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"Thyssen, quei soldi in cambio del perdono", di Gad Lerner

LA Thyssenkrupp è in cerca di attenuanti dopo la pesante condanna per omicidio volontario inflitta ai suoi manager per il rogo del 2007, nel quale morirono sette operai.
Per questo la multinazionale tedesca propone addirittura una maggiorazione del risarcimento che la sentenza di primo grado assegna al Comune di Torino; ma pone una condizione pesante: che il sindaco rinunci a costituirsi parte civile nel processo d´appello. Cioè che la città di Torino (ma con essa la Provincia e la Regione) prenda i soldi e smetta di considerarsi parte lesa.
Ancora più lesto è stato il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, imputato per disastro ambientale doloso e rimozione volontaria di cautele nel processo Eternit per la strage dell´amianto. Senza neanche aspettare la sentenza di primo grado, Schmidheiny offre 18,3 milioni di euro al sindaco della città-martire di Casale Monferrato (1800 morti di mesotelioma, e non è ancora finita) purché faccia marcia indietro e rinunci a dichiararsi parte lesa in rappresentanza dei suoi concittadini. Proprio ieri il sindaco Giorgio Demezzi ha ricevuto una telefonata del ministro della Salute, Renato Balduzzi, che lo ha invitato a rimeditare il suo orientamento alla luce della storia esemplare di lotta per la verità, la giustizia e la salute, in cui il comune di Casale Monferrato ha finora svolto un ruolo di battistrada.
Ma cosa sta succedendo? Due storie contemporanee in cui la vita e la morte s´intrecciano all´economia, diverse fra loro per modalità e dimensione, così come (finora) è apparsa diversa la reazione dei sindaci chiamati a fronteggiare il medesimo dilemma: soldi o giustizia?
Possibile che l´Italia in recessione torni a essere un paese vassallo, nel quale dei capitalisti possono sottomettere grazie al denaro la pubblica rappresentanza dei cittadini? Chi ha accumulato profitti miliardari ignorando le normative di sicurezza o avvelenando consapevolmente i polmoni dei residenti, ora ne reinveste una quota marginale per acquisire sconti di pena. È una legittima strategia difensiva, ci mancherebbe. Ma qual è il ruolo delle istituzioni pubbliche nella tutela del diritto alla salute quando esso sia violato e la collettività si aspetta un pronunciamento giudiziario?
È sgradevole avvertire che nel tempo della crisi pure la giustizia rischia di soggiacere alla prassi dei saldi anticipati, come il commercio. Una sensazione umiliante che si vive soprattutto a Casale Monferrato, dove il Comune potrebbe sparire dal processo in cambio di una somma inferiore di parecchio alla liquidazione di un singolo amministratore delegato. La delibera votata in Municipio (per fortuna non definitiva, il sindaco ha compreso che il turbamento va ben al di là delle contrapposizioni politiche) lacera le coscienze; ma è soprattutto la straordinaria, civile, composta Associazione dei familiari delle vittime che vivrebbe come un´inspiegabile diserzione la transazione con Schmidheiny, a poche settimane da una sentenza di rilevanza storica, attesa in tutto il mondo infestato da fabbriche d´amianto, preceduta da decenni di sofferenze e denunce.
A Torino, se non altro, il Comune è stato presente in Tribunale, come parte civile, di fianco ai familiari degli operai morti e feriti, fino al primo giudizio di colpevolezza della ThyssenKrupp: ben sedici anni e mezzo di condanna per l´amministratore delegato Harald Espenhan, presente in ogni fase del dibattimento.
Nel caso della Eternit di Casale Monferrato, viceversa, gli imputati (oltre a Schmidheiny c´è un suo socio belga) pesa come un macigno sulle quasi tremila famiglie costituitesi parte civile l´invisibilità dei proprietari della Eternit. La giornalista Silvana Mossano, autrice del libro Malapolvere già prima che il destino la chiamasse a seguire personalmente anch´essa il tormento e la cura di una persona amata, ricorda ciò che le ripetevano da bambina agli incontri di catechismo: “Stai attenta, che il diavolo è tentatore…”. Ora manifesta stupore per la repentina comparsa di questa ipotesi, “il patto col diavolo” lo chiama, ritenuto fino a ieri inconcepibile. Neanche dire che ci si arriva sospinti dal bisogno – il bilancio comunale di Casale Monferrato è virtuoso – no, è proprio l´idea che rifiutare soldi certi e immediati sia un delitto nei confronti della collettività. Siamo davvero cambiati tutti così profondamente? Casale Monferrato sta provando il vitale bisogno di smentire questo luogo comune, troppo grande è la sua ferita, prima di Natale vuole recuperare il suo senso di comunità solidale.

La Repubblica 22.12.11

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“Risarcimento o processo, la Thyssen sfida Torino”, di Diego Longhin

Subito un milione ma stop alla parte civile. Caso Eternit, il ministro Balduzzi chiama Casale: “Ripensateci. Il sindaco Fassino “Prima di decidere sentiremo il parere dei familiari delle vittime”. Incassare i risarcimenti decisi dai giudici con la sentenza di primo grado e rinunciare a costituirsi parte civile nel processo di appello contro la ThyssenKrupp per il rogo del 6 dicembre del 2007, incendio che provocò la morte di sette operai della multinazionale tedesca: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe De Masi. Decisione che il Comune di Torino, guidato ora da Piero Fassino, la Provincia e la Regione dovranno prendere in fretta.
I legali sono già al lavoro, per venerdì è fissato un primo incontro tra il sindaco, accompagnato dal vice, Tom Dealessandri, e i familiari delle vittime dell´incendio nell´acciaieria per capire qual è la loro posizione. «Non abbiamo ancora preso nessuna decisione – dice Fassino – prima vogliamo ascoltare quello che hanno da dire i parenti degli operai che hanno perso la vita a causa dell´incendio». E aggiunge: «Si tratta però di una vicenda molto diversa da quella di Casale Monferrato».
Il timore è che le polemiche seguite alla scelta del Comune di Casale Monferrato di ritirarsi dal processo contro l´Eternit, in cambio di 18 milioni di euro, si possano estendere anche a Torino. «Non è la stessa cosa», ribadisce Fassino. E proprio ieri il ministro alla Sanità, Renato Balduzzi, ha telefonato al sindaco di Casale, Giorgio Demezzi, per chiedere «un supplemento di riflessione sulla vicenda». Il primo cittadino ha accolto l´invito: «Ci stiamo pensando – dice – sono ancora in corso della valutazioni tecnico-legali sull´accordo. Vogliamo arrivare ad una definizione dell´intesa, ma potrebbero comunque nascere ripensamenti o problemi».
Sul fronte Thyssen, invece, si è già arrivati ad una prima sentenza, dura e storica. I giudici hanno riconosciuto non solo la colpa, ma l´omicidio volontario con dolo eventuale, accusa avanzata nei confronti dell´ad Harald Espenhahn e gli altri dirigenti dal pm Raffaele Guariniello. In tutto 81 anni di carcere, di cui 16 e mezzo solo per Espenhahn, e sette milioni di euro di indennizzi.
Del totale dei risarcimenti due milioni e mezzo devono andare al Comune di Torino (1 milione), alla Provincia di Torino (500 mila euro) e alla Regione (1 milione). Accettarli e rinunciare all´appello, oppure andare avanti? «È stato riconosciuto quello che volevamo», dice il vicesindaco di Torino, Dealessandri, più propenso a trovare un´intesa con l´azienda. Anche perché in appello la sentenza potrebbe essere riformulata ed anche gli indennizzi rivisti al ribasso. E aggiunge: «Useremo questi fondi per borse di studio e progetti per aumentare la sicurezza sul lavoro». Scelta che non viene vista di buon occhio da una parte di Sinistra Ecologia e Libertà, convinta che così si possa indebolire l´appello. La Regione, guidata da Roberto Cota, è pronta a «prendere una decisione in sintonia con le altre istituzioni». Per Antonio Saitta, presidente della Provincia, «si tratta di una scelta politica più che di una scelta processuale e sono d´accordo con Fassino, bisogna prima ascoltare il parere dei familiari». Parenti che hanno ricevuto 12 milioni di euro dalla ThyssenKrupp come risarcimento prima che iniziasse il processo.
Antonio Boccuzzi, ora parlamentare del Pd e operaio sopravvissuto al rogo, invita ad evitare le polemiche: «Quella di Thyssen e di Casale Monferrato sono vicende diverse – dice – a Casale il Comune ha deciso di ritirarsi in prossimità del giudizio, a Torino gli enti hanno partecipato al processo e le richieste sono state accolte dai giudici. Non vedo gli estremi per ripresentarsi». Sulla stessa linea per il sindacato: «Il compito di Comune, Regione e Provincia è dire come utilizzeranno quei soldi per migliorare la sicurezza sul lavoro – sottolinea Giorgio Airaudo della Fiom – bene hanno fatto a costituirsi parte civile prima, bene fanno ora ad impegnare le risorse sulla sicurezza, quella stessa sicurezza che la Thyssen ha violato provocando la morte di sette persone. A Casale, invece, l´Eternit ha contaminato un´intera collettività e il Comune ha deciso di fare un passo indietro grave».

La Repubblica 22.12.11

"Scandalo al Pirellone: super liquidazione all'arrestato", di Michele Brambilla

Il fatto è semplice: la Regione Lombardia ha deliberato di versare una liquidazione di 340.000 euro e un vitalizio di cinquemila euro al mese a Franco Nicoli Cristiani, che l’altro ieri s’è dimesso da vicepresidente del Consiglio regionale e da consigliere. L’antefatto è un po’ meno semplice: Nicoli Cristiani non si è dimesso perché è stufo di fare politica e vuol dedicarsi al suo hobby preferito, ma perché il 30 novembre scorso è stato arrestato con l’accusa di avere intascato una tangente di centomila euro per autorizzare una discarica di rifiuti tossici.

Come sempre in questi casi, ci sono anche delle premesse da fare. La prima: i 340.000 euro sono esattamente il trattamento di fine rapporto fissato dalla legge per chi, come Nicoli Cristiani, ha fatto quattro legislature da consigliere regionale; stesso discorso per il vitalizio: non c’è un solo euro che non spetti di diritto. Seconda premessa: stiamo parlando di una persona che non è ancora stata condannata, anzi che non è ancora stata neppure rinviata a giudizio, e quindi non può essere considerata colpevole.

A rigor di norme, dunque, le cose devono procedere così: il politico arrestato incassa Tfr e vitalizio; se poi sarà condannato, risarcirà i danni. Questo a rigor di norme. Ma a rigor di logica e di buon senso, non si può dar torto a chi reagisce a notizie del genere con sbigottimento e anche con rabbia. Ieri il presidente del Senato Schifani ha tirato un po’ le orecchie ai giornalisti, dicendo loro che spesso alimentano nella gente un pericoloso sentimento di «antipolitica»: avrà le sue ragioni, ma sarebbe interessante sapere se pensa che anche una vicenda come questa rientri nelle esagerazioni della stampa. O se spesso non siano gli stessi politici a dare di sé l’idea di una (tanto per usare un termine abusato) «casta».

Intanto, le stesse cifre in ballo fanno immediatamente scattare paragoni imbarazzanti. Quale lavoratore, anche dirigente d’azienda, prende 340.000 euro più un vitalizio di cinquemila euro a mese per vent’anni di servizio? Possiamo pensare davvero che gli italiani debbano digerire somme del genere proprio nel momento in cui si chiede loro di andare in pensione più tardi? Altro paragone imbarazzante: un dipendente di una ditta privata che venisse arrestato con l’accusa di aver rubato sul lavoro, sarebbe invitato a dimettersi con tutti i diritti e le prebende, o verrebbe licenziato in tronco?

Ma poi: che questa sia una di quelle notizie destinate a dar scandalo, è testimoniato dalle parole pronunciate dallo stesso presidente del Consiglio Regionale, il leghista Davide Boni (e quindi alleato con Nicoli Cristiani, che è del Pdl). «Ci aspettiamo un segnale importante dalla giunta», ha detto Boni, che suggerisce a Roberto Formigoni una via d’uscita. Se infatti la Regione si costituisse parte civile, il Tfr e il vitalizio verrebbero congelati; in caso contrario, i pagamenti dovrebbero essere eseguiti entro sessanta giorni. «Non sono convinto che la costituzione di parte civile possa bloccare liquidazione e vitalizio – dice Pippo Civati, consigliere regionale del Pd – ma in ogni caso la giunta la dovrebbe presentare, anche per dare un segnale politico».

Interpellato, Formigoni fa sapere dal suo staff che tecnicamente la Regione non si può ancora costituire parte civile, non essendoci un rinvio a giudizio; e che comunque sta valutando la possibilità di farlo. Decidesse per il no, ci sarebbe da stupirsi. Intanto perché, poco dopo l’arresto di Nicoli Cristiani, Formigoni intervenne in aula con parole molto dure. E poi perché darebbe l’impressione che le istituzioni non si sentono danneggiate da chi finisce in galera per corruzione. Il che sarebbe un danno ancora maggiore dei 340.000 euro che stanno per uscire dalle tasche dei contribuenti.

La Stampa 22.12.11

"La corruzione e il potere ingiusto", di Carlo Galli

A livello politico, la corruzione è la deviazione del potere dalle finalità che gli vengono assegnate dalla civiltà moderna. Che consistono nell´amministrare impersonalmente e imparzialmente, e nel riconoscere e tutelare i diritti individuali e collettivi in un contesto di legalità, di certezza, di uguaglianza, di prevedibilità. C´è corruzione quando un apparato pubblico (una burocrazia) accetta o sollecita per sé benefici, in denaro o d´altra natura. Benefici solo in cambio dei quali soddisfa alcuni bisogni sociali – non tutti, ma solo quelli dei corruttori –; ma questa è appunto una deviazione sostanziale del potere dal proprio orizzonte pubblico. La corruzione rende il potere parziale e ingiusto perché favorisce qualcuno (chi è in grado di corrompere prima e meglio) a danno di tutti coloro che hanno diritto a una prestazione pubblica, o a vedere riconosciuto un diritto, un merito.
Quando questo strappo alle regole diventa sistema, quando l´anomalia diventa norma, si perde qualcosa di ancora più profondo della forma moderna del potere. È la fiducia dei cittadini nel potere, e al tempo stesso nella sostenibilità delle loro relazioni sociali. Per ogni concorso truccato, per ogni promozione ingiusta, per ogni permesso edilizio comperato, per ogni scandalo, per ogni occhio chiuso, tutta la collettività paga un prezzo: si dissipa quel capitale di reciproca credibilità fra Stato e cittadini, e all´interno della stessa società, che è l´architrave e il cuore del patto sociale. Ovvero, la promessa – implicita ma vitale – di tutti verso tutti che la nostra vita collettiva sarà immaginata, concepita e condotta secondo principi che la differenziano dalla vita in una giungla. La promessa che la vita sociale si organizzerà in modo tale che non sempre il più forte, il più ricco, il più astuto, prevarranno sugli altri – come invece avviene in quello stato di natura al quale i filosofi che hanno fondato la modernità politica affermavano che è necessario uscire, verso la civiltà perfezionata –.
La corruzione è il tradimento di quella promessa, di quel patto; è il ritorno della natura all´interno della vita associata, con tutta l´irrazionalità e l´imprevedibilità, con tutti i rischi, con tutta la cecità che la natura comporta. È la risposta più pigra e naturale alle difficoltà del funzionamento dello Stato, alle nuove esigenze della società: anziché operare riforme – mirate, progettate razionalmente – si sceglie la via più facile per recuperare efficienza, cioè il reciproco adattamento fra uno Stato invecchiato e una società che accetta di decomporsi pur di funzionare. Con il risultato perverso che, al contrario, si pregiudicano le basi stesse dell´efficienza, a tutti i livelli.
La decomposizione delle architetture della politica, che danno forma anche alla società – il potere pubblico, la legge, l´uguaglianza –, e l´affermarsi di conglomerati opachi di forze occulte, di collusioni fra pezzi di Stato e pezzi di società, di omertà diffuse, di sistemi illegali, di cricche, di mafie, sono infatti la fine della distinzione e della chiarezza, e l´affermazione della nebbia, dell´oscurità, in cui tutti sospettano di tutti, e tutti – i pubblici funzionari, ma anche ogni cittadino – perseguono il proprio interesse privato: ciecamente, senza certezze, senza altra progettualità che non un sempre più cinico e disperato “tirare a campare”. Tutti avvitati, quindi, nella corruzione e nell´inefficienza.
Abituarsi a questa qualità delle relazioni politiche e sociali, trovarle magari ingiuste ma normali, sgradevoli ma naturali e insopprimibili, è non solo la più radicale corruzione – in primis, dell´immagine che abbiamo di noi stessi, della nostra autostima come cittadini e come esseri umani, e quindi delle stesse fondamenta morali e civili del sistema-Paese, della volontà collettiva di vita civile –, ma è anche un calcolo sbagliato, una deriva rovinosa. La corruzione è anche un costo economico proprio perché le economie sviluppate, pur con tutte le loro contraddizioni, chiedono ancora quella prevedibilità dei pubblici poteri e della vita sociale che è proprio ciò che il nostro Paese non sa più offrire, se non a macchia di leopardo, solo in alcune zone del territorio. Ed è per questo che gli investimenti stranieri precipitano, e che si espande il raggio d´azione delle economie criminali, che dalla corruzione dello Stato e della società traggono il loro nutrimento parassitario.
Fra le anomalie di questo Paese c´è oggi, si dice, anche il fatto che la democrazia è a rischio. È vero. Ma non certo perché l´esecutivo è formato da tecnici – che senza il voto del parlamento non andrebbero lontano: altro che golpe! –. Ma perché la corruzione soffoca sistematicamente la nostra fiducia in quei valori fondamentali, in quegli assetti istituzionali, in quella trasparenza delle relazioni sociali, in quella possibilità di sviluppo civile e materiale, in cui la democrazia in ultima analisi consiste.

La Repubblica 22.12.11

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“Il “ricarico” sulle Grandi Opere così la lobby politici-imprenditori fa lievitare i costi del 40 per cento”, di Carlo Bonini

G8, Italia 150, Mondiali nuoto: i numeri dell´assalto. L´onere per lo Stato aumenta da 574 a 834 milioni: neanche a Tangentopoli “dazio” così pesante. Nelle inchieste sul sistema Anemone-Balducci-Bertolaso radiografati trentatrè appalti
Un caso emblematico di fondi pubblici deviati in tasche private. Con i soldi sperperati si sarebbe potuto mettere in sicurezza il patrimonio archeologico di Pompei. Capita che di una storia di corruzione diventata insieme metafora e immagine del Paese, si finiscano con il ricordare solo le facce, i nomi, l´avidità dei protagonisti. O, piuttosto, i massaggi in un centro benessere, la spregiudicatezza di un frate missionario ridotto a bancomat, l´oscena risata di un costruttore sciacallo che si compiace per il terremoto de l´Aquila, il patrimonio immobiliare di una potente congregazione vaticana, “Propaganda Fide”, usato come leva per comprare la compiacenza di funzionari pubblici. Capita insomma che si elidano i numeri. E, dunque, si cancelli il danno e la sua macroscopica misura. E´ successo con il lavoro delle procure di Firenze, Perugia, Roma, con le indagini del Ros dei carabinieri sul “Sistema gelatinoso” Anemone-Balducci-Bertolaso, sul potere di spesa senza fondo di una Protezione Civile ridotta a spa del consenso, su un ministro “distratto” e il suo mezzanino al Colosseo. Nelle carte di quelle inchieste – oggi a processo in tre città diverse – è documentato quale “ricarico” le prassi corrotte di quel sistema di relazioni hanno accollato alle nostre tasche. Su 33 Grandi Opere oggetto di indagine nel triennio 2007-2010 (mondiali di nuoto di Roma, G8 alla Maddalena, 150 anni dell´Unità d´Italia), il maggior costo sostenuto dalle casse pubbliche è stato di 259 milioni, 895 mila 849 euro. Oltre il 40 per cento dell´importo iniziale con cui i lavori furono aggiudicati. Un salasso che ha fatto schizzare il costo complessivo di quelle opere da 574 a 834 milioni di euro. Per avere un´idea, con quel denaro succhiato dal “Sistema gelatinoso” (259 milioni) oggi – come documentano le richieste sin qui ritenute “irricevibili” da un bilancio pubblico allo stremo – sarebbe possibile realizzare la messa in sicurezza di un patrimonio archeologico dell´umanità come Pompei o la costruzione di ospedali nell´Abruzzo del dopo-terremoto. I numeri che illustrano il dettaglio dei singoli appalti segnalano la scientificità nel calcolo del “ricarico” imposto dal “Sistema”, ma anche la crescita esponenziale di quella percentuale. Nell´Italia corrotta scoperchiata da Tangentopoli, il “dazio” sulle grandi opere oscillava tra il 10 e il 20 per cento. In quindici anni, è raddoppiato. Anche perché la “catena alimentare” che deve sfamare si è allungata. Politici, funzionari pubblici, professionisti.

La repubblica 22.12.11

"La libertà di licenziare non porta ad assumere le imprese: per noi è la domanda che manca", di Luisa Grion

La scarsa flessibilità in uscita non incide sulle strategie aziendali. Proprio le più grandi, dove c´è il vincolo del reintegro, assumono di più. La maggior parte non ha necessità di aumentare l´organico. Un altro 20 per cento lo farebbe se salissero gli ordini. Sondaggio Unioncamere-Excelsior sui motivi di non assunzione nel 2011 Nessuno tira in ballo l´articolo 18. Non si tratta di licenziamenti, di articolo 18, di flessibilità in uscita: il vero guaio, per le imprese italiane, è la mancanza di prospettive a breve termine. Arrivano poche commesse, i dipendenti che già ci sono bastano e avanzano, c´è la crisi dei consumi, c´è un enorme difficoltà di accesso al credito. Ecco perché non ci si lancia in nuove assunzioni: il reintegro del dipendente licenziato senza giusta causa c´entra poco e niente.
E´ questo che dicono le aziende italiane e l´atteggiamento emerge con chiarezza se si guarda all´ultimo rapporto Excelsior Unioncamere. Interrogati sulle intenzioni o meno di assumere e – nel secondo caso – sui motivi della mancata creazione di nuovi posti di lavoro, gli imprenditori danno risposte chiare. A frenare l´assunzione, è la mancanza di nuove commesse (5,7 per cento) o l´incertezza e la domanda in calo (14,1), quindi nel 20 per cento dei casi sono le condizioni di mercato a dettare la strategia. La stragrande maggioranza delle aziende ritiene che l´organico presente sia sufficiente (il che vuol dire che non ha mire espansionistiche): comunque sia, la mancanza di una flessibilità in uscita non viene nemmeno menzionata fra le prime cause del fermo occupazionale. Probabilmente è compresa nella casella «altri motivi», barrata solo dal 1,2 per cento dei centomila imprenditori che costituiscono il campione dell´indagine. E la graduatoria delle motivazioni non varia di molto se si ragiona sull´ambito territoriale o sulle dimensioni dell´azienda. In realtà, le aziende che invece assumono sono proprio quelle grandi, dove l´articolo 18 trova applicazione.
Che non sia l´articolo 18 a determinare la politica del lavoro di una azienda lo conferma anche Mario Sassi, responsabile del Welfare per la Confcommercio. «A bloccare le assunzioni sono il costo del lavoro e la crisi dei consumi – afferma – in assenza di queste due condizioni non ci può essere occupazione». Il ragionamento, precisa, vale sia per le piccole che per le grandi imprese: «intervenire sulla flessibilità in uscita senza affrontare le vere cause del problema porta ad incanalarsi in una polemica pregiudiziale e ideologica». Prima di parlare di articolo 18, secondo Confcommercio «va piuttosto affrontato il tema degli ammortizzatori sociali, che dovranno garantire un sostegno ai lavoratori che usciranno dalle aziende ma, visto l´innalzamento dell´età pensionabile, non saranno coperti da assegno». Altre priorità, secondo Sassi, sono «la formazione e l´accesso al credito: solo affrontando tutto questo si può parlare anche di articolo 18».
La questione non è di poco conto perché è vero che l´Italia è il paese delle piccole imprese, ma l´articolo 18 è applicato alla maggioranza dei lavoratori. Lo certifica la Cgia di Mestre che guardando alla platea dei dipendenti italiani assicura che «oltre il 65 per cento degli occupati – quasi i due terzi del totale – lavora in aziende con più di 15 dipendenti, quindi sottoposte alla norma».

La Repubblica 21.12.11

"Ricette per crescere", di Paolo Guerrieri

L’emergenza lavoro è da tempo un dramma nazionale ed europeo. Una condizione che secondo le previsioni più recenti è destinata ad aggravarsi il prossimo anno, allorché l’area euro entrerà in una fase recessiva, a seguito soprattutto delle politiche di austerità che l’Europa ha imposto a tutti gli Stati membri. Risvolti particolarmente pesanti si avranno per il gruppo dei Paesi più indebitati, inclusa l’Italia. Un andamento dell’attività economicacaratterizzato da elementi di fragilità addizionali rischia di determinare nel nostro Paese – anche tenuto conto della manovra in corso di approvazione – una contrazione del Pil particolarmente severa (intorno al -2/2,5 per cento), destinata a protrarsi anche l’anno successivo secondo previsioni più recenti.
In questo quadro di riferimento, è evidente che la necessità di contrastare tale diminuzione della produzione deve divenire una priorità assoluta della nostra politica economica, a meno di non rassegnarsi a veder vanificati gli sforzi fin qui fatti. In termini assai sintetici tutto ciò richiederà al governo Monti di eleggere il rilancio della crescita economica ad obiettivo chiave della sua azione finalizzando, a partire da gennaio, ogni suo intervento all’avvio a soluzione di tale problema. Con una serie di risposte che dovranno essere rapide, forti e coraggiose almeno a due livelli, nazionale e europeo. Sul fronte interno, lo sforzo va dispiegato dando attuazione in tempi rapidi a misure incisive concentrate su pochi selezionati capitoli, ben noti al confronto e al dibattito politico di questi anni. Si tratta, innanzi tutto, di assicurare la realizzazione, alle migliori condizioni possibili, di un insieme di infrastrutture, materiali e immateriali, che rappresentano snodi vitali per un più efficiente
funzionamento del sistema produttivo; in tema di mercato del lavoro serve soprattutto una rapida riforma degli ammortizzatori sociali che sposti le tutele dal posto di lavoro ai lavoratori, favorendone dove necessario la mobilità, unitamente a quella dei capitali, verso le imprese e settori più dinamici e a più alta redditività; per dare maggiore stimolo all’attività di produzione e all’occupazione va altresì ridotta la pressione fiscale su imprese e lavoro che in presenza del record storico (45,5%) raggiunto con l’ultima manovra ne sopportano oggi gli oneri maggiori. Sono tutti interventi che certamente costano e andranno finanziati utilizzando risorse disponibili e reperendone di nuove. A questo scopo, fonti importanti a cui attingere saranno siauna sistematica razionalizzazione delle singole voci di spesa pubblica, per accrescerne efficienza e risparmi, sia una più risoluta azione di contrasto all’evasione fiscale in grado di far emergere base imponibile. C’è poi, naturalmente, il capitolo importante delle liberalizzazioni e delle misure per stimolare la concorrenza e sucui il governoMonti è per ora riuscito a fare poco. Molto, viceversa, resta da fare, non solo per taxi e farmacie, ma
anche per i servizi locali, per molti dei servizi in concessione, per le professioni. Ricordando che misure di liberalizzazione oltre a rappresentare riforme a costo zero, in qualche modo essenziali per il rilancio della crescita, si possono tradurre in un ritorno positivo netto per l’intera economia. Certo, la ricetta per la crescita è composta da molti altri ingredienti. Al di là dell’importanza delle singole misure, tuttavia, è decisivo che esse siano inserite inun quadro complessivo e organico,
una sorta di piano di azione per il rilancio della crescita e dell’occupazione, che ne assicuri la loro coerenza interna e la loro efficacia, nel breve e lungo periodo. La gravità dei problemi
da fronteggiare e la loro natura di mali antichi richiedono che la politica economica si riappropri in questa fase di tutta la sua capacità razionalizzatrice, resa ancor più necessaria dalla scarsità delle risorse pubbliche disponibili. Anche perché da anni manca un tale disegno organico, che potrebbe servire molto anche a rassicurare chi deve investire nella nostra economia. Come si è detto all’inizio, ci vuole una forte
azione del governo anche a livello europeo, per cercare anche qui di mettere incampo strumenti di difesa dal contagio sui mercati dei titoli e interventi diretti a contrastare gli effetti della incombente recessione. Le difficoltà in questo caso sono ben maggiori, com’è noto. Per quanto alla lunga non si potrà evitare – pena la fine dell’euro – sia l’aumento di poteri della Bce sia una vera Unione fiscale con l’introduzione di Eurobond, si tratta in questa fase di convincere la Germania ad abbandonare parte delle sue rigidità, che rischiano di letteralmente affondare l’intera area europea e con essa la stessa economia tedesca.
Forte delle misure approvate e tenendo anche conto delle massicce correzioni adottate in estate, il presidente Monti potrà a questo punto richiedere con forza che anche i nostri partner europei facciano la loro parte, uscendo dall’ossessione di un’austerità fine a se stessa. Il sostegno alla crescita della Ue è oggi un problema di supporto alla domanda e allo stesso tempo di necessaria ristrutturazione dell’offerta. Tra gli strumenti chiave per intervenire vi sono gli investimenti europei, che si possono mobilitare sia attraverso il bilancio comunitario, nel nuovo quadro finanziario pluriennale, sia attraverso la Banca europea per gli investimenti (Bei). Quest’ultima potrebbe aumentare anche fino a tre volte la sua attuale capacità di finanziamento annua (oggi pari a 80 miliardi di euro) per soddisfare bisogni d’investimento individuati da tempo in Europa in un insieme di comparti vitali (ricerca, reti infrastrutturali, energie rinnovabili e altre) che vengono oggi sacrificati in parecchi Stati membri per mancanza di risorse. Il presidente del Consiglio ha ribadito che, fortificato dalla manovra, agirà con lamassima determinazione a livello europeo. Sicuramente bisognerà farlo e quanto prima perché le prossime settimane saranno determinanti per scongiurare il peggio.

L’Unità 21.12.11

"Quel cancro da sessanta miliardi terza causa di danno all´erario così siamo diventati maglia nera", di Emanuele Lauria

È una voragine in cui sprofondano i conti pubblici. Sessanta miliardi di euro che, in un Paese chiamato a stringere la cinghia, rappresentano il costo della corruzione. Il fenomeno, hanno spiegato i giudici contabili, è in costante crescita «e si è insediato e annidato dentro le pubbliche amministrazioni». Finendo per costituire la terza causa di danno all´erario.
L´ultimo allarme, fatto risuonare nel corso di un´audizione alla Camera dal presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino, ha trovato pronta eco nelle tabelle di Transparency International, che vedono l´Italia scendere in due anni dal 63° al 69° posto dell´indice di percezione della corruzione. Siamo in compagnia del Ghana e delle Isole Samoa e quartultimi in Europa davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria. Non sono numeri vuoti: Transparency ha stimato che per ogni peggioramento in classifica si perde il 16 per cento degli investimenti dall´estero. Al contrario, scalando qualche gradino, si attrarrebbero preziose risorse.
L´economia reale, insomma, risente oggi più che mai dell´effetto nefasto del malaffare. Nelle capitali politiche del Continente, anche in questo campo, hanno puntato gli occhi sul nostro Paese: il Greco, l´organismo del consiglio d´Europa deputato alla prevenzione e al contrasto della corruzione, in un recente rapporto ha espresso preoccupazione per la mancanza di un programma nazionale coordinato e per l´indipendenza “solo parziale” delle strutture chiamate a fronteggiare il ritorno delle mazzette negli uffici pubblici. D´altronde, l´istituzione di un´autorità unica anti-corruzione sganciata dal potere politico è prevista anche da diverse convenzioni internazionali, dell´Ocse come dell´Uncac, un´organizzazione di Stati nata per combattere le infiltrazioni illecite nell´amministrazione.
Il tutto mentre la nuova legge contro la corruzione, varata dal governo Berlusconi nel marzo del 2010, dopo il sì del Senato attende ancora il via libera definitivo della Camera. Il ministro della Giustizia Paola Severino ha annunciato una riforma per sanzionare nuove figure giuridiche come la corruzione privata all´interno delle imprese. Il crimine, per adesso, corre più veloce delle norme.

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L´Italia al 69mo posto nel mondo in Ue peggio solo Grecia e Romania

In una scala che va da 0 (molto corrotto) a 10 (per niente corrotto), l´Italia anche quest´anno ha una valutazione molto negativa: 3,9 punti. La stessa dell´anno scorso, ma con un arretramento nella posizione in classifica poco edificante: Transparency international, organizzazione con sede a Berlino, ora colloca il nostro Paese al 69° posto. E quart´ultima in Europa, davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria. Dato che ha portato la presidente della sezione italiana di Transparency, Maria Teresa Brassiolo, a lanciare un appello: «Fate il possibile per abbattere il livello di corruzione diminuendo i costi pubblici e quindi il debito». «Sono necessarie – afferma Walter Forresu, membro del board – misure strutturali che riducano in maniera drastica il costo della governance e della politica». Fra le proposte di Transparency Italia l´adozione di codici di condotta per i membri del parlamento e del governo.

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“Tassa” di mille euro sul contribuente ma nel calcolo non c´è il sommerso

Che la corruzione non sia soltanto un aspetto del malcostume italico è ormai un fatto assodato. In una visione più prosaica, ha invece un peso economico che incide, su ogni contribuente, per circa mille euro a testa. E frena gli investimenti esteri. I sessanta miliardi di “buco” stimati dalla Corte dei conti rischiano di essere solo una buona approssimazione perché, come spiega il presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino, i reati di corruzione sono caratterizzati da «una rilevante difficoltà di emersione ed esiste una scarsa propensione alla denuncia, non solo perché si tratta di comportamenti che spesso nascono da un accordo fra corruttore e corrotto ma anche perché, nell´ambiente in cui sorgono, anche le persone estranee al fatto, ma partecipi all´organizzazione, non dimostrano disponibilità a denunciare fenomeni di tal tipo».

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Battaglia impari per la Corte dei conti nel 2010 recuperati solo 293 milioni

E´ una battaglia impari, quella contro la corruzione. Basti pensare che, a fronte del costo plurimiliardario del fenomeno, la Corte dei conti nel 2010 è riuscita a recuperare nel complesso”solo” 293 milioni. Di questi 32,19 milioni sono il risultato delle 47 sentenze emesse dalle quattro sezioni d´appello con le quali sono stati condannati per danni patrimoniali da reato contro la pubblica amministrazione 90 funzionari pubblici. E bisogna aggiungere 4,73 milioni per danni all´immagine. Le sezioni regionali della Corte invece hanno emesso 350 sentenze con condanne al pagamento di 252,68 milioni per danni patrimoniali e altri 3,57 per danni all´immagine della pubblica amministrazione. Ma incombono le citazioni in giudizio da parte delle procure regionali della Corte: delle 227 depositate, 95 riguardano reati di truffa e falso, 50 peculato e 40 concussione e corruzione. Nel Lazio il maggior numero di citazioni, poi Calabria, Sicilia e Campania.

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In 5 anni reati in costante aumento prescrizione fenomeno inquietante

Anche la magistratura ordinaria registra un aumento dei reati contro la pubblica amministrazione: in particolare i procedimenti per concussione, nei cinque anni fra il 2005 e il 2010, sono stati in costante aumento: da 114 a 144 quelli per cui hanno proceduto otto grandi uffici giudiziari (Milano, Torino, Venezia, Firenze, Roma, Bari, Napoli e Palermo). Il dato, fornito dal governo italiano, è contenuto in un rapporto del Greco datato 14 giugno 2011. L´organismo del consiglio europeo non ha mancato di far notare che “i procedimenti giudiziari falliti per la scadenza dei termini di prescrizione è ritenuta causa, almeno nella percezione del pubblico, di una parte inquietante della corruzione”. Il governo Berlusconi, nei dati inviati a Strasburgo, si è vantato di una diminuzione del 3 per cento del numero delle prescrizioni, dal 2009 al 2010.

La repubblica 21.12.11

Lo stop di Bersani sull’articolo 18 «Dibattito fuorviante», di Simone Collini

Gliel’hanno detto a mo’ di consiglio, ad Elsa Fornero, approfittando del clima disteso che si respirava in quelle particolari occasioni. Pier Luigi Bersani ha incrociato la ministra del Welfare al concerto di Natale di Montecitorio. Angelino Alfano le ha parlato durante lo scambio di auguri al Quirinale. E il messaggio recapitato dai leader delle due forze maggiori che sostengono il governo è stato il medesimo, anche se poi nella sostanza della questione il segretario del Pd e quello del Pdl la pensano in modo assai diverso: sul lavoro si deve ragionare con calma, evitando il rischio di inasprire il clima con uscite sui giornali.
Un ragionamento fatto da Bersani, per il quale la discussione sull’articolo 18 è «fuorviante» perché una riforma del mercato del lavoro deve sì esserci ma partendo dagli ammortizzatori sociali e dalle misure che consentano di battere la precarietà e di creare nuova occupazione. Ma in parte espresso anche da Alfano, che prima dell’inizio della cerimonia al Quirinale ha suggerito a Fornero più «calma» e maggiore «cautela» quando si affrontano i temi del lavoro, anche perché il «mix di crisi» e problemi legati all’occupazione può innescare delle dinamiche difficilmente controllabili.
OBIETTIVO BLINDARE IL GOVERNO
Anche se i leader di Pd e Pdl hanno opinioni differenti sull’articolo 18, hanno entrambi la preoccupazione di garantire stabilità al governo, mettendolo al riparo da spinte che possono provenire sia dalle forze che non hanno votato fiducia e manovra (Lega e Idv, con Vendola che da fuori il Parlamento minaccia di «riprendere la lotta di classe») che da settori interni alle forze che sostengono Monti (a cominciare dagli ex-An che scalpitano per andare al voto in primavera). E disinnescare la polemica sull’articolo 18, concordano Bersani e Alfano che in questa fase hanno frequenti contatti, è il primo passo. Il secondo è avviare un confronto in Parlamento per una riforma istituzionale che modifichi il sistema bicamerale e il numero dei parlamentari, riveda i regolamenti di camera e senato, per poi arrivare anche a una nuova legge elettorale. Per farlo, è l’opinione dei leader del Pd e del Pdl, non serve dar vita a un coordinamento permanente tra le forze che sostengono Monti, come invece vorrebbe Pier Ferdinando Casini, non servono bicamerali ad hoc. Ci vuole un’agenda di riforme da discutere in Parlamento, è la convinzione di Bersani, e «non servono particolari patti» (è stato sempre il leader dell’Udc a proporre a Pd e Pdl un «patto costituente»).
IL PROBLEMA NON È BUTTAR FUORI
Un’operazione che però rischia di non vedere la luce se attorno al governo si crea un clima di tensione. In più Bersani, rispetto ad Alfano, è contrario per ragioni anche di merito, oltre che di metodo, ad aprire ora una discussione sull’articolo 18. «Non c’è il problema delle “uscite”», aveva già detto tanto in privato al premier e alla ministra del Welfare quanto in pubblico alla Camera annunciando il sì del Pd alla manovra. Un concetto che ieri ha ribadito in un’intervista al Tg1 della sera: «La riforma del mercato del lavoro ci vuole ma oggi il problema dell’Italia non è buttar fuori la gente, il problema è come si entra nel mondo del lavoro, come si crea lavoro, come si rende il lavoro meno precario, servono ammortizzatori sociali moderni». Per Bersani il governo deve muoversi coinvolgendo i sindacati, perché la concertazione può portare a una sintesi positiva, mentre è da evitare «una discussione dai giornali».
Il Pd su questo, sulla necessità della concertazione come sul fatto che l’articolo 18 non è la priorità, è unito. Lo dice Bersani, che sottolinea come la posizione del suo partito sul mercato del lavoro sia quella votata alle assemblee dei mesi scorsi. Lo dice Anna Finocchiaro, per la quale partire da questo punto è «fuorviante e sbagliato», lo dice il presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani, che parla di «errore di strabismo reale». Ma lo dice anche Enrico Letta, che pure è convinto che con quello che è successo in questi mesi siano da rivedere anche le decisioni prese alle assemblee del partito e che di articolo 18 si possa anche parlare, «ma in coda a una serie di questioni su cui bisogna intervenire». «Il Pd è unito sul fatto che l’articolo 18 non è l’elemento che non fa crescere l’economia», dice il vicesegretario del Pd, che pur difendendo Fornero per essere stata «crocifissa per un passaggio in un’intervista da 300 righe», ricorda: «Quando le aziende ci dicono che sono in crisi, l’articolo 18 non lo nominano mai. Le questioni che citano sono altre».

L’UNità 21.12.11