessione, i consumi delle festività rappresentano la fotografia più aderente ad una realtà di sofferenza dell’intero stivale. Basti pensare che, secondo i dati diffusi ieri dal Codacons, quest’anno ogni italiano ha speso in media 48 euro in meno rispetto agli anni scorsi, nonostante la Coldiretti faccia sapere che gli italiani non hanno rinunciato ai cibi made in Italy spendendo 2,3 miliardi di euro tra cenone e pranzo. Nel complesso, a fronte di 4 miliardi di euro spesi per le festività natalizie la contrazione rispetto alle previsioni è stata di 400 milioni di euro.
A sostenerlo è l’osservatorio nazionale di Federconsumatori, secondo cui in tutti i settori si è registrata una forte diminuzione rispetto ai consumi dello scorso anno con la spesa media per le famiglie scesa a 166 euro. «È chiaro che da tutto ciò – hanno dichiarato Rosario Trefiletti ed Elio Lanutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef – deriva l’urgente necessità di affiancare alle misure di riequilibrio dei conti (che solo per la manovra Monti costeranno alle famiglie 1.129 euro), interventi determinati per avviare una nuova fase di sviluppo, attraverso il rilancio degli investimenti nei settori produttivi».
A questo punto l’attenzione è tutta concentrata sulle prossime mosse del governo, che dispone di un consistente tesoretto da distribuire sia per la crescita che per gli ammortizzatori sociali, all’interno della riforma del mercato del lavoro, al fine di rendere meno duri gli effetti della crisi sui lavoratori. Basti pensare che ieri si è appreso come dalle microliti fiscali siano entrati nelle casse dell’erario oltre 138 milioni di euro: ben 120 mila contribuenti hanno deciso di chiudere il contenzioso con il fisco approfittando di quanto disposto per le liti pendenti fino a 20mila euro dalla manovra correttiva dello scorso luglio.
Rispetto a quella iniziale, prevista in 112 milioni di euro, si crede ormai che la cifra sia destinata a crescere ulteriormente quando gli intermediari finanziari completeranno la trasmissione dei dati sui versamenti all’agenzia delle entrate. E risparmi in vista arrivano anche dalle pensioni visto che, grazie all’effetto delle finestre, nei primi undici mesi di quest’anno le nuove pensioni liquidate, secondo gli ultimi dati Inps, sono state 94.000 in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il calo per le nuove pensioni di vecchiaia è stato del 39,4%, mentre per quelle di anzianità la contrazione è stata di poco superiore al 20%.
Una diminuzione dovuta soprattutto alle nuove regole scattate nel 2011 sulla finestra mobile, che prevede un anno di attesa una volta raggiunti i requisiti e sull’inasprimento dei requisiti per l’accesso alle pensioni di anzianità.

da Europa Quotidiano 27.12.11