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"Consumi, redditi e investimenti ecco gli effetti della recessione", di Luisa Grion

I dati Istat: -0,2% il Pil del terzo trimestre. La contrazione più forte da spesa pubblica e infrastrutture, ma anche le imprese faticano, resiste chi esporta. Secondo le stime dell’Associazione bancaria, il prossimo anno segnerà un rallentamento dello 0,7%. Le previsioni restano negative per tutto il 2012. E’ recessione: lo ha detto la Confindustria, lo ha predetto l’Abi. Manca solo il “sì” definito dell’Istat che, pur parlando di un Pil in declino, non ha ancora pronunciato “l’orrido” vocabolo per il semplice motivo che – ad essere precisi – per definire una recessione bisogna certificare un arretramento economico per sei mesi di fila.

I primi tre sono già ufficiali: nel periodo luglio-agosto-settembre – segnala l’istituto di statistica – il Pil è diminuito dello 0,2 per cento rispetto al trimestre precedente: non accadeva dalla fine del 2009. Ma tutto lascia pensare che non sia finita qui. Ne è sicura la Confindustria, che stima per il 2012 un prodotto interno lordo in calo dell’1,6 per cento (“ma la caduta potrebbe essere peggiore” ha detto la Marcegaglia).

Lo teme anche l’Abi: l’associazione bancaria fa una previsione meno negativa di quella delle imprese (l’anno prossimo il Pil è segnalato in diminuzione dello 0,7), ma il messaggio non cambia. Per famiglie e aziende i prossimi saranno mesi duri: “Tutte le componenti della domanda interna sono in diminuzione precisa l’Istat”. Diminuisce la spesa delle famiglie (meno 0,2) quella delle pubbliche amministrazioni (meno 0,6) e gli investimenti (meno 0,8 per cento).

Aumentano le pressioni affinché il governo passi alla “fase due”, quella volta al rilancio: “Siamo in recessione, ma Monti ancora non lo sa” commentano i consumatori del Codacons. Bersani, leader del Pd, avverte: “Non ci
salviamo senza cambiamento e coesione: ora serve un menù per la crescita”.

PREZZI E SPESA
Le famiglie comprano sempre meno
lo shopping di Natale cala del 19%
Al superfluo, gli italiani, hanno già detto addio da un pezzo, ma il taglio degli acquisti proseguirà per tutto il 2012. Secondo le previsioni di Confindustria i consumi l’anno prossimo diminuiranno dell’1 per cento. Nel terzo trimestre del 2011 la spesa delle famiglie, rispetto al periodo aprile-giugno, è già diminuita – secondo l’Istat – dello 0,2 e anche Natale non promette bene: Confesercenti prevede che le famiglie spenderanno il 19 per cento in meno rispetto allo scorso anno.

Rinunciare al risparmio non basta (nel secondo trimestre di quest’anno la propensione ha raggiunto il minimo storico: 11,9 per cento del reddito lordo disponibile). “Le famiglie – commenta Confindustria – cambieranno le loro abitudini adeguandosi all’impoverimento dei redditi”. D’altra parte l’andamento dei prezzi, quelli dei carburanti in particolare, non aiuta.

LAVORO
In due anni tagliati 800mila posti
e i più penalizzati sono i giovani
Nel 2013, rispetto al 2008, ci saranno 800 mila lavoratori in meno: il tasso di disoccupazione è destinato a salire al 9 per cento. Lo prevedono gli industriali convinti che “la flessione di attività nella seconda parte di quest’anno abbia interrotto il rilancio della domanda di lavoro che era iniziato a fine 2010”. Confindustria precisa che i più colpiti dalla crisi sono i giovani: fra il 2008 e la metà del 2011 la fascia fra i 15-24 anni ha perso oltre il 24 per cento dei posti di lavoro, quella fra i 25-34 il 13,3 per cento.

“Sono angosciata dalla disoccupazione, creare posti di lavoro è la prima emergenza” ha affermato ieri il ministro del Welfare Elsa Fornero. Il governo si appresta a varare una riforma del mercato del lavoro: fra gli interventi ci potrebbe essere la decisione di garantire uno stipendio minimo di sussistenza ai non occupati.

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Servizi essenziali a rischio
per il freno alla spesa
Il calo del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni, 20 miliardi fra il dicembre 2010 e quello 2011, è un buon segno per i bilanci di uno Stato, ma corrisponde ad un taglio della spesa che incide anche sul Pil. Nel terzo trimestre di quest’anno rispetto al secondo, certifica l’Istat, vi è stata una diminuzione dello 0,6 per cento della spesa della pubblica amministrazione e delle istituzioni sociali private.

Il Cnel avverte: “Considerata la competitività del nostro Paese è necessario non effettuare tagli lineari alla spesa, ma continuare a finanziare attività che garantiscono lo sviluppo economico e tagliare invece i rami secchi. E’ necessario realizzare un equilibrio che garantisca almeno l’erogazione dei servizi essenziali e favorisca la crescita. Il sistema della p. a. diventerà così un fattore cruciale per migliorare la produttività del paese”.

GRANDI OPERE
Gli investimenti non decollano
e pesa il ritardo dei pagamenti
L’Italia non punta alle grandi opere: agli investimenti in questo settore va solo il 2,5 per cento del Pil. E la Legge di stabilità – fa notare l’Ance, l’associazione dei costruttori edili – per il 2012 impone alle risorse per nuove infrastrutture un ulteriore calo del 12,2 per cento rispetto all’anno precedente. Il valore dei bandi pubblici è diminuito, sempre in termini reali del 32 per cento, e del 57,8 in numero.

Alla scarsità di risorse va aggiunta la lentezza nell’erogazione dei fondi comunque disponibili. Il Cipe nel 2009 aveva approvato un “Piano per le opere prioritarie” finanziato con 11 miliardi di euro: a distanza di due anni oltre un terzo (3,6) degli investimenti deve essere ancora confermato. Altra spina nel fianco è il ritardo nei pagamenti alle aziende edili, aumentato fra maggio e settembre del 40 per cento con punte di attesa di 24 mesi.

IMPRESE
Giro d’affari fermo al palo
gli ordinativi giù del 4,8%
Difficoltà di accesso al credito e mancanza di ordinativi sono le due spine nel fianco delle aziende italiane e sono i due principali motivi che segnano la loro incertezza sul futuro e quindi la scarsa propensione ad assumere e a investire. Gli ultimi dati Istat riferiti allo scorso ottobre segnalano una performance debole o addirittura negativa per le commesse. Il giro d’affari delle imprese è fermo rispetto a settembre, ma gli ordini – su base annua – hanno registrato un calo del 4,8 per cento.

In forte riduzione le commesse del settore tessile- abbigliamento (meno 6,3 per cento), ancor peggio le macchine utensili (meno 13,8): settori un tempo punta di diamante dell’export. La tendenza sembra destinata a accelerare: su base mensile (fra lo scorso settembre e ottobre) gli ordinativi sono risultati in calo dell’1,6 per cento.

BANCHE
Tassi e stretta del credito
più difficile avere prestiti
Il costo del credito aumenterà: lo prevede l’Abi che dipinge per il futuro uno scenario dove i tassi d’interesse (tasso di riferimento Bce; tasso medio Bpt, tasso sugli impieghi e sulla raccolta) – da qui al 2013 – sono dati in salita. La redditività è considerata ai minimi e i ricavi in calo: un quadro che sembra destinato ad incidere negativamente sul costo del denaro prestato alle famiglie e alle imprese, sulle quali già pesano forti difficoltà di accesso al credito.

La Bce ha lanciato l’allarme sui rischi del credit crunch: “Quello che vogliamo evitare è una grave restrizione sull’erogazione di credito che potrebbe peggiorare ulteriormente l’indebolimento della crescita economica” ha detto il presidente Draghi. Le banche “non prestano a imprese e famiglie e non si stanno prestando fondi nemmeno tra loro”.

La Repubblica 22.12.11

"Inflazione e tasse pesano: busta paga ferma da dieci anni", di Enrico Marro

Le retribuzioni dei lavoratori italiani sono basse e tartassate. Negli ultimi 15 anni hanno perso terreno nei confronti internazionali. E la differenza tra i salari più ricchi e quelli più poveri è aumentata. Adesso, poi, con l’inflazione che ha ripreso a correre e con la stangata Monti appena decisa, la perdita di potere d’acquisto rischia di essere pesante.
Partiamo dai raffronti con gli altri Paesi, utilizzando i dati 2010 dell’Ocse, l’organizzazione dei Paesi più industrializzati. L’Italia si colloca al 22esimo posto su 34 nella classifica dei salari netti: 25.155 dollari (19.350 euro al cambio di ieri). Mille euro in meno della media Ocse e quasi 4 mila in meno della media dell’Ue a 15. Nel Regno Unito la retribuzione netta è stata di 11 mila euro superiore a quella media italiana. In Germania hanno preso quasi 5 mila euro in più che da noi, in Francia 2 mila e perfino in Spagna ci hanno superato di circa 1.500 euro. L’Italia è comunque ultima per livello di salario netto tra i Paesi del G7.
Volete una spiegazione? Ce ne sono tante, ma una la fornisce la stessa Ocse, mettendo a confronto il livello di imposizione fiscale (tasse e contributi) sugli stipendi. L’Italia si colloca al quinto posto su 34, con un prelievo del 46,9% misurato sulla retribuzione media di un lavoratore single senza figli. Ci battono, nell’ordine, solo Belgio (55,4%), Francia (49,3%), Germania (49,1%) e Austria (47,9%). Invece, Spagna, Olanda e Danimarca stanno intorno al 38-39% e il Regno Unito al 32,7%. Se poi si mettesse a confronto il prelievo su un lavoratore con carichi familiari è probabile che la posizione dell’Italia peggiorerebbe, per esempio rispetto alla Francia che ha il Fisco col quoziente familiare.
Questa la fotografia attuale, ma la cosa che preoccupa di più, osserva Carlo Dell’Aringa, uno dei massimi esperti della materia, è che «negli ultimi 10-15 anni la posizione relativa dell’Italia è peggiorata. È aumentato cioè il divario rispetto a Regno Unito, Germania, Francia e Olanda. Il motivo è che la produttività è rimasta quasi ferma, mentre altrove è aumentata». Dal ’96 a oggi le retribuzioni lorde sono rimaste al palo. Scrive la Banca d’Italia nell’ultima relazione annuale: «Nel settore privato tra il 1996 e il 2010 le retribuzioni reali di fatto per unità di lavoro sono aumentate dello 0,7% all’anno, quelle contrattuali dello 0,4%». Ma nell’ultimo anno è venuta meno anche la tenuta rispetto all’inflazione ufficiale. Gli ultimi dati dell’Istat, riferiti al terzo trimestre del 2011 segnalano che nei confronti dello stesso periodo del 2010 le retribuzioni lorde sono aumentate dell’1,4%, cioè meno della metà rispetto ai prezzi (l’inflazione ha raggiunto il 3,3% a novembre). Inoltre, secondo l’Ires-Cgil guidato da Agostino Megale, il fiscal drag, cioè le maggiori imposte che si pagano per effetto dell’aumento nominale dei redditi, ha sottratto ai salari lordi più di 200 euro all’anno dal 2000 al 2010. E nel 2011, secondo l’Ires, uno stipendio medio perderà circa 260 euro di potere d’acquisto rispetto all’inflazione e 306 euro a causa del fiscal drag: in tutto 566 euro.
L’inflazione e il cosiddetto cuneo fiscale, dunque, hanno un peso nel far perdere terreno ai salari, già tradizionalmente bassi in Italia, a causa della struttura produttiva dominata dalle piccole e piccolissime imprese. Sempre l’Istat osserva che «i lavoratori dipendenti delle microimprese (meno di 10 addetti) percepiscono una retribuzione annua pro capite di 18,4 mila euro, il 65,6% di quella percepita in media dai dipendenti delle imprese con 250 addetti e oltre (28,1 mila euro). Il differenziale retributivo medio legato alla dimensione aziendale è riscontrabile in tutti i macrosettori di attività economica». Le imprese con più di 250 dipendenti sono appena 3.502 su un totale di 4,3 milioni. Quelle con meno di 10 addetti 4,1 milioni. La dimensione media delle aziende italiane è di 3,9 addetti. Il valore aggiunto pro capite nelle microaziende è di 24 mila euro, in quelle con più di 250 dipendenti è invece di 60 mila euro. Eccolo il legame tra salari e produttività.
A questa situazione di base, già svantaggiata, si somma una scarsa crescita della produttività, in parte riconducibile proprio al nanismo imprenditoriale, in parte ad altri fattori. Spiega Dell’Aringa: «Il basso andamento dei salari riflette a posteriori la dinamica della produttività. Si tratterebbe invece di legare retribuzioni e produttività ex ante, attraverso una contrattazione più efficiente. In altre parole, se i lavoratori, azienda per azienda, sanno che producendo di più guadagneranno di più, questo può innescare un comportamento virtuoso che farà crescere la produttività e quindi i salari». È un po’ quello che è successo in Germania e negli altri Paesi dove la contrattazione aziendale è sviluppata e c’è una maggiore partecipazione dei dipendenti ai risultati dell’impresa. Ci sono poi almeno altri due fattori che svantaggiano l’Italia nei confronti internazionali. 1) I maggiori costi dei servizi pubblici e privati alle imprese: dai trasporti alla giustizia, dall’elettricità alla burocrazia. 2) Un livello di istruzione della manodopera inferiore alla media dei Paesi Ocse e con una formazione spesso non in linea con le richieste delle imprese.
Per rimettere in moto la produttività bisogna quindi agire su più fronti, attraverso riforme strutturali, accompagnate da una contrattazione più moderna e partecipativa. Più produttività significa più salario. A patto però che il prelievo fiscale e contributivo non aumenti e che l’inflazione venga tenuta sotto controllo. Questo per la media dei lavoratori. Ma c’è un’emergenza che riguarda i precari e più in generale i poor workers, quelli con retribuzioni povere e instabili che si allontanano sempre più dai lavoratori più ricchi. Il salario medio del 10% più ricco nel nostro Paese, dice l’Ocse, è oltre 10 volte quello del 10% più povero: 49.300 euro contro 4.877, e il divario è aumentato rispetto agli anni Novanta, quando era di 8 a 1.
Secondo il 12° Rapporto sulle retribuzioni in Italia 2011 di OD&M, effettuato elaborando le retribuzioni di un campione di 700 mila lavoratori, i dirigenti guadagno in media 106.886 euro lordi, i quadri 53.585, gli impiegati 27.009, gli operai 21.793. E, «con riferimento ai primi 6 mesi del 2011, solo i dirigenti hanno avuto un aumento del proprio potere d’acquisto».
Il problema dei poor workers, dice Dell’Aringa, va affrontato con decisione, facendo costare di più determinate forme di rapporto di lavoro abusate dalle aziende: «Mi riferisco alle false partite Iva, alle false collaborazioni e ai falsi stage. Bisogna aumentare i contributi sui lavori precari con un unico committente e forse bisogna pensare a un salario minimo. Eppoi, si devono mandare anche i carabinieri». Solo così le aziende non troveranno più conveniente mascherare dietro rapporti di lavoro autonomo o di collaborazione quelli che sono invece lavoratori subordinati a tutti gli effetti. Eliminati gli abusi, bisogna «non toccare forme contrattuali che funzionano, come l’apprendistato, il lavoro interinale e i contratti a termine, che hanno tutte le garanzie del caso e spesso sono un trampolino verso i contratti a tempo indeterminato». Per questi ultimi, conclude Dell’Aringa, bisogna rilanciare la produttività, ridurre la differenza tra lordo e netto, tagliare quindi il cuneo fiscale e gli altri costi. Tra questi ultimi ci sono anche quelli dei licenziamenti. Ma tagliarli non è il toccasana.

Il Corriere della Sera 21.12.11

«Ora inizia una fase nuova Lavoro e giovani le priorità», intervista a Vasco Errani di Simone collini

Le Regioni danno un giudizio positivo della manovra. Lo fa sapere al termine dell’incontro con il governo Vasco Errani, che spiega il parere favorevole soprattutto con l’accordo raggiunto sul trasporto pubblico locale e sulla rinuncia a tagli alla Sanità per il 2012. Il presidente della Conferenza delle Regioni apprezza l’«interlocuzione reale» sviluppata con l’esecutivo, ma non manca di sottolineare che adesso deve esserci «collaborazione» su determinate questioni, a partire dal lavoro, da una crescita «intelligente» e dal credito alle imprese. «Si tratta di questioni – dice il presidente dell’Emilia Romagna – nelle quali il rapporto tra le politiche nazionali e quelle territoriali è fondamentale».
Soddisfatti dell’accordo raggiunto sul trasporto pubblico locale, presidente Errani?
«È sicuramente un accordo importante perché per la parte ferroviaria, a causa del taglio del 75% delle risorse deciso dalla manovra del precedente governo, si sarebbe arrivati
a un inevitabile blocco. Con l’attuale governo c’è stata una discussione difficile, ma ora è stato deciso di stanziare per il trasporto su ferro un miliardo e seicento milioni di euro. Siamo al livello minimo di sostenibilità, siamo sempre in una situazione di difficoltà complessiva, ma è sicuramente un passo avanti. E importante sarà il lavoro del tavolo tra governo, Regioni ed enti locali sull’insieme dei trasporti che abbiamo deciso di costituire. Ora bisogna infatti individuare le politiche necessarie per riqualificare il sistema».
Basta l’intesa sul trasporto pubblico locale per dare un giudizio positivo? Da parte di Anci e Province non mancano le critiche…
«Per i punti della manovra che attengono alle politiche regionali – l’accordo sul trasporto ma anche il fatto che non ci siano tagli alla Sanità per il 2012 – il giudizio è positivo. Rimane il fatto che complessivamente il peso della manovra su Regioni ed enti locali è pesantissimo ed è chiaro che avrà ripercussioni. Ma dobbiamo
tener conto anche del fatto che questa manovra scongiura, su trasporto e Sanità, una situazione di totale ingovernabilità».
Le Province hanno disertato la Conferenza unificata per protestare contro l’ipotesi di abolizione prevista dalla manovra e c’è anche l’intenzione di fare ricorso alla Corte costituzionale.
Qual è la posizione delle Regioni su questo tema?
«È una situazione molto complessa. Per quel che riguarda le Province noi chiediamo, e il governo è d’accordo, di convocare una commissione speciale sulla riorganizzazione complessiva della governance. Questo è un punto su cui dobbiamo aprire una discussione senza fare propaganda, per trovare il modo più coerente e serio di riformare il sistema».
Ma come esponente del Pd che giudizio dà della manovra?
«Intanto è bene ricordare che ci troviamo in questa situazione per responsabilità gravissime di un governo che ha portato il Paese sull’orlo del baratro. Poi si è costruito – e il Pd ha avuto un ruolo di protagonista – un governo di responsabilità nazionale che ha dovuto subito affrontare serissimi problemi, a cominciare dalla perdita di credibilità internazionale e dalla forte insostenibilità delle manovre precedenti. Detto questo, il mio giudizio è che l’attuale manovra presenta sicuramente alcuni punti importanti».
Per esempio?
«L’impegno sulla lotta all’evasione. Bisogna fare di più, certo, ma già questo è un fatto importante. Quel che è stato fatto sui capitali scudati, a regime, è un segnale che mette la parola fine ai continui condoni che hanno devastato la fedeltà fiscale. Ci sono poi norme molto apprezzabili, come la defiscalizzazione per le assunzione di giovani e donne. È chiaro che questa non è la manovra del Pd, su alcuni punti era necessaria maggiore equità. Si
doveva anche realizzare una gradualità sulle pensioni. Ecco, su
questi punti noi avremmo fatto cose diverse.Ma siamo in questa fase politica e l’impegno del Pd sarà massimo per rendere nei prossimi atti più equa l’azione del governo».
Come giudica la discussione che si è aperta sul superamento dell’articolo 18?
«Non mi sembra affatto questa la priorità. Auspico invece che il governo faccia una scelta chiara su quella che è la vera priorità, e cioè la necessità di avviare un dialogo forte, maggiore di quanto non sia oggi, con le forze sociali e imprenditoriali per affrontare i nodi fondamentali di questo Paese. Che sono il lavoro, soprattutto per i giovani e le donne, la produttività, il sostegno alle imprese attraverso il credito. È su questi temi che si gioca la sfida. Per cambiare è necessaria la forza di un patto sociale di qualità. Per questo è inutile e dannoso porre ora la questione dell’articolo 18».
Diceva all’inizio che le Regioni hanno dato giudizio positivo sulla manovra: anche quelle governate da esponenti della Lega?
«Sui due punti del trasporto pubblico locale e la mancanza di tagli
alla Sanità il giudizio delle Regioni è comune. Fermo restando che sul complesso della manovra ci sono diversità di posizione».
Come giudica la protesta fiscale contro l’Imu degli amministratori leghisti?
«La Lega tenta di ricollocarsi come se fosse stata da sempre all’opposizione, ma non regge ed è insostenibile l’idea della protesta fiscale. In primo luogo perché l’Imu sta dentro l’impianto del federalismo fiscale. Ma a parte questo, in un Paese in cui la fedeltà fiscale è così bassa, incitare alla protesta è un errore gravissimo e una scelta irresponsabile. Comunque io non credo che con questo tentativo di recuperare gli spiriti più radicali della Lega sia possibile nascondere il fallimento politico di quel governo di destra, di cui la Lega è stata azionista di riferimento, che non ha dato nulla né al Nord né al Centro né al Sud».

L’Unità 22.12.11

Il Paese non si salva senza cambiamento e coesione

Per Pier Luigi Bersani “coesione significa orecchie a terra sui problemi sociali. Il nostro compito è creare un meccanismo di contatto e informazione molto puntuale perché la nostra gente deve capire che cosa stiamo facendo”. “Avremo un anno di recessione, ormai è chiaro e partiamo da livelli già bassi di occupazioni e redditi. Bisogna focalizzarsi sulla grande questione sociale. L’Italia non si salva senza cambiamento e coesione”. Lo ha dichiarato il segretario Pier Luigi Bersani durante il brindisi di auguri natalizi al gruppo Pd alla Camera.

“Il paese – ha affermato il segretario Pd – non si salva senza cambiamento e coesione, ci vogliono tutte e due le cose, pensare di salvarlo con una sola non va bene”. E coesione significa “orecchie a terra agli interlocutori sociali”.

Sulla questione sociale il Pd “riuscirà a dare qualche buon riferimento al governo” e in un anno “non semplice l’asset del Pd è lavoro e redditi”.

“Al governo abbiamo garantito fedeltà e lealtà, ma anche trasparenza. In una situazione del tutto nuova, in cui il Parlamento avrà una funzione rilevantissima, il nostro compito è creare un meccanismo di contatto e informazione molto puntuale perché la nostra gente deve capire che cosa stiamo facendo”.

“La scelta di appoggiare Monti – ha spiegato il segretario Pd nel brindisi al gruppo alla Camera – è stata capita in nome del Paese, ma adesso quella decisione si spezzetterà in 10-20 altre scelte e ogni volta avremo il problema di comprensione e dialogo con la nostra gente”.

“Noi – ha concluso Bersani – dovremo approvare anche cose che non ci piacciono al 100 per cento. Quindi dovremmo precisare cosa ci piace, cosa non ci piace e che cosa avremmo fatto noi”.

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Lavoro, Finocchiaro: “Abbassare toni e usare concertazione”

Sarebbe bene che tutti abbassassero i toni perché le polemiche non servono a trovare le soluzioni ma solo a dividere. La situazione è talmente grave che francamente non è il caso di dividersi. Noi abbiamo la necessità di guardare senza pregiudizi al tema del lavoro, di confrontarci con le forze politiche, imprenditoriali e sindacali
pubblicato il 21 dicembre 2011 , 226 letture

“Sarebbe bene che tutti abbassassero i toni perché le polemiche non servono a trovare le soluzioni ma solo a dividere. La situazione è talmente grave che francamente non è il caso di dividersi. Noi abbiamo la necessità di guardare senza pregiudizi al tema del lavoro, di confrontarci con le forze politiche, imprenditoriali e sindacali. Ovviamente il governo ha la concertazione come strumento principale a propria disposizione”. Lo ha detto Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato parlando con i giornalisti in Senato delle polemiche sul mercato del lavoro. “Due sono i temi che dovremo affrontare alla ripresa- ha spiegato Anna Finocchiaro – il primo è la crescita. Senza crescita non c’è lavoro per nessuno. Il secondo è il tema che è definito da due questioni sulle quali nessun italiano può avere dubbi: non è più possibile che centinaia di migliaia di persone vivano in una condizione precaria di lavoro, con l’incubo di perderlo da un momento all’altro e di non essere in grado di recuperare un’altra attività lavorativa in breve termine, questo al di là delle preoccupazioni relative a quello che sarà poi il loro trattamento pensionistico. L’altro punto è che dall’inizio della crisi il numero dei licenziamenti in questo Paese si è ingigantito e che gli ammortizzatori sociali ovviamente cominciano a scarseggiare. Vanno risolti questi due problemi: la questione di chi ha perso il posto di lavoro e non riesce a ritrovarlo e vede finire gli ammortizzatori sociali e fare in modo che finisca la dissipazione di energie e di risorse costituita dal lavoro precario. Su queste due questioni d’emergenza e sotto gli occhi di tutti – ha concluso Anna Finocchiaro – le soluzioni possibili sono tante”.

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"Il Carroccio salva ancora il soldato Cosentino Regge il patto Bossi-Pdl", di Claudia Fusani

Con un doppio carpiato la Lega salva il soldato Nick. Almeno per le feste di Natale e Capodanno. E nonostante gli annunci di divorzi e addii, è chiaro che c’è ancora un filo che tiene uniti Bossi e Berlusconi. Uno solo ma così forte da far slittare il voto della Giunta sulla richiesta di arresto per l’onorevole Nicola Cosentino al 10 gennaio, quattro giorni dopo il limite fissato dal regolamento (5 gennaio) e smentendo decisioni già assunten dal presidente della Giunta Pierluigi Castagnetti. E da far sopportare la rabbia della base leghista. Le motivazioni sarebbero tecniche. «Sono arrivate nuove carte, dobbiamo leggerle» propone a sorpresa alle tre del pomeriggio Vincenzo D’Anna, il Responsabile, ex Pdl e soprattutto compaesano di Cosentino. Il Pdl tace perchè sa che in quelle carte non c’è nulla che possa aggiungere o togliere qualcosa a quello che i membri della Giunta già hanno a disposizione per valutare il fumus persecutionis. Lasciano fare il “lavoretto” a D’Anna senza metterci la faccia. Negli uffici della Giunta nel pomeriggio arriva addirittura l’onorevole Luca D’Alessandro, fedelissimo di Verdini, a controllare a che punto è il cordone di sicurezza a favore del responsabile del partito in Campania.
Un rinvio inaspettato, un blitz e per questo ancora più «scandaloso» per Pd, Idv e Udc che puntano il dito sul «mercanteggio tra Pdl e Lega». «Il Carroccio ha preso tempo
per alzare il prezzo di chissà quale partita» tuona Donatella Ferranti (pd) che si mette a battibeccare di buona lena con il collega di Giunta leghista Luca Paolini. «La Lega difende
la legalità a parole ma poi, alla prova dei fatti, tutela la casta» se ne va sbattendo la porta il finiano Lo Presti. E che dire se persino a una persona solitamente per bene, educata,
mai sopra le righe come FedericoPalomba (Idv) scappa detto: «Stavolta sono veramente incazzato, è chiaro che la Lega vuol salvare Cosentino ne proteggere Gomorra. Oggi nin Giunta si è consumata un’ indecente pantomima che umilia il Parlamento».
Gli unici sollevati in effetti sono i deputati del Pdl, Paniz, Sisto, Costa, Iole Santelli, Fabrizio Cassinelli che scivolano via verso le vacanze soddisfatti di aver strappato venti giorni e aver soddisfatto i desideri del Capo Berlusconi e la linea garantista del partito. Chi invece è in grossa difficoltà è il leghista Luca Paolini. E’ lui l’uomo simbolo di una Lega ancora ostaggio di Berlusconi. E della geometrica potenza di cui tuttora dispone Nick o’ mericano, raggiunto il 6 dicembre da una richiesta di arresto da parte della procura antimafia di Napoli per essere «il referente politico nazionale del clan camorrista dei casalesi». La sua figura, e il suo bagaglio di voti, è ancora in grado di mettere in fila non solo il partito ma anche i vecchi alleati nonostante un processo in corso per concorso esterno in associazione mafiosa (per cui già nel dicembre 2009 la Camera respinse una richiesta di arresto); una richiesta di rinvio a giudizio per associazione segreta e falso (la cosiddetta P3, a Roma) e questa nuova indagine che sembra un sequel di quella già a dibattimento. Cosentino, forte del suo ruolo di parlamentare e coordinatore del partito,
nell’ aprile 2007 avrebbe fatto da garanzia presso una importante banca nazionale per un prestito di qualche milione di euro a una società legata ai Casalesi che doveva realizzare un centro commerciale. Paolini l’uomo simbolo di un Carroccio che a parole sta all’opposizione ma nei fatti resta legato a
Berlusconi. «Prendiamo tempo per leggere le carte» giustifica il rinvio l’avvocato leghista con la faccia stanchissima, la cravatta allentata e la giacca stazzonata alla fine di unagiornata che in mattinata l’ha visto persino minacciare le dimissioni dalla Giunta se «qualcuno dall’alto – leggi Maroni – lo avesse costretto a votare per l’arresto di Cosentino».
Il rinvio era l’unica via d’uscita per evitare una nuova spaccatura tra Maroni – favorevole all’arresto – e Bossi, contrario come gli chiede l’amico Silvio. Certo è difficile per i leghisti spiegare in un solo giorno il via libera votato dall’aula per l’utilizzo delle intercettazioni dell’ex ministro Romano (indagato a Palermo per corruzione con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra). E la melina sul caso Cosentino. Ma è difficile anche per il partito degli onesti di Alfano giustificare la protezione ad oltranza del soldato Nick.

L’Unità 22.12.11

Caso Saverio Romano. La Camera concede l'autorizzazione all'uso delle intercettazioni

Al vaglio della magistratura le 25 telefonate che dimostrerebbero il sistema di affari tra l’ex ministro dell’Agricoltura e la mafia. Rinviato al 10 gennaio il voto su Cosentino. L’Aula della Camera ha concesso l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni nei confronti dell’ex ministro dell’Agricoltura Saverio Romano richieste dalla magistratura. La votazione è avvenuta a scrutinio segreto. I voti a favore sono stati 286, 260 i no. Quattro gli astenuti.

Sono 60, soprattutto del Pdl, i deputati che non hanno partecipato al voto per concedere l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni nei confronti dell’ex ministro Saverio Romano. Tra i non partecipanti l’ex premier Silvio Berlusconi, il leader del Carroccio Umberto Bossi e gli ex ministri Roberto Maroni, Giulio Tremonti e Ignazio La Russa. I deputati in missione erano 19.

L’autorizzazione della Camera riguarda l’utilizzo di intercettazioni disposte dalla Procura di Palermo a carico dell’ex ministro dell’Agricoltura Saverio Romano nell’ambito del fascicolo d’indagine in cui il politico è indagato, insieme al senatore Psi, ex Pdl, Carlo Vizzini e all’ex governatore siciliano Totò Cuffaro, di corruzione aggravata dall’avere agevolato la mafia.

Si tratta di 25 telefonate che dimostrerebbero che il ministro Saverio Romano – scrisse il gip nella richiesta all’uso – sarebbe stato a disposizione di un sistema affaristico-politico-mafioso avente al centro le attività del Gruppo Gas di Massimo Ciancimino.

Su Romano pende inoltre la richiesta di rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa. Proprio ieri il gip di Palermo Fernando Sestito ha respinto, dichiarandola manifestamente infondata, l’eccezione di legittimità costituzionale della norma che regola l’imputazione coatta presentata dai legali di Romano. I difensori, gli avvocati Raffaele Bonsignore e Franco Inzerillo, avevano eccepito l’incostituzionalità della disposizione di legge che non prevede, l’avviso di conclusione delle indagini, nei casi di imputazione coatta: fattispecie che ricorre nella vicenda Romano per cui la procura aveva chiesto l’archiviazione, mentre il Gip ha obbligato il Pm a formulare l’imputazione.
Nel corso dell’udienza preliminare, ieri, il Pm Nino Di Matteo ha depositato un nuovo verbale di interrogatorio dell’ex manager della sanità privata, Michele Aiello, condannato con sentenza definitiva per associazione mafiosa. Il giudice ha rinviato l’udienza al 18 gennaio.

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La Giunta per le Autorizzazioni della Camera ha rinviato il voto su Nicola Cosentino. Il rinvio è passato con 11 voti a favore (compresa la Lega) e 10 contrari. La votazione avverrà il 10 gennaio alle ore 14.00.

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"Da Draghi un fiume di liquidità", di Raffaella Cascioli

Il soccorso di Francoforte agli istituti di credito europei è una bella boccata d’ossigeno. Con un mercato interbancario paralizzato da mesi, un rischio di credit crunch reso sempre più concreto con il passare dei giorni, la difficoltà oggettiva a collocare i titoli di stato della zona euro alla vigilia di un trimestre di fuoco che si aprirà da qui a qualche settimane, Mario Draghi non ha indugiato. La mossa di ieri della Bce ha dato ossigeno alle banche commerciali con un’iniezione di liquidità senza precedenti.
Come peraltro annunciato dal presidente Mario Draghi ieri l’Eurotower ha erogato 489,19 miliardi di euro ad un tasso dell’1% nel corso della prima asta di rifinanziamento a tre anni. Una richiesta al di là di ogni aspettativa che la dice lunga su come il mercato monetario, obbligazionario e interbancario sia vicino al collasso con alcune grandi imprese arrivate negli ultimi tempi a ritirare i propri depositi dagli istituti di credito.
Draghi è stato di parola riversando circa 500 miliardi di euro nell’euro-sistema a condizioni agevolate a favore di 523 istituti di credito comunitari. Immediati i riflessi sugli spread dell’area euro scesi rapidamente dopo l’esito dell’asta salvo poi risalire, sebbene più lentamente, in serata: il differenziale tra bund e Btp italiano ieri è sceso sotto quota 450 punti base.
Fiumi di liquidità sono scorsi così per raggiungere in mille rivoli le banche del Vecchio Continente in vista del maxicollocamento di bond atteso sull’euromercato già nei primi mesi del prossimo anno. Nel 2012, invece, gli stati dell’eurozona chiederanno ai mercati 1.500 miliardi di euro in prestiti tramite il collocamento di titoli di stato a breve, media e lunga scadenza e di bond emessi dai fondi per la stabilizzazione. A questi si aggiungeranno i 600 miliardi di obbligazioni bancarie che giungono a scadenza il prossimo anno, di cui 230 miliardi nei primi tre mesi.
Rispetto al piano Draghi sono state 14 le banche italiane a fare richiesta e a presentare circa 40 miliardi di titoli garantiti dallo stato. A cominciare da Unicredit ha emesso bond per 7,5 miliardi contro i 12 miliardi di Banca Intesa e i 10 di Montepaschi. Risorse importanti che arrivano nel giorno in cui l’Istat ipoteca l’ingresso dell’Italia in una fase recessiva visto che nel terzo trimestre 2011 il Pil ha fatto registrare una contrazione dello 0,2% su base congiunturale.
Certo la mossa di Draghi non sarà di per sé sufficiente a curare tutti i mali dell’eurozona, ma le banche europee si sono potute approvvigionare offrendo in cambio garanzie alla Bce ed evitando così di approvvigionarsi sui mercati dei capitali privati a tassi ben superiori. Soprattutto in un momento di crisi nella raccolta come l’attuale.
Il generoso aiuto fornito dalla Bce allontana così lo spettro del fallimento delle istituzioni finanziarie a causa di liquidità, eliminando uno dei problemi del prossimo anno ed evitando un ulteriore deterioramento della crisi del debito. Ora però la Bce spera soprattutto che le banche utilizzino questa liquidità per sostenere la crescita, ovvero per finanziarie le imprese della zona euro e per sostenere le famiglie.
Sulla carta poi c’è una seconda direzione che questi soldi potrebbero prendere. Ad auspicarla è stato il presidente francese Nicolas Sarkozy che ha esplicitamente sollecitato gli istituti di credito ad acquistare titoli del debito sovrano dei paesi in difficoltà. Il che avrebbe l’innegabile vantaggio per gli istituti di impiegare somme acquisite a tassi agevolati in titoli di stato particolarmente remunerativi.
Tuttavia per il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini, l’asta della Bce «è una bella arma, se non vogliamo chiamarla bazooka, ma non potrà essere usata per sostenere i titoli di stato». Sabatini ha infatti puntato l’indice contro l’Eba che «ha messo il bollo sui dubbi del mercato che ci possano essere nell’area euro paesi a rischio fallimento».

da Europa Quotidiano 22.12.11